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Il mondo ideale guidò sempre il mondo materiale, e, più che in altri tempi nel nostro, abbenchè i sedicenti dotti facciano ora dei vani sforzi per ignorare e negare l'idealismo.
Tremendo cozzo di forze materiali è la guerra, ma più ancora di forze intellettuali.
Temistocle, Alessandro, Giulio Cesare, Napoleone, con eserciti numericamente inferiori disfecero innumerevoli turbe nemiche, perchè essi erano dotati di più alto ingegno che i comandanti a loro opposti, ed altresì perchè i Greci eran più colti che i Persiani, i Romani più dei Galli, la Francia dal 1648 al 1848 più che il resto del continente Europeo.
Napoleone Bonaparte è la più grande figura che sia apparsa sul teatro della storia umana da Carlomagno sino ad oggi. Le sue gesta appartengono alla storia generale del mondo, ma più specialmente alla storia particolare della Francia suo paese di adozione, ed a quella dell'Italia, suo paese di origine.
Napoleone nacque ad Ajaccio nell'isola di Corsica, addì 15 di agosto dell'anno 1769. figlio secondogenito di Carlo Bonaparte e di Letizia Ramolino. Carlo Bonaparte era allora assai giovine, e prese la laurea nell'Università di Pisa in quel medesimo anno. Nello stesso anno nacquero pure il grande geologo e naturalista Giorgio Cuvier, ed Arturo Wellington, che divenne il formidabile antagonista di Napoleone in Ispagna, e suo vincitore a Waterloo.
La sua famiglia era originaria di Firenze, e fu di parte Ghibellina, dalla qual circostanza probabilmente deriva il cognome di Buona parte, dato a' suoi antenati dagli altri Ghibellini; perciocchè ognuno chiama buono il pro-prio partito e le proprie opinioni, e cattivi tutti i partiti e le opinioni contrarie. Da Firenze un ramo della famiglia passò a San Miniato, ed un altro, o quello stesso, a Sarzana, e di qui in Corsica. Si trovano altri Bonaparte, che forse nulla avevan che fare colla famiglia del gran Corso, nel libro d'oro, ossia della nobiltà, di Bologna, ed in quello di Treviso.
Giunto al Consolato, o, secondo alcuni sino dal 1796, Napoleone giudiziosamente migliorò l'ortografia ed il suono del suo nome di famiglia, anche ad orecchie Italiane, e molto più per orecchie Francesi, chiamandosi Bonaparte.
La Corsica, soggetta nei primi tempi ai Fenicii, ai Focei, ai Cartaginesi, fu conquistata dai Romani dugento trentasei anni prima della nascita di Gesù Cristo. Caduto l'impero Romano, i Corsi furono per qualche tempo quasi indipendenti, poi successivamente soggetti ai papi, ai Pisani, ai Genovesi; ma, per un trattato coi Genovesi, Luigi XV firmò l'editto della riunione della Corsica alla Francia nel giorno 15 di agosto 1767, cioè precisamente due anni prima della nascita di Napoleone. Pasquale Paoli sin dall'anno 1755 erasi posto a capo dei Corsi suoi compatrioti per iscuotere il giogo dei Genovesi; ed, avvenuta la cessione dell'isola alla Francia, continuò per qualche tempo, coll'ajuto dell'Inghilterra, a lottare per l'indipendenza assoluta della sua patria. Carlo Buonaparte abbracciò il partito della Francia, e la bella e coraggiosa Letizia, già incinta di Napoleone, seguiva suo marito a cavallo. Sorpresa inaspettatamente dalle doglie del parto, mentre era a chiesa per la festa della Vergine assunta al cielo, il 15 agosto 1769, diede alla luce il futuro vincitore dell'Europa sopra un tappeto che rappresentava un episodio dell'Iliade d'Omero. Anche il nome di Napoleone ha una bella etimologia greca, significante il leone della foresta.
Nell'età di dieci anni il piccolo Napoleone fu mandato alla scuola militare di Brienne, in Francia, indi alla scuola militare di Parigi, dalla quale uscì col grado di sottotenente di artiglieria, all'età di sedici anni. Nei due collegi si era distinto specialmente per lo studio delle matematiche, e per lo stile imaginoso ed enfatico delle sue composizioni letterarie. Ne troveremo i germi migliorati ne' suoi proclami di generale. Era appassionato lettore di Storia, e specialmente delle vite degli uomini illustri di Plutarco. Vi attinse dei preziosi insegnamenti di scienza militare, e l'amor della gloria, ma sfortunatamente troppo poco quelli della libertà, e della virtù.
Vide e non approvò la grande rivoluzione del 1789, ma si apparecchiò a trarne suo profitto. Nel 1793, già capitano, ridusse al dovere i federalisti Marsigliesi. Poco dopo fu nominato comandante dell'artiglieria dell'esercito francese che assediava Tolone, allora occupato dagli Inglesi. Tolone fu preso non ostante l'incapacità del generale francese che comandava le truppe assedianti, e per merito principalmente di Napoleone. Colla mitraglia estinse l'insurrezione parigina contro la Convenzione, nel giorno 13 vendemmiale dell'anno quarto, ossia 5 ottobre 1795.
Ma la grande ed incomparabile carriera militare di Napoleone comincia veramente colle sue prime vittorie campali nel 1796. Siccome una delle principali caratteristiche del mio compendio storico è quella di essere mnemotecnico, insegnerò uno o due artifizii di memoria per ben tenersi a mente questo millesimo del 1796, che è una delle date fondamentali nello studio della cronologia. Come materialmente la figura della cifra arabica 6 è il rovescio della cifra arabica 9, così l'anno secolare delle prime vittorie di Napoleone, 96, è il rovescio, nella scrittura arabica, dell'anno della sua nascita, 69. L'anno 1796 avanti l'Era volgare è un'altra data memorabile, cioè quella della morte di Ogige, secondo gli storici greci Filocoro ed Ellanico, citati da Eusebio. Imperocchè, secondo questi autori, da Ogige, nel tempo del quale, dicono essi, avvenne il gran diluvio, sino alla prima Olimpiade, corsero 1020 anni. Ora la prima Olimpiade fu nel 776 e questo numero sommato col precedente fa appunto 1796. Io credo che Noè ed Ogige sono due personaggi distinti, e reali. Tuttavia, lasciate in disparte le questioni se essi siano personaggi storici, o mitici, se vi sia stato il diluvio o no; se ve ne sia stato uno, o più d'uno; ed ancora la quistione se Filocoro ed Ellanico abbiano fatto bene o male il lor computo; il fatto da non potersi contestare e da non doversi trascurare è questo: che la data del 1796 av. C., esatta o no, è la più antica data numerica che si abbia nella storia profana.
Al principio dell'anno 1796 Napoleone Bonaparte sposò Giuseppina vedova del general Beauharnais, e poco appresso fu nominato generale in capo dell'esercito destinato alla conquista dell'Italia. Questo stanziava allora a Nizza, alle porte dell'Italia, dove era penetrato negli anni 1794 e 1795, ma ne era stato respinto. Consisteva in trentamila uomini, mal vestiti e mal pagati, con trenta pezzi d'artiglieria. L'esercito Austro-Sardo era composto di 45,000 austriaci, e 35,000 Sardi, in tutto ottanta mila uomini, con dugento cannoni. Bonaparte sarebbe stato certamente battuto se avesse osato di assaltarli uniti.
Ma l'insegnamento principale della Strategia è questo: battere colle nostre riunite le divise forze del nemico. A questo principio si inspirarono sempre i grandi capitani, segnatamente Alessandro, Annibale, Scipione, Giulio Cesare, Federico il grande, Napoleone; ed ai giorni nostri il maresciallo Moltke. Bonaparte incominciò tosto ad applicare quel precetto strategico al principio della sua campagna del 1796.
