Giuseppe Barilli (alias Quirico Filopanti): Storia di un secolo, dal 1789 ai giorni nostri
Giuseppe Barilli (alias Quirico Filopanti)
Storia di un secolo, dal 1789 ai giorni nostri - Fasc. I

RIVOLUZIONE FRANCESE

«»

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

RIVOLUZIONE FRANCESE

Fra tutti gli avvenimenti occorsi nel Mondo dalla caduta del Romano impero sino ad oggi, quello che ha avuto il maggior numero di grandi e profonde conseguenze sociali è stato la rivoluzione francese. Non è possibile intender bene la storia nazionale di alcun paese di Europa negli ultimi cento anni, senza conoscere la storia particolare della rivoluzione francese, e quella di Napoleone Bonaparte.

Alla fine del secolo decimo ottavo tutta l'Europa, ma più segnatamente la Francia, aveva mestieri di una radicale rinnovazione politica. Chi ignora che la Francia è naturalmente una delle più fertili contrade di Europa? Nondimeno Saint-Simon nel 1725 scrisse al cardinal Fleury, ministro di Luigi XV, che la miseria del popolo oltrepassava ogni misura; che in Normandia si viveva dell'erba dei campi, e che il regno convertivasi in un vasto spedale di disperati o moribondi. Di quella misera condizione di cose molte erano le cagioni. Gran parte di colpa ne ebbero le guerre di Luigi XIV, il suo sconfinato lusso, ed il pessimo sistema tributario: ma la principal radice di quei mali stava nel regime dispotico, fonte universale di corruzione e di miseria. L'esazione delle tasse si faceva per appalto, e ne andavano esenti il clero e la nobiltà, possessori della maggior parte del territorio. Il sacerdozio Cattolico, deviando dalle sante massime di Cristo protettore dei deboli e degli oppressi, era in lega coi forti e cogli oppressori.

Voltaire, colle potenti armi del ridicolo e di uno stile colmo di chiarezza e di vivacità, combattè non solo le assurdità sostenute dai preti, ma ancora le verità salutari, insegnate in comune dalla religione Cristiana e dalla buona Filosofia. Così fece opera utile da una parte, perniciosa dall'altra; più utile nondimeno che perniciosa; conciossiachè gli errori oppugnati con abilità e con perseveranza si dileguano; ma l'immortale verità, anche temporaneamente offuscata dal sofisma, non tarda a ricomparire fulgida e pura. Diderot e D'Alembert eseguirono la colossale opera dell'Enciclopedia disposta per ordine alfabetico. Luigi Blanc ingegnosamente la paragona al lavoro di uno il quale atterrasse un edifizio per esaminarne una per una le pietre. L'opera demolitrice si prosegue ai giorni nostri con maggior furia che nel secolo XVIII: pur tuttavia l'analisi di cui la demolizione presta il mezzo, è un lavoro proficuo, non fatale. Necessario era il conoscer tutte una ad una le parti costituenti dello scibile umano: l'intero edifizio sintetico risorgerà dalle sue rovine, più grande e più bello di prima.

Voltaire e gli Enciclopedisti erano i nemici dei sacerdoti e non dei tiranni. Demolirono, senza saper ricostruire checchessia, sul terreno della Religione, su quello della Politica; neppur su quello della Scienza, a riserva di qualche bel teorema di Meccanica generale scoperto da d'Alembert. Gian Giacomo Rousseau fu un eloquente e caldo amico della Libertà, e portò una prima pietra per la erezione dell'edifizio politico dell'avvenire, stabilendo il principio fondamentale della sovranità del Popolo. Montesquieu dimostrò, in una maniera più metodica e più pratica di quella di Gian Giacomo, la superiorità del sistema rappresentativo usato in Inghilterra, in confronto del regime assoluto.

Le idee dei filosofi francesi espresse nella lor lingua, meno bella e meno splendida della madre latina, ma dotata di una mirabile precisione e chiarezza, acquistarono un'immensa popolarità, non pure in Francia ma ancora negli altri paesi Cristiani, e prepararono indirettamente il terreno per la grande rivoluzione francese del 1789. Cesare Beccaria pubblicava in Italia nel 1764 un piccolo ma celebre libro contro la tortura e contro la pena di morte; Leopoldo I, granduca di Toscana, ed il marchese Tanucci, ministro di Carlo III re di Napoli, furono celebrati come grandi riformatori, perchè osavano di dar qualche noja al clero; il conte di Firmian, governatore della Lombardia per Maria Teresa, faceva pure delle piccole riforme che parevano grandi cose. Esse, come quelle di Napoli e di Toscana, eran di fatto importanti, ma tutte insufficienti. Un capriccio dei regnanti poteva revocarle da un momento all'altro. Bisognava che si scatenasse l'uragano della rivoluzione Francese per ischiantare dalle radici almeno una parte dei secolari e formidabili abusi, dallo stretto di Gibilterra sino alle nevi della Siberia.

Il solenne preludio della grande rivoluzione fu la convocazione degli Stati generali a Versailles, residenza del re, il 5 maggio 1789. Sopra un eccelso trono sedevano il re Luigi XVI e la regina Maria Antonietta, attorniati dai principi e dalle principesse. Nei più onorevoli posti della sala stavano i rappresentanti dei due ordini privilegiati: il clero a destra, la nobiltà a sinistra; gli uni e gli altri sfarzosamente abbigliati.

I rappresentanti del Terzo stato, ossia della semplice cittadinanza, modestamente vestiti di nero, furono, dopo lungo attendere, introdotti per una porta laterale: ma essi prevalevano per numero, pel loro personale ardimento, e per l'appoggio ad essi prestato dalla pubblica opinione. Laonde non si osò esigere da essi l'umiliante ed indegno atto di inginocchiarsi davanti al re, e davanti agli altri due stati, come nelle precedenti convocazioni degli Stati generali. L'ultima convocazione degli Stati generali aveva avuto luogo a Parigi nel 1614.

Il discorso del trono, letto del re, ed i lunghi discorsi pronunciati da' suoi due ministri Barentin guardasigilli, e Necker delle finanze, diedero abbastanza a comprendere che il governo voleva raggiungere il suo intento dei sussidii alle esauste finanze, ma respingeva il giustissimo desiderio della nazione, di ottener la riforma dei vecchi ed intollerabili abusi.

Dapprima le sedute dei tre ordini si tennero in luoghi separati; ma, addì diciassette di Giugno, il terzo stato, ossia l'Assemblea dei Comuni, si dichiarò Assemblea Nazionale. Gli altri due ordini, anche a preghiera del re, dopo vana resistenza, vennero ad assidersi alla rinfusa coi deputati dei Comuni. Ma la corte rimproverò il debole, quantunque ben intenzionato re, per la sua condiscendenza verso l'ordine plebeo; e, con atto di meschino ed illegale dispetto, fece chiudere la sala della adunanze, la quale consisteva in un'arena da cavallerizza, sotto il pretesto che apparteneva a non so quale dei principi. Ahi! quanto amaro ed anche eccessivo sconto dovevano la corte ed i cortigiani pagare, per queste stolide provocazioni!

