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La Musica attende adunque un grande e novello Artista. Dove sorgerà quest'Astro dell'Avvenire? Forse non nelle selve teutoniche, luoghi prediletti del ritiro scientifico e dell'armonia musicale; forse non nelle piazze e nei saloni parigini, ove convengono Artisti desiderosi di pingere quella lussureggiante realtà, quella vita mobile che loro si spiega dinanzi; forse non nel mezzo del Popolo inglese, poi che quella ragione che il fa grande, industrioso, commerciante, macchinista, marinaro, economista, lo rende poco acconcio alla Musica. L'Inghilterra è la materia, il piedistallo su di cui riposa la Statua mnemonica che il sorgere del raggio mattutino fa sciogliere in cantici melodiosi. Ov'è gittata cotesta Statua maravigliosa? Lasciate che io mi rivolga infine alla Patria mia, e scovra di sotto al terreno inaridito la semenza avida e prolifica. Ci resta, ancora ci resta un'arpa con cui conquidere l'animo dell'Umanità, e tenere un primato tra i primati delle altre Nazioni. Oggidì alla Musica dobbiamo se il nome nostro suona inteso sin nell'America, onde stringiamoci a quest'Arte e adoperiamoci a suscitare i suoi progressi; che se altri perverrà a strapparci la corona dal capo, noi potremo rassegnarci a scendere per lungo tempo sotterra. Non per cieco amore nazionale, ma pensatamente io dico che l'Italiano può reggere i futuri destini dell'Arte musicale, poi che egli porta nell'animo un fiume di melodia, essenza della Musica, e conserva la tendenza riflessa e scientifica, non smentita dalla nostra Istoria. Il suo facile e duttile ingegno il rende capace di acquistare ciò che gli manca e di temprare vieppiù l'acciajo della meditazione; ma gli stranieri per sforzi che facciano non sveglieranno nel loro petto quella melodia che sgorga libera e spontanea di natura.
Associando il nome italiano ai fati dell'Arte musicale noi il renderemo caro all'universale, siccome agli animi di tutti parla quest'Arte divina, e ogni angolo della Terra si commoverà al suono della nostra favella. La Musica allegra il cammino al viandante, conforta la paura del notturno viaggiatore, ricrea gli ozi, eccita e calma il furore delle battaglie, sveglia e rinfoca gli amori, e governa nei profumati salotti del grande come nella modesta dimora del plebeo, poi che quegli vuol fuggire il fastidio degli ozi vergognosi, e questi consolare le angosce immeritate che desolano la sua vita. Potere quasi incomprensibile ha quest'Arte, dacché il tocco degli avori o di poche corde lenisce affanni divoratori e fa sparire le nubi che offuscano la travagliata esistenza. Benedetta adunque sarà questa gente italiana da qualunque animo che palpita all'udire la canzone musicale. Oh noi grandi se al presente e nell'avvenire i Popoli lontani commovendosi alla dolcezza o al fremito di un canto, e chiedendone dell'Autore, ne avranno in risposta un nome che ha per patria l'Italia!
A volersi porre sul capo la corona dell'Arte musicale è mestieri però non andare a ritroso delle tendenze di questa, ma secondarle, anzi sopravvanzarle. È un miserando spettacolo il vedere che alcuni Artisti sciupano la loro attività a ripetere viete forme, non intendono le aspirazioni dell'Età, e non sentono che fine dell'Arte è il far palpitare i contemporanei, o i posteri, quando quelli son pigri o per necessità incapaci di comprendere l'Artista novello. Noi Italiani in ispecie dobbiamo stare in guardia per cansare questo scoglio, poi che siamo troppo teneri delle cadute tradizioni artistiche.
A questo proposito io rammenterò di nuovo l'Aleardi, quantunque qui si parli di Musica; ma il caso è l'istesso. Aleardi, io ho pianto leggendo il Carme sulla tua giovanezza, e ti grido Poeta grande. Quando tu parli della madre tua io ho sentito spezzarmi il cuore da gagliardi e non queruli sentimenti; quando tu m'hai dipinto Napoleone alla battaglia di Rivoli, un senso contrario mi ha fatto correre un gelo pungente per il corpo intero, perché tu parli di quel Grande non come il volgo e le anime meschine, ma siccome Poeta vero che ne intende l'alto Pensiero ed ha un cuore pari a quello dei Sommi. Tu grande, coi forti usi da pari, appunti la tua pupilla nel loro sguardo sfolgoreggiante, e lo comprendi. Nel pudibondo giovinetto, nell'inesperto cantore io veggo il Vate profondo, quando dici che piangevi poi che disperavi di significare le grazie fuggenti dei fantasimi del Bello. È nobile questa vita solitaria illuminata nel suo mezzo dallo splendore di quell'arma che lungamente pulisti nel segreto della tua dimora. Colla potenza maravigliosa di quest'arma tu nel Monte Circello mi fai vivere dinanzi il mondo primitivo, e in altra Poesia il sorgere delle Città italiane commercianti e marinare. Ma perché dopo di aver palpitato alle tue nobili parole debbo poi, voltando la pagina, infastidirmi e sentire l'aura corrotta del vecchio mondo? Io veggo quasi due uomini in te. Ora tu parli alla tua Musa e dici che ella pose fra le corde della tua arpa alcune corde di un arco di battaglia antico, acciò non molle o querulo vagisse l'inno, ma saettasse. E questo è grande; ma perché ti prostri poi dinanzi a caduche forme? perché non squarci il velo dei simboli compresi dalla vera Sapienza? Ora gridi: lungi da noi le greche favole, e non ardiamo più incensi a queste deità defunte; e intanto tra i sentieri del tuo vivace campo poetico passeggiano i marmorei Dei mitologici, e l'eco della parola moderna è accompagnata dallo sghignazzare dei beffardi Fauni. Perché a solvere i problemi della Vita che ti agitano il cuore non interroghi i responsi di una Scienza profonda, anzi che illanguidirti, redivivo bramino, in sogni fantastici, e ritardare così all'Arte nostra il volo novello e sublime! Oh Poeta ti prenda amore di te e della Patria tua, che attende il suo Vate robusto! Tu hai la parola magica e l'anima gagliarda per compiere questo santissimo ufficio, ed io ti amo e dal fondo dell'Italia ti saluto fratellevolmente; ma se muovi franco un piede non impacciar l'altro con inutili cespugli, e se aneli una corona, fa che le tue tempia non sieno cinte dalle disseccate fronde olimpiche, ma da' verdi e rigogliosi lauri moderni. Nel dividermi da te ti chieggo perdono di qualche parola dura che ti ho rivolto nel corso del mio libro; ma tu, sì magnanimo, scorgerai di sotto alla durezza della forma il dolore dell'animo, e intenderai che per le anime calde amore è spesse volte l'ira. Sì, io mi rattristo, poi che ti sento degno di gloria più alta, e vorrei vederti signoreggiare per intero e non a mezzo il movimento che certamente avrà l'Arte italiana.
