Henryk Sienkiewicz
Natura e vita

TENEBRE E LUCE. RACCONTO DELLO STESSO AUTORE.

IV.

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IV.

Se ora Kamionka desiderava qualche cosa, era che si rasserenasse il tempo, che gli apparisse il sole nello studio. Giungeva persino a credere, che ciò gli avrebbe infuso coraggio. Era sempre stato, del resto, nemico della pioggia e dell'aria fosca, e simili giornate avevano sempre accresciuto la sua prostrazione e la sua tristezza. Quanto non doveva dunque soffrire adesso, che questo tempo senza speranza, come soleva chiamarlo, si univa alla sua infermità!

Tutte le mattine, quando la sua infermiera entrava col thè, Kamionka le domandava:

- Dimmi, fuori, si rasserena un po'?

- Ah! - rispondeva ella - c'è una nebbia che non ci si vede l'un l'altro. -

A questa risposta il malato soleva chiudere gli occhi, e rimaneva immobile per delle ore intere.

Nel cortile sempre il medesimo silenzio, e il medesimo monotono battere delle gocce della pioggia contro la doccia.

Verso le tre pomeridiane si faceva così buio, che l'infermo era costretto ad accendere il lume, ma era tanto debole, che anche questo gli costava fatica.

Prima di allungar la mano per prendere un fiammifero, e poi fregarlo per accenderlo, ci pensava un pezzo; poi stendeva pigramente le braccia, la cui magrezza si vedeva a traverso le maniche della camicia, e lui, come artista, ne sentiva orrore e amarezza. Quando aveva acceso il lume, si riposava ancora, senza moversi fino alla sera, quando veniva l'assistente, e stava ad occhi chiusi ad ascoltare il romorìo della pioggia.

Per tutto questo insieme di cose, lo studio offriva uno strano aspetto. La sottil fiaccola della candela illuminava il letto e l'infermo sulla cui fronte gittava una viva luce, che faceva più che mai risaltare la pelle prosciugata e ingiallita. Tutto il resto della stanza era involto dall'oscurità, che cresceva di minuto in minuto. Ma quanto fuori si faceva più buio, tanto più rosee e vive diventavano dentro le statue. La fiaccola della candela ora si abbassava, ora guizzava in alto, e in quello alternarsi di splendore anche le statue pareva che ora si abbassassero, ora si alzassero, come se volessero drizzarsi sulle punte de' piedi, per poter guardar meglio la scarna figura dell'artista, e convincersi così se fosse ancor vivo.

Perchè in quel volto stava come la immobilità della morte, se non che di tanto in tanto le labbra livide dell'infermo si movevano, come se egli pregasse e imprecasse al suo abbandono, alla sua desolazione, al lamentoso battere delle gocce della pioggia, le quali misuravanouniformemente le ore della sua malattia.

Una sera venne da lui l'assistente, alquanto più loquace del solito.

Ella disse:

- Ho tanto da fare, che mi è troppo gravoso il salire quassù due volte al giorno. Lei potrebbe prendere una suora di carità; le suore non costan nulla, e curano i malati meglio di chiunque altra donna. -

Kamionka trovò buono il consiglio; ma, come tutti gli uomini che vivono nell'amarezza e nel dolore, aveva l'abitudine di contraddire, quando gli veniva consigliato qualche cosa; e perciò non volle più discorrerne.

Ma quando l'assistente se ne fu andata, cominciò a riflettere sulla proposta. Una suora di carità!... è vero,... non costa nulla, e per giunta che aiuto, che comodo, fa!

Kamionka, poveretto, come tutti i malati abbandonati a stesso, provava un'infinità di voglie, di piccoli bisogni, che lo tormentavano e lo rendevano irascibile e impaziente. Spesso restava per delle ore col capo mal posato sul capezzale, prima di risolversi ad accomodarsi meglio i cuscini; qualche altra volta nella notte cominciava a sentir freddo, e chi sa che cosa avrebbe dato per una buona tazza di thè caldo; ma siccome durava tanta fatica ad accendere il lume, come poteva pensare a scaldarsi l'acqua e a farla bollire da ?

Una suora di carità gli avrebbe fatto tutto questo con lo zelo proprio di quelle infermiere. E quanto non è più facile con simili aiuti riaversi da una malattia!

Giunse così Kamionka al punto che cominciò a considerare una malattia accompagnata da siffatte circostanze come qualche cosa di desiderabile, e si meravigliava dentro di , che anche per lui una simile felicità era facile a conseguirsi.

E di più gli pareva, che se la suora gli entrasse in camera e recasse seco dentro una nuova letizia e fiducia, anche fuori il tempo migliorerebbe, e il monotono battere della pioggia cesserebbe di perseguitarlo.

Lo prese subito il pentimento di non aver fatto immediatamente buon viso al consiglio dell'assistente. Aveva in prospettiva una lunga e tenebrosa nottata, e l'assistente non sarebbe tornata da lui che la mattina dipoi. Vide chiaro che quella sarebbe stata per lui la notte più trista di tutte le altre già passate.

Per giunta gli si affacciò alla mente qual povero derelitto egli fosse, e per contrapposto gli si presentarono d'un tratto dinanzi agli occhi gli anni felici della sua giovinezza, e la consorte perduta. E come un momento prima il pensiero alla suora di carità, così ora la rimembranza de' tempi passati s'intrecciò nel suo cervello con la visione del sole, della luce, del tempo bello.

Cominciò a pensare alla sua cara defunta, a parlare con lei, come soleva fare spesso, quando la gli andava molto male. Finalmente si stancò, si sentì sfinito e si addormentò.

La candela sul suo comodino ardeva lentamente consumandosi. La fiaccola già rosea, cominciò a cangiarsi in azzurrognola, guizzò due o tre volte e si spense. Un buio profondo avvolse tutto lo studio.

E fuori intanto continuava la monotonia della pioggia che cadeva uniforme e trista, come se con essa cadesse sulla terra la malinconia di tutta quanta la natura.


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