L'Assemblea andò a radunarsi in un altro luogo, consistente in un'arena che serviva al giuoco del pallone (jeu de paume) nel giorno 20 di giugno 1789. Ivi i deputati fecero il memorando giuro di non separarsi prima di aver dato una costituzione alla Francia.

Tre giorni dopo, il versatile re, pentito di aver favorito la fusione dei tre ordini, mandò il marchese di Dreux Brézé ad intimare la separazione e l'abbandono della sala. Mirabeau diede in nome de' suoi colleghi una celebre risposta: — Andate a dire al vostro padrone che noi siamo qui per mandato di popolo, e che non ne usciremo se non per la forza delle bajonette.

La mattina del 14 luglio 1789 si sparse per Parigi la notizia che i comandanti dei reggimenti stanziati a San Dionigi, avevano ricevuto l'ordine di avanzarsi sopra Parigi, e di attaccare la città in sette punti nel susseguente giorno quindici; che le caserme degli Svizzeri erano piene di munizioni, e che l'Assemblea nazionale doveva essere sciolta. Il popolo si mise in moto da tutte le parti della vasta metropoli. Forse eravi una parola d'ordine dei Framassoni, dei Giacobini, o di altra origine secreta, pei capipopolo. Eravi però ancora qualche cosa per aria; un occulto ma comune istinto; una voce più intima, più misteriosa e più irresistibile che quella della Framassoneria. Quella misteriosa ed irresistibile voce diceva: — Alla Bastiglia, alla Bastiglia!

Era la Bastiglia un'infame prigione di Stato, e al medesimo tempo una fortezza, eretta non tanto ad esterna difesa di Parigi, quanto per tenerne a freno i cittadini. Le sue artiglierie infilavano la lunga e dritta arteria di un grande e famoso quartiere popolare, chiamato il sobborgo di Sant'Antonio. La guarnigione, fortunatamente esigua, componevasi di trentadue Svizzeri ed ottantadue invalidi. Il giorno innanzi, il Comitato rivoluzionario aveva distribuito cinquantamila picche. Ma non si prende colle picche una fortezza. Che fece pertanto il popolo? Andò all'ospizio degl'Invalidi e ne trasse ventottomila fucili nascosti nelle cantine, ed ancora delle sciabole e dei cannoni.

Dapprima cominciò l'assedio della Bastiglia con una parte di quei fucili. La guarnigione, riparata dietro i suoi baluardi, rispondeva vigorosamente colle fucilate e coi cannoni, a palle grosse ed a mitraglia. Ma verso le quattro giunse coi cannoni degl'Invalidi la Guardia nazionale, istituita il giorno prima, e rinforzata dalla guardia francese, la quale aveva abbracciato la causa del popolo. In breve le porte della Bastiglia caddero a terra, e la fortezza fu invasa e presa; i prigionieri di Stato furono posti in libertà. Così il popolo ottenne piena e memorabile vittoria.

Era uno di quegli avvenimenti, i quali fecero dire a Fox, in Inghilterra, che gli angeli in cielo ne andavano lieti. Ma, ahimè! il popolo abusò della sua vittoria: e, sotto questo rapporto, per servirmi del linguaggio figurato di Fox, sarebbe a dirsi che ne gioirono le potenze infernali.

Quantunque i duci del movimento popolare volessero salve le vite di tutto il presidio, riescirono a stento a salvarne una parte; gli altri vinti, incominciando dal comandante o governatore Delaunay, furono spietatamente trucidati; e corse qualche pericolo persino la vita della figlia del governatore.

Ma, per verità, è poi ella sempre giusta ed esatta quella denominazione di popolo, applicata collettivamente ad un certo numero di persone che fanno il bene, come ad un cert'altro numero di persone che fanno il male? Non lo è. L'ho adoperata ancor io, secondo lo stile comune; ma in omaggio alla verità è da farsi una distinzione, rispetto alla Francia; ed una simile per tutti i paesi del mondo.

Nel 1789 la popolazione di tutto il regno di Francia era di quasi venticinque milioni, e quella della sua capitale un mezzo milione. Quando si dice che il popolo Francese fece la rivoluzione del 1789, fa di mestieri intendere che poche centinaja delle anime le più energiche si misero alla testa del movimento; che alcune centinaja di migliaja di persone seguiron quelle con entusiasmo, ed anche a rischio della loro vita; e che gli altri milioni di Francesi stettero a vedere dapprima con esitante opinione, poscia con prevalente e calda approvazione. Quando si dice che il popolo di Parigi prese la Bastiglia, bisogna similmente intendere che l'operazione fu eseguita da poche centinaja di persone, alla presenza di alcune migliaja di altre persone, e col plauso di milioni quando si conobbe il riuscimento. Le poche centinaja, e forse decine, dei più animosi, camminando avanti agli altri, affrontarono intrepidi le palle grosse e minute della rocca; ma io tengo per fermo che furono essi pure quelli che volevan salvi i vinti, e che i veri autori della strage furono coloro che stavan riparati negli angoli delle contrade nel momento del pericolo. I magnanimi sono sempre pochi; il resto è gregge. Gregge umano però: badate! È nostro dovere il fare all'Umanità, anche a rischio della nostra propria vita, quel maggior bene che per ciascuno di noi si può; ed uno dei mezzi per farlo è quello di rompere i suoi ceppi. I poveri schiavi liberati, non ancora avvezzi a camminare, dapprincipio vacilleranno, faran probabilmente qualche caduta, e forse saranno capaci di prendersela contro di noi, di calunniarci, di maledirci, di ucciderci ben anche. Poco monta; la giustizia ci sarà resa più tardi: ma a poco a poco gli schiavi liberati impareranno ad apprezzare la libertà persino ne' suoi abusi, ed infine a farne buon uso.

L'indomani della presa della Bastiglia essa fu demolita e rasa dalle fondamenta. Lafayette, il quale erasi già reso celebre e popolare combattendo come capo di volontari francesi in favore dell'Indipendenza Americana, fu nominato Generale in capo della Guardia nazionale di Parigi.

Una vittoria nel campo militare o politico, e più generalmente ogni riuscita, desume la sua importanza non tanto dalle materiali proporzioni del fatto, quanto dall'effetto che essa esercita sulle menti umane. L'espugnazione della Bastiglia ebbe un'immensa importanza morale, ed è riguardata come il capitale evento della rivoluzione francese; cosicché il suo anniversario è stato scelto come festa nazionale della Francia.

Non eravi allora il telegrafo elettrico; neppure il telegrafo aereo, che fu inventato da Chappe soltanto nel 1790. Nella sera del 14 luglio 1789, allorchè fu recata al re in Versailles la notizia dell'avvenimento di Parigi, Luigi disse con un poco di malumore: è una sommossa. No, sire, fugli risposto: è una rivoluzione.

Adunque, in conformità colla legge misteriosa della quale tanti esempi addussi in altre opere, e che lega con mirabili coincidenze le date dei più grandi eventi istorici, la data della presa della Bastiglia ricorda le date di altri grandi ed in parte analoghi avvenimenti. In quanto al giorno, il 14 luglio 1789 rammenta l'Era greca delle Olimpiadi, 14 luglio 776 avanti Gesù Cristo; il ratto delle Sabine, 14 luglio 748 A. C.; e le tre contemporanee battaglie delle Termopili, di Artemisio e di Imera, 14 luglio 480 A. C. Rispetto all'anno secolare, la data della presa della Bastiglia ricorda l'anno della fondazione del tempio di Salomone, 2989 E. A.; il primo anno del regno dei Borboni, 1589; e la rivoluzione Inglese, 1688, 1689.