Evitando l'erta salita delle grandi Alpi, che egli doveva traversare arditamente quattro anni dopo, Bonaparte in questa sua prima campagna si contentò di girare attorno ad esse, traversando l'estremo e perciò basso sperone delle Alpi Marittime presso Nizza, cioè nel luogo di dove esse traggono il lor nome bagnandosi nel mare Mediterraneo. Filò dapprima per l'amena Riviera di Ponente, lungo il lido, sino alle vicinanze di Savona, minacciando Genova, senza intenzione di entrarvi, ma per ingannare Beaulieu, il quale, colto all'amo, mandò alla volta di Genova una parte delle sue forze, lasciando il resto di qua dell'Apennino; ma d'improvviso Bonaparte piegò alla sua sinistra, salì per la strada che da Savona conduce a Torino, e sorpassò la cresta dell'Apennino nel circondario di Cairo, ora detto ancora Cairo Montenotte. Ivi il giovane guerriero doveva vincere la prima sua battaglia; più importante, per essere appunto la prima sua battaglia, che quella da lui vinta due anni dopo in vicinanza di un altro Cairo assai più celebre, cioè la battaglia delle Piramidi, presso il gran Cairo capitale dell'Egitto.
Da Cairo Montenotte, per chi viene dal mezzodì, incomincia la discesa verso la gran valle del Po e verso la pianura Lombarda, che è la più celebre e più ricca pianura del mondo. Di là è aperta la via a Torino, a Milano, a Venezia, a Bologna. Beaulieu, avvedutosi del proprio errore, affrettossi a rimediarlo come meglio per lui si potè, richiamando indietro le sue truppe che andavano alla volta di Genova, ed avvicinando ai Piemontesi quelle ch'egli aveva sul pendio settentrionale presso la cresta dell'Apennino.
Ma prima che gli Austriaci ed i Piemontesi potessero riunirsi, Bonaparte si gettò fra essi, ed inaugurò la lunga e splendida serie delle sue vittorie colla battaglia di Montenotte. Aveva gli Austriaci alla sua destra, i Piemontesi a sinistra. Il colonnello Rampon lo aveva preceduto, ed avea preso e con eroici sforzi mantenuto la buona posizione di Montenotte. Quella battaglia fu tutta tra Francesi ed Austriaci, e durò due giorni: il 22 ed il 23 di germinale, ossia 11 e 12 d'aprile 1796. Bonaparte li impiegò nell'attaccare e spinger indietro gli Austriaci; non solo per metterli allo sbaraglio se poteva, ma principalmente per allontanarli dai Piemontesi.
Avendo ottenuto questo secondo intento sin dalla sera del 12 aprile, Bonaparte, senza por tempo in mezzo, si volse nel giorno 13 alla sua sinistra, e battè i Piemontesi a Millesimo. Nel susseguente giorno ei si voltò di nuovo a destra, e diede una seconda e più forte rotta agli Austriaci, i quali si erano ritirati a Dego. Nè di ciò pago ancora, tornò a sinistra, e nel giorno 22 di aprile terminò di sconfiggere i Piemontesi, che si erano ritirati presso Mondovì.
Universale e ben giusta è l'ammirazione per l'audace ed insiem sapiente tattica del giovane duce, il quale in sì pochi giorni ottenne quattro vittorie: Montenotte, Millesimo, Dego e Mondovì. E i suoi soldati? Non sono eglino fiore di prodi, questi uomini che senza mormorare, senza impaurirsi, senza riposarsi nè stancarsi, marciano e rimarciano, e combattono ripetutamente a destra ed a sinistra? Non sono eglino i veri vincitori delle quattro battaglie?
E non ne ha qualche poco di merito ancora ciò che da alcuni si chiama la fortuna, da me la Provvidenza, e che sembra divertirsi a produrre, or le vittorie or le sconfitte, e quegli scherzi di nomi, di circostanze, di anni e di giorni? Sapiente strategia, sapiente tattica! Senza dubbio Bonaparte se ne fece veder maestro, dal principio alla fine della sua mirabile carriera. Supponete nondimeno che quella stessa capricciosa Dea, o cosa, che si chiama la sorte, gli fosse stata contraria a Montenotte, che cosa ne penserebbero ora i dotti critici militari? Fu un errore da principiante, direbbero, il non profittare della propizia occasione di pigliar prima Genova: quella doveva essere la forte base per le future operazioni. Supponete invece che, dopo la vittoria di Montenotte, la fortuna si fosse chiarita avversa ai Francesi a Millesimo, oppure a Dego. Allora i dotti critici direbbero: è chiaro; l'inesperto comandante repubblicano non capì che bisognava inseguire e spingere a fondo gli Austriaci, i quali avevano già incominciato a piegare nella battaglia di Montenotte. Non era da perdersi il tempo andando a cercare i Piemontesi: bisognava finirla cogli Austriaci, e non lasciar loro il tempo di riaversi. Supponete infine che, dopo aver vinto a Montenotte, a Millesimo, e a Dego, Bonaparte avesse avuto la peggio a Mondovì. Ah! gli sta bene. esclamerebbero. Doveva egli ammazzar di fatica i suoi soldati a quel modo? Perchè non accordar loro un qualche giorno di riposo?
Anche il vecchio comandante austriaco era un sapiente strategista a modo suo, e criticava Bonaparte. Ha vinto, diceva Beaulieu; ma contro tutte le regole. È una così strana guisa di far la guerra che non vi si raccapezza nulla! Ma intanto toccò a Beaulieu di ritirarsi più che di fretta in Lombardia cogli sconquassati avanzi del suo esercito, lasciando nelle mani di Bonaparte ben novemila prigionieri, fra Austriaci e Piemontesi. Il vincitore non perdette il tempo davvero, ma lo incalzò alle reni e gli diede una ultima sconfitta presso il ponte di Lodi, il 10 di maggio. In breve Bonaparte entrò nella grande città di Milano, accolto con ovazioni dalla popolazione. Imperocchè, subito dopo la sua vittoria di Mondovì, Bonaparte, in un proclama rivolto a' suoi soldati, ed agl'Italiani, diceva: «Popoli d'Italia, l'esercito francese viene a spezzar le vostre catene. Il popolo francese è l'amico di tutti i popoli. Venite fiduciosi alle nostre bandiere: le vostre proprietà, la vostra religione, i vostri costumi saranno scrupolosamente rispettati. Noi farem la guerra da nemici generosi; e non la faremo che contro quelli che vi vogliono schiavi.»
Queste belle e larghe promesse non furon mantenute che in un modo assai imperfetto, ma rivelavano nel giovane e fortunato generale anche il politico profondo. Ed ora, al suo entrare nella capitale della Lombardia, egli pubblicò quest'altro splendido e seducente manifesto:
«Soldati,
«Voi vi precipitaste come un torrente dall'alto degli Apennini. Avete respinto, disperso tutto ciò che alla vostra marcia si opponeva. Il Piemonte, liberato dalla tirannide straniera, si abbandona ai naturali sentimenti di pace e di amicizia verso la Francia. Milano è in poter vostro, e lo stendardo repubblicano sventola in tutta la Lombardia. I duchi di Parma e di Modena van debitori della loro esistenza alla vostra generosità.
«Tremino coloro che aguzzarono i pugnali della guerra civile in Francia; ma i Popoli vivan tranquilli. Noi siamo amici di tutti i popoli, ed in particolare dei discendenti de' Bruti e degli Scipioni, e di tutti i grandi che abbiam presi a modello. Ristabilire il Campidoglio, collocandovi onorevolmente le statue degli eroi che lo reser celebre, e risvegliare il Popolo Romano assopito da molti secoli di schiavitù, tale sarà il frutto delle nostre vittorie, che formeranno epoca nella posterità. Vostra sarà la gloria immortale di aver cangiato l'aspetto alla più bella parte d'Europa. Il Popolo Francese libero, rispettato da tutto il Mondo, darà all'Europa una pace gloriosa, che lo risarcirà di tutti i sacrifizii che già da sei anni egli sostiene.»
Nè qui si fermaron le fortune e le vittorie dell'esercito Francese. Nel dì 20 di giugno 1796 Bonaparte fece ancora il suo ingresso in Bologna, seconda città degli Stati Romani. Il povero esercito del Papa fu sbaragliato sul Senio; fu organizzata la Repubblica Cisalpina in Lombardia, alla sinistra del Po, e la Repubblica Cispadana alla destra del Po; ma questa in breve si fuse colla Cisalpina. Presidente nominale della repubblica Cisalpina era Melzi; ma il presidente effettivo, e quasi padrone, era il general Bonaparte. Mercè la sua grande sagacità personale, e pei suggerimenti della Framassoneria, egli seppe tosto distinguere ed inalzare, gli uomini più capaci; come il duca Melzi di Milano, presidente della Repubblica Cisalpina; l'avvocato Aldini ed il conte Marescalchi, ambedue di Bologna, che poi furono suoi ministri nella Repubblica Italiana, e nel Regno d'Italia.
