Nicola Marselli
La ragione della musica moderna

Introduzione

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                        Introduzione

 

On ne peut pas entrer une seconde fois dans le même fleuve, car c'est une autre eau qui vieni à nous: elle se dissipe et s'amasse de nouveau; elle recherche et abandonne, elle s'approche et s'éloigne.

Eraclito.

 

A Berlino certa sera d'inverno un uomo si ridusse quasi per incantesimo nella dimora del Gluck, senza ch'ei sapesse mica chi gli fosse dinanzi, tanto che avendo scorto in uno scaffale alcuni libri su di cui era scritto a lettere d'oro:

 

Orfeo, Armida, Alceste, Ifigenia, ecc.

 

esclamò: Voi possedete tutte le Opere delGluck? L'Artista non rispose, contrasse la bocca con un sorriso nervoso, diede di piglio al volume su di cui era scritto Armida, e con passo solenne mosse verso il clavicembalo. Egli aperse il libro, il quale era rigato, ma senza alcuna nota scritta. — Io eseguirò la Sinfonia, disse, voltate le pagine in tempo. — Il maestoso tempo con cui ha principio la Sinfonia venne eseguito fedelmente, ma l'allegro era variato con nuove idee piene di vita e d'ingegno, di guisa che l'ascoltatore fu preso di meraviglia grandissima. Il Gluck era profondamente commosso dalle sue sensazioni, col canto passava dalle gradevoli note del tenore sino ad imitare il suono strepitoso dei cembali. Terminata la Sinfonia l'Artista si abbandonò sulla sedia spossato di fatica e chiuse gli occhi. Tosto si raddrizzò, e svolgendo rapidamente parecchie pagine bianche del libro, si lamentò con voce sorda ch'egli avesse disvelato il santo ai profani, i quali, non intendendolo, gli agghiacciarono quel suo cuore pieno di fuoco; ma infine esclamò: Ah, cantiamo ora la scena di Armida.

L'ascoltatore dice che cantò la scena finale di Armida con espressionegrande ch'egli si commosse sino al fondo del cuore, ma che eziandio in questo luogo l'Artista si allontanò d'assai dalla Musica originale, senza che però i suoi cangiamenti uscisser fuori da' dati del teatro del Gluck. I suoi canti riproducevano fortemente l'odio, l'amore, la disperazione e la rabbia; la sua voce era giovanile e flessibile, in forma che l'ascoltante tremava tutto ed era fuori di se1.

Che cosa è questo libro bianco? E per qual ragione l'Artista volendo eseguire la sua Opera non resta fedele alle proprie idee? Questo racconto dell'Hoffmann è forse scritto in un momento di ebbrezza e ripieno di un matto umorismo? Io non lo penso, anzi parmi che un concetto profondissimo si nasconda sotto la veste umoristica. Alziamo il velo e facciamo di scoprire il segreto.

L'Artista grande e vero, nel cui seno palpita un'Idea indefinita, come prima ha informato il suo concetto, ch'egli è scontento del limite imposto. Né il suo sfastidio si volge soltanto alla forma, come si tiene ordinariamente, ma eziandio al concetto incarnato, il quale, essendo consorte di quella, torna impossibile il vederlo solo e nudo. La contraddizione sorge tra il vago ed indefinito concetto della mente e quello determinato e circoscritto dell'opera creata. Ne' concetti artistici s'infiltra un elemento indescrivibile, un certo non so che, il quale persegue l'Artista nelle sue creazioni, e fa che egli rimanga non pago di quei cancelli in cui non potè rinserrare quell'elemento che, siccome avoltojo, gli divora inesorabilmente il cuore. Quest'elemento e il naturale progredire dell'ingegno umano sono la cagione che l'Artista grande vorrebbe trasformare di continuo i suoi lavori. Guai a colui che si tiene pienamente e sempre soddisfatto delle opere sue! È questo un indizio sicurissimo ch'egli non sortì di natura un'anima capace di racchiudere l'Infinito. Il Gluck adunque volendo eseguire la sua Armida, doveva di necessità variare il testo. E il libro che gli sta dinanzi è mestieri sia carta bianca, siccome simbolo che l'Armida vera non è deposta, né può essere, in poche pagine, ma abita i campi interminati dell'ingegno dell'Artista. L'Armida che si getta sulla carta è quella di oggi, anzi dell'istante presente, ma l'Artista dopo aver balzato di gioja creando quelle note musicali, dopo di essersi per breve ora adagiato col pensiero in esse, le guarderà di poi coll'occhio malinconico dello scontento.

