Alexandre Dumas, Padre
La avvelenatrice

VIII

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VIII.

Già, come vedemmo, Santa-Croce avea scritto una confessione ch'era stata bruciata, ed ecco la Marchesa commettere a sua volta la medesima imprudenza! Del resto, quella confessione, che conteneva sette articoli, cominciava con queste parole:

Io mi confesso a Dio, ed a voi padre mio. Era una confessione completa di tutti i delitti da lei commessi.

Nel primo articolo, s'accusava d'essere stata incendiaria.

Nel secondo, d'aver cessato d'esser ragazza a sette anni.

Nel terzo, si addebitava l'avvelenamento del proprio padre.

Nel quarto, d'aver avvelenato i suoi due fratelli.

Nel quinto, si imputava il tentato avvelenamento di sua sorella, monaca nelle carmelitane.

I due altri articoli, erano consacrati al racconto di oscenità bizzarre e mostruose.

Quella donna partecipava della natura di Messalina; l'antichità non ci aveva offerto nulla di meglio.

Palluau, forte della conoscenza di questo documento importante, cominciò tosto l'interrogatorio.

Noi lo riferiamo testualmente, lieti sempre ogniqualvolta potremo sostituire gli atti ufficiali al nostro proprio racconto.

Richiesta perchè fosse fuggita a Liegi.

Ha detto essersi ritirata di Francia in causa degli affari che aveva colla cognata.

Interrogata se avesse conoscenza delle carte che si trovavano nella sua cassetta.

Ha risposto che, nella sua cassetta, vi sono parecchie carte di famiglia, e fra queste una confessione generale ch'ella voleva fare; ma che, quando la scrisse, aveva l'animo disperato;·non può dire ciò che abbia scritto, non sapendo che cosa facesse, avendo le mente alterata, vedendosi in paesi stranieri, senza soccorso de' suoi parenti, e ridotta a farsi prestare uno scudo.

Richiesta, sul primo articolo della sua confessione, a quale casa avesse fatto porre il fuoco.

Ha detto non averlo fatto, e che quando scriveva simil cosa, aveva il cervello sconvolto.

Interrogata sopra i sei altri articoli della sua confessione.

Ha risposto che non sa che cosa siano, e non si ricorda di nulla.

Domandatole se avesse avvelenato il padre ed i fratelli.

Ha negato assolutamente.

Interrogata se fosse stato Lachaussée l'avvelenatore dei fratelli.

Ha dichiarato non saperne nulla.

Richiesta se non sapesse che sua sorella doveva vivere a lungo, pel motivo ch'era stata avvelenata.

Ha detto che lo prevedeva, perchè sua sorella andava soggetta agli stessi incomodi dei fratelli; ch'ella ha perduta la memoria dal tempo in cui scrisse la sua confessione, e dichiara essere uscita di Francia per consiglio de' suoi parenti.

Interrogata perchè quel consiglio le fosse stato dato da' suoi parenti.

Ha risposto ch'era in causa dell'affare de' suoi fratelli; confessa aver veduto Santa-Croce, dopo uscito dalla Bastiglia.

Alla domanda se Santa-Croce non l'avesse persuasa a disfarsi del padre.

Ha detto non ricordarsene, non rammentandosi neppure se Santa-Croce le abbia dato polveri, od altre droghe, se Santa-Croce le abbia detto che sapeva il modo di renderla ricca.

Presentate a lei le otto lettere, ed intimatole di dire a chi le scrivesse.

Ha dichiarato di non ricordarsene....

Interrogata perchè avesse fatta una promessa di trentamila lire a Santa-Croce.

Ha detto ch'ella pretendeva porre quella somma nelle mani di Santa-Croce per servirsene quando ne avesse avuto bisogno, credendolo suo amico; ch'ella non voleva che ciò fosse palese, in causa de' suoi creditori; che aveva una ricevuta del Santa-Croce che poi smarrì in viaggio, e che suo marito non sapeva nulla di quella promessa.

Richiesta se la promessa fosse stata fatta prima o dopo la morte de' suoi fratelli.

Ha risposto di non ricordarsene, e che ciò non fa nulla alla cosa.

Interrogata se conoscesse un farmacista per nome Glazer.

Ha asserito d'essere stata tre volte da lui per le sue flussioni.

Alla domanda perchè avesse scritto a Therias di rapire la cassetta.

Ha risposto non sapere di che si trattava.

