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XII | «» |
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XII.
Il carnefice la fece salire per la prima, il che ella eseguì con bastante forza e rapidità, quasi per fuggire gli sguardi che la circondavano, e s'accovacciò, come avrebbe fatto una belva, nell'angolo sinistro, sulla paglia e a viso basso.
Il Dottore salì poscia e sedette presso di lei, nell'angolo destro; poi il carnefice a sua volta, chiudendo l'asse di dietro, e sedendo presso di lei, allungando le sue gambe fra quelle del Dottore.
Quanto al garzone, che aveva l'incarico di guidare il cavallo, si assise sulla traversa del davanti, a schiena a schiena colla Marchesa e col Dottore, co' piedi aperti e poggiati sulle due stanghe.
La signora di Sevigné, che trovavasi sul ponte di Nostra Signora, non potè vedere che la cuffia della Marchesa.
Appena il corteggio ebbe fatto qualche passo, il volto della Marchesa, che aveva ripreso un po' di tranquillità, si sconvolse di nuovo: i suoi occhi rimasti fissi costantemente sul Crocifisso, lanciarono fuor della carretta uno sguardo di fiamma, poi presero tosto un carattere di turbamento e smarrimento che spaventò il Dottore, il quale, riconoscendo che qualche cosa facevale impressione, e volendo mantenere l'animo di lei nella calma, le chiese che cosa avesse veduto.
– Nulla, signore, nulla – ella rispose vivamente, riconducendo gli sguardi sul Dottore – non è nulla.
– Ma, signora – egli le soggiunse – voi non potete però smentire nei vostri occhi un fuoco sì estraneo a quello della carità, che non può esservi venuto se non per la vista di qualche oggetto increscevole. Che cosa può esser mai? ditemelo, ve ne prego, chè voi mi prometteste d'avvertirmi di qualunque tentazione vi potesse venire.
– Signore – rispose la Marchesa – io lo farò, ma non è nulla.
Poi, d'improvviso, gettando gli occhi sul carnefice, che, come abbiamo detto, sedeva rimpetto al Dottore:
– Signore – gli disse vivamente – mettetevi davanti a me, vi prego, e nascondetemi colui.
Ed ella stendeva le mani legate verso un uomo a cavallo, che seguiva la carretta, respingendo con quel gesto la torcia, che il Dottore ritenne, ed il Crocifisso che cadde a terra.
Il carnefice guardò dietro di sè, poi si volse di fianco, com'ella ne l'aveva pregato, facendole segno col capo, e mormorando:
– Sì, sì, capisco bene che cos'è.
E siccome il Dottore insisteva:
– Signore – ella gli disse – non è nulla che meriti di esservi riferito, ed è una mia debolezza il non poter al presente sostenere la vista di persona che m'ha maltrattata. Quell'uomo, che voi vedete dietro la carretta, è Desgrais, il quale mi arrestò a Liegi e mi maltrattò molto lungo la strada, ed io non ho potuto, rivedendolo, padroneggiare il movimento del quale vi accorgeste.
– Signora – rispose il Dottore – ho sentito parlare di lui, e voi stessa me ne discorreste nella vostra confessione; ma era un uomo mandato per impadronirsi di voi e risponderne, incaricato di ordini gelosi, ed aveva ragione di custodirvi ed invigilarvi con rigore, e quand'anche vi avesse custodita ancor più rigorosamente, non avrebbe adempiuto al suo dovere. Gesù Cristo non poteva riguardare i suoi carnefici se non come ministri d'iniquità, che servivano l'ingiustizia, e vi aggiungevano di motuproprio tutte le crudeltà che lor venivano in mente; eppure, lungo tutta la strada, egli li vide con pazienza e piacere, e morendo pregò per loro.
Successe allora nella Marchesa un aspro conflitto, il quale le si riflettè sul volto, ma per un momento solo, e dopo un'ultima contrazione, riprese la primiera calma e serenità; poscia:
– Signore – ella disse – avete ragione, ed io mi faccio molto torto con una simile delicatezza: ne domando perdono a Dio, e vi prego di ricordarvene sul patibolo, quando mi darete l'assoluzione, come me lo prometteste.
Poi, volgendosi al carnefice:
– Signore – ella continuò – rimettetevi come eravate prima, sì ch'io vegga Desgrais.
Il carnefice esitò ad obbedire, ma, ad un cenno che gli fece il Dottore, ripigliò il primo posto; la Marchesa guardò alcun tempo Desgrais con aria dolce, mormorando una preghiera in di lui favore; indi, riportando gli occhi sul Crocifìsso, si rimise a pregare per sè medesima.
Tuttavia, per quanto piano camminasse la carretta, continuava ad avanzare, e finì col trovarsi sulla piazza di Nostra Signora.
Allora i gendarmi fecero sgombrare il popolo che la ingombrava, e la carretta, spintasi fino ai gradini, si fermò.