Così parlo anche ai Maestri di Musica, e dico loro che fa duopo incedere nell'Arte con passo sicuro e risoluto e non tentennare tra il vecchio e il nuovo; persuadersi che le attuali condizioni dell'Arte sono figlie di una potente e razional necessità e non mica dell'arbitrio, onde non si può non seguirle; e abbandonare i sogni di restaurare le tramontate Scuole, che hanno di già avuto il loro tempo. Un matematico, un naturalista vergognerebbero di pensare colle dottrine rudimentali delle età decorse, quando la loro Scienza ha fatto passi giganteschi; e gli Artisti vorranno rimanere estrani ai progressi della loro Arte, attardandosi a suscitare scintille dalle vestigia del mondo caduto? Facciamo di essere moderni, e non disdegniamo di assimilarci gli elementi vitali delle altre contrade, come a dire le ricchezze della Musica alemanna. Non gridate ai barbari innanzi di aver lungamente meditato e attentamente sentito quelle creazioni artistiche che furono frutto di anime profonde, e che commossero eziandio i due Mondi. Non obbliate che la Musica moderna deve lasciare splendere il Sentimento puro e solo, e che deve determinare fortemente. Non più molli trilli e queruli gorgheggi, non lunghe e obbligate cadenze, non canti ripetuti, o ripetuti sì, ma per intima necessità del sentimento, non motivi adagiati su di opposti caratteri, non pezzi ridotti per istrumenti con vuoto artifizio d'inutili variazioni. Se amate di render destra la vostra mano a fine di signoreggiare gli avori del piano-forte, fatelo pure tra le pareti della vostra dimora, ma non infastidite gli animi con siffatti tours de force o giostre musicali, riducendo la Musica ad un giuoco artifiziale; non operate a casaccio, ma un pensiero vi guidi nella scelta e nella disposizione dei canti; non generate un'accozzaglia sdrucita e da meno del lavoro di mosaico, ma volgete la mente a creare ligami e passaggi da canto a canto rispondenti al carattere dell'Opera da cui traete i motivi; apparecchiate e conchiudete il pezzo ridotto, se vi piace, con pensieri musicali vostri, ma innanzi di darvi all'opera ponetevi una mano sul cuore, e vedete se siete capaci di rimaner pari all'altezza dell'ingegno che creò le melodie le quali intendete a collegare. A questo modo voi tornerete quasi a creare l'Opera originale che riproducete, e altrimenti operando affogherete la Musica nei cespugli. Via da noi dunque questo strascico d'ingombri fastidiosi; brilli solo il canto vero, espressione schietta dell'intimo sentimento, e colle forti situazioni tuoni e non vagisca la Musica moderna.
……………….E chi mi trasse
A questo ballo mascherato, dove,
Sa mai per generoso impeto io levo
Il vel mentito che m'affligge il volto
E sillogizzo un franco ver che tutti
Hanno nel core, mi deridon tutti?
A conferma della necessità di modificare il Melodramma nell'avvenire, della qual cosa abbiam tenuto discorso in questo libro, io voglio trarre un esempio dalla recente rappresentazione del Boccanegra. In quest'Opera s'incontrano alcuni pezzi di singolare bellezza, i quali fanno maravigliare della profondità che accompagna l'Artista pensatore, ma ve n'ha poi qualcuno, oserei dire, poco degno del Verdi. Tali sembranmi, a maniera di esempio, la cabaletta del soprano e quella del duetto fra soprano e tenore al primo atto, le quali a parer mio son leggiere d'assai. Si potrebbe dire che sia sconveniente il volere profondità ad ogni piè sospinto, e che semplicetto e gentile debba essere il canto di una tenera orfanella che si abbandona alla gioja nell'udire la voce del suo amante, e simili cose. Egli è vero, ma in quelle cabalette è frivolezza anzi che semplicità, in forma che a me pare quasi di udire un'eco di quella scuola di cui abbiamo detto nel parlare della Musica moderna: oltre di che noi dimostrammo quale serietà debba vestire eziandio l'ingenua passione quando appartiene al mondo della Tragedia. Né il Verdi ha mai peccato a questo modo, poi che altri, ben altri sono gli errori dei grandi. Nell'istesso Boccanegra si trova una stretta al finale del primo atto, la quale riesce confusa, perché l'Artista volendo incalzare troppo isolatamente le parole del Dramma ha sperduto la melodica fluidità del canto. In questa stretta non è da condannare l'uso dell'arpa, siccome istrumento contraddittorio al sentimento espresso dal Dramma, perché al contrario, come notava un mio amico fornito di gusto gentilissimo e di sottile intelligenza, l'arpa rende acconciamente la purità della Giustizia che colle parole si chiede. Ma è ben da rimproverare il non aver inteso che in quella situazione tutti gli animi si unificano in un solo sentimento, onde una frase che tutti li comprendesse, avrebbe prodotto maggiore e più vero effetto di quella soverchia varietà che genera alquanto di frastuono. Solo Paolo Albini si divide dalla massa, e forse sarebbe stato bello spiccarlo dall'insieme e fargli gridare Giustizia nel modo ingannatore, velato e pauroso che tien l'uomo colpevole. Io ripeto che nel Verdi l'errore è da tenere sempre siccome conseguenza non del caso, ma di un pensiero, e il pensiero credo sia l'avere stimato bello e nuovo il generare coll'Arte una copia del frastuono prodotto dalla massa che confusamente grida Giustizia. Ma non si ponga in obblio che l'Arte è idealizzazione e non imitazione della Natura, e che nella Musica anche il frastuono deve essere condotto ad armonia. Opinando che la Natura debba essere renduta fedelmente, l'Arte si riduce ad una inutilità, poiché inutile è la ripetizione, e a questo modo non spiegheremo né anche l'esistenza del Coro, il quale è fatto interamente artistico e non di Natura.
