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V. MOLINI A VENTO | «» |
I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
Un giornalista morto - La critica dei quadri e delle statue - Il marchese Colombi, la marchesa Colombi e i poeti contemporanei - Le fanfaluche del dottor Verità - Un pazzo glorioso - Il giornale dei cretini e curiosi.
I.
Da che ai poeti non si dan più laure nè lauri nè, meno che mai, pensioni, la letteratura è diventata un esercizio faticoso quotidiano forzato; e il cervello umano deve giorno per giorno segregare quel tanto di poesia o di prosa che occorre a tradurre bene o male e più o meno onestamente la vita. Di qui nasce quella forma giornalistica che va a poco a poco prendendo tutto il lavoro dello spirito umano; di qui anche procede la cresciuta libertà e la dignità che da qualche secolo il pensiero stampato ha saputo conquistarsi. Da quando i riformatori e i rinnovatori dello spirito pubblico non mangiano più alle mense del re di Prussia e non sono più cavallari di casa d'Este, la letteratura è come un giovine escito di tutela. Resterebbe tuttavia a vedere se per gli scrittori non fosse meglio servir casa d'Este come cavallari, anzi che, in professione di giornalisti, tutto il popolo più vizioso e più tirannicamente prepotente. I cavallari di casa d'Este, mi pare, erano in uno stato di soggezione relativamente men duro che non sia il nostro; poichè avevan bensì l'obbligo di celebrare le glorie della casa, ma erano compensati da due grandissime libertà: libertà nei criteri dell'arte, e nella misura e nel modo del lavoro. Dovevano bensì badare alle faccende della Garfagnana, però potevano scrivere un poema di cavalleria in quanti anni volessero. Ma questo lavoro a dozzina che si fa ora, senza certezza del domani, senza speranza di altre ricompense oltre il salario pattuito, accomuna gli operai della letteratura con le meretrici vagabonde, le quali se una notte non riescono ad invescare un qualche bisognoso d'amore, il dì seguente non mangiano. E poi la libertà, non dico della politica, ma dell'arte, è distrutta. Siamo, anche in arte, sotto l'imperio delle maggioranza; e la maggioranza vile che non sa nulla, che non intende nulla, che non desidera se non cose sciocche e volgari, vuole anch'essa i suoi istrioni, i suoi glorificatori, i solleticatori de' suoi istinti o cattivi o malsani o imbecilli; e se non è contenta degli istrioni, non li paga. Ecco perchè io dico che il mestiere del cavallaro è più bello e più nobile. E poichè in noi medesimi non possiamo facilmente riconoscere le magagne, guardiamo prima in un giornalista di cinquanta anni addietro: in Felice Romani.
È un tipo perfetto di scrittore moderno: scrittore, badiamo, di grandissimo ingegno, a cui nulla mancava per correre gloriosamente questa o quella delle grandi vie dell'arte; e che, per la necessità della vita e della letteratura, dovette smarrirsi in un affannoso e vano viavai, e rifare i passi già fatti per poi ricominciare da capo, e così sempre, come il bisogno lo urgeva, come l'occasione di lavorare lo invitava. Lo abbiamo veduto scrittore di libretti d'opera, poeta lirico, novelliere. Eccolo infine critico letterario. Quando saranno pubblicati i suoi esercizi di letteratura politica e di critica musicale, avremo tutta quanta l'opera d'un giornalista, a volta a volta poeta lirico o dramatico, cronista teatrale o critico, estensore di notizie politiche e novellatore. Anche l'abate Parini fu un gazzettiere; ma allora la compilazione delle gazzette era più semplice e meno letteraria che ora non sia. E poi, il male forse già cominciava. Ora vediamo la critica di questo melodramatico.
Certo non si può dire che Felice Romani avesse grandi attitudini critiche. I suoi articoli sono d'una leggerezza, d'una, direi, inconsistenza strana. A leggerli, non dispiacciono, poichè sono scritti con una forma onestamente e italianamente piana, poichè sono sempre penetrati di buon senso, poichè sono intessuti con molto garbo; ma se voi ne spremete via tutti i fronzoli delle frasi piacenti e delle notizie più o meno utili, non vi resta in mano che il biasimo o la lode, l'affermazione o la negazione. E veramente, se crisis significa ancora giudizio, e se il giudizio nasce quando di una cosa qualche cosa si afferma o si nega, parrebbe che tutta la critica dovesse consistere di un verdetto di o non colpabilità. Se non che, sin dalla prima origine, essa ha usurpato un ben più alto e maggiore officio; e prima dichiarando e producendo le ragioni del giudizio, poi risalendo dai fatti singolari alle categorie generali, essa non si accontenta più dell'umile mestiere di giudice, ma è diventata legislatrice. Ora il Romani non si attenta mai di dettare o di dichiarare e interpretare secondo l'intendimento suo le leggi universali e immutabili dell'arte, ma esercita appunto il mestiere di giudice non senza timidezza e titubanza.
Nella lode e nel biasimo egli non è schietto e reciso mai, ma condannando concede sempre le circostanze attenuanti, e nella lode pare sempre pauroso di aver passato i confini della giustizia. Gli manca dunque la prima e più necessaria attitudine critica, che è la sicurezza nel giudicare, procedente non già da una stolta e risibile credulità nel proprio criterio infallibile, ma dalla chiara, sicura e rapidissima visione dei fatti. Il critico, come il condottiero d'eserciti offeritore di battaglie, deve avere una chiaroveggenza naturale che gli dimostri subitamente, senza dubbio e senza ombra, le cose con le ragioni e le connessioni loro; e, come l'offeritore di battaglie, deve procedere sicuramente, senza ripiegare e senza esitare. Quando ciò manchi, quando l'intuizione non sia immediata e necessaria, e difetti, in conseguenza, non dico l'ardire, ma la franchezza e la pienezza del giudizio, il critico non offra battaglie.
Di più, questa facoltà nativa non basta, quando non sia accompagnata da altre che si acquistano dall'esperienza e dallo studio. Il critico deve esercitare l'attività sua indagatrice e giudicatrice non pure sulle cose immediatamente sottoposte al suo esame, ma su tutte quelle che possono in qualunque modo avere una ideale convenienza con esse. Egli deve avere già matura nella mente una larga preparazione, e, direi quasi, un substrato critico. Non può, senza che il giudizio suo sia affatto empirico, mutabile e subbiettivo, esaminare i fatti per sè stessi, singolarmente. Fra tutte le cose della vita la relazion prima e universale è la legge di associazione: le cose per sè stesse non hanno valore, ma lo acquistano dalla coesistenza: così un colore solo non sarebbe nè il bianco, nè il rosso, nè il verde, nè il giallo, ma sarebbe il colore, e se la sensazione umana non fosse multipla, non sarebbe il colore, ma la sensazione. Così nel mondo dello spirito, ove i fantasmi dall'associazione acquistano vita, ove dall'associazione i giudizi sono coordinati a constituire la conscienza umana. Ciò al Romani manca. Egli parte dal criterio sciocchissimo che la critica si debba fare senza preconcetti, e i suoi giudizi sono tutti fondati sulla sensazione estetica. Di più, si mette in una condizione di neutralità che vorrebbe esser segno di forza, ed è di debolezza. Quando in arte cozzano intendimenti opposti, ci è di quelli che prendono con molto calore a parteggiare, altri invece se ne stanno in disparte e dichiarano che in arte le rivoluzioni sono un danno o una cosa vana, e accettano tutto, e fondono in sè medesimi quelle dissensioni. Questo fatto, quasi sempre, è indizio di non aver bene inteso quella divergenza d'intendimenti, o di non aver la forza di combattere per questi o per quelli. Può bensì esservi neutralità in arte; ma deve essere una neutralità, direi, armata. Quegli che si tien lontano dalla zuffa, deve avere degl'intendimenti suoi propri, diversi da quelli che s'urtano in battaglia, e aspettare che il combattimento cessi, e che le due parti nella prima stanchezza si fermino a riposare, per metterli in campo e farli sicuramente prevalere. Ora il Romani, che si trovò fra la lotta del romanticismo e del classicismo, non sa a qual partito appigliarsi: di qui, la memoria e lo studio del Monti e l'educazione arcadica lo traggono all'Olimpo pagano; di là, le tentazioni dell'audace scuola boreale lo sviano alle steppe del romanticismo. Ed egli, cadendo da una canzone petrarchesca a un duetto della Norma, sbigottito dal fragore della fucilata e accecato dal fumo, non vedendo bene di che si tratti e per chi si combatta, va gridando: pace, pace, pace! Nella sua critica si trovano gli ondeggiamenti che abbiamo già osservati nella sua varia poesia. A lui pare il meglio che le due parti si accordino e rechino in comune il patrimonio. Parla dunque dei combattimenti del romanticismo come di guerre civili: li deplora, e loda così i vincitori come i vinti. Insomma, per non errare, non dà torto a nessuno.
E pure, a malgrado di tutti questi difetti, a malgrado dell'inettitudine critica del Romani, io augurerei all'Italia che tutti quelli che fanno quotidianamente o domenicalmente esercizio di critica avessero quel buon senso e quel buon gusto nativo onde gli articoli del Romani sono penetrati; avessero, sopra tutto, quella coltura non profonda, per verità, ma larga e complessa, ch'egli ebbe. Egli non intese che cosa si nascondesse sotto quel fumo di polvere romantica che lo accecava; ma allora questo non era facile. Occorreva avere quella chiaroveggenza intuitiva e quel substrato critico che a lui mancava. Ma ora che il romanticismo è un fatto avvenuto, perdurante ancora, è vero, ma, nelle sue origini e nelle prime gesta, di dominio storico, è lecito scriverne senza averlo bene inteso? Ebbene, udite come lo dichiari Vittorio Bersezio, un giornalista di molto nome, presentando al pubblico d'Italia l'opera giornalistica di Felice Romani: «In Germania, donde, col carattere di lotta nazionale, prese le mosse il rivolgimento antinapoleonico, antimperialista, antifrancese, la letteratura così detta classica, prima insinuata e messa in voga dall'influenza straniera, poi importata e quasi imposta dalla conquista, rappresentava agli occhi del popolo la soggezione, la vergogna e il danno della patria. Vi si aggiunse ancora l'elemento della diversità di razza: le forme, le immagini, le idee che avevano sorriso alle menti serene degli antichi Greci e dei Latini del secolo aureo, non potevano affarsi all'ingegno più vago di complessità e di indeterminatezza, al gusto delle astruserie nebbiose, propri della schiatta germanica; tanto più che quella letteratura classica non veniva loro innanzi che in una pallida, meschina, secca imitazione, da dirsi piuttosto parodia, quale era la letteratura imperialista francese. La civiltà latina datava dall'antichità, e da questa attingeva modelli, ispirazioni ed argomenti alla sua letteratura; quella germanica dal medio evo, e in questo si propose a sua volta di andare a cercare la sostanza e la forma del suo nuovo pensiero. E così fu creato il romanticismo.»
O Rousseau, tu che pure vanti nella generazione del romanticismo qualche diritto di paternità, lo hai tu udito dalla tomba questo scovritore della poesia imperialista francese? Ma che poesia imperialista, ma che reazione antimperialista, ma che astruserie nebbiose! Povero Klopstok, povero Lessing, povero Goethe! Il signor Bersezio, con una ginnastica cronologica che farebbe fiaccare il collo al clown più esperimentato, fa di tutti costoro gli avversari di Gabriele Legouvé, delle femmine che scrivevano romanzi, e dei maschi che scrivevano drammi romantici ai tempi del primo impero!
Ma se vi scandalizzaste di così poco ai tempi che corrono, fareste ridere i polli: lo sproposito, non accidentale e solitario ma collettivo, ma segno manifesto d'una piena ignoranza di tutta la materia onde si vuol disserire o disputare o chiacchierare, è, nella critica spicciola che si fa ora in Italia, un peccato di poco momento; anzi non è quasi peccato. Poichè i giornali, segnatamente i letterari, non si possono empire di sole novelle, nè di soli versi, la critica è diventata uno degli esercizi più largamente diffusi, più facili, più grati e più proficui. E chi avrà la pazienza di seguirmi vedrà che il Bersezio, il quale del resto non fa professione di giudicatore di poesia o di prosa, in confronto di altri può passare per un critico sapiente.
