Nicola Marselli
La ragione della musica moderna

Prologo.

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Prologo.

 

Ove muove questa folla la quale si urta per le vie e fa capannelle? V'ha chi s'incammina difilato alle cure del suo carico, e chi incede a zonzo per uccider la mattana; chi studia il passo per soccorrere un fratello, e chi lo rallenta ruminando egoistici disegni; chi serve e chi impera; altri contemplando le bellezze della Natura riposa la mente affaticata, ed altri si tempra a nuove imprese; quale porta sul volto il fastidio della gioja, e quale l'orgogliosa voluttà del dolore; quegli, miserabile, è gonfio del suo cocchio e de' suoi ciondoli, questi, ricco, superbisce de' suoi logori panni; a dritta una brigata di spensierati sciupa l'eredità degli avi, a manca un pallido artigiano trascina il corpo per guadagnar pane da sostenere i suoi figliuoli; qui un crocchio discorre di Arte, e a dirimpetto un altro di Borsa; da un canto parla alto la vanità dello stemma, dall'altro umile il tesoro della Virtù. Lontan lontano approda una nave da cui veggonsi vomitare diverse maniere di stoffe, e lunghesso il lido sghignazza il mercatante lieto de' suoi trionfi; qui vicino, in un misero ed oscuro chiassuolo, erra una donna vestita di nere gramaglie, circondata di scarni figliuoli, la quale nasconde sotto uno spesso velo la vergogna della miseria. Alza la fronte, o donna, il tuo consorte morì nelle battaglie onorato, e di se vergogni la Società che ti lascia languire negli stenti! Guardate, guardate quell'altera che passa daccanto alla poverella e le getta uno sguardo di dispregio perché non ha i ricamati dentelli. I dentelli, gli arazzi che ornano la dimora di colei furono comperati coll'oro di prezzolati amori, e coll'altro vinto in una partita del Lansquenet su di quell'uomo addolorato che ora, sotto la porta del Caffè, si passa la mano negli scomposti capelli. In quelle circostanze si levano al cielo i sibili, gli urli, gli schiamazzi spietati d'inzaccherati monelli che danno la baja ad un gobbo dal naso camuso, mentre difila ad essi accanto una quasi processione di giovanetti cui l'educazione rese di già seri, pensosi, uomini, e che abbattendosi ad un vecchio debile aprono rispettosamente le fila per dargli libero varco. Nel mezzo a quella sono due uomini che si stringono calorosamente le destre. Eglino guardano tutta questa scena e ne riportano una ferita nel cuore; l'uno traduce il suo dolore nella parola ritmica, forma il quadro della Società, pone a nudo i contrari lati, e fa piangere e fremere; l'altro suda a conciliare cosiffatti contrari, e colla soluzione del Problema, a sollevare l'Umanità! In fondo a quel trivio avanza lentamente un Filosofo, Vate della domane, il quale sullo scheletro della formola spargerà la bellezza e farà circolare la vita. — Passioni così diverse furono unificate jeri a sera, in teatro, da un semplice canto. Per bearsi dell'Arte anche il misero risparmiò un obolo, anche i mesti scordarono le angosce, seppellirono il dolore nel profondo del petto, e nell'Ideale della Melodia anche gl'ignobili si purificarono.

 

O gente che passi per questa via, e che di sotto alla cenere delle cure cotidiane hai un cuore che batte, non ti punge desiderio di conoscere da vicino, a fondo, la natura di quell'Arte che ti fece palpitare? Non ti vien genio di renderti ragione delle tue commozioni, e di essere iniziata alla profondità della Bellezza musicale? O fa sosta un istante, porgi orecchio a chi ti ama più che se stesso, e uniti adoperiamoci a penetrare nell'interno del Tempio artistico.

Ma questa voce è soffogata dal romorio della macchina sociale, e di quella gente la più parte o non l'ode o non se ne briga più che tanto.

Soffermati, che io non ti chieggo una viltà, ma amore ed attenzione. — E di mezzo a quei viandanti si levò una voce che disse gridando: Da noi che chiedi e a che ne importuni così, svolgendoci dalle faccende nostre? — Io non vi svolgo, ma è mia mente, mio supremo desiderio aspirare con voi al fine ultimo della Vita. — A che tu accumuli danaro? — A fine di vivere, rispose quell'uno. — E a che vivi tu? — Per godere. — E in qual cosa riponi il godimento? —Nei materiali piaceri. — Va, che in ciò sei pari all'animale che diguazza nelle gioje sensuali. — Dico anche negli spontanei sentimenti. — Li hai comuni eziandio cogli animali. Anche il cane saltella all'udire un canto, lecca amorosamente la mano al padrone, e sente la gratitudine e la fedeltà! Sentire e aver coscienza del sentire, ecco l'Uomo. Colla vita del Pensiero si tramuta bene anche il Sentimento, il quale da istintivo divien conscio e degno dell'Uomo. La Coscienza è dunque il termine ultimo della Vita, è il focolajo in cui tutti gli elementi vengono a fondersi. — E quando queste parole furono pronunziate, quel corifeo tacque, e si vide la folla aggrupparsi man mano e stringersi intorno all'Uomo da cui s'intese amata.

 

Sorgete da questo letargo spirituale, e sentite omai che la dignità dell'Uomo è nel sapersi spirito pensante. Nel fondo del vostro animo dorme, ma non è estinta, una divina Idea, ond'è bene ritornarla a vita. Lungamente, ahimè, vi tennero lontani dal sodalizio scientifico, ma vi entrerete, poi che sapere è dritto dell'Anima. Io offro al vostro esame le mie povere lucubrazioni, i miei spontanei sentimenti; ma voi siate sì cortesi da non sentenziare su di me innanzi di avermi udito per intero, e non m'irridete, o maltrattate, a fine, che io non dica con Cristo: non enim sciunt, quid faciunt. Saria crudele il vostro abbandono solo perché a tanto amore che vi porto, è generoso, anzi è forza rispondere con pari amore. Se erro correggetemi, ma col sorriso dell'Amico, anzi che col veleno dell'odio: correggendomi recherete gioja all'animo mio, comportandovi da fratelli al vostro. La parola della Scienza sia infine semenza che a suoi frutti giudicherete. Forse, dopo di esserci a vicenda sorretti nell'indagare l'essenza dell'Arte musicale, con animo novello ritorneremo in teatro, e forse altro da quel di prima ci parrà il mondo musicale.

 

Mi duole, o popolo, che la mia parola ti costi l'obolo sacro del lavoro. E mi duole non mica perché il mio orgoglio sia leso dal tuo oro. Tu non mi paghi, poi che impagabile è il sudore di chi affatica i giorni col pensiero dell'Umanità. Quel che mi accora è che povero è allo spesso il lettore profondo, che io strappo forse un pane all'indigente famiglia, ma anch'io non ho danaro soverchio, e me ne onoro; e del rimanente penso che se perverremo a scoprire i penetrali della Musica, la dovizia delle spirituali ricchezze ci compenserà della materiale povertà.

E la gente esultava di commettere a nuovi mari l'ardimentosa vela dell'ingegno, e solo alcuni pochi si allontanarono brontolando; ma il venticello che spirava dintorno sperdè la loro voce. Indietro uomini del passato! un benefico Iddio c’impose di meditare e palpitare all'aria aperta, o sotto le immensurabili volte di un Tempio infinito.

                       


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