Inoltre io trovo nel Boccanegra alcuni luoghi alquanto monotoni o poco melodici, per essere le note di troppo pedisseque delle parole poetiche. Questo procedere sul quale io richiamo l'attenzione, non mai perché il Verdi vi caggia soverchiamente, ma per fare un’osservazione generale, trova in certo senso il suo parallelo in un antico andazzo della declamazione drammatica, a' dì nostri ritornato a vita dalla Ristori con nocumento grandissimo dell'Arte. Uno dei molti difetti di questa donna egli è certamente quello di seguire col gesto e coi movimenti del volto ogni lieve inflessione della parola. Vedetela, a maniera di esempio, nella Medea quando ella racconta a Creusa i suoi amori. La Poesia dice ch'ella rimase stupida e muta al primo sguardo del giovine eroe, ed ella si atteggia di fatti come fosse non persona viva, ma di sasso: la Poesia dice che erravano a caso le sue pupille, ed ella le fa errar nell'orbita come farebbe una donna-macchina; nel racconto si dice che l'amante la invitò a fuggire, ed ella sulla scena si muove come per fuggire: quando la parola afferma ch'ella se incontrasse il suo amante con altra donna farebbe loro quel che fa il leopardo nel cupo della selva, questa donna dà un grido feroce, pari a quello del leopardo. E simili sconcezze che io non voglio più esporre, poiché soffro soltanto a rammentare gli atletici movimenti con cui essa incompostamente sbraccia per esprimere lo squartare a brano a brano che il leopardo fa della preda. Ma non vi accorgete che l'idealità dall'Arte è deturpata con questi artifizi, i quali in ogni rappresentazione si ripetono con matematica eguaglianza? Non mai in simiglianti combinazioni, mandate alla memoria con studio grandissimo e appariscente, voi potete scorgere il calore della spontaneità e il fuoco del vero sentimento. Di fatti il sentimento artistico avrebbe operato ben altrimenti. Medea tradita, che racconta i suoi amori, per quanto col potere dell'immaginazione voglia condursi a quei tempi e sentire gli affetti passati, è nientedimeno sempre Medea tradita, e come tale deve spargere sul suo racconto sempre un certo colorito particolare, il quale faccia trapelare il dolore e la rabbia di sotto alla narrazione dei primi amori. Se non v'ha dolore più grande che ricordarsi del tempo felice nella miseria, come dice Dante, segue che quanto più bello è il racconto della prima felicità, dei primi palpiti, e tanto più forte deve essere il dolore che quel tempo sia passato. La Ristori non porge al racconto siffatto colorito appunto perché intende pedantescamente a rendere col gesto ogni parola, e a questo modo sperde il significato generale e produce una declamazione a guisa di mosaico. Su di quel mosaico vien passata in vero una certa tinta generale, ma è tinta antiartistica, poi che essa consiste nel porre la natura individuale dell'Attrice in luogo di quella reale del carattere che si prende a rappresentare. Di fatti la Ristori sin nella umile Pia furoreggia e grida e si arrabbia ed è altera come farebbe una Medea; la qual cosa nella rappresentazione è orribile a vedere, essendo scopo di questa la fedele esecuzione del concetto artistico. E se è vero che l'Attore non si può interamente dispogliare del proprio animo nei tempi moderni, non è manco vero che se ne deve svestire almeno tanto da non porsi in manifesta contraddizione col carattere che incarna. Un'altra qualità di questa falsa tinta è nel ripetere in opposte situazioni, anzi così nella Commedia come nella Tragedia, alcune movenze convenzionali, un certo costante levar gli occhi al cielo e simili. Ritornando al costume di accompagnare col gesto ogni espressione poetica, io dico che cosiffatto manierismo scorda aver la parola di già per se stessa un valore, un significato, un'importanza, onde ella crede mestieri seguirla con gesto pedantesco, anzi che largo. Cosa contraria al naturale è per fermo questo ristoriano gesticolare, e l'Arte se deve allontanarsi dalla Natura, gli è per idealizzarla e non per sconciarla. Or siccome le cose contrarie al naturale sono di necessità convenzionali ed estrinseche, così la Ristori deve cadere assolutamente in tutta quella maniera di forme false, come a dire quadri, gruppi, pose e simili, le quali pose quando durano più del tempo necessario, dimostrano che l'Attrice vede in quell'istante non l'Arte, ma lo specchio in cui il mattino la sua vanità femminile si compiacque lungamente. Il tenere che la parola abbia duopo di essere renduta con simigliante gesticolare, il vagheggiare gli atteggiamenti statuari, farebbe scendere la Ristori dal posto di Attrice a quello di Mima, se già la Mimica non richiedesse eziandio spontaneità, sentimento e calor vero. Né è a dire che il fare scultorio sia acconcio a rendere la Tragedia greca, imperocché la Fedra del Racine e la Medea del Legouvé non sono più le greche donne, ma queste trasformate dal sentimento moderno. Ma, mi si obbietterà, in qual modo questa donna ha conquistata una fama europea? Gli è vero che una fama siffattamente universale non è mica figliuola del capriccio, ond'è bene spiegarla anzi che darle la baja. Il pubblico si commuove ordinariamente per opposte forme artistiche, e ad un modo istesso manifesta le sue commozioni diverse. Il batter delle palme esprime tanto la soddisfazione che una Musica sollucherò le orecchie, quanto la gioja che altra Musica penetrò nell'intimo del cuore. Di ciò si può avere un'esperienza cotidiana. Spetta al Critico l'indagare la ragione motrice di quegli applausi, e nel caso della Ristori, io affermo che il fondamento dei plausi che le vengono largiti fuori d'Italia, è appunto nel vizio che abbiamo notato di sopra. Riduciamoci alla memoria, o Italiani, che questa gloria della Ristori non è creazione nostra, ma della Francia. Ora