Giuseppe Barilli (alias Quirico Filopanti): Storia di un secolo, dal 1789 ai giorni nostri
Giuseppe Barilli (alias Quirico Filopanti)
Storia di un secolo, dal 1789 ai giorni nostri - Fasc. III

ANNO 1860 Garibaldi, i Mille.

«»

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

ANNO 1860

Garibaldi, i Mille.

Era libera, così, la metà dell'Italia: Piemonte, Liguria, isola di Sardegna, Lombardia, Toscana ed Emilia. Rimaneva a liberarsi l'altra metà; faceva d'uopo, in linguaggio militare, percorrere quattro altre grandi e faticose tappe, Palermo, Napoli, Venezia e Roma. Inoltre, per secrete condizioni accettate dal governo Piemontese prima della guerra del 1859, fu di mestieri il rassegnarsi al doloroso sacrifizio di perdere la bella città nativa di Garibaldi.

L'estremo sperone delle Alpi marittime, benchè un poco più al di del partiacqua Alpino che al di qua, era, davanti alla Storia ed alla politica, una parte dell'Italia sino dai tempi di Augusto. Il fiume Varo segnava da quella parte il confine fra Italia e Gallia.

Nei giorni stessi nei quali avvenne il plebiscito della Toscana e dell'Emilia per la loro annessione al Piemonte, domenica e lunedì dieci ed undici di marzo 1860, gli abitanti di Nizza e del suo contado fecero un plebiscito che diede una considerevole maggioranza al partito dell'annessione alla Francia. Da indi in poi il contado di Nizza è divenuto una provincia Francese, col nome di dipartimento delle Alpi marittime. In quei giorni medesimi gli abitanti della Savoja, provincia più schiettamente francese pel suo linguaggio e per la sua posizione sul pendio occidentale e settentrionale delle Alpi, fecero pure un plebiscito di annessione alla Francia. A queste perdite di una provincia stimabile ma certamente non italiana come la Savoja, e di un'altra di controversa italianità come Nizza, venne presto il compenso di altre provincie più grandi, e più incontestabilmente italiane.

Al suono della campana della Gancia scoppiò un principio di insurrezione presso Palermo, contro l'abborrito governo del re di Napoli. Bisognava volare in ajuto agl'insorti. Garibaldi salpò da Quarto, presso Genova, nel giorno 5 di maggio 1860, anniversario del principio della rivoluzione francese del 1789. Seco conduceva mille ed ottanta valorosi, i quali acquistaronsi nella storia il breve ed immortal nome dei Mille.

Il re di Napoli Francesco II, succeduto a Ferdinando II, suo padre, aveva un esercito di centomila uomini, egregiamente armati ed a lui bene affetti. Le comuni arti di guerra non bastavano a mille uomini per conquiderne centomila. La possibilità, la speranza della dipendeva dal poter vibrare una rapida serie di colpi audaci, ma così bene assestati da ottenere una altrettanto rapida serie di vittorie, incominciando dal poco per giungere al molto, ed infine aver il tutto, a forza di aumentare a grado a grado ed ingigantire il prestigio dei volontari agli occhi loro proprii, per accrescere il loro coraggio; agli occhi del pubblico per estendere l'insurrezione nell'isola di Sicilia, ed ottener numerose reclute dalla terraferma; agli occhi dei nemici per isgomentarli prima ed infine annientarli; ovvero, ciò che era più desiderabile, e ciò che di fatto avvenne in gran parte, convertirli, da ciechi istrumenti della tirannide, in militi della patria e della libertà.

La Sicilia era la provincia più lontana da Napoli fra i dominii del Borbone. Essa era al medesimo tempo la più malcontenta, ed eravi già scoppiata, come dissi, l'insurrezione. L'impresa di Garibaldi doveva dunque incominciare dalla Sicilia. Quella bella e grande isola ha la forma di un triangolo, del quale il lato settentrionale, che è il più lungo, si distende da Messina sino a Marsala, passando per Palermo capitale dell'isola. Da Messina è breve il tragitto per mare a Reggio di Calabria, sul continente. Da Reggio a Napoli la via è lunga, ma comparativamente facile.