Ma perché non possiamo noi tutta trasfondere nella forma sensibile la piena dei nostri sentimenti, delle nostre idee? Perché il dolore dev'essere compagno eterno delle più nobili consolazioni? Per l'anelito alla Perfezione che governa le umane cose. Non pure l'Arte ma Tutto è sottoposto a questo anelito. Guardate l'affannoso incedere dell'Individuo nei campi della Scienza, della Vita in generale. Oggi una disciplina vi riempie tutto l'animo, ma domani voi provate il desiderio prepotente d'interrogare eziandio le adiacenti; al presente voi siete soddisfatto d'un vostro lavoro, ma di poi scorgete in esso un vuoto ch'è mestieri colmare con nuovi studi e aggiungendo una perfezione più alta. Sconfinare e poi sconfinare, correre da un'idea alla seguente, spaziare sempre meglio pel mare infinito del Vero, ecco la vita angosciosa e pur bella del Sapiente. E questo mare interminabile basta forse all'ampio petto dell'Uomo? No, esso è angusto d'assai. Che cosa faceste del Cuore? L'avete forse seppellito nel profondo di una polverosa Biblioteca? Ah la voluttà della Scienza non acquetò il bisogno di Amore, e l'Uomo, povero fil d'erba abbandonato a precipitosa corrente, è sbattuto dalla Scienza all'Arte, da questa al fastidio dei vani sollazzi, e poi si stringe alla Donna del suo cuore. L'Amicizia che un sparse di conforto la sua vita, ora non più gli basta, e vuole scaldarsi col sentimento dell'Amore. E la vita di Amore è seguela instancabile di aspirazioni. Oh se il cuore di quella Donna palpitasse per me! grida l'uomo famelico di affettuose commozioni; e a lui pare che conseguirà la felicità quando lo sguardo furtivo della Donna gli avrà rivelato il romito segreto dell'anima amante. Svegliatosi il legame de' cuori, all'Uomo non più bastano i palpiti, e vorrà popolare la squallida solitudine col torre in moglie la creatura adorata; e poi che l'ha fatta sua, a lui parrà sterile e languida la vita senza i figliuoli. Un nuovo flusso incomincia: dolori e gioje, Scienza e Famiglia, Arte e prosa della vita, tutto si mescola in un Tutto avvivato da che? Dalla Mutabilità. La quale lavora però attorno ad un nocciuolo costante che perdura mai sempre uguale a se, ed è? Che Io son sempre Io. Il fuoco dell'Io consuma incessantemente i lacci del Finito sino a quando viene a spegnerlo l'inesorabile Morte.

Adunque il Movimento, il perfezionarsi continuo è la legge che governa il Tutto, e l'Esistenza fissa non è altro che il solidificarsi del fluire, il riposo in questo interminabile viaggio dello Spirito universale, ma un solidificarsi che lentamente si volatilizza, un riposo latentemente agitato e commosso. Il consumarsi della Cosa incomincia dal momento in cui essa nasce. Cammina, cammina è la voce che tuona alle orecchie dell'Uomo, quando questi stanco delle durate fatiche adagia sulla terra le membra abbattute; e l'Uomo si leva gigante, riprende vigoroso il suo viaggio di trionfi e conquide col suo ingegno la Terra, il Mare e l'Aria. Nulla basta a quest'essere ardito. A Colombo non bastò l'Europa, a Newton non la Terra, all'Humbolt non il Sistema planetario. E v'hanno alcuni che guardando solo i vizi inerenti alla natura umana, dispregiano questa nobile essenza. Chi non sente la grandezza dell'Uomo è degno di essere rigettato tra i bruti, e chi non crede alla Virtù non la sente. Alziamo monumenti per onorare quelle opere con cui l'Uomo si sforzò di sollevare i mali dell'Umanità, spargiamo di are la Terra, e chiamiamo le Arti per rendere compiuta la Festa dell'umano Spirito.

