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I
In autunno, e particolarmente nel novembre, vi sono spesso dei giorni così umidi, oscuri e tetri, che essi soli bastano a far sembrare anche noiosa la vita a un uomo sano. Dacchè Kamionka si sentiva sofferente, ed aveva cessato di lavorare alla sua statua «la Pietà», lo tormentava più la inclemenza della stagione che la sua malattia. Tutte le mattine si trascinava dal letto al finestrone del suo studio e ne asciugava i cristalli appannati, nella speranza di vedere anche una spanna di cielo azzurro; ma ogni mattina lo aspettava la medesima delusione.
Una nebbia densa e fitta, del color del piombo, incombeva sulla terra; non pioveva, ma ciò nondimeno il lastricato del cortile pareva una spugna satura d'acqua; tutto era umido, lubrico, penetrato di vapore acqueo, le cui singole gocciole, cadendo giù dall'orlo delle docce, misuravano con una tremenda monotonia il tempo, che torbido e pigro lentissimamente passava.
La finestra dello studio dava su una corte, che confinava sul di dietro con un giardino. Il praticello che si vedeva dall'inferriata, mostrava ancora un po' di verde malaticcio, in cui era già il germe della morte e della putrefazione. Ma gli alberi, con le loro poche foglie ingiallite, coi loro rami anneriti dalla soverchia umidità e più qua e più là coperti dalla nebbia, parevano completamente morti. Tutte le sere vi risuonava il gracchiare delle cornacchie, le quali, abbandonando foreste e campi, si traslocavano nel loro quartiere d'inverno in città, e sprimacciavano con grande strepito d'ali fra i rami il loro letto notturno.
In simili giorni lo studio, tetro com'era, somigliava un ossario. Il marmo e il gesso hanno bisogno d'un cielo azzurro, perchè una luce plumbea e smorta dà alla loro bianchezza qualche cosa di triste, mentre alle figure di terracotta toglie la nettezza delle linee e le muta in forme indeterminate e quasi spaventose.
Il sudicio e il disordine accrescevano la squallida impressione di quello studio. Sull'impiantito c'erano alti strati di polvere, formati in parte da frammenti di terracotta calpestati, in parte dal fango portato dal di fuori. Le pareti erano cupe, e adorne d'alcuni modelli di gesso, di piedi, di mani, di teste; tutto il resto, affatto squallido e nudo. Presso la finestra si vedeva uno specchietto, su cui era appeso un teschio umano e un mazzo di fiori secchi, ricoperto di polvere.
In un canto, il letto, con una sopra coperta, vecchia e bucherellata; poi, una toeletta con un candelliere di ferro. Kamionka, per bisogno di risparmiare, non aveva nè casa nè tetto, e dormiva nello studio. Un tempo c'era dinanzi al letto uno scenario, ma ora era stato tolto, acciocchè il malato avesse libera la vista della finestra, e potesse vedere se il tempo finalmente cambiasse in meglio. Una seconda finestra più grande, praticata nel soffitto dello studio, era così sovraccarica di polvere, che anche nei giorni più sereni e luminosi non mandava che una luce torbida e grigia.