Se Garibaldi fosse sbarcato a Messina od a Reggio, avrebbe dovuto coi pochi affrontar subito i molti, resi più forti dalle posizioni. Peggio ancora se avesse osato presentarsi tosto a Napoli. Per lo contrario, incominciando da uno dei due più lontani promontorii dell'isola, egli aveva la probabilità di potervi prender terra con poca difficoltà, per esser quel luogo poco guardato, appunto perchè più lontano dalla parte rivoluzionaria della Penisola. A Palermo avrebbe trovato un numeroso presidio borbonico, ma non gli sarebbe mancato il favore degli abitanti di quella grande città; ed era più facile il prenderla dalla parte di terra che dalla parte di mare. La presa di Marsala e di Palermo doveva ajutarlo a prendere Messina, poi Reggio, indi Cosenza, poi Salerno, ed infine Napoli.

Formatosi questo ardimentoso ma giusto concetto strategico nella sua mente, Garibaldi imbarcò i suoi mille sopra due navi a vapore, Il Piemonte ed Il Lombardo, prestate o, più veramente, sacrificate dal magnanimo armatore e patriota genovese, Raffaele Rubattino. Garibaldi aveva il comando speciale del Piemonte e, naturalmente, il comando supremo di tutta la spedizione. Nino Bixio aveva lo special comando del Lombardo.

Non men giusto fu il concetto politico che Garibaldi si formò della sua intrapresa. Egli erasi reso illustre combattendo dapprima per la Repubblica americana dell'Uruguay, indi per la Repubblica Romana; aveva ancora personalmente votato, come deputato, il decreto fondamentale della stessa; ma nel 1860 egli comprese che la proclamazione della repubblica in Sicilia ed a Napoli poteva divider l'Italia, quando eravi mestieri della più stretta unione. Conseguentemente Garibaldi, intanto che le due navi movevano dai lidi della Liguria verso quelli della Trinacria, annunziò a' suoi mille e ottanta seguaci che il suo motto politico sarebbe questo: «Italia e Vittorio Emanuele.»

Assentirono quasi tutti di buon grado, compresi non pochi di opinione repubblicana. Dissentì un picciol numero, ed il duce li lasciò sbarcare a Talamone, in Toscana, presso il confine pontificio, col doppio intento di non recare ad essi una morale violenza, e per distrarre i nemici, lasciando spargersi la voce di una invasione di Garibaldi nello Stato Romano.

L'uniforme dei volontari garibaldini era semplicissimo, ed acconcio alla povertà dei mezzi pecuniari coi quali fu allestita la memorabile spedizione. Era però pittoresco e sufficiente per un caldo clima meridionale, specialmente nella stagione estiva. Consisteva principalmente nella leggendaria camicia di flanella rossa. Due privati cittadini, pieni di sagacità e di ardore, contribuirono più che altri a preparare i mediocri mezzi di armamento, di armi e di pecunia che erano strettamente indispensabili: Agostino Bertani e Francesco Crispi. Vi contribuì secretamente, col suo peculio personale, anche il re Vittorio Emanuele. Camillo Cavour, ridivenuto ministro, non si oppose alla spedizione dei mille; qualche poco di ajuto ben anco le diede sotto mano, ma troppo scarso. Temeva di alienarsi la diplomazia accordando un aperto favore ad un'impresa rivoluzionaria, pur designando di approfittarne se riusciva. Fece sembiante di non accorgersi dell'imbarco dei mille a Quarto, e mandò segreti ordini al sotto ammiraglio Persano di navigar colla sua squadra a discreta distanza dalla squadriglia garibaldina, in guisa da interporsi, ove il caso il richiedesse, fra Garibaldi e la squadra napoletana. Persano, che non era buon combattente, come purtroppo vedremo trattando della guerra del 1866, ma che non mancava di spirito, scrisse in risposta a Cavour: Ho capito: se va male, mi manderete a Fenestrelle. Garibaldi prese terra felicemente a Marsala, sacrificando però i due vapori, i quali caddero in potere della flotta napoletana che li aveva raggiunti, proprio al momento dello sbarco. Gli abitanti di Marsala, sorpresi di quell'inaspettato arrivo, non osarono pronunciarsi subito per Garibaldi, ma nessuna opposizione gli fecero.