La tenace Austria mandò successivamente quattro eserciti contro Bonaparte. Battuto il primo, comandato da Beaulieu, mandò il secondo, comandato da Wurmser; battuto quello di Wurmser, mandò il terzo esercito sotto il comando di Alvinzi; distrutto anche questo, mandò il quarto comandato dall'arciduca Carlo; ma sempre con esito a lei infausto. Il Beaulieu, comandante del primo esercito, era nativo del Brabante, provincia dove si parla il francese, ma allora soggetta all'Austria, insieme col resto del Belgio; Wurmser, benchè nativo dell'Alsazia, allora unita alla Francia, era personalmente passato ai servigi dell'Austria. Alvinzi era di Transilvania; l'arciduca Carlo era fratello dell'imperatore Francesco, ma, ciò non ostante, di opinioni liberali. Se il consiglio aulico avesse mandato in Italia quei quattro eserciti in una volta, è chiaro che secondo le ordinarie probabilità umane la vittoria sarebbe toccata all'Austria; imperciocchè l'esercito condotto da Bonaparte, quantunque insigne pel valor dei soldati e pel genio del duce, sarebbe stato schiacciato per la sua grande inferiorità numerica, davanti ai quattro eserciti nemici riuniti.
La fortuna della Francia, credo anche dell'Europa e del Mondo, volle che quei quattro eserciti venissero alla spicciolata. Vero è che Bonaparte sarebbe stato sconfitto anche dagli eserciti nemici successivi, se, all'usanza dei generali mediocri, avesse atteso il nemico fra le gole delle Alpi o degli Apennini, sotto il pretesto di profittare di quelle favorevoli posizioni, invece di spingersi avanti, come fece con fulminea rapidità, per opporsi a quei quattro eserciti, uno alla volta, di mano in mano che arrivavano.
Beaulieu aveva gettato una ragguardevole guarnigione entro la città di Mantova, forte per la natural protezione dei laghi del Mincio, e per formidabili opere d'arte. Già da due mesi i Francesi assediavano Mantova, e vicina sembrava la resa. Ma intanto, attraverso alle Alpi, giù per le gole del Tirolo, arrivò il maresciallo Wurmser. Egli era un uomo sordo al punto che appena udiva le cannonate; valoroso però, e perseverante. Conduceva sessanta mila uomini di truppe fresche. Beaulieu avevane lasciato più di due mila. Bonaparte, coi piccoli rinforzi mandatigli di Francia ne aveva appena quaranta mila. Se non che la fortuna, la quale doveva continuar ad arridere a Napoleone per lungo tempo ancora, volle che Wurmser, per la comodità della marcia e delle vettovaglie, dividesse il suo esercito in due parti; la più piccola, sotto Quosnadovich, scendeva per la riva destra del lago di Garda, mentre la divisione maggiore, sotto il diretto comando del Maresciallo, veniva giù fra la sinistra del lago e l'Adige. Se Bonaparte s'indugia, e lascia operare la congiunzione delle due divisioni alla punta inferiore del lago, egli è perduto. Fa d'uopo correr prima con tutto il suo esercito a battere una delle due divisioni austriache, poi voltarsi contro l'altra. Ma per far ciò, bisogna rinunziare, per ora, alla presa di Mantova, ed abbandonare le grosse artiglierie di posizione e gli altri materiali dell'assedio. Qui, dice Thiers, si rivelò non solo il gran capitano, ma il grand'uomo. Spesso ci troviamo nel bivio di dover rinunziare ad una fra due cose buone e desiderate, ma inconciliabili; l'uomo ordinario tentenna; vorrebbe serbarle entrambe, e perde l'una e l'altra. Non così fece Napoleone.
D'ordine suo il general Serrurier, il quale comandava il corpo d'assedio, inchioda i cannoni, brucia gli affusti, e raggiugne co' suoi uomini il generale in capo. Erano già attorno a lui Berthier, capo di stato maggiore, e gli altri generali subalterni, specialmente quei due fulmini di guerra, come Carlo Botta li chiama, Augerau e Massena, ed i prodi loro soldati. Con queste forze, Bonaparte si slancia prima contro Quosnadovich e lo disfà a Lonato; indi si volge contro Wurmser, lo vince a Castiglione il 29 giugno 1796, a Roveredo il 4 settembre, e lo riduce a chiudersi in Mantova.
Poco premeva a Bonaparte il rinnovar l'assedio di Mantova, conciossiachè stava discendendo dalle Alpi un terzo esercito austriaco: quello condotto dal maresciallo Alvinczy. Qui Bonaparte, per far paura al Direttorio, fingendo di averne egli più di quella che sentiva, scrisse che tutto era probabilmente perduto, per colpa dei ritardati rinforzi.
Bonaparte teneva le sue forze concentrate in Verona; Alvinczy commise il solito errore dei generali dappoco, di non tener abbastanza unite le sue. Il duce francese, per mezzo degli ordinarii esploratori, o fors'anche per mezzo della Massoneria, apprese che Alvinczy aveva una estrema ala ad Arcole, sul fiume Alpone, alla distanza di un sette leghe, o ventotto chilometri, da Verona. Per ingannare le spie nemiche, Bonaparte uscì di notte dalla città con tutto l'esercito nella direzione opposta a quella dove voleva andare. I Veronesi, i quali allora parteggiavano per l'Austria, credevano che si ritirasse e che fosse in marcia per Milano: ma, dopo breve tratto di strada, i Francesi piegarono a sinistra, ripassarono l'Adige, ed il 15 di novembre giunsero sulla riva destra dell'Alpone, di fronte ad Arcole, che stava sull'altra sponda.
Eravi sull'Alpone un ponte, ma custodito da buone artiglierie austriache. S'impegnò il combattimento di fanteria dall'una e dall'altra ripa del fiume, ivi arginato, servendo gli argini di parapetto e riparo ai combattenti da ambe le parti. Augerau, per animare i suoi soldati al passaggio del ponte, li precedette con una bandiera in pugno; ma dovettero retrocedere decimati dalla mitraglia nemica. Durava da tre giorni la pugna sul piccolo fiume Alpone; ma intanto le difficoltà erano cresciute per Bonaparte. Imperocchè nel primo giorno Alvinczy si era meravigliato di sentir cannoneggiare dalla parte di Arcole. Credeva dapprima che si trattasse di qualche scorreria di un semplice distaccamento; ma, avvedutosi che vi era il grosso dell'esercito nemico, vi accorse egli stesso col suo.
Bonaparte si ostinava tuttavia a voler forzare il passaggio del ponte. Ad imitazione di Augerau, diè di piglio ad una bandiera, ed esclamò: non siete voi più i soldati di Lodi? Seguite il vostro generale. Lo seguirono, ma senza frutto. Il giovine Bonaparte era magro, pallido, aveva neri e lunghi capelli, ed un classico profilo romano; l'ascendente della sua fama era molto maggiore che quello del suo aspetta fisico; pur non di meno l'audace assalto fu respinto. Nel parapiglia della fuga, Bonaparte cadde nella risaja sottoposta all'argine, e stava per esser fatto prigioniero degli Austriaci che inseguivano i fuggiaschi: ma questi, accortisi del grave pericolo del loro amato generale, tornarono indietro e ricacciarono di là dal ponte gli Austriaci. Allora Bonaparte si avvisò di ricorrere ad un miglior espediente. Fece gettare un ponte di battelli sull'Alpone, e per quella via attaccò di dietro e di fianco gli Austriaci postati nel villaggio di Arcole e attorno ad esso. È un fatto singolare, che per isgomentare o distrarre gli Austriaci, al momento dell'attacco principale dalla parte del nuovo ponte, Bonaparte simulò un assalto dal lato opposto, cogli squilli di un gran numero di trombe; quasi ad imitazione del leggendario o storico incidente di Gedeone. Avendo con questo stratagemma distratti, divisi, ed alquanto sgomentati i nemici, diè loro un vigoroso ed unito assalto, passando pel nuovo ponte, e li costrinse ad abbandonare il villaggio fuggendo. Così i Francesi vinsero la famosa battaglia di Arcole.