II.
Aprendosi in Roma solennemente al popolo d'Italia una esposizione d'arte, era naturale che la critica dormente subito si risvegliasse per giudicare e per augurare. E già da tempo i giornali, ove le maggiori forze letterarie d'Italia si consumano per l'esercizio quotidiano e pel quotidiano attrito con la folla, bandivano e vantavano il nome dei critici: il Fanfulla quello di G. D'Annunzio; la Rassegna e il Pungolo milanese quello di F. Fontana; l'Opinione quello del barone De Renzis; l'Illustrazione italiana quello di L. Bellinzoni, scrittore del Popolo Romano; la Stampa quello di R. Giovagnoli; altri giornali, altri nomi. E appena in conspetto dei reali d'Italia la mostra artistica fu aperta al pubblico, ecco la sinfonia critica si mosse e i giudizi e gli augúri si levarono a volo, non tanto ordinati in fila per altro, quanto gli uccelli di Romolo. Sicchè la buona gente che ha l'odorato un po' grosso deve aver pensato che nel nostro bel paese la critica d'arte sia in tutto fiore, e che da ogni gleba di terra italica allo splendor caldo raggiato da ogni nuova esposizione nasca un critico armato in arcione, come dai denti del serpente seminati nascevano i guerrieri con le spade in mano. Dolce lusinga, che persuade i nostri fabbricanti di candele steariche a lasciar l'arte in braccio dei critici per badare solamente alle candele. Ma io, che non faccio il critico d'arte, nè il fabbricante di candele steariche, non posso liberarmi dal fastidio di un pensiero che mi va ronzando come un tafano nella testa: ciò che si va scrivendo da molti anni in Italia in occasione d'ogni nuova esposizione, è proprio critica d'arte o è stearica fusa in candele con molto grasso d'asino e molto scoppiettìo di lucignoli umidi?
Poi, come accade nei pomeriggi d'estate che le persone dopo il pranzo si gittano mezzo vestite sui letti, e prima una zanzara si leva con un sibilo sottile e gira intorno alla faccia tentando la carne scoperta, poi altre vengono da tutte le parti e intrecciano per l'aria un ronzìo quasi di piccole seghe che seghino i nervi dell'udito, così con quelli altri pensieri mi vengono a infastidire. Si è mai fatta in Italia vera critica d'arte? Per l'arte moderna, non mi pare. In fatto di cose moderne, accade un fatto brutto: poichè queste ricadono nell'àmbito della cronaca quotidiana, e poichè la cronaca quotidiana si raccoglie nei giornali da persone che, per l'insufficienza degli studi e per la preoccupazione assidua del presente, non hanno nessun pensiero del passato e non sanno o non vogliono guardare all'avvenire, i fatti del giorno appaiono come staccati da tutti i fatti simili che furono e che potranno essere appresso. Che cosa è mai un paesaggio del Gignous? È un paesaggio del Gignous. Che cosa è un romanzo del Verga? È un romanzo del Verga. Ma come, ma perchè, ma con quale vicenda di gloria e di vergogna il paesaggio e il romanzo si vennero via via sviluppando in Italia e fuori d'Italia sino al Gignous e al Verga? E nella storia generale del paesaggio e del romanzo quale è il posto che tocca a questi due, e quali sono le loro parentele artistiche, e quali furono i loro ascendenti, e quali presumibilmente saranno i loro discendenti? Questo la critica gazzettiera non dice; ma con più o meno di verità descrive il quadro e racconta il romanzo, con più o meno di buon gusto e di esperienza estetica ne dà un giudizio frettoloso; poi vi fa sapere che il pittore ama i gatti e i biscottini di Novara e le donnine dagli occhi verdi, che il romanziere parla poco e veste bene e conquista più femmine che il Cid campeador non espugnasse castella; e la critica è fatta. Ora, se scopo e ragione della critica non è appunto questa classificazione delle opere d'arte nel tempo e, diciamo, nello spazio, a che serve questa benedetta critica, che è in fondo una cosa seccante assai, della quale il popolo italiano proprio non vuol sapere? Forse a dar notizia delle nuove filiazioni dell'arte? Ma allora i cataloghi delle librerie e i cataloghi delle esposizioni sarebbero il meglio.
Di più, ci è un altro guaio serio: di quelli che descrivendo raccontando e giudicando, dànno notizia al pubblico delle novità dell'arte, pochissimi hanno quella esperienza tecnica che pure nella critica è necessaria. Certo, una qualche facoltà estetica tutti l'abbiamo, e proprio deve avere ammalati i nervi dell'udito chi non sente subito il verso zoppicante, e proprio deve avere ammalati i nervi dell'occhio chi non vede subito la bruttezza d'un dipinto. Ma per intendere e mostrare agli altri ciò che il verso ha in più o in meno è o non è necessaria qualche nozione di metrica? Dunque come si fa l'analisi estetica d'un dipinto senza sapere almeno gli elementi del disegno? Ora, raccogliete in massa tutti quelli che nei giornali scrivono d'arte, ed esaminateli; e se di questi due soli sopra dieci sanno gli elementi del disegno, ghigliottinatemi in piazza Navona dinanzi alla fontanaccia del Bernini con le mani legate dietro la schiena e la testa incappucciata di nero. Ma non ci è bisogno di raccozzarli tutti quanti insieme in un luogo chiuso per far quest'esame: basta, come io ho fatto, raccogliere tutti i giornali ove si discorre dell'ultima Esposizione, e leggere. Ahimè, quanto scoppiettìo di lucignoli e quanto grasso d'asino squagliato nella prosa!
Morto il Selvatico, in Italia che abbia una competenza sicura in fatto d'arte non ci è che Camillo Boito e, per la pittura, il Massarani; ma anche al Massarani e al Boito molte cose mancano, che pur sarebbero necessarie: manca quella sottigliezza di amatore intelligente che molti, per esempio il Gautier, ebbero ed hanno in Francia; e manca il sistema. Ora, poichè la critica è appunto un'opera di ordinamento e di comparazione delle varie produzioni dell'arte, la prima necessità è appunto il sistema; è appunto un complesso organico di criteri inflessibili che guidino quest'opera ordinatrice per modo, che tutto il lavoro d'un intelletto giudicatore sia come una massa omogenea. Anche nel Massarani e nel Boito questo manca: essi non si fanno trarre solamente dalla sensazione estetica o, come si dice bruttamente, dall'impressione, ma dei criteri certi li hanno, non però coordinati armonicamente in un accordo unico, disseminati e come isolati nella mente, e a volta a volta concordi o discordanti. Di più, la consuetudine degli incarichi officiali ha corretto questi criteri per modo che la critica del Boito e del Massarani ha sempre una certa sembianza più di rapporto al Governo che di giudizio d'una mente libera e imperiosa. Ma questi due dell'Esposizione romana non hanno scritto; hanno scritto bensì molti, dei quali io tengo raccolte dinanzi a me le scritture in un fascio di giornali, e leggendole mi sentivo dentro molti impeti di pietà e di riso, tanto la miseria è grande.
Volete che vi parli del signor Bellinzoni? A che serve? Egli è altrettanto noto nel campo della critica pittorica e scultorica, quanto il suo collega Canori in quello della critica musicale. Basterà citare una definizione dell'arte, con la quale egli cominciò un articolo sulla Battaglia di San Martino del Cammarano: «La missione ideale dell'arte è di ricordare, di tramandare ai posteri i grandi fatti che onorano l'umanità.» E allora il Cesare di Ettore Ximenes non è un'opera d'arte, e nemmeno è un'opera d'arte il Voto di F. P. Michetti, poichè nè l'assassinio del dittatore nè quel costume barbarico fanno onore all'umanità. Ma lasciamo stare il signor Bellinzoni: a lui forse giova di porre come cardini della sua critica criteri così allegri; se no il Popolo Romano e l'Illustrazione Italiana non pubblicherebbero i suoi articoli; e piuttosto occupiamoci del nostro amico G. D'Annunzio, nel quale le signore di Roma salutarono un nuovo e meraviglioso critico d'arte.
Il nostro amico D'Annunzio si è buttato alla critica di botto, come i fantasmi che scorrono la sua lirica si buttano nel mare. Guardate: di quella mirabile tavolozza che abbagliò tutta l'Italia, non gli resta se non qualche vescichetta di verdemare e qualche pezzettino di inchiostro chinese, e la sua prosa, come della trobadoria sicula dice il Carducci, pare il balbettare infantile della decrepitezza. Peccato! Ma il caso non è disperato, perchè Gabriele è così giovine e ha tanto ingegno, che riescirà, ritemprato da nuovi studi, a tentare nuove forme dell'arte. Intanto io, che scrivo queste cose di lui col dispetto doloroso d'uno che vegga traviare un fratello e non giunga a fargli intendere la voce della ragione, leggendo i suoi Ricordi francavillesi ripensavo al padre Bartoli che scrisse una storia della Compagnia di Gesù con una prosa così folta d'immagini e così calda, che quella di Gabriele in confronto è una cosa scialba; e mi persuadevo che la dismisura in prosa, come in poesia, è il maggior segno di povertà. Questa povertà, pur troppo, il D'Annunzio la mostra chiaramente nella critica, ove pare un uomo sprofondato fino al petto in un pantano, che si sforzi vanamente con le braccia e con le gambe di liberarsi dalla melma; e più s'affatica, e più affonda. Dopo aver rimescolato con una rabbia frenetica tutte le vecchie vescichette di colore in un articolo di ricordi francavillesi, ove forse voleva mostrare l'ambiente nel quale l'ingegno del Michetti si maturò, cominciò nel Fanfulla quotidiano e domenicale una serie di articoli, ove invano tentò di coprire col frascame e coi capricci della fantasia la miseria dell'analisi e la insufficienza della coltura artistica e la incertezza dei criteri; ove l'abitudine del colore ogni tanto, per necessità, riappare; ove non ci è altra cosa che descrizione, descrizione, descrizione come nelle poesie liriche, come nelle novelle. Ora, nella critica d'arte, la descrizione è forse l'ultima cosa; se ciò non fosse, anch'io farei della critica d'arte; e quando in dodici colonne di giornale non si è riescito a cogliere e a mostrare l'aspetto generale di una esposizione, le varie inclinazioni d'arte che vi appaiono, le connessioni di queste prove con le prove anteriori; quando non si classificano ordinatamente tutte le forze che concorrono a questa mostra, e non si confronta questo momento dell'arte moderna con gli altri momenti dell'arte moderna; quando non si sa risalire dall'ultima manifestazione via via su per la storia generale dell'arte, allora le descrizioni fatte di strofe stemperate nel verdemare, ove le incertezze tecniche si nascondono nei viluppi della frase, ove l'ignoranza si ripara con le graziette leziose del raccontino, possono piacere alle signore, ma fanno pena a chi per rispetto della critica e dell'arte non vuol fare critica d'arte.