Interrogata perchè, scrivendo a Therias, diceva ch'era perduta, se egli non impadronivasi della cassetta e del processo.

Ha detto di non ricordarsene.

Richiesta se si fosse accorta, durante il viaggio ad Offemont, de' primi sintomi della malattia del padre.

Ha dichiarato non essersi accorta che suo padre si fosse sentito male nel 1666, nel viaggio d'Offemont, all'andata, al ritorno.

Interrogata se avesse avuto interessi con Penautier.

Ha detto non avere avuto relazione con Penautier se non per trentamila lire ch'egli le doveva.

Infine richiesta in qual modo Penautier le dovesse trentamila lire.

Ha risposto ch'essa e suo marito avevano prestato cinquemila scudi a Penautier, ch'egli ha loro restituita quella somma, e che, dopo il rimborso, essi non hanno avuto con lui relazione alcuna.

La Marchesa si chiudeva, come si vede, in un sistema completo di negativa.

Giunta a Parigi, e carcerata alla Conciergerie, continuò a mantenersi negativa; ma in breve ai gravami terribili che già pesavano su lei vennero ad unirsene dei nuovi.

Il sergente Cluet depose:

"Che, vedendo Lachaussée servire di lacchè al signore d'Aubray, deputato, che aveva pure veduto al servizio di Santa-Croce, disse alla Brinvilliers, che se il Procuratore generale sapesse che Lachaussée fosse stato al servizio di Santa-Croce, non lo avrebbe gradito; che allora la detta signora di Brinvilliers, esclamò:

"– Dio buono, non lo dite a' miei fratelli, chè lo bastonerebbero, e val meglio che guadagni egli qualche cosa, anzichè un altro.

"Non ne disse dunque nulla ai detti signori d'Aubray, benchè vedesse Lachaussée andare tutti i giorni da Santa-Croce e in casa della signora di Brinvilliers, la quale blandiva quest'ultimo per avere la sua cassetta, e ch'ella voleva che Santa-Croce le restituisse il suo biglietto di due o tremila pistole, altrimenti lo farebbe stilettare; ch'ella aveva detto desiderar molto che non si vedesse il contenuto della detta cassetta; essere cosa di grande importanza, e riguardante lei sola.

"Il testimonio soggiunse che, dopo l'apertura della cassetta, aveva riferito alla detta signora come il commissario Picard avesse detto a Lachaussée che si erano trovate strane cose; che allora la Brinvilliers arrossì e mutò discorso. Egli le chiese se non fosse complice; ella rispose:

"– Perchè, io?

"Poi soggiunse, come parlando seco stessa:

"– Converrebbe mandare Lachaussée in Picardia.

"Disse ancora il deponente esser molto tempo ch'ella s'affannava dietro a Santa-Croce per avere la detta cassetta, e s'ella la poteva avere, l'avrebbe fatto scannare.

"Quel testimonio soggiunse inoltre, che avendo detto a Briancourt come Lachaussée fosse preso, e che certo egli direbbe tutto, Briancourt aveva risposto, parlando della Brinvilliers:

"– È una donna perduta.

"Che la signorina d'Aubray avendo detto che Briancourt era un briccone, egli, Briancourt, aveva risposto che la signorina d'Aubray non sapeva qual obbligo gli dovesse; essersi voluto avvelenar lei e la moglie del Procuratore generale, ed essere stato egli ad impedire il colpo.

"Ha sentito dire da Briancourt che la signora di Brinvilliers diceva spesso esservi mezzi di disfarsi delle persone quando dispiacevano, e darsi loro una pistolettata in un brodo".

Emma Huet, maritata Briscien, depose:

"Che Santa-Croce andava tutti i giorni dalla signora di Brinvilliers, e che, in una cassetta appartenente alla detta signora, ella avea veduto due scatolette contenenti sublimato in polvere ed in pasta, cui ella ben riconobbe, essendo figlia di un farmacista. Aggiunse che la detta signora di Brinvilliers, avendo un giorno pranzato in sua compagnia ed essendo allegra, le mostrò una scatoletta, dicendole:

"– Ecco di che vendicarsi de' propri nemici; e questa scatola non è grande, ma è piena di eredità.

"Ch'ella le consegnò allora quella scatola fra le mani; ma che, riavuta in breve dalla sua allegria, esclamò:

"– Buon Dio! che vi ho detto io mai? non lo ripetete ad alcuno.