Quasi due mesi dopo, cioè il 14 gennajo 1797, ne vinsero un'altra più decisiva a Rivoli: duci ancora, dalle parti opposte, Bonaparte ed Alvinczy. Poco omai costava il prender Mantova. Il vecchio Wurmser, dopo aver mangiato, per fame, tutti i suoi cavalli, fece un'onorevole capitolazione.
Ma l'Austria non si dava ancora per vinta. Destituito Alvinczy come incapace, mandò, come già preventivamente accennammo, un quarto esercito sotto la condotta dell'arciduca Carlo, fratello dell'imperatore Francesco. L'arciduca Carlo godeva allora di bella fama guerriera, avendo comandato, con qualche successo, le truppe imperiali sul Reno, contro Jourdan e Moreau, ma fu battuto in Italia da Bonaparte, che lo ricacciò di là dalle Alpi e lo inseguì sino a Leoben. Ivi furono firmati i preliminari di pace il 29 aprile 1797.
La pace definitiva fra l'Austria e la Francia fu stipulata col trattato di Campoformio, il 17 ottobre 1797. L'Austria cedè alla Francia i paesi d'impero alla sinistra del Reno, ed i Paesi Bassi austriaci, ossia il Belgio, ricevendo, in cambio di quest'ultimo, Venezia e le provincie venete; iniquo mercato, disastroso per Venezia e disonorevole per Bonaparte. In quel trattato l'Austria riconosceva la Repubblica Cisalpina, la quale, da più di un anno, era già stata formata del Milanese, prima soggetto all'Austria, dei ducati di Parma e di Modena, e delle Legazioni pontificie.
Il diplomatico austriaco, incaricato di stendere la minuta del trattato di Campoformio, aveva messo per primo articolo: Sua maestà apostolica, l'Imperatore di Germania, riconosce la Repubblica Francese. Cancellate quell'articolo, disse sdegnosamente Bonaparte; la Repubblica Francese è come il Sole; non ha bisogno di esser riconosciuta. Belle parole, che aumentarono la popolarità, già divenuta grandissima del giovane guerriero, ma non impedirono la distruzione della Repubblica Francese per opera di Bonaparte stesso, nel 1804; come il riconoscimento della povera Repubblica Cisalpina, nel 1797, non le tolse di esser distrutta dall'Austria e dalla Russia, nel 1799, mentre Bonaparte era in Egitto.
Mandato dal Direttorio, con una flotta e con un esercito, in Egitto, Bonaparte vinse la battaglia delle Piramidi, il 21 luglio 1798. Prima della battaglia delle Piramidi, disse: Soldati, dalla cima di quelle Piramidi quaranta secoli vi contemplano. La battaglia delle Piramidi aperse a Napoleone le porte della grande e vicina città del Cairo, capitale dell'Egitto moderno, come Menfi, più vicina al luogo delle Piramidi, fu, dopo Tebe, la capitale dell'antico Egitto.
Ma, undici giorni dopo la battaglia delle Piramidi, cioè il primo di agosto, 21 luglio giuliano, la flotta inglese, comandata da Nelson, disfece la flotta francese nella baja di Aboukir, vicino ad Alessandria.
Tornato inaspettatamente in Francia, Bonaparte perpetrò il celebre colpo di stato del 18 brumale, anno VIII, ossia 9 novembre 1799 attuale, disperdendo, colle bajonette, i due consessi legislativi, e rovesciando il Direttorio. Il popolo francese, troppo compiacente, legittimò la sua usurpazione, nominandolo con tre successivi plebisciti, primo console per dieci anni, nel 1799, console a vita, nel 1802, ed imperatore nel 1804.
Sotto il titolo di primo console, benchè avesse due altri compagni col titolo di consoli, Napoleone Bonaparte era già effettivamente dittatore o padrone della Francia. Uno dei primi e più importanti usi fatti da Bonaparte, del supremo potere da lui assunto, e dal popolo a lui confermato, fu una nuova spedizione in Italia, per liberar la penisola dalle armi austriache e congiungerla di nuovo alla Francia. Per giugnere inaspettatamente alle spalle del comandante austriaco, Melas, il quale assediava Genova, difesa da Massena, ed attendeva i Francesi dalla parte della via, a lor più facile, di Nizza, il nuovo Annibale, prescelse di passar le Alpi per uno de' loro gioghi centrali più ardui, cioè pel grande San Bernardo.
Piacemi di riferire il passaggio del San Bernardo colla bella e pittoresca descrizione di Carlo Botta nella sua Storia d'Italia dal 1789 al 1814. Adolfo Thiers nella grande sua Storia del Consolato e dell'Impero, certamente più lunga ed anche, in complesso, più bella e più pregevole che la Storia di Carlo Botta, ebbe evidentemente sott'occhio questa medesima descrizione, e l'abbreviò assai più che io non farò, ma con effetto men bello e meno istruttivo.
«Bonaparte, cangiatore di sorti, dice il Botta, si avvicinava. L'impero d'Austria in Italia inclinava al suo fine. Aveva il Console, con meravigliosa celerità ed arte, adunato il suo esercito di riserva in Digione, donde accennava egualmente al Reno ed all'Italia. Ma avendo Moreau combattuto prosperamente in Germania, gli fu fatta abilità di condursi su quei campi, in cui tuttavia vivevano i segni e le memorie delle sue fresche vittorie.
«Grande e magnifico era il disegno di Bonaparte per riconquistar l'Italia. Suo proponimento era di varcare, col grosso dell'esercito, il gran San Bernardo, col fine di calarsi, per la Valle d'Aosta, nelle pianure piemontesi.
«L'esercito strano, e stranamente provvisto al malagevole viaggio, saliva per l'erta alla volta di San Pietro, fin dove giunge la strada carreggiabile. Pure, spesse erte ripidissime, forre sassose, capi di valle sdrucciolanti si appresentavano. I carri, i carretti, le carrette pericolavano. Accorrevano presto i soldati, a braccia sostenevano, puntellavano, traevano; e più si affaticavano e più mettevano fuori motti, facezie, specialmente contro gli Austriaci; e così passavano il tempo e la fatica.
«Così arrivavano i repubblicani a San Pietro. Da San Pietro alla cima del San Bernardo, dove è fondato l'eremo dei religiosi a salute dei viaggiatori in quei luoghi di eternale inverno, non si apre più alcuna strada battuta. Quanto si rotolava fu posto ad essere tirato; quanto si tirava ad essere portato. Posero le artiglierie grosse nei truogoli (fatti ancora con alberi spaccati); i truogoli sugli sdruccioli; e de' soldati, chi tirava, chi puntellava, chi spingeva. Le minute sui robusti e pratichi muli si caricavano. Seguitavano le salmerie, al medesimo modo tirate e portate.
«Infine guadagnarono la cima; dove non così tosto furono giunti che l'uno con l'altro si rallegrarono come di compiuta vittoria. Accrebbe l'allegrezza il vedere mense, appresso all'eremo, rusticamente imbandite per opera dei religiosi; provvidenza del Console che aveva loro mandato denari all'uopo. Ebbero vino, pane, cacio. Riposaronsi fra cannoni e bagagli sparsi, fra ghiacci e nevi agglomerate. I religiosi si aggiravano fra i soldati con volti dipinti di sedata allegrezza. Bontà e forza su quel supremo monte s'accoppiava.
«Fu difficile e pericolosa la salita, ma ancora più difficile e pericolosa la discesa, essendo più rapido e più precipitoso il pendio delle Alpi dalla parte italiana che dalla parte opposta. I soldati si calavano anche sdrucciolando per la neve. Intanto le aure soavi d'Italia cominciavano a soffiare; grato annunzio del clima italico, ma pericolose per la maggior frequenza delle valanghe.