Una sola volta il D'Annunzio ha avuto qualche barlume critico, ed è stato a proposito del quadro del Michetti; ma anche questa volta, dio, quanta miseria! Egli che ha visto il quadro nascere sulla tela; egli che ha udito le prime osservazioni fatte dai primi che lo videro, non ha inteso che, volendo scriverne, la questione prima e più importante da porre era questa: perchè il Michetti non lo ha finito? Non per difetto di tempo solamente, perchè la tela è così grossa che la fattura non avrebbe mai potuto essere tanto perfetta quanto è negli studi. Ci è dunque una ragione d'arte in questo sacrifizio che il pittore ha fatto della forma esteriore al concetto; una ragione che forse il Michetti sente istintivamente, e che il critico, per l'esame dei fatti consimili, per la contemplazione delle leggi universali dell'arte, dovrebbe esprimere. Forse in pittura fatti consimili mancano; ma non mancano forse nella scoltura, e certo nelle arti letterarie ce n'è ad esuberanza. Per esempio, un critico di qualche acume in conspetto del quadro del Michetti non avrebbe dovuto rammentarsi di Shakespeare? A me pare di vedere in quel quadro, nell'ammucchiamento della folla come di masse corali, un movimento shakespeariano; e poi la temerità della scena selvaggia, e certe audacie lineari, come la curva della donna che allontana da sè il penitente deviato, e certi subitanei scatti lirici in mezzo alla universale intonazione epica, come il bambino biondo dagli occhi azzurri e quella unica ammantata di nero che par fiorita dalla mente di Dante prima dell'esilio, e la piena del sentimento che trabocca oltre la cornice, e quel signorile disprezzo della fattura e del piccolo che ha persuaso a lasciare in abbozzo un tanto quadro un pittore che ha saputo far quegli studi, non trovano un riscontro se non in Shakespeare. Raccontare come il quadro sia nato è poco, specialmente quando accanto al quadro sono esposti, visibili a tutti, gli studi; descrivere il quadro è una vana velleità bambinesca, segnatamente quando esso è dipinto dal Michetti; dire che la rivoluzione pittorica nello spirito del Michetti è nata dallo spettacolo di quella scena barbarica in una chiesa di Migliànico, è una volgarità. Come? Lo spettacolo d'un fatto umano abbastanza comune induce un artista come il Michetti, il quale aveva già corsa gloriosamente tutta una lunga via, a pigliarne d'improvviso un'altra tutt'affatto opposta, a gittare la sua tavolozza antica e gloriosa alle maree dell'Adriatico per una tavolozza nuova, a mutar tutto, materia, criteri d'arte, inclinazioni, e tutto in un momento? Non mi par serio. Molte cose hanno dovuto concorrere a questo mutamento; e molto il Michetti ha dovuto pensare studiare osservare cercare, prima di trovare il motivo ch'egli ha espresso così stupendamente. Questi pensieri, questi studi, queste osservazioni, queste ricerche un critico serio doveva dire; e il D'Annunzio avrebbe potuto farlo meglio d'ogni altro.
Ma un'altra cosa c'era da fare, e più importante, forse, di tutte. Oramai non ci è nessuno che non riconosca nel Michetti uno dei maggiori pittori moderni; tanto questo è vero, che i critici in genere dicono egli non rassomigli a nessuno, nè antico nè moderno. E questo sta bene. Ma nella storia dell'arte al Michetti tocca un posto. Ora non dovrebbe essere officio precipuo della critica definire questo posto? Il giudizio intorno a un artista non è pieno e sicuro senza una determinazione certa della sua opera; e la critica intorno al Michetti non sarà mai una cosa seria, se non si dà un'occhiata alla pittura antica e all'altra pittura moderna dell'Italia e delle altre parti d'Europa.
Se no, le osservazioni isolate non avranno che un valore subiettivo, non saranno che il risultato delle sensazioni estetiche più o meno corrette da una maggiore o minore esperienza tecnica. E questa esperienza tecnica manca al mio amico D'Annunzio e a quasi tutti quelli che scrissero della ultima Esposizione. Manca a Ferdinando Fontana, il quale racconta una brutta storiella, poi in fine dice: «questo il pittore N. ha stupendamente rappresentato nel suo quadro;» e la critica è fatta e servita calda al pubblico. Manca al mio Ettore Gentili, il quale nel Bersagliere dice delle cose pazze, con una grande prosopopea di critico consumato nel mestiere: dice, per esempio, che nel quadro del Cammarano appare un gran talento di rapportista, mentre tutti quelli che s'intendono di pittura pretendono il contrario; dice poi questo: «Ora tu vedi non più il quadro di Michetti, ma il tuo. Durante questo passaggio dalla repulsione alla convivenza, amico lettore, l'evidenza di certe parti ti diede la possibilità di completarle imaginando le altre; i tuoi ricordi, la fantasia, il sentimento ti aiutarono a vedere il vero attraverso il falso, a sceverare ciò che in questo quadro vi è di visto e reso da ciò che è soltanto imaginato e voluto: la sostanza dalla facitura; sei giunto dalla convenzione alla realtà; così come Michetti è giunto dalla realtà alla convenzione.»
Ora, per quanto io mi sforzi ad adottare questo sistema mentale di lenti convesse e biconvesse, non giungo dalla realtà a questa convenzione, che il mio amico Gentili sia un critico d'arte più forte di me. Infatti, lasciando da parte la bizzarria17 e la freschezza della dicitura, mi pare che il mio amico Gentili abbia preso, o voglia lasciar prendere agli altri, lucciole per lanterne. Nel quadro di Michetti la convenzione o il falso o il diavolo che si porti il mio amico Gentili? Ma se tutti quelli che hanno nervi dinanzi a quel quadro se li sentono tremare nel corpo, per l'orrore dello spettacolo! E poi, il Gentili non ha badato a una cosa: alla dualità del sentimento che scoppia in quel quadro. Guardate la folla: è placida, è inconscia come un bestiame nella stalla, contempla, dice le preghiere latine che non intende; guardate quelli che compiono il sacrifizio o che lo hanno già compiuto: sono squassati dalla ferocia della fede. Quando mai il mio amico Gentili ha trovato in un quadro il sentimento umano colto più veramente ed efficacemente? Nè anche il signor Cesare Olati, che fa la critica nella Lega della Democrazia, ha inteso questo dualismo, e pochi altri, parmi, lo hanno inteso: eppure io credo che l'eccellenza di questa opera d'arte stia, in molta parte, là.
Ma lasciamo i critici, nessuno dei quali, per esempio, ha pensato dinanzi al quadro del Michetti a tutta quanta la nostra lirica religiosa, che, con le compagnie dei flagellanti, si diffuse in due secoli per l'Italia, radicandosi in ogni sacrestia, rinascendo in ogni confraternita con polloni nuovi. Un critico di qualche serietà, prima di scrivere, avrebbe riletto molte laudi spirituali; poichè mi pare officio necessario della critica ricercare e dichiarare come certi fatti della vita siano espressi nelle varie forme dell'arte, nello sviluppo del tempo. Ora il fatto espresso dal Michetti rientra appunto fra le pratiche buddhistiche entrate nell'esercizio della fede cristiana; e poichè, nei primi secoli della nostra vita letteraria, da quelle pratiche prese le mosse tutto un grande impeto lirico, sarebbe utile rileggere Jacopone da Todi dinanzi al quadro del Michetti.
Ma lasciamo correre. In Italia, già, le cose si fanno tutte così. La critica letteraria non è altro di meglio o di più che un bollettino bibliografico; la critica d'arte è una conversazione estetica più o meno noiosa, da quella del d'Annunzio che chiacchiera con una signora, a quella del deputato Giovagnoli che predica ad un sindaco. Poichè l'empirismo affoga l'Italia, signori e signore, facciamo una cosa: chiudiamo bottega di critica, e andiamocene in piazza a rizzare i carrettoni con le boccette degli elixir. Tanto, siamo una folla di cavadenti.
E dacchè siamo qui a dimostrare in conspetto dell'Italia i cavadenti della critica, eccovi il peggiore di tutti: un criticastro verde come un ramarro per l'esuberanza della bile, e macchiato in faccia dai segni d'una singolare malattia di fegato.
III.
«Dal tronco d'Isai nascerà un germoglio, e dalla sua radice un ramo; e sarà in lui lo spirito del Signore, etc.»
Cito solamente la prima strofe, perchè le altre parlano quasi solamente di bestie che non possono esser di molto interesse pel lettore, quando si parla del marchese Colombi. E cito questa strofe d'un carme profetico d'Isaia per la venuta del Messia, perchè rassomiglia stranamente a certa prosa del signor Eugenio Torelli-Viollier, ch'io chiamo il marchese Colombi perchè è marito dell'amabile novellatrice nota col nome di marchesa Colombi. Veramente la prosa del signor marchese è lontana della poesia biblica, quasi quanto la prosa della marchesa è lontana dalla perfezione; ma a questo argomento ritorneremo in sèguito. Prima, c'è qualche cosa d'altro a dire. Il marchese Colombi è andato seminando per le glebe infeconde del Pungolo della domenica una sua cicalata spropositata, e noiosetta, e pesantuccia, e sminuzzata in molti paragrafetti, come i commentari De bello gallico, intorno al Carducci e ai poeti contemporanei. Veramente tutto il discorso si aggira intorno al Carducci, e gli altri poeti contemporanei non si sa quali siano, poichè il marchese Colombi ne nomina uno ogni tanto, come per gittare un tartufo sopra un pasticcio di fegato d'oca. Ma lasciamo andare; se no, dieci pagine almeno di questo libro si dovrebbero empire di tartufi di pasticci e di fegato d'oca; però che il marchese Colombi sia sempre quel bestione faceto che tutti sanno; e così parlando dal palcoscenico, come scrivendo nei giornali, egli è la sola creatura veramente comica del nostro teatro contemporaneo.
Chi volesse classificare il marchese Colombi, si troverebbe imbarazzato. Infatti, una qualunque classe, o famiglia, o genìa critica per lui è difficile trovare, poichè egli non è nè della stirpe del chierichino, nè di quella del professore, che il Carducci celebrò con un umorismo tanto sanguinosamente italiano. Dove dunque collocheremo il marchese Colombi, che da qualche tempo è stato colpito dalla pazzia melanconica di far della critica? Ecco, mi pare che il posto suo veramente sia tra i mariti delle grandi attrici. Li conoscete? Stanno al botteghino, e sopraintendono con una prosopopea maravigliosa alla vendita dei biglietti; e, quando l'occasione, per non escire dalla bella imaginazione ariostesca, porga i capelli, li afferrano, e dicono corna delle altre grandi attrici e anche dei grandi attori, se bene non facciano concorrenza alle mogli loro.
Quale titolo ha il signor marchese Colombi per poter parlare di poesia? Forse la licenza liceale? Forse la licenza ginnasiale? Io per me, sino a prova contraria, nego; e nego che un critico possa presentarsi al giudizio della gente con minori titoli di un aspirante al posto di vice-segretario nel Ministero di agricoltura e commercio. Forse un romanzo intitolato da Ettore Caraffa? Ma lasciamo stare i romanzi, poichè di questa debolezza giovanile del marchese Colombi forse in Italia mi rammento io solo, e io non voglio recar dolori alla gente quando posso farne di meno. E poichè tutta la gente ha dimenticato in Italia che il signor marchese Colombi, quando era un filisteo della casa Sonzogno, ha fatto di tutto, anche, meminisse horret, dei romanzi storici, perchè dovrei rinnovarne io la memoria? Io non sono maligno e vendicativo come il marchese Colombi; e certi delitti giovanili li lascio nascondere dalla ruggine del tempo. A che serve? ripeto: l'Italia, per brutte che siano le nuove commedie italiane, è pur sempre la patria dei comici. Solamente non andateli a cercare nel commendatore Pietriboni o nel signor Emanuel: i comici veri sono questi burloni che scrivono di critica poetica senza saper nemmeno gli elementi della metrica. Non è vero, marchese Colombi? Le academie si fanno o non si fanno; e così pure le commedie, in nome di Dio!
