Giuseppe Barilli (alias Quirico Filopanti): Storia di un secolo, dal 1789 ai giorni nostri
Giuseppe Barilli (alias Quirico Filopanti)
Storia di un secolo, dal 1789 ai giorni nostri - Fasc. III

ANNO 1859 Montebello, Palestro, Magenta, Solferino, San Martino.

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ANNO 1859

Montebello, Palestro, Magenta,
Solferino, San Martino.

Nel primo giorno dell'anno 1859, l'imperatore Napoleone terzo, ricevendo nel palazzo delle Tuileries i componenti del corpo diplomatico, diresse a Hubner, ambasciatore austriaco, alcune parole le quali nel loro proprio e natural significato avrebbero avuto ben picciola importanza, ma che furono interpretate in Europa come un oscuro presagio od indiretta minaccia di guerra: increscemi, egli disse, che le nostre relazioni col vostro governo non siano più così buone come per lo passato: nondimeno io serbo sempre stima per l'imperator d'Austria.

Più degne dell'impressione che produssero furono le parole pronunciate dal re Vittorio Emanuele nell'aprire il Parlamento subalpino: «Noi non siamo sordi al grido che da tante parti d'Italia si leva verso di noi! Forti per la concordia, fidenti nel nostro buon diritto, aspettiamo, prudenti e decisi, i decreti della divina Provvidenza

Luigi Napoleone fu troppo lodato in vita, ed è ora troppo vituperato dopo la morte. Il rovescio è avvenuto per Cavour. È cosa nota oggi che Cavour mandò confidenzialmente a Napoleone terzo lo schizzo del discorso preparato pel re Vittorio Emanuele, e che Napoleone, giudicandolo troppo freddo, consigliò l'aggiunta di quel bellissimo e generoso concetto: noi non siam sordi al grido di dolore dell'Italia.

Accorsero in Piemonte, in non picciol numero, i volontarii da tutte le parti d'Italia. Eranvi fra essi degli uffiziali e soldati italiani, disertati apposta dalle insegne austriache; eranvi degli operai, dei giovani appartenenti a ricche e nobili famiglie; molti studenti; non pochi laureati, alcuni professori. Molti furono incorporati all'esercito regolare sardo. Altri, sotto il geniale comando di Garibaldi, formarono un corpo che si chiamò dei Cacciatori delle Alpi.

Ai 19 di aprile il conte Buol spediva da Vienna al conte di Cavour un ultimatum, nel quale intimavasi al Piemonte di porre, senza ritardo, il suo esercito sul piede di pace, e di licenziare i corpi franchi. Il messaggiere, consegnando la lettera nella sera del 23, era istrutto di dover attendere la risposta sino a tre giorni compiti. Addi 26, allo spirare del termine prescritto, Cavour consegnò, come prevedevasi, la sua brava risposta negativa.

Tuttavia, la buona fortuna dell'Italia fece sì che gli Austriaci un tempo per essi prezioso, indugiandosi a passare il Ticino fino al 29. Ma intanto, sino dal giorno 25, i primi drappelli dell'antiguardo francese erano già entrati in Savoja. Successivamente giunsero in Italia, per la via del Moncenisio, il primo e secondo corpo d'armata francese, quello sotto il comando di Baraguay d'Hilliers, e questo sotto Mac-Mahon; mentre il terzo corpo, comandato da Canrobert, ed il quarto, comandato da Niel, sbarcarono a Genova.

I soldati francesi vi furon ricevuti con tale entusiasmo che fu notata dai giornali quotidiani, ed anche disegnata dai giornali corredati di disegni, la pittoresca circostanza che alcuni robusti popolani portarono sulle loro spalle altrettanti zuavi francesi per le vie della città.

In verità, il disegno di Napoleone III non era di far dell'Italia un solo Stato, ma una confederazione di più Stati dalla quale fosse esclusa l'Austria, togliendole la Lombardia ed il Veneto, ed annettendo quelle due provincia al Piemonte, non tanto perchè egli fosse assolutamente avverso allo schema d'un unico regno d'Italia, quanto per l'imaginaria impossibilità che le antiche capitali italiane, Napoli, Firenze, Torino, Parma, Modena, fossero per rassegnarsi giammai a divenire città di provincia: ma nella mente degl'Italiani il concetto della loro unità politica era di gran lunga più maturo di quanto Napoleone III, ed anche forse lo stesso Cavour, supponevano.

Infatti, sino dal 27 di aprile, cioè due soli giorni dacchè i primi soldati francesi avevan posto piede in Savoja, ma non ancora in Italia, e quasi un mese avanti il primo scontro fra Tedeschi e Francesi, la Toscana ebbe il merito di effettuare un'importante rivoluzione senza lo spargimento di una stilla di sangue. Nel mattino di quel giorno i corpi militari si recarono al palazzo Pitti, chiedendo la bandiera tricolore, e di essere mandati a raggiungere l'esercito sardo. Dopo qualche resistenza, Leopoldo II, uomo di massime politiche non liberali, ma di onesta e benevola indole personale, consegnò ai soldati colle sue proprie mani la desiderata bandiera, bianca rossa e verde. Quest'atto però, anche supponendolo ispirato da sola e vera bontà, e non da debolezza e timore, non era al certo una sufficiente ragione perché l'Italia dovesse conservare sul seggio toscano un principe di famiglia austriaca, rinunciando, per un riguardo verso di lui, al diritto di essere unita ed indipendente.

A Livorno, nel medesimo tempo, le truppe ivi stanziate, uffiziali e soldati gregarii concordemente, erano sulle mosse per salpare alla volta di Genova. L'arciduca Giovanni, secondogenito del granduca, ed il generale D'Arco Ferrari, preparavano il bombardamento di Firenze dal forte di Belvedere; ma tutti gli uffiziali protestarono che non avrebbero fatto fuoco contro il popolo. Alle sei pomeridiane il granduca partì per Bologna, in mezzo al silenzio del popolo.

Tuttavia il Piemonte, non ostante il poderoso aiuto che la Francia si apprestava a dargli, corse per alcuni giorni un tremendo repentaglio, imperocchè la sua capitale, Torino, sta sulla sinistra del Po, cioè dalla stessa parte dove giacciono Mantova, Verona, Milano, Pavia, e donde veniva l'esercito austriaco. Questo poteva, nella sua totalità, arrivare a Torino con un numero di marcie assai minore che la totalità dell'esercito francese. L'esito, fieramente contrastato, delle battaglie che avvennero in giugno, mostra che l'esercito austriaco era quasi eguale ai due eserciti francese e piemontese uniti; onde è chiaro che aveva una forza troppo superiore a quella del solo esercito piemontese, e che Torino, città aperta, poteva in aprile od in maggio cader nelle mani del nemico.

Sarebbe stato un disastro non irreparabile, ma pur grave per le sue conseguenze politiche. Che cosa far doveva Vittorio Emanuele? I consigli coraggiosi, ma non abbastanza assennati, di Lamarmora e degli altri generali piemontesi della vecchia scuola, ai quali dicesi che assentisse anche Canrobert, erano di difender la capitale dello Stato a qualunque costo. Credevano che la perdita, anche momentanea, di essa implicasse la perdita irremediabile dell'onore. Per altro, se quell'incauto parere avesse prevalso, ed il Giulay, capo dell'esercito austriaco, fosse stato un generale di ordinaria capacità e solerzia, sarebbe di leggieri avvenuto che, avanzandosi egli risolutamente, non solo sarebbesi impadronito di Torino, ma avrebbe schiacciato il troppo piccolo esercito piemontese dapprima, poi i primi rinforzi francesi a mano a mano che andavan giungendo, alla spicciolata, dal Cenisio, ed infine avrebbe passato il Po a sconfiggere gli altri Francesi che venivan per la via di Genova.

Vero è che la Francia era abbastanza forte per mandar alla riscossa un altro esercito non meno numeroso; non però egualmente forte di quello che conteneva il fiore de' suoi soldati; e forse il disastro che le toccò undici anni dopo, per fatto della Prussia, le sarebbe toccato per fatto dell'Austria nel 1859. Ove ciò fosse avvenuto, sentireste ora quali inni di gloria si inalzerebbero alla profonda politica del consiglio aulico, all'incomparabil valore de' soldati austriaci, ed alla sapienza strategica e tattica dei loro generali! Quante forche, quante fucilazioni pei patrioti italiani dalla parte dei restaurati governi! I sedicenti saggi e moderati si limiterebbero a dire, con benevola compassione, che Cavour e Vittorio Emanuele meritavano il manicomio.