«Bonaparte trovò uno sgradevole ostacolo nel piccolo forte di Bard, che sbarrava la valle. Dopo averlo inutilmente assaltato, il Console comandò ai soldati di arrampicarsi su per un monte di fianco, e di passare oltre il tiro del cannone. Restavano le artiglierie. Ad impedir il rumore dei carretti, distendeva letame per la contrada principale di Bard, avviluppava con istrame i cerchi delle ruote, e tirando velocemente e di notte tempo operava che le artiglierie riescissero felicemente oltre la terra. Si accorgeva il castellano dell'arte usata dagli avversari, e folgorava con grandissimo furore fra il bujo della notte, ma la oscurità da una parte, la celerità dall'altra, furon cagione che i repubblicani patirono poco danno in questa straordinaria passata.»
Uscito omai a salvamento nella gran pianura italiana, Bonaparte entrò in Milano senza resistenza per parte degli Austriaci, ed accolto a braccia aperte dagl'Italiani. Infrattanto Melas frettolosamente volse indietro le sue marce, e s'incontrò coi Francesi presso Alessandria. Ne nacque la celebre battaglia di Marengo. Parve dapprima decisa in favore degli Austriaci, e Melas mandò dispacci di pretesa vittoria a Vienna, ove se ne fecero vane feste; ma in sul cader del giorno, la mossa della riserva francese, comandata da Dessaix, il quale vi perdette la vita, ed una impetuosa carica di cavalleria, condotta da Kellermann, cagionarono la definitiva vittoria dei Francesi. Il giorno della battaglia di Marengo fu il 14 giugno dell'anno secolare 1800. Fu seguita dalla pace di Lunéville, firmata il 9 febbrajo 1801, che dava alla Francia per limite il Reno, ed alla repubblica Cisalpina, divenuta repubblica Italiana, le Alpi, annettendole Venezia e tutte le provincie venete tolte all'Austria.
Nel 1804 un senatus-consulto, o decreto del Senato, ratificato, siccome già accennai, dal popolo con un nuovo plebiscito, conferì a Napoleone la dignità imperiale, dichiarandola ereditaria nella sua famiglia. Il 2 dicembre 1804, il pontefice Pio VII; chiamato da Roma, compiè, nella chiesa cattedrale di Parigi, il rito religioso della consacrazione, eccettuata l'imposizione della corona, che Napoleone si mise in capo colle sue proprie mani. Nel seguente anno, si coperse il capo colla corona di ferro, a Milano, pronunciando parole più orgogliose che religiose: «Dio me l'ha data; guai a chi la tocca!» ed assunse il titolo di re d'Italia.
Il novello imperatore preparava, a Bologna di Francia, un'invasione della Gran Bretagna, ma ne fu impedito dalla sconfitta della sua flotta, che doveva proteggere la flottiglia di sbarco. La flotta francese, unita a quella della Spagna, fu disfatta davanti al promontorio di Trafalgar. La battaglia di Trafalgar avvenne nel giorno 21 di ottobre 1805, anniversario corretto della scoperta dell'America. La flotta franco-ispana era comandata dall'ammiraglio Villeneuve, la inglese dall'ammiraglio Nelson, il quale, prima del combattimento, aveva pubblicato un proclama degno dell'antica Lacedèmone: «L'Inghilterra aspetta che oggi tutti facciano il lor dovere.» Ferito a morte, e saputo l'esito vittorioso, pronunziò, prima di spirare, queste altre nobili parole: Rendo grazie a Dio. Ho fatto il mio dovere.
Reso dunque impossibile lo sbarco in Inghilterra, Napoleone cambiò rapidamente il suo disegno, e, portato in Germania il già preparato esercito, prese Ulma, indi Vienna, e vinse la celeberrima battaglia di Austerlitz il 2 dicembre 1805. La battaglia di Austerlitz, combattuta dai Francesi da una parte, contro gli Austriaci ed i Russi dall'altra, fu detta la battaglia dei tre imperatori, perchè v'intervennero personalmente gl'imperatori di Francia, d'Austria e di Russia. Il caso, o l'industria di Napoleone, fece capitare quella battaglia nel giorno anniversario della sua incoronazione.
Nel seguente anno 1806, il 14 di ottobre, Napoleone prostrava la Prussia nella battaglia di Jena, e nel giorno 14 di giugno 1807 egli celebrava a modo suo l'anniversario di Marengo vincendo la battaglia di Friedland contro la Russia. La battaglia di Wagram, da lui vinta contro l'Austria nel giorno 6 di luglio del 1809, fu coronata dalla pace di Vienna nel susseguente giorno 14 di ottobre, terzo anniversario della battaglia di Jena. Anche queste coincidenze furono probabilmente cercate a posta da Napoleone, sapendo che, ragionevolmente od irragionevolmente, il popolo presta non piccola attenzione agli anniversari. I dotti superficiali si ridono dei pregiudizi del volgo, e ne hanno degli altri non meno assurdi nè meno perniciosi. Gli uomini abili san trar partito dagli errori altrui. Colla pace di Vienna terminò la serie, non mai interrotta per quattordici anni, delle vittorie e delle fortune di Napoleone.
Cominciò il suo astro ad impallidire colla spedizione di Spagna. Quel popolo orgoglioso e valoroso, potentemente ajutato dall'Inghilterra, oppose all'invasione straniera un'ostinata resistenza, non tanto colle armate regolari, quanto con migliaia di piccole squadre volanti, o guerriglie, le quali sembravano in qualche guisa pullular dal suolo; sempre battute, ma sempre ritornanti all'attacco. Dal 1808 al 1813 Napoleone perdette in Ispagna quattrocento mila uomini, Francesi, Italiani e Polacchi.
Nel 1809 Napoleone fece prigioniero il pontefice Pio VII, ed annesse Roma all'impero francese. Così Napoleone era veramente re d'Italia, essendo padrone politico di tutta la penisola, ma il regno nominale d'Italia ne comprendeva una porzione minore della metà, consistente nella Lombardia, o antico ducato di Milano, nel Veneto, nell'ex-ducato di Modena, e nelle provincie di Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì, antiche legazioni pontificie. Ma intanto Parma, Ancona, Perugia, Roma, Genova e Torino facevano parte dell'impero francese propriamente detto.
A Napoli regnava Gioacchino, marito alla più giovane fra le sorelle di Napoleone, Carolina. La maggior sorella, Elisa Baciocchi, era granduchessa di Toscana; Paolina, seconda sorella, era moglie del principe Borghese governatore del Piemonte. Sole sfuggivano al dominio Napoleonico le due grandi isole di Sicilia e di Sardegna. La Sicilia rimaneva in possesso dell'antico re di Napoli; la Sardegna rimaneva del pari all'antico re di Sardegna o di Piemonte. La Corsica non ha mai cessato di appartenere alla Francia dal 1768 sino ad oggi.
Giuseppe, maggior fratello di Napoleone, dopo essere stato re di Napoli per due anni, fu nominato re di Spagna nel 1808; ma un'insurrezione popolare lo costrinse a fuggire da Madrid il 29 luglio del medesimo anno; ed essendovi tornato, dovette di nuovo e per sempre abbandonare quella capitale nel 1813, in seguito alla battaglia di Vittoria, vinta dagli Inglesi, Spagnuoli e Portoghesi sotto la condotta di Wellington. Luigi, altro fratello di Napoleone, era re di Olanda. Girolamo, il più giovane, era re di Westphalia. Il solo fratello di Napoleone che non possedeva un principato era Luciano, perchè carattere aveva indipendente anzichennò, ed opinioni inclinate alla Democrazia. Caduto il potente fratello ebbe l'onorario titolo di principe di Canino da Pio VII. L'ordine cronologico, o per età, degli otto figli di Carlo e Letizia Bonaparte è questo: Giuseppe, Napoleone, Elisa, Luciano, Luigi, Paolina, Carolina e Girolamo. Napoleone III era figlio di Luigi Bonaparte, e di Ortensia Beauharnais figlia di Giuseppina moglie di Napoleone. Eugenio Beauharnais, figlio pure di Giuseppina, e figliastro di Napoleone, fu vicerè d'Italia. La massima che Napoleone, nel suo gigantesco egoismo, inculcava a tutti cotesti re, regine, e principi, suoi fratelli, sorelle, cognati, o figli adottivi, esigendone rigorosa osservanza, come la seguiva egli stesso per suo proprio conto, era questa: il primo vostro dovere è verso di me; il secondo verso la Francia; il terzo verso il popolo che vi è dato da reggere. Nel 1810, per cattiva ragione di Stato, Napoleone ripudiò la sua moglie Giuseppina, che lo amava, e che era stata la promotrice della sua prima fortuna politica, per isposare Maria Luigia, figlia di Francesco, imperatore d'Austria.