Concorreranno tutte queste sorelle, e saravvi alcuna che aprirà la via alle altre? Sino a quando avremo un cuore per palpitare, noi vorremo compagne eterne dei nostri sentimenti, le Arti, di alti affetti inspiratrici. A questa Festa l'Architettura comporrà un piedistallo formato dall'unione delle più grandi invenzioni umane, artisticamente e razionalmente disposte e ordinate: la Scoltura vi adagerà la Statua dell'Uomo, ne' cui occhi sarà la vitale pupilla, e sulle cui forme si muoverà l'intima passione, meglio che non faccia nella plastica greca; la Pittura ornerà le modeste pareti, rappresentando non pure le geste pubbliche degli Eroi, ma co' quadri di Genere invitandoci eziandio a penetrare nell'abituro dell'Uomo, ove questi compie la sua educazione, e col sudore della fronte lotta con svariate potenze a fine di temprarsi alla Virtù, e di poggiare all'altezza del Vero. Le rimanenti due pareti saranno ornate col Ritratto, in cui, meglio che nella Statua, acquisteranno vita gli interni travagli e le pieghe tutte dell'anima umana, e col Paesaggio, il quale saprà destare la Natura e avvivarla col raggio tremulo dello Spirito. Ultime, ma più onorate, appariranno maestose la Musica e la Poesia. A questa verrà affidata l'altissima deputazione di rendere colle sensibili immagini e col numero poetico i concetti scientifici dell'Età, e di cantar gloria agl'immensi trovati dei Secoli. Destinato sublime, il quale rende da questo lato la Poesia prima fra le Arti. Ma che cosa avverrà allorquando l'aria incomincerà ad essere scossa dal suono melodioso di armonici strumenti? Un fremito singolare correrà per le ossa della folla che assiste a questo nuovo spettacolo; un ghiaccio amabile serpeggerà ne' visceri di tutti; le lagrime furtive irrigheranno le guance delle creature più sensibili, sino a quando una frase speciale unificherà tante anime disparate in un grido di applauso. Donde quest'arcana potenza della Musica? Abbiamo detto che così la Natura come l'Uomo con veci eterne si trasformano mai sempre. Ora io penso che l'indefinito della Musica si sposa maravigliosamente coll'indefinita aspirazione dell'anima umana, e non urta, anzi lascia libera qualunque maniera di sentimenti, di guisa che ciascuno circoscrive la nube vaga dei canti co' suoi affetti predominanti. Le altre Arti hanno tutte un elemento indefinito, ma è minore di quello che serpeggia in seno alla Musica, e però comandano l'animo dello spettatore coll'istessa durezza con cui le madri spartane congedavano i figliuoli che muovevano per la guerra. Ma nella Musica, o che il vostro cuore sia occupato dalla Scienza, o che venga agitato dall'Amore, sempre la melodia saprà penetrare nel suo fuoco e scuoterlo profondamente, e sempre il cuore rinverrà i suoi palpiti in quel canto; anzi a quel modo che i sentimenti del nostro animo delineano, configurano il canto, parimente questo porge vita maggiore ai sentimenti medesimi. Ciò rende la Musica Arte universale, e le assicura, accanto alla Poesia, un certo primato pei secoli dei secoli. Nella Festa dell'Uomo nessun'Arte meglio di essa può rendere l'essenza riposta dall'Uomo, intendo l'anelito indefinito di sconfinare, e però gli uomini di opposte tendenze l'amano nientedimeno con pari calore. Platone e i barbari del Nord, il giurista Thibaut e il povero villanzone, tutti amano passionatamente quest'Arte, la quale oggi predomina in ispezie, perché oggi trova il suolo acconcio in un Secolo non mai pago delle scoperte fatte, e nell'Uomo renduto più intimo e profondo dalla Coscienza invigorita nelle lotte annose e continue. V'hanno alcuni i quali spiegano la subordinazione in cui la Musica era tenuta appresso gli Antichi, dicendo che a quei tempi ella era povera di mezzi: ma a costoro io domanderei il perché del loro perché, voglio dire la ragione che impedì di perfezionare e arricchire la Musica a quegli stessi uomini che porsero tanta bellezza alla pietra e a' colori. È bene di persuadersi che la vera spiegazione di un fatto è da rinvenire nei penetrali dell'anima umana, anzi che nelle esteriori combinazioni, le quali son prodotte dall'intimo dell'Uomo. Oggidì la Musica distende sin sulla Poesia la sua ala, e noi nelle Contemplations dell'Hugo incontriamo alcune liriche le quali ci traggono nella loro nube e ci comandano di compirle colle nostre idee, anzi che offrirci il loro fondo scoperto a nudo e decisamente contornato. La Poesia dal suo canto opera sulla Musica, poiché questa si sforza a determinare il sentimento come fa la parola. Entrambe percorrono divise la loro via, l'una contentandosi del metro e l'altra di semplici istrumenti, ma entrambe congiungono per via le loro destre, si sorreggono a vicenda; la Poesia porgendo alla Musica una tela abbozzata su di cui adagiar le note, e la Musica colorendo la parte lirica, colmando gl'intermezzi, accompagnando il rimanente de' Poemi, eziandio compiuti, come è il caso del Fausto del Goethe. Queste due Arti adunque son destinate a sopravvivere alla morte successiva dei Secoli ed a predominare sulle altre.