gli stranieri, ignari la maggior parte della nostra lingua, e quasi tutti delle sue intime pieghe, han provato soddisfazione grandissima nell'ascoltare un'Attrice la quale col gesto ha fatto loro intendere una Tragedia scritta in lingua estranea alla loro. Eglino han reputato prodigio quello che era difetto. In Germania due grandi uomini mi lodavano a cielo la Ristori, e quando io domandai loro se comprendessero bene la lingua italiana, mi risposero negativamente, e soggiunsero che non ostante ciò compresero la Ristori. È egli possibile il giudicare di un'Attrice quando non s'intende a perfezione la lingua da lei parlata? Altri avrebbe arrecato in conferma dell'altezza della Ristori l'opinione di quei grandi. Inoltre gli occhi delle masse si lasciano agevolmente sedurre da tutta quella plastica della Ristori. Da ciò non voglio punto inferire che soltanto il volgo abbia fatto plauso a costei. Tra i suoi lodatori s'incontrano bene anche uomini di mente, ma o estranei all'Arte, o incapaci di sentirla, o senza una profonda conoscenza della lingua italiana, o con animo poco forte per resistere all'onda popolare. Del resto non è strana, ma piuttosto natural cosa, se tra questi reputati critici si trovino essere appunto quelli che hanno oltraggiato i nomi di Dante, dell'Alfieri e del Verdi. Ritornata la Ristori in Italia, gl'Italiani hanno accolto festevolmente questa Donna che rammentava agli stranieri la loro Patria, nel qual plauso è da scorgere anzi l'amor nazionale che quello artistico. No, Italiani, un Popolo artista non dovrebbe mai per estrinseche considerazioni festeggiare chi reca danno all'Arte; né noi abbiamo tanta penuria di patrie glorie che sia mestieri l'ardere incensi innanzi ai falsi idoli. Non scordiamo che i fati dell'Arte sono a noi affidati, e facciamo di custodire gelosamente questo fuoco santissimo, il quale col suo spegnersi, potrebbe aprire la tomba alla Vestale che gli sta a guardia. Alcuni mi affermano che la Ristori prima di uscir fuori dell'Italia non era sì esageratamente manierata, di guisa che io voglio credere che il bisogno di farsi intendere col gesto dagli stranieri, abbia di più corrotta la sua scuola falsa; ma è sempre da conchiudere, che sarebbe poco degno degl'Italiani l'accrescer gloria a colei che ritorna più indegna dell'Arte e di loro.
Queste cose io affermo per estendere un parallelo tra due tendenze, l'una della Musica e l'altra dell'Arte di rappresentare, ma non mai per porre in paragone il Verdi con la Ristori. Intendo bene che tra questi due nomi corre quell'istesso abisso che separa un'Arte intima, la quale si dirige al cuore, da un fare estrinseco, ammaliatore degli occhi soltanto. Inoltre le due tendenze sono paragonabili solamente in un certo senso, e del rimanente si differenziano di gran lunga; imperocché l'una, dico quella della Musica, fa che questa volga all'Arte nobile, universale e suprema della Parola, di guisa ch'ella segna un eccesso in via di progresso, dove che l'altra tien modo che la declamazione scenda alla Mimica artefatta, e debbe tenersi come un eccesso in via di regresso. Arrogi che nel Verdi cosiffatto procedere è avvenuto accidentalmente e in un solo momento, dove che nella Ristori è maniera o scuola oltre ogni dire costante e falsa.
Mi si perdoni se recando quest'esempio ho sconfinato alquanto dai limiti segnati dalla materia del libro; ma trattandosi di un'Attrice che occupa l'animo dell'universale, io non poteva rimanermi dal dimostrare la mia osservazione, e dal prevenire alcune obbiezioni possibili. Del resto io non ho notato che un solo dei vizi co' quali la Ristori offusca la bellezza dell'Arte, e quello che si poteva paragonare ad una tendenza nociva alla Musica. Gli altri difetti per altro si possono tutti ridurre ad una categoria generale, perché scaturiscono sempre dalla contraddizione fra l'Attrice e l'opera di Arte, la quale contraddizione appresso la Ristori si manifesta così nel gesto come nella declamazione oratoria propriamente detta, ovvero nell'arte di dire il verso. Amore dell'Arte mi ha fatto dilungare poiché quando l'onda popolare è per essere turbata, credo che sia debito dei Pensatori coscienziosi di non ritirarsi spettatori egoisti ed inerti, ma di accorrere sollecitamente a salvare una massa facile a lasciarsi sedurre. Quanto più forte è il pericolo tanto più nobile è la lotta, più generoso l'ardire, più grande la ricompensa. Io so che al primo udire le mie parole mi si darà del matto pel capo, e forse il mio nome sarà lacerato da bocche oscene, ma verrà tempo che s'intenderà la verità di quest'idee e cesseranno le lodi vacue, irrazionali e declamatorie. Né le mie idee sono solamente mie, imperocché non mi sono ancora abbattuto in un uomo che abbia cuore o mente il quale non sia rimasto offeso dal manierismo della Ristori; ma di poi quasi niuno ardisce opporsi al grido della folla e confessare con fronte alta la propria opinione. Questa pusillanimità è bassa e grandemente nociva non pure all'Arte, ma eziandio alla Vita pratica, poi che abitua alla finzione, e scema nei nobili intelletti il sentimento della loro superiorità sul numero volgare. In ultimo io dico che l'Arte è collegata col carattere dei cittadini, in forma che quando questi sono corrotti da un'Arte estrinseca e manierata, perdono eziandio nella vita cotidiana la spontaneità de' modi, e divengono comici in prima nella forma e dipoi nel fondo dell'anima. Un'Arte alta per contrario educa a forti e nobili sensi. Per tanto, e non pel valore intrinseco della Ristori, io ho tenuto discorso dell'andazzo con cui ella deturpa e prostituisce l'Arte italiana. Il Fato d'Italia consenta che tosto si levi un Attore grande e moderno, il quale sfanghi da' materiali ingombri, e illumini le masse colla purità dell'Arte.
