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III.
LA PROVA.
Regnava nella città il più profondo silenzio; i lumi erano stati dovunque spenti; le case, i templi splendevano soltanto sotto il lume della luna, ch'era tuttora in cielo.
La bottega era situata in un rientramento delle mura, e dietro all'inferriata e alla cortina dormiva la bellissima Erifile. Il raggiante si fermò nella strada, e cominciò a strimpellare il liuto. Per isvegliare la sua diletta placidamente, cominciò da principio a toccarlo sì leggiero, da parere quasi un ronzìo di zanzare che aleggiassero a sciami su per l'Ilisso; ma a poco a poco il suo canto cominciò a spiegarsi e a risonare come torrente montano dopo un'abbondante pioggia, sempre più forte e più soave, e più inebriante, così che ben presto riempì tutto l'aere all'intorno, che fu invaso da un tremore di voluttà ineffabile. Il misterioso augello d'Atena volò giù cheto dall'Acropoli, si fermò e rimase immobile sulla colonna più vicina.
Allora un braccio nudo, degno dello scalpello di Fidia o di Prassitele, più candido del marmo pentelico, tirò da parte la cortina;... al raggiante cessò quasi di battere il cuore, dalla profonda emozione e si udì la voce di Erifile, che gridò:
- Chi è questo briccone che va gironzando di notte e strimpella così? Non basta, che si lavori tutta quanta là giornata, perchè ci abbia ad essere della gente, che non ci lascia riposare neppur la notte?
- Erifile, Erifile! - proruppe il dio dall'arco d'argento, e cominciò a cantare:
Giù dal Parnaso dalle altere cime
Ove le Muse in mezzo al chiaro lume
Dell'etere lucente al Cielo inalzano
I lor canti divini, io stesso scesi,
Dio, fin quaggiù, donna mortale, a te....
Apri, diletta, apri le braccia a me!
Sul tuo seno un istante, ah, mi parrà,
Tutta un'eternità.... m'apri, Erifile
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
- Per la santa focaccia sacrificale! - esclamò la fornaia - questo imbecille canta per me, e tenta di sedurmi! -
- Vuoi andartene o no, vagabondo! -
Animato dal desiderio di dimostrare alla sua diletta, ch'ei non era un semplice mortale, Apollo mandò a un tratto un lampo improvviso di sì viva luce, che tutto quanto il cielo e la terra ne risplenderono.
Ma Erifile a quella vista esclamò:
- Guarda quell'impostore, quel discolo, ha nascosto sotto la veste una lanterna, e mi vuol far credere di fiammeggiare e d'essere un dio! O figlia del possente Giove! Ci sovraccaricano di tasse, oh, di questo se ne intendono, ne son maestri, ma un cane di scita che faccia un po' di guardia ed acchiappi e chiuda nella torre questi guastasonni, quello non ce lo tengono;... a quello non ci pensano.... -
Ma Apollo non si diede ancora per vinto, e ricominciò a cantare:
Apri le tue candide braccia a me!
Eterna fama ti prometto, eterna;
La lode tua per le mie labbra, o donna,
Tal suonerà per l'universo intero,
Che quella degli Dei tutti divenga
Debole e fioca; e te dello splendore
Circonderà della deità d'Olimpo,
Così, che non avrà regina l'Ellade
Di te più glorïosa ora nè mai;
Apri, ten prego, apri le braccia a me!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Al mare rapirò l'azzurro chiaro,
All'aurora la sua porpora e l'oro,
Il loro lume alle celesti stelle
E la rugiada ai variopinti fiori.
Un colore farò di tutti questi
Unico al mondo, unica dea per te,
Per tesserti una veste iridescente
Qual, ma più vaga, in ciel porta Ciprigna!...
E la voce del dio suonò sì meravigliosa, che fece un miracolo: nella notte dolcissima la lancia d'oro, che porta in mano Minerva sull'Acropoli tremò, e la testa di bronzo della statua gigantesca si volse alquanto verso la Catopoli, per poter meglio udire le parole del canto d'Apollo....
Lo ascoltava il cielo e la terra; il mare acchetò il suo mormorìo, si stese quieto fino alle rive, e persino la pallida Selene interruppe il suo notturno pellegrinaggio nel cielo, rimanendo immobile sopra ad Atene.
E quando Apollo stava per finire si mosse un lieve venticello e si portò seco sulle ali leggiere per tutta la Grecia il canto del dio, e dovunque, anche una nota sola di quello, aveva sfiorato nella sua culla un bambino, di quel bambino doveva sorgere un poeta.
Frattanto Erifile ricominciò a sgridare acerbamente:
- Che gaglioffo! Oh, che non vaneggia di rugiada e di stelle! Quell'imbecille, si crede permesso tutto, perchè il mio marito non è in casa. Ehi! Peccato che non abbia qui a mio comando i garzoni; gliene toccherebbe delle belle, questa sera! Ma aspetta un po', passerotto nidiace, ti guarirò io, del pizzicore d'andare a zonzo di notte con il liuto sulla pancia! -
Ciò detto, diè di piglio a un recipiente pieno di lievito a bollore, e lo scaraventò contro l'inferriata, ricoprendone, al raggiante, il raggiante volto, il raggiante collo, la raggiante clamide e il liuto.
Apollo mandò un gemito, e copertosi il capo lucente con un lembo della bagnata clamide, si allontanò svergognato e pieno di collera.
Mercurio che lo aspettava sul Pnice, si teneva i fianchi, scoppiando dalle risa, e dalla contentezza faceva delle capriole e scuoteva il caduceo.
Ma quando l'adorato figlio di Latona gli fu vicino, il furbo patrono dei mercatanti finse d'averne compassione, e disse:
- Mi rincresce che tu abbia perduta la scommessa, «dio che da lungi impiaghi!»
- Escimi di fra i piedi, buffone - rispose Apollo stizzito.
- Sicuro, che me n'andrò; ma prima consegnami Lampezia.
- Che Cerbero ti azzanni per le natiche! Lampezia non te la do, e ti dico: escimi di qui, altrimenti ti spezzo il tuo caduceo sul cranio. -
L'alato Dio sapeva bene, che con Apollo quando era di cattivo umore non si scherzava; quindi si ritirò prudentemente indietro e disse:
- Se tu intendi di gabbarmi, allora tu sarai per l'avvenire Ermete, ed io diventerò Apollo. Lo so bene, che mi superi di gran lunga in potere, e che puoi facilmente farmi torto. Per fortuna c'è però un tale, che ci supera tutti ed egli farà giustizia fra noi. Io esigo, raggiante, che tu venga a sentire con me la sentenza del figlio di Saturno!... Vieni! -
Al nome del figlio di Saturno, Apollo fu preso da un tremito, ma ciò nondimeno non osò di opporsi, e partirono.