Ora se la Musica occupa una partegrande dello Spirito, io stimo, che la Scienza debba tendere eziandio la mano a quest'Arte divina, e venirla ad illuminare, disvelando ai profani le nascoste bellezze e i riposti segreti. Con dolore profondo io veggo la Critica musicale negletta dai veri Pensatori, abbandonata nelle mani di uomini non iniziati a' misteri delle Arti. Innanzi allo sguardo del Sapiente tutto è importante, come l'ultimo fil di erba è necessario all'economia del Cosmo; ma in alcuni tempi sonvi ricerche più che le rimanenti belle e importanti. Al Secolo XIX, Secolo scientifico che di qualunque cosa vuol discoprire l'intima ragione, io credo che sia prepotente desiderio delle anime elevate il volgere la mente ad indagare l'essenza di un'Arte che siffattamente solleva tutti dalla prosa e dalle tempeste della vita. Questo desiderio l'ho inteso anch'io. Strappare da mani inesperte e volgari i cenci della divina veste musicale, ravvivarli col calore dell'animo, comporli col metodo e coll'ordine delle severe discipline, e deporre l'abito nel Tempio della Scienza, è stato il mio voto supremo. Ho forse nudrito una speranza superba di troppo, ma io sentiva il debito di tentare questa impresa a fine di rendere un tributo di gratitudine a quell'Arte che confortò le mie ore di ozio, che tanti dolori mi lenì, e che mi rese migliore. Usato a meditare su di tutto, io meditai eziandio su di un'Arte che tanto parlava al cuor mio. Inoltre applicare alla Musica le teoriche della Filosofia dell'Arte parvemi il mezzo di far penetrare nell'universale alcune idee artistiche che io vagheggio, atteso che i lavori che trattano di Musica corrono per le mani di tutti. A chi conosce la natura de' miei studi non rechi adunque maraviglia che io scrivo di Musica, e innanzi al tribunale dell'Arte vagliami il grande amore con cui la contemplo, e la coscienza con cui detto questo libro.

 

Ein Philosophiren ohne System kann nichts Wissenschaftliches seyn; ausserdem dass solches Philosophiren für sich mehr eine subjektive Sinnesart ausdrückt, ist es seinem Inhalte nach zufällig.

Hegel Die Logik.

 