Nell'Assemblea i più ardenti partigiani della rivoluzione sedevano sui banchi posti alla sinistra del presidente. La sinistra, ossia il partito della rivoluzione, era ornai divenuto il più forte. Suoi capi erano Mirabeau, Lafayette, Barnave ed i tre fratelli Lameth. Però questi uomini, i quali nel linguaggio parlamentare, si potevano allora chiamare di estrema sinistra, pur conservando le loro opinioni mentre procedeva innanzi l'opinione pubblica, giunsero ad esser considerati uomini di destra, cedendo il luogo a Saint-Just, Desmoulins, Santerre, Danton, Marat, Robespierre. Sin dal 1789 si formarono diversi luoghi di raduno, o circoli politici, che si chiamarono, con voce inglese divenuta anche francese, i clubs. Il più potente pel numero, per l'eloquenza e per l'ideale de' suoi membri, fu quello dei Giacobini.

L'Assemblea nazionale, resasi più ardita per la vittoria del popolo nella presa della Bastiglia, aveva già assunto il nome di Assemblea Costituente in seguito al giuramento del Giuoco del Pallone. Con sollecita successione di decreti essa abolì tutti i privilegi feudali, proclamò la inviolabilità delle opinioni religiose, e stabilì la libertà della stampa.

Nel giorno di ottobre 1789, ad imitazione della celebre dichiarazione dell'Indipendenza Americana, l'Assemblea nazionale Francese fece la memorabile dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, colla quale essa proclamò tutte le libertà già decretate; l'eguaglianza delle imposte per tutte le classi, e l'ammissibilità di tutti i cittadini alle funzioni pubbliche. Queste sembrano cose ovvie ed elementari, ma non era così prima del 1789. Addì 14 di ottobre decretò il proprio trasferimento da Versailles a Parigi.

Essa ancora confiscò, ossia dichiarò patrimonio nazionale, i beni del Clero, e creò una carta monetata, la quale prese il nome di assignati, perchè al loro rimborso era assegnato il prezzo dei beni nazionali di mano in mano che si venderebbero. Dapprima gli assignati furono di molta comodità; ma poi la loro eccessiva moltiplicazione, dalla prima e moderata emissione di 400 milioni di franchi, sino a 45 miliardi poco prima che fossero aboliti nel 1796, aveva gettato sopra di essi un tal discredito, che un luigi d'oro da ventiquattro lire equivaleva ad ottomila lire nominali di assignati; e così i più triviali oggetti si vendevano a prezzi che ora parrebbero favolosi: per esempio un pollo 300 franchi.

Per distruggere la pericolosa autonomia delle antiche provincie, d'origine feudale, l'Assemblea nazionale divise tutta la Francia in ottantatrè nuove e piccole provincie che furono chiamate i dipartimenti. Le dodici più celebri e più importanti fra le antiche provincie sono queste: Isola di Francia, con Parigi capitale; Sciampagna, Borgogna; Provenza, con Aix (chiamata dai Romani Aquæ Sextiæ) per capitale amministrativa, ma Marsiglia quale città più grande e più importante; il Delfinato, avente per capoluogo Grenoble; il Lionese, con Lione seconda città della Francia per capitale; la Linguadoca, che aveva per capitale Tolosa; la Guascogna, di cui la metropoli era Bordeaux; la Bretagna, la Normandia: l'Alsazia, con Strasburgo per capitale; e la Lorena, colla sua capitale Metz.

Nel 14 luglio 1790 fu celebrato a Parigi il primo anniversario della presa della Bastiglia, sulla vasta spianata destinata agli esercizii militari, e detta il Campo di Marte ad imitazione dell'ancora più celebre Campo Marzio di Roma antica. Fu una grandissima festa popolare, alla quale accorsero in numero di settantamila, da tutte le parti della Francia, i delegati delle ottantatrè nuove provincie, o dipartimenti. Per la qual cosa fu denominata festa della Federazione.

V'intervenne anche il re Luigi XVI; ma l'esterna partecipazione di lui alle gioje patriotiche del popolo fu poco sincera. Al di del confine erano già raccolti a Coblentz gli emigrati rivoluzionarii, a capo dei quali stava il conte d'Artois, fratello del re; ed era noto che essi intrigavano per promuovere un'invasione di eserciti stranieri in Francia. Una parte, dapprima piccola, del popolo, incominciava a diffidare del re; ma era più grande ancora la diffidenza del re pel popolo; e perciò egli commise il grave e colpevole errore di cercare la propria sicurezza al di fuori. Col fine di procurarsi un appoggio anche in seno all'Assemblea nazionale, egli corruppe segretamente, per mezzo d'una forte somma, dicesi d'un milione di lire o più, l'eloquente ed audace tribuno Mirabeau. Però come avvenir suole in siffatti casi, fu denaro perduto, perchè Mirabeau vide rapidamente tramontare il suo prestigio. Affranto dall'eccesso della concitazione mentale e dai vizii, Mirabeau, nato nel 1749, morì nel 1791, cioè in età di quarantadue anni.

Ai 20 di giugno 1791, anniversario del giuramento del giuoco del Pallone, il re prese la fuga verso il confine settentrionale, in compagnia della sua moglie Maria Antonietta, dei loro due figli Maria Teresa e Luigi, di sua sorella Elisabetta, e della governante dei due fanciulli. Il di lui fratello conte di Provenza, che poi fu Luigi XVIII, partì quel giorno stesso per altra via. Il lor fratello minore, conte d'Artois, che fu poi Carlo X, presiedeva, come già ebbi a dire, l'emigrazione. Luigi XVI era allora in età di 37 anni; la regina Maria Antonietta ne aveva 36. Dei lor due figli, Maria Teresa ne aveva 13, Luigi 6, e la principessa Elisabetta ne aveva 27. Portavano dei passaporti falsi, e dei travestimenti. Tutta la comitiva, contenuta in una sola carrozza da posta, aveva l'aspetto di una famiglia signorile in viaggio. Ed il povero erede di Clodoveo, di Carlo Magno e di Luigi il Grande, qual parte faceva? Quella di cameriere della governante dei suoi figli! Questa aveva il posto e l'aria di principal signora. Luigi XVI, che non sapeva far la parte di re, era degno di compatimento se neppure sapeva ben rappresentare quella di servente. Piuttosto è a deplorarsi che abbia pur voluto rappresentarla. Il capo di una grande nazione, si chiami re, console, o presidente, non dovrebbe mai abbassarsi a così meschine simulazioni per salvare la propria vita; neppure per salvar quella della sua privata famiglia.