Per fortuna, Vittorio Emanuele meritò di esser detto non solo un buon patriota, ma un uomo di senno. Dopo di aver titubato alquanto in quel bivio crudele, adottò la giudiziosa risoluzione di passare dalla sinistra alla destra del Po, per appoggiarsi alle due fortezze di Alessandria e di Casale. Se i Tedeschi venivano ad attaccarlo di qua, ei poteva sempre, coll'ajuto delle fortificazioni, tenerli a bada abbastanza a lungo per lasciar ai Francesi il tempo di raggiungerlo. Effettuata la riunione, l'intero esercito alleato poteva ripassar il Po in molti modi, e segnatamente mercè il ponte e la testa di ponte di Casale, per andare a dar battaglia al nemico, di fronte o di fianco. Se Giulay avesse già occupato Torino, avrebbe ben dovuto lasciarlo prima della battaglia decisiva, per portare a quella battaglia tutte le sue forze, o dopo di essa se l'avesse perduta.

A questa saggia condotta militare di Vittorio Emanuele nel 1859, io vorrei pure che si ispirassero i nostri generali presenti, rinunziando l'assurda idea di rendere invulnerabili tutte le importanti città dell'interno, tutti i numerosi valichi delle Alpi, ed i punti ancora più numerosi di possibile sbarco sul littorale. Voler tutto difendere è la sicura via di perder tutto. Che monta se gli stranieri prendono temporaneamente uno od altro posto? Ciò che importa si è che non vi si possano mantenere. Unite le vostre forze, dove che sia; meglio, se ne avete il tempo, nella valle del Po; o altrimenti, a Bologna, in Toscana, a Roma, a Napoli; fosse pur anche in Calabria; poi, senza dividerle, andate a cercar con esse il nemico, ovunque egli si possa trovare. S'egli occupa molte e diverse città delle nostre, peggio per lui; tanto più sicura sarà la nostra vittoria; imperciocchè tutte le sue forze, occupanti le nostre città, mancheranno nel campo aperto, ove si dee decidere la grande contesa. L'importante si è che lo mettiate in pezzi, senza misericordia, dove lo troverete. Quando lo avrete battuto nel posto decisivo, anderà via più che di fretta dagli altri luoghi, altrimenti vi rimarrà prigioniero. Se vi siete divisi, per la chimerica idea di difender tutti i punti, i trucidati o prigionieri sarete voi.

È credibile che alla fine di aprile, od al principio di maggio del 1859, Giulay poteva prender Torino quasi a man salva per lui; trucidarne i difensori, imporre alla città un forte balzello di guerra, od il saccheggio: ma nol fece. Non certo per magnanimità, ma, credo io, perchè pensò che mentre avrebbe taglieggiato o saccheggiato la metropoli subalpina, egli poteva esser assalito di fianco o alle spalle dall'intero esercito degli alleati, e riportarne una sconfitta più completa di quella che poi gli toccò a Magenta.

Si disse che Giulay fu arrestato dalle inondazioni artificiali della Lomellina. È un errore, od una inesattezza. Le strade maestre erano aperte; e le piccole inondazioni che ebber luogo, in qua in , per mezzo dei canali di irrigazione, numerosissimi in quella provincia, venner meno in breve, per minacciosa intimazione fatta agli abitanti. Giulay si trattenne veramente dall'inoltrarsi di più nell'interno del Piemonte, o per discutibili considerazioni strategiche, o per la propria irresolutezza. Forse è giusto, sotto il punto di vista militare, il rimprovero mossogli dallo storico tedesco Rustow di aver fatto un bel nulla, dal 29 aprile, giorno in cui passò il Ticino, sino al 20 maggio, giorno della battaglia di Montebello.

Probabilmente però alla sua inazione contribuì il timore di vedersi tagliata la ritirata od inquietate le comunicazioni da un'insurrezione popolare alle sue spalle, e dalle ardite e rapide mosse di Garibaldi contro l'estrema destra austriaca. All'ardimento unendo la prudenza, il gran capitano delle milizie popolari descrisse attorno al centro dell'esercito nemico una grande curva, radendo il piede delle Alpi, teatro di guerra a lui più acconcio, e andò ad eseguire dei brillanti fatti d'armi a tergo del principale esercito nemico.

Intanto Napoleone ebbe agio di riunire attorno a tutti quattro i grandi corpi del suo esercito, e di stabilire il proprio quartier generale ad Alessandria, vicino al suo alleato e protetto. Dal canto suo Giulay, riscuotendosi alla fine, ordinò a Stadion di passar il Po con un ponte di barche, ed andar ad eseguire una forte ricognizione al fianco degli alleati. Ne seguì, ai 20 di maggio, la prima battaglia di questa guerra, che fu la battaglia di Montebello, vinta dalla divisione Forey contro un numero doppio di Austriaci. Combattè in quel giorno con gran valore, al fianco dei Francesi, uno squadrone di cavalleggieri del Monferrato. Stadion ripassò il gran fiume, e Giulay retrocesse col suo quartier generale sino a Garlasco presso Pavia. Ai 26 Garibaldi battè Urban a Varese. Nel seguente giorno egli occupò San Fermo, dopo un altro accanito combattimento, e nella sera entrò vittorioso in Como. Gli uomini di Urban, in numero di circa sei mila, si ritrassero precipitosamente a Monza.

Nel tempo che i valorosi Cacciatori delle Alpi eseguivano queste rapide e fortunate mosse alle spalle del principale esercito austriaco, i due eserciti regolari alleati passarono alla sinistra del Po accostandosi al nemico. Ai 30 di maggio i Piemontesi, precedendo i Francesi, avevan già passato anche la Sesia. Gli Austriaci si eran muniti di formidabili trincieramenti a Palestro, a Confienza, a Casalino ed a Vinzaglio. Ma i Piemontesi attaccarono strenuamente le trincee e le superarono. Vittorio Emanuele pubblicò nella sera stessa un proclama di congratulazione alle sue truppe, e notò con compiacenza la doppia circostanza di esser quella la prima battaglia sostenuta dall'esercito regolare piemontese in quella campagna, e ad un tempo l'anniversario di un'altra vittoria italiana, cioè della battaglia di Goito, vinta il 30 maggio 1848.

L'indomani, 31 maggio 1859, gli Austriaci vennero a Palestro in maggior numero che nel giorno 30, ma in questo secondo giorno della battaglia di Palestro gl'Italiani ebbero al lor fianco un reggimento di zuavi francesi. Gli Austriaci ne riportarono una nuova disfatta. I prodi zuavi francesi, benchè abbronzati dal sole africano ed abbigliati col turbante e coi larghi calzoni alla foggia turca, avevano la vivacità e le facezie del loro paese nativo. Avendo visto Vittorio Emanuele combattere personalmente con un valore simile al loro, lo nominarono Zuavo, a titolo di onore. Fu un'imitazione della facezia dei soldati francesi nel 1796 a Montenotte, ove conferirono a Bonaparte il grado di caporale, promettendo di promuoverlo regolarmente ad ogni successiva vittoria. Napoleone I per verità, ne ebbe tante da oltrepassare il bastone di maresciallo; gli rimase tuttavia, fra i suoi soldati, il nomignolo, famigliare e scherzevole ma affettuoso, di caporale; e così Vittorio è stato di sovente chiamato, con ischerzo egualmente benevolo, lo zuavo di Palestro.

Addì 3 giugno, Garibaldi sorprese gli Austriaci, i quali eran ritornati a Varese, e quella città fu nuovamente libera e tolta la minaccia alla vicina Como. Ma nel seguente giorno, 4 di giugno, successe un'assai giù grande e decisiva battaglia, fra centoventimila Austriaci e la maggior parte dell'esercito francese, con qualche partecipazione anche delle truppe italiane.

Non fuvvi una cooperazione maggiore o totale, come avrebbe dovuto esservi, pel solito miserabile vizio italiano della strategia randagia, e del conseguente trovarsi i varii corpi in posizioni troppo lontane una dall'altra. Nondimeno, in sul tardi, un battaglione di bersaglieri italiani, attratto dal rombo del cannone, potè arrivare in tempo per portare un piccolo ma gradito ajuto ai Francesi. Questa fu la celebre battaglia di Magenta. Gli Austriaci ne ebber la peggio, e vi perdettero due bandiere, quattro cannoni e quindici mila uomini, tra morti, feriti e prigionieri.

Questa grande vittoria Francese spalancò ad essi ed ai loro alleati le porte di Milano, mentre gli Austriaci ritiravansi frettolosamente verso il Mincio. Non fa di bisogno il dire che i Milanesi fecero accoglienze cordiali e strepitose a Napoleone, e più ancora a Vittorio Emanuele. Il 10 di giugno gli Austriaci ricevevano una secondaria sconfitta a Melegnano, o Marignano, a quindici chilometri di distanza della capitale lombarda; cioè nel luogo stesso dove i Francesi ebbero un'altra ed ancora più celebre vittoria addì 14 di settembre 1515.