Le Arti indefinite non possono venir sottomesse a Critica definita. Tutte le Arti hanno quest'elemento indefinito, poi che elle si muovono nella sfera del Sentimento; ma se togli l'Arte della Parola, si può dire che siffatto elemento cresce a proporzione che scema la materialità dell'Arte; di guisa che lievissimo nella Architettura e nella Scoltura, è di poi grande nella Pittura, grandissimo nella Musica, sino a che diminuisce di nuovo nell'Arte della Parola, più che ogni altra determinata. Il vago sentimento musicale non può adunque essere obbietto di una rigorosa Critica scientifica. Nientedimeno havvi nell'Arte eziandio un elemento definito e però definibile, ossia capace di Critica. V'è pertanto un modo di circoscrivere fra certi limiti le opinioni vaganti che si portano sulla bellezza di un'Opera in Musica? Io tengo che questo modo vi sia, e consista nell'indagare e stabilire esattamente la Nozione, o la natura che dir si voglia, della Musica; nel vedere di poi quali forme riceva nel corso storico simigliante Nozione. Queste due ricerche appartengono all'Estetica musicale, perché qui la Storia non è studiata nelle sue minute particolarità, ma nelle categorie generali in cui si adagia luminosamente quella Nozione prima. Ajutati da tali ricerche potremo farci a studiare il carattere d'un'Opera musicale, il che forma lo scopo speciale della Critica. Molti errori spariranno, molte vane declamazioni taceranno, e su di un Maestro si porterà un giudizio razionale per quanto si può maggiore. Se ci persuaderemo che l'Ideale della Musica è nell'indefinito, non chiameremo più corona dell'Arte la Musica fortemente determinatrice delle passioni: se studieremo che la Musica dee diventar drammatica per una necessità storica, non grideremo più che il Roberto del Meyerbeer non è Musica sol perché v'ha penuria di canti belliniani, e simili. Le due predette ricerche formano il contenuto di due miei lavori, l'uno de' quali riguarda La Musica e l'altro Lo Svolgimento storico della Musica. Quest'ultimo contiene tre parti, le quali riguardano Il Passato, Il Presente e L'Avvenire della Musica. In quanto si è al modo con cui il Critico, soccorso da tale studio, si può fare ad interpetrare un'Opera, io reputo che sia non che difficile, impossibile svestirsi del proprio sentimento e pronunziare una sentenza rigorosa e scientifica; nientedimeno porto ferma credenza che si possa, eziandio nel dominio del sentimento, poggiare ad un'altezza maggiore di quella a cui sale la volgare Critica. Questa si rimane ad un continuo e povero esclamare, dove che la Critica vera, oltre alle vedute scientifiche, al metodo della trattazione ed alle notizie storiche, può far testimonio d'un sentimento ricchissimo, di gusto sano, e della capacità di saper rifare colla parola l'opera dell'Artista, presentandola ai lettori rivestita di colori vivi, ed arricchita di osservazioni razionali; la qual cosa richiede, oltre della mente, un'anima pari a quella dell'Artista che creò la grande opera di Arte, e di più la capacità a sapersi intrinsecare colle moltiplici forme del Bello. Ora, anzi che dettare la teorica della Critica musicale, m'è paruto miglior consiglio il dar persona e vita a' miei concetti, pubblicando alcuni Saggi i quali contengono attuato il fare che io stimo ragionevole nell'usare di Critica musicale. Le due parti precedenti sono adunque da tenere siccome il fondamento della terza, ovvero della Critica musicale, la quale tripartisco del pari. Ed in vero tre ricerche io stimo fuor di modo necessarie, e sono: rigettare una falsa Critica predominante; offrire un Saggio del metodo da seguire nel classificare lo stile generale di un Autore; ed in termine applicare le precedenti indagini all'esame d'una qualunque Opera particolare. A fine di porre in rilievo il cattivo andazzo d'una falsa Critica, ho preso a parlare di M. Scudo, parendomi uno de' corifei della Critica volgare, e mi son fermato a combattere l'insano giudizio ch'egli porta del Mercadante, stimando esser debito di qualunque scrittore italiano il protestare contro le ingiurie che si lanciano verso i grandi Uomini della propria Patria. Per istabilire il metodo da usare nel caratterizzare un compositore, ho preso a soggetto la Musica del Verdi occupando questo Maestro a' nostri il campo della Musica. Ed in ultimo per la terza ricerca mi sono adoperato ad esaminare il Trovatore del Verdi ed il Miserere del Mercadante, a fine di trattare un soggetto profano ed un altro sacro, ed entrambi notissimi a' miei Concittadini. Le predette ricerche, intese nel modo ristretto con cui credo che si possa fare la Critica dell'Arte musicale, io chiamo indagar la Ragione della Musica; e siccome predominano in questo libro i Tempi moderni, così lo intitolo La Ragione della Musica moderna, quantunque si rimonti eziandio alla essenza universale della Musica, e quella essenza si accompagni nelle sue principali manifestazioni storiche.