Continuava infrattanto e facevasi vieppiù formidabile la resistenza degli Spagnuoli. Il 24 settembre 1810 le Cortes costituenti tennero la loro prima seduta. Nel dì 24 di febbrajo 1811 si trasferirono a Cadice, e nel marzo 1812 stabilirono la celebre costituzione, chiamata perciò la costituzione del 1812, informata al principio della sovranità popolare. Al 24 di agosto 1812 i Francesi furono costretti a levar l'assedio di Cadice, il quale era durato due anni e mezzo.
Non isgomentato dalle gravi difficoltà che aveva alle mani, Napoleone andava audacemente in traccia di altre più formidabili ancora. Col sistema del blocco continentale, all'intento di rovinar l'Inghilterra, rovinò il commercio Europeo. Per punire la Russia che ricusava di partecipare alla lega del blocco continentale cioè all'esclusione di tutte le merci importate da navi inglesi sul continente, dichiarò la guerra alla Russia. Ciò fu cagione che un esercito, chiamato col fastoso titolo di Grande Armata, composto di 450,000 soldati, tra Francesi, Italiani, Polacchi, ed ancora Tedeschi della confederazione del Reno da lui creata, passò il Niemen il 23 giugno 1812. Questo fiume della Polonia era stato fissato qual confine fra l'impero Francese e l'impero Russo, nel trattato di Tilsit, in seguito alla battaglia di Friedland.
Ma la grande Armata di terra di Napoleone, benchè siasi illustrata con grandi atti di valore, e perciò non abbia sortito un esito ridicolo come la grande Armata navale Spagnuola del secolo decimosesto, ebbe una fine non meno disastrosa che quella di Filippo secondo.
Dopo aver vinto, nel giorno 17 di agosto, la battaglia di Smolensko, i Francesi entrarono in Mosca il 14 di settembre, stile nuovo, ma 2 settembre, secondo lo stile Giuliano o Russo. Questa data richiama il grande incendio di Londra, nel giorno 2 settembre Giuliano, od Inglese e Russo, del 1666. In quello stesso giorno dell'ingresso dei Francesi in Mosca, il generale russo Rostopkin, governatore di Mosca, pose ad effetto una fiera e sublime determinazione che assicurò la salvezza della Russia. Diede alle fiamme l'intera città.
Napoleone aveva calcolato di trovarvi il più fermo appoggio per continuar la guerra, ed un riparo contro i rigori del prossimo verno. L'inaspettata ed improvvisa distruzione di Mosca capovolse in un istante tutto il suo disegno di guerra, e condannò la sua impresa ad una inevitabile catastrofe. Costretti ad abbandonare quel comodo e sicuro nido, incalzati dai Russi e dal freddo che sopravvenne con una insolita e prematura crudezza, i Francesi dovettero effettuare una ritirata frettolosa e disastrosa. Qualche rivalsa fu procurata all'intero esercito dal valore degl'Italiani comandati dal principe Eugenio. Abbenchè in numero assai minore di quello dei nemici, essi fermarono e respinsero ottantamila Russi nella sanguinosa battaglia di Malojaroslavitz, il 24 ottobre 1812.
Ma la neve era già alta sul suolo, e continuava a fioccare, ostinata e densa, dal cielo. Molti morivano assiderati dal freddo lunghesso la strada; molti ancora perirono nelle gelide acque del fiume Beresina. Quel grave e celebre disastro merita di esser riferito più distesamente.
Nella sua ritirata da Mosca, per recarsi in Polonia, e di là in Germania ed in Francia, Napoleone aveva già passato il Dniepper, antico Boristene, con poca difficoltà; ma una più formidabile gliene opponeva la Beresina, mediocre tributario del Boristene, in compagnia del quale porta le sue acque al Mar Nero. Imperocchè l'unico ponte che esisteva sulla Beresina era stato distrutto dai Russi, e bisognava costruirne un nuovo, alla presenza di tre eserciti Moscoviti, uno sulla riva destra dove i Francesi volevano andare, e due sulla sinistra del fiume, dei quali uno era al fianco dei Francesi, e l'altro alle loro spalle, inseguendoli. Per diminuire la difficoltà del passaggio reale, il 24 novembre Napoleone ordinò di simulare un tentativo di passar la Beresina al di sotto di Beriscow, ma risalì lungo la riva sinistra del fiume per andar a trovare un passaggio a Studianka, dove anche Carlo duodecimo re di Svezia aveva passato la Beresina nel 1708, avviandosi ai campi per lui fatali di Pultava.
La Beresina ha una sezione eguale incirca a quella del Tevere di Roma: un cento metri in larghezza, due o tre di profondità: troppa per esser guadabile. Mercè l'abilità e la devozione del general Éblé, e de' suoi pontonieri, i quali ebbero a lavorare mezzo immersi nell'acqua e nel ghiaccio, furon costruiti due ponti di cavalletti, uno più solido per le vetture, l'altro per la cavalleria e la fanteria. Cominciò il passaggio nella sera del 26 e continuò in tutto il giorno seguente; ma intanto i Russi bersagliavano i Napoleonici sopra ambedue le rive della Beresina. Oudinot, Ney, Victor, fecero grandi prodezze per coprire il passaggio, ma le palle e le granate delle artiglierie russe, giugnendo ciò non ostante sui ponti, sparsero la confusione fra quelli che passavano, e peggio su quelli che al passaggio si accingevano. Come troppo di frequente suol avvenire nelle folle disordinate, i fuggiaschi si impedivano, si rovesciavano gli uni sugli altri. Settantamila persone si accalcavano per passare; ma quel fatale ingombro fu cagione che non ne passò più della metà. Alcuni si gettavano nel fiume, tentando di passare sul ghiaccio, altri vi erano spinti dalla folla, ma molti di essi eran tosto inghiottiti dalle onde frangendosi il gelo sotto il lor peso, altri venivan trasportati dalla corrente galleggiando sui pezzi di ghiaccio più grossi; guari però non tardavano a sommergersi pur essi per la maggior parte.
Non piccolo fu il numero di coloro che perirono nei combattimenti a destra e sinistra del fiume: in maggior numero ancora furono quelli che rimasero indietro, e furono fatti prigionieri sulla riva sinistra. Napoleone ordinò che i ponti si abbrucciassero alla settima ora mattutina del giorno ventotto. Il buon Éblé indugiò due ore. Alle nove eseguì il duro ma necessario comando, affinchè il ponte non servisse ai nemici ad inseguir i Francesi in ritirata. Tale fu il famoso e tragico passaggio della Beresina.
Napoleone, correndo le poste, tornossene in Francia per apparecchiare la riscossa. Gli avanzi della grande armata proseguivano intanto, come potevano, la dolorosa ritirata. Se il freddo fosse stato di maggior rigore nel passaggio della Beresina, sarebbe stato minor male, perchè il ghiaccio avrebbe avuto sufficiente solidità da sostenere i fuggitivi, senza bisogno dei ponti. Ma, pochi giorni dopo, la temperatura discese, anche in Polonia, allo spaventevole punto di trenta gradi Réaumur sotto lo zero, ossia trentasette e mezzo centigradi. I soldati camminavano serrati gli uni contro gli altri, per riscaldarsi alquanto scambievolmente. I più deboli cadevano sulla strada ed erano calpestati da quelli che seguivano. Thiers stima trecentomila il numero di quelli che morirono di fuoco, di miseria, o di freddo; due terzi incirca della grande armata che pochi mesi prima aveva varcato il Niemen, piena di baldanza e di fiducia. Molti rimasero prigionieri in Russia; pochi tornarono sani e salvi.
Napoleone intanto, colla sua prodigiosa attività, allestì un altro esercito. Egli ebbe un fugace lampo di buona fortuna il due di maggio 1813, vincendo Prussiani e Russi a Lutzen, ove Gustavo Adolfo aveva già vinto due battaglie nel decimosettimo secolo.