"Che Lambert, scrivano del Tribunale, le aveva detto di aver portate le due scatolette alla signora di Brinvilliers da parte di Santa-Croce; che Lachaussée andava spesso da lei, e che, non essendo pagata, ella, la Briscien, di dieci pistole, a lei dovute dalla Brinvilliers andò a lagnarsene con Santa-Croce, e minacciò di dire al Procuratore generale quanto aveva veduto; talchè le furono date le dieci pistole. Che Santa-Croce e la detta Brinvilliers avevano sempre veleno indosso, per servirsene nel caso che fossero presi".

Lorenzo Perrette, abitante in casa di Glazer, farmacista, dichiarò:

"Di avere spesso veduto una signora venire dal suo padrone in compagnia di Santa-Croce; che il servitore gli disse che quella signora era la marchesa di Brinvilliers; ch'egli avrebbe scommesso la testa che esse cercavano veleno da Glazer; che quando venivano lasciavano la loro carrozza al Mercato di San Germano".

Maria di Villeray, signorina di compagnia della detta Brinvilliers, depose:

"Che dopo la morte del signor d'Aubray, deputato, Lachaussée venne a trovare la detta signora di Brinvilliers, e le parlò in segretezza; che Briancourt le disse che la detta signora faceva morire delle oneste persone; che egli, Briancourt, prendeva tutti i giorni orvietano, per paura di venire avvelenato, ed esser certo che a quella sola precauzione egli doveva d'essere ancora in vita; ma che temeva di venir pugnalato a motivo ch'ella gli aveva detto il suo segreto circa l'avvelenamento; che bisognava avvertire la signorina d'Aubray che si voleva avvelenarla; che si avevano simili disegni sopra l'aio de' figli del signor di Brinvilliers,

"Aggiunse Maria di Villeray, che due giorni dopo la morte del deputato mentre Lachaussée era nella stanza da letto della Brinvilliers, essendo stato annunziato Cousté, segretario del fu Procuratore generale, ella fece nascondere Lachaussée sotto il letto. Lachaussée portava alla Marchesa una lettera di Santa-Croce".

Francesco Desgrais, commissario di polizia, testimoniò:

"Che, essendo incaricato per ordine del Re, egli arrestò a Liegi la signora di Brinvilliers: trovò sotto il letto di lei una cassetta, che sigillò. La detta signora gli chiese una carta che vi si trovava, e ch'era la sua confessione, ma ch'egli gliela rifiutò. Che per le strade che percorrevano insieme per venire a Parigi, la Brinvilliers gli disse che credeva fosse Glazer, che preparava i veleni a Santa-Croce; che questi, avendole dato un giorno appuntamento al crocevia Sant'Onorato, le mostrò quattro boccettine, e le disse:

"– Ecco ciò che mi ha mandato Glazer. Ella gliene chiese una; ma Santa-Croce rispose preferir di morire anzichè dargliela.

"Aggiunge che Antonio Barbier gli aveva consegnate tre lettere, che la signora di Brinvilliers scriveva a Therias.

"Che nella prima, ella lo pregava di venire in fretta a trarla dalle mani de' soldati che la scortavano.

"Che nella seconda, gli diceva la scorta non comporsi se non di otto persone sole, cui cinque uomini potrebbero vincere.

"E colla terza, che se non poteva venire a trarla dalle mani di quelli che la scortavano, andasse almeno dal Commissario, uccidesse il suo cavallo e due de' quattro cavalli della carrozza che la conducevano; che prendesse la cassetta e la gettasse nel fuoco, altrimenti ell'era perduta".

Claudio Rolla gerdarme, depose:

"Che la sera medesima dell'arresto la signora di Brinvilliers aveva un lungo spillo che ella volle porsi in bocca; che egli ne la impedì, dicendole ch'era una miserabile. Ch'egli credeva, che quanto si diceva di lei, era vero, e ch'ella aveva avvelenata tutta la sua famiglia, che ella disse, che se lo aveva fatto, non era se non per un cattivo consiglio, e che d'altronde non si avevano sempre buoni momenti."

Antonio Barbier, gendarme, dichiarò:

"Che la signora di Brinvilliers, essendo a tavola, e bevendo in un bicchiere, volle trangugiare un po' di vetro, e siccome egli ne la impedì, ella gli disse che, se voleva salvarla, gli farebbe la sua fortuna; che ella aveva scritto parecchie lettere a Therias; che durante tutto il viaggio, ella fece tutto il possibile per inghiottire vetro, terra ed aghi; che gli aveva proposto di tagliare la gola a Desgrais, d'uccidere il Commissario; ch'ella gli disse che bisognava prendere e bruciare la cassetta, che necessitava portare la miccia accesa per bruciar tutto, ch'ella aveva scritto a Penautier dalla Conciergerie, che gli diede la lettera, e ch'egli finse di portarla".