Cotesti lavori, salvo il Prologo, l'Introduzione, la Conchiusione e quelli sopra il Presente e l'Avvenire della Musica, io ho di già dato alle stampe sul Giornale La Musica, sul Museo e sull'Antologia Contemporanea. L'essere dettati in tempi diversi ha ingenerato qualche ripetizione, la quale io non ho mandato via, perché le idee nuove non si dicono mai tanto che non si debbano ripetere molto più. Al presente riunisco siffatti lavori in un volume, perché, come si scorge dal detto, si collegano in unità, perché ad essi non si fece mal viso, anzi qualcuno li pose a ruba senza brigarsi di citarmi, e perché credo non tornino interamente inutili oggidì che non v'ha quasi alcuno il quale non si creda nel debito di sentenziare in fatto di Musica. Potrebbe parere strano, ma è natural cosa, che la Scienza vada coi calzari di piombo, e gl'ignoranti colle bottes de sept lieues.

Non si tenga che la tripartizione continua con cui è condotto il libro sia venuta su a caso, o sia un mero artifizio formale. Per contra essa risulta dall'applicazione di un Metodo vero e razionale, il quale porge il carattere scientifico a qualsiasi materia. E non credendo acconcio di venir qui a discutere del Metodo, rimando i lettori a quel che ne ho detto nella mia Introduzione all'Architettura Comparata.

A coloro i quali, a cagione di queste trilogie, argomentano che io sia seguace dell'Hegel, rispondo che il sono all'istesso modo con cui accetto Platone, Aristotile, Mallebranche, Leibnitz ecc, ovvero assimilandomi il Principio universale che ciascun Pensatore ha recato nella Scienza, e collocandolo come parte della Verità, senza incarcerare il mio Spirito nella lettera di un solo Sistema, e renderlo pedissequo delle svariate deduzioni che appartengono alla soggettività dell'Autore. Ogni Sistema filosofico produce l'analisi di un lato del Vero, onde nella Storia della Filosofia scorgiamo un succedersi di Principii i quali non sono punto contradditori, ma capaci di essere ordinati o conciliati, quando un Demiurgo, ingegnere grande di questo edilizio scientifico, scovre il metodo che essi han seguito inconsciamente. Riguardo all'Hegel il caso è diverso da quello degli altri Pensatori, perché egli non ha portato propriamente una nuova pietra all'edilizio filosofico, ma le pietre di già ammonticchiate ha sistematicamente disposte in guisa da formare un armonico Tutto; di sorta che il Metodo è il suo vero trovato. Come di Platone accetto l'Idea, come di Aristotile l'Empirismo, senza stimare che i loro Principii sieno contradditori, ma al contrario armonizzabili, così dell'Hegel la Formola armonica, il Metodo trilogico, ma non tutte le conseguenze che egli ha tratto usando del suo istrumento; nel qual procedere non mi reputo illogico, ché anzi credo l'Hegel istesso alcuna volta non abbia dedotto per dritto. Partendo dal suo Metodo è mestieri modificare molte parti del suo Sistema, le quali sono incompatibili collo stato attuale delle Scienze fisiche e morali, e poi procedere sempre innanzi a incorporare nella Scienza prima le nuove scoperte delle Scienze seconde per categorizzarle metodicamente. Conchiudo facendo chiara professione che io non credo punto la Scienza sia un circolo che si chiuda, in guisa che l'Hegel, come ultimo Filosofo grande, abbia detto o potuto dire su di tutto l'ultima parola, ma che per contrario la Scienza sia circolo di raggi infiniti per numero e per lunghezza. Rigetto adunque il nome di hegeliano, come qualunque altra etichetta che rende la Scienza una faccenda affatto personale e unilaterale. Sempre ricordo di aver dritto a non giurare nel verbo di alcun Filosofo, e se accetto i grandi Principii de' grandi Pensatori, so di non restar meno su' miei propri piedi. Per tanto in questo libro si troveranno idee di già acquistate nel campo della Scienza, sulle quali però io cerco di soffiare il calore del mio animo, tenendo modo che non restino allo stato di morta lettera o di estrinseco formulismo, e s'incontrerà forse qualche idea affatto nuova, come nuova ricerca io stimo l'applicare il Metodo razionale alla Critica musicale.

