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IV.
A questo punto gli venne l'idea, perchè la via gli sembrasse meno lunga, di sonare qualche cosa sull'oboe, non foss'altro, per isgranchire e rendere col movimento agili le sue magre dita irrigidite.
Strane e un po' esitanti, come se avessero paura di quella solitaria superficie bianca, risonarono le note per la pianura coperta di neve, e tanto più strane erano ad udirsi, in quanto non erano che ariette allegre, che Kleu soffiava a fatica dal suo strumento.
Erano quelle stesse ariette, che egli, esilarato dalle frequenti libazioni d'arak, aveva sonato nella stanza del mattonaio.
Olka, rapita dal sentimento della propria felicità, aveva unita la sua voce a quella dello strumento. La sua gentile vocina gli riecheggiava in questo momento nelle orecchie, ed egli ripeteva successivamente tutte le canzoni, ch'ell'aveva cantato.
La prima fu:
Colui che m'innamora,
E sgombragli la via,
Al mattonaio questa strofetta non era piaciuta; gli era sembrata troppo rusticana, e desiderava di sentire qualche cosa di più fino, di più gentile.
Allora essi ne avevano scelta un'altra, più bella, che Olka aveva imparata alla villa, e che diceva:
Padron Luigi è a caccia su que' colli,
E la Lenina in casa, e gli occhi ha molli.
Son per tornare: in ciel splende la luna,
E la Lenina dorme, per fortuna.
Questa piacque di più al mattonaio; ma quella che li fece tanto ridere tutt'e tre, fu la canzonetta intitolata: «La secchia verde». È una fanciulla che da principio piange e si lamenta che le sia stata rotta la secchia, ma poi a un tratto comincia a ridere e dice:
- Signore, tu mi hai rotta la mia secchia verde. -
Il padrone si affretta allora a consolarla, ed esclama:
Taci, taci, giovinetta,
Te la pago la secchietta!
Olka aveva tenuto lungamente le note cantando: la secchie .... e.... e.... etta, e poi aveva dato in una cordiale risata.
Kleu aveva posato l'oboe e le aveva pateticamente risposto:
Taci, taci, giovinetta....
Quella mossa, dinanzi ad Olka, lo aveva fatto ridere allegramente.
E della rimembranza ne rideva ancora nella notte, fredda e buia, ma rideva come meglio potea farlo con l'oboe fra le labbra, dall'allegria e dalla gioia della giornata, e continuava a sonare «La secchia verde».
Il freddo crescente, intanto minacciava di gelargli le labbra sul legno dell'oboe, e le dita, invece di diventargli più agili, gli s'irrigidivano sempre più; alla fine dovette smettere di sonare. Un poco sfiatato e col volto circondato dal vapore, che gli si sprigionava dalle narici e dalla bocca nell'atto del respirare, camminava a passi sempre più rapidi e svelti.
Dopo un poco fu preso dalla stanchezza; egli non aveva riflettuto che la neve, su i prati, è più alta, che sulle vie. Il poveretto si sentiva ognor più fiacco e pesante, e a gran fatica tirava su l'una dopo l'altra le sue lunghe gambe, che sprofondavano nella neve.
Oltre a ciò i prati avevano de' solchi e delle buche melmose, che la neve aveva coperte, dove spesso affondava fin sopra al ginocchio. Gli rincrebbe d'avere abbandonata la via battuta, su cui forse avrebbe potuto incontrare qualche veicolo, che lo avrebbe portato a Ponikla.
Le stelle scintillavano sempre più lucenti, il freddo cresceva tuttavia, e Kleu sudava affaticato ed esausto.
Un vento acuto soffiava spazzando il prato in direzione del fiume, e gli metteva i brividi addosso.
Kleu tentò un'altra volta di sonare, ma camminare e sonare insieme non potè più.
Poi fu soverchiato da un senso di solitudine; regnava un profondo silenzio tutt'all'intorno, e quel prato bianco era deserto.... e con tutto ciò andava tranquillo per il suo viaggio.
Ah, in Ponikla lo aspettava una calda casetta ciò nondimeno i suoi pensieri ritornavano a Zagrabia:
- Olka a quest'ora andrà a dormire; - mormorava a fior di labbra - grazie a Dio, anch'ell'ha una calda stanzina! -
E questo pensiero, che la sua Olka doveva stare tanto bene nella sua calda stanzina illuminata, gli rallegrava tanto il generoso cuore quanto più soffriva sotto l'acuto freddo, nel buio della notte.