La battaglia di Magenta ebbe per immediata conseguenza non solo la rivoluzione di Milano e di tutta la Lombardia, ma quella pure dei ducati e delle legazioni pontificie. Essendo partito da Bologna nel mattino del 12 di giugno il presidio Austriaco, i cittadini abbatterono lo stemma del governo pontificio sulla porta del Palazzo civico, e vi sostituirono la bandiera italiana a tre colori. Dietro l'esempio di Bologna si sollevarono Imola, Faenza, Forlì, Cesena, Rimini, Ravenna, Ferrara e le altre città e comuni delle legazioni; Modena, Reggio, Parma, Piacenza, e gli altri luoghi dei due ducati. Si sollevò pure Perugia, capitale dell'Umbria, a centoquaranta chilometri di distanza da Roma.

Se non che una colonna di soldati Svizzeri, partiti da Roma, assalì Perugia nel giorno 20 di giugno. Quantunque il fiore della gioventù Perugina fosse in Lombardia con Vittorio o con Garibaldi, gli altri cittadini opposero una valorosa resistenza, dapprima dall'alto delle mura, poi nelle contrade interne della città. Rimasti vincitori i satelliti della tirannide vaticana, si diedero al saccheggio ed alla strage, neppur rispettando gl'inermi e le donne.

Ma approssimavasi la fine e la decisione della gran lotta dell'anno 1859, su quei campi fra le Alpi ed il Po che furono insanguinati da tante altre battaglie. L'esercito Austriaco era andato a riordinarsi di dal Mincio in mezzo al famoso quadrilatero. Rimesso in ordine e rinforzato, ripassò alla destra del Mincio per venir a presentar battaglia all'esercito Franco-Italico, sperando la rivalsa di Magenta, ma ebbe invece una nuova e più grave sconfitta a Solferino. Descriverò il teatro e le principali vicende di quel sanguinoso e memorando conflitto: il più glorioso che abbiano avuto a sostenere Italia e Francia nel presente secolo, cioè dopo la battaglia di Marengo, vinta dalla Francia, con vantaggio dell'Italia, nell'ultimo anno del secolo decimo ottavo. Imperocchè la Francia nel presente secolo non ha sostenuto che quattro sole battaglie più grandiose di quella di Solferino: cioè Austerlitz e Smolensko, dalle quali niun vantaggio ebbe la civiltà; Lipsia e Waterloo, ove la Francia fu sconfitta. Per la povera Italia, fra tante battaglie ch'ella ha combattute, o visto combattere, sulle sue glebe «per servir sempre o vincitrice o vinta,» la battaglia di San Martino, unita a quella di Solferino, è la più onorevole, ed al medesimo tempo la più utile, benchè la più sanguinosa, che ella abbia sostenuta, dopo la battaglia di Legnano nel 1176.

Napoleone III, in un suo proclama, pose una frase che è divenuta troppo celebre: «l'Italia ha da esser libera dalle Alpi all'Adriatico.» La poca istruzione storica e geografica che havvi in Italia, persino nel ceto dei giornalisti, ha fatto spesso ripetere e magnificare quella frase come se fosse una pregevole cosa, e non un errore geografico e politico, qual ella si è. Infatti la gran catena delle Alpi comincia colle Alpi marittime, che bagnano il lor piede nel Mediterraneo, e continuandosi colle Alpi Cozie, indi colle Alpi Graje o Greche, poi colle Lepontine, Retiche, Noriche e Carniche, termina colle Alpi Giulie, baciate nell'estremo lor piede dal mare Adriatico.

Poichè dunque le Alpi toccano anche l'Adriatico, il dire dalle Alpi all'Adriatico è per la Geografia, come sarebbe per la Cronologia il dire dalla fine di luglio sino al principio d'agosto; cioè un istante od un punto indivisibile.

Ma Napoleone III, il quale viveva in Francia, aveva in mente le Alpi marittime a lui più vicine, ed alludeva alla formazione da lui desiderata di uno Stato italiano che comprendesse il Piemonte, la Lombardia e la Venezia nelle mani della dinastia di Savoja. In una parte ancora più occulta del suo pensiero stava probabilmente un regno Etrusco, il quale comprendesse la Toscana e l'Emilia, sotto Napoleone Girolamo suo cugino, e recentemente divenuto genero di Vittorio Emanuele; Napoli e la Sicilia sotto un Murat, altro suo cugino; il Lazio, l'Umbria e le Marche sotto il Papa; e di questi quattro Stati formare una confederazione di cui il Pontefice fosse il presidente nominale, ed egli, Napoleone III, il Protettore, ossia presidente effettivo. Tanto erroneo era questo concetto politico, quanto la frase geografica dalle Alpi all'Adriatico; ma gl'Italiani, più forti nel buon senso che nelle cognizioni di Geografia classica, all'impraticabile concetto Napoleonico ne han sostituito un altro più ragionevole e giusto: libera ed unita Italia, dalla cresta delle Alpi, alle spiaggie meridionali della Sicilia.

Il Po, massimo dei fiumi italiani, nasce piccolo sul fianco orientale del Monteviso, che è l'ultima e più alta cima delle Alpi marittime, ma se ne va al mare Adriatico ingrossandosi sempre per via, mercè un gran numero di tributarii, e principalmente di sette che riceve alla sua destra, e di altri sette che riceve dalle Alpi alla sua sinistra, assai più doviziosi che i primi per copia di acque perenni. I maggiori sette suoi influenti destri sono dapprima la Stura, che discende dalle Alpi marittime; indi il Tanaro, e la Scrivia, che mettono in Po vicino ad Alessandria; la Trebbia che sbocca vicino a Piacenza; poi il Taro di cui la foce è presso Parma; la Secchia che passa vicino a Modena; ed ultimo il Panaro che mette in Po presso il Bondeno nella provincia di Ferrara. Questi ultimi sei fiumi nascono tutti nell'Apennino. Dall'altra sponda il Po riceve dapprima la Dora Riparia, la quale fu detta in antico Duria minor, e discende dalle Alpi Cozie, principalmente dal Moncenisio; indi la Dora Baltea, la quale discende dal più alto monte delle Alpi Graje, anzi di tutte le Alpi, e dell'Europa intera, cioè dal Monte Bianco. Perciò la Dora Baltea è molto più grande che la sua sorella Ripuaria, e fu dagli antichi giustamente chiamata Duria major. Vengono in seguito la Sesia, che scaturisce dal Monte Rosa, altissimo fra i monti di Europa dopo il Monte Bianco; il Ticino che nasce nel San Gottardo, e traversa il lago Maggiore; poi l'Adda che esce dal lago di Como; l'Oglio che esce dal lago d'Iseo; ed infine il Mincio, che esce dal lago di Garda. Quest'ultimo è il più esteso de' laghi italiani. Vengongli dietro per grandezza il lago Maggiore, ed il lago di Como.

Per aver un'idea più chiara e più completa di moltissime ed importanti battaglie avvenute in Italia, e di quella di Solferino in particolare, è necessario ancora il considerare i confini della valle sinistra del Po, cioè di quel grande tratto di terreno montuoso e piano, che invia le sue acque alla riva sinistra del Po, od a' suoi numerosi affluenti di sinistra. Il Po, nei suoi molti serpeggiamenti, recandosi dal Monteviso al mare Adriatico, serba una costante direzione media da ponente a levante. La sua foce principale, cioè la foce del Po di Maestra, è posta nella ricordevole latitudine di 45 gradi, cioè ad egual distanza dall'Equatore e dal Polo, e sotto il meridiano, pur ricordevole, delle città di Roma, di Venezia, e di Lipsia. La gran catena delle Alpi, nel loro ramo più breve, dal Mediterraneo sino al Monte Bianco, che è il lor punto culminante, corrono da mezzogiorno a settentrione: ma il ramo più lungo, formando coll'altro un angolo retto, corre dal Monte Bianco all'Adriatico colla direzione da ponente a levante. Conseguentemente il Po, uscito in direzione perpendicolare dal ramo minore delle Alpi, cammina parallelo al lor ramo maggiore. I principali influenti del Po, Dora Baltea, Sesia, Ticino, Adda, Oglio, Mincio, corrono da Settentrione a Mezzodì, uscendo perpendicolarmente dal ramo maggiore delle Alpi e perpendicolarmente cadendo nel Po. Il vasto rettangolo traversato da questi tributarii sinistri del Po, e racchiuso fra la riva sinistra del gran fiume, le Alpi, ed il mare Adriatico, comprende la maggior parte del Piemonte, tutta la Lombardia, e tutta la Venezia. Gli altri fiumi che cadono dai fianchi meridionali delle Alpi, a levante del Mincio, si recano direttamente al mare Adriatico.

Abbiam detto che dopo le battaglie per loro infauste di Magenta e di Melegnano gli Austriaci erano venuti a riordinarsi alla sinistra del Mincio, entro il quadrilatero, e che poscia eran tornati dalla sinistra alla destra di quel fiume, per venire a presentar battaglia agli alleati.