Quivi il carnefice discese, levò l'asse di dietro, prese la Marchesa nelle braccia e la depose sul sagrato: il Dottore scese dietro di lei, co' piedi tutti indolenziti per la incomoda posizione nella quale trovavasi fin dall'uscire dalle carceri, salì i gradini della chiesa e andò a porsi di dietro della Marchesa, la quale stava in piedi sul ripiano, col Cancelliere a destra, il carnefice a sinistra e dietro di sè una gran folla di persone, ch'erano nella chiesa, di cui vennero aperte tutte le porte.
Fattala inginocchiare, le fu data la torcia accesa, che fin allora era quasi sempre stata portata dal Dottore.
Poi, il Cancelliere le lesse l'ammenda onorevole, e che ella cominciò a ripetere dopo di lui, ma tanto piano, che il carnefice le disse ad alta voce:
E allora ella alzò la voce, e con fermezza pari a devozione, ripetè la seguente riparazione:
"Riconosco, che malvagiamente e per vendetta, ho avvelenato mio padre ed i miei fratelli, e tentato l'avvelenamento di mia sorella, per avere i loro beni, di che chiedo perdono a Dio ed agli uomini".
Finita l'ammenda, il carnefice la ripigliò fra le braccia e la riportò nella carretta senza darle più la torcia. Il Dottore salì dopo di lei; ognuno riprese il posto che occupava prima, e la carretta s'incamminò verso la piazza della Grève.
Da quel momento finchè giunse al patibolo non staccò più gli occhi dal Crocifisso, che il Dottore teneva nella mano sinistra, e le presentava continuamente, esortandola sempre con parole pietose, cercando distrarla dai terribili sussurri sorgenti intorno alla carretta, e nei quali era facile distinguere delle maledizioni.
Giunta in piazza della Grève, la carretta sostò poco distante dal patibolo; allora il Cancelliere, certo Drollet, s'inoltrò a cavallo, e volgendosi alla Marchesa:
– Signora – le disse – non avete più altro da aggiungere a quanto diceste? Se aveste qualche dichiarazione da fare, i signori dodici Commissari son là, nel Palazzo municipale, e pronti a riceverla.
– Signora – ripigliò allora il Dottore – eccoci al termine del viaggio! la forza non vi abbandonò lungo la via: non distruggete l'effetto di tutto quanto avete già sofferto e di tutto quanto avete ancora da soffrire, nascondendo quello che sapete, se per caso ne sapeste più di quanto avete detto.
– Ho detto tutto quello che sapevo – rispose la Marchesa – e non posso dir altro.
– Ripetetelo dunque ad alta voce – replicò il Dottore – affinchè tutti lo sentano.
Allora la Marchesa, colla voce più forte che le era dato, ripetè:
– Ho detto tutto quello che sapevo, signore, e non ho altro da dire.
Fatta questa dichiarazione, si volle far avvicinare vieppiù la carretta al patibolo; ma la calca era tale, che il garzone del boia non poteva farsi largo, malgrado le scudisciate che distribuiva intorno a sè.
Convenne dunque fermarsi ad alcuni passi. Il carnefice era sceso e preparava la scala.
In quell'istante d'orribile aspettativa, la Marchesa guardava il Dottore con aria calma e riconoscente, e sentendo che la carretta si fermava, gli disse:
– Signore, non è qui che noi dobbiamo separarci, e voi mi prometteste di non lasciarmi, se prima non abbia tronco il capo: spero che mi manterrete la parola.
– Sì, certo – rispose il Dottore – ve la manterrò, signora, e solo l'istante della vostra morte sarà quello della nostra separazione; non vi mettete dunque in affanno per questo, chè io non vi abbandonerò.
– Aspettavo da voi questa grazia – riprese la Marchesa – e vi ci eravate impegnato troppo solennemente, perchè aveste, lo so, pur l'idea di mancarvi. Sarete così sul patibolo con me, ed ora, signore, siccome fa d'uopo ch'io prevenga l'ultimo addio, perchè la quantità di cose ch'io avrò da fare sul patibolo potrebbe distrarmene, permettete che, da questo momento, io vi ringrazi. Se mi sento ben disposta a subire la sentenza de' giudici della terra e ad ascoltare quella del giudice del Cielo, lo devo tutto alle solerti vostre cure, lo riconosco altamente: non mi resta dunque se non a chiedervi scusa della pena che v'ho data, e ve ne domando perdono.
E siccome le lacrime impedivano al Dottore di rispondere, ella aggiunse:
A queste parole, il Dottore volle rassicurarla; ma sentendo che, se apriva la bocca, scoppierebbe in singhiozzi, continuò a stare in silenzio. La Marchesa riprese allora per la terza volta:
– Vi supplico, signore, a perdonarmi, e a non rimpiangere il tempo che passaste con me; voi direte un De profundis nel momento della mia morte, e domani una messa per me; me lo promettete, n'è vero?