Questo nuovo marchese dice cose che farebbero rabbrividire il marchese vecchio; dice, per esempio: I nostri versi, grazie a tutte quelle licenze, quelle forme convenzionali, di cui ho trattato negli articoli precedenti, sono facilissimi a fare, e tutti ne fanno.» Costui è matto. Come: la nostra metrica è facilissima? Ma che cosa vuol dir questo? E qual'è la metrica difficile, e quali sono i versi difficili? Sinora, la facilità e difficoltà del poetare sono state cose subiettive, e procedevano dalla maggiore o minore attitudine poetica del poetante. Ed ecco, il marchese Colombi le scopre nel metro, o, come dice lui, nel verso. Salute, o marchese, e che Dominedio vi conservi la vena comica! Ma non basta, perchè se questa non fosse una scioccheria insensata, sarebbe un grandissimo sproposito. Ha mai letto il marchese Colombi un libretto di Dante intitolato De vulgari eloquio? Ci è una parte che tratta appunto della metrica nostra, con una competenza maggiore assai di quella dimostrata dal signor marchese negli articoli precedenti; e ci vuole molta pazienza e anche un po' d'ingegno per raccapezzarsi in mezzo a quella difficilissima architettura e a tutti quegli artifizi della poetica volgare. E il marchese Colombi ci viene a dire che i versi italiani sono facilissimi. Ma forse egli non intende il latino, e non ha potuto leggere il De vulgari eloquio. E allora poteva ben leggere il libro del Böhmer sulla poetica dantesca. Ma forse egli non intende nemmeno il tedesco. E allora, in nome del diavolo, sapesse almeno l'esposizione che fece il D'Ovidio del libro del Böhmer! Dove dunque ha egli studiato la metrica prima di scrivere di metrica? Egli dice che i versi italiani sono facili; e forse in fondo non ha torto; tutto in questo mondo può esser facile, anche la prosa quando si scrive come la scrive il marchese Colombi, anche la critica quando si fa alla maniera del marchese Colombi.
Dice poi il teorizzatore: «Gli uomini più grandi, quelli che sembrano quasi divini, hanno la loro parte terrestre. Ognuno ha in sè un demonio che lo schiaffeggia, ognuno sente in sè - come ha cantato Arrigo Boito - un demonio in contrasto con un angelo. Povero colui il quale si meraviglia che Leopardi, negli ultimi anni della sua vita, fu avaro e maligno, e che Musset fu cinico. Quando scrissero i loro versi, parlava in loro l'angelo, ed a noi basta sapere, per chiamarli poeti, che in quel momento erano quali la poesia, la loro poesia li mostra.»
Questa teorica, ho detto, è mezzo platonica e mezzo romantica. Dice infatti Socrate nell'apologia platonica, che egli ha dentro di sè un demonio inspiratore, onde move ogni atto dell'animo suo. Solamente il demonio socratico è meno villano del demonio colombesco, e non schiaffeggia nessuno. Di più, mentre il demonio del marchese è la parte terrestre del poeta, quello socratico ne è per contrario la parte divina; e nell'apologia medesima dice Socrate, che avendolo l'oracolo di Delfo designato pel più sapiente degli uomini, egli volle avere una riprova della verità dell'oracolo; e prese a paragonar sè stesso con tutti quelli che godevano reputazione di sapienza. E cominciò dai poeti. Ora, dice Socrate, subito vidi ch'io ero più sapiente di loro, poichè quelli non fanno con conscienza quello che fanno, ma per impulso naturale e come farneticanti a guisa degli indovini.
E una cosa poi manca nella teorica socratica, che si ritrova invece in quella del marchese Colombi: l'angelo. Quest'angelo è d'importazione moderna, e basta guardare a' suoi grandi occhi turchini e alle penne azzurre delle ali, e al lembo di camicia che gli esce dall'apertura dei calzoni, per riconoscere in lui i segni del romanticismo. Sì: quest'angelo del marchese Colombi è di quel grande stormo di pennuti angelici, a cui diede il volo il romanticismo, e che empirono il cielo d'un grande starnazzamento di ali. A poco a poco essi fuggirono di là dalle nuvole, cacciati dal fumo e dal puzzo d'olio e di carbon fossile onde l'industria moderna va appestando la terra; e solamente qualcuno ne restò indietro, non per amore delle figlie degli uomini: qualche povero angelo spennato a cui mancò la forza pel gran viaggio. Ora il marchese Colombi ne ha preso uno, e lo ha cacciato nello stomaco del poeta, insieme con un tristo demonio schiaffeggiatore.
Così popolato l'interno del poeta, è chiaro che la poesia, nella mente del marchese Colombi, sia un che di fantastico o di sovrumano o di ineffabile; e veramente egli ne parla con certi suoi aforismi che paiono responsi della Sibilla: «Non c'è poesia se non c'è originalità, perchè non c'è originalità se non c'è sincerità.» Non vi pare di sentire: Ibis. redibis. non. morieris. in bello? E pure, per chi sappia in qualche modo interpretare i sogni e gli oracoli, l'aforismo del marchese Colombi è chiaro o, almeno, è originale. In fatti, per giungere ad enunciarlo con una faccia tosta tanto ammirabile, è necessario, per lo meno, non sapere di che consista, come nacque, onde derivò tutta quanta la poesia latina; e, confessiamolo, gli uomini che a questi chiari di luna si mettono a definire la poesia senza sapere nemmeno un'ode d'Orazio, anche in Italia son pochi. Il marchese Colombi vuole che la poesia sia, quanto al contenuto, sincera; e afferma che se si potesse provare che Silvia e Nerina non vissero mai, il Leopardi diventerebbe di punto in bianco, un retore e un rimatore. Or non avevo ragione io di dire: quest'uomo è un pazzo?
Pazzo o mattoide, come più vi piace, e rassomigliante assai a quei poveri mentecatti, dei quali il cervello è come preso nella morsa d'una fissazione che sconvolge tutto il naturale movimento del loro spirito. Il marchese Colombi vuol dimostrare che il Carducci non è un poeta moderno; e questa fissazione gli turba per modo le funzioni della mente, che lo costringe a fabbricare tutta una teorica poetica nell'anno di grazia 1883, dopo duemil'anni e più di poesia tra greca, latina e neolatina. Or che ci volete fare? Ci è più d'un pazzo che si crede Dominedio e vuol creare il mondo: il marchese Colombi vuol definire adesso la poesia. Lasciamolo stare: queste infermità si curano col riposo. Solamente, si proibisca al marchese Colombi di nominar Dante. Vade retro, Satana! Indietro, marchese: non contaminate il sacro nome di Dante, e non cercate di gabellare per sue le vostre fantasticherie sulla sincerità poetica e sull'originalità. Dante ha ben detto quale sia il suo sistema poetico: Dante dice molto chiaramente che il fattore primo e la caratteristica della poesia nuova, dopo Guitton d'Arezzo, è l'imagine; e molto chiaramente dice che gli esemplari debbono essere Virgilio e Stazio, e gli altri poeti latini. Ma perchè discorrere di queste cose al marchese Colombi? Se non ha letto nemmeno Dante, che gli posso fare io? Se egli cita Io mi son un che quando, e non sa nemmeno che Dante ha scritto il Convito, che gli posso fare io? Il meglio sarà di lasciarlo teorizzare: il riposo gli farà bene. E veniamo alla profezia.
La quale, come ho detto in principio, rassomiglia stranamente all'undecimo carme d'Isaia; solamente non è scritta in quattro strofe di sei settenari con gli accenti tutti nelle sedi pari, come nel testo biblico, ma è stampata in mezza colonna di prosa, come nella vulgata: questa volta dunque il materiale poetico passando dall'Oriente in Occidente non ci ha guadagnato, e si è aggravato di certe incrostazioni mezzo tra polemiche e dimostrative, che ne guastano la bella e bestiale semplicità. Dice infatti il marchese Colombi che la poesia non è morta e che il poeta dell'avvenire verrà; e sarà un uomo interamente moderno, e nella sua poesia metterà tutta la vita moderna, senza sdegnarne le funzioni più umili, i fenomeni più apparentemente insignificanti. Questo poeta avrà natali umili, e apparirà nelle colonne d'un giornale, fra il bue dell'articolo di fondo e l'asinello della cronaca cittadina. Saprà parlare ai grandi ed ai piccoli, la sua poesia sarà carne della carne e sangue del sangue del suo tempo. Questo poeta verrà certamente; è ora forse sui banchi del liceo, è forse un piccolo di stamperia, è un artigianello frequentatore delle scuole serali: è necessario ed inevitabile: verrà: preparate le vie del Signore.
E fin qui, niente di male. Secondo la teoria del marchese e secondo quella di Socrate, i poeti e gl'indovini e i pazzi molte parti hanno in comune, e la profezia del marchese può forse far ridere chi non ha letto tutta la sua lunga tiritera; ma io ho riso tanto in mezzo a tutto quel fascio di ingenuità primitive e di spropositi incredibili, che il carme profetico mi pare quasi bello e spiritoso. Ma il guaio serio è che il marchese non si è accontentato di predire; ha voluto anche motivare la predizione, e ha accusato non solo il Carducci, ma anche me, di aver condannato a morte la poesia.
Ma proprio quest'uomo è pazzo? Il Carducci ha detto una volta, e il marchese cita le sue parole, che «la poesia oggigiorno non è più nè un elemento di civiltà per la nazione, nè un bisogno estetico della società, nè istrumento di rivoluzione o mezzo di rinnovamento; ella, salvo qualche volta o più volte il dramma e il romanzo, è tutta individuale.» Oggigiorno, dice il Carducci, e lo dice in uno di quei momenti di stizza o di pietà, dai quali chiunque abbia qualche rispetto dell'arte non può esimersi vedendo la sciocchezza l'ignoranza la ciarlataneria predicare alle turbe con una maravigliosa sfacciataggine di su le colonne d'una gazzetta. Oggigiorno, dice dunque il Carducci; e non domani. Chi può dire quello che sarà domani? Può essere che le cose precipitino a ruina, e può anche essere che vadano un poco meglio, se le teoriche poetiche del marchese non prevalgano, e se i critici prima di teorizzare leggano almen Dante. Il Carducci non si sente invasato dallo spirito profetico, e lascia al marchese Colombi le profezie. E anch'io lascio al marchese le profezie, e non ho mai condannato a morte la poesia. Ma quanto a me il marchese Colombi è d'una severità spaventosa. Egli mi avventa passando, in una specie d'inciso, una botta non saprei se di punta o di taglio, e dopo avere contro ogni buona regola grammaticale scritto il mio cognome con l'iniziale minuscola, afferma categoricamente che la mia critica è guidata da questo ragionamento: «Io non sono poeta, dunque la poesia ha fatto il suo tempo; non sono romanziere, dunque il romanzo è una forma esaurita dell'arte.»
Dove diavolo il marchese è andato a pescare codeste fanfaluche? O bella! E se, per fargli dispetto, mi saltasse il ticchio di scrivere un romanzo, o un canzoniere, o una epopea, o un poema eroicomico? Vorrebbe forse impedirmelo il signor marchese? O che vi sarebbe di strano, quando persino lui ha pubblicato qualche cosa, non so più bene che cosa? Io dunque non riescivo ad intuire la causa di questa botta falsa; e proprio concludevo nel mio pensiero che il marchese Colombi sia oramai rimbambito, quando mi è ritornata nella memoria una cosa: mi son rammentato che una volta ho detto male di un romanzo della marchesa Colombi. Il marchese Colombi è marito della marchesa: dunque sarebbe questo un atto di cavalleria coniugale? Dunque il marchese Colombi rientrerebbe nella categoria critica che io ho paragonata a quella dei mariti delle grandi attrici? E viva allora il marchese Colombi! Già, il marchese Colombi, nato in una commedia, non può fallire alla sua natura comica; e così quando scriveva articoli di mode con un nome femminile, come ora vendendo al suo amico Fortis bugie e buffonerie, è un che di mezzo tra il padre nobile e il pantalone. Diamine! Le accademie si fanno o non si fanno.
Se non che, sono state queste le ultime bugie e le ultime buffonerie che il povero marchese ha vendute a buon prezzo al suo amico Leone. - Però che quando già si apprestasse alla pugna, contro i poeti contemporanei18 e contro di me che non sono stato mai un poeta contemporaneo, se bene, se la profezia del marchese non sia fallace, ho molta speranza di esserlo una volta o l'altra, quando, letta moltissima prosa del mio amico Arnaldo Vassallo e digeritala, una nuova materia e una nuova forma poetica sorgeranno nell'anima mia, - qualcuno gli ammaccò un occhio con uno scapaccione.