Nel marciare sollecitamente lungo il lido del mare verso Palermo, Garibaldi vinse la battaglia di Calatafimi nel giorno 15 di maggio. Proseguendo il suo vittorioso cammino verso la capitale dell'isola, si trovò sbarrata la strada da forze superiori. Per ingannare e fuorviare il nemico, finse di tornare verso Calatafimi e Marsala, ma, descrivendo nella notte un semicircolo, riuscì nella seguente mattina ad entrare in Palermo, da una parte donde egli era meno aspettato. Ciò avvenne il 27 di maggio (15 di maggio Giuliano). Resistettero i soldati borbonici che custodivano la città; resistette la flotta napoletana ancorata nel porto. Quelle truppe borboniche che avevan creduto di inseguirlo sulla via di Calatafimi e Marsala, accortesi del loro errore, tornarono indietro. Tutto cedette al valore dei garibaldini, efficacemente ajutati ancora dai patrioti siciliani. Palermo fu in loro mano.

Infrattanto giungevano al general Garibaldi sempre nuovi rinforzi di volontari dall'interno dell'isola e dalla terraferma; quasi tutti già forniti di armi per cura dei comitati patriotici, e vestiti della ben veduta camicia rossa. Il maggior rinforzo fu di quattromila volontari condotti da Medici. Inoltrandosi a grado a grado, ma senza perder tempo, nella sua marcia da Palermo a Messina, Garibaldi vinse, nel giorno 21 luglio 1860, la battaglia di Milazzo contro i soldati borbonici comandati dal general Bosco; indi, occupata la città di Messina, passò lo stretto ed approdò a Reggio di Calabria. Da Reggio marciò senza indugio verso Napoli, trovando maggiori adesioni fra gli abitanti delle città per le quali passava, che resistenza dalle regie forze.

All'approssimarsi di Garibaldi a Napoli, il re si ritirò col meglio delle sue truppe a Capua, sul Volturno. Il liberatore fece il suo ingresso in Napoli, accompagnato da pochissimi uomini suoi a cavallo, ma fra le acclamazioni del popolo, nel giorno 7 di settembre 1860. Passò sotto il tiro dei forti, senza che le artiglierie facessero fuoco. Garibaldi avanzavasi, di passo e colla spada nel fodero, verso il palazzo reale. Ma questo era custodito da numerosa truppa, la quale stava schierata in fronte al palazzo stesso, ed armata di fucili e cannoni carichi. Gli stessi amici dell'eroe popolare non eran liberi da ogni trepidazione. La moltitudine che lo accompagnava descrisse una grande curva nella piazza ora detta del Plebiscito per allontanarsi dal pericolo. Garibaldi, imperterrito e tranquillo, continuava ad andar dritto verso la sua meta. Che cosa sarebbe stato se i soldati borbonici sparavano contro di lui? Non ispararono, ma gli presentaron le armi. In quel momento Garibaldi conquistò un regno.

Le imaginose popolazioni delle provincie meridionali dissero e credettero che i forti del Carmine e di Castel dell'Uovo avevano sparato le loro artiglierie contro Garibaldi, ma che le palle eran cadute a terra, strisciando giù innocue dalla camicia rossa. La forma della leggenda, come al solito, era assurda, ma vera la sostanza. La fortuna di Garibaldi, senza esser miracolosa, fu francamente maravigliosa.

