Alexandre Dumas, Padre
La avvelenatrice

VII

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VII.

Questi esperimenti, provando che Santa-Croce era un profondo chimico, fecero nascere l'idea ch'egli non si dedicasse gratuitamente a quest'arte. Quelle morti repentine ed inaspettate tornarono alla mente di tutti. Quelle obbligazioni della Marchesa e di Penautier, parvero il prezzo del sangue; e siccome la prima era assente, e l'altro troppo potente e troppo ricco per ardire d'arrestarlo senza prove, si ricordarono dell'opposizione di Lachaussée.

Era detto in quell'opposizione come da sette anni questi fosse al servizio di Santa-Croce; dunque Lachaussée non risguardava come un'interruzione a cotesto servizio il tempo da lui passato in casa dei d'Aubry.

Il sacco contenente le mille pistole e le tre obbligazioni da cento lire, era stato trovato nel posto indicato. Dunque, Lachaussée avea perfetta conoscenza delle località di quel gabinetto. Se egli conosceva il gabinetto, doveva conoscere la cassetta; se conosceva la cassetta, non poteva essere innocente.

Questi indizi bastarono perchè la signora Mangot di Villarceaux, vedova del signor d'Aubray figlio, procuratore generale, sporgesse querela contro di lui. In conseguenza di questa istanza, fu spiccato un ordine d'arresto contro Lachaussée, che fu catturato.

Nel momento dell'arresto gli si trovò indosso del veleno.

La causa fu portata dinanzi al Tribunale. Lachaussée negò con ostinazione, ed i giudici, non avendo bastanti prove contro di lui, lo condannarono alla tortura.

La signora Mangot di Villarceaux si appellò d'un giudizio che salvava probabilmente il colpevole, se aveva la forza di resistere ai dolori e di non confessare nulla; e in virtù di quest'appello un decreto del Parlamento, in data 4 marzo 1673, dichiarò: Giovanni Amelin, detto Lachaussée, incolpato e convinto d'aver avvelenato il Procuratore generale ed il Deputato; in pena del qual reato, fu condannato ad essere mazzolato vivo e a spirare sulla ruota, assoggettandolo però prima alla tortura ordinaria e straordinaria, per avere rivelazione de' suoi complici.

Col medesimo decreto, la marchesa di Brinvilliers fu condannata in contumacia, ad avere tronca la testa.

Lachaussée subì la tortura dello stivaletto, consistente nel legare ciascuna gamba del condannato fra due assi, e riavvicinare le due gambe l'una all'altra con un anello di ferro, e cacciar biette tra le assi del mezzo a martellate. La ordinaria era di quattro biette, la straordinaria di otto.

Alla terza bietta, Lachaussée dichiarò d'esser pronto a parlare; per conseguenza la tortura fu sospesa; poscia lo portarono sopra una materassa distesa nel coro della cappella, e quivi, essendo egli debolissimo, e potendo appena parlare, chiese mezz'ora per riaversi.

Ecco l'estratto medesimo del processo verbale della tortura e del supplizio:

"Sospesa la tortura, e posto Lachaussée sulla materassa, il signor referendario, essendosi ritirato, mezz'ora dopo Lachaussée lo fece pregare di tornare. E a lui disse ch'era colpevole; che Santa-Croce gli aveva detto che aveva somministrato i veleni alla signora di Brinvilliers per avvelenare i di lei fratelli; che essa li aveva avvelenati, mescolando le sostanze all'acqua e al brodo; di aver posto dell'acqua rossiccia nel bicchiere del Procuratore generale, a Parigi, e dell'acqua chiara nella torta di Villequoy; che Santa-Croce gli aveva promesso cento pistole e di tenerlo sempre con ; che andava a rendergli conto dell'effetto de' veleni; che Santa-Croce gli aveva dato di dette acque molte volte.

"Che Santa-Croce gli disse che la signora di Brinvilliers non sapeva nulla degli altri suoi avvelenamenti, ma egli crede ch'ella lo sapesse; ch'ella voleva costringerlo a fuggire e dargli due scudi per andarsene; ch'ella gli domandava dove fosse la cassetta e che cosa vi fosse dentro; che se Santa-Croce avesse potuto porre qualcuno presso madama d'Aubray, la vedova del Procuratore generale, l'avrebbe forse fatta avvelenare anch'essa; da ultimo, che Santa-Croce avea cupide mire sulla signorina d'Aubray".