Ben fatto, per Dio! I poeti contemporanei sono stati ben vendicati, dovrei gridare se fossi quel posatore d'antropofagia che dice il dottor Verità. Ma io sono meno feroce assai di quanto alcuno creda, e della sventura toccata al signor Torelli mi duole sinceramente come d'una mia propria: anzi molto di buon animo avrei sopportato dieci scariche del suo tristo umore, se questo avesse potuto salvarlo dalla bestiale violenza di quel dentista che l'ha aggredito. Però il Pungolo della domenica può bensì perdere il Torelli, ma il vizio di spropositare non mai; ed ecco papa Leone Fortis, il Telamonio, sorgere al posto dell'Oileo abbattuto da un pugno.
Pare impossibile! Dominedio li fa, e il Pungolo li accoppia!
IV.
Leone Fortis venuto a Roma per guarire da tutti i suoi mali il teatro italiano, se ne ritornò a Milano ammalato egli stesso d'una tremenda malattia, che i medici meneghini non seppero se chiamare abruzzofagia o abruzzofobia. Ritornò a Milano, e si mise a urlare sotto gli squallidi colonnati del Pungolo domenicale che l'Abruzzo ha invaso Roma, e che la colonia abruzzese accampata in Roma ha aperto in piazza Colonna una beccheria di lupi e di femmine nude e d'altre simiglianti porcherie. - Se voi li vedeste - dice il pio Leone alla platonica compagna de' suoi colloquii, tenendosi amabilmente, a volta a volta, ora il piè sinistro nella mano destra ed ora il piè destro nella mano sinistra; - se voi li vedeste questi giovinetti barbareschi e selvatici che vendono carne di Yella e fegato di Lalla e squartano ogni mattina un autore illustre per mangiarne la coratella! Sono piccolini e magrolini e graziosini e dolci come fondants; e non puzzano di bestie macellate. Ma sono tutti stillanti e odoranti di acque nanfe e di cedronella e di opoponax; e fingono di essere così selvaggi, l'uno per serbarsi il favor delle dame e l'altro per desiderio di acquistarselo o per dispetto di non poterselo acquistare. Essi hanno trovato una posa nuova, in poesia e in critica, ed è la posa della bestialità, della butterità, della ferocia, la quale corrisponde a puntino alla posa cascante, pastorelleggiante, bonboneggiante dell'Arcadia antica. Essi non s'accorgono che la loro critica e la loro lirica sono in contrasto assoluto con la loro costruzione fisica.
Tale, su per giù, il ragionamento capzioso che il dottor Verità fece nel Pungolo, per dimostrare che Gabriele D'Annunzio ed io ci affatichiamo ad ingrossar la voce, e facciamo della poesia e della critica spacconesca pe'l desiderio di parere quel che non siamo, una coppia di selvaggi in giro per le fiere di campagna, mostranti all'ammirazione della gente la faccia tinta col nerofumo, e una finta capelliera lanuta, e certi denti posticci acuminati; e guardantici ogni tanto in cagnesco con molte smorfie per far ridere la gente.
Ora il dottor Verità, quando siede a confabulare con quel piede in mano, è un retore non dispregevole; e girando il discorso con una bella abilità di chiacchierone, e cucendo insieme molti aforismi e molti epifonemi e molti sofismi con qualche opportuno sproposito, e, ove occorra, con una o due piccole bugie, tesse una teorichetta critica argutella e chiacchierina, da deporre sul tavolino da lavoro della signora che ha la pazienza di ascoltarlo da tanto tempo. Ve ne ricordate? Era il tempo delle Odi barbare, e il dottor Verità, per creare una ostilità al Carducci, prese a catechizzare quella buona signora. Fece un giro largo, parlò della poesia latina, dei tentativi barbarici del Seicento, della Sehnsucht, della Weltschmerzesdichtung, della necessità melodica in Italia, del sentimento italiano, delle tradizioni italiane, di Dante, di Leonardo da Vinci, di Giovanni Prati, di Paolo Ferrari, dei trovadori e del Porta. E tante ne disse, e tanto diluì in un fiume di parole argomenti e argomentazioni e sfarfalloni, che la compiacente signora, guardandolo con un'aria tra di stanchezza e di compassione e di ammirazione, stava per cedere. Se non che, il dottore Verità volle avere troppo pieno il trionfo; e per abbattere nella sua colloquitrice le ultime repugnanze della ragione, ricorse a un mezzuccio volgare e pericoloso, onde i teorizzatori dovrebbero sempre rifuggir con orrore. Persuaso egli stesso, forse, volle confortar la teorica con un esempio; e disse: - Per esempio, cara signora, se qualcuno volesse acclimatare il sonetto nella poesia francese, darebbe un sicuro segno di pazzia; poichè la natura francese e la lingua francese e le tradizioni francesi repugnano dal sonetto, come....
Per mala ventura, la signora aveva sul tavolino da lavoro un libriccino poetico di Teodoro Vibert, intitolato Dizaine de Sonnets; e subito guardò il dottore con un'aria di angoscia interrogativa.
- Dottore, e Coppèe, del quale voi mi avete parlato tante volte? E Victor Hugo, e Lamartine, e Baudelaire, e Musset, e tutti quanti i poeti francesi sino a Ronsard non hanno scritto milioni di sonetti, endecasillabi ed alessandrini?
Il dottore restò sbalordito, e non disse più verbo. Peccato! Aveva costruita una così carina teorichetta barbarica, tutta di cera vergine, con due capocchiette azzurre di spillo nel luogo degli occhiettini, con una ghirlandetta di carta dorata sulla fronte, con due ramettini di palma nelle manine piccoline!
Questa volta, dubitando di qualche sdrucciolone simile a quello, si è attenuto a un metodo assai più semplice e meno pericoloso: ha lasciato da parte gli esempi, le citazioni, e tutti gli altri ferravecchi della critica letteraria; e si è tenuto alla fisiologia. Bravo, per dio! Il dottor Verità, quel vecchio brontolone nemico di tutte le novità audaci, diventa anche egli sperimentale. È un bel trionfo pel naturalismo. Se non che, non bisogna affidarsi alla fisiologia con animo troppo leggiero. La critica fisiologica può essere un buon metodo di analisi, quando il critico abbia del soggetto una nozione sicura, lo abbia potuto studiare nel suo sistema organico, nelle funzioni esteriori della vita, nelle irruzioni private della vita interiore: allora, comparando e fondendo questi elementi di ricerca con quella parte della propria attività spirituale che il soggetto abbandona al pubblico, la definizione o il giudizio o la classificazione possono avere un valore positivo. Ma il dottor Verità non ha mai ascoltato le pulsazioni del mio sangue, nè mi ha mai sentito il polso, nè ha tentato le mie articolazioni, e non mi ha mai veduto tirare di scherma, o nuotare, o pugillare, o ballare. Anzi, che io sappia, non mi ha nè pur veduto mai. Or su quali dati scientifici poggia la sua dimostrazione di critica fisiologica? Di più, io non ho mai avuto l'onore di parlare col dottor Verità; nè egli, che io sappia, è stato mai testimone delle mie consuetudini. Con che fondamento scientifico dunque egli fa la diagnosi del mio io etico, e mi dichiara la miglior pasta di ragazzo che abbia mangiato mai pasticcini sopra la faccia della terra? Io sono molto contento della buona opinione che il dottor Verità porta delle mie facoltà morali; ma in nome della scienza e della critica positiva, protesto. Il dottor Verità mi ha rilasciato un documento di mitezza e di bontà, senza nessuna prova sperimentale; e questo, per la dignità della critica e per la serietà della scienza, non è comportabile.
Non è comportabile che nella critica positiva, fisiologica e storica, s'introducano la leggerezza di cuore e la lestezza di mano che hanno discreditato per sempre la critica estetica. Sei anni sono, il dottor Verità voleva abbattere il tentativo barbarico del Carducci con l'esempio della poesia francese, della quale era affatto digiuno; e ora, il vecchio incorreggibile, perchè il D'Annunzio non ha un'ampia ventraglia cascante, egli, che lo avrà veduto due volte e avrà scambiato con lui venti parole, vuole abbatterlo con argomentazioni fisiologiche? È curiosa. Gli nega una gran parte di quella potenza amatoria che il D'Annunzio espande nella sua lirica; e asserisce che da una delle Yelle gli è stato detto che il D'Annunzio è un millantatore. Or quale è questa Yella che fa al dottor Verità delle confidenze tanto curiose? Fuori il nome, per dio, o il ritratto almeno! Noi vogliamo affiggerla a tutti i canti delle vie l'effigie di questa Yella che va a confessare al dottor Verità i suoi peccati di maggio! Ma io dubito forte che questa Yella il dottor Verità l'abbia veduta come ha veduta la mia testa, che dice spettinata. Spettinata la mia testa? Io protesto di nuovo, o Dottore: la mia testa è rasa sino alla pelle come quella d'un coscritto.
Se non che io forse ho torto di ritornar sopra questi pettegolezzi che il dottor Verità move intorno a noi, e che in fondo sono una specie di réclame all'americana; e farei meglio a lasciar correre. Ma il dottor Verità asserisce che il D'Annunzio e io scriviamo posando e montando e gonfiando noi stessi; e qui è necessario fermarsi un momento. Prima di tutto: che cosa intende il dottore per posa? Intende certe norme giudicatrici nella critica e nell'arte, dalle quali gli accusati non si discostano, a rischio di sembrare, fra i tanti che vanno innanzi ad occhi chiusi, delle bestie strane? E allora gli accusati, lo dichiarano volentieri, posano e sono contenti di posare.
Il dottor Verità, come il suo collega il marchese Colombi, crede l'arte una libera emanazione dell'intestino retto o dell'utero, a seconda del sesso. Egli non pensa che da molto tempo in qua l'arte non è se non l'espressione imaginosa di certi criterii scientifici, o la rappresentazione evidente di una teorica filosofica. La persona dell'artista, se pure si tratti di arte subbiettiva, non ci entra se non come elemento secondario. Che cosa pensa il dottor Verità del Goethe, il quale, dopo avere scritto a vent'anni i Dolori del giovane Werther, visse settant'anni ancora, serenamente, e morì nel bacio del signore, tra il compianto delle dame di Weimar? E se il Leopardi fosse stato un bell'uomo forte e sano, lo avrebbe la sua constituzione fisica o lo avrebbero le conversazioni del dottor Verità distolto dalla filosofia di Schopenhauer?
Così, come ci entra l'organismo fisico del D'Annunzio nell'organismo della sua poesia? Questa poesia la sa veramente il dottor Verità, o la sa per le chiacchiere di qualche Yella immaginaria? Questa poesia non è se non l'irruzione violenta, e qua e là scomposta, di un sanissimo e giustissimo e potentissimo senso della natura e della vita. Questa poesia è una emanazione diretta delle teoriche darwiniane, che insegnano a considerare l'uomo nella natura come un qualunque essere animale, e non come un microcosmo concentrico di tutti quanti i raggi e di tutte quante le attività della vita. Ha letto il dottor Verità il Canto Novo? Quando mai il senso umano irruppe con tanta libertà di espansione, con tanta spontaneità di movimento, con tanto esuberante splendore di forma? Era veramente un canto novo, poichè per entro vi palpitava l'animalità senziente e intelligente, che è la caratteristica dell'umanità darwiniana. Come ci entrava in questo la persona del poeta, il quale a Lalla, subbiettivamente, prometteva le nozze; e come ci entrava anche Lalla? Nel Canto novo ci erano un maschio e una femmina, che si chiamavano Gabriele e Lalla, e avrebbero potuto chiamarsi anche altrimenti ed essere organicamente constituiti in altro modo senza che la sostanza della poesia ne fosse mutata; ci erano un maschio e una femmina, ed esprimevano in magnifiche strofe alcaiche ed in sonetti meravigliosi il diletto della vita e dell'amore sul gran letto della natura. La pittura del Michetti non è anch'essa tale? Or chi va a ricercare se il Michetti sia gracile o robusto? E chi lo accusa di posare, se, avendo un animo dolcissimo, ha esposto in Roma un quadro che alle persone troppo rassomiglianti nell'organismo nervoso al dottor Verità fa rizzare i capelli sul cranio? Se la dialogatrice del dottor Verità pensa che la persona e l'opera dell'artista debbano avere una identica constituzione organica, di chi la colpa, se non del dottor Verità che le empie la testa di queste fanfaluche?