La fiera lotta però non era ancora finita. Nei primi due giorni di ottobre, Garibaldi ebbe a sostenere una battaglia più fiera delle precedenti, sulle rive del Volturno, non lungi da Capua. L'esercito napoletano, questa volta, era comandato dal re Francesco II in persona. Nella sera del primo giorno l'esito era indeciso. I garibaldini ed i borbonici avean mantenuto le loro rispettive posizioni sul campo; se non che si trovò che le munizioni da bocca e da fuoco, dei volontari, erano esauste. Si telegrafò a Napoli per averne. Cosenz, ministro della guerra per Garibaldi dittatore, rispondeva, costernato, che non ne aveva. I Borbonici, dal lato loro, erano di tutto punto forniti dalla vicina fortezza di Capua, ed in numero doppio dei garibaldini. Accortisi della propria superiorità numerica, e della mancanza di polveri presso i garibaldini, dal languore del fuoco di questi alla fine di quella giornata, i borbonici cominciavano già le mosse per circondarli, colla speranza di prenderli tutti prigionieri.

Tutto sembrava perduto pei seguaci di Garibaldi. Rimaneva nondimeno aperta la via di Napoli, ma nessuno pensò ad una ritirata. Il dittatore spiccò un treno apposta, e spedì a Napoli Gusmaroli, un ex-prete veneto, con ordini perentorii di far saltar fuori le munizioni. Il bravo ex-prete, appena giunto a Napoli, salì a Castel dell'Uovo, prese le munizioni, e fattele portar giù alla stazione, ne caricò il treno col quale era venuto. Appena le cartuccie e le vettovaglie furon giunte al campo, se ne fece ai soldati la distribuzione, benchè fosse notte.

Nel mattino del giorno due ricominciò sopra tutta la linea il crepitare dei fucili ed il solenne rombo del cannone. Il generale Garibaldi correva, instancabile, di posto in posto, per osservare, per dar gli ordini opportuni, per elettrizzare i soldati colla sua presenza e colla simpatica voce. Solamente non visitò l'importante posizione di Ponte della Valle, perchè ivi egli aveva messo Nino Bixio, il più valoroso de' suoi generali subalterni, e sapeva che Bixio ivi bastava. Infrattanto le camicie rosse andavano inoltrandosi; i borbonici a grado a grado indietreggiavano verso Capua. Nella sera, la battaglia del Volturno divenne una finale e decisiva vittoria di Garibaldi, de' suoi volontari e della causa dell'unità e libertà italiana.

Alcuni amici personali di Garibaldi, e fra essi Giuseppe Mazzini, recatosi per quel fine a Napoli, consigliavano il dittatore a proclamar la Repubblica. Egli però, riflettendo qual grave pericolo sarebbe stato per l'Italia il promuovere un seme di divisione nazionale e di creare una inimicizia della Francia imperiale contro di noi, in aggiunta all'antica nimistà dell'Austria, si tenne fermo al motto col quale aveva salpato da Quarto: Italia e Vittorio Emanuele. Conseguentemente, egli convocò, nel giorno 21 ottobre 1860, tutti gli adulti maschi, di 21 anni compiti, tanto della Sicilia che delle provincie napolitane di qua dal Faro, ad un solenne plebiscito in risposta a questa domanda: «Volete l'Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele re costituzionale, e suoi legittimi successori? Sì, o no?» Ad immensa maggioranza risposero: .

Il novello Cincinnato abdicò lealmente la sua temporanea sovranità sopra 9 milioni di Italiani, ed il 9 novembre 1860 s'imbarcò quietamente per tornar a coltivare i suoi campi nell'isoletta di Caprera, portando seco tremila franchi, prestatigli da Adriano Lemmi, ed un sacco di fagiuoli da seminare. Prima però andò incontro a Vittorio Emanuele; e trovollo a Sessa. Erano ambedue a cavallo. Garibaldi, senza discendere, ma con rispettoso ed insieme amichevole piglio, disse: Salute a voi, re d'Italia. Vittorio Emanuele, stendendogli la mano, rispose: Salute a voi, il più leale de' miei amici.