Questa dichiarazione, che non lasciava alcun dubbio, diè luogo al decreto seguente, che noi ricaviamo dagli Atti del Parlamento:

"Visto il processo verbale della tortura ed esecuzione di morte, del giorno 24 del presente marzo 1673, contenente le dichiarazioni e confessioni di Giovanni Amelin detto Lachaussée; la Corte, ha ordinato che i signori: Belleguise, Martin, Poitevin, Olivier, il padre Véron, la moglie del signor Quesdon, parrucchiere, siano citati a comparire alla Corte, per essere sentiti ed interrogati sulle circostanze risultanti dal processo, davanti al consiglierere latore della presente sentenza. Ordina che il mandato d'arresto contro il nominato Mapierre, e la citazione contro Penautier per essere sentito, spiccati dal giudice criminale, siano immediatamente eseguiti.

"Fatto in Parlamento, il 27 marzo 1673".

In vista di questa sentenza, i giorni 21, 22 e 24 aprile, Penautier, Martin e Belleguise furono interrogati.

Il 26 luglio, Penautier venne esentato dalla citazione. Si ordinò di procedere più rigorosamente contro Belleguise, e si spiccò un mandato d'arresto contro Martin.

Fino dal 22 marzo, Lachaussée era stato arruotato in piazza della Grève.

Quanto ad Esili, il principio d'ogni male, era scomparso, e nessuno ne aveva più udito parlare.

Verso la fine dell'anno, Martin fu messo in libertà per mancanza di prove.

Intanto, la marchesa di Brinvilliers era sempre a Liegi, e, benchè ritirata in un convento, non aveva rinunciato per questo ai piaceri della vita mondana. Consolata in breve tempo della morte di Santa-Croce (che avea però amato a segno d'aver voluto uccidersi per lui), ella gli aveva dato per successore certo Therias, sul quale ci fu impossibile trovare altre indicazioni, fuorchè il suo nome più volte ripetuto nel processo.

Come si è veduto, tutti i gravami dell'accusa erano successivamente ricaduti su di lei; laonde fu deciso di andarla a cercare nel ritiro dov'ella si credeva in sicurezza.

Era una missione difficile e soprattutto delicata; Desgrais, uno de' più abili ufficiali di polizia, si presentò per eseguirlo.

Era un bel uomo di trentasei o trentotto anni, il cui aspetto non lasciava intravedere un agente di polizia. Vestiva tutte le fogge colla medesima disinvoltura, e sapeva percorrere tutti i gradi della scala sociale ne' suoi travestimenti, dallo scroccone fino al gran signore. Era l'uomo opportuno, cosicchè fu accettato.

Per conseguenza egli partì per Liegi, scortato da parecchi gendarmi, e munito d'una lettera del Re diretta al Consiglio de' sessanta della città, colla quale Luigi XIV reclamava la rea per farla punire.

Dopo avere esaminata la procedura della quale Desgrais aveva avuto cura di munirsi, il Consiglio autorizzò l'estradizione della Marchesa.

Era già molto, ma non abbastanza ancora. La Marchesa, come abbiam detto, aveva cercato asilo in un convento, dove Desgrais non ardiva arrestarla a viva forza, per due ragioni: la prima, perch'ella poteva essere avvisata a tempo, e nascondersi in qualcuno di que' recessi claustrali, di cui le superiore sole hanno il segreto; la seconda, perchè in una città religiosa come Liegi, la pubblicità, che certo avrebbe accompagnato tale avvenimento, poteva essere riguardata quale una profanazione, e produrre qualche tumulto popolare, la mercè del quale sarebbe stato possibile alla Marchesa di fuggirgli.

Desgrais fece la visita della sua guardaroba, e, credendo che un vestito da abate fosse il più acconcio ad allontanare da ogni sospetto, si presentò alle porte del convento come un compatriotta giunto da Roma, e che non aveva voluto passare per Liegi, senza presentare i suoi omaggi ad una donna tanto celebre per bellezza e sventure, quale era la Marchesa.

Desgrais avea tutti i modi d'un cadetto di buona famiglia: era adulatore come un cortigiano, ed audace come un moschettiere. In quella prima visita, fu incantevole per lo spirito e l'impertinenza; cosicchè ottenne, più facilmente che non sperasse, di farne una seconda.

Questa seconda visita non si fece aspettare; Desgrais si presentò il giorno dopo.

Una simile premura riusciva assai lusinghiera per la Marchesa. Egli dunque fu accolto meglio del giorno prima.

Donna di spirito e d'ingegno, priva da più d'un anno d'ogni comunicazione colle persone d'un certo ceto, la Marchesa ritrovava in Desgrais le sue abitudini parigine.

Per mala ventura, il leggiadro Abate doveva lasciar Liegi fra pochi giorni. Egli si dimostrò più incalzante, e la visita del domani fu chiesta ed accordata con tutte le forme d'un appuntamento.

Desgrais fu esatto: la Marchesa lo aspettava con impazienza; ma, per una riunione di circostanze, che Desgrais aveva certo apparecchiate, il colloquio amoroso fu disturbato due o tre volte, nel momento appunto in cui, diventando più intimo, temeva vieppiù i testimonî.