Riguardo allo stile con cui debbono andare scritti i lavori di Critica, io credo che sia da tenere un modo mezzo fra il rigore scientifico e l'amenità o popolarità artistica, usando liberamente i materiali della lingua che la tradizione ci somministra. Su di ciò non mi dilungo a parlare avendone di già detto abbastanza nella Prefazione a' miei Saggi di Critica Storica, nella quale mi sono adoperato a dimostrare lo stato in cui è caduta questa povera nostra letteratura. La suprema legge dello scrivere si è che la forma dev'essere rispondente al contenuto. Or siccome alcuni dei lavori che io raccolgo in questo volume, vennero dettati da guari tempo e in epoche diverse, così non sono tutti interamente fedeli a quella legge, tanto che in essi talvolta predomina una soverchia austerità scientifica e in altri una forma leccata di troppo. Nientedimeno io li ho rimasti tali quali erano, per dimostrare, che se rigetto il fare leccato dei pedanti, non è mica per non sapere, ma piuttosto per non volere, e come conseguenza di un sistema sulla lingua il quale ha messo fortemente le barbe nella mia mente. E se ne' miei Saggi di Critica Storica mi adoperai a scrivere in istile a soggetti scientifici conveniente (da altri detto matematico) in queste pagine spero che siavi quel calore conveniente e soggetti presso che artistici. E così facendo mi affido che le anime calde e giovanili sentiranno che le ideali categorie non hanno estinto in me quel fuoco del sentimento il quale è necessario per vivificarle ed incarnarle. No, il mio cuore batte franco e il mio petto è ansante di gioja sotto l'ala, non ferrea, ma benefica della Ragione. Chi sente incompostamente, irrazionalmente non si dice che sente, ma che si muove per istinto animalesco.

A qualche obbiezione mossa contro il mio modo generale di considerare l'Arte, la Storia la Scienza, esposto ne' detti Saggi, io non rispondo altrimenti che continuando nella medesima via; il che reco ad atto con questo libro; e mi reputo troppo avventurato che per confutare le mie idee si abbia da gridare contro la Scienza presente, anzi contro tutta l'Età moderna. In verità io non avrei mai osato di sperare l'onore che mi vien fatto a questo modo, ma né anche avrei creduto che s'incontrasse alcuno sì leggiero da stimare che in poche carte, con vuote declamazioni e fanciullesco sarcasmo, si potessero abbattere que' Principii che l'Umanità ha acquistato a traverso i Secoli. Inoltre io tengo che il silenzio sia debito di un autore, quando colui che lo accusa stiracchia il senso di alcune sue frasi, altre pone in oscurità, e in generale non ha esatta conoscenza della causa di cui vuol seder giudice. Forse ciò avviene senza saputa del Critico medesimo, perché altrimenti, anzi che compatire la sua ignoranza, io dovrei muovere rimprovero alla cattiva coscienza di lui. E però, affin che la discussione fosse proficua, sarebbe mestieri stendere un trattato di Filosofia della Storia, di Estetica, ecc, ecc; e raccomandare o maggiore attenzione, o miglior coscienza nella lettura, perché in un libro pensato le frasi si completano fra di loro: distaccarne una dall'insieme per osservarla sola, suona lo stesso che adoperarsi a vedere un corpo senza la luce.

I Trattati poi sono di già scritti, ma non basta l'ingojarli; fa d'uopo l'avere organi robusti per digerirli; il che non può avvenire se non quando l'esercizio continuo e solitario li fortifichi, tenendo modo che non svaghino e non si sciupino altrimenti. Dirò breve, e ponendo da banda la falsa modestia, che tra colui il quale intende di iniziare un movimento letterario e scientifico più alto, più profondo e più nuovo, e tra i pedanti e i gretti seguaci di contingenti idee, deve sorgere per necessità la lotta; di guisa che io lascio correr l'acqua alla china, vo lieto e fiero dell'opposizione, securo che il Vero e il tempo, suo ministro, mi spazzeranno la strada. Nel segreto della mia cameretta, in compagnia solo di alcune adorate immagini, io rivolgo il mio sguardo all'indefinito orizzonte, e delle lunghe vigilie, delle notti insonni, della salute infiacchita mi rinfranco. Alcuna volta la mia solitudine è allegrata dal bacio, dalla stretta di mano di un amico leale, e ciò mi rincora più che non m'opprima il circostante bujo e assordi il romorìo de' flutti sottoposti. La vera Scienza trionferà, ecco il grido che manda sovente il Genio che mi sorregge. Così nelle tempeste della vita io divento uomo, mi fo tetragono; e quando veggo vacillare il Vero e sento strisciar dattorno la serpe velenosa, è un Cristo dello Steuben per consolarmi e porgermi forza.