Nella Musica, del pari che nell'Arte della rappresentazione, è da seguire la parola con fare largo, di sorta che si colga il concetto generale della strofa e questo si renda colle note, acconciandole a seconda delle parole individuali, in guisa però che non venga turbato lo svolgimento della frase fondamentale, la quale nelle sue trasformazioni deve eziandio permanere uguale a se. Né in ciò v'ha contraddizione, perché il concetto generale è formato dalle singole parole, e queste per l'inverso non sono che determinazioni di quello.
Ritornando in via dico che l'errore di seguire troppo prosasticamente la Natura o il Dramma, errore ch'è conseguenza di pensiero e di scopo nobile, io concepisco possibile nel Verdi, ma non mai che la sua Musa robusta e severa dia nelle inopportune sdolcinature. Non posso credere che il Verdi abbia voluto con ciò carezzare e adescare l'universale, perché non è suo costume, né è natura ne' Sommi. A lui adunque è venuta meno l'inspirazione? Ma perché? Quando un grande Artista erra, affrettiamoci da prima a vedere se è scusabile o spiegabile il suo fallo, anzi che muovergli vani rimproveri.
Tra i casi di convenzionalità esteriore o artificiale che si trovano nel presente Melodramma, è stato ripetuto a sazietà quello di un'amante che rompe in un'allegra cabaletta udendo di lontano la voce del suo amato. Forse mai un Poeta ha pensato, o pensandolo abbia osato attuarlo, come sia per lo meno parimente naturale che la gioja opprima sì efficacemente l'anima da produrre il silenzio, o da non consentire altro che pochi e interrotti accenti. A questo modo avremmo avuto una certa novità in quella vecchia situazione: ma oibò ! è rito che al largo debba seguir la cabaletta: e poi, e poi la prima donna strepiterebbe perché le si toglie il destro di fare sfoggio della sua gola agilissima; e quel che è peggio, il pubblico non applaudirebbe. Ma, per Dio, si senta una volta la dignità dell'Arte, e si vegga che questa non deve prostrarsi ai pettegolezzi teatrali, che deve educare i cantanti e il pubblico, che val meglio il far bene quantunque se ne abbia per guiderdone il silenzio, che l'adulare le velleità avendone per compenso stolti e non consolanti plausi. Ciò dico in generale e non pel Verdi, il quale non mai opera in tal modo, e questa volta dal Poeta è stato condotto in errore. Di fatti, come ispirarsi in quella convenzionale e antichissima forma di cabaletta? Io tengo che un Artista riesce da meno di questa situazione a proporzione ch'egli è più grande, più serio. Cosiffatte combinazioni sono degne di qualche mediocre e inetto maestro che buffoneggia nella Tragedia, e che oggidì occupa l'animo del volgo napoletano; ma un Verdi dovrebbe sentirne l'inanità e comandare al Poeta di bandirle ormai. Coll'andar del tempo il pubblico si accostuma alla novità, e l'effetto cresce perché più naturale. Un esempio ne offre l'istesso Boccanegra nel duetto al secondo atto tra il soprano e il tenore. L'antica usanza avrebbe imposto di collocare qui pel tenore una furibonda cabaletta di vendetta accompagnata dalle preci del soprano, con isconcio grandissimo dell'azione, poi che uno squillo annunzia il sopravvenire del Doge; ma in quella vece le poche e concitate note con cui ha termine il duetto, oltre che son più logiche, riescono eziandio ad un effetto nuovo e mirabile. Si osservi ancora che il bellissimo Prologo del Boccanegra ha un fondo poetico più libero dell'usato, anzi privo affatto di quel che i Maestri chiamano il pezzo. È tutto un pezzo di musica, un quadro. Adunque è mestieri riformare il Melodramma se si vuole che la Musica progredisca, senza por mente alle transitorie opposizioni che s'incontrano in ogni rinnovamento.