Se la temperanza fosse stata uno degli elementi dell'indole del gran guerriero, egli si sarebbe appagato de' suoi splendidi successi a Lutzen ed a Bautzen, ed avrebbe accolte le condizioni di pace, utili alla Francia, e per lui onorevoli, che dal resto dell'Europa erangli offerte. Ma con quel raggio, di cui egli ignorava la perfida fallacia, del ritorno della fortuna, rinacque nel suo animo il temerario e colpevole disegno della monarchia universale. Ricomparve per lui la nera sorte della ritirata di Russia, e quindi la buona fortuna dei popoli oppressi, o minacciati di oppressione, nel giorno 18 di ottobre 1813. Per aiuto di memoria, associate, se volete, l'idea del 18 brumale, allorchè Bonaparte si rese colpevole del famigerato colpo di stato, colle date della prima e dell'ultima delle battaglie da lui perdute, cioè 18 ottobre 1813, battaglia di Lipsia, e 18 giugno 1815, battaglia di Waterloo.
Una prima battaglia di Lipsia fu combattuta il 16 di ottobre 1813, con esito incerto: la seconda, più terribile e decisiva, fu combattuta da meno di centocinquanta mila francesi contro quasi trecentomila alleati, nel giorno 18 ottobre 1813. La battaglia si chiarì perduta per Napoleone nella sera di quel giorno. L'indomani fuvvi ancora spargimento di sangue, nella ritirata dei Francesi.
I Tedeschi danno enfaticamente alla battaglia di Lipsia il nome di battaglia dei popoli. Allora i troppo numerosi sovrani della Germania, majuscoli e minuscoli, sentendosi bisognevoli del popolare ajuto contro il formidabile conquistatore, fecero al popolo delle promesse, che poscia finsero di dimenticare; ma il popolo se ne ricordò.
Nel susseguente anno 1814 la Francia stessa fu invasa dai suoi nemici fra loro alleati, cioè dagli eserciti dell'Inghilterra, della Spagna, della Prussia, dell'Austria e della Russia, insomma di quasi tutta l'Europa. Napoleone moltiplicò anche in quel gran frangente i prodigi della sua scienza strategica, del suo inarrivabile colpo d'occhio militare, della sua audacia, della sua instancabile operosità. Tutto indarno! La sua cattiva ora, l'ora fatale per lui, era già da tempo suonata all'orologio dei secoli. Ciò che il volgo chiama la fortuna, cioè un ignoto complesso di cause note ed ignote, aveva cominciato ad accumulare contro di lui i disastri prima ancora della spedizione di Russia, vale a dire all'epoca del suo maggior delitto, che fu l'iniqua ed ostinata guerra da lui mossa contro le altere e patriotiche popolazioni spagnuole.
Napoleone si vide costretto ad una prima abdicazione in favore di suo figlio, a Fontainebleau nel quarto giorno di aprile 1814. Il 20 aprile egli diede nello stesso luogo un commovente addio alle sue celebri guardie. Il magnifico castello di Fontainebleau sventuratamente ricordava ancora un'altra colpa ed un altro errore, agli occhi miei meno gravi che quelli della guerra di Spagna, ma pur gravi ancora: cioè la prigionia, a Fontainebleau, dell'innocuo e benevolo pontefice Pio VII. Napoleone lo aveva posto in libertà poco prima, cioè quando vide che se non era liberato da lui si sarebbero arrogato comodamente un tal merito gli alleati.
Fra le cagioni non misteriose delle rovesciate sorti di Napoleone havvi questa, che negli anni per lui felici, malgrado i molti e gravi suoi torti, egli era tuttavia il primo soldato del progresso umano, e perciò aveva con sè i popoli; negli ultimi anni, per lo contrario, egli era divenuto, se non il capo, certamente il più terribile istrumento della causa retrograda; e perciò aveva sollevato contro di sè il sentimento collettivo delle nazioni.
Tornato dall'isola d'Elba, che eragli stata data in sovranità, Napoleone rientrò in Parigi addì 20 marzo 1815, principio dei così detti cento giorni. Promulgò una costituzione liberale, convocò le due camere all'inglese: ma troppo tardi. Avevano accordato una simile costituzione anche i Borboni, al loro ritorno nel precedente anno; ed il popolo non poteva aver fede in un liberalismo Borbonico, nè in quello di Napoleone. Intanto un esercito Inglese, un altro di Prussiani, un terzo di Austriaci, un quarto di Russi, arrivarono quasi simultaneamente ai confini francesi. Napoleone non aveva in pronto che un esercito di centoventi mila uomini; gli alleati ne avevano quattro o cinque volte di più.
Non eravi possibilità di riuscimento pel reduce imperatore che nel solito artifizio strategico del quale egli era sovrano maestro, cioè tentare di battere successivamente i nemici divisi. Stavano per congiungersi insieme presso Bruxelles, nel Belgio, i Prussiani sotto la condotta dell'impetuoso Blucher, e gl'Inglesi sotto il duca di ferro, l'inflessibile Wellington. Qui accennerò per incidenza ad un elemento storico degno di menzione anche in un compendio come questo. Bruxelles non era allora come presentemente la capitale del regno separato del Belgio, il quale fu fondato soltanto quindici anni più tardi; ma era la seconda città del regno dei Paesi Bassi, tolto a Luigi Bonaparte, e dato dagli alleati a Guglielmo d'Orange.
Wellington conduceva non solo gl'Inglesi, ma ancora Olandesi, Belgi, Annoveresi, ed altri Tedeschi assoldati dall'Inghilterra; in tutto circa centomila uomini. Blucher ne aveva quasi altrettanti. I centoventi mila soldati di Napoleone eran pieni di fede e d'entusiasmo per lui, ma diffidavano dei marescialli e dei generali.
Napoleone giunse a venti chilometri di qua da Bruxelles, e a dieci miglia di qua dal fatale Waterloo, mentre Inglesi e Prussiani non avevano più che due comode marcie da compiere per congiungersi. Senza perder tempo, Napoleone si gettò sui Prussiani a Ligny nel giorno 16 di giugno, e li superò, cercando di ributtarli alla sua destra lungi dagl'Inglesi. Ma non fu una vittoria decisiva, perchè il maresciallo Ney, il quale comandava l'ala sinistra a Quatre Bras, ed il maresciallo Grouchy comandante l'ala destra presso Vavres, stettero inerti. Tradirono? Non interamente; ma erano svogliati. Napoleone nulla più aveva da offrir loro al di sopra del bastone di maresciallo che già avevano.
Nondimeno nel giorno 17 Napoleone mandò replicati ordini a Grouchy di inseguir Blucher, e di cercare ad ogni patto di impedirne la congiunzione con Wellington; poi tornar indietro onde prender parte alla battaglia che stava per darsi contro gl'Inglesi. Napoleone intanto si volse alla sua sinistra, apprestandosi ad attaccar gl'Inglesi l'indomani 18 giugno. L'esercito Inglese occupava una eccellente posizione difensiva a cavaliere di un colle poco alto, ma lungo otto chilometri, chiamato il monte di San Giovanni; appiè del quale, dietro a lui, dalla parte di Bruxelles, stava il villaggio di Waterloo. La memoranda battaglia prese quel nome non perchè ivi precisamente siasi combattuto, ma perchè Wellington vi teneva il suo quartier generale, e di là spediva i dispacci. Arturo Wellington, già insigne per le sue vittorie nell'India e nella penisola Iberica, e specialmente per le linee da lui costrutte a Torres Vedras onde coprire Lisbona, per la battaglia di Salamanca, da lui vinta il 21 luglio 1812, e per quella di Vittoria, pur vinta da lui nel 21 giugno 1813, era destinato ad ottenere il 18 giugno 1814 una vittoria ancora più splendida.
Avvenne che nella notte fra il 17 ed il 18 levossi un fiero temporale, e cadde una dirotta pioggia, la quale inzuppando il terreno rendevalo per qualche tempo incapace a sostenere il passaggio delle artiglierie. Questa circostanza favoriva Wellington, che si teneva sulla difensiva aspettando l'arrivo dei Prussiani; ed era sfavorevole a Napoleone, impaziente di assalire. Egli stimò necessario l'indugio sino alle undici del mattino per lasciar al terreno il tempo di asciugarsi sotto i raggi del sole estivo. Quella pioggia e quel ritardo furono due anelli nella fatale catena de' suoi disastri; conciossiachè se egli avesse potuto cominciar l'assalto di primo mattino, come agognava di fare, è probabile che Napoleone avrebbe avuto agio di consumar la disfatta degl'Inglesi prima che a loro arrivasse il soccorso Prussiano.