Ogni cosa procedette senza difficoltà sino a Châlons; ma giunti che furono i fuggitivi a Sainte Menehould, poco prima di arrivare a Varennes, mentre si cangiavano i cavalli, un certo Drouet, figlio del mastro di posta di Varennes, osservando il preteso famiglio, che di famiglio non aveva i modi, credette di riconoscervi i tratti di persona altre volte veduta. Dove mai? Nelle monete. Egli è di certo il re. I due fanciulli possono essere i suoi figli. Delle tre signore, una facilmente sarà la regina, un'altra la principessa Elisabetta. Non vi è tempo da perdere, disse fra il giovine rivoluzionario. Salito pertanto a cavallo, precorse la vettura reale, e andò a mettere sossopra Varennes colla grande notizia. Fu suonata la campana ad accorr'uomo: i tamburi chiamarono a raccolta la guardia nazionale. Appena giunti a Varennes, il re e la sua famiglia furono arrestati, indi ricondotti a Parigi.

Per ajuto di memoria potete notare che un Drouet fu la causa occasionale del grande avvenimento dei Vespri Siciliani, e che quest'altro Drouet, di Varennes, fu l'occasione di una serie di avvenimenti più grandi ancora. Io tengo per fermo che la proclamazione della Repubblica Francese, e gli altri eventi che ne furono la conseguenza, eran cose volute e predisposte da una potenza irresistibile, come si fa palese a quelli che san riflettere, e che non ragionano da figli intellettuali delle scimie, pei prodigiosi riscontri di date fra i grandi avvenimenti antichi e moderni. Nondimeno, se cotesto Drouet non si trovava a quel tale momento, e se i sovrani non avessero lo strano orgoglio di far coniare sulle monete la figura della lor testa separata dal busto, le ordinarie probabilità fan credere che Luigi XVI avrebbe quietamente varcato il prossimo confine, e la sua testa non sarebbe stata troncata sopra un palco. Forse la coalizione settentrionale avrebbe soffocato la rivoluzione francese; forse non vi sarebbe stato un impero napoleonico, una costituzione spagnuola, un impero prusso-germanico, un regno d'Italia. L'Europa politica, sociale ed intellettuale sarebbe tutt'altra cosa da ciò che ora ell'è. In meglio od in peggio? Io credo che la sintesi totale delle cose sarebbe peggiore di quanto vediamo. Così il bene suole spesso venire dal male.

L'Assemblea costituente decise che il re, pel suo tentativo di fuga, fosse temporaneamente sospeso dalle funzioni governative. A molti però sembrava troppo mite quella penalità: perciocchè nutrivano il sospetto che il re andasse a concertarsi colle potenze straniere per un intervento armato: e così quella fuga assumeva l'aspetto non pure di una diserzione, ma di un tradimento. Questo grave sospetto fu naturalmente tradotto in regolar capo d'accusa nel processo giudiziario che un anno e mezzo più tardi lo condusse al patibolo; ma fin dal giorno 17 luglio fu firmata da migliaia di persone un'istanza fieramente ostile al re: e quell'istanza diede occasione, come fra poco vedremo, ad una lunga serie di luttuose conseguenze.

Nel giorno di giovedì 14 luglio 1791 si era celebrata nel Campo di Marte, come nel precedente anno, la commemorazione della presa della Bastiglia; ma, essendo il susseguente giorno 17 una domenica, e perciò festivo, si volle in quel giorno replicare e compiere in qualche guisa la festa del quattordici. Eranvi a profusione alberi della libertà, festoni, ghirlande, vendite di commestibili e di bevande, giuochi, musica, balli popolari. Nel mezzo del campo era stato eretto l'altare della Patria. Il partito repubblicano, il quale era divenuto di giorno in giorno più numeroso e più potente nei due anni trascorsi dalla rivoluzione del 1789, profittò dell'opportunità per esporre sull'altare della Patria una petizione diretta all'Assemblea legislativa, nella quale si domandava che il re venisse posto in istato d'accusa. Una numerosa e continuata processione di persone andava a sottoscrivere la petizione. Ma la parte monarchica, quantunque avesse perduto terreno, era forte ancora; avendo dal canto suo l'opinione della maggioranza della nazione, ed in genere, la legalità, perchè la monarchia era tuttora il governo legale della Francia. Non aveva però dal lato suo la legalità nella questione speciale se dovesse impedirsi colla forza la sottoscrizione di quella istanza, perchè un decreto dell'Assemblea guarentiva ai cittadini il diritto di petizione. Sventuratamente si volle rispondere alla petizione con un'istantanea e sanguinosa repressione.

Mentre un'innumerabile moltitudine di uomini, donne e fanciulli, erano intenti al ballo e ad altri divertimenti popolari, forti drappelli di guardia nazionale e di linea, tanto fanteria, quanto cavalleria, sboccarono d'improvviso da varie parti nel campo di Marte. Furono effettuate delle cariche micidiali, delle quali rimasero vittime, secondo alcuni rapporti, duecento persone; secondo altri sino seicento. La strage del campo di Marte, più ancora che un'altra avvenuta prima a Nancy, creò un fermento di odio e di vendetta negli animi popolari contro la parte monarchica, e prestarono non già una giusta scusa, ma un fatale eccitamento alle future stragi iniziate da parte democratica.

Nonostante la dolorosa catastrofe del Campo di Marte, l'Assemblea costituente condusse a termine il lavoro della Costituzione. Questa lasciava al re poco più che l'ufficio di aggiungere il suo visto ai decreti di un'assemblea sovrana da eleggersi dal popolo, oppure di opporvi il suo veto. Il re, per altro, l'accettò, e la giurò nel giorno 13 di settembre 1791.

Nell'ultimo giorno dello stesso mese la Grande Assemblea, che prima erasi intitolata gli Stati Generali, poi Assemblea Nazionale, ed infine Assemblea costituente, si sciolse, e le succedette immediatamente, nel giorno appresso, l'Assemblea legislativa. Per un magnanimo decreto della Costituente, nessuno dei membri di essa potè esser eletto a membro della nuova assemblea. Per la qual cosa questa fu un'Assemblea mediocre, mancandole egualmente i celebri oratori dell'Assemblea nazionale, e le energiche e disperate anime della futura Convenzione.

Nondimeno l'Assemblea legislativa rialzò nobilmente il guanto di sfida gettatole dalle potenze settentrionali. Morto l'imperatore Leopoldo eragli succeduto il suo figlio Francesco, il quale si chiamò dapprima Francesco II imperatore di Germania, poscia Francesco I imperatore d'Austria. Francesco II intimò alla Francia di ristabilire il vecchio ordine di cose, e preparavasi evidentemente a sostenere la sua intimazione colla spada. L'Assemblea legislativa rispose, nel giorno 20 di aprile 1792, con una dichiarazione di guerra contro l'imperatore di Germania. La Prussia si unì all'Austria. Il duca di Brunswick, scelto a generale in capo degli eserciti alleati contro la Francia, pubblicò un baldanzoso e violento manifesto, in nome non solo del re di Prussia e dell'imperatore di Germania, ma ancora dell'imperatore di Russia e del re di Spagna. Le tracotanti parole di Brunswick, e l'avanzarsi delle truppe prussiane ed austriache, lungi dal salvare la monarchia francese, ne precipitarono la caduta.