Ora il teatro della battaglia di Solferino fu un altro quadrilatero irregolare, racchiuso fra il lago di Garda a Settentrione, il Chiese a Ponente, l'Oglio ed il Po a mezzogiorno, ed il Mincio a levante; conseguentemente contiguo, per questo quarto lato, al quadrilatero più famoso. Il Chiese traversa il piccolo lago d'Idro, e mette foce nell'Oglio. L'oggetto fisicamente più cospicuo in questo secondo quadrilatero, grande incirca come l'altro più celebre, sono i colli Benacensi, così chiamati perchè sorgono in riva al lago di Garda, di cui l'antico nome è Benacus.

Fra i varii punti culminanti di questo sistema di colli, uno dei più alti, ed ora divenuto storicamente il più celebre di tutti, è il monte di Solferino. Un altro, divenuto ora il più rinomato, subito dopo quello di Solferino, è il monte di San Martino. Piccola però è l'altezza di tutti questi colli. L'altipiano di Solferino non si aderge che centotrentasei metri sul lago di Garda, e dugentosei sul livello del mare.

Quest'altezza è sufficiente per dominare colla vista un vasto orizzonte, e scorgere di lassù, ad occhio nudo o col telescopio, l'amenissimo lago di Garda a settentrione, e specialmente la penisola di Sirmione, cara a Catullo, e da lui chiamata la più graziosa delle penisole; a levante il fiume Mincio, celebrato da un altro poeta più grande di Catullo, cioè da Publio Virgilio Marone, nato presso le sue ripe; a mezzogiorno il Po e l'Oglio, ed infine a Ponente il Chiese. Dall'altipiano di Solferino veggonsi ancora i campanili, le chiese, e le abitazioni di Castiglione e di Brescia a ponente; di Lonato, di Desenzano, e di Peschiera a borea; di Pozzolengo, di Cavriana, e di Goito a levante; e di Mantova a mezzogiorno-levante. Scorgesi ancora, a mezzodì-ponente, ma in maggior distanza, il torrazzo di Cremona, che è la più alta torre di Italia, ed una delle più belle dopo il campanile di Giotto a Firenze, dopo la torre pendente di Pisa, e dopo la Ghirlandina di Modena. Perciò la torre quadrata che sorge sulla vetta del colle di Solferino porta il curioso e ben significante nome di Spia d'Italia. Verona, a settentrione di Solferino, ne dista meno di venti miglia, ma non può vedersi per l'interposizione di altre eminenze. Custoza, luogo di due battaglie sfortunate per gl'Italiani, una del 1848, e l'altra del 1866 nel giorno anniversario della battaglia di Solferino, sta intermedia e ad egual distanza fra Solferino e Verona. Il villaggio di Solferino, punto principale della battaglia, dista in linea retta un dodici chilometri dal Mincio, ed altrettanto dal lago di Garda.

In quanto a San Martino, che fu il principal punto del combattimento fra gli Austriaci ed i Piemontesi, esso è intermedio fra Solferino ed il lago, ma più presso quest'ultimo, cioè a sette chilometri da Solferino, e cinque dal lago.

Diligente e florida è la coltura del piano, e più ancora quella dei colli. Vi spesseggiano i villaggi, prossimi gli uni agli altri. Le pendici delle colline sono coltivate a vigna; ed in vicinanza ai paesi le vigne son recinte da solide mura. Più presso al lago vi sono ancora gli ulivi, come in altre parti delle sue rive vi sono i limoni e gli aranci.

All'inabile o sfortunato Giulay era succeduto, nel comando effettivo dell'esercito austriaco, il generale Hess; ma a prenderne il comando onorario venne in persona l'imperatore Francesco Giuseppe. Il monarca Austriaco era allora un giovane di ventinove anni, ma era ben lungi dall'adeguare per vigor di mente il suo antagonista.

Napoleone III, nacque a Parigi ai 20 di aprile del 1808, quindi era allora nell'ancor fresca età di cinquantun anni. Troppo ammirato dagli sciocchi, mentre fu potente e fortunato, troppo vilipeso dai medesimi dopo che fu tramontata la sua potenza e fortuna, era uomo di alto intelletto; cupo e misterioso come sfinge; tardivo ed apparentemente oscillante nelle sue deliberazioni, e non pertanto pieno di audacia nell'adottarle, e di tenacità nel mandarle ad effetto. Egoista come tutti gli uomini sovrani o non sovrani, ebbe tuttavia idee ed opinioni più liberali e più umanitarie che quelle di tutti gli altri imperatori o re dell'epoca moderna. Nel 1859 egli assunse ed abilmente sostenne il comando non onorario ma effettivo del suo esercito. Al certo non era pari in campo al suo grande zio Napoleone I, ma aveva un'abilità superiore a quella de' suoi marescialli, ed a quella che rimase a lui stesso quando era caduto per malattia spinale in una precoce decrepitezza, durante la campagna per lui fatale del 1870.

Le forze numeriche dei due opposti eserciti presso a poco si bilanciavano; centotrentamila francesi, quarantamila italiani, in tutto cento settanta mila uomini. S'intenda che non do che le cifre approssimative e probabili. Altrettanti incirca erano gli Austriaci. Ottimi i costoro armamenti: tutti fucili rigati. Rigati pure per la maggior parte, ma non tutti, i fucili dei francesi, ed ottima la loro artiglieria. I Piemontesi avevano i fucili a percussione; artiglierie a sufficienza. Eran dunque inferiori per armamento agli Austriaci; e questi, a San Martino, furon pure superiori ai Piemontesi pel numero e per le posizioni. Contuttociò, come vedremo, i Tedeschi ebber la peggio tanto a San Martino come a Solferino. Tutto questo non prova già che non sia meglio aver buone armi che averne di cattive o mediocri; occupar le posizioni favorevoli, ed esser piuttosto in molti che in pochi; prova soltanto che non bisogna esagerare l'importanza di questi vantaggi, come far sogliono i barbassori pedanti. Neppure è da esagerarsi l'importanza del patriottismo e dell'aver una giusta e santa causa alle mani, tutte cose che militavano a pro' degl'Italiani e dei Francesi; ma pure la loro importanza, checchè ne pensino i sopradetti barbassori, è reale e grandissima.

Valgano questi cenni preliminari, relativi alle circostanze topografiche e strategiche della grande battaglia di Solferino, a farne meglio comprendere le vicende.

Hess, avendo fatto passare i suoi soldati dalla sinistra alla destra del Mincio sino dal giorno 23 di giugno, li condusse ad occupare le situazioni più favorevoli dei colli Benacensi, e specialmente il monte di Solferino, il monte dei Cipressi, San Cassiano, Cavriana, ed una parte dell'adiacente pianura, per attender ivi il preveduto attacco degli alleati. Nella notte fra il 23 ed il 24, Napoleone III dormì a Castiglione, teatro di una celebre battaglia, vinta come già vedemmo da Napoleone I nel 1796. Castiglione è distante, in linea retta, sei chilometri soli da Solferino. Al principio del mattino Napoleone III salì sul campanile di Castiglione per esplorare col suo cannocchiale da campo le posizioni del suo e del nemico esercito, e comprese che una grande battaglia era inevitabile ed imminente. Anzi, avvisato dai primi tuoni del cannone che gli avamposti eran già venuti alle mani, distribuì gli ordini opportuni a' suoi generali, e salì a cavallo.

Comprendendo che la chiave strategica della posizione era Solferino, diè ordine al primo corpo, comandato dal maresciallo Baraguay d'Hilliers, di concentrare i suoi massimi sforzi all'intento di snidare gli Austriaci da Solferino e dalle altre eminenze circostanti. A Mac-Mahon, a Niel ed a Canrobert comandò di tenersi alla destra di Baraguay, facendo fronte agli Austriaci sui colli ed alla pianura, e cercando al possibile di dividerli in due parti. Al re Vittorio Emanuele raccomandò, in una maniera più generale, di far fronte agli Austriaci alla sinistra dei Francesi, e di non permettere al nemico di penetrare fra i due eserciti alleati per dividerli.

Gl'Italiani, conseguentemente, si misero alla sinistra di Baraguay d'Hilliers, ma un po' troppo lontani dai Francesi, e troppo sparsi fra loro, secondo il lor brutto costume. Sin dalle prime ore del mattino essi eransi già azzuffati col corpo di Stadion, il quale teneva l'estrema destra Austriaca. Era quel medesimo Stadion che fu vinto a Montebello.

Gli alleati pertanto erano più o men regolarmente schierati in una linea lunga diciassette chilometri a un di presso; dieci chilometri pei Francesi, e sette pei Piemontesi; con quest'ordine, procedendo da destra a sinistra, o da oriente ad occidente: Canrobert, Niel, Mac-Mahon, Baraguay, Vittorio Emanuele. I quattro corpi di esercito italiani, naturalmente assai più piccoli uno per uno che i quattro corpi francesi, avevano per capo comune il re, e per comandanti rispettivi Durando, Mollard, Cucchiari e Fanti. Gli ho nominati pure nell'ordine del posto che occupavano andando da destra a sinistra; cioè a dire Giovanni Durando toccava colla sua estrema destra l'estrema sinistra di Baraguay; poi veniva Mollard colle due valorose divisioni di Casale e di Acqui, di fronte a San Martino; indi Cucchiari ed infine Fanti sulla sponda del lago. Il valore e la fortuna compensarono l'imperfetto ordinamento. Ma poichè l'ostinata e lunga pugna degli Italiani contro gli Austriaci, attorno a San Martino, fu quasi una battaglia a parte, la descriverò dopo quella di Solferino propriamente detta.