Da ultimo Francesca Roussel depose:

"Ch'era stata al servizio della signora di Brinvilliers; che questa signora le diede un giorno della conserva di ribes, che ne mangiò sulla punta d'un coltello, e che subito si sentì male. Essa gli diede inoltre una fetta di prosciutto umido, che mangiò, e da quel tempo ella ha sofferto un gran male nello stomaco, sentendo come se le avessero punto il cuore, e stette tre anni così, credendo d'essere avvelenata".

Era difficile continuare lo stesso sistema di negativa assoluta, di fronte a simili prove. La marchesa di Brinvilliers persistette nel sostenere che non era colpevole, e Nivelle, uno dei migliori avvocati di quel tempo, accondiscese ad incaricarsi della di lei difesa.

Egli combattè, gli uni dopo gli altri, e con assai talento, tutti i gravami dell'accusa, confessando gli amori adulteri della Marchesa con Santa-Croce, ma negando la partecipazione di lei agli assassini de' signori d'Aubray padre e figli, facendone ricadere tutta la responsabilità su Santa-Croce.

Quanto alla confessione, che era il più forte, e, secondo lui, l'unico gravame che si potesse opporre alla Brinvilliers, attaccava la validità di tale testimonianza con fatti tolti da casi simili, ne' quali la testimonianza portata da' colpevoli contro medesimi non era stata ammessa, in virtù di quell'assioma di legislazione: Non auditur perire volens.

Egli citò tre esempi; e siccome non mancano d'interesse, noi li copiamo testualmente:

PRIMO ESEMPIO:

"Domenico Scoto, famosissimo canonista e grande teologo, che era confessore di Carlo V, e che avea assistito alle prime adunanze del Concilio di Trento, sotto Paolo III, sollevò una questione d'un uomo il quale aveva perduta una carta dove erano scritti i suoi peccati. Ora avvenne che un giudice ecclesiastico trovata quella carta, volle processare su quel fondamento chi l'aveva scritta. Quel giudice fu giustamente punito dal suo superiore, pel motivo che la confessione è cosa sì sacra, che financo ciò ch'è destinato per farla deve essere sepolto in un eterno silenzio. È in vìrtù di questa proposizione, che fu promulgato il seguente giudizio, riportato nel Trattato de' Confessori, di Roderigo Acugno, celebre arcivescovo portoghese:

"Un Catalano, nato nella città di Barcellona, essendo stato condannato a morte per un omicidio da lui commesso e confessato, rifiutò di confessarsi giunta l'ora del supplizio.

"Per quante istanze gli venissero fatte, resistette con tanta violenza, senza nemmen dare ragione alcuna delle sue negative, che ognuno fu persuaso che quella condotta, che attribuivasi al turbamento del suo animo, fosse causata in lui dal timore della morte.

"Fu avvertito di questa sua ostinazione San Tommaso di Villanova, arcivescovo di Valenza in Spagna, ch'era il luogo dov'erasi emanata la sentenza.

"Il degno Prelato ebbe allora la carità di volere adoperarsi per indurre il delinquente a fare la sua confessione, onde non perdere l'anima insieme ed il corpo. Ma fu molto sorpreso, allorchè, avendogli chiesto la ragione del suo rifiuto di confessarsi, il condannato gli rispose ch'ei doveva abborrire i confessori, non essendo egli stato condannato, se non in conseguenza della rivelazione, fatta dal suo confessore, dell'omicidio a lui dichiarato; che nessuno ne aveva avuto conoscenza, ma che, essendo andato a confessarsi, aveva palesato il proprio delitto, e specificato il luogo dove aveva seppellito l'assassinato e tutte le altre circostanze del delitto; che quelle circostanze, essendo state rivelate dal confessore, non aveva potuto negarle, dando così luogo alla sua condanna; che allora soltanto aveva saputo quello che non sapeva quando si era confessato, cioè che il suo confessore era fratello dell'ucciso, e che il desiderio della vendetta aveva spinto quel cattivo prete a rivelare la sua confessione.

"San Tommaso di Villanova, a tale dichiarazione, giudicò quell'incidente essere molto più grave del processo medesimo, il quale non riguardava se non la vita d'un particolare, mentre qui, trattavasi del prestigio della religione, le cui conseguenze erano infinitamente più importanti.