Desgrais si lagnò di simile importunità; d'altronde, essa comprometteva la Marchesa e stesso, dovendo usar riguardi all'abito che portava.

Supplicò la Marchesa d'accordargli un abboccamento fuori di città, in un luogo del pubblico passeggio abbastanza poco frequentato, ond'essi non avessero a temere d'essere riconosciuti o seguiti. La Marchesa non resistette, se non quanto occorreva per dare maggior pregio al favore che accordava, e l'appuntamento fu stabilito per la sera stessa.

Giunta la sera, da entrambi aspettata colla medesima impazienza, ma in una speranza ben diversa, la Marchesa trovò Desgrais al luogo convenuto. Questi le offerse il braccio: poi, quando le tenne la mano nella sua, fece un segno, i gendarmi comparvero, l'amante depose la maschera, e Desgrais si fe' conoscere; la Marchesa era prigioniera.

Desgrais lasciò la Brinvilliers nelle mani de' gendarmi e corse in tutta fretta al convento.

Fu soltanto allora che mostrò l'ordine dei Sessanta, mediante il quale si fece aprire la stanza della Marchesa. Egli trovò sotto il letto una cassetta, di cui s'impadronì, e sulla quale appose i sigilli; poi venne a raggiunger i suoi, e diè ordine di partire.

Quando la Brinvilliers vide la cassetta fra le mani di Desgrais, parve sulle prime confusa; poi, riavendosi poco stante, reclamò una carta ivi racchiusa, contenente la sua confessione.

Desgrais rifiutò, e mentre voltavasi per far avanzare la carrozza, la Marchesa tentò strangolarsi, inghiottendo uno spillo; ma un gendarme, per nome Claudio Rolla, s'accòrse dell'intenzione di lei, e riuscì a levarglielo di bocca.

Desgrais ordinò di raddoppiare di vigilanza.

Si fermarono per cenare: il gendarme Antonio Barbier, assisteva alla cena, e vegliava perchè non si ponesse sulla tavola coltello, forchetta, altro strumento col quale la Marchesa potesse uccidersi o ferirsi. La Brinvilliers, portando il bicchiere alla bocca, come per bere, ne ruppe un pezzo fra i denti. Il gendarme se ne accòrse a tempo, e la costrinse a rigettarlo sul piatto. Allora ella gli disse che, se acconsentiva a salvarla farebbe la di lui fortuna. Egli le chiese che cosa occorresse fare a tal uopo. La Marchesa gli propose di assassinare Desgrais; ma egli ricusò, dicendole che, per tutt'altra cosa sarebbe al di lei servizio. Per conseguenza, ella gli chiese penna e carta, e scrisse questa lettera:

"Mio caro Therias. Sono fra le mani di Desgrais, che mi fa seguire la strada da Liegi a Parigi. Vieni in fretta a liberarmi".

Barbier prese la lettera, promettendo di farla recapitare al suo indirizzo; ma la consegnò invece a Desgrais.

Il domani, trovando che quella lettera non era abbastanza pressante, gliene scrisse una seconda, nella quale gli diceva: che, essendo la scorta composta di sole otto persone, poteva essere facilmente disfatta da quattro o cinque uomini risoluti, e ch'ella contava su di lui per quel colpo di mano.

Finalmente, inquieta di non ricevere alcuna risposta e non veder l'effetto de' suoi dispacci, spedì una terza missiva a Therias. In questa, gli raccomandava, sull'anima sua, se non era abbastanza forte per attaccare la scorta e liberarla, di uccidere almeno due dei quattro cavalli che la conducevano, e d'approfittare del momento di confusione cui produrrebbe quel sinistro, per impadronirsi della cassetta e gettarla nel fuoco; altrimenti, diceva ella, era perduta.

Benchè Therias non avesse ricevuta alcuna di quelle tre lettere, che erano state successivamente consegnate dal Barbier a Desgrais, pure si trovò di suo motuproprio a Maestricht, per dove la Marchesa doveva passare.

Quivi tentò di corrompere i gendarmi, offrendo loro fino diecimila lire; ma questi furono incorruttibili.

A Rocroy il corteggio incontrò il deputato Palluau, inviato dal Parlamento incontro alla prigioniera, per interrogarla nel momento in cui, meno aspettandoselo, non avrebbe avuto il tempo di meditare le risposte.

Desgrais lo mise al fatto dell'accaduto e gli raccomandò specialmente la famosa cassetta, oggetto di tante inquietudini e di sì vive raccomandazioni.

Palluau l'aperse e vi trovò, fra le altre cose, una carta intitolata: Mia confessione.

Questa confessione era una strana prova del bisogno che hanno i colpevoli di deporre i loro delitti nel seno degli uomini o nella misericordia di Dio.


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