Oltre il comando generale dell'esercito, Napoleone III aveva ancora il comando speciale della sua Guardia, la quale era un grande, scelto ed importante corpo d'armata. Conteneva due divisioni d'infanteria, otto batterie d'artiglieria, ed una divisione di cavalleria. Della qual grande forza il supremo comandante francese si servì come di riserva, inviandone dei distaccamenti ora in un punto ora in un altro, dove scorgeva esserne maggiore o più urgente il bisogno.

Sin dal principio del combattimento egli s'impadronì, circondato dalle sue guardie, del Monte Fenile, altura prossima a quella di Solferino, per poter meglio, di colassù, osservare le posizioni dei soldati suoi e dei nemici, e le successive e variate fasi della battaglia; mandare or uno or altro ordine ai diversi capi di corpo o di divisione, ora uno ora un altro rinforzo staccato della sua guardia.

Nel monte di Solferino, i punti più importanti occupati dagli Austriaci erano la torreggiante Spia d'Italia, eccellente come osservatorio militare, più che qual mezzo di offesa o difesa; il villaggio di Solferino, ma più ancora il cimitero della chiesa parrocchiale, ove gli Austriaci avevano praticato delle feritoie pei fucili della fanteria, e collocato anche diversi pezzi di cannone. In prossimità poi del monte di Solferino era formidabile il monte dei Cipressi, fortemente pure occupato da un grandissimo numero di Austriaci.

I Francesi però, benchè terribilmente decimati dai projettili nemici, andavan guadagnando terreno; laonde gli Austriaci furor costretti ad abbandonare il colle dei Cipressi, posizione forte anche per la forma del monte, e per le piante dei cipressi che in parte riparavano i colpi nemici. Dalla collina dei Cipressi ora i Francesi volgono le lor batterie contro gli Austriaci occupanti lo spianato attorno alla Spia d'Italia; indi salgono ad attaccarli colla bajonetta, e li pongono in fuga. La celebre torre, e la dominante posizione dell'altipiano attorno ad essa, sono nelle mani dei Francesi.

Questa importante cattura divenne tosto un mezzo ed incoraggiamento ad ottener altri vantaggi. Imperocchè di lassù i Francesi si misero a mitragliare gli Austriaci, i quali discendevano correndo verso Cavriana. Rimanevano tuttavia a prendersi il villaggio ed il formidabile cimitero. Anche questi ostacoli, con orribile sacrifizio di sangue, furono superati. Ma, abbandonato Solferino, gli Austriaci si difendevano ancora, avvantaggiandosi di una serie di alture situate fra Solferino e Cavriana, dove l'imperatore Francesco Giuseppe teneva il suo quartier generale.

Inoltre, la maggior parte del loro esercito si sosteneva ancora abbastanza bene in una lunga linea sulla pianura, di fronte a Mac-Mahon ed a Niel. Per loro fortuna Canrobert, all'estrema sinistra franose, rimase dubitoso e quasi inerte, come era rimasto a Sebastopoli nella presa del forte di Malakoff, e più di recente nella battaglia di Magenta. Qui Canrobert era trattenuto dall'esagerato pericolo di una sortita dei nemici da Mantova, perchè l'imperatore avevagli ordinato di star all'erta, avendo una spia portato l'avviso, vero o falso, che preparavasi una sortita da Mantova. Perciò Canrobert non prestò che un debole ajuto al suo vicino Niel, il quale gliene chiedeva uno forte.

Tuttavia l'ardire e la perseveranza di Niel, di Mac-Mahon, e dei loro soldati, fecer sì che a poco a poco il disordine cominciò ad introdursi ed a propagarsi nelle fila degli Austriaci, combattenti nella pianura, come erasi prodotto e propagato prima fra quelli che combattevano a Solferino. Questi qui giù al piano non fuggono ancora, ma già si muovono disordinatamente; trovansi mescolati alla rinfusa i soldati di diverse compagnie, e di diversi reggimenti. Alle quattro del pomeriggio incomincia la fuga generale, decorata nei rapporti ufficiali austriaci col nome di ritirata, ordinata dallo stato maggiore.

La divisione francese di Motterouge, il corpo di Mac-Mahon, e la divisione dei volteggiatori della Guardia, si impadroniscono di Cavriana. Sono fuggiti i soldati di Clam Gallas da Solferino e da San Cassiano; fuggiti quelli di Schwarzemberg da Guidizzolo; fuggono quelli di Schaafgottsche da Rebecco; fuggono quelli di Zobel da Cavriana; fugge alla lor testa lo stesso imperatore Francesco Giuseppe, sopra un cocchio tirato da due veloci cavalli, e tenendo impugnate due pistole, una per mano. L'imperatore di Francia pone il piede nelle stanze testè occupate dall'imperatore Austriaco.

Intanto nacque uno strano sconvolgimento atmosferico, il quale venne ad incalzare in parte, ed in parte a proteggere i fuggitivi. Scatenassi una terribile bufera, un uragano, con vento impetuoso che schiantava i rami degli alberi, e gettava a terra gli uomini, o mal loro permetteva di reggersi in piedi, mentre sopra di essi scaricava una grandine o pioggia diluviale. Cessato dopo tre quarti d'ora il fiero temporale, le posizioni dianzi occupate dagli Austriaci trovaronsi nelle mani dei Francesi, eccettuata però quella di San Martino alla destra degli Austriaci, e di fronte ai Piemontesi.

Adesso è per me il tempo di narrare le peripezie della separata battaglia di San Martino, rifacendomi al principio della giornata. Sin dalle prime ore del mattino, il general Cadorna essendo in marcia per una ricognizione s'imbattè negli avamposti Austriaci. Mollard, colla vanguardia del suo corpo d'armata, accorse in sostegno del Cadorna, e gli Austriaci furon respinti. Verso le sette, le alture di San Martino furono occupate dai nostri, ma dopo breve tempo ne furono discacciati da forze superiori. Questa sanguinosa vicenda, del monte perduto e ripreso successivamente dalle due parti, si ripetè più volte, e non ebbe termine che alle nove della sera.

Per comprendere come la giornata campale di San Martino abbia potuto avere una così lunga durata, sia presente al nostro pensiero la circostanza cronologica ed astronomica che il solstizio di estate non era avvenuto che tre giorni prima. Ora nei giorni prossimi al solstizio estivo, alla latitudine di quarantacinque gradi, il sole rimane sull'orizzonte più di quindici ore e mezza; ed il crepuscolo sempre anticipa e prolunga il chiarore diurno.

Alle ore nove mattutine il bravo Mollard formò in colonne d'attacco le truppe che di mano in mano gli arrivavano, e successivamente le lanciò contro San Martino. Perchè successivamente e non tutto in una volta? Per la mala abitudine, che tante volte ho deplorato, dei generali Italiani. Nondimeno, siccome Mollard in quel giorno peccò meno degli altri, e fu di tutti i capi dell'esercito Piemontese il più intraprendente ed instancabile, a lui spetta il maggior merito nella battaglia di San Martino. Però due volte quei coraggiosi reggimenti toccarono le creste del contrastato monte, ed altrettante volte ebbero ad indietreggiare.

Accorsero in lor sostegno l'artiglieria, ed i cavalleggieri del Monferrato, che già fecero così belle ed onorate prove a Montebello. Anche qui eseguirono delle cariche degne del loro bollente coraggio. Catturarono tre cannoni; ma presto fu giuocoforza abbandonarli, e ritirarsi. Gli Austriaci gl'inseguirono, scendendo per la china della Contracania, la quale ebbe nella battaglia di San Martino un'importanza simile a quella del monte dei Cipressi nella battaglia di Solferino propriamente detta.

Ma ecco arrivare la divisione Cucchiari. La brigata Casale riprende la cascina della Contracania, e s'impossessa di tre cannoni austriaci. Ed intanto che quella brigata così valentemente combatte sul pendio della Controcania, veggonsi da lungi le pittoresche piume del quinto battaglione di bersaglieri, arrivanti di corsa. Giunge altresì il diciassettesimo reggimento comandato dal maggiore Ferrero. Egli forma le sue truppe in colonne di attacco sulla strada Lugana. Suonan le trombe, battono i tamburi. Ferrero e gli altri capi incoraggiano i soldati colla voce e coll'esempio. Ve n'era bisogno, perchè la Contracania era ricaduta in potere dei nemici. Le truppe italiane la ripigliano. A mezzodì salgon di corsa al Roccolo ed a San Martino, malgrado un violento fuoco di mitraglia e di moschetteria che piove sopra di loro. Per la terza o quarta volta sono riprese le posizioni sulle insanguinate vette di San Martino.