– Sì, signora – disse il dottore con voce interrotta – sì, sì, state tranquilla, farò quanto mi ordinate.
In quel momento, il carnefice levò l'asse e trasse la Marchesa dalla carretta, ed avendo fatto qualche passo con lei verso il patibolo, e tutti gli occhi essendosi rivolti dalla loro parte, il Dottore potè piangere un istante coperto dal suo fazzoletto; ma, mentre asciugavasi gli occhi, il garzone del boia gli stese la mano per aiutarlo a scendere.
Nel frattempo, la Marchesa saliva la scala, condotta dal carnefice; giunta sulla piattaforma, questi la fece inginocchiare davanti ad un ceppo; allora il Dottore, che aveva salita la scala con passo men fermo di lei, venne ad inginocchiarsele al fianco, ma volto in un altro senso per poterle parlare all'orecchio. Il carnefice tolse allora la cuffia alla paziente, e le tagliò i capelli per di dietro e sulle tempie, facendole voltare e rivoltare il capo, talvolta anche aspramente; e quantunque quella orribile toeletta durasse quasi mezz'ora, ella non mise un lamento, nè esternò altri segni di dolore se non lasciandosi sfuggire grosse lacrime in silenzio.
Tagliati i capelli, le lacerò, per scoprirle le spalle, l'alto della camicia che le era stata messa al disopra degli abiti nell'uscire dalla Conciergerie.
Finalmente le bendò gli occhi, e sollevandole il mento colla mano, le ordinò di tenere il capo ritto.
Ella obbedì a tutto, senza alcuna resistenza, ascoltando sempre quello che le diceva il Dottore, e ripetendone tratto tratto le parole. Intanto il carnefice, dal di dietro del patibolo, contro il quale sorgeva il rogo, gettava tratto tratto gli occhi sul suo mantello, dalle cui pieghe vedevasi uscire l'elsa d'una lunga sciabola diritta, che aveva avuto la precauzione di nascondere così, perchè la Brinvilliers non la vedesse, salendo sul palco; e siccome, dopo aver data l'assoluzione alla Marchesa, il Dottore, volgendo il capo, vide che il carnefice non era ancora armato, egli le disse queste parole in forma di preghiera, cui ella ripetè, parola per parola:
"Gesù, figlio di David e di Maria, abbiate pietà di me; Maria, figlia di David e madre di Gesù, pregate per me. Mio Dio, io abbandono il mio corpo, che non è che polvere, e lo lascio agli uomini per bruciarlo, ridurlo in cenere e disporne come loro piacerà, colla ferma fede che voi lo farete un giorno risuscitare, e lo riunirete all'anima mia. Io non sono in angustie che per lei. Gradite, mio Dio, ch'io la rimetta a voi, fatela entrare nel vostro riposo, e ricevetela nel vostro grembo perchè risalga alla sorgente ond'è discesa. Ella parte da voi, ritorni a voi; è uscita da voi, rientri in voi. Voi ne siete l'origine ed il principio; siatene, o mio Dio, il centro e la fine".
La Marchesa finiva questa parola, quando il Dottore udì un rumore sordo, come d'un colpo di mannaia, che si desse per tagliar carne sovra un ceppo: nello stesso istante cessò la parola.
La lama era calata sì rapida, che il Dottore non ne avea nemmen visto passare il bagliore: egli·stesso si fermò coi capelli irti e col sudore alla fronte; chè, non vedendo cadere il capo, credette che il boia avesse sbagliato il colpo, e fosse costretto a ricominciare; ma quel timore fu breve, poichè quasi nello stesso istante il capo piegò dal lato destro, scorse giù per la spalla, poi rotolò indietro, mentre il corpo cadeva all'innanzi sul ceppo, sollevato in guisa che gli spettatori vedessero il collo troncato e sanguinolento. Il Dottore recitò un De profundis e quando ebbe finita la sua preghiera, alzò il capo, vide davanti a sè il carnefice che asciugavasi il volto.
– Or bene! signore – disse questi al Dottore, non è stato un bel colpo? Mi raccomando sempre a Dio in queste occasioni, ed egli mi ha sempre assistito. Son parecchi giorni che questa signora m'inquietava; ma ho fatto dire sei messe, e mi sono sentito il cuore e la mano rassicurati.
Ciò detto, cercò di sotto al mantello una bottiglia che aveva portata sul palco, ne bevve una sorsata; poi, pigliando sotto un braccio il corpo vestito com'era, e coll'altra mano il capo, i cui occhi erano rimasti bendati, gettò l'uno e l'altro sul rogo, al quale il suo garzone appiccò tosto il fuoco.
– Il dimani – dice la signora Sevigné – cercavansi le ceneri della marchesa di Brinvilliers, perchè il popolo la credeva una santa.
FINE.
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