"Egli credette opportuno informarsi della verità di quella dichiarazione, fece chiamare il sacerdote, e fattogli confessare quel delitto di rivelazione, costrinse i giudici, che avevano condannato l'accusato, a revocare il loro giudizio ed a rimandarlo assolto; il che fu fatto fra l'ammirazione e gli applausi del pubblico.

"Quanto al confessore, egli fu condannato ad una fortissima pena, cui San Tommaso mitigò in considerazione della pronta confessione da esso fatta della propria colpa, e specialmente dell'occasione che gli si era offerta, di far vedere in piena luce il rispetto che i giudici stessi devono avere per le confessioni".

SECONDO ESEMPIO:

"Nel 1579, un oste di Tolosa, aveva ucciso solo e ad insaputa di tutta la casa, un forestiero da lui alloggiato, e l'aveva seppellito segretamente nella propria cantina.

"Quello sciagurato, agitato da' rimorsi, si confessò dell'assassinio, ne palesò tutte le circostanze, ed indicò perfino al confessore il luogo dove aveva sepolto il cadavere.

"I parenti del defunto, dopo ogni ricerca possibile per procurarsi notizie, fecero, da ultimo, pubblicare nella città, che darebbero una grossa ricompensa a chi sapesse dare indicazioni sicure sul loro amato.

"Il confessore, tentato dalla cupidigia della somma promessa, avvertì in segreto che non si aveva che cercare nella cantina dell'oste, e quivi si troverebbe il cadavere.

"Lo si trovò infatti nel luogo indicato.

"L'oste fu imprigionato, e, messo alla tortura, confessò il suo delitto.

"Ma, dopo quella confessione, sostenne sempre che il suo confessore era il solo che potesse averlo tradito.

"Allora il Tribunale, indignato della via adoprata per giungere a sapere la verità, lo dichiarò innocente, finchè non si avessero altre prove, oltre la denunzia del confessore.

"Circa a costui, fu condannato ad essere impiccato, ed il suo cadavere gettato nel fuoco, tanto il Tribunale aveva riconosciuto nella propria saggezza, quanto fosse importante salvaguardare la dignità di un sacramento indispensabile alla salute eterna".

TERZO ESEMPIO:

"Una donna armena aveva ispirata una violenta passione ad un giovane signore turco; ma la virtù della donna fu per molto tempo d'ostacolo al desiderio dell'amante.

"Finalmente, non badando più a riguardi, costui minacciò d'ucciderla, unitamente al marito, se non accondiscendeva a sodisfarlo.

"Atterrita da quella minaccia, di cui sapeva purtroppo che l'esecuzione era certa, finse d'arrendersi, e diè al Turco un appuntamento in casa propria per un'ora nella quale gli disse che suo marito sarebbe assente; ma, nel momento convenuto, capitò il marito, e benchè il Turco fosse armato d'una sciabola e di due pistole, le cose volsero in guisa ch'essi furono abbastanza fortunati per uccidere il loro nemico, che seppellirono nella casa senza che alcuno lo sapesse.

"Alcuni giorni dopo il fatto, andarono a confessarsi da un prete loro connazionale, al quale palesarono, ne' più minuti particolari, il tragico fatto.

"Quell'indegno ministro del Signore, credendo allora che, in un paese retto da leggi maomettane, dove il carattere del sacerdozio e le funzioni del confessore sono o ignorate o proscritte, non si esaminerebbe la fonte degli indizi e che la sua testimonianza avrebbe il medesimo peso di quella di ogni altro denunziatore, risolse per conseguenza, di trar partito dalle circostanze in pro della propria cupidigia.

"Andò allora più volte a trovare il marito e la moglie, facendosi imprestare ogni volta grosse somme, con minaccia di rivelare il loro delitto se si rifiutassero.

"Le prime volte, quei disgraziati aderirono alle esigenze del Prete; ma venne finalmente un momento in cui, spogliati d'ogni bene, furono costretti a ricusargli la somma che domandava.

"Fedele alla sua minaccia, il Prete andò tosto a denunziarli al padre del defunto per trarne altro lucro.

"Questi, che adorava il figliuolo, corse a trovare il Visir, gli disse che conosceva gli uccisori del figlio per la deposizione del Prete, al quale eransi confessati, e gli chiese giustizia; ma quella denunzia non ebbe l'effetto atteso, perchè il Visir invece concepì tanta pietà pe' miseri Armeni, quanto sdegno contro il Prete che li aveva traditi.