Ma il general Benedek moltiplicava dal canto suo le truppe e gli attacchi. Aveva dalla sua la superiorità del numero, e non venivan meno in lui, fra gli uomini suoi, il coraggio e la tenacità teutonica e slava. Oppose ai Piemontesi non solo l'ottavo corpo d'armata austriaco, ma ancora la brigata Reichlin, ed una parte del corpo di Stadion. La quinta divisione Piemontese, la quale evasi arditamente inoltrata sino a Corbù inferiore, alle spalle degli Austriaci, e dietro il gruppo montuoso di San Martino, fu obbligata da un fiero tempestar di mitraglia a ritrarsi, trascinando nella sua ritirata il reggimento dell'intrepido Ferrero, con due altri reggimenti ancora. La divisione Durando, la quale sino a mezzogiorno aveva sostenuto abbastanza bene per qualche tempo la lotta contro forze preponderanti, all'altra estremità dell'esercito Piemontese, presso la Madonna della Scoperta, si ritirò al quadrivio della Cascina Rondatta.

Allora Vittorio Emanuele chiamò a la divisione Fanti, che dapprima stava qual riserva sulle sponde del lago, indi era stata mandata ad appoggiare Baraguay d'Hilliers nell'attacco di Solferino. Giunse contemporaneamente la buona novella che i Francesi eran padroni di Solferino, e che stavano incalzando il nemico verso Cavriana.

Però i fianchi della Contracania e di San Martino, non che la circostante pianura, eran seminati di corpi umani, morti o feriti, a centinaja, anzi a migliaja; e più di Italiani che di Austriaci. Quell'orribile spettacolo incominciava a sparger lo sgomento fra i nostri soldati; ma Vittorio serbavasi tranquillo e di buon umore, come se fosse stato alla sua prediletta caccia del camoscio. Stimando opportuno il lanciare una parola atta ad incoraggiare ed anche a metter di buon umore i soldati, trasse partito dalla circostanza che in Piemonte i cangiamenti di abitazione soglion farsi nel giorno di San Martino, e disse in dialetto Piemontese: «piuma San Martin, se no, fuma San Martin.» Un siffatto discorso era ben atto a propagarsi rapidamente di bocca in bocca per la sua brevità e famigliarità, ed ancora per lo scherzevole giuoco di parole.

Prendiamoci un breve riposo dal truce spettacolo delle stragi di guerra per fare incidentemente notare che il motto di Vittorio Emanuele è un piccolo ma interessante saggio della somiglianza reciproca che hanno i varii dialetti italiani fra loro, e colla comune lingua nazionale. Tradotto letteralmente in lingua italiana suonerebbe così: pigliamo San Martino, se no, facciamo San Martino, o San Michele. In romanesco: Piamo San Martino o famo San Martino. In Francese: prenons Saint-Martin, ou il nous faudra déménager. Chi non vede come la frase Piemontese somiglia l'italiana, e sopratutto quella del dialetto di Roma, più che la Francese? Vero è che il linguaggio Piemontese ha non poca mistura di Francese, ma in complesso è un idioma radicalmente italico.

L'altra annotazione che voglio fare è questa: che il motto di Vittorio Emanuele, non ostante la lepidezza e familiarità della sua forma, poteva avere più d'un significato serio e profondo. Uno poteva esser questo: qui bisogna vincere o morire. Vinciamo, e gli Austriaci sloggeranno dall'Italia; se perdiamo, toccherà a noi liberali di perire immolati dalla loro vendetta, o dalla nostra propria disperazione; ovvero di terminar i nostri giorni sulla terra dell'esilio come mio padre. Insomma bisognerà sloggiare o dall'Italia, o dalla vita.

Alle ore 4 e mezza del pomeriggio del giorno 24 del sesto mese dell'anno 1859, Vittorio Emanuele non aveva ancora potuto fermare il piede sull'agognata eminenza di San Martino. Ad un tratto sopravvenne l'uragano, già da noi descritto nel raccontare la parte principale della battaglia di Solferino; della quale questo grande episodio di San Martino era il vero e necessario coronamento. Oscurossi anche sopra San Martino, e sopra una lunga zona di terreno, il cielo. Un furioso vento rovesciava obliquamente una fitta grandine ed una dirotta pioggia sopra ambedue le parti guerreggianti, ma colpiva gl'Italiani principalmente alle spalle, e gli Austriaci sul viso, infino a tanto che lo volgevano contro gl'Italiani, ma a tergo, accelerando la loro corsa giù dal monte, tosto che incominciarono a ritirarsi per esser meno offesi dalla bufera.

Al cessare però della tempesta gli Austriaci erano scossi ma non ancora scacciati dalle loro forti posizioni. La brigata Aosta e la brigata Pinerolo si disposero ad attaccare la cascina Contracania. Il colonnello Ricotti, di stato maggiore, concentrò contro la Contracania diciotto pezzi di artiglieria. Il general Cerale, dice il rapporto ufficiale, benchè fosse ferito, riescì, coll'ajuto anche di altri reggimenti, a prendere la Contracania. Ricotti condusse l'artiglieria sull'altipiano di San Martino, e fece avanzare i celebri cavalleggieri del Monferrato. Tutti i comandanti di corpo portaron avanti a suon di trombe e di tamburi i distaccamenti che incontravano; sicchè in breve la posizione fu occupata con sufficiente forza contro ogni tentativo del nemico.

Padroni definitivi del vertice del monte San Martino, gl'Italiani discesero dall'altra parte, perseguitando ora col cannone, ora con nuove cariche dei bravi cavalleggeri del Monferrato, gli Austriaci che si ritiravano a Pozzolengo ed alle rive del Mincio. Tramontava il Sole, e durava ancora il trarre degl'Italiani contro il retroguardo nemico. Gli estremi colpi furono sparati alle nove. Mollard prese cinque cannoni, Cucchiari ne prese tre.

Vittoria intera spettava agl'Italiani, ma a caro prezzo comprata. Secondo il computo dello stato maggiore, il numero dei soldati dell'esercito Piemontese uccisi, feriti, o dispersi in quella giornata fu 5521. Grave pur fu il prezzo pagato dai Francesi per la lor vittoria: approssimativamente dodici mila uomini. Più grave ancora la perdita complessiva degli Austriaci. Il proclama di Napoleone III diceva: «Noi abbiamo preso tre bandiere, trenta cannoni e seimila prigionieri. L'esercito Sardo ha lottato collo stesso valore contro forze superiori. Esso è degno di marciare al vostro fianco. Soldati! tanto sangue versato non sarà inutile per la gloria della Francia, e per la felicità dei Popoli

Nobili, ed in gran parte veraci e giuste parole, quantunque l'armistizio di Villafranca, che in breve le seguì, sembrasse contraddirle! Per trovar la scusa o la spiegazione di quella subitanea sosta, fa d'uopo gettar uno sguardo anche al di delle Alpi. Napoleone III ricevette un considerevole rinforzo col quinto corpo francese, comandato dal principe Napoleone suo cugino, e genero del Re d'Italia. Si era inutilmente trattenuto per qualche tempo in Toscana, ed ora veniva a raggiungere l'esercito principale sul Mincio. Ma eravi il pericolo che Francesco Giuseppe ricevesse un rinforzo di gran lunga più rilevante dalla Prussia e dal resto della confederazione Germanica.

La Prussia, per la gelosia da lei nutrita tanto contro dell'Austria come contro la Francia, non voleva che l'una, l'altra di queste due potenze acquistasse una eccessiva preponderanza, perchè aspirava a surrogare la propria egemonia a quella dell'Austria, e a togliere alla Francia l'Alsazia e la Lorena. E siccome dopo Magenta e Solferino il pericolo più prossimo era quello di un soverchio ingrandimento della Francia, il principe Guglielmo, futuro imperatore di Germania, ed allora reggente del regno di Prussia, mobilizzò l'esercito Prussiano, e lo concentrò presso il confine Francese. Gli altri principi Tedeschi erano anche più apertamente amici di casa d'Austria, ed avversi alla Francia ed all'Italia.

Per la qual cosa Napoleone s'indusse a firmare con Francesco Giuseppe a Villafranca una tregua fra le due parti belligeranti, nel giorno 4 di luglio. I patti dell'armistizio di Villafranca furon confermati col trattato di pace concluso a Zurigo addì 10 novembre 1859.

Quei patti sembrarono disastrosi per l'Italia, vituperosi per la Francia, ed assurdi per tutti. Stipulavasi che la Lombardia fosse annessa al Piemonte, ma la Venezia con tutte quattro le fortezze del quadrilatero rimanesse all'Austria; che alle lor sedi tornassero il Granduca di Toscana, il Duca di Modena, ambedue di Casa d'Austria, e la Borbonica duchessa di Parma; che le legazioni fossero al papa restituite; che il regno delle due Sicilie rimanesse pure in balìa del borbonico e sanguinario Ferdinando; e che di tutta cotesta accozzaglia di Stati si formasse una confederazione italiana, presieduta dal Papa! Non conosco in tutta la storia un solo trattato più assurdo di questo.