Lo stesso sia detto per la critica mia, la quale al dottor Verità, che non mi ha veduto mai, pare troppo dissonante dalle proporzioni del mio corpo e dalle mie facoltà etiche. Secondo il dottor Verità, un critico che non si levi ogni mattina col santo e deliberato proposito di inginocchiarsi davanti a qualche autore illustre con una gran furia di genuflessioni e con molto fumo d'incenso, facendo salamelecchi come un pappagallo sulla gruccia, dev'essere una specie d'antropofago, con una barba lunga sino all'ombelico, con due braccia da Sansone schiacciatore di Filistei, con un palmo di pelo sul cuore; se no, posa. E io che, a quanto asserisce il dottor Verità, sono un mingherlino tisico e dolce come il buon pane, non ho diritto di trattar male la gente.
Belle argomentazioni da dire a Cicerone, quando inveiva contro Verre, o a Demostene, quando, per potere irrompere con più libera violenza contro Filippo il Macedone, correva lungo la riva del fiume con la bocca piena di sassolini per correggere il difetto della parola! Di più queste parole, in bocca d'uno che da molti anni campa di critica, sono una confessione pericolosa. Dunque il dottor Verità crede nella critica subbiettiva, procedente da un impeto della passione? Tanto peggio per lui, e per quelli che hanno creduto nella critica sua. Io no. Io porto della critica una ben più alta e severa opinione: essa è per me una cosa sacra, più sacra dell'arte; e quando abbandono il mio spirito all'analisi d'un libro o d'uno scrittore, o d'un complesso di libri e di scrittori, io mi libero pienamente del mio individuo senziente, e non resta se non l'individuo pensante, con la scorta di quella poca coltura che bene o male può guidare e illuminare il mio giudizio. Di che ferocia mi va parlando il dottor Verità? Io non torcerei un capello a nessuno; e se mangio assai spesso degli autori illustri e di fama stagionata, come dice elegantemente il dottor Verità, gli è che ho adottato un metodo critico un po' diverso da quello che per molto tempo la diffusione giornalistica ha fatto prevalere in Italia. Il giornale dovendo vivere un giorno, e soddisfare la necessità immediata di notizie, anche nella critica campa alla giornata; e dando conto di questa o quella opera d'arte che più stuzzica la curiosità del momento, non si cura o non vuole o non può ricercare il nesso che la presente opera può avere con le altre di altri tempi e di altri paesi. Questo metodo, che nella cronaca gazzettiera è, per necessità, comportabile, diventa affatto irragionevole e pericoloso quando si allarga al giudizio di tutta la moderna produzione letteraria. Poichè la perfezione nelle opere della mente umana non è assoluta, non è una determinata altezza alla quale occorra di giungere, ma è relativa, è, più che altro, una specie di scala, il primo officio della critica dev'essere di misurare le altezze. È necessario dunque aborrire dal metodo empirico di Gustavo Planche, è necessario non fermarsi al caso particolare e giudicare un'opera singolare per sè sola, con la norma del senso estetico o, come più spesso accade, con la norma dell'opportunità. La critica letteraria, come la critica d'arte, è, più che altro, un'opera di classificazione e di confronto. Ora, confrontando i frutti della nostra attività presente con quelli che ci furono lasciati in eredità, giudicando una singola opera d'arte non in sè, ma nello sviluppo complessivo di quella forma dell'arte, accade che la dolce nebbia di ottimismo tanto cara agli scribacchiatori italiani si disperda per l'aria. Ecco perchè io sono feroce. Questo, in quanto alla sostanza. In quanto alla forma, che è quella che più urta i nervi del prossimo, è un'altra faccenda. In Italia, e in moltissima parte d'Europa, certe consuetudini d'ipocrisia son rimaste tenacemente abbarbicate. L'usanza di segarsi la gola con tutte le regole della politezza e del galateo ha invasa tutta quanta la vita; dopo che Racine dovette radere la barba ai suoi eroi greci e vestirli di velluto per non far paura alle dame adunate nel salone di madama di Maintenon, il gesuitismo è diventata la norma di tutta quanta la vita: nell'arte, per i molti sforzi e a malgrado delle molte opposizioni, questa incrostazione lojolesca va scomparendo: or perchè dovrebbe restare nella critica? Che volete? Quando io debbo dire a uno scrittore, magari illustre, magari stagionato, che è un asino, non trovo nessuna parola più efficacemente pittorica nella sua brevità trisillaba e proparossìtona del vocabolo che serve a distinguere quella mite bestia da tutti quanti gli altri esseri animali.
Il torto forse sta nel prendersi dei grattacapi inutili, poichè già, come dice il dottor Verità, la critica non fa male a nessuno. Ma poichè non ci è in Italia chi voglia prenderseli, io mi voglio buttare nella voragine. Perchè dunque vorrebbe il dottor Verità che io fossi un antropofago? Io vorrei che tutti i mangiati da me prosperassero e ingrassassero come il dottor Verità, e avessero una buona volta degli intendimenti artistici o critici. E non è vero, come dice il dottor Verità, che io non giuri se non nel nome del Carducci. Naturalmente, siccome nel nostro ventennio noi non troviamo se non il Carducci da poter comparare con gli artisti della prima metà di questo e dei secoli antecedenti; siccome noi dal Carducci abbiamo appreso, tra tante altre cose, la religione dell'arte e l'odio dell'ignoranza e del ciarlatanismo, abbiamo per lui, più che il rispetto, il culto che nasce spontaneamente in conspetto dei benefattori. Ma ciò non ci vieta di misurare gli altri ciascuno secondo l'altezza sua, e ove per troppo impeto si sia errata o passata la misura, di rettificare.
Ma lasciamo andare. A che serve seccare la gente con certi pettegolezzi subbiettivi? Io ho cominciato il mio mestiere di cronista bibliografico dicendo d'un cattivo libro ch'era solamente buono per torchecul; e quella parola nella quale io, antico ed entusiasta lettore di Rabelais, non sospettavo tanto pepe, mi scatenò contro una tempesta. Ora mi ci sono abituato, e tiro via portando le pene della mia ferocia. Così, pel dispetto che mi faceva Gabriele D'Annunzio dichiarante agli amici che gittava in braccio alle femmine tutto il suo mondo poetico, io stampai dei sonetti di rimprovero e di ammonimento e di richiamo al passato: dissi in versi quel che tutti gli amici del D'Annunzio dicevano in prosa. Ma il torto fu di stampare quei versi. Io lo sapevo che ne avrei portato la pena; tuttavia li volli pubblicare a dispetto dell'opinione della gente. Ed ecco, il dottor Verità, seduto a fronte della paziente compagna de' suoi colloqui, tenendosi a volta a volta il piè destro nella mano sinistra o il piede sinistro nella mano destra, si arma de' miei versi a danno del D'Annunzio. Pazienza!
Ora forse il dottor Verità potrebbe ammonirmi che non tocca a me rinfacciare ad Ottone di Banzole la sua poca reverenza e la sua molta virulenza critica; poichè io non credo che nella critica le dolcezze siano raccomandabili: nel giudizio mio i colpi debbono essere o bòtte dritte con la spada bene aguzzata, o fendenti con la sciabola bene affilata. E le nuove invenzioni della scherma mi paiono un segno di debolezza. Io amo la scherma antica, senza finte, senza cavazioni, senza parate: unica difesa, l'arnese fatato; unica offesa, il braccio vigoroso. Io odio gli zuccherini della critica pastorelleggiante, che condanna la grammatica in nome del galateo, che assesta una coltellata nell'atto d'una reverenza, che ha sempre paura di troppo aver fatto male, e dopo il biasimo ha sempre pronto, per compenso, un salamelecco, come le madri che mostrano una caramella ai poppanti per indurli a farsi nettare il naso. Per me è una grandissima gioia svillaneggiar l'avversario prima di piombargli sopra, come nei poemi omerici, come nei romanzi di cavalleria. Però, non senza una condizione. La villania e l'insulto e la provocazione non debbono scoppiare dalle labbra di un fiacco nell'atto della dedizione; ed avventare in faccia al nemico un'ingiuria nell'atto di consegnargli la spada, può essere una vigliaccheria ed è quasi sempre una pazzia. Ora il signor Ottone di Banzole, del quale mi piace d'intrattenermi più per giustificazion mia, che per merito o per peccato suo, proprio nel punto di buttar via la spada inutile, ha con una grandissima intemperanza provocato tutte le generazioni letterarie dell'Italia dal '50 in giù. Uditelo: «Entrando in questa guerra letteraria, promisi sempre a me stesso di non morirvi: concepii un disegno, e lo attuai. Vinto ad ogni battaglia ed insultato come tutti i vinti, non scesi mai, nè scenderò mai alla scempiaggine della replica, alla bassezza del lamento: i vinti hanno torto. Altri sarà più fortunato, perchè più forte; pochi più sinceri ed intrepidi. Poichè ogni pompa dell'arte mi era contesa per la miseria dell'ingegno, ebbi l'orgoglio della nudità del mio pensiero.» Come questa nudità abbia potuto giovare al signor di Banzole nella gran disgrazia della quale si confessa, non so, e non mi preme di sapere. Ma ciò che non gli si può perdonare è che, con tutta quella miseria della quale si accusa, nell'abiezione della sconfitta, egli voglia trascinare nella sua ruina tutti quelli che dopo il '50 hanno osato di scrivere in Italia. Non toccava a lui, vinto, dir ciò. In bocca sua questa, che per qualche parte potrebbe essere una verità, diventa una puerilità pazza. E rimproverandogliela, io mi sento preso da un senso di pietà, come davanti a un ammalato di mente; nè trovo parole aspre.
Questa sua pazzia il signor Ottone di Banzole ha espresso in un libro intitolato Quartetto; e sono quattro stromenti, un violino una viola un violoncello e un contrabasso, i quali prima di prendere a sonare ciascuno la sonata sua si accordano in un diapason preliminare, che sembra un articolo di critica letteraria scritto dal deputato Medoro Savini. Qui la pazzia, accumulata lentamente nelle quattro sonate, scoppia con una intensità frenetica che veramente fa pena; qui la malattia trapela ad evidenza dalle cose dette e dalla forma con che son dette. Il signor di Banzole nelle cinquanta paginette di questa sua, non saprei se orazione accademica o prelezione scolastica o conferenza pedagogica o irruzione maniaca, fa un pasticcio meraviglioso; e senza un criterio purchessia, senza una norma o un pretesto o una qualunque giustificazione della sua conscienza, fondandosi unicamente sui fatti o male o poco o punto osservati, non proponendosi se non di mostrare il fatto, senza ricercarne nè le cause, nè gli effetti, strozza con le sue mani tutta quanta la produzione letteraria italiana della seconda metà del secolo; e tutti questi pollastri così strangolati cucina in fricassea nel brodetto d'una specie di filosofia fatta a modo suo d'idealismo hegeliano non bene inteso e di buddhismo schopenhaueriano mal digerito.
Riferire i giudizi critici del signor di Banzole sarebbe farsi complice della sua pazzia. Egli consacra tre pagine a infamare la memoria di Pietro Cossa, e lo chiama un nano ingigantito dal cattivo gusto del pubblico e della cronaca teatrale, un povero diavolo di macchinista scenico a cui venne fatto una volta di vestire decentemente da romana antica una pettegola parigina, e si credette di avere scoperto il mondo romano; che seppe una volta dipingere con coloracci forti una scena, e si credette di aver costruito tutto un teatro. Questa è una curiosa maniera di scrivere. Quali sono i criteri drammatici del signor di Banzole? Quali i modelli, secondo lui, più imitabili? Il teatro francese moderno non gli va: in Italia, non gli piace nemmeno il Goldoni, pare. Poi cita a modello le tragedie del Foscolo e del Manzoni. Come si fa a raccapezzarsi in tanto guazzabuglio? E come ha fatto a raccapezzarsi il signor di Banzole?
Così, ove tratta del Carducci, a mala pena si intende ciò che egli voglia dire. Adopera un frasario così romanticamente nuvoloso, così incomprensibile e inafferrabile e impalpabile per l'impasto di reminiscenze bibliche e victorughiane, che è una cosa meravigliosa a leggere. Pare di udire le campane della chiesa di Nôtre-Dame scampananti a morto. «Nullameno ignorato ed incompreso per molti anni, invece di capitanare il nuovo movimento, parve ne continuasse un altro; mentre i giovani volontari della letteratura, che avevano forse lasciate allora le bandiere del (sic!) Garibaldi, ne cercavano un altro egualmente splendido, ma altrettanto facile. Invece il nuovo duce, che, varcate le Alpi scrutava in quel momento per la Germania preludendo alle teoriche e ai trionfi di Moltke, affermava la necessità di una profonda dottrina per ogni ordine di milizie, e di una grande tradizione per una grande arte.» Che diavolo significa questo? È un giudizio subbiettivo? È un fatto storico? A me paiono parole senza senso. Più giù, riparlando del Carducci, rimprovera questi e il D'Ancona di fossilizzarsi nelle ricerche della critica storica, dimenticando che il Carducci ha pubblicato, se non altro, tre volumi di Confessioni e battaglie, dimenticando che il moderno metodo critico è appunto tale, e tale essendo ha rinnovato tutte le forme e tutta la materia dell'arte; non pensando che poche righe più sotto avrebbe lodato il Bartoli di ciò che rimprovera nel Carducci e nel D'Ancona.
E sèguita, con un tafferuglio strano di nomi cozzanti e discordanti, di teoriche e di tendenze e d'inclinazioni diverse, di dati storici messi a forza insieme nello stesso periodo a pretesto di una stramberia, mescolando senza discernimento classicismo e romanticismo, naturalismo e idealismo, lodando in una pagina quelli che vitupera nella pagina successiva, facendo infine una grandissima frittata di tutti gli scrittori e di tutti gli scritti che, nella foga di tirar via, gli sono venuti in memoria; e questa frittata friggendo nell'olio stantìo di un'articolessa di politica estera sullo sviluppo del panslavismo in Europa, sullo sviluppo del nikilismo (è scritto proprio così) in Russia.
E dire che costui è un bravo giovine che fa onestamente e avvedutamente traffico di suini! La cosa è tanto strana, che non si può intendere senza premettere nel cervello del signor di Banzole una grave alienazione. Il signor di Banzole ha la memoria ammucchiata di letture frettolose e smozzicate, di teoriche male intese e mal digerite, di fantasmi malamente e fiaccamente formati: di più, l'instrumento della lingua non gli sta troppo sicuramente nelle mani. Come dunque gli è saltato il ticchio di mettersi a sonare una sinfonia così tumultuaria? A che serve far della critica, quando non si vuol giungere a uno scopo, magari falso, magari incerto, magari cattivo? Ora, da tutta la filastrocca del signor di Banzole una conclusione unica si può dedurre: che egli, giunto alla persuasione dolorosa della sconfitta, abbia, per una puerile allucinazione mentale, sperato di trascinar seco nel precipizio cinquant'anni di vita letteraria. Infatti, in ultimo, la sua prosa pare come sonante e trionfante d'una certa frenesia gioiosa ed orgogliosa, d'una certa pazzìa gloriosa. E attraverso le nebbie sentimentali delle sue fantasticaggini19 romantiche, mi par di vederlo, con le chiome rase da una qualche sconosciuta Dalila, crollare con le forti braccia di mercante di porci le colonne del tempio dell'arte, urlando con la gran voce d'un maniaco, che si creda d'essere il Padreterno:
- Pera Sanson, con tutti i Filistei.
VI.
Si pubblica in Padova un Giornale degli eruditi e curiosi, che alcuni eruditi amici miei chiamano pittorescamente dei cretini e curiosi; e in verità, da che l'arte della stampa ha aperto tanta facilità di sfogo alla sciocchezza umana, non mai una imbecillità più puerile è stata perpetrata da più persone in conspetto del popolo. Questo giornale, che vorrebbe offrire un contributo alla piccola erudizione, è fatto in modo da rammentare quel giochetto di domande e risposte, onde ancora si dilettano le ragazze borghesi, e che fra i giuochi innocenti è il più stupido. Le domande che in questo foglio si propongono sono così insipide, così oziose, così assurde, e le risposte così piccinamente boriose, così gonfie di solennità e di degnazione, da farvi schiattar per le risa. Una volta, in un accesso di dubbio disperato, uno domandò se si avesse a scrivere dinanzi o dinnanzi; e un altro, con una feroce aria di gravità sdegnata, rispose che veramente, poichè questa parola risulta da due elementi, d' e innanzi, bisognerebbe scriverla con doppia enne, ma poichè io la scrivo con una enne sola, bisogna rassegnarsi; e qui una sfuriata contro due miei peccati, la prolissità e la monomania sentenziatrice. E dire che io, per non far torto a nessuno e per risolvere pienamente la questione, scrivo con una o con due enne spensieratamente, senza lasciarmi turbare il sonno da una consonante nasale. Un terzo domandò quale fosse il più bel libro di Edmondo De Amicis; e un quarto gli rispose con molta prosopopea. Un quinto infine domandò chi fosse Marco Balossardi e un sesto rispose: Olindo Stecchetti, il D'Annunzio e il Carducci; e costui firmò il quesito suo così: Asellus Maximus. Il Carducci, in un momento di lieto umore, rispose: «Asellus sarà maximus; ma io non sono Marco Balossardi.» Anche ci è di quelli che ricorrono a questa fonte di erudizione per sapere chi sia Chiquita, chi Gandolin, chi Matamoros; e i misteri della presente Arcadia giornalistica sono uno ad uno svelati da gl'infallibili eruditi che cooperano a questo giornale.
Se non che, poichè per fortuna della patria questa forma del cretinismo non è largamente diffusa in Italia, il giornale morrebbe per manco di alimento, se non avesse un sostentatore inesauribile. E costui è - occorre dirlo? - il professore Rodolfo Renier. Il professore Rodolfo Renier è l'Apolline delfico del Giornale dei cretini e curiosi: è lui che dà i responsi, dritto sul tripode della sua maestà catedratica, illuminando con la immensa luce della sua erudizione l'Italia. Egli ha ricopiato le liriche di Fazio degli Uberti e certi sonetti del Pecora, e ha fondato il Giornale storico della letteratura italiana per cantar le glorie di Fazio degli Uberti, del Pecora, e del professore Rodolfo Renier; di più per assicurarsi una clientela fra la bassa erudizione, soddisfa con grave sperpero di intelletto e di studi la curiosità di tutti quelli che desiderano di sapere chi sia Chiquita.
Il professore Rodolfo Renier è un singolarissimo tipo di erudito. Dopo aver fatto in Firenze, in società col professore Arturo Linaker, della critica estetica che faceva sbellicar dalle risa sin le pietre di Mercato Vecchio, vedendo come veramente lo studio della storia letteraria avesse fatto qualche progresso anche in Italia e come la critica sperimentale cominciasse a prevalere, nel primo entusiasmo di questa strana e grande scoperta si buttò anch'egli alla ricerca del materiale con un impeto indomabile; ed essendo proposto nella scuola tra altre esercitazioni critiche uno studio intorno alla lirica di Fazio degli Uberti, questo Rodolfo si buttò addosso a quell'imitatore di Dante con una furia pazza, e gli consacrò tutta la vita. Se lo aveste veduto quando andava in giro per l'Italia a ricopiar manoscritti! Pareva che da quella copiagione sua tutta la critica moderna dovesse andare a soqquadro, e che la rivelazione di Fazio degli Uberti dovesse sconvolgere tutti i criteri che sin qui hanno retto l'edifizio della nostra storia letteraria. Io lo vidi una volta nella biblioteca corsiniana, e l'ilarità che nell'anima mia suscitò la sua conversazione mentre tornavamo via da Trastevere per ponte Sisto affollato di serve, mi è durata di poi per molto tempo. Venivamo via in quattro o in cinque coi nostri scartafacci di transcrizione in mano, ed era l'ultimo autunno, e il vespero carezzevole spandendo sui lavori del Tevere un lume d'un color di viola pareva che ci rimproverasse blandamente le nostre vili fatiche. E il signor Renier parlava del suo Fazio con un tanto intenerimento di voce e un così risibile calor di passione, che d'allora in poi mi ha fatto avere in orrore tutti quanti gl'imitatori di Dante. Pareva che questo suo Fazio fosse il maggior poeta del mondo. E questo Fazio di poi ci ha seccato per un pezzo. Poichè dalla passione che dal solo copiarne il canzoniere si suscitava nel signor Renier, tutti si aspettavano o ch'egli avesse scoperto in quella legnosa lirica una qualche sconosciuta virtù, o che almeno di là si spiccasse a qualche non pensabile slancio critico. E dovunque si andava, nel piccolo formicaio dell'erudizione italiana, era una persecuzione:
- Sai, - mi diceva il mio amico Zenatti, terminata di leggere una lettera - è Fazio Renier che mi scrive: mi parla degl'imitatori di Dante.
- Sai - mi diceva il mio amico Morpurgo, giunto appena da Firenze - ho visto Rodolfo degli Uberti.
- E che fa?
Si usciva di scuola col Monaci, e domandava:
- E il signor Renier ha terminato il suo Fazio?
Si apriva il Preludio, e si trovava o una qualunque pappolata del signor Rodolfo, ove Fazio era ricordato amorosamente, o una notizia di cronaca ove la edizione critica delle liriche di Rodolfo Renier a cura di Fazio degli Uberti era minacciata da un momento all'altro. Poi cominciò un'altra storia. Questo mattacchione del signor Rodolfo (com'è arciducale questo imitatore di Dante!), per fare un po' di propaganda al suo metodo critico, pubblicò uno o due opuscoli di cose inedite per occasione di nozze. Non l'avesse mai fatto! Tutti gli eruditi che stavano in aspettazione, rimasero con un palmo di naso. Quella era dunque la novità? Novità veramente era, poichè cosa più scempia non fu pensata mai: si trattava di sopprimere nella edizione dei testi antichi l'intelligenza e la personalità del critico, per rimettersi in tutto al manoscritto: si trattava di sostituire alla critica del testo la copia pura e semplice, rimettendosi per ogni dubbio ortografico metrico o grammaticale all'autorità di un amanuense ignoto e, probabilmente, ignorante. Questo fu il topolino che dopo una quasi quinquennale gestazione partorì la testa vuota del signor Renier; e intorno a questo topolino combattè Giulio Salvadori con troppo più possenti armi che non fossero necessarie ad accoppare un novatore tanto rodolfo. Dopo, venne il famoso canzoniere; e, dio, che spettacolo allegro! Quando esso fu pubblicato, già tutte le persone di buon senso erano persuase che questo Renier fosse uno sciocco o un mistificatore, e l'accoglienza a quel volume che non aggiunse nulla a quanto dell'Uberti già si sapeva, fu poco lieta. L'effetto fu questo, che da una parte si vide come in Italia ci sia della gente, la quale, per non aver tanto ingegno da esercitare un qualunque onorato mestiere, si butta all'erudizione senza sapere nè la grammatica italiana nè la metrica; dall'altra il signor Renier, deluso nelle sue folli speranze, si sforzò di riparare in qualche modo al disastro lodandosi largamente da sè medesimo e facendosi lodare da qualche più intimo amico. E se lo spettacolo, per la strana prosopopea con la quale il signor Renier vorrebbe imporre questa sua sgrammaticata erudizione e per l'insigne officio cui il ministro dell'istruzione pubblica lo ha eletto, non è ridicolo, io voglio consumar nel pianto la mia restante vita.
