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I.
La neve era ghiacciata, dura nè troppo alta, e Kleu aveva le gambe lunghe; egli s'avanzava a passo lesto sulla via che da Zagrabia conduce a Ponikla.
Il giovinotto camminava tanto più rapidamente, quanto più il freddo della notte cresceva d'intensità; e i suoi panni erano leggieri. Aveva una giubbetta corta, sovr'essa una giacchetta impellicciata, ma logora e spelacchiata dall'uso, un paio di calzoncini corti e un paio di stivaletti leggieri e rattoppati: quello era tutto il suo vestiario. In mano teneva un oboe, in capo aveva un cappello piumato. Kleu si sentiva il cuore pieno di gioia; nello stomaco ci aveva calato alcuni bicchierini d'acquavite, e ora stava dentro di sè cercando di spiegarsi la cagione del suo lieto umore. Per quanto ne sappiamo noi, aveva in quel giorno conchiuso e firmato il contratto col signor canonico Kraiewski, di occupare il posto di organista a Ponikla.
Kleu, che fino a quel giorno aveva per tutta la vita vagato come uno zingaro di paese in paese, d'osteria in osteria, di fiera in fiera, da nozze a nozze; lui, che non si era mai lasciata sfuggire l'occasione d'alcuna solennità o d'altre feste di cercar di guadagnarsi qualche soldo o col suo oboe o col suo organino, era divenuto nientemeno che organista. Non poteva quasi capire il pensiero del suo passaggio da vagabondo a professionista con dimora stabile. Finalmente avrebbe potuto darsi a una vita quieta e regolata, abitare sotto un tetto, coltivarsi il suo orticello e.... oh, beatitudine! sonare l'organo, il suo strumento favorito, fino a levarsene la voglia. Una casina, un orticello, centocinquanta rubli all'anno di salario, qualche incerto, una posizione dignitosa, poichè diventava quasi per metà uomo di chiesa, e inoltre l'esercizio d'una professione dedicata oramai esclusivamente all'onore di Dio; che cosa avrebbe potuto desiderare di più?...
Egli sonava l'organo meglio di tutti gli organisti dei dintorni: lo sapeva benissimo da sè medesimo, e lo sapevano tutti quelli che lo conoscevano; ciò nondimeno, fino a ieri, si poteva dire, qualsiasi contadino di Zagrabia o di Ponikla che possedesse quattro pertiche di terra, lo aveva guardato dall'alto in basso, e spesso anche schernito. Ora lo avrebbero salutato amichevolmente, perchè era divenuto organista, e per giunta d'una parrocchia tanto grande come Ponikla; tutto questo non era una bagattella.
Era tanto che Kleu ci faceva all'amore con quel posticino! ma finchè viveva il vecchio Mielnitzki, non v'era nemmeno da pensare che quel desiderio potesse diventare realtà.
Il vecchio poteva a stento movere le dita irrigidite, sonava da far pietà, ma il signor canonico non lo avrebbe licenziato per nulla al mondo, poichè essi avevano insieme servito Iddio da oltre vent'anni.
Ora il povero vecchio andò talmente peggiorando de' suoi molti acciacchi, e particolarmente della sua gastralgìa, che in tre giorni se n'andò all'altro mondo. Kleu chiese subito al signor canonico il posto vacante, e il canonico non esitò un momento a darglielo. Egli, per altro, sapeva bene che non avrebbe potuto trovare un miglior successore al suo buon Mielnitzki; neppure l'organista della città vicina sarebbe stato capace di misurarsi con Kleu.
Donde mai poteva esser venuta a Kleu quella sua incomparabile abilità nel sonare l'oboe? E come aveva fatto a diventare un organista sì eccellente, oltre all'esser sì bravo sonatore di tanti altri strumenti? Dal padre non lo aveva ereditato di certo il suo talento; poichè questi, oriundo di Zagrabia, aveva nella sua gioventù fatto il soldato, ma non aveva sonato l'oboe; da vecchio s'era dato al mestiere del funaiuolo, accompagnando il lavoro con la pipa, unico strumento che egli avesse sempre in bocca.
Il suo figliuolo al contrario, fino da bambino, si era sempre cacciato ovunque sentiva sonare. Da scolaro aveva servito l'organista Mielnitzki tirandogli su i mantici, e il vecchio che aveva intraveduto nel ragazzo tanto amore per la musica, se lo teneva intorno volentieri e gli aveva insegnato a sonar l'organo. Dopo tre anni Kleu lo sonava meglio del maestro.