Le catene dell'Italia parevano non infrante ma ribadite, coll'arrota di uno scherno crudele.

Prima ancora del solenne trattato di Zurigo, pochi giorni dopo l'armistizio di Villafranca, essendo l'imperatore francese di passaggio per Torino, nel suo ritorno in Francia, fu notato dai curiosi che guardavano dalle finestre del palazzo reale, un lungo ed animato colloquio fra Napoleone e Cavour, i quali passeggiavano avanti e indietro pei viali del giardino. Evidentemente il ministro italiano non potè trarre alla sua opinione il monarca francese: imperocchè, essendo il Cavour risalito al suo uffizio, quest'uomo solitamente così dignitoso e padrone di , mosso allora da un impeto di irrefrenabile ira ribaltò scrittoi e tavole, e dato di piglio alle sedie le ridusse in pezzi una ad una, percuotendole sulle altre suppellettili rovesciate; indi mandò al re la sua rinunzia. Centinaja di altri italiani, anche di indole e di opinioni ordinariamente moderate, erano cosiffattamente inacerbiti contro Luigi Napoleone, che lo chiamavano apertamente traditore, e desideravano che un nuovo Felice Orsini avesse una mano più sicura del primo.

Gioachino Pepoli esternò rispettosamente all'imperatore suo cugino la propria meraviglia ed il proprio cordoglio per la tregua di Villafranca. Napoleone III, battendolo famigliarmente sulla spalla, gli disse: l'armistizio di Villafranca, mio caro, è un capolavoro. Pepoli non osò dirgli che era un capolavoro di assurdità! Pur nondimeno i patti di Villafranca e di Zurigo, così stupidi ed iniqui in apparenza, in realtà non erano punto un tradimento contro l'Italia, come ne avevano ogni sembianza. Quello strano ma scaltro uomo di Napoleone III vi inserì un articolo, il quale pareva nulla, ed era tutto: non intervento!

Fu primiero il duchino di Modena a ripetere il suo ducato, mandando innanzi il battaglione Estense, ch'egli aveva portato con a Mantova nel fuggirsi da Modena dopo la battaglia di Magenta. Luigi Farini, allora dittatore di Modena, ed i Modenesi, fecero il loro dovere; ed il battaglione Estense dovè tornarsene indietro, come volgarmente si dice, colle pive nel sacco. L'ex-duca ebbe abbastanza senno per non presentarsi da ; ed egual giudizio ebbero l'ex-duchessa di Parma, e l'ex-granduca di Toscana. Quanto di buon grado l'Austria sarebbesi presentata in lor vece! Ma, alto ! Ostava l'articolo del non intervento; e, dietro quell'articolo di carta, eravi la grande e ben temprata spada della Francia; e quella altresì, meno grande ma da non isdegnarsi, della rivoluzione italiana.

Insomma Parma, Modena, Firenze, Bologna, continuarono a tenersi i lor governi provvisori, ufficialmente separati, ma cordialmente uniti fra loro e col Piemonte. Un po' più avanti, Parma, Modena e Bologna, colle altre provincie già legazioni Pontificie, si unirono in un solo Stato chiamato il governo dell'Emilia, con Farini per capo, o dittatore; come la Toscana ebbe per dittatore Bettino Ricasoli; ma con noto e fermo intendimento di congiugnersi ufficialmente al Piemonte appena fosse possibile.

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La data e le principali circostanze della battaglia di Solferino e San Martino, che forma uno dei principali avvenimenti raccontabili nella storia moderna, si presta ad una importante considerazione generale, di ordine filosofico e religioso.

La storia antica sovrabbonda di racconti e di considerazioni relative al sentimento religioso: gli storici moderni affettano di passare sotto silenzio, o rappresentare come favolosi tutti i fatti accennanti ad una fonte misteriosa. Tuttavolta, siccome questo genere di fatti, reali o imaginarii, attrae la maggior attenzione del popolo, lo storico ha il dovere ed interesse di non trascurarli, dichiarando lealmente se li reputa reali o fittizii, dotati di una seria o fallace importanza.

Variano le religioni non solo da paese a paese, ma ancora da una ad altra epoca in un medesimo luogo; ma secondo la costante esperienza di sessanta secoli di storia o di tradizioni, il sentimento religioso sembra piantato dalla natura nel cuore umano, e quindi indistruttibile. Ond'è che qualora in un paese una forma speciale di culto volge al suo tramonto, un'altra ne spunta, la quale non soppianta già tutt'a un tratto la vecchia credenza, ma viene grado grado guadagnando terreno, insino a tanto che rimane padrona del campo.

La religione Cristiana, nata 18 secoli fa, domina in Europa ed in America, e numera circa 420 milioni di seguaci, divisi in due parti quasi eguali fra loro, che son da un lato 210 milioni di cattolici, e dall'altro 210 milioni fra protestanti, greci ortodossi, ed altre confessioni.

Coloro che ammettono il dogma della trasmigrazione delle anime, principalmente in Asia, sono in maggior numero che i Cristiani, cioè circa 620 milioni. Fra essi la maggior parte crede in Budda, e formano quasi la totalità della popolazione nell'immenso impero della China e nel Giappone: altri credenti nella trasmigrazione popolano l'Indostan, od India propriamente detta. L'Islamismo, o religione di Maometto, che è la migliore delle religioni esistenti subito dopo il Cristianesimo, è professato dai Turchi ed altri, in numero totale di circa 132 milioni.

Fra i Cristiani nominali, parecchie migliaja sono o pretendono di essere atei e mabrialisti: un assai maggior numero, vale a dire parecchi milioni, sono scettici o indifferenti.

In Europa il dogma della metempsicosi, o trasmigrazione, non ha ora che un numero esiguo di seguaci, e sono precipuamente i così detti spiritisti, cioè quelli che si imaginano di avere un commercio intellettuale colle anime dei trapassati. Adducono in lor favore una grande moltitudine di fatti, ma sono tutti fatti minuti e meschini. Io credo che nell'insieme siavi non poco del vero, benchè mescolato e guastato dall'ignoranza, o dall'impostura di vivi e di morti. In antico però anche in Europa la ferma credenza nel passaggio delle anime da un corpo ad un altro, regnò fra gli abitanti della Gallia, ora Francia, e delle isole britanniche, ora Inghilterra, Scozia e Irlanda, e fu insegnata da due grandi filosofi, Pittagora e Platone, cantata da due grandi poeti, Virgilio ed Ovidio.

Oggi, quelli che sono o amano di parer colti, si sforzano, con poco frutto, di estirpare dal loro proprio cuore ogni fede al soprannaturale. Riescono meglio a dissimulare gli avanzi delle loro antiche credenze, od a metterli in canzone appo gli altri.

Io, per lo contrario, mi sforzo di adempiere il mio dovere di confessare pubblicamente le mie persuasioni, quantunque del pari invise ai distributori della fama, da una parte, e ai distributori della fortuna dall'altra. Credo fermamente in Dio, ma deploro l'abuso che i sacerdoti di tutte le religioni fecero e fanno di quel nome augusto.

Ne abusano tutti i viventi anche non sacerdoti: ne abusano persino le anime degli uomini trapassati, nei quali sopravvivono le qualità buone e tristi che li distinsero nella carriera mortale. Abusarono del sacro nome della Divinità in ispecial modo gli spiriti invisibili che ispirarono gli scrittori visibili della Bibbia ebraica e cristiana. Perciò le così dette sacre scritture sono una strana mescolanza di cose buone e cattive, di veri fatti e di favole assurde.

Fra le cose buone havvi nella Bibbia la profezia di Aggeo, il quale predisse la venuta di un Redentore e la distruzione della tirannide. Dio ama tutti i popoli della terra, ma tutti li sottopone alle alternate prove della sua misericordia e del suo sdegno. Egli apparecchiava da lungi, attraverso a mille vicende, la liberazione dell'Italia. Non Aggeo personalmente, ma chi lo ispirò, conosceva quel decreto divino 2385 anni prima che venisse adempito. Quel medesimo Aggeo che sotto invisibile dettatura scriveva, doveva divenire un giorno, mediante la metempsicosi pittagorica, il principal personaggio del combattimento di San Martino. Secondo i libri intitolati Miranda e Dio liberale, Vittorio Emanuele, prima di nascere a Torino il 14 marzo 1820, ebbe a fare San Martino più volte, in un senso analogo ma più alto di quello delle parole da lui pronunciate nella memorabile battaglia.

