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I.
UNA SCOMMESSA.
Una sera, Apollo e Mercurio s'incontrarono sulla rupe del Pnice; e soffermatisi sul lembo estremo dell'alpestre boscaglia, mirarono ambedue Atene, che giaceva ai loro piedi.
Era una serata magnifica. Il sole, volgendosi dall'Arcipelago al mare Jonio, tuffava lentamente nel suo specchio cilestrino il capo sfolgorante di raggi. Le cime dell'Imetto e del Pentelico brillavano ancora come immerse in un bagno d'oro liquido, e sull'orizzonte si diffondeva il crepuscolo vespertino così, che l'Acropoli era inondata dall'ultimo suo bello splendore. Il marmo bianco dei portici, del Partenone e dell'Eretteo appariva sì roseo e sì trasparente, come se la pietra avesse perduta la sua massiccia densità, e non fosse più che una visione di sogno. L'acciaro dell'asta gigantesca di Atena fiammeggiava nel rossore del tramonto, come face guizzante sull'Attica. Alcuni falchi, che volavano verso i loro nidi nascosti nella rupe, si calavano giù dal cielo ad ali stese.
Gli uomini tornavano in frotte dai lavori campestri alla città.
Sulla strada che conduceva al porto del Pireo, si avanzavano muli ed asini carichi a basto di corbelli d'ulive e di dorati grappoli d'uva, e dietro a loro, avvolti in rossi nuvoli di polvere, venivano diverse capre con le corna arricciate. Innanzi a ciascun gregge camminava maestoso un becco barbuto, ai lati alcuni cani da guardia, e dietro a ciascuna di queste sfilate un pastore, che con un piffero di canna o una zampogna d'avena alle labbra, zufolava qualche arietta boschereccia.
Fra le gregge venivano lentamente tirati da coppie di bovi dei carri carichi d'orzo, e qua e là si vedevano dei drappelli d'Opliti nelle loro corazze di bronzo, affrettarsi al loro servizio notturno o al Pireo o ad Atene.
Là sotto poi, dentro la città, moto e vita dovunque. Alla fonte grande presso il Pecile alcune fanciulle, ridendo e cantando allegramente, con le loro tuniche bianche succinte ai fianchi, attingevano l'acqua, limpida come il cristallo, e si schermivano dai petulanti giovinetti, che cercavano di accalappiarle con dei lacci d'edera e di vitalbe; mentre quelle di loro, che avevano già attinta l'acqua, se ne tornavano a casa, con l'anfora al braccio e la mano in alto, simili per la loro voluttuosa leggiadrìa alle ninfe immortali.
*
* *
Un leggier zeffiretto che spirava dalla pianura dell'Attica, recava alle orecchie dei due Dei l'eco giuliva delle risa, dei baci, dei canti.
«L'arciero Apollo che da lunge impiaga», per l'occhio del quale non c'era godimento sulla terra pari a quello della vista d'una bella giovine, si voltò all'alato Mercurio e disse:
- Ehi, figlio di Maia, guarda come son belle le Ateniesi!
- E come son virtuose.... o dio raggiante! - gli rispose Mercurio - poichè Pallade le tiene sotto la sua severa guardia. -
Il dio dall'arco d'argento rimase muto, fissò tuttavia lo sguardo verso Atene e tese l'orecchio. Intanto, per l'ora vespertina, cominciava ad impallidire lentamente il cielo. A poco a poco svanì ogni rumore, cessò ogni faccenda; alcuni schiavi sciti chiusero le porte e finalmente tutto intorno tacque.
La notte stese queta e dolce il suo bruno velo trapunto di stelle sull'Acropoli, sulla città, su i dintorni.
Ma non si fece più a lungo aspettare il crepuscolo, e di lì a poco sorse su dall'Arcipelago la pallida Selene, simile a una navicella d'argento, veleggiante per l'azzurro del firmamento; quindi tornò a risplendere il candido marmo dell'Acropoli, se non che ora riluceva d'uno splendore verde-chiaro, così che somigliava molto di più a visione di sogno.
- In vero, bisogna che io lo confessi, - disse l'arciero Apollo - Atena si è scelta una magnifica sede....
- La saggia! Niun'altra avrebbe saputo scegliersela migliore - rispose Mercurio. - E poi Giove ha per essa un gran debole. Quando ha da pregarlo di qualche cosa, non ha da far altro che rendersi un po' bella e accarezzargli la barba, ed egli subito la chiama la sua Tritogenia, la sua cara figlia, le concede tutto ciò ch'ella vuole e ci aggiunge anche l'immutabile cenno del capo.