In seguito, essendosi trattenuti in Zagrabia alcuni musicisti ambulanti, il giovine era scomparso un bel giorno con essi, e non se n'era saputo più nè nuova nè novella.
Egli aveva girato il mondo per anni ed anni, sonando dove gli capitava: alle fiere, a nozze, nelle chiese in occasione di feste.
Poi essendo morti una parte de' suoi compagni, una parte essendosi dispersi Dio sa dove, egli ritornò a Zagrabia povero, dimagrato come una lucertola, e cercava come gli uccelli dell'aria di guadagnarsi da vivere, alternando l'arte sua un po' servendo Iddio, un po' gli uomini.
Kleu divenne famoso, quantunque gli uomini, come sogliono, gli facessero spesso rimprovero della sua povertà.
In Zagrabia, in Ponikla, in tutti i paesi circostanti si parlava di lui, e se qualcuno si attentava di biasimarlo a causa del suo meschino aspetto, si trovava sempre un altro che prendeva le sue difese e diceva: «Comunque sia, quando Kleu comincia a sonare, lo invidierebbe anche un Dio per l'arte sua magica, con la quale sa commovere gli animi sino alle lacrime.» Spesso gli domandavano:
- Mi dica, caro Kleu, non sarebbe ella, per caso, ossesso da qualche spirito, il quale le ispiri tutte coteste belle melodie? -
E difatti sembrava proprio che qualche spirito si fosse impossessato di tutto quel mucchio d'ossa.
Anche a tempo del vecchio Mielnitzki, talora nelle solennità veniva chiamato a sostituirlo; ed in quella occasione egli dimenticava, sonando, tutto ciò che lo circondava e persino sè stesso. E questo accadeva sempre nel bel mezzo della sacra funzione, mentre i cuori dei devoti erano assorti nelle loro preci, e le nuvole dell'incenso salivano su sino alla vôlta; allora tutti facevano coro al canto, ch'egli aveva intonato.
In quei momenti Kleu non era più lui. La devota disposizione delle anime, il suono delle campane e dei campanelli, il profumo della mirra, dell'ambra e degli altri aromi, lo splendore dei ceri e i riflessi d'oro che mandava la sacra pisside, lo sublimavano sopra la sfera delle cose terrene.
Gli pareva in quei momenti d'essere rapito al cielo da ali divine insieme con la chiesa e i devoti. Il canonico, alzando la pisside, chiudeva gli occhi, e li chiudeva anche Kleu; si trovava lassù sul coro dell'organo in quei momenti in una estasi psichica, per la quale dimenticava persino ch'era lui che sonava; egli udiva soltanto le note uscire a torrenti dalle canne metalliche e riempire a ondate tutta quanta la chiesa, simili ad un fiume, che ora mormora sommesso come fa una fontana, ora alza la sua voce e manda un alto rumore per precipitarsi rapido, scrosciando nelle onde spumanti della cascata, riempiendo ogni angolo della casa di Dio d'un concerto di note, le quali fondevansi in un tutto, sì solenne, sì sacro che inebriava i sensi, e si mescolava con le nuvole dell'incenso indorate dai raggi del sole e con le voci umane, le quali ora simili al rumoreggiare di tuoni, ora in soavi accenti cantavano l'inno con parole che scaturivano vive e calde dai cuori. E quel canto si elevava al cielo simile ai singhiozzi dell'usignuolo, perdendosi nelle solenni note dell'organo e morendo a poco a poco sommesso e queto, come un'eco lontana.
Dopo la messa, Kleu scendeva giù per l'angusta scaletta coi sensi ancora inebriati, con gli occhi che parevano guardare nel mondo, nuotanti ancora in un sogno divino. Quel suo stato non sapeva esso stesso spiegarlo altrimenti, che col dire che si sentiva stanco. Il signor canonico gli chiudeva in mano di solito una moneta, gli bisbigliava all'orecchio una lode, e Kleu usciva di chiesa e si sperdeva fra la gente, che usciva in folla dal tempio. Tutti lo salutavano rispettosi, quantunque avesse sonato per sostituire il vecchio.
Ma dopo ch'egli aveva conquistato quel suo nuovo ufficio, egli avrebbe senza dubbio goduto una maggiore autorità e dignità.