Facile era a prevedersi che a Luigi XVI non rimanevano che pochi mesi di regno. Perciò fu sparsa la predizione che la monarchia non sopravviverebbe alle foglie, cioè al prossimo autunno. Sapete già che le profezie si verificano spesso, non solo perchè chi le ha fatte calcolò le probabilità ordinarie, ma ancora perchè la profezia diminuisce le forze morali di coloro che ne sono minacciati, mentre accresce l'audacia e quindi anche la forza di quelli ai quali promette la vittoria. La monarchia borbonica, di fatto, fu ufficialmente abolita il 21 settembre 1792; ma la sua effettiva caduta fu anticipata dalla memoranda insurrezione del 10 agosto (21 settèro del calendario solstiziale).

La giornata del 10 agosto 1792 fu una vera battaglia campale, a Parigi, fra realisti e repubblicani. Le due parti avverse vi si preparavano già da alcuni giorni, ma più mollemente la parte regia che l'altra. Alle Tuileries facevano assegnamento, per la sperata vittoria, sul valore e sulla fedeltà del reggimento svizzero che difendeva il palazzo. Sin dalla sera del 9 agosto, vigilia dell'atteso conflitto, erano pure accorsi alla reggia molti nobili armati, ed alcuni battaglioni di guardia nazionale.

In quella notte non si coricarono il re, la regina, la principessa Elisabetta, le lor dame di compagnia. Spalancate erano le finestre per temperare l'estiva arsura colle fresche aure notturne. Si vedevano guizzare in cielo numerose stelle cadenti, dette dai francesi stelle filanti, essendo quella la notte del maggior flusso di tali corpuscoli che divengono incandescenti per eccesso di calore e di elettricità, nel traversar rapidamente le regioni superiori dell'atmosfera terrestre. Si è scoperto ai nostri giorni che lo sciame meteorico nella notte del 10 agosto proviene dal parziale discioglimento di una cometa, di cui il principale ed imponente avanzo, ancora compatto, è la grande cometa del 1862. Il volgo chiama le stelle cadenti del 10 agosto le lagrime di San Lorenzo, perchè quel giorno, nel calendario cristiano, è dedicato alla memoria del martire Lorenzo. Quello spettacolo, naturale ed anche grazioso, ma allora non ancora spiegato, produceva nell'imaginazione della principessa Elisabetta, ed in quella delle altre donne delle Tuileries, l'effetto di un lugubre augurio, ed eccitava le loro lagrime.

La tristezza loro divenne maggiore quando, in sulla mezzanotte, s'incominciarono a sentire di lontano i rintocchi di alcune delle campane che suonavano a stormo, per chiamar il popolo alla battaglia. Alle tre si incominciò a battere la generale, coi tamburi, nel formidabile sobborgo di Sant'Antonio. Però il re, che spesso mandava fuori delle persone ad esplorare i varii quartieri di Parigi, prese un fallace augurio di vittoria alla parte sua, quando vennero a riferirgli che le campane ed i tamburi facevano poco effetto; cioè che pochi si muovevano. Era troppo di buon'ora. I popolani, più sicuri del fatto loro che non era del suo il re, dormivano ancora. Non però i loro capi. I delegati delle sezioni rivoluzionarie, con un movimento pieno di audacia ed abilmente combinato, invasero di buon'ora l'Hôtel de Ville, ossia il palazzo di città, ed assunsero violentemente le funzioni della vecchia amministrazione municipale. Così nacque la famosa Comune di Parigi, e fu abile a rendere possenti servigi alla rivoluzione in quel giorno stesso e più avanti.

Alle sei il re discese nei giardini delle Tuileries onde passar in rassegna le truppe: ma i soli Svizzeri ed i nobili gridarono viva il re, i cannonieri e la guardia nazionale, cattivo presagio per la monarchia, gridarono viva la Nazione. Al di fuori del Palazzo cominciarono debolmente le prime avvisaglie. Arriva un drappello poco numeroso ancora di Parigini, condotti da dei rivoluzionari Marsigliesi, e tirano qualche schioppettata. Roederer, forse messo dalla Massoneria per promuovere la caduta della monarchia col minore spargimento di sangue, consigliò il re a cercar salvezza in seno all'Assemblea. Ma, disse il re, non sentite voi dai loro colpi, che i ribelli son pochi? Non v'illudete, o Sire, rispose il procuratore Sindaco della Comune (tale era la carica ufficiale di Roederer); i sobborghi sono ancora indietro, ma non tarderanno ad arrivare. Ed infatti la folla rivoluzionaria si andava sempre ingrossando, e già si scorgevano in distanza dodici pezzi di cannone. La regina, di animo più virile che suo marito, consigliava la resistenza; ma fu accolto il consiglio della paura. Alle sette il re, seguito dalla sua famiglia e da alcuni de' suoi ministri, varcò la soglia del suo palazzo, ove non doveva mai più rientrare, ed attraversò a piedi il vasto giardino delle Tuileries per recarsi alla vicina residenza dell'Assemblea. Nel giorno prima una bufera aveva svelte in gran quantità le foglie degli alberi. Luigi Blanc racconta che il Delfino, nel camminare in compagnia de' suoi genitori, si divertiva fanciullescamente a raschiare coi piedi il suolo, ed a cacciare le foglie fra le gambe di suo padre. L'Assemblea ricevette freddamente la regia famiglia, e la fece assidersi in una piccola tribuna riservata agli stenografi.

Infrattanto la turba degl'insorti entrò nel palazzo reale delle Tuileries, senza incontrar resistenza per parte degli Svizzeri, resi titubanti per l'abbandono nel quale il re li lasciava. Un malaugurato colpo di fucile, tirato sulle scale, non si sa, e poco importa il saperlo, da chi, accese una terribile e micidiale mischia. Dapprincipio caddero in assai maggior numero gl'insorti che gli Svizzeri. Trafitti o scacciati gl'intrusi, gli Svizzeri fecero una sortita e s'impadronirono di alcune artiglierie. Ma, mentre si credevano aver in pugno la vittoria, arrivarono gli uomini di altri due sobborghi, e fra essi quelli del più lontano e più forte, cioè del sobborgo di Sant'Antonio. Gli Svizzeri, dopo una disperata difesa, furono sopraffatti e massacrati. Con essi perirono ancora molti cortigiani; non però le donne.

Il 10 agosto 1792 è una giornata decisiva nella storia della Rivoluzione francese: imperocchè l'insurrezione vincitrice andò a circondare il palazzo dell'Assemblea, dove erasi rifuggito il re, e costrinse i deputati a dichiararlo prigioniero. Gli fu assegnato, come luogo di detenzione, dapprima il palazzo del Lussemburgo, indi la carcere detta il Tempio.

Trascorsero ventitrè soli giorni dalla sanguinosa giornata del 10 agosto, ed eccone un'altra più sanguinosa ancora, ed interamente deplorabile agli occhi degli uomini savi ed onesti di qualsivoglia partito; cioè il 2 settembre 1792. Il teatro della strage fu ancora Parigi.

