Alexandre Dumas, Padre
La avvelenatrice

IV

«»

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

IV.

Santa-Croce, menava vita allegra e dispendiosa, quantunque nessuno gli conoscesse beni di fortuna. Aveva un intendente per nome Martin, tre servi, Giorgio, Lapierre e Lachaussée, non che, oltre la sua carrozza ed il suo equipaggio, de' portantini ordinarî per le sue escursioni notturne.

Del resto, essendo egli giovane e bello, la gente non s'inquietava troppo dell'origine di tanto lusso.

Era uso, a que' tempi, che i cavalieri compìti non mancassero di nulla, e si diceva di Santa-Croce ch'egli avesse la pietra filosofale.

Nelle sue relazioni col bel mondo egli erasi fatto amico di parecchie persone nobili e ricche; fra le ultime era un certo Reich di Penautier, ricevitore generale del clero e tesoriere della Borsa degli Stati di Linguadoca. Era un milionario, uno di quegli uomini cui tutto riesce, e che sembrano, mercè il loro danaro, dettar leggi alle cose che non ne ricevono se non da Dio.

Infatti, Reich di Penautier si era associato d'interessi e d'affari con certo d'Alibert, suo primo commesso, che morì ad un tratto d'apoplessia. La sua morte fu conosciuta da Penautier prima della famiglia; le carte3 comprovanti la società sparirono, non si sa come, e la moglie e il figlio del d'Alibert furono rovinati.

Il cognato del d'Alibert, signor della Maddalena, ebbe alcuni vaghi sospetti su questa morte, e volle chiarirsene; per conseguenza cominciò a fare indagini, ma in mezzo alle sue ricerche morì repentinamente.

In un punto solo la fortuna pareva avere abbandonato il suo favorito. Il signor Penautier aveva un grande desiderio di succedere al signor di Mennevillette, ricevitore del clero; quella carica valeva un sessantamila lire circa, e sapendo che il Mennevilette stava per disfarsene a favore del suo primo commesso, Pietro Hannyvel, signore di Saint-Laurent, aveva fatto tutti i passi necessarî per comprarla a detrimento di quest'ultimo; ma, sostenuto ad oltranza dai reverendi del clero, il signor di Saint-Laurent aveva ottenuto gratis la sopravvivenza del titolare; cosa che non erasi mai avverata.

Penautier gli aveva allora offerto quarantamila scudi perchè lo accettasse come socio in quella carica; ma Saint-Laurent aveva ricusato.

Le loro relazioni però non erano rotte, ed essi continuavano a vedersi. Del resto, Penautier passava per un uomo, che non dubitavasi un giorno o l'altro non ottenesse con un mezzo qualunque la carica che tanto ambiva.

Quelli che credevano ai misteri dell'alchimia, dicevano che Santa-Croce faceva affari con Penautier.

Frattanto, scorso il tempo del lutto, le relazioni di Santa-Croce colla Marchesa avevano ripigliato tutta l'antica pubblicità. I fratelli d'Aubray ne fecero parlare alla Brinvilliers da una sorella minore ch'ella aveva nel convento delle Carmelitane, e la Marchesa s'accòrse che il padre, morendo, avea lasciato ai fratelli la sorveglianza della di lei condotta.

In conseguenza il primo delitto della Marchesa era stato quasi inutile; ella aveva voluto sbarazzarsi delle rimostranze di suo padre, ed ereditarne la sostanza; questa non erale pervenuta che diminuita della parte de' suoi fratelli maggiori, a segno che aveva bastato appena a pagare i suoi debiti; ed ecco le rimostranze rinascere nella bocca de' fratelli, uno de' quali, nella sua qualità di Procuratore generale, poteva separarla una seconda volta dall'amante.

Conveniva prevenire queste cose. Lachaussée lasciò il servizio di Santa-Croce, e tre mesi dopo entrò, per intromissione della Marchesa, al servizio del Deputato al Parlamento, che coabitava col fratello.

Questa volta non ci voleva un veleno rapidamente mortale come quello adoperato col signor d'Aubray. La morte, uccidendoprontamente nella medesima famiglia, avrebbe potuto destare dei sospetti.