Ma sino dal giorno dell'ingresso di Garibaldi in Napoli, Vittorio Emanuele aveva preveduto l'annessione di quelle provincie al suo regno, e compreso la necessità di annettersi tosto anche le provincie pontificie dell'Umbria e delle Marche, che formavano un'interruzione fra il moribondo regno delle Due Sicilie ed il crescente regno d'Italia. Per ottener il beneplacito di Napoleone III, dell'amicizia del quale eravi ancora bisogno, Cavour ebbe un segreto colloquio con lui a Chambéry, alla fine del quale Napoleone fu udito dire a Cavour nel congedarlo: dépêchez-vous, affrettatevi. Si aveva fretta dall'una e dall'altra parte di prevenire l'ingresso di Garibaldi in Roma. Per sollecitar anche l'abboccamento, l'imperatore francese era venuto incontro al ministro italiano sino a Chambéry.

Senza metter altro tempo in mezzo, il ministero italiano mandò Fanti a liberare Perugia e tutta l'Umbria, Cialdini a liberare Ancona, con tutta la sua provincia, e quelle di Pesaro, di Macerata, e di Ascoli, chiamate collettivamente la Marca d'Ancona, od ancora le Marche. I soldati Pontificii, nativi ed esteri, comandati dal generale Francese Lamoricière, furon battuti a Castelfidardo, e si ritirarono ad Ancona. Nel giorno 29 di settembre 1860, Ancona fu attaccata per terra e per mare. Avvenne che una fregata Italiana, per l'ardire e la spontanea inspirazione del suo capitano, accostatasi più degli altri legni da guerra alle mura, lanciò contro la torre della lanterna del porto una bomba, la quale, forando la grossa parete andò ad incendiare il deposito della polvere.

Alla formidabile detonazione della polvere tenne dietro lo scroscio della torre, che rovinò. Questo fortunato accidente determinò il generale Lamoricière all'immediata resa della città, senza ulteriore spargimento di sangue. Soltanto fu un caso sfortunato per la morte di quelli che erano nella torre, e per la popolarità acquistata dal sotto-ammiraglio Persano, che comandava la squadra di attacco. L'immeritato titolo di vincitore di Ancona gli servì poscia di scala a divenir ministro della marina, indi ammiraglio, ed infine comandante supremo della flotta italiana nell'infausta giornata di Lissa, della quale avremo a parlare più avanti.

L'Umbria e le Marche fecero pure il lor plebiscito di annessione al regno d'Italia. Il re, od ex-re, di Napoli, si ritirò nella forte città di Gaeta. Le truppe rimaste a lui fedeli fecero una vigorosa e non breve difesa; e fu ammirata anche l'intrepidezza della bella e rispettabile regina Sofia. La città però, assediata non solo da terra, ma ancora per mare, dovette arrendersi.

Così alla fine dell'anno 1860 la popolazione del regno di Vittorio Emanuele era più che raddoppiata da ciò che ell'era pochi mesi prima; e quasi il quintuplo di quanto era al principio del 1859. Infatti al principio del 1859 la popolazione del regno di Sardegna era poco più di quattro milioni e mezzo, compreso un mezzo milione in Savoja, e centotrentamila nella provincia di Nizza. Alla fine di marzo 1860, cedute Savoja e Nizza alla Francia, ma annesse Lombardia, Parma, Modena, Toscana e la Romagna, la popolazione del regno, salì d'improvviso a dieci milioni; alla fine del medesimo anno 1860, coll'annessione del già regno delle Due Sicilie, dell'Umbria e della Marche, la totale popolazione divenne ventun milioni. Mancavano ancora Roma e Venezia.


«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA2) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2010. Content in this page is licensed under a Creative Commons License