Ragionando del Boccanegra, avvegnaché io il faccia come per incidente, nientedimeno non posso rimanermi dal notare un errore che più di una volta incontro in questo lavoro, dico di quell'antica e leggiera costumanza di rompere la frase in controsenso dell'intimo significato dei versi. A quel modo che la vecchia declamazione usava di far pausa alla fine del verso, non importa che l'ultima parola fosse modificatrice della prima del verso seguente, parimente si vede nel Boccanegra che la frase si ferma quando il discorso continua. Ciò è artifizioso ed inverosimile quant'altro mai, e nell'Opera menzionata turba, per esempio, la bellezza della cabaletta nel duetto tra il soprano e il basso al primo atto. Convengo ch'è mestieri ubbidire alle leggi del ritmo, ma il grande Maestro di Musica può pretendere che il Poeta disponga altrimenti le parole onde non si dia in simigliante sconcio. Adunque nel Boccanegra incontriamo due estremi, imperocché da una parte il Verdi dà talvolta, contro dell'usato, ne' motivi superficiali, e dall'altra straripa nella forma drammatica, o meglio, pedissequa di troppo delle parole. Ma non vediamo punto quel difetto di melodia che altri vorrebbe notare, se già per melodia non si voglia intendere la tarantella; scorgiamo invece una profonda stromentazione e alcuni pezzi grandissimi che a me pare segnino un progresso evidente nel suo stile, e lo facciano di più avanzare verso quel punto medio di cui abbiam parlato nell'Avvenire della Musica. Io sento nel Boccanegra l'aura dell'Alemagna, rimanendo tuttavia in Italia. Il Dramma è seguito molte volte con mirabile determinazione senza che venga offuscata la purità della melodia, e nell'orchestra non v'ha strumento il cui suono sia accidentale, di guisa che tu il possa togliere impunemente, poi che togliendolo rovinerebbe il tutto di cui esso è parte integrante. Ciò non è cosa nuova nel Verdi; ma in quest'Opera il veggo seguire siffatto metodo con maggiore decisione; se non che quel barcollare qualche volta tra stili non contrari, ma contradditori, toglie un poco alla sua Musica la vita dell'unità. Infine, per conchiudere, dico, che se da questa Opera si eccettuino due cabalette, la stretta del finale al primo atto, e qualche altra cosa accidentale, il rimanente forma un progresso nell'Arte. L'Arte musicale italiana è da meno dell'alemanna spezialmente in due ragioni di composizioni, intendo nella potenza dello strumentale e nella cura di rendere quelle piccole scene, fatte a guisa di quadri, ove è solo il recitativo. Ora il Verdi col Boccanegra usa ed elabora lo strumentale colla perizia alemanna, aggiungendo di più la melodica bellezza del fare italiano, e pone ogni suo studio a dipingere le scene predette, nel che riesce mirabilmente; tanto che a me verrebbe genio di porre a nudo tutte le intime bellezze di quest'Opera se non temessi di sconfinare; onde mi rimango a compiangere quelle anime, non anime, le quali non sentono la profondità delle note pellegrine che ha creato il Verdi. Il suo tentativo è adunque nobile, ed io esclamo: Segui, o Grande, fa di smentire, te ne scongiuro, quelle parole che mi dettava una certa esperienza e una ragione forse severa di troppo; colle quali parole io affermava che ogni Artista segna una forma e va via, l'Arte non vedendo altrimenti che nella forma da lui creata; continua, poi che tu non muti forma, ma la sollevi a maggior perfezione: ardisci, e slaccia il Melodramma dalle convenzionali pastoje. Oh non lasciarmi credere che la tua Musa invecchi, che la Dea dell'Arte sorrida soltanto alle fronti giovanili, che noi non più saremo commossi profondamente dalle tue progredite creazioni, e che altro capo dovremo ornare del lauro musicale! E bada alla scelta del Poeta e del soggetto. Che la tua nobile Musa sdegni di ornare uno scempio librettaccio, e non obblii che le passioni a cui ella s'inspirò meglio, furono le nostre passioni, il luogo in cui si elevò sublime fu il ritiro casalingo di una solitaria dimora, ove un'Anima sola era tutto l'Universo. Noi moderni abbiamo bisogno di veder noi stessi sulla scena, vogliamo assistere ai Drammi che nella vita svolgiamo ogni giorno, poi che pur diamo materia ad Arte, e fummo di già troppo pazienti nel vederci trascurati, incompresi, stimmatizzati col nome di prosastici, e nell'esser sempre e poi sempre spettatori della continua rappresentazione di Età decorse.
Stando in sul discorso del Boccanegra cade in acconcio il dire ai cantanti, ch'eglino nelle condizioni attuali della Musica è mestieri imparino di più a comprendere il significato delle parole poetiche, e a renderle non pure coll'espressione nel canto, ma eziandio colla verità nell'azione. Cantar bene non è ripetere macchinalmente le note senza dare in errori tecnici, ma elevarsi a rappresentare drammaticamente il personaggio, ritornando a creare l'opera dell'Artista colla vita della esecuzione. In quella vece è vezzo di credere che cantar bene sia l'urlare a sproposito con voce secura. Io vorrei proporre di non concedere il posto di cantante se non a coloro i quali han fatto esperimento di sapere interpretare e declamare un componimento poetico, imperocché senza di ciò le opere drammatiche non troveranno il veicolo per commovere l'animo degli spettatori. Per questo difetto si dovrebbe levar la voce contro alla più parte de’ cantanti attuali, e non per la moneta che essi domandano; essendo questo ultimo fatto non mica un abuso, ma per contra una conseguenza del principio economico dell'offerta e della domanda. Tutti amano la Musica, molti sono i Teatri e pochi i cantanti egregi; onde siccome il valore cresce in ragion diretta della domanda e in ragione inversa dell'offerta, così il prezzo de' cantanti deve di necessità aumentare grandemente.