Si ricominciarono le esperienze, non già sovra animali, chè le differenze anatomiche esistenti fra i diversi organismi avrebbero potuto far errare la scienza, ma, come la prima volta, si provò sopra soggetti umani, come la prima volta si esperimentò sulla cameriera.

La Marchesa era conosciuta per donna pia e benefica; di rado la miseria rivolgevasi a lei senza essere sollevata. Eravi di più: partecipando alle cure delle sante giovani che si dedicavano al servizio degl'infermi, ella frequentava talvolta gli spedali, a' quali mandava vino e medicamenti. Nessuno si maravigliò dunque, vedendola, come al solito, comparire allo spedale maggiore; questa volta portava biscotti e confetture pe' convalescenti; i suoi doni, come sempre, furono ricevuti con gratitudine.

Un mese dopo ella, ripassò allo spedale e s'informò d'alcuni malati pe' quali aveva preso vivo interesse. Dopo la sua visita essi avevano sofferto una ricaduta, e la malattia, cangiando di carattere, aveva assunto maggior gravità.

Era un languore mortale che li traeva a morte per uno strano deperimento.

Interrogò i medici i quali non poterono dirle nulla: quella malattia era loro ignota, e deludeva tutte le risorse dell'arte.

Quindici giorni dopo ella ritornò; alcuni de' malati erano morti, altri erano ancora vivi, ma in una disperata agonia: scheletri animati, non avevano più dell'esistenza che la voce, la vista e l'alito.

In capo a due mesi, tutti erano morti, e la medicina era stata cieca nell'autopsia del cadavere, come lo era stata nella cura del moribondo.

Simili prove erano rassicuranti, e Lachaussée ricevette l'ordine di compiere le sue istruzioni.

Un giorno il Procuratore generale chiamò Lachaussée che, come dicemmo, serviva il Deputato. Quando questi entrò per chiedere i suoi ordini; lo trovò che lavorava col suo segretario, certo Cousté. Il signor d'Aubray desiderava un bicchiere d'acqua e vino. Lachaussée rientrò poco dopo con un bicchiere ripieno di liquido.

Il Procuratore generale portò il bicchiere alle labbra, ma al primo sorso lo respinse, esclamando:

Che m'hai dato, sciagurato? credo che tu voglia avvelenarmi.

Poi, stendendo il bicchiere al Segretario:

Guardate, Cousté – gli disse – che cosa c'è dentro?

Il Segretario versò alcune gocce del liquido in un cucchiaino da caffè, e l'accostò al naso ed alla bocca: il liquido avea l'odore e il sapore del vetriolo.

Nel frattempo Lachaussée s'avanzò verso il Segretario, dicendo sapere che cos'era. Un cameriere del Deputato aveva preso medicina la mattina stessa, e senza farvi attenzione, aveva certo adoperato il bicchiere che aveva servito al suo camerata. Ciò detto, ripigliò il bicchiere dalle mani del Segretario, l'accostò alla bocca, poi, fingendo d'assaggiarlo, a sua volta, disse ch'era proprio quello, che riconosceva il medesimo odore, e gettò il liquido nel camino.

Siccome il Procuratore generale non aveva inghiottita sufficiente quantità di quella bevanda per esserne incomodato, dimenticò in breve quella circostanza, e non conservò nulla del sospetto istintivamente presentatosi alla sua mente.

Santa-Croce e la Marchesa, videro ch'era un colpo fallito, e, a rischio d'avvolgere parecchie persone nella loro vendetta, risolsero d'impiegare un altro mezzo.

Tre mesi scorsero senza trovare l'occasione favorevole; ma, finalmente, verso i primi d'aprile del 1670, il Procuratore generale condusse il fratello Deputato a passare le feste di Pasqua nella sua terra di Villequoy nel Beauce. Lachaussée seguì il padrone, e ricevette nuove istruzioni al momento di partire.

Il domani del loro arrivo alla campagna, si servì a tavola una torta di piccioncini: sette persone che ne mangiarono trovaronsi indisposte dopo il pranzo; tre che se n'erano astenute non provarono alcun incomodo.

Coloro sui quali la sostanza venefica aveva particolarmente agito erano il Procuratore generale, il Deputato ed il Cavaliere della guardia.