Alle undici e mezza antimeridiane Napoleone diede il segnale della battaglia, ardentemente bramato dai suoi soldati. In obbedienza al segnale, tuonarono immediatamente centoventi pezzi d'artiglieria francesi. Cavalieri e fanti e francesi slanciaronsi innanzi col lor solito impeto; e fra molte vicende andavan guadagnando terreno. Tutt'a un tratto Napoleone, esplorando l'orizzonte col suo cannocchiale dall'altura della Belle Alliance, di fronte a quella di San Giovanni dove era Wellington, si accorse di una specie di ombra nera, la quale pareva muoversi in lontananza alla sua destra, dalla parte di Vavre. Che è? Da quella banda eranvi jeri i Prussiani, pensava Napoleone: ma vi è o dovrebbe esservi di mezzo Grouchy, al quale ho spedito reiterati ordini di venir ad attaccare gl'Inglesi.
Non era Grouchy: era Blucher, il quale guidando ottantamila Prussiani andava ad unirsi a Wellington. Grouchy lo aveva. lasciato passare! Ma prima che i Prussiani giungessero, gli Inglesi ebbero a soffrire ancora altre perdite molte e gravi. Ney si era scosso alfine, e per riparare alla sua vacuità d'azione nel giorno 16, moltiplicava gli atti di audacia, anche soverchia ed intempestiva, perciò nocevole. Noto per incidenza che Ney erasi pel suo valor personale acquistato il titolo ufficiale di principe della Moskowa, ed il soprannome non ufficiale, ma più onorevole, di bravo dei bravi. Nel 1814 abbracciò la parte dei Borboni, e udendo del ritorno di Napoleone dall'isola d'Elba, si vantò con Luigi XVIII che gli avrebbe condotto il Corso entro una gabbia; ma quando incontrò Napoleone che gli disse: venite a me, bravo de' bravi, si sentì soggiogato dall'ascendente morale del suo antico capo, e tornò al servizio di lui. La versatilità del carattere di Ney ed il suo coraggio personale spiegano l'opposta condotta di lui ne' due successivi giorni 16 e 18 di giugno. Ney però fece poscia una nobile fine, essendo condannato a morte dalla Camera dei pari, della quale era membro, per la sua defezione ai Borboni, e fucilato.
Torno alla battaglia di Waterloo. Mentre Ney eseguiva delle cariche brillanti ma temerarie contro gl'Inglesi, arrivarono i Prussiani, e si azzuffarono colla destra francese. Dapprima la giovane guardia francese fu battuta. Ma due battaglioni della Vecchia Guardia, la quale era tutta composta dei più prodi veterani, attaccarono dal canto loro i Prussiani, e ad essi inflissero una parziale ma sanguinosa rotta. Napoleone tentò di trar profitto di questo transitorio successo contro i Prussiani per finirla contro gl'Inglesi. Mandò pertanto nuove istruzioni a Ney, e, ponendosi alla testa di altri battaglioni della Vecchia Guardia, assalì egli stesso furiosamente la più forte e decisiva posizione degl'Inglesi, la quale si chiamava la Haie sainte, la santa siepe. Il generale inglese Picton fu ucciso. Kempt, il quale prese il posto di Picton, mandò una staffetta a Wellington a domandar rinforzi, perchè non aveva più che due o tre mila uomini. Muojano tutti, rispose freddamente Wellington. Dei cattivi soldati, udendo una tal risposta, invece di star là a morir tutti, se ne sarebbero andati via lestamente colle lor proprie gambe; ma quelli erano degni soldati britannici, e rimasero al loro posto. Il general Hill, luogotenente di Wellington, gli disse: nel caso che per disgrazia foste ucciso qui, quali ordini mi lasciate? Quello di farvi ammazzar anche voi e tutti gli altri prima di cedere, rispose Wellington.
Infrattanto i Prussiani, cavalleria e fanteria, tornarono all'assalto. Lo sgomento, invase le fila francesi. Il fatale e contagioso grido sauve qui peut! si salvi chi può, lanciato dapprima dalla divisione Durutte, la quale era rimasta distrutta quasi per metà, propagossi a poco a poco a tutte le fila dell'esercito. Invano Napoleone cercò di fermare o riunire i fuggiaschi. Il disastro era gigantesco, completo, irremediabile. La giornata di Waterloo, ultima pugna del più gran guerriero dei tempi moderni, era una decisiva sconfitta.
Unica resistette, sino a vera ed ultima distruzione, la Vecchia Guardia; la famosa, eroica Guardia. Gli avanzi de' suoi battaglioni, spinti alla rinfusa nella valle fra Monte San Giovanni e la Bella Alleanza, non si volevano arrendere. A quel momento, dice Thiers, si ascoltò quel grido che traverserà i secoli: «la Garde meurt, et ne se rend pas;» la Guardia muore, non si arrende. Adesso, nato il gusto del bruttismo che usurpa il nome di verismo, non si vorrebbe che quell'eroico grido traversasse neppure il nostro secolo. Traverserà i secoli dirò io pure con Thiers. Victor Hugo afferma che Cambronne, comandante della Vecchia Guardia, all'intimazione nemica di arrendersi abbia risposto con una sola parola, qualche poco simile alla parola meurt, ma ignobile. Se il gran poeta avesse trovato una bella cosa degna di lui, ancorchè verissima e documentata, gli si sarebbe a stento creduta. Ne ha detto una brutta, e probabilmente falsa od inesatta; gli si crede in parola.
Che monta? Vorrebbe sempre dire lo stesso: non ci arrendiamo. Ciò che importa si è che non vi fu soltanto la parola, o le parole, ma i fatti. I battaglioni della Guardia si formarono in quadrati, per coprire nel lor centro i feriti. Attaccati dalla cavalleria nemica, i prodi Veterani uccisero cavalli e cavalieri colle loro scariche. Attaccati dall'artiglieria cadevano ad uno ad uno, ma mantenevano e riformavano ancora i quadrati, assottigliandoli. Diminuiti sempre più di numero, convertono i quadrati in triangoli, ma riparano ancora entro le lor fila i compagni feriti; continuano sempre a difendersi come tanti leoni. Ridotti infine a centocinquanta, dopo aver fatto un'ultima scarica, si precipitano sulla cavalleria nemica, uccidendo colle bajonette uomini e cavalli, e soccombono essi medesimi, in un sublime ed ultimo sforzo.
Esecrazione alla guerra: ma quando guerra abbia ad esservi, pugnate da valorosi per la vostra Patria; da valorosi morite per essa se fa di mestieri, come i trecento Spartani di Leonida, come la Vecchia Guardia di Napoleone.
Tornato a Parigi, Napoleone abdicò come nel 1814, ed andò a Rochefort colla speranza di potersi imbarcare per gli Stati Uniti di America. Ma il mare era guardato con grande vigilanza dalle crociere Inglesi. Gli sovvenne che Temistocle, esiliato da Atene, domandò ed ottenne l'ospitalità del re di Persia, contro il padre del quale aveva combattuto a Salamina. Il caduto imperatore francese, adunque, andò a bordo del Bellerofonte, vascello inglese, e scrisse al principe reggente: vengo come Temistocle ad assidermi al focolare del Popolo inglese; ma il principe di Galles ed i suoi ministri non eran gente da lasciarsi molto muovere da sentimenti cavallereschi, o da classiche citazioni. Fecero passar Napoleone dal Bellerofonte al Northumberland, altro legno da guerra inglese, che lo condusse all'isola di Sant'Elena, in mezzo all'Oceano Atlantico, non lungi dal tropico del Capricorno. Ivi egli si estinse nel giorno 5 di maggio 1821. Fu sepolto appiedi di un salice piangente, in vicinanza di una fontana delle di cui acque Napoleone amava di abbeverarsi in quell'ardente ed arida isola. Nel 1840 la sua salma quasi ancora intatta, venne trasportata a Parigi. Ivi riposa sotto la cupola degl'Invalidi, entro un avello di marmo, ove è scolpita la più breve e più eloquente iscrizione del mondo: