Edoardo Scarfoglio
Il processo di Frine

Il processo di Frine.

«»

Il processo di Frine.

I

L'atto di accusa narra seccamente, se bene non senza certo pomposo sfoggio di stile aulico, come la mattina del 23 maggio 1879 Mariantonia Desiderj di anni ventisei, moglie di Giatteo Baciccia, detto lu Sfrusciate, di anni trentadue, contadino, nato e domiciliato in Guardiagrele, entrasse nella farmacia del paese e vedendola frequente di avventori, posasse in un cantuccio un cestellino coperto di pampani freschi che aveva recato seco, e sedesse aspettando che la bottega si spopolasse.

Lo speziale, vedendola più fresca del solito e simile a una pianta fruttifera madida ancora di rugiada, ebbe nell'animo un ricorso di spirito cavalleresco, e ripiegando un pezzo di carta intorno al collo d'una bottiglia, affacciò il capo tra due cafoni che stavano con le mani pronte a ricevere le medicine e coi soldi nelle mani, e fece un cenno interrogativo. Mariantonia gli rispose con un altro cenno, significante che voleva aspettare; e poiché lo speziale sorrise interpretando a modo suo quel desiderio, Mariantonia, che non intese l'interpretazione, rispose anche al sorriso; poi si nettò il naso con un lembo del grembiale, e stette pazientemente contemplandosi le dita inanellate, con la giogaia della gola increspata sotto il mento abbassato. Gli avventori maschili e femminili sgomberavano l'uno dopo l'altro, poiché il farmacista si affrettava a servirli; e quando l'ultimo ebbe la sua dose di chinino, e si mosse per escire, Mariantonia raccolse il cestellino che aveva deposto, si levò, e andò a metterlo sul banco davanti allo speziale. Questi, meravigliato a quel dono non aspettato, tolse i pampani guardando la donatrice con un'aria interrogativa; e vedendo che erano ciliegie, lo ricoperse e lo mise da parte: «Che vuoi?» domandò, non sapendo più che si pensare.

Mariantonia, che stava ritta dall'altra parte del banco e non aveva nell'aspetto nulla di straordinario, ma era sempre quella bella giovenca sciocca che era stata sino a quel , rispose: «Nu puchétte de veléne».

Lo speziale la guardò in faccia, più stupito in vero che sospettoso; ma quella faccia era così serena nell'armonia delle linee non turbata dalla crescente prosperità della carne, che il provveditore alla salute del popolo di Guardiagrele rise del suo stupore, e del non aver subito pensato che quello doveva essere un pretesto per venire ai patti della resa.

E domandò ancora, con un risolino e un accento scherzoso come per proseguire la celia:

«E che ne vu' fa?»

«Serve pe' li surge».

Questa risposta così naturale, detta con voce placida, sconquassò il ragionamento egoistico e artificioso dello speziale, e lo ferì nella vanità:

«Va, va. Che surge t'accunte! Nen ti' la jatta?».

Ma Mariantonia insisteva con un accento di verità così calmo e così serio insieme, che il farmacista pensò di approfittare di quel bisogno, per dettar lui i patti della dedizione; e, mentr'essa perorava non già con sillogismi, ma con un ragionamento immaginoso:

«... Me se magneno tuttu lu rano...» cominciò a ridere con un'aria che avrebbe voluto essere mefistofelica:

«Nen te le pozzo ».

«Ma pecché?».

«Esse pecché. Pecché nen pozze».

«'Mbe', a Graziella la fija de lu Scupinare je le si' date e a me nne me le vu' ? Te le facce scuntà».

«Si' viste? A te 'n le voje ».

E seguitarono, ella incalzando nell'esortazione, egli cocciuto in una negativa seminata di piccoli sorrisi furbeschi e di occhiate maliziose; poi escì di dietro il banco, e andò a chiudere uno dei battenti della porta; così il sole, che fino a quel momento aveva empita tutta la bottega rimbalzando dalle vetrine e frangendosi per le boccette, fu scacciato.

Un'ombra discreta seminascose pietosamente quei due, e parve che li consigliasse di fare presto. Infatti lo speziale vedendo che Mariantonia non veniva alle panie dialettiche ov'egli l'invescava, le andò quasi addosso e le disse a mezza voce:

«Se tu me chell'affare, i' te denghe lu veléne».

Mariantonia, senza ombra di turbamento, semplicemente, come se si fosse trattato di dare cinque soldi, disse:

«'Mbé' scí, te le denghe».

Lo speziale la guardò di nuovo, questa volta più sospettoso che stupito. Più d'un diritto di prima o di una seconda notte egli aveva goduto, e più volte da qualche povera diavola che non aveva denari s'era fatto pagare in natura; ma quella cessione così facile, senza né pure un accenno di resistenza, e volontaria, senza un'insurrezione del pudore e senza uno stimolo del desiderio, da parte di Mariantonia che non aveva mai badato né alle lusinghe, né alle promesse, né alle canzonature di quel don Giovanni villereccio era proprio una cosa strana. Però l'aspetto di quella donna era tanto schiettamente tranquillo, e nei bellissimi occhi oleati la naturale sciocchezza dormicchiava con tanta pace, che quel macinatore di droghe rivolse ogni cosa a beneficio della sua vanità mascolina, senza un pensiero di gratitudine pei topi.

E cominciò allora un'altra discordia: lo speziale voleva esser pagato subito, Mariantonia invece diceva che non era possibile, poiché in casa l'aspettavano, poiché poteva entrare qualcuno.

«Chiudéme la porta» diceva lui.

«Ti si' 'mmattite? Lu Sciancate m'ha viste a hentrà' e po' nen me vede a rescì».

E dava con accento di tanta sincerità l'ora del convegno, che bisognò cedere. Tuttavia lo speziale, indispettito, avendo ella ripigliata una parte (così almeno gli parve) della sua parola, volle anch'egli riprendersi qualcosa della sua, e cominciò a cavillare: «Però lu veléne n' te le denghe. Te denghe le pizzélle velenose che so' date pure a Graziella».

Mariantonia tornò all'assalto, quetamente:

«Che pizzélle! Sse pizzélle n' so bóne. Se me vu' lu veléne pròpie, béne; sennò statte bóne».

In fine si accordarono. Lo speziale, a cui il concitamento lussurioso cominciava a intorbidare le facoltà mentali, domandò:

«Ma 'nsomma, addó se le vu' mètte' stu veléne?».

«Dentr'a lu casce».

«'Mbe' curre, va a pijà ssu casce, e pòrtele».

E le aprì quel battente che aveva chiuso.

Mariantonia escì di corsa; ed egli aspettandola, come il prurito sensuale scemava, andava tormentandosi con un rinascimento di dubbio; ma il ritorno della magnifica femmina con una scodella di creta turchiniccia piena di formaggio grattugiato troncò di colpo l'adito ai cattivi pensieri. Aperse una vetrina, tolse in mano un vasetto pieno d'arsenico, e ne gettò un pizzico sul formaggio.

«N'atre puchétte» insinuò Mariantonia, e lo speziale obbedì. Ma per compenso, prima di lasciarla partire, volle un acconto di ciò che gli spettava.

«Scì, ma spíccete» disse Mariantonia; e mentre il farmacista la palpava e la premeva e la manometteva come lo ingombro delle vesti concedeva, ella con la scodella velenosa in mano e con la faccia vòlta alla porta, guardava se qualcuno li vedesse. Poi d'un tratto scappò via, accennando di sì col capo senza rivolgersi allo speziale che le ricordava la promessa, e ritornò a casa. Giatteo, venuto allora dalla campagna, s'era tolto le scarpe e le ingrassava col sevo; la vecchia suocera stava alla porta di casa a far la calza. Mariantonia entrò in cucina, chiuse quel formaggio nell'armadio, attizzò il fuoco; poi si tolse la veste turchina, e restò con la sola gonnella e col busto anche turchino; si sciolse dal collo il fazzoletto rosso fiorato di giallo, trasse dal petto l'abitino della Madonna un po' sucido che le dormiva sempre fra le mammelle, lo baciò divotamente come per supplicarla d'aiuto a qualche grande impresa, e prese a tagliare i maccheroni dalla pasta, che distesa prima in un foglio sottile, aveva rotolata e lasciata ad asciugare sulla tafferia.

Le braccia di Mariantonia, brunite dal sole, ma pur sempre belle nella loro robustezza come quelle del Bacco, e infarinate, tagliavano la pasta sicuramente, e gli occhi limpidi guardavano senza turbamento il mucchietto dei maccheroni che andava lestamente crescendo. Quand'ebbe terminato, li prese sbattendoli su per la tafferia per farli svolgere; e, poiché l'acqua bolliva nella caldaia, ve li gettò. Poi, così infarinata, andò a dimandare alla suocera: «Lu vu' 'nche ll'òje u 'nche li pepedinei, li maccarune?».

«'Nche ll'òje».

Mariantonia, che s'aspettava questa risposta perché era giorno di vigilia, e la vecchia non mangiava di grasso, ritornò in cucina; trasse dalla mesa, che è l'arca chietina, un pezzo di cacio pecorino, e cominciò a grattugiare, poi staccò dal muro una padella, vi versò dell'olio e qualche spicchio d'aglio, e la mise sul fuoco. E scoperchiò la caldaia per vedere a che ne stavano i maccheroni. Erano cotti. Staccò dunque la caldaia dalla catena, e versò la vivanda in uno scolatoio. Così curva, col volume ampio delle ànche eretto come la groppa d'una cavalla e la persona piegata tra il fumo dei maccheroni, era stupenda. Quando tutta l'acqua fu caduta nella terrina deputata a quest'ufficio, si rialzò con lo scolatoio nelle mani, minestrò i maccheroni parte in una scodella, parte in un piatto grande, e tratto dalla credenza il formaggio medicato, aperse la mesa e tolse l'altro formaggio che aveva grattugiato. Era calma come prima: la sua bella faccia plenilunare aveva la serenità dell'innocenza. Versò sul piatto grande un condimento di peperoni e conserva di pomodori, e sopra il formaggio innocuo; sulla scodella sparse l'olio fritto e il cacio velenoso. E portò ogni cosa sulla mensa, con le sue belle braccia bacchiche non animate da un fremito.

Giatteo, che aveva una fame grande e poco desiderio di parlare, si servì largamente dal piatto grande e subito si mise a mangiare; ma la vecchia, che dalla porta ove stava tutto il giorno in sentinella vedeva di molte cose, e che soffriva di stomaco, non potendo appiccar discorso col figlio, prima di toccar la minestra cominciò a brontolare una preghiera. Mariantonia la stava a guardare con la forchetta e con l'animo sospesi, non visibilmente commossa per altro, con quell'ansia d'aspettazione con la quale un cacciatore novellino va, con le funi in mano, riguardando un branco di lodole che avvolge il volo sopra le reti. E quando infine la vecchia mise in bocca il primo boccone, anch'ella si cacciò in furia la forchetta tra i denti, e non rialzò più gli occhi finché non si vide il piatto vuoto davanti. Allora di nuovo spiò la suocera, la quale mangiava chetamente e pareva che quel giorno i maccheroni le piacessero più del solito. Giatteo, che aveva appagata la fame, prese a parlare, e la vecchia discorrendo pur mangiava. Se non che Mariantonia cominciava a moversi sulla sedia come ci fossero delle spine: avrebbe voluto esser lontana di , o almeno che quella maledetta vecchia terminasse di mangiare. Un terror vago le si levava nello spirito, e la sua mente formulava questo pensiero silenzioso.

«Che sci' ccisa! Vide se fenisce, vide!».

Ma la vecchia pasteggiava quel cibo micidiale, schiacciandolo tra le mascelle vacue con quella strana voluttà che provano gli sdentati a masticare le vivande molli. Finalmente, quando non ci furono più maccheroni, con un pezzo di mollica raccolse tutto l'unto che restava tuttavia nel piatto, e mise in bocca anche quello. Allora Mariantonia si levò per sparecchiare, Giatteo andò a cercare la pipa nelle tasche della giacca, e la vecchia che si sentiva grave di cibo, salì alle stanze di sopra per dormire. Ora Mariantonia era inquieta come un ragazzo che ne abbia fatta una grossa e si senta in punto di essere scoperto. La vecchia aveva in corpo tanto arsenico da accoppare una mandra di bovi:

«E chi je le léve?» pensava Mariantonia, che sentiva l'invasione del terrore crescere in ogni momento. Sperò per qualche tempo che quel veleno non uccidesse la vecchia; che le désse solamente una malattia passeggera, qualche gran colica; ma una voce orribile che veniva di sopra, e chiamò due volte «Mariantò'! Giattè'!» la fece tremare. Stette un istante in ascolto, sperando che la paura l'avesse ingannata, ma di nuovo l'urlo scoppiò dall'alto con un così terribile accento di minaccia o di preghiera, che Mariantonia non poté più stare, e si lanciò alle scale. E come fu in sull'uscio, e vide la vecchia nel mezzo del letto, paonazza, con la faccia orribilmente contratta, con le mani al ventre, uno spavento e un ribrezzo indomabili la respinsero indietro; e, ridiscesa con uno sbalzo solo, corse alla cucina pazza di terrore.

Giatteo, con la pipa in bocca, stava al fresco presso la porta; e all'aspetto della moglie fece con gli occhi e con la bocca un movimento di curiosità, e domandò: «Ched'è?».

Mariantonia, poiché lo sgomento già sfogava col pianto, non poté parlare speditamente; ma s'appoggiò all'uscio dell'armadio, col grembiale alla faccia e prese a brontolare tra i singhiozzi:

«Mammaaa... mammaaa... O Die me! o Giasù Criste me! o Madonna mea!».

Giatteo, che era ancora stanco del gran zappare che aveva fatto e si sentiva il dolce peso del cibo sullo stomaco, si rizzò malcontento di quella interruzione e pauroso delle noie e della spesa di una disgrazia, e domandò ancora:

«Ma 'nsomma, ched'è? Che dice ca vu'?».

«O Jesucriste me, e mo' coma facce, coma facce?».

«Ched'è? Ched'è? se po' sapé?» gridò Giatteo bruscamente andandole addosso, e strappandole il grembiale dalla faccia. Allora un altro urlo della vecchia, accompagnato da un romore dubbio di gemiti o di singhiozzi o di sforzi di vomito, risonò di sopra. Giatteo lasciò la moglie e si volse alla scala; ma Mariantonia lo prese per la camicia, e lo trasse addietro con violenza:

«'N ce j', 'n ce j' sopra».

«Ma pecché? ma che j' è successe a mamma? che je si' fatte?».

«Je so' date lu veléne» gridò Mariantonia lasciandolo; e di nuovo uno scoppio frenetico di pianto le impedì la voce e la vista. Giatteo restò un momento inebetito, e sentì la sua pelle aggricciarsi come per effetto del freddo; poi, attraversò la cucina ed escì. Mariantonia restò sola, un po' più tranquilla per la confessione fatta; ma pur sempre sbalordita. In quel punto il sole, che aveva superato il muro della casa di rimpetto, s'affacciò all'uscio. Sopra, il gemito della vecchia moribonda si arrochiva in rantolo. Poco dopo, entrò il pretore, col maresciallo dei carabinieri: «Bene» disse il pretore salutando Mariantonia con un sorriso canzonatorio «l'hai fatta bella». E si voltò indietro per vedere se qualche aspettato giungesse:

«Il cancelliere non si vede ancora» soggiunse parlando al maresciallo. E domandò alla donna, questa volta con un'aria seria e con accento secco: «Dov'è il cadavere?». Mariantonia non rispose. Il terrore freddo l'aveva percossa, e batteva i denti, con le spalle alla parete traendosi indietro quasi volesse cacciarsi entro il muro.

«Dev'essere sopra» disse per lei il maresciallo.

«Andiamo dunque» concluse il giudice, invitando con un gesto l'avvelenatrice ad andar innanzi.

«I' 'n ce venghe» rispose Mariantonia. Ma il maresciallo la prese per un braccio e se la trasse dietro.

Intanto la popolazione accorreva come la notizia si propagava pel borgo, e dinanzi alla casa era un assembramento e un vociferio confuso intorno a Giatteo, che non osava entrare, e stava fuori, pallido, sbigottito, ma pur col cuore più leggero di poc'anzi a guisa d'uomo che per miracolo non fu sepolto da una frana, e sta stupito guardando i sassi che gli son caduti proprio davanti, e ancor mandano polvere. Strani romori correvano tra la folla, ove la leggenda di Mariantonia nasceva d'un tratto da quelle fantasie mosse dal concitamento dell'orrore. Gli amori di Mariantonia e le circostanze del delitto erano il materiale in via di elaborazione. I nomi degli amanti correvano di bocca in bocca. Si cercava un complice; ma chi mai poteva essere? Finalmente qualcuno raccontò che Pasquale Spatocca aveva raccontato come Mariantonia gli avesse chiesto un modo di avvelenare le zòccole, e come egli le avesse consigliato di mescolare il veleno con il formaggio. In questa sopraggiunse il cancelliere con due carabinieri, ed entrarono nella casa. Poi il maresciallo apparve alla porta, esortando coi gesti e con la voce la gente a sgomberare; dietro di lui, fu vista Mariantonia tenuta dai carabinieri. Una voce minacciosa si levò:

«Purcèlle! Puttana! A morte!».

E in mezzo a quell'irruzione della coscienza popolare, Giatteo si aggrappò al maresciallo, raccomandandosi:

«J' nen c'entre, gnure mariscialle, j nen so' fatte ninte».

II

Il processo, per la volgarità del delitto, per la sciocca imprudenza con cui fu commesso, infine per la confessione della delinquente al marito prima e poi al pretore, fu fatto speditamente. Il giudice istruttore del tribunale di Chieti, che non trovava modo d'esercizio alla sua attività indagatrice, poiché ogni cosa era chiara e piana, poiché la vita anteriore di Mariantonia narrata concordemente da tutti i testimoni esplicava le cause del misfatto, confermando le dichiarazioni della donna al pretore di Guardiagrele, era malcontento.

Il giudice istruttore che tiene quel faticoso officio da parecchio tempo, e ha dato più prove di sagacità, per quanto tranquillo sembri tra i mucchi di processi coperti di verde o di rosso, a ogni novo crimine è scaldato e turbato da due passioni ardenti e successive: prima, il desiderio di scoprirne l'autore o gli autori, poi di rischiararne tutte le parti tenebrose.

La Corte, con quel grande apparato di carabinieri, di uscieri, di toghe, di avvocati, di testimoni di pubblico mascolino e femminino, di giuramenti, di giurati, con quella gabbia di ferro, con quella inscrizione ammonitrice che la legge è uguale per tutti, parrebbe il punto più caldo dell'eterno dramma della giustizia; ma quella non è che una pomposa ripetizione delle parti. I giudici sonnecchiano, il presidente si move sbadigliando sul seggiolone, il procuratore del Re guarda in alto apparecchiando l'eloquenza sonora, i giurati scarabocchiano i cassetti o incidono i banchi, il pubblico va e viene come fosse in piazza, l'accusato misura con lucido e tranquillo raziocinio la probabilità della pena. Nessuno bada ai testimoni, perché le testimonianze loro sono già scritte negli atti del processo; nessuno bada agli argomenti dell'accusa o della difesa, poiché si sa che quello è un esercizio ginnastico fra un uomo pagato dallo Stato per accusare e un uomo pagato dal delinquente per difendere.

Il processo non si fa in Corte aperta, come in Inghilterra, ove due avvocati si contendono i testimoni e accumulano prove pro e contra.

Le prove sono state già raccolte, il processo è già fatto: non resta che ad esporre i dati al giurì, a quei dodici uomini rispettosi del diritto che, costretti, debbono esercitare, e dal cui giudizio pende l'ultimo anelito del dramma.

Ma il vero sviluppo drammatico accade dietro le quinte, nelle stanze del giudice istruttore, in quelle poche stanze piccine e male in arnese, che sono per lo più un'anticamera per l'usciere e i testimoni, una cameraccia pel personale della segreteria, un gabinetto pel giudice, e una soffitta pei corpi di reato.

E il drammaturgo vero è il giudice istruttore, quel modesto uomo borghese nell'aspetto e nei panni, che non porta in dosso nessun segno dell'autorità sua, che chiuso nella sua stanzetta con una stufa ardente nell'inverno e colle persiane chiuse nell'estate, mezzo sepolto tra i fasci di carte, mezzo annegato nel fumo del suo sigaro, scrive e scrive tranquillamente un'ordinanza dopo l'altra, sempre con le medesime formule, variando solo con la varietà dei crimini e delle pene, e, più che d'un magistrato, l'immagine d'una di quelle centomila marmotte che servono per quarant'anni la Patria riportando sopra un registro le fatture d'una qualunque branca dell'amministrazione pubblica. Alla prima occhiata in quella stanza appare la prima emanazione del dramma, poiché, qua e , sullo scrittoio e sulle sedie, sulla stufa e sul canapé, si veggono sparpagliati in un bel disordine i più strani stromenti del delitto: coltelli a molla e pugnali nel fodero, pistole rugginose e accette dentate, mazzetti di chiavi false e panni sporchi di sangue rappreso, contatori di molino e vasi di vetro pieni d'interiora umane, schioppi sferrati e bastoni massicci, ogni cosa suggellata e documentata d'un cartellino con l'indizio del proprietario, e del malo uso che ne fu fatto, e del processo a cui serve il corollario. Poi, se poteste fermarvi qualche ora dentro, vedreste uno strano spettacolo: avvocati, sostituti procuratori del Re, carabinieri, testimoni entrare ed uscire: nella segreteria gl'impiegati sfogliar registri, o sigillare corpi di reato, o scrivere: nell'anticamera intorno all'usciere, come intorno a qualche arbitro dei destini umani, i testimoni non ancora chiamati, con l'animo sospeso, affollati in crocchi davanti alle finestre nel mezzo della sala, parlottanti a bassa voce, seri, quasi paurosi del conspetto del giudice. Il quale passa da una cosa all'altra, da un esame d'un teste a un colloquio con un avvocato, da un confronto fra due imputati a una perizia medica, da una perquisizione domiciliare a una visita carceraria, spiando, fiutando, divinando le emanazioni del delitto negli indizi più tenui, passando da un delitto all'altro, accumulando lentamente la materia per lo spettacolo del giudizio del pubblico. In Italia ove, segnatamente nelle città piccole, la forza, l'acume, la solerzia della polizia sono in condizione disperata, deve l'istruttore supplire al difetto accoppiando al suo officio di magistrato anche quello di inquisitore, riparando gli errori che per eccesso o per difetto di zelo, commettono gl'incaricati della pubblica sicurezza. Così egli è costretto ad esercitare una finezza d'olfatto veramente canina; deve andare sul teatro del delitto, deve scovare la verità tra le contraddizioni e il balbettìo dialettale dei testimoni, deve carpire degl'indizi nelle parole e nella confusione del colpevole. L'opera sua è dura e grande: le sue facoltà fantastiche si fortificano per la tensione e per l'associazione continua dei piccoli fatti, il suo intuito si acuisce. A poco a poco la rigidezza della sua mente, già cristallizzata per l'esercizio dell'applicazione sistematica e quasi meccanica del codice, si scioglie; accade nel suo cervello una evoluzione progressiva; egli diventa un osservatore sicuro, e, prima che l'attività inquisitrice non si sia invecchiata e mutata in un'abitudine meccanica anch'essa, per la chiaroveggenza del suo spirito egli acquista tutta la potenza intuitiva dello scienziato e dell'artista. Così necessariamente si appassiona all'opera sua: egli ama il suo processo come uno scrittore può amare il suo libro, lo ama come un criminalista o come un tragico: ne ricerca le cause e le modalità, non tanto per guadagnare onestamente quelle quattrocento lire l'anno che lo Stato gli in più sullo stipendio di giudice, quanto per soddisfazione di quel bisogno d'indagine che s'è novamente destato nell'animo suo. Egli tratta i più feroci delinquenti con una certa affabilità amichevole, raccoglie una prova testimoniale con la voluttà di un geologo che scopra un fossile sconosciuto, fa un viaggio faticoso a cavallo in pieno inverno o nella grande estate per vedere se una data finestra poteva essere scalata senza aiuto di corde e se una schioppettata poteva colpire un uomo a quella data distanza. Però non si salva dalle malattie dei ricercatori: egli ama le difficoltà, e si compiace delle indagini penose, e si diletta stranamente dei delitti mostruosi; e quando il crimine è volgare, e le prove nascono ad ogni passo, e quando la confessione del colpevole taglia la via alla sottigliezza sagace dell'istruttore, egli è malcontento come un medico di curare una bronchite facilmente guaribile e senza speranza di conseguenze pericolose.

Tale fu il processo di Mariantonia: da prima, qualche bell'ostacolo parve che ci dovesse essere, poiché Mariantonia, al primo interrogatorio del giudice istruttore, negò. Questi, con un manifesto movimento di gioia, la guardò; poi le disse, con dolcezza: «Ma come? Se hai già confessato davanti al pretore? Vuoi che ti faccia leggere la tua dichiarazione?».

Mariantonia si turbò; disse due o tre volte «Nen ne sacce ninte», infine assentì. Allora il giudice volle sapere il motivo del reato. Quella poveraccia, che non s'era ancora riavuta dal terrore, vagava col discorso da una cosa all'altra, s'ingarbugliava, si confondeva. Ed egli pazientemente, quasi paternamente, andava frugandole nell'animo con la voce tranquilla, con gli occhi castanei. Seppe che la suocera la tormentava, che le suscitava contro il marito. Perché, non fu possibile di saperlo. Non le domandò nemmeno se avesse avuto complici: la cosa era troppo chiara, poiché le cause del dissidio fra suocera e nuora erano palesate da una folla di testimoni. Solamente le domandò chi le avesse dato il veleno. Ella dubitò un poco, poi disse di averlo avuto da un certo orefice col pretesto di ripulire il suo oro. Non altro. Mariantonia fu ricondotta in carcere dai due carabinieri che l'avevan menata , e attraversando l'anticamera la trovò piena di testimoni che discutevano con l'usciere intorno al grado di pena che sarebbe toccato all'avvelenatrice: «Ci sta la pena di morte» diceva Domenico D'Addesso, l'usciere, quando l'uscio della segreteria si aperse e si vide Mariantonia. Tutti i testimoni conversero gli occhi a quell'uscio, per vederla: erano contadini di Guardiagrele e di Pretoro, alcuni benestanti, e il parroco di Guardiagrele.

Appresso nacquero due altri incidenti, che parvero dover intorbidare l'evidenza della procedura.

L'orefice citato da Mariantonia dichiarò di non aver dato mai dell'arsenico a colei: citò anzi a sua volta lo speziale, da cui egli si provvedeva pei bisogni del suo mestiere, a dichiarare se egli avesse tanto arsenico da poterne dare a Mariantonia. Lo speziale confermò.

Allora, naturalmente, il sospetto si riversò sullo speziale; ma questi negava. Tutti i testimoni affermarono ch'egli non aveva mai consegnato materie venefiche senza ordine scritto del medico, e che per la distruzione dei topi vendeva di piccole focacce che non potevano uccidere una donna, poiché assai spesso i topi le mangiavano con ottimo appetito e le digerivano senza danno: d'altra parte l'arsenico trovato nei visceri della vecchia era tanto, da togliere ogni sospetto delle focacce topicide. Si congetturò dunque che Mariantonia avesse comperato da sé medesima o per mezzo di qualcuno l'arsenico in Chieti; e poiché, quando non ci è la flagranza di reato o una prova sicura, la giustizia lascia in pace il provveditore del veleno, non ci si pensò più.

Ma ci era un altro fatto: molti testimoni asserivano che un Pasquale Spatocca, piccolo proprietario di Guardiagrele, ebbe cognizione del delitto. Fu chiamato questo Spatocca, che era un contadino un po' più civile degli altri, con anelli d'oro agli orecchi, e una giacchetta di lana a quadrettoni scuri sopra la camicia non inamidata. Confessò con un accento di verità così sicuro, da distruggere ogni ulteriore sospetto, che Mariantonia due giorni prima del fatto gli aveva domandato come si dovesse fare per avvelenare le zòccole, ed egli le aveva consigliato di mescolare il veleno nel formaggio grattugiato. Pasquale Spatocca fu subito rimandato.

Così, in quei primi due mesi dell'estate, la procedura fu spinta innanzi alacremente, e gli atti, dopo molti viaggi dal gabinetto del giudice istruttore a quello del procuratore del Re, si raccolsero in fine in un grosso volume coperto d'una copertina rossa e legata con filo rosso. Intanto Mariantonia, nelle carceri di San Francesco di Paola, tra una folla di ladre, di infanticide, di procuratrici d'aborti, a poco a poco si riaveva dallo scompiglio. Il caldo era grande e il fastidio degl'insetti penoso, e la tavola messa davanti ai ferri delle finestre proibiva la vista della campagna.

Mariantonia trovò un sollievo strano, poiché ottenne di far la pulizia della stanza ove donn'Angelamaria Chiola, che aveva fatto assassinare un suo nipote, stava carcerata; e in compenso, donn'Angelamaria le dava gli avanzi del buon desinare che le mandavano di fuori. Quei pasti consolavano Mariantonia, e le ridonavano la sua tranquilla sciocchezza.

Quando venne a vederla il suo avvocato, don Pietro Saraceni, guardò con la compiacenza di un artista quella stupenda femmina e quella delinquente meravigliosa, che per la voluttà della gola dimenticava la sorte che le era serbata e placava il rimordimento della coscienza. E poiché ella voleva sapere che pena le sarebbe toccata, egli scrollò le spalle:

«Che ti posso fare? Tu je si' date nu chile d'arsenico! La pena degli avvelenatori è la stessa dei parricidi: a morte, e s'ha da j' all'esecuzione 'n che nu panne nere 'n cape. Ma ti daranno le circostanze attenuanti, per le quali la pena scema de nu rade, e te ne a li lavure furzate a vita».

Poi guardò di nuovo Mariantonia. Quella donna nella sua impassibilità d'idiota e nel pallore carcerario aveva tanta serenità di bellezza, che egli non sapeva staccarsi da lei, e in presenza di lei non aveva che pensieri d'arte: il Codice si era dileguato dalla sua memoria. Ad un tratto le disse:

«Tu si' de Rapino?».

«Gnorsì, gnor avvucate».

«Ti' 'na vesta de seta?».

«Gnorsì».

«Ti' 'nu belle fazzulétte de seta?».

«Gnorsì, signò'. Tenghe nu fazzulétte tòtte fiurate».

«Ti' li recchìne, cullane, anèlle?».

«Gnorsì, tenghe tòtte cóse».

«Mbe', sa' che vu' fa? Quannlu jòrne de la causa véstete da spósa, mittete tutte chelle che ti', fatte chiù belle che pu', c'ass' affare lu meje avvucate si' tu. Si' capite? Me', statte bóna mo'».

E don Pietro se ne andò gioiosamente, come se invece d'un ripiego a un affare spinoso avesse trovata l'ultima inspirazione d'un romanzo o d'un dramma.

III

Il processo a carico di Mariantonia fu dibattuto dalla Corte d'assise di Chieti, nella prima quindicina di dicembre. Il presidente, un consigliere della Corte d'appello d'Aquila, era un rigido magistrato che in tutta la sua vita aveva derivato dall'abitudine del dibattimento un che di glaciale e di pomposo insieme. Dei giudici uno era vecchietto piccinino magro membranaceo giallo, una mummia coperta d'una toga di venerabile antichità, l'altro era un bell'uomo muscoloso, con una barba spessa e morbida e castanea. Il procuratore del Re era un giovine di trent'anni, biondo, miope, con grosse labbra, bonario nell'aspetto.

Il pubblico fu insolitamente numeroso: la fama del fatto e della donna si era propagata per la città, e molte signore infioravano la tribuna. I giurati occupavano la doppia fila di banchi, e parevano poco contenti dell'autorità momentanea che conferiva loro un diritto di vita e di morte. Dalla cancelleria all'aula era un continuo traffico. Il popolo occupava una metà della sala. Al tavolo degli avvocati sedeva don Pietro Saraceni solo, con poche carte e qualche libro; e senza darsi pensiero di ciò che gli accadeva intorno, scriveva gli ultimi martelliani di una commedia.

Mariantonia stava ripiegata in sé stessa, con un fazzoletto bianco agli occhi. Davanti al presidente ci era il vaso di vetro con gli intestini avvelenati della vecchia. Dopo l'appello dei testimoni, la lettura dell'atto d'accusa, il fervorino del presidente ai giurati e le altre formalità ordinate dalla legge, cominciò l'interrogatorio dell'accusata.

Disse il presidente:

«Imputata Mariantonia Desiderj, alzatevi».

Mariantonia si levò pianamente, togliendo il fazzoletto dalla faccia; e per tutta la sala fu un mormorio repentino.

«Pe' Cristo, com'è bóna!» mormorò uno dei giurati all'orecchio del giurato vicino. Don Pietro volse un'occhiata alla gabbia, e subito ritornò ai martelliani contento.

Mariantonia era una creatura stupenda. La sua persona grande e florida, non guasta ancora dalla pinguedine, vestita d'una veste di broccatello chiaro con fiorami gialli, pareva modellata in creta da un qualche scultore voluttuario: tutto il petto era coperto di collane d'oro a grandi acini, e il fazzoletto rosso fiorato di nero stava annodato secondo l'uso delle maritate sotto il mento, mal nascondendo la gola grassa che s'increspava ad ogni mossa come la giogaia d'una giovenca: la faccia rotonda, pallida per la lunga clausura, aveva nell'armonica purità delle linee una perfezione di bellezza nuova pei cittadini di Chieti. Gli occhi di quella locusta villereccia, grandi, limpidi, lenti, lacrimavano; e sulle guance di sotto il fazzoletto escivano certi strani e lunghi orecchini. Sotto le collane, tre immensi spilloni che parevano insegne di qualche barbarico ordine cavalleresco, stavano infissi in fila, e le dita non si vedevano per i troppi anelli.

Ella rispose confusamente alle domande. Confessò il delitto, ma quando fu interrogata intorno alle cause che ve la indussero non trovava più le parole, guardava il presidente con certe occhiate melense, poi d'improvviso le refluì il pianto, tornò a sedere, di nuovo si nascose la faccia. Né si poté cavarne altro. Pure l'effetto primo sugli animi era stato buono, per causa duplice: la lettura dell'atto di accusa, così esplicitamente sicuro, così piano, fondato sulla confessione della colpevole, rendeva il giudizio dei giurati vano poiché Mariantonia s'era con la sua propria bocca pronunziato il verdetto di colpabilità; non si trattava dunque che d'una determinazione di pena. Così, non essendo in quel processo cosa che potesse eccitare la curiosità o la vanità indagatrice, restò aperto l'adito al sentimento: e il sentimento universale fu, al primo levarsi di Mariantonia, benevolo e qua e ammirativo.

Un'altra circostanza crebbe la benevolenza, e toccò le corde della pietà: la deposizione del marito.

Giatteo escì dalla stanza dei testimoni anch'egli in abito da festa, coi calzoni di rigato marrone calanti sulle scarpe nuove, con la sottoveste e la giacchetta di fustagno, con la camicia pulita, con un cappello tondo e molle che aggirava tra le mani mostrandone la fodera color di rosa. Era giallo, meschino, brutto, col naso schiacciato da un gran pugno che gli fu dato in una rissa, con la faccia tutta rasa. Tremava parlando, quasi avesse paura della giustizia, raccontò il fatto, per filo e per segno, raccontò i dissidi tra la madre e la moglie. Quando il presidente gli domandò la causa di questi dissensi egli tremò più forte, quasi avesse paura della moglie, poi disse che la causa era la cattiva condotta di Mariantonia.

«Che era questa cattiva condotta: mancava forse a' suoi doveri di moglie?».

«Come dicete? 'N so' capìte».

«Aveva degli amanti?».

Lu Sfrusciate guardò di nuovo l'interrogatore come chi non abbia inteso.

«Ti faceva le cornadisse infine il presidente.

«Gnorsì».

Alle prime parole di Giatteo, Mariantonia s'era drizzata sulla persona, e stette con le lagrime sospese negli occhi, ascoltando. All'ultima, sorrise. Un secondo mormorìo corse per tutta la sala: quel piccolo brutto maschio che aveva freddamente consegnata la moglie alla giustizia per paura di essere involto nella sua disgrazia, che confessava ora pubblicamente la sua vergogna, parve spregevole. Gli uomini non gli sapevano perdonare i suoi diritti su quella magnifica femmina. Seguitò l'interrogatorio.

«Voi sapevate la mala condotta di vostra moglie?».

«Gnorsì».

«Come lo sapevate?».

«Me le dicéve mamme».

«E non avete mai procurato di rimediarvi?».

Il testimone crollò le spalle.

«Da quando ciò è cominciato?».

«Chi le sa? crede da quanne spusassemo».

«Sapreste dirci il nome degli amanti di vostra moglie?».

«Chi le sa? Mamme me dicéve mo' ca éve Ciccantonie Peloso, mo' Pascale Spatocca, mo' Dunate Cece, mo' ca éve Menanze Croce; ma j' 'n ne sacce ninte».

«I dissidi tra le due donne erano frequenti? Erano ardenti? Si veniva mai a vie di fatto?».

«S'appeccecàvene sempre, gnore presidente: s'ammenàvene e po' se mettevene a chiagne».

Quando Giatteo fu rimandato, prima che il secondo testimone entrasse ci fu tra i giurati, nelle tribune, in mezzo al pubblico plebeo, un breve commento e quasi una comunione di sentimento. L'elemento drammatico dallo sviluppo del processo, che già appariva manifesto a tutti, si era riversato nella vita e nella persona di Mariantonia che a poco a poco si levava dinanzi agli occhi degli spettatori. Il dramma giudiziario, per effetto d'uno spostamento naturale, era soffocato dal dramma morale ed estetico. Don Pietro Saraceni aveva terminata la sua commedia martelliana, e stava ora con le mani nelle tasche, con la schiena abbandonata alla spalliera della seggiola un po' inclinata a dietro, visibilmente contento.

Pensava alla Frine di Riccardo Castelvecchio, e la sua gli pareva migliore. E aveva ragione.

Intanto la sfilata dei testimoni continuava. Era una leggenda di amori adulterini che da un grosso borgo e da due villaggi, da Guardiagrele, da Pretoro, da Rapino, confluiva per settanta fonti nell'aula della Corte d'assise in tutta la freschezza nativa delle emanazioni dialettali: erano le maldicenze e le vociferazioni villerecce che dovevano, miste alle ultime elaborazioni delle storie brigantesche, ingrossare il patrimonio narrativo del comune di Guardiagrele.

Crocifissa Vicoli di Rapino narrò un aneddoto curioso. Mariantonia, che in Rapino era nata e viveva, conobbe Giatteo che lavorava in Pretoro con un fusaro una volta che venne a Rapino a vender fusi. Da quella volta, Giatteo ritornò assai spesso; e in breve la notizia del matrimonio fu pubblica. Or una sera, quando in chiesa si era fatta già la prima pubblicazione, Crocifissa ritornava dalla campagna con un fascio di rampa lupina per le bestie, e passando davanti alla fontana vide Mariantonia che aveva dimenticata la conca di rame già traboccante, e rideva lottando in quella ombra del sole tramontato e delle fratte di sambuco con don Giovannino Coletti, lu fije de lu Signore. Poi, prima di partire col marito per Guardiagrele, Mariantonia medesima le rammentò quell'incontro, e le disse che don Giovannino le girava attorno da un pezzo, ma ella finché fu zitella non gli volle dar retta mai; e quella sera ancora resisteva alle tentazioni de lu signerine, promettendogli un convegno pel seguente agli sponsali. Don Giovannino Coletti, interrogato, confermò la deposizione di Crocifissa.

Nella sala, sebbene fuori la piazza di San Giustino, e i tetti delle case intorno e di dalle Tre porte tutta la valle della Pescara biancheggiassero di neve, cominciava a far caldo. Le signore discorrevano a bassa voce se non dovessero andarsene: gli uomini sempre più sentirono il potere d'un singolare senso di attrazione che convergeva gli animi loro a quella meretrice campestre. Quando venne Pasquale Spatocca, ci fu un universale movimento di curiosità. Si presentiva in lui il don Giovanni contadino, il villanzone arricchito per la virtù o pei vizi del padre, che si mangia tranquillamente quel poco avere senza darsi pensiero di aumentarlo, che ha trovato il modo di godersi la vita anche in campagna, riponendo il diletto sommo nel pranzo e nel vino, conquistando i favori delle maritate, accaparrandosi per l'avvenire quelli delle zitelle. Venne con quella sua giacchetta a quadrettoni, con una cravatta di lana rossa, con gli orecchini d'oro, e una catenella d'argento per l'orologio sul ventre. Era tarchiato, bene in carne, bene in colore, se bene intorno al naso una tinta rossa cominciasse a minacciare. Non pareva impacciato, e non posava da conquistatore: parlava un po' goffamente, cercando invano di dare una politura italiana al suo dialetto, ma non s'imbrogliava. Narrò con molta semplicità gli amori suoi con Mariantonia; riferì l'aneddoto dell'arsenico con le parole medesime dette al giudice istruttore. Pareva che non avesse altro da dire. Il pubblico ne era un po' scontento: si aspettava qualcosa di più. Ad un tratto il procuratore del Re, che sino a quel punto non aveva aperto bocca, gli fece domandare da quanto tempo durassero le sue relazioni con l'imputata. Rispose che erano cominciate da tre mesi dopo la venuta di Mariantonia col marito a Guardiagrele. Di nuovo fu interrogato se i suoi amori fossero continuati anche mentre Mariantonia, a notizia di tutti, aveva altri amanti, e se egli sapesse di questi ingannamenti.

Pasquale Spatocca arrossì vivamente, e accennò di no. Allora don Pietro Saraceni pregò il presidente di fare la stessa domanda a Mariantonia. Costei disse di sì. Un terzo mormorio si levò dalla folla: il don Giovanni si permutava in un volgare monsieur Alphonse in giacchetta di mollettone a quadrettoni.

Di nuovo invitato a dire la verità, Pasquale accennò di sì; ma un turbamento lo aveva sopraffatto, e la vergogna gli accendeva la faccia. Rispose a sbalzi, per lo più con cenni affermativi o negativi, non sapendo bene quel che si dicesse; e con molta fatica il presidente giunse a fargli confessare che egli, dopo una tresca di qualche mese, era tuttavia rimasto nelle buone grazie di Mariantonia, non per virtù d'amore o di denaro, ma per certo qual senso di rispetto o di ammirazione che in quella femmina destava la sua reputazione di libertino, e perché egli non le proibiva né le rimproverava i tradimenti, anzi era il suo confidente. Non era il suo amante di cuore, perché Mariantonia non ne aveva mai avuti. Mariantonia era una di quelle donne che non fanno un gran caso all'amore, come certi ricchi non fanno un gran caso delle sostanze, e cedeva senza difficoltà, con l'aria di dire: «Prendimi, se ciò ti può fare contento».

Interrogato se credeva che l'arsenico potesse essere stato dato dal farmacista, rispose di no, perché Mariantonia non aveva mai voluto cedere alle istanze dello speziale. Interrogato intorno alle cause di questa repugnanza, rispose:

«Perché rassumijave a lu marite».

Tutta questa deposizione, segnatamente l'ultima risposta, crebbe il favore a Mariantonia. Quella generosa d'amore, quella inconscia Ninon de Lenclos, cominciava ad essere avviluppata d'un'aureola romantica che concitava la fantasia dell'uditorio. Il presidente volse uno sguardo inquieto alle tribune, ma le signore oramai erano state vinte dal calore del dramma, e non sapevano persuadersi a non assistere sino alla fine. D'altra parte che altro di più osceno potevano dire i testimoni seguenti? Il decadimento di Pasquale Spatocca nell'opinione del pubblico, si converse, come l'abiezione di Giatteo Baciccia, tutto in vantaggio di Mariantonia. Due giurati che, o per spirito di contraddizione, o per iscarso senso estetico, o per zelo della giustizia, avevano sino a quel momento badato poco al dibattimento, tralasciarono di scarabocchiare di geroglifici grafici il fondo dei loro cassetti, e si misero ad ascoltare.

Seguirono altri testimoni dei due sessi, che raccontarono questo o quel fatto della vita di Mariantonia, questa o quella circostanza del delitto, che esplicarono la discordia della suocera e della nuora, i battibecchi continui, gli screzi, le scene brutali. Poi fu chiamato il parroco. Don Teodoro Cianci si avanzò modestamente, col cappello in mano, e salutò la Corte con un lieve cenno del capo. La sua bella faccia onesta spirava quasi un'emanazione di virtù cristiana: era già tutto incanutito e appassito, ma nella bocca fresca aveva un'impronta di tanta dolcezza, e negli occhi quieti raccolti all'ombra delle sopracciglia folte e imbiancate un così mite lampo di pazienza e di bontà, che bastò l'aspetto suo per purificare l'ambiente dal fluido afrodisiaco che cominciava a propagarvisi.

Don Teodoro Cianci, giurando di dire tutta la verità, null'altro che la verità, dichiarò che quel giuramento implicava per lui una restrizione, e non poteva indurlo a palesare le cose che avesse sapute in confessione. Concessogli, sedette, e con molta parsimonia di gesti, e con accento pietoso, disse che la condotta di Mariantonia era nota a tutta la popolazione di Guardiagrele, e che invano egli s'era adoperato a pacificarla con la suocera e a ricondurla sulla via dell'onestà.

«Quella donna» diceva il parroco «non peccava per perversità d'animo, o per uno sfrenato e indomabile istinto di licenza. Mancava ai suoi doveri per una sciocca debolezza di volontà e di mente, e pel predominio della gola».

A queste parole, di nuovo per tutta la sala fu un vocìo di stupore. Il dramma si allargava: una passione nuova veniva a innestarvisi. Don Teodoro fu ascoltato con un silenzio religioso. Disse:

«Questo vizio, per la miseria delle nostre campagne, facilmente vince i contadini: la scarsezza e la cattiva qualità del cibo e il soverchio lavoro eccitano il desiderio di un nutrimento più copioso e più succulento. Il contadino che per tutta la vita mangia la pizza di granturco senza sale cotta al fuoco di casa tra due lastre di ferro, che per tutta la vita si nutre di vegetali, broccoli o legumi o rape o peperoni, sogna come godimento massimo il pane bianco col sale e la carne. Così nelle nostre campagne il porco, comunque cucinato, in forma di salame o di vivanda, raccoglie in sé tutte le vaghe aspirazioni al benessere materiale. Le domeniche d'inverno la porchetta è segno e materia di letizia, e si raduna intorno nella piazza tutto il villaggio. Costei appunto si è lasciata trarre dal peccato della gola: tutti i suoi mali procedono di qui. Ella non sapeva resistere alle tentazioni, quando l'esca allettava lo stomaco. Ella non si dava, si vendeva. La cosa che più l'allettava erano i salami: ne faceva delle vere orge con Pasquale Spatocca; e questa era la causa vera de' suoi dissidi con la suocera. Perché come accade sempre, un peccato ne aveva tratto seco un altro. Mariantonia era diventata anche accidiosa, non voleva lavorare; in campagna non ci andava quasi più affatto, in casa lasciava tutte le cose in disordine, trascurava la cucina della famiglia: di qui, un'acredine perpetua». Egli aveva combattuto il male con tutte le sue forze, aveva fatto una predica sul peccato della gola; ma soggiungeva don Teodoro, levando gli occhi al crocefisso inchiodato sopra il capo del presidente, «ma la natura umana è fragile e cieca: essa non ascolta la voce di Dio che scende dall'alto, e cede alle tentazioni terrene che la lusingano dal basso».

Quindi il parroco tacque; ci fu nella folla una universal sospensione d'animo: l'aureola romantica che si era diffusa intorno alla persona di Mariantonia cominciava a svaporare. Tutti gli sguardi si conversero a lei, come per rimprovero di quel disinganno; ma ella di nuovo s'era accovacciata sulla panca ammucchiandosi in sé medesima, e piangeva con la faccia nelle mani inanellate, sbattuta dalla violenza del singhiozzo.

Intanto gli altri testimoni rischiaravano sempre più questa nuova faccia del prisma morale di Mariantonia: tutte le domande battevano su quel tasto, e le parole del parroco erano pienamente confortate da molte testimonianze. Così i signori di Chieti, i quali non sono proprietari di grandi latifondi, ma hanno una proprietà frantumaria sparpagliata in molte piccole masserie che dànno a coltivare singolarmente a mezzadria senza pensare che una famiglia di contadini non può ritrarne un nutrimento sufficiente, trovandosi a fronte di quel problema in modo tanto inaspettato, non badarono alla causa, ma davanti all'effetto furono colti da un accesso di pietà accademica. Una nuova evoluzione dell'opinione pubblica accadeva dunque in favore di Mariantonia: non era più ella una donna tratta alla colpa da un vizio brutalmente volgare, era la vittima d'una trista condizione di cose.

Così quando il lungo esame dei testimoni fu terminato, l'attenzione comune era assorta in questi pensieri, e l'esordio della requisitoria del procuratore regio si smarrì nella distrazione generale.

Costui fu secco e reciso. Era giovine, l'abbiamo detto; e nel primo esercizio dell'officio suo recava un'ardenza giovanile ed il dogmatismo rigido dell'apostolo che ha fede nella sua missione. Per lui non ci erano dubbi, né oscurità: la cosa era chiara: entro quella gabbia di ferro stava chiusa una donna, un mostro a cui un capriccio della natura volle dare una bella faccia, che fece del suo corpo il più vergognoso ludibrio, che fu macchiata dei più bestiali vizi, che assassinò brutalmente a sangue freddo la madre di suo marito. Questo era il fatto, confessato da lei, narrato da settanta testimoni. Egli dunque non vedeva né un attenuante né una scusa qualsiasi. La sua requisitoria gli pareva superflua e il verdetto dei giurati non dubbio. La decisione di quella causa era nelle mani della Corte, la quale non poteva non colpire l'accusata con tutto il rigore dell'articolo 531 del Codice Penale.

Questo discorso suscitò un senso repulsivo.

L'entusiasmo troppo austero è come il fuoco bianco, genera nello spirito di quelli a cui si vuol apprendere una specie di fenomeno sferoidale: passa senza scottare. Di più, mentre egli parlava accaddero due fatti di piccolo momento in sé stessi, ma che in quel concitamento conferirono non poco alla distrazione degli attori principali di quest'ultima parte del dramma. Uno dei giurati aveva portato seco in un cartoccio del grano, onde voleva forse vendere o comperare una partita; e per alleviare l'animo suo di mercante di granaglie dalla noia della lunga seduta, si dilettava di contare quei granelli ad uno ad uno; e già tre volte aveva rifatto il conto, quando proprio nel mezzo della requisitoria, gli si piegò il cartoccio in mano e il grano traboccò sul tavolato con un romore d'acqua cadente. Seguì un vocìo misto di risate, poi subito tornò la quiete.