Secondo i libri di Miranda e Dio liberale, Vittorio Emanuele era stato dapprima un antichissimo personaggio biblico, cioè Tare padre di Abramo: poscia divenne successivamente Latino re del Lazio e suocero di Enea; indi il profeta Aggeo: in seguito un altro personaggio biblico, ma del Testamento nuovo, cioè Taddeo, uno dei dodici apostoli; poi Berengario primo, re d'Italia, coronato imperatore nel 915; indi fu anche un papa, Gregorio XI, che fece una cosa buona per l'Italia, imitata in meglio dopo tanti anni da Vittorio Emanuele, riconducendo da Avignone a Roma la sede pontificale; poi Emanuele Filiberto, duca di Savoja e vincitore dei Francesi alla battaglia di San Quintino, nel 1557; poi Pietro Micca eroico minatore: poi Giovanni Balilla, eroico monello. L'ultimo avatar di questa bella linea Pittagorica, ma il più glorioso, è stato Vittorio Emanuele.

Siffatte affermazioni non appartengono alla Storia, ma alla mia personale credenza. Così non era un fatto storico che Romolo fosse figlio di Marte, ma era lecito ad uno storico antico il confessare che tal fosse la sua individuale credenza; come è lecito a me lo esprimere la mia opinione che i due gemelli fossero figli di un uomo ordinario, occulto marito ed amante di Rea Silvia.

Per altro, o non esiste affatto alcuna sorta di mondo invisibile, mai vi furono uomini ispirati dall'alto, od ho ben motivo di credere che uno o più d'uno possa esservene anche ai nostri giorni. E mentre la veracità degli altri scrittori ispirati, o sedicenti tali, non è che oggetto di cieca fede, le verità di genere straordinario da me promulgate hanno per mallevadrici le geuranie, vale a dire le maravigliose coincidenze astronomiche, e le isemerie, cioè le maravigliose coincidenze storiche e cronologiche.

La vera ignoranza dei falsi sapienti di questo secolo chiude con pertinacia gli occhi davanti a queste maraviglie, o le stima casuali, come credono casuale l'ordine, assai più maraviglioso ancora, dell'Universo. Un divino ed imperscrutabile decreto mi sottopone a questa dura prova personale, e la generazione presente al danno di ritardare la riforma salutare di tutte le religioni, fondendole in una, amica della Scienza vera e della Libertà e Fratellanza dei popoli. Ma i veri dotti, e con essi il popolo delle generazioni future, mi comprenderanno. Intanto il gruppo delle circostanze che sto per indicare, in relazione alla battaglia del 24 giugno, sesto mese, dell'anno 1859, non è che un piccolo, piccolissimo saggio del vasto e ben ordinato sistema delle coincidenze prodigiose che si verificano fra le date di tutti i grandi avvenimenti storici. I piccoli fatti dipendono in gran parte dal nostro libero arbitrio: i più grandi sono in mano di Dio.

Ognuno può facilmente leggere nella Bibbia i due brevi capitoli della profezia di Aggeo. Il profeta Aggeo scrisse queste precise parole:

«Nel secondo anno di Dario re, nel sesto mese, venne la voce del Signore ad Aggeo profeta. Il popolo lavorò nella casa del Dio degli eserciti, nel ventesimo quarto giorno del sesto mese

«Così dice il Signore degli eserciti: attendete un poco, ed io scuoterò le nazioni, e verrà il Desiderato delle genti. Nel ventesimo quarto giorno del nono mese, venne la voce del Signore per bocca di Aggeo profeta, e disse: pensate al giorno ventesimo quarto. E di nuovo venne la voce del Signore, nel giorno ventiquattro del mese, dicendo: io metterò sossopra i cieli e la terra. Io ridurrò in polvere il trono dei regni e la tracotanza degli stranieri; e rovescierò i cocchi e coloro che vi stan sopra.»

Notate il numero ventiquattro adoperato quattro volte, il sesto mese due volte, e le parole applicabili all'uragano del 24 giugno e alla fuga dell'imperatore d'Austria. Il numero 24 tanto ripetuto da Aggeo, con inculcare ben anco premurosamente di fare ad esso attenzione, preludeva non solo al 24 giugno 1859, ma ad altre importanti date della storia antica e moderna.

24 Febbrajo 3492 dell'era adamitica o massonica, fuga del re Tarquinio Superbo e proclamazione della Repubblica Romana. Quell'anno, 3492 massonico, 244 di Roma e 508 avanti l'era Cristiana, segnò non soltanto il principio della Repubblica Romana, ma la restaurazione della Repubblica di Atene, colla fuga del tiranno Ippia, figlio di Pisistrato. Ippia cercò ed ottenne rifugio presso quello stesso Dario primo, re di Persia, che è menzionato dal profeta Aggeo. L'anno della fondazione della Repubblica Romana e della risurrezione della Repubblica Ateniese, è altresì un anno proleptico, non pure secolare ma millenario della scoperta dell'America: imperciocchè dall'anno 3492 massonico all'anno 1492, era volgare, ossia 5492 massonico, corrono 2000 anni. L'anno 1792, nel quale fu proclamata la seconda Repubblica francese, è un anno centenario tanto della Repubblica Romana, quanto della scoperta dell'America.

Gl'italiani ben fanno preparandosi a celebrare il centenario della grande scoperta di Cristoforo Colombo nel prossimo anno 1892: ma la noncuranza che mostrano della Repubblica Francese e delle due Repubbliche, più gloriose ancora, di Roma e di Atene, maestre del mondo, è una prova dolorosa dell'ingratitudine della presente generazione. Ma già l'uomo è il più ingrato degli animali, o per meglio dire è il solo ingrato, e responsabile della sua ingratitudine. Specialmente ignoranti ed ingrati sono i liberali Italiani e Francesi, che evitano di pronunziare il nome di Dio, autore del cielo e della terra, e di queste stesse rivoluzioni liberatrici del popolo.

24 Febbrajo 1468 morte di Giovanni Guttenberg, inventore della stampa. Secondo l'autore di Miranda e di Dio Liberale, la coincidenza di questa data con quella della fondazione della Repubblica Romana, allude al fatto che Guttenberg autore della più importante delle invenzioni moderne, era stato Bruto il Grande, il fondatore della Repubblica Romana.

24 Febbrajo dell'anno secolare 1500, nascita di Carlo V; 24 febbrajo 1525 Carlo V vince la battaglia di Pavia, e fa prigioniero Francesco primo re di Francia; 24 febbrajo 1530, Carlo V è coronato imperatore da Papa Clemente VII a Bologna. Queste coincidenze, secondo l'autore di Miranda, alludono all'identità Pittagorica di Carlo V coll'antico Collatino, marito di Lucrezia, e socio di Bruto il Grande nella rivoluzione che creò la Repubblica Romana, ed anche nel Consolato.

24 Febbrajo 1848, fuga del re Luigi Filippo, e proclamazione della seconda Repubblica Francese. È da notarsi che l'anno 1848 moderno o 5848 massonico, è precisamente il ventesimo sesto anno secolare di Roma, fondata nell'anno massonico 3248, ossia 753 avanti l'Era Cristiana. Quell'anno 1848 fu straordinariamente prolifico di avvenimenti rivoluzionarii in Europa; ma fra i grandi fatti di quell'anno i più importanti furon la fuga di Luigi Filippo da Parigi, e la fuga di Pio IX da Roma.

Ora il regifugio del Pontefice-Re, come il regifugio di Luigi Filippo, ed il regifugio di Lucio Tarquinio Superbo, avvennero non solo in un giorno segnato dal fatidico numero 24 vaticinato da Aggeo, ma quello di Roma moderna avvenne nel giorno anniversario della fondazione di Roma, ed anniversario non comune, ma secolare o centenario.

Imperciocchè, secondo la comune tradizione, Roma fu fondata il 21 aprile; ma quella era la data conforme al calendario Albano, in uso presso la colonia Albana fondatrice in Roma; ma da un'ecclissi di luna, menzionata da Plutarco come accaduta nel mattino della fondazione, e calcolata dal Pingré, rilevasi la certezza che il giorno della fondazione di Roma, ridotto al calendario attuale, fu il 24 novembre dell'anno massonico 3248. Il 24 novembre 1848, all'ora del tramonto del sole, fuggiva dal Quirinale Pio IX, e dava luogo alla proclamazione dell'effimera Repubblica Romana, e più tardi alla definitiva caduta del potere temporale dei Papi, più tardi ancora da seguirsi da una rivoluzione più importante nel loro potere spirituale, per decreto di Dio, preannunziato da queste stesse meravigliose coincidenze.

Invano il Vaticano dirà che questi sono farneticamenti di rivoluzionarii: il guaio terribile pel Vaticano si è che il gran rivoluzionario è Dio. Osservate quest'ultima coincidenza che registro qui, a complemento delle date vaticinate da Aggeo. Il Desiderato dalle genti, da lui predetto, il più Santo ed il più Grande dei rivoluzionarii, nacque secondo la volgare tradizione a Betlemme il 25 di dicembre. Era il 25 dicembre, secondo lo stile giuliano, o giorno del solstizio, per Gerusalemme in Palestina. Ma la mezzanotte che cominciò il giorno 25 di dicembre in Asia, era ancora il 24 per tutta l'Europa.


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