A proposito del Boccanegra voglio esporre un'osservazione che io ho sempre fatto assistendo alla rappresentazione dei grandi lavori di Arte, ed è, che spesso il pubblico napolitano resta morto dinanzi alle vere bellezze, e dà in furore su' frivoli motivetti. Così i larghi in cui vi ha intimità di passione, rimangono inosservati, e le cabalette frivole danno il farnetico. II che nasce da un educazione artistica poco profonda, e dal vezzo di muovere in teatro senza brigarsi più che tanto di quel che avviene sulla scena. Se la Musica oggidì segue la Poesia, se il suo pregio più grande è nel renderla convenientemente, in qual modo può intendere la bellezza di un pezzo colui che non sa l'idea che esso è destinato a rivelare? Oltre dell'educarsi collo studio dei grandi lavori dell'Arte in generale, profittevole di assai sarebbe adunque il costume di seguire la Musica col Melodramma alle mani, senza di che si rimane spensierato in teatro, e solo si dà segno di vita quando una brillante cabaletta viene a titillare il timpano. Ma qui mi dirà alcuno, che si va in teatro per uccider la mattana, per sollazzarsi festevolmente, e che la bella Musica sia quella che abbia dovizia di motivi che si possano agevolmente canterellare dopo una prima udizione. No, no. Il Teatro è scuola, è Tempio dell'Arte, anzi che vuoto passatempo. Se non altro vi solletica che il leggiero divertimento, andate pure a strisciare nei profumati salotti del nobile, pascetevi di basse dilettanze e beatevi alla vista di procaci pose, ma non venite a contaminare la maestà dell'Arte. E se fosse Arte bella l'Arte superficiale delle leggiere cantilene, si potrebbe dedurre per analogia, che ogni misero poetino sarebbe da più dell'Alighieri, perché questi sforza a meditare, dove che quegli è inteso sonnacchiando. Nell'Arte è lodevole la chiarezza, e nella Musica la fattura semplice dei pezzi, ma chiarezza e semplicità non son mica sinonimi di vuotaggine. Del rimanente non è da sdegnarsi se appresso una parte degli Italiani sia venuta in favore certa Musica triviale; nel quale sdegno incorrono tutte le anime alte e profonde, imperocché è natural cosa che al volgo debbano tornare accette le cose volgari. Nientedimeno sarebbe a desiderare che questo volgo scemasse, che si salisse ad una comprensione più elevata dell'Arte, e soprattutto che innanzi di ragionare sull'Arte si avesse uso e notizia delle cose artistiche. In quella vece non v'ha alcuno il quale non si creda nel dritto di sentenziare in fatto di Musica, parendogli che a ciò basti l'avere orecchie, non ostante poi ch'egli tutto il giorno sciupi la vita nei caffè, e non sappia punto quel che sia l'Arte o la Musica. A questo modo vengon su le inutili e fastidiose discussioni, in cui ciascuna parte s'incaponisce a fare strazio della Scienza dell'Arte, anzi del Dizionario. La discussione è bella, e dall'attrito delle opinioni contrarie rampolla la Verità; ma è mestieri si eserciti fra uomini addestrati nella Dialettica, e conoscitori del soggetto che prendono ad esaminare, (veramente io obliava che tutti reputano di essere conoscitori) e che sappiano esser grande e nobile l'abbandonar la propria opinione quando questa non è in pace col Vero. Le discussioni riusciranno a nulla sino a quando di sopra al trionfo della Verità si porrà quello della personale vanità. In cosiffatte palestre tu vedi certi barbassori spacciare alcune sentenze piacevolissime ad udire; e spesso un Critico improvvisato stima di aver scoperto un nuovo mondo quando può osservare che in una determinata Opera sieno alcune reminiscenze, come dicesi; quasi che agli Artisti di Musica non intervenga l'istesso che agli scrittori di prosa, i quali quando è necessario, ripetono un loro pensiero, esponendolo diversamente, qualche volta s'incontrano senza saputa negli altrui concetti, e altre volte, cadendo in acconcio, si avvalgono con piena coscienza di concetti rinvenuti altrove, e li rivestono poi della propria forma individuale. Fra le persone rispettate, i Maestri di Musica vi hanno buona parte, tanto che ognuno crede di ridurvi al silenzio recando in sostegno della sua opinione il giudizio di qualsiasi maestrino o macchinale strimpellatore di orchestra. Fo di berretto ai Maestri quando discorrono della Tecnica, ma eglino non possono seder giudici di quella parte importantissima della Musica che riguarda l'espressione del sentimento, la quale è cosa affatto letteraria. Come persuadersi che certi maestri, i quali a fatica sanno l'abbici, possano intendere l'intimo significato di un Dramma e vedere se la Musica il rese acconciamente, sol perché sono esperti nel Contrappunto? Se la sola Tecnica colle sue regole stabili fosse sufficiente, le opinioni dei Maestri intorno alla bellezza di un'Opera non sarebbero contraddittorie al pari di quelle della massa. Convengo che si trovino essere alcuni Maestri capacissimi di portar giudizio sul valore estetico di una Musica, il che avviene non pure perché li soccorre una grande spontaneità e profondità di sentimento artistico, ma bene anche perché eglino hanno elargato il campo delle loro conoscenze mediante gli studi letterari. A cagione di quella profondità, parrebbe che i grandi ingegni creatori dovessero essere giudici in fatto di Arte, ma si badi che altro è fare e altro è criticare; e che gli Artisti di prim'ordine sovente veggono l'Arte solo nella determinazione che essi le hanno data, e malagevolmente l'esclusivismo del sentimento li rende acconci a svestirsi della loro potente individualità, per adagiarsi pieghevolmente nelle altrui forme, e valutarle.