Poco dopo, il presidente, il quale cominciava a pensare con qualche desiderio al pranzo che lo aspettava, fu ferito da uno spettacolo strano: il vecchio giudice che gli sedeva a destra stendeva cautamente la mano lungo l'orlo della tavola; giunto presso al calamaio del presidente lo prese, lo trasse a sé con una pazienza mirabile, e ne versò tutto l'inchiostro nel calamaio suo. Poi tolse pianamente questo, se lo calò sulle gambe, e cominciò a versare tutto l'inchiostro in una bottiglia che si teneva stretta fra i ginocchi. Il presidente, che, venuto da poco da Aquila, non sapeva il vizio del suo collega e non avrebbe mai pensato che un magistrato potesse essere ammalato di cleptomania, gli toccò il braccio, quasi per domandargli che diamine stesse facendo. Il giudice colto in flagrante aperse le ginocchia e la bottiglia cadde frangendosi sul tavolato con un fragore terribile, e di nuovo le risa e il movimento della folla soffocarono la voce dell'oratore. Così la causa di Mariantonia guadagnava sensibilmente terreno: il pubblico era tutto per lei; i giurati, stanchi della lunga immobilità e trascinati nel comune sentimento di benevolenza, volentieri sarebbero stati indulgenti. Ma come potevano negare la confessione dell'imputata? Al più potevano accordarle le circostanze attenuanti, alleviandole la pena di morte in quella dei lavori forzati a vita. Questa contrapposizione del sentimento e della legge angustiava tutta la gente.

In tale perplessità sorse don Pietro a parlare. L'unica cosa savia che fra tante sciocchezze avesse fatto Mariantonia, era stata di eleggersi quell'avvocato. Più artista che cavillatore di materia giuridica, più volentieri romanziere, drammaturgo e professore di storia, che difensore delle vedove e dei pupilli, egli recava anche alla Corte d'assise una chiaroveggenza e quasi un intuito poetico e una eloquenza calda, viva, briosa. Sino nella sua persona di gladiatore pacifico, nel suo ampio torace, nella faccia buona aveva degli elementi di simpatia e persuasione.

Nel dubbio generale, egli si alzò sereno in vista, quasi sicuro del fatto suo, sorridente. Non volle cercare attenuantiscuse al delitto: il delitto, come bene aveva detto il procuratore del Re, era , in quel vaso di vetro, in quelle interiora avvelenate, confessato dalla colpevole, narrato concordemente da settanta testimoni. L'opera dell'avvocato, come quella del procuratore del Re, era superflua. «Perciò io ho consigliato la mia cliente di non addurre testimoni a discarico. Che potevano i testimoni? Che può l'avvocato? La mia cliente ha commesso un delitto previsto dall'articolo 531 del Codice Penale: ella deve subire le pene ordinate dalla legge. E sia. Ma i giurati sono essi delle macchine di giustizia deputate a classificare i delitti nel casellario del Codice, o sono i depositari d'una missione morale superiore a tutte le legislazioni umane? Non debbono i giurati rimediare all'inevitabile rigidezza del Codice Penale, tenendo conto di tutte le sfumature, di tutte le circostanze, di tutte le modalità del delitto? Non debbono i giurati essere psicologi e artisti insieme, e discendere nell'anima dei colpevoli sui quali hanno diritto di vita o di morte? L'opera dei giurati non è simile a quella dell'artista, il quale nell'esame dei fatti e degli uomini che rappresenta trova non solo le ragioni e il modo e le conclusioni dell'opera sua, ma anche lo sviluppo e l'interpretazione sana della legge morale, cooperando alle innovazioni di quelle convenzioni morali che la società umana s'impone? Dunque, o signori, dimenticate il vostro officio giuridico, come io dimentico il mio: io sono un artista, voi degli uomini che avete intelletto d'arte: esaminiamo serenamente questo fatto morale che il caso ci ha recato davanti. E prima, io richiamo l'attenzione vostra a un argomento che per certo non è stato ancora violato dall'aria pestifera d'una Corte di assise. La morale greca, o signori, aveva per fondamento l'estetica: il bello e il bene erano inseparabili; e una cortigiana greca famosa per lo splendore della sua bellezza, Frine, tratta davanti ai giudici, fu assolta senz'altra difesa che della bellezza sua. Ora questa donna, o signori, voi lo vedete, è bellissima: un tribunale greco la rimanderebbe senz'altro libera. Ma noi, purtroppo, non siamo in Grecia; e il senso estetico si è andato rapidamente pervertendo. Io non vi chieggo dunque l'assoluzione, ma vi domando: credete che quel canone della morale greca sia in tutto falso? Credete che una donna di bellezza perfetta possa avere in sé le radici e le cause del male, possa essere affetta da una malvagità quasi istintiva? No, o signori: domandatelo alle vostre belle mogli, domandatelo alle belle signore che mi ascoltano; e tutte ad una voce risponderanno: no. Mancherebbe la ragione fisiologica del delitto, che procede assai spesso dalla coscienza e dal rancore della propria inferiorità.

Dunque il movente del delitto dev'essere esteriore e accidentale. Ricerchiamolo. Facile ricerca, poiché settanta testimoni ve lo hanno detto: l'impedimento a uno sregolato e illegale esercizio dell'amore determinato dal vizio della gola. È su questo singolare fatto fisiologico che io richiamo di nuovo e più caldamente l'attenzione vostra».

E don Pietro Saraceni, con la sua eloquenza sonora e brillante, con una serie di argomentazioni qualche volta scientifiche e qualche volta paradossali, schizzò e colorì vivacemente il carattere di Mariantonia: mostrò come in lei l'animalità predominasse, la dipinse come una bella bestia, in cui, per la felice constituzione organica, per le tristi condizioni della classe contadinesca, gli appetiti sensuali non potevano essere vinti dal freno morale. «Se non che», disse «se qualche altra causa non ci fosse, noi non potremo spiegarci come questa donna anche dominata dai suoi brutali appetiti abbia serbata una virtù relativa. Come non fu ella tratta al furto? Come non cercò di nascondere con la dissimulazione le sue consuetudini? Ella fu sempre di una sincerità strana: aveva dei confidenti, raccontava le sue avventure. Non vedete voi in questa femmina che largisce la bellezza sua con una serena indifferenza, che non ha il senso del pudore, che non ha forse neppure il senso dell'amore, che fra tanta furia di fecondazione pare destituita della potenza della fertilità, non vedete voi in costei qualcosa di strano, qualche malattia del corpo e dello spirito nascosta da quella prosperità esteriore? Sì, o signori: la colpa di questa donna non è nel cuore, è nel cervello. Gli appetiti suoi son quelli appunto dei cretini e degl'idioti: questa donna, e la sciocca ingenuità del delitto ve lo prova, è ammalata di mente. Come la maschera della favola di Fedro, è tanto bella di fuori quanto è vuota dentro. Essa dunque non ricade nell'àmbito dell'articolo 531, ma in quello dell'articolo 35».

Tale fu la tesi sviluppata da don Pietro con un colorito e con un calore e un fuoco d'artifizio di sofismi che avrebbero fatto la fortuna d'un finale d'una commedia del Dumas. Quando sedette, sorrideva come in principio, perché da tutti i punti della sala sentì le correnti d'un fluido simpatico convergere a lui. Il pubblico e i giurati erano giunti per sé medesimi alle conclusioni dell'oratore: essi cercavano una scappatoia legale, un qualche articolo del Codice che li autorizzasse all'indulgenza.

Votarono dunque, senza quasi discutere, il vizio parziale di mente previsto dall'articolo 35, e le circostanze attenuanti previste dall'articolo 684 del Codice Penale. In conseguenza, il procuratore del Re chiese cinque anni di carcere, la Corte li ridusse a tre.

Il pubblico applaudì. Mariantonia restò sbalordita, poiché non aveva bene inteso se l'avessero condannata a morte, o no. Don Pietro Saraceni incontrò per le scale della Corte l'avvocato Carusi, che lo fermò per congratularsi con lui.

«Eh, car'amico» rispose don Pietro ridendo «lu mònne è dle puttane!».

 


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