Avanti di descrivere le carneficine avvenute in quello e nei susseguenti giorni nelle carceri di Parigi, e per poter trovare non già una scusa ma una spiegazione delle loro cause, giova il notare preliminarmente che gli eserciti alleati avevano varcato il confine di Francia, ed eransi già impadroniti di Longwy e di Verdun. Un corpo di seimila emigrati francesi, capitanati dal conte d'Artois, accompagnava i Prussiani, e portava empiamente le armi contro il lor proprio paese. Nel medesimo giorno 2 di settembre, nel quale ebber principio le stragi nelle prigioni di Parigi, il generale Dumouriez, comandante delle truppe francesi contro le truppe associate di Prussia e d'Austria, giunse a Sédan, e trovò una situazione quasi disperata. Ventitrè mila soldati francesi, volontariamente accorsi sotto le bandiere, da opporre ad oltre ottantamila soldati stranieri, ben armati, ben disciplinati e ben condotti. Chi osava allora predire o sperare il trionfo di quel branco di volontari, inesperti e male ordinati? Fuggiranno, dicevasi, alla prima scarica nemica. La città di Sédan soccomberà al primo assalto. Fra pochi giorni Brunswick ed il re di Prussia saranno a Parigi. Così si sperava dai nemici della rivoluzione francese: così temevasi da' suoi amici.

Strani riscontri di nomi, di date e di circostanze! Il 2 settembre 1870 Napoleone III, in quella stessa città di Sédan, arrendendosi prigioniero, consegnò la sua spada al re di Prussia. Era facile nel 1870 il prevedere che i Prussiani sarebbero in breve davanti a Parigi; e la previsione si verificò. Per fortuna della Francia e dell'Europa non avverossi l'analoga predizione nel 1792.

Nel mattino di quel medesimo giorno 2 settembre 1792, giunta la notizia che i Prussiani si erano impadroniti di Longwy e di Verdun, Danton propose all'Assemblea che ogni cittadino fosse tenuto, sotto pena di morte, di servir in persona, o consegnar le sue armi. Il grande tribuno rivoluzionario aggiunse con voce tonante: per vincere i nemici della Patria, che cosa ci abbisogna? «Audacia, audacia, ed ancora audacia.» La sua mozione fu laudevolmente approvata dall'Assemblea, e gloriosamente dal Popolo eseguita.

Pur nondimeno il 2 settembre è per un'altra parte una lugubre data, che la Francia di buon grado cancellerebbe se fosse possibile, non solo dalla storia contemporanea, ma da quella pure del precedente secolo. Imperocchè in quel giorno 2 di settembre 1792, trecento assassini, istigati dal feroce e maniaco Marat, invasero le carceri di Parigi, e cominciarono a fare scempio dei prigionieri politici. Questi erano principalmente preti e nobili. La strage si continuò anche nei tre susseguenti giorni, e si dice che il numero delle vittime fosse da otto o dieci mila. Fra esse fuvvi ancora una principessa di Savoja Carignano, bella e virtuosa donna italiana, nata a Torino nel 1748, e nota nella storia sotto il nome di principessa di Lamballe, perchè sposò in Francia un principe di Lamballe, del quale rimase vedova. La testa della Lamballe fu portata sopra una picca sotto le finestre del Tempio, per atterrire la regina, della quale l'infelice uccisa era stata amica.

Infrattanto i Prussiani, e con essi gli Austriaci, si inoltrarono di più nel territorio francese; ma per fortuna, invece dei vili che sgozzavano i prigionieri a Parigi, gli alleati s'incontrarono a Valmy con dei valorosi.

Era il mattino del 20 settembre. L'esercito francese occupava l'altura di Valmy; quello degli alleati occupava un'altra altura, chiamata la Luna, di fronte a quella. La battaglia che si accese fu specialmente un combattimento di artiglieria, nel quale si computa che fossero tirati sino a ventimila colpi di cannone.

Ma, avendo i tedeschi tentato due assalti di fanteria, furono altrettante volte respinti. La battaglia di Valmy apparve dapprima indecisa; novecento fra morti e feriti dalla parte francese; altrettanti dalla parte germanica. Il seguito però degli eventi provò che era stata una vera vittoria pei Francesi; perocchè Brunswick consigliò al re di Prussia delle proposte di pace. Furon fatte, e respinte. Da quel momento gli emigrati e gli stranieri cessarono di deridere i volontarii come un'accozzaglia di calzolai e sartori. Essi divennero il nucleo degli eserciti che sotto la condotta di Bonaparte percorsero coi passi della vittoria tutte le parti dell'Europa. La battaglia di Jemappes, vinta dai Francesi il 6 novembre 1792, assicurò la completa conquista del Belgio. Dalla parte opposta della frontiera francese, le truppe repubblicane si impadronirono della Savoja, e del contado di Nizza, paesi appartenenti al re di Sardegna, ossia al Piemonte.

Nel giorno stesso della battaglia di Valmy, 20 settembre 1792, la novella Assemblea, denominata la Convenzione, tenne la sua prima seduta provvisoria, per verificare le elezioni, e nominare i presidenti. Avevano ottenuto dagli elettori il maggior numero di voti: Robespierre, per primo, Danton secondo, Marat terzo. Il giorno 21 settembre la Convenzione tenne la sua prima seduta pubblica, e votò la fine della Monarchia.

Nel seguente giorno, 22 settembre 1792, fu più regolarmente decretata la fondazione della Repubblica Francese. Quel giorno era il doppio anniversario delle due battaglie greche di Platea e di Micale; l'anno era un centenario della scoperta dell'America, 1492; ed il doppio centenario delle antiche repubbliche di Roma e di Atene, la prima delle quali fu proclamata per la prima volta nel giorno 24 febbrajo romano dell'anno Adamitico, o massonico, 3492; l'altra, cioè la repubblica Ateniese, fu restaurata in un giorno ora ignoto, ma in quel medesimo anno.

Siccome il 22 settembre 1792 fu pure il giorno dell'equinozio di autunno, gli autori del nuovo calendario repubblicano profittarono abilmente di quella circostanza per far coincidere il principio del nuovo anno civile con uno dei quattro punti cardinali dell'anno, e coll'anniversario della Repubblica.

Lo sfortunato re Luigi XVI fu sottoposto a processo dalla Convenzione, e da essa condannato a morte, per titolo di cospirazione ed alto tradimento, il 17 gennajo 1793. Egli negò l'alto tradimento, ed era suo diritto il negarlo perchè ciò che era alto tradimento agli occhi de' suoi giudici, non lo era agli occhi suoi, avendo egli creduto in buona fede che l'intervento straniero poteva riuscir utile alla Francia. Negò ancora la cospirazione, e qui negò assolutamente il vero. La sua morte, perciò, fu legale in faccia al diritto delle genti: ma deplorabile davanti al sentimento umano, il quale abborre la pena di morte in generale, e sopratutto in materia politica.