Adunque io riassumo e dico che, salvo le accidentali eccezioni, i Maestri non possono sentenziare sul valore, diciam così, sentimentale di una Musica; imperocché i grandi veggono di troppo se nell'Arte, i mediocri non intendono la profondità poetica del Dramma o altro, e gli esecutori, come esecutori, sono allo spesso macchine; e se non sono tali, il cuore li domina solamente e non il cuore collegato colla Ragione calma ed esperta. In questa credenza mi ha condotto non pure la mente, ma eziandio l'esperienza quotidiana. Classificare un'opera di Arte è ufficio del Critico, il quale ha un'anima unicamente per renderla cedevole a tutte le razionali forme del Bello, ed una Ragione usata allo studio dei grandi lavori artistici e guidata dalle regole assolute della Scienza dell'Arte. Ma per altro in questo paese da taluni non si crede nella Scienza o Filosofia dell'Arte, e si fa un'impudente professione d'ignorare una disciplina che s'insegna nelle principali Università di Europa, e che ha occupato le menti de' grandi Pensatori dell'Umanità. Pertanto noi difettiamo di Critica e di Arte profonda. Non v'ha miserabile scrittorello il quale non lanci il suo motto, e udendone a parlare non rida tra baffi, dicendo di non intenderne, senz'accorgersi che è vergognosissimo di ridere di quello che non si sa. Che la folla pensi a questo modo è forse cosa naturale, ma che coloro i quali si gridano letterati non credano alla Scienza della Letteratura, è un indizio evidente di troppo della loro ignoranza ed inettitudine. Io vorrei dimostrare a questa turba, con un dialogo in forma platonica, ch'essa o deve condannarsi al silenzio, o parlare di Arte come di un manicaretto, dicendo: mi piace questo, non mi piace quello, o cadere in una proposizione estetica quando vuol giudicare. Tutti coloro che ragionano sull'Arte fanno una teorica dell'Arte; e, cosa da osservare, ciò interviene sinanche a quella gente che non crede punto nell'Estetica. Di fatti, costoro vi diranno che non vi può essere una Scienza dell'Arte, poi che l'Arte è materia di sentimento e non di Scienza; e con quest'affermazione hanno di già costruito, senza loro saputa, una teorica dell'Arte, ovvero una loro Estetica. Parimente gli Scettici non possono negare altrimenti l'esistenza di qualunque affermazione, che mediante una proposizione negativa in apparenza e affermativa in fondo, il che è manifesta contraddizione. Lo Scetticismo estetico è in conseguenza un Sistema estetico, come lo Scetticismo filosofico è Sistema filosofico. Adunque tutti gli scrittori che vogliono ragionare sull'Arte fanno uso di Estetica a modo loro, e chi la nega si dà la zappa sul piede. Del rimanente io credo che sia spiegabile il dispregio in cui questa Scienza è venuta presso taluni, imperocché costoro hanno creduto che sia Estetica il parlare a sproposito di Arte che allo spesso fanno i Giornali, o quell'avvolgersi in uno stile sibillino. Ma in vero non si dovrebbe sentenziare di una Scienza se non quando si ha la coscienza di averla studiata a fondo.
Compagno del grande Artista sarà dunque il Critico profondo per alti concetti e per inesauribile sentimentalità. Egli toglierà la veste simbolica dell'Arte, come il Naturalista spiega alle genti la parola fenomenica della Natura. Entrambi tenendosi stretti per mano, procederanno con fronte impavida e pieni della loro idea artistica o scientifica tra gli urli dei molti profani e gli applausi dei pochi eletti. Ogni nuova riforma dell'Arte, come ogni nuovo trovato debbono incontrare per necessità l'opposizione della folla usata ad altre forme, ad altri pensieri; onde di questi ostacoli l'Artista e il Critico non debbono dolersi, ma superbire; e se v'ha cosa da poterli conturbare, sia questo piuttosto il precoce plauso. Generoso è l'ardire di colui che specula nel Vero, nel Bello; né v'ha solitudine più alta di quella in cui dimora chi si occupa di questi studii. Sì, la società si addolora di avere sconosciuto i grandi Artisti ed i grandi Scienziati; poi s'inchina ad essi rispettosa, e allora è da gioire degli onori strappati colla forza del Vero. Agli egregi, ai nobili ingegni tributate amore e rispetto, e andate cauti nel portar giudizio dei loro lavori. Oh la folla non sa gli spasimi della generazione intellettuale, l'ambascia della ricerca, la febbre dell'incarnare un concetto. Se un solo di questi sentimenti sfiorasse il suo cuore, ella bacerebbe tremante quella fronte su cui siede un alto pensiero, e risparmierebbe al grande il dolore, a se la vergogna. Per quanto un Pensatore spassionato si persuada che sia necessaria e naturale questa quasi pigrizia che ha l'universale di seguire gli ardimenti degli Artisti e Scienziati novatori, questa lentezza nel comprendere i loro concetti, nientedimeno un'anima nobile di ciò si accora e quasi sdegna. E dico il dolore, non mica perché il grande uomo si attristi della sua opera, ma a cagione di quella malinconia che prova ogni spirito gentile nel vedere che una parte grandissima dell'Umanità rimanga morta dinanzi alla vitalità del Bello e del Vero, e che solo i pochi comprendano la profondità del suo trovato. Tempo verrà che quei pochi lo spiegheranno alle genti, e tutti colla fronte dimessa loderanno lo scopritore di nuovi Veri e di bellezze artistiche. Allora sarà desiderato il suo sguardo, invidiato colui che gli serrò la destra, e la sua modesta stanzetta non sarà capace di contenere la folla varia che si contende l'onore della sua parola. Una gente inetta, un volgo spesso si accalca in quelle soglie, e si prostra e fa mille atti indecorosi; al contrario dell'uomo nobile il quale si tien lontano dalla plebe e porta pei grandi la venerazione in cuore e la seria dignità in fronte; ma sempre è da benedire quell'Uomo, Artista o Pensatore ch'egli sia, il quale fu causa che anco i dappoco apprezzassero la bellezza dell'Arte. Ma sino a quando dura cotesta lotta tra il pedantismo e l'Ingegno innovatore, si abbia pei forti la franca e rispettosa parola; per gl'inetti la noncuranza; pei maligni il compianto nel cuore ma la saetta sul labbro, a fine che con braccio robusto si possa svellere quell'erba che agevolmente mette le barbe nei vergini terreni; per qualunque nemico si abbia poi un generoso perdono. Ed io nell'abbandonare il lettore imploro questo perdono da tutti quei nobili intelletti che ho potuto involontariamente offendere nel corso di queste meditazioni, come rendo grazie a quelle anime gentili e robuste che incontrai nel mio cammino, e che circondano la mia esistenza, poi che elle mi porsero fede nella virtù, in me stesso, e fecero che nell'animo mio non mugisse la tempesta dell'odio, né sonnacchiasse l'impassibile scetticismo, ma verdeggiassero l'Amore e la Carità alcuna volta interrotti solo da sdegno certamente non ignobile.
Addio, lettore. Me felice se questo mio libro concorrerà un giorno all'avanzamento dell'Arte. Altrimenti abbilo come il sospiro solitario di un cuore amante del Bello, e se non vuoi seguirmi, amami almeno.
FINE.