"Allora fece passare l'accusatore in una stanza, e mandò a cercare il Vescovo armeno per chiedergli che cosa fosse la confessione, qual gastigo meriterebbe un prete che la rivelasse, e qual fosse la sorte che facevasi provare a coloro i cui delitti erano scoperti per cotesta via.

"Il Vescovo rispose, che il segreto della confessione era inviolabile, che la giustizia dei cristiani faceva bruciare qualsiasi prete che facesse rivelazioni, e rimandava assolti quelli che venissero accusati in tal guisa, perchè la confessione che il reo aveva fatta al sacerdote gli era comandata dalla religione cristiana, sotto pena dell'eterna dannazione.

"Il Visir, sodisfatto da quella risposta, lo fece entrare in un'altra stanza, e mandò a chiamare gli accusati per sapere da loro le circostanze del fatto. Quei meschini, tramortiti, si gettarono tosto ai piedi del Visir.

"La donna prese allora la parola, e gli rappresentò che la necessità di difendere il proprio onore e la vita aveva loro poste le armi in mano ed aveva diretto i colpi ond'era morto il loro nemico; soggiunse, che Dio solo era stato testimonio del loro delitto, e che questo sarebbe ancora ignorato, se la legge del medesimo Dio non li avesse obbligati a deporne il segreto nel seno d'un ministro per ottenerne la remissione; ma che la cupidigia insaziabile del Prete, dopo averli ridotti alla miseria, li aveva denunziati.

"Il Visir li fece passare in una terza stanza, e chiamò il Prete rivelatore, che pose al cospetto del Vescovo, e da questi gli fece ripetere quali fossero le pene che incontrano coloro che rivelano le confessioni.

"Quindi, applicando cotesta pena al colpevole, lo condannò ad essere arso vivo sulla pubblica piazza, aspettando, egli soggiunse, che lo fosse all'inferno, dove non poteva mancar di ricevere il gastigo delle sue infedeltà e de' suoi delitti.

"La sentenza fu eseguita sull' istante".

Malgrado l'effetto che l'avvocato attendeva da questi tre esempî, fosse che i giudici non li riconoscessero, fosse che, senza attenersi alla confessione, giudicassero le altre prove bastanti, fu a tutti, in breve, evidente l'andamento del processo, cioè che la Marchesa sarebbe stata condannata.

Infatti, prima anzi che il giudizio fosse pronunciato, ella vide il giovedì mattina, 16 luglio 1676, entrare nella sua prigione Pirot, dottore di Sorbona, a lei mandato dal Presidente del Tribunale.

Quel degno magistrato, prevedendo già l'esito del giudizio, e pensando che sarebbe troppo poco, per una simile colpevole, di non essere assistita se non nella sua ultima ora, fece venire quel buon Prete, e benchè questi gli facesse osservare che la Congiergerie aveva i suoi due elemosinieri ordinarî, e gli avesse detto esser troppo debole per tale ufficio, egli, che non poteva vedere salassare alcuno senza sentirsi venir male, il Presidente insistì tanto, ripetendo aver bisogno in quell'occasione di un uomo nel quale potesse riporre intera fiducia, ch'egli si decise ad accettare la penosa missione.

Infatti, il Presidente dichiarò egli stesso che, per abituato che fosse ai colpevoli, la Brinvilliers era dotata d'una forza che lo spaventava.

La vigilia del giorno che aveva fatto venire Pirot, egli aveva lavorato a quel processo dalla mattina fino a notte, e per tredici ore l'accusata era stata confrontata con Briancourt, uno de' testimoni che più l'aggravavano.

Quel medesimo giorno aveva avuto luogo un altro confronto di cinque ore, ed ella lo aveva sostenuto con tanto rispetto pei giudici quanta fierezza verso il testimonio, rimproverando a costui d'essere un miserabile servo dedito all'ubriachezza, e che, essendo stato cacciato da casa sua per le sue sregolatezze, la sua testimonianza non doveva avere nessuna forza contro di lei.

Il Presidente non aveva dunque speranza per infrangere quell'anima insensibile, che in un ministro della religione; perchè egli era convinto che non bastava giustiziarla in piazza della Grève, ma era necessario che i suoi veleni morissero con lei, altrimenti la società non avrebbe risentito alcun vantaggio dalla sola sua morte.


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