Debole fu la maggioranza che lo condannò senza riserva alla pena capitale; infatti, essendo il numero dei votanti 721 in tutto, i incondizionati furono, secondo Bouillet, 366, e 355 i no: e quindi la maggioranza si ridusse a soli undici voti. Secondo Luigi Blanc, nella sua Storia della Rivoluzione, i voti per la morte senza condizione furono 387; e quelli per la detenzione perpetua o temporanea, o per la condanna a morte ma con appello al popolo, furono 334; e così ebbevi una maggioranza di 53 voti per la condanna capitale assoluta. La differenza dei computi proviene dalla circostanza che molti deputati, nel pronunciare il lor voto per appello nominale, aggiugnevano qualche dichiarazione, più o meno netta, più o men vaga. Fra queste ultime merita special menzione quella di Vergniaud; cioè la morte, ma che si esaminasse la questione se si doveva accordare l'appello al popolo. È ben chiaro che il popolo in massa non avrebbe ratificata la sentenza dell'estremo supplizio. Molti deputati diedero la secca e truce risposta: la morte. Fra costoro fuvvi anche Sieyès. Non è vero che aggiugnesse: sans phrases, parole che sarebbero state esse stesse una frase, spietata per l'infelice imputato, e sconveniente verso altri deputati. Filippo d'Orléans, sopranominato Égalité, parente di Luigi XVI, ed uno dei pretendenti alla sua corona, votò la morte, ma con frase; e ne riscosse un mormorìo di meritato disprezzo. È una circostanza notabile che non vi fu una sola voce di completa assoluzione.

La ferale sentenza fu realmente eseguita il 21 gennajo. Luigi mostrò maggior dignità in faccia alla morte che non era solito mostrarne in vita. Salito sul palco disse al popolo: Francesi, io muojo innocente. A Dio piaccia che il sangue mio non ricada sulla Francia. Ma il rullo dei tamburi troncò le sue parole, e la fatale ghigliottina la sua testa.

La sua ancor più infelice vedova, Maria Antonietta, rimase coi due figli e colla cognata nelle carceri del Tempio. Il fanciullo Luigi, che prima aveva il titolo di Delfino, fu trattato con ispeciale rispetto dalla madre e dalla zia, come se avesse effettivamente ereditata la corona di suo padre. I realisti e le potenze estere lo chiamarono infatti Luigi XVII, e la Vandea si sollevò in suo nome. Maria Antonietta, così allegra e spensierata, ed anche leggera, prima del 1789, rimase bella nella sventura; se non che, in una notte, le incanutirono improvvisamente i capelli, benchè non avesse trentotto anni. Fu decapitata nel giorno 16 ottobre 1793. Nel 1794, la giovane ed innocua Elisabetta, amorevole sorella di Luigi XVI, salì pure sul palco: infame per quelli che ve la mandarono e non per lei. Il fanciullo Luigi fu dato in custodia ad un calzolajo per nome Simon, ufficiale della Comune. Siccome egli morì in età di dieci anni, l'otto giugno 1795, si è naturalmente sospettato e quindi asserito che la vita gli fosse abbreviata dai mali trattamenti, forse anche dal veleno. La supposizione però non solo manca di prova positiva, ma non ha l'appoggio di un'intrinseca probabilità. Si ignora se Simon fosse un uomo di mostruosa perversità, o di ordinario carattere. Probabilmente non era uomo straordinario in alcun senso. Ora gli uomini ordinarii non han molto a cuore il lor dovere, ma assai più il proprio interesse. Qual era l'interesse, non meno che il dovere di Simon, nella sua qualità di custode del giovinetto principe, col derisorio titolo di suo istitutore? È chiaro che avrà goduto pel suo uffizio un qualche stipendio, superiore a quello che avrebbe guadagnato facendo le scarpe. L'interesse personale di lui, conseguentemente, era di conservar la vita del suo alunno, e non di abbreviarla. L'interesse poi della Repubblica era di tener in vita il figlio di Luigi XVI, affinchè le sue pretese non cadessero in mani più temibili.

Ben vi erano per verità due persone le quali avevano un reale interesse umano nella morte di quel povero fanciullo, ed erano i suoi due zii Luigi e Carlo, che più tardi giunsero al trono, e non vi sarebbero giunti se quel fanciullo viveva; ma quantunque, come uomini politici, Luigi XVIII sia stato un re mediocre, e Carlo X un re cattivo, è poco credibile che l'uno o l'altro fossero tali mostri di scelleraggine da far avvelenare il lor nipote. La brevità della sua vita nulla ha di straordinario in genere, ed avvene un altro calzante esempio nella sua stessa famiglia, cioè nel di lui fratello maggiore Giuseppe, il quale morì nel 1789, alla stessa età di dieci anni.

Unica scampata alle tragiche avventure della prigione del Tempio fu la giovinetta Maria Teresa. La intera vita di lei fu il fedele riflesso delle straordinarie vicende della sua stirpe. Fuggita coi genitori nel 1791, fermata con essi a Varennes, con essi incarcerata nel Tempio, ne fu liberata dopo la decapitazione del padre, della madre, e della zia. Riparatasi all'estero presso i suoi zii, che furono Luigi XVIII, e Carlo X, tornò con essi a Parigi nel 1814, ma ebbe a fuggirne con essi dopo meno di un anno pel ritorno di Napoleone dall'isola d'Elba. Torna ancora in Francia dopo la battaglia di Waterloo, e sposa il suo cugino duca d'Angoulême, ma le tocca fuggir di nuovo per la rivoluzione del 1830, e muore esule presso il nipote, conte di Chambord, in età di settantatrè anni.

Il supplizio del re Luigi XVI rese vieppiù sfrenate le furie della reazione in Francia e fuori. Nella Vandea, dipartimento occidentale posto sul golfo di Guascogna, e più generalmente nell'occidente della Francia, si sollevarono contro il governo della Repubblica i nobili ed i contadini. Questa grande insurrezione monarchica, incominciata nel 1793, non ebbe fine che nel 1796. I più celebri capi ne furono Cathelinau, Larochejaquelin, e Charette. Il vincitore e pacificatore della Vandea fu Hoche.

Dopo la battaglia di Valmy, vinta come narrai il 20 settembre 1792, Dumouriez ricuperò Verdun e Longwy, ed infine vinse la battaglia di Jemappes, ed occupò il Belgio. Ma infrattanto quasi tutta l'Europa si univa coll'intento di distruggere la nuova repubblica. Erano già in armi contro di essa, come sappiamo, Prussia ed Austria; l'Inghilterra richiamò da Parigi il suo ambasciatore, e dichiarò la guerra. Spagna pure ed Olanda si aggiunsero alla coalizione. Per prima risposta a questo triplice rinforzo della retrograda lega, i Francesi invasero l'Olanda, e presero la forte città di Breda. Nell'assemblea della Convenzione la violenta Montagna, capitanata da Robespierre, Danton e Marat, sopraffece i deboli Girondini, e fece condannare a morte i principali lor capi. Vergniaud, il più eloquente e simpatico dei loro oratori, disse con troppa verità che la rivoluzione, simile a Saturno, divorava i proprii figli. Ebbe in destino di farne egli stesso l'esperimento.

Carlotta Corday, ammiratrice dei girondini, stimando di far opera meritoria verso la patria, uccise Marat il 13 luglio 1793. Ai 31 di ottobre dello stesso anno andarono al patibolo Vergniaud, ed altri girondini. Danton pure salì intrepidamente al palco di morte il 5 aprile 1794. Egli era nato nel 1759, cioè in quello stesso anno in cui nacquero Vergniaud e Robespierre. Quest'ultimo non tardò tre mesi ad avere la stessa sorte. E così i due più potenti capi della rivoluzione morirono nella ancor giovanile età di trentacinque anni. Ma prima di estinguersi, Massimiliano Robespierre compiè un nobile atto, proponendo nel giorno 18 floreale, anno secondo, cioè 7 maggio 1791, un decreto, del quale i due primi articoli suonavano così:

«La Nazione Francese riconosce l'esistenza dell'Ente Supremo, e l'immortalità dell'Anima. Essa riconosce che il più degno omaggio all'Ente Supremo è l'adempimento dei doveri dell'Uomo.»