- Eppure mi riesce qualche volta noiosa la Tritogenia.... - brontolò il figlio di Latona.
- Appunto ci pensavo anch'io; - rispose Mercurio - ella è ora pesante.
— Quanto un vecchio peripatetico! E poi orribilmente virtuosa, proprio come la mia sorella Artemide.
- O come le sue stesse ancelle, le Ateniesi.
- È la seconda volta che rilevi la virtù delle Ateniesi; di' un po', lo fai senza malizia? Ma la loro virtù è veramente tanto inaccessibile?
- Favolosa, addirittura.... o figlio di Latona!
- Che mai dici! - rispose Apollo. - Credi tu forse, che sarebbe possibile di trovare davvero nella città una donna capace di resistermi?
- Come, di resistere a me, ad Apollo!?
- A te, raggiante!
- A me, che posso soggiogarle con la poesia, deliziarle col mio canto, invasarle con la mia musica!?
- Se tu fossi un dio onesto, farei teco volentieri una scommessa! Ma da te, mio caro alato, ci sarebbe da aspettarsi, che appena perduta la scommessa, ti solleveresti dalla polvere insiem coi tuoi calzari e il caduceo, e a me non resterebbe altro da fare, che guardarti dietro!
- Oh, no! Io stenderò una mano sulla terra, l'altra sul mare e sugl'Inferi, e ti farò giuramento. E sai, un giuramento simile lo mantengo non soltanto io, ma anche il collegio di tutti i magistrati d'Atene.
- Eh, via; ecco un'altra esagerazione! Ma, vada la scommessa! Se tu la perdi, sarai obbligato a mettermi insieme e portarmi in Trinacria una mandra di bovi dalle lunghe corna, che puoi rubare a chi ti piace, precisamente come facesti un giorno da fanciullo, quando mi rubasti il mio gregge in Pieria.
- Accettato! Ma se la vinco io, che cosa debbo avere?
- Scegli quel che vuoi.
- Ascolta, «tu che da lungi impiaghi»; sarò sincero, cosa che non mi accade spesso, come sai. Un giorno, essendo stato mandato da Giove per non so più qual commissione, nel volare appunto di sulla tua Trinacria, scorsi Lampezia, che insiem con Fetusa guardava i tuoi armenti. Vederla e perder la pace, fu per me tutt'una; non intendo, nè sento, nè contemplo altro che lei, Lampezia; non ho innanzi agli occhi altra immagine, che la sua, l'amo, anelo a lei, a lei solo giorno e notte. Ora, s'io per caso vincessi, se in Atene si trovasse una donna tanto virtuosa da resisterti, tu mi darai Lampezia; non desidero altro. -
Il dio dall'arco d'argento crollò il capo.
- Pare impossibile che l'amore nel cuore del patrono dei mercanti abbia potuto gittare sì profonde radici! Del resto, assai volentieri ti darò Lampezia, tanto più perchè da un pezzo in qua non sta punto d'accordo con Fetusa. Sia detto fra noi, che nessuno ci sente: sono tutt'e due innamorate di me, e per questo non fanno altro che bisticciarsi dalla mattina alla sera. -
Dagli occhi dell'alato brillò una viva gioia.
- Dunque è corsa la scommessa; - disse - solo una cosa ancora: la donna, su cui dovrai sperimentare la tua potenza, la sceglierò io per te.
- Sarà degna di te.
- Confessami, che ne hai già in mira una.
- Te lo confesso.
- Maritata, si capisce. Una verginella o una vedova, me la potresti sedurre con la promessa di sposarla.
- Come si chiama?
- Erifile; è moglie d'un fornaio.
- D'un fornaio? - domandò il raggiante, arricciando il naso - non mi piace di molto.
- Che vuoi? Più che altrove, mi aggiro fra quella gente.... Il marito d'Erifile non è in casa; egli è partito per Megara; e questa donna è la più bella che passeggi sulla terra.
- Mi metti in una grande curiosità....
- Un'altra condizione, mio caro dall'arco d'argento: promettimi che non adoprerai in nessun caso mezzi, che non siano degni di te, come, a cagion d'esempio, è solito usare il rozzo Arete o il nostro comun padre Giove, l'adunator di nembi.
- Per chi mi prendi? - osservò Apollo.
- Così sarebbe dunque combinato tutto.... e posso ora mostrarti Erifile. -