Mi si consenta che io dica un'altra parola sulle mie tendenze. Rileggendo queste carte mi accorgo di essere stato qualche volta alquanto duro e forse superbo di troppo, il che mi accora grandemente, poiché io sento di essere un atomo nell'oceano del Sapere, un umile propugnatore del Vero. Venero profondamente qualunque uomo studia con leale coscienza, e non mi sento mai da più di chi reca un modesto tributo all'Altare della Scienza; ma confesso che a temprar duramente la mia penna non poco concorre lo sdegno che io sento verso il letterario mercato che da taluni si va facendo. Vilipesa io veggo da costoro ogni nobile idea, professati impudentemente gli errori più scempi, onde rientro nella mia Coscienza e mi rincoro. Inoltre porto fede che non vi sia scrittore il quale non senta l'opera ch'egli reca ad atto e non creda di giovare l'universale, senza di che io non so per qual cagione egli scriva o stampi un libro che stima poca cosa; onde quegli atti di modestia ch'egli va facendo innanzi al pubblico, son falsi e inverecondi. Protesto altamente che l'animo mio è alieno da cosiffatte sdolcinature e menzogne, e che io non intendo di fare insulto all'intelligenza de' lettori reputando di poterli guadagnare con queste arti miserabili. Il valore reale ed intrinseco di un libro è la miglior raccomandazione per un autore. Ecco le ragioni che mi han condotto a lasciar correre quei luoghi come vennero fuori dal mio animo spontaneo. Vo sicuro che questa franchezza sarà tollerata dall'animo schietto e benevolo de' miei Concittadini, come di un amico fedele si sopporta la durezza, anzi si compatisce benanche qualche difetto.

 

On s'est joué de ce qu'il y a de plus sacre au monde, la naïveté de l'àme humaine arrivant à la connaissance et a la vie.

 

È ormai tempo di abbandonare il vestibulo. — Lascia, o lettore, le tue preoccupazioni, i tuoi pregiudizi artistici, le volgari idee, gli adagi decrepiti, le ripetute vuotaggini. Formane un fascio e gettalo via. Tu non sai questo fardello artificiale quante gioje, quante commozioni rapisce all'anima tua, alla quale non potrà mai giungere l'effluvio delle pure melodie fino a quando la coprirà involucromassiccio e pesante. Ponti una mano sul cuore, aprilo alle consolazioni pellegrine dell'Arte, ascoltane i palpiti spontanei, e fa che l'occhio della mente guidi e non schiacci, purifichi e non appanni i sentimenti dell'anima. Non  credere che l'Arte sia divisa dal Pensiero; non paventare le lunghe e penose meditazioni, ché queste tesori ricchissimi ti scopriranno, e troverai, sì troverai, il guiderdone alle tue vigilie. L'ardito viaggiatore non ascende faticosamente sulla vetta de' monti per discoprire la sottoposta Natura e godere al sorgere del Sole? Aspetta intrepido i responsi di una Scienza che non inaridisce il cuore, godi a ribocco di quell'ardore del sentimento che non offusca lo splendore del Vero, che allora noi ci stringeremo calorosamente le destre, e forse fra noi saravvi simpatia. Altrimenti lasciami da banda, ch'io mi terrò pago, anzi superbirò di batter solitario la via intrapresa.

 





1 V. Hoffmann, PHANTASIESTÜCKE IN CALLOT'S MANIER BLÄTTER AUS DEM TAGEBUCHE EINES  REISENDEN  ENTHUSIASTEN, Ritter GluckBerlin 1827, S. 4.



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