Gli applausi coi quali fu ricevuto questo decreto persino nelle pubbliche tribune, l'unanimità con cui fu votato, la gioja colla quale fu accolto in ogni parte della Francia, mostrano che quell'atto era in armonia colla generale opinione, e rispondeva ad un bisogno sentito nel cuore.

I mesi del calendario repubblicano, erano tutti di trenta giorni, e divisi in tre decadi. Il decadì, od ultimo giorno di ogni decade, era festivo. Nel giorno di decadì 20 pratile, ossia 8 giugno 1794, fu celebrata la festa dell'Ente Supremo, con istraordinario entusiasmo in tutta la Francia. I fanciulli erano coronati di viole, le donne portavano dei mazzi di rose e d'altri fiori, gli uomini dei rami di mirto e di quercia. Le persone si abbracciavano anche senza conoscersi. Bello e commovente omaggio al Padre della Natura e dell'Umanità!

In questo mondo però, al rovescio di ciò che dobbiamo attendere dalla Giustizia eterna, molto di sovente si ha premio per le malvagie opere, e castigo per le buone.

Quantunque gli atei fossero pochi, essi erano tuttavia potenti, e di una feroce intolleranza.

E perciò, tornando dal giardino delle Tuileries ove si era celebrata la festa dell'Ente Supremo, Robespierre udì susurrarsi nelle orecchie queste parole, che gli parvero, dice Blanc, l'alito di negri demonii: non pago di esser dittatore, hai voluto esser pontefice: morrai. E, sotto il pretesto di punirlo del male che realmente aveva fatto, moltiplicando le vendette della rivoluzione, lo punirono del bene, cioè della proclamazione del dogma dell'esistenza di Dio. Infatti, il 28 ottobre di quel medesimo anno, Robespierre, in compagnia di altre ventidue persone, salì quel patibolo al quale per vero dire egli meritava di andare, per avervi mandato Danton, e troppi altri ancora.

La rivoluzione Francese, per confessione di amici e di nemici, ha cangiato, in qualche guisa, la faccia dell'Europa. Ripeto la domanda già da me fatta: l'ha mutata in meglio od in peggio? Senza dubbio in meglio dal lato materiale. Imperciocchè l'abolizione della servitù della gleba, dei maggioraschi, della mano morta, e dei più odiosi balzelli; la diffusione dell'istruzione mediante le scuole elementari e la libertà della stampa; la diminuzione, se non soppressione, d'innumerevoli abusi, di innumerevoli vessazioni; la necessità di rispettare, od almeno di conculcar meno di prima i diritti, gli interessi, e la dignità della classe più numerosa e più utile, cioè della classe produttrice, dacchè questa è divenuta non solo numericamente, ma ancora moralmente e politicamente forte, sono le principali cagioni per cui la popolazione dell'Europa oggi è incirca il doppio di quanto era nel 1789, e del fatto più consolante ancora che questa aumentata popolazione è meglio nutrita, meglio vestita, meglio alloggiata che non era nel passato secolo. Il beneficio materiale è dunque grande ed evidente. Non lo è altrettanto il guadagno dal lato morale; credo però che sia reale ancora, benchè minore che il vantaggio materiale; conciossiachè l'innegabile e grande progresso nell'istruzione universale, nella dignità di carattere, nella gelosa custodia dell'onore individuale non che nei sentimenti collettivi di patriotismo e di solidarietà umana, sono vantaggi morali di maggior peso, nel lor complesso, che il cumulo sventuratamente troppo grande ancora, di mali provenienti dall'accresciuta corruzione. La quale non potrà trovar freno e rimedio che in una restaurazione razionale del senso religioso. La restaurazione del sentimento religioso sarà razionale e salutare allorchè cesserà di essere il monopolio di un sacerdozio nemico della libertà; e ciò avverrà quando i discendenti non già naturali, come si vantano di essere, ma figli intellettuali delle scimmie, non avran più forza bastevole per impedire al senso comune del popolo di comprendere il significato delle armonie celesti e cronologiche.

Lo spettacolo offerto dalla Rivoluzione francese ne' suoi primi anni, è grandioso, meraviglioso, epico, consolante. Ma i numerosi e sanguinosi eccessi di rigore, contro i reali o supposti nemici della libertà, procacciarono l'odioso ed infausto nome di regime del terrore al periodo che cominciò colla morte di Luigi XVI, e finì con quella di Robespierre. Le mostruose colpe e follie commesse allora in Francia, screditando il puro nome della vera Libertà, la quale è tutta ordine, e tutta giustizia, produssero la temporanea sommersione della libertà popolare in Francia, e ritardarono non solo la sua espansione all'estero, ma ancora il suo risorgimento in Francia. Vero è che le vittime del dispotismo sono state assai più numerose che quelle della più sfrenata licenza; ma gli eccessi da una parte non iscusano gli eccessi della parte opposta.

Le vittime, illustri od oscure, del regno del terrore furono migliaja, e fra esse anche molte donne. Madama Rolland, nel venir condotta al patibolo, avendo vista una statua della libertà, esclamò: o Libertà, quanti delitti si commettono in tuo nome!

La caduta di Robespierre determinò quella della convenzione, e lo stabilimento di una nuova costituzione, la quale si chiama la costituzione dell'anno terzo (1795), e durò un poco più di quattro anni. La costituzione dell'anno terzo creò due consigli, ossia assemblee legislative, elette dal Popolo, ed un potere esecutivo, chiamato il Direttorio, e composto di cinque direttori nominati dai due consigli. Ai 18 di fructidor dell'anno quinto, ossia 4 settembre 1797, tre dei cinque membri del Direttorio fecero un colpo di stato contro gli altri due colleghi, e contro i realisti. Ma chi commette un atto illegale, è spesso punito colla pena del taglione, cioè col soggiacere egli stesso ad altre illegalità, e così il nuovo direttorio fu soppresso da un colpo di stato, commesso in un altro giorno 18, che fu il troppo famoso 18 brumale.

I quattro anni del governo direttoriale furono per la Francia un'epoca di decadenza morale all'interno, ma di gloria militare al difuori. Nel 1795 la Repubblica Francese terminò la conquista dell'Olanda, di che fece la repubblica Bàtava. Nei primi mesi del 1796 aveva già pacificata la Vandea all'interno, ed era vincitrice della lega retrograda, sul Reno, sui Pirenei, e sulle Alpi.

Al principio del medesimo anno il direttorio affidò il comando dell'esercito delle Alpi ad un giovane di ventisei anni, il quale doveva correre colla vittoria, dall'una all'altra estremità dell'Europa, ed estendervi la cognizione e la pratica di alcuni dei più fondamentali principii della grande rivoluzione francese, ma troncarne violentemente il corso nella Francia stessa.


«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA2) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2010. Content in this page is licensed under a Creative Commons License