Di qualunque cosa scriva il signor Renier, fa smascellar dalle risa; e più volte in questo libro io ho dovuto occuparmi di suoi sfarfalloni grossi come la gran botte di Norimberga. Sebbene egli disserisca di qualunque materia con una solennità comica e lacrimevole insieme, la povertà del suo cervello è strana. Figuratevi: si è consacrato tutto a un argomento così misero, qual'è quello degl'imitatori di Dante, e l'ingenuità de' suoi spropositi ogni volta che parli di cose dantesche non è credibile. Eccone una, per esempio. Il professor Bartoli in un momento di allucinazione critica ha voluto dimostrare che la Beatrice di Dante non sia se non una beatrice, un qualificativo astratto e generico materiato con una specie di mito femmineo. Non ci è stato in Italia uno che abbia accettato questa fantasticheria del Bartoli: era dunque naturale che il professor Renier subito ne fosse colpito, e ogni volta ch'egli deve parlare dell'amica di Dante, scrive senz'altro beatrice, come se quell'arzigogolo fosse entrato o potesse entrar mai nella persuasione della gente seria. Ed eccone un altro, più bello e più schiettamente odorante d'olezzo d'asino.
Nella smania di fare e di rifare ogni giorno il mondo dell'erudizione, onde il signor Rodolfo è posseduto, ha scoperto in una delle più remote provincie germaniche un povero diavolo d'un tedesco, un tal Bertoldo Wiese, e lo ha aizzato nel suo giornale, che spudoratamente s'intitola dalla letteratura italiana, contro il Carducci. Questo povero minchione d'un tedesco si è d'improvviso trovato nella pelle d'un cane randagio lanciato in un cortile contro un orso a qualche festa popolare germanica; e le sue capriole e i suoi salti e i suoi abbaiamenti sono stati tali da fornir per un mese argomento di riso a un capitolo di canonici. Figuratevi: l'imbecillità e la goffaggine di questo cagnotto furono così madornali, ch'esso andava a torno pel cortile divincolando la coda, abbaiando con una strana iattanza, e ora addentando una scopa appoggiata al muro, ora buttandosi fieramente sopra un qualche cencio abbandonato in terra, senza poter mai toccar l'orso.
Il professore Rodolfo, con un berrettaccio di pelo d'asino sulla zucca, affacciava la testa di su 'l muro del cortile, e incitava patriotticamente quel vile cagnottolaccio tedesco contro il nostro grande e nobile orso italiano. La gente in su le prime, non avendo bene inteso il giuoco, guardava; ma poi di subito se ne andò stomacata, poichè le vigliaccherie e le ribalderie hanno ancora la virtù di muovere a schifo gli animi umani. Restò uno, più attaccabrighe degli altri, e cacciò via a pedate la bestia aizzata e la bestia aizzatrice. Costui, se piace al professor Rodolfo Renier, sono io. Or ecco, fuori d'ogni velame di metafora, la storia del cagnotto tedesco e delle pedate.
Il Carducci pubblicò nel 1871 a Pisa, pei tipi dei Nistri, una preziosa raccolta di Cantilene e ballate, strambotti e madrigali dei secoli XIII e XIV, tratte di su 'l codice magl. stroz. VII, 1040; e quella pubblicazione fu sempre meritamente tenuta dagli italiani e dagli stranieri come una magistrale opera di critica per la grandissima diligenza dell'edizione e per la capitale importanza della materia. Or dopo dodici anni questo tedesco ci viene a dire che, avendo confrontata l'edizione carducciana col manoscritto, ha scoperto una infinità di errori e di omissioni; e pretende di correggere il Carducci.
Pretende di correggere il Carducci, questo Bertoldo, e sa d'italiano quasi quanto ne sa il professor Renier! E per chi si prenda il gusto di scorrere quelle sue emendazioni, è una festa di risate graziose. Egli, naturalmente, non sa nè la grammatica nè la metrica italiana; e, costretto dalla necessità ad adottare il metodo critico del professor Renier, si rimette in tutto all'amanuense che transcrisse il codice, e rimprovera con una fierezza di lanzichenecco il Carducci, di non aver stampato degli endecasillabi di dodici, tredici o quattordici sillabe, e di non aver lasciato nella edizione sua tutti gli spropositi ortografici e grammaticali, onde il copista infiorò la sua copia. Di più, questo povero diavolone d'un tedesco non sa leggere i manoscritti italiani: l'esse, per esempio, è per lui un rompicapo chinese, e ora lo scambia con un elle, e ora invece l'elle gli pare un esse. In fine, egli si rizza su dal confessionale con una canna in mano, come uno di quei preti che in San Pietro paiono intenti a pescare all'amo e invece dan l'assoluzione abbassando la canna sul capo di tutti i peccatori che vengono a deporre il pesciolino d'un peccatuzzo veniale a' loro piedi; ma non dà l'assoluzione: anzi squassa in alto e palleggia ferocemente quella canna, e pare un cherusco escito dalla melma della palude con la canna da respirare in mano. In fatti, si tratta d'un peccato mortale: il Carducci, secondo il nostro Bertoldo, ha omesso nella sua edizione alcune importantissime poesie inedite di Dante, del Cavalcanti e di altri; e, per riparare a tanta incuria, le pubblica lui.
Per gli altri e pel Cavalcanti, il nostro Bertoldo non stia in pena: hanno già avuto più volte l'infamia o l'onor della stampa. Il caso grave è intorno a Dante, del quale ecco gli endecasillabi omessi, chi sa perchè, dal Carducci:
Indi spiro sanzessermi proferta
dante lavolglia discerno melglio
chotu qualunque cosa te piu certa
Perchio la veggio neluerace spelglio
chefa dise' parelglio laltre chose
et nulla face luj dise parelglio
Tu vuolgli vdir quante chedio minpuose
nelexcelso giardino dove costei
E quanto fudilecto agliocchi miej
ela propia ragion delgran disdengno
Orfigluol mio nouel gustar dellegno
fu perle lacagione ditanto exilio
ma solamente il trapassar del sengno
Quindj onde mosse tuo donna vergilio
quattro milia trecento et due volumj
disol desideraj questo concilio
Et uudi luy tornar atutti ilumj (sic)
dela sua strada noue ciento trenta
fiate mentre chio in terra sumj.
Or come il Carducci ha potuto commettere la grave negligenza di tralasciare questi versi? È strano. Veramente da prima, leggendo dei versi come questi:
dante lavolglia discerno melglio,
fu perle lacagione ditanto exilio,
et uudi luy tornar atutti ilumi,
fiate mentre chio in terra sumj,
non che endecasillabi di Dante, mi parvero muggiti d'un rinoceronte; poi mi venne un lontano ricordo, come di cosa altra volta imparata a memoria e recitata in iscuola; e subitamente mi sovvenni che quei versi inediti di Dante dovevano essere editi in un libro, stampato bensì in pochissimi esemplari fuori di commercio, ma che pure un erudito di buona volontà, con qualche sforzo può riescire a procurarsi. Corsi infatti a prendere questo libro, che è intitolato, - Dante Alighieri, La Divina commedia con note tratte dai migliori commenti per cura di E. Camerini, 6a edizione stereotipa, Milano, Sonzogno, 1877, - e a pagine 401-2, (Paradiso, XXV) lessi:
Indi spirò: Senz'essermi profferta 103
Da te, la voglia tua, discerno meglio
Che tu qualunque cosa t'è più certa,
Perch'io la veggio nel verace speglio 106
Che fa di sè pareglie l'altre cose,
E nulla face lui di sè pareglio.
Tu vuoi saper quant'è che Dio mi pose 109
Nell'eccelso giardino, ove costei
A così lunga scala ti dispose,
E quanto fu diletto agli occhi miei, 112
E la propria cagion del gran disdegno,
E l'idioma ch'usai e ch'io fei.
Or, figliuol mio, non il gustar del legno 115
Fu per sè la cagion di tanto esilio,
Ma solamente il trapassar del segno.
Quindi, onde mosse tua donna Virgilio, 118
Quattromila trecento e duo volumi
Di sol desiderai questo concilio;
E vidi lui tornar a tutti i lumi 121
Della sua strada novecento trenta
Fiate, mentre ch'io in terra fu' mi.
Sì, o signori: non ispalancate la bocca e non levate gli occhi al cielo in atto di meraviglia. Non è il caso di meravigliarsi di cosa alcuna, quando si ha da fare con certa gente. Quel povero minchione d'un discendente d'Arminio vuol venire a fare il dottore in casa nostra, e rimprovera al Carducci di non aver pubblicato, come cosa inedita, alcuni endecasillabi che poi sono delle terzine del Paradiso: pazienza. È un vecchio vizio tedesco quello di cacciare il naso nelle cose italiane, e quel povero Bertoldo è degno di pietà, poichè ha trovato un Cacasenno che gli ha spalancato le porte d'Italia.
Ma colui che meriterebbe da vero una pubblica flagellazione a posteriori, in piazza Navona, in conspetto di tutto il popolo ragunato con le trombe e con le cassette di latta per la festa della Befana, è appunto quello stolido Cacasenno, quel disgraziato professore di filologia romanza, che ha dedicata tutta la vita agl'imitatori di Dante, e non ha nè pur letta la Divina Comedia. Ma che cosa, oltre le liriche di Fazio degli Uberti, ha mai letto il professor Renier? Non mai un trattato di geografia di certo, poichè nell'ultimo fascicolo del suo Giornale storico della letteratura italiana egli pone Dublino in Iscozia. O Giornale storico della letteratura italiana, merdosior omnibus latrinis! Si son messi in tre a farlo, e tanto allegri sono i loro spropositi, e con sì comica solennità li affidano alle mani della tipografia, che io vorrei chiamare questi tre il Bertoldo, il Bertoldino e il Cacasenno della erudizione italiana. Se non che, manca ad essi quel grosso buon senso che la leggenda popolare attribuisce a' suoi eroi. Fanno per altro ridere, e il cavalier Marco Balossardi e Corrado Ricci hanno riso in rima alle loro spalle. I versi del cavalier Balossardi saranno in breve pubblicati, e rideranno anche i lettori: io voglio qui citare il sonetto di Corrado Ricci, che è tuttavia inedito:
Per un'ulcera dura nel prepuzio
M'hanno applicato al ventre un ossocrozio
Onde ho passato sette giorni in ozio
A legger certo libro del Manuzio.
C'è dentro una ricetta di Stercuzio
Notissima al Traversi, al Graf, al Grozio:
Sei oncie di Novati in sei di lozio,
Undici di Renier in tre di Luzio.
Sapendo sulla fede del Leibnizio.
Che quelle droghe (che non pagan dazio)
Come purgante sono un benefizio,
Ne presi insin che non senti'mi sazio,
E dopo tre o quattr'ore di supplizio,
Ho cacato le liriche di Fazio.
Tale è il professor Rodolfo Renier, e tale pur troppo è qualche altro, che senza essere tanto pienamente inetto a ogni opera intellettuale, crede anch'egli che la critica nessun'altro più degno officio possa usurpare, oltre un cieco e spesso vano ragunamento di materiale.
L'esplorazione scientifica, per virtù del Carducci del D'Ancona del Comparetti dell'Ascoli, e di altri più giovani usciti dalle loro scuole, dava in principio frutti bellissimi; e a poco a poco, mettendo in luce del nostro materiale letterario o non mai o malamente studiato, dava un nuovo impulso all'esame di tutto quanto il nostro patrimonio d'arte e conferiva alla critica una serietà e una solidità non mai conseguite in Italia; e sopra tutto propagando il metodo sperimentale educava la gioventù a un esercizio dell'intelletto non più vagabondo e capriccioso, ma positivo ordinato profondo. E veramente il primo effetto di questa propaganda non poteva essere migliore, poichè i primi giovani che uscirono da queste scuole, per esempio il Rajna e il D'Ovidio, furono tali da potersene onorare qualunque popolo più dotto e più scientifico del nostro. In sèguito molti altri giovani con non minore fortuna batterono la medesima via