Sia ch'egli ne avesse mangiato in maggior quantità, o che la prova già fatta del veleno l'avesse predisposto ad una impressione maggiore, il Procuratore generale fu preso pel primo da' vomiti. Due ore dopo, il Deputato provò i medesimi sintomi; quanto al Cavaliere della guardia ed alle altre persone, furono in preda per alcuni giorni a dolori di stomaco orribili; ma il loro stato non presentò, fin dal principio lo stesso carattere di gravità di quello de' due fratelli.

Anche questa volta, come al solito, i soccorsi della medicina furono impotenti.

Il 12 aprile, vale a dire cinque giorni dopo l'avvelenamento, il Procuratore generale ed il Deputato tornarono a Parigi, entrambi sì cangiati, che pareva fossero usciti da una lunga e crudele malattia.

Madama di Brinvilliers era allora in campagna, e non ne tornò per tutto il tempo che durò la malattia de' fratelli.

Fin dal primo consulto, al quale il Procuratore generale fu assoggettato, ogni speranza da parte de' medici fu perduta.

Erano i sintomi del medesimo male cui avea soggiaciuto d'Aubray padre. Essi credettero ad una malattia ereditaria e sconosciuta, e dichiararono lo stato del malato disperato.

Infatti, la sua posizione andò sempre più peggiorando; egli aveva un'avversione insuperabile per ogni specie di carne, ed i suoi vomiti non cessavano.

Nei tre ultimi giorni della sua vita lagnavasi d'avere come un fuoco ardente nel petto, e la fiamma interna che lo divorava parea uscirgli dagli occhi, sola parte del corpo che restasse ancor viva, quando il resto non era già più che un cadavere.

Finalmente, il 17 giugno 1670 spirò; il veleno aveva impiegato settantadue giorni a compiere l'opera sua.

I sospetti cominciarono a spuntare; il cadavere fu sezionato, e steso il relativo processo verbale dell'autopsia. L'operazione fu fatta, in presenza de' signori Dupré e Durant, chirurghi, Gavart, farmacista, e di Bachot, medico ordinario de' due fratelli. Trovarono lo stomaco ed l'intestino tenue neri e tutt'a pezzi, ed il fegato cancrenato e bruciato.

Riconobbero che quegli accidenti avevano dovuto essere prodotti da veleno; ma siccome la presenza di certi umori arreca talvolta i medesimi fenomeni, non osarono affermare che la morte del Procuratore generale non fosse naturale, e fu sepolto senza fare ulteriori ricerche.

Bachot avea reclamato l'autopsia del fratello del Deputato, in specie qual medico di quest'ultimo.

Sembrava esso affetto dalla medesima malattia del maggiore, e il Dottore sperava trovare nella morte stessa armi per difendere la vita.

Il Deputato provava una febbre ardente, ed era in preda ad agitazioni d'animo e di corpo d'una violenza estrema e continua. Non trovava posizione alcuna cui potesse sopportare oltre qualche minuto.

Il letto era per lui un supplizio; e tuttavia, appena lo avea lasciato, lo ridomandava, per cangiare almeno di dolori.

Finalmente, dopo tre mesi, egli morì. Aveva lo stomaco, ed il fegato nel medesimo stato di disorganizzazione di quello del fratello, e per soprappiù il corpo bruciato esteriormente; ciò ch'era, dissero i medici, un segno non equivoco di veleno; benchè avvenga però, essi soggiunsero, che una calcolosi produca i medesimi effetti.

Circa a Lachaussée, fu tanto lontano dall'essere sospettato autore di quella morte, che il Deputato, riconoscente delle cure prestategli in quell'ultima malattia, gli lasciò in testamento un legato di cento scudi. Ricevette pure mille franchi da Santa-Croce e dalla Marchesa.

Tuttavia, tante morti in una sola famiglia, affliggevano non solo il cuore, ma spaventavano lo spirito.

La morte non è astiosa; è sorda e cieca, null'altro, ed ognuno stupiva del suo accanimento a distruggere tutto quello che portava un medesimo nome.

Niuno però sospettò i veri colpevoli. Gli sguardi si perdettero, le ricerche si smarrirono; la Marchesa vestì il lutto pe' fratelli, Santa-Croce continuò le sue pazze spese, e tutto procedè nel solito ordine.





3 Nel testo "le carti" [nota per l'edizione elettronica Manuzio]



«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA2) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2010. Content in this page is licensed under a Creative Commons License