Henryk Sienkiewicz
Natura e vita

IL GIUDIZIO DI GIOVE. RACCONTO DELLO STESSO AUTORE.

IV. IL RICORSO E LA SENTENZA.

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IV.

IL RICORSO E LA SENTENZA.

Intanto cominciava a farsi giorno, e l'Attica sorgeva a poco a poco di mezzo all'ombre. L'Aurora con le sue rosee dita, sorse di qua dall'Arcipelago, inalzandosi fino al cielo.

Giove aveva passata la notte sulla cima dell'Ida. Se vi avesse dormito o vegliato, e che cosa vi avesse fatto, nessuno lo sapeva; poichè l'adunator di nembi, si era cinto d'un velo di vaporedenso, che neppure a Giunone era riuscito di spiarvi dentro qualche cosa. Mercurio ebbe un po' di tremerella, nell'avvicinarsi al padre degli Dei e degli uomini.

- La ragione l'ho io; non v'è caso... - pensò - ma come mi andrà, se Giove si è svegliato con un po' di malumore? Se, senza neppur darci ascolto, ci agguanta per un piede, e roteandoci al di sopra del capo, ci scaraventa qualche centinaio di tese ateniesi di sotto? Ad Apollo gli usa ancora dei riguardi, ma con me non fa complimenti, quantunque io sia suo figliuolo. -

I timori del figlio di Maia si dimostrarono infondati.

Giove, figlio di Saturno, stava seduto in terra ed era del suo miglior umore, perchè aveva passata allegramente la notte, e in quella gloria serena contemplava col suo occhio lucente la terra. Beato nella sua gravità di padre degli uomini e degli Dei, faceva germogliare la terra sotto i suoi piedi di verdi erbette maggesi e di giovani giacinti, e appoggiando le mani sovr'essa, si lasciava scivolare di fra le dita i crespi ciuffi di fiori e gioiva nel suo cuore sublime.

A quella vista il figlio di Maia rientrò in , e fatto un inchino dinanzi al creatore, cominciò ad accusare a diritto e a rovescio il raggiante in modo che le sue eloquenti parole fioccavano come neve in una giornata invernale.

Quand'ebbe finito, Giove tacque per alquanto, indi si volse ad Apollo:

- È vero tutto questo, raggiante?

- Sì, è vero, padre Giove; - rispose Apollo - ma se oltre all'onta patita, dovessi essere da te condannato a pagare la scommessa, non mi resta che scendere diritto diritto all'Inferno, e sacrificare alle ombre. -

Giove si abbandonò a una profonda riflessione, e dentro di ponderò bene il caso; e poi domandò:

- Ma quella donna rimase sorda al tuo canto, alle tue canzoni, e ti respinse con disprezzo?

- Signore del fulmine! Ella mi rovesciò in capo una zangola piena di lievito! -

Giove raggiunse le ciglie, e per ciò solo traballò il monte Ida dalle sue radici alla cima. Frantumi enormi di rupi rotolarono con gran fragore nel mare, e le selve incurvaronsi come spighe abbattute dalla bufera.

Ambedue gli Dei irrigidirono dallo spavento, e col cuore palpitante aspettarono rassegnati la sentenza.

- Mercurio, - disse Giove - inganna pure quanti uomini vuoi, poichè gli uomini vogliono essere ingannati. Ma gli Dei lasciali in pace, perchè, se mi piglia la furia e ch'io ti lancio per aria, tu ricadi di tanto alto che sprofondi poi giù nell'Oceano a tale abisso, che neppure il mio fratello Poseidone non potrà più ripescarti col suo tridente. -

Dal terrore incussogli, le snelle ginocchia di Mercurio cominciarono a vacillare; ma Giove continuò con voce viepiù potente:

- «Una donna virtuosa, e particolarmente se ne ama un altro, può ben resistere anche ad Apollo;

«Tanto più e meglio poi gli resisterà sempre una stupida;

«Erifile è una stupida, non una virtuosa, e perciò gli ha resistito;

«Quindi, tu hai ingannato il raggiante e non avrai Lampezia.

«E ora andate in pace

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

 

*

*   *

I due Dei si allontanarono.

Giove restò solo nella sua serena gloria. Seguì zitto e cheto con lo sguardo Apollo, che se n'andava, indi mormorò sommesso

- Ah, si! Solamente una stupida può resistergli! -

E non avendo avuto, durante la notte, abbastanza buon riposo, chiamò subito a con un cenno il Sonno, che in forma di sparviero se ne stava appollaiato sul ramo d'un albero vicino aspettando i comandi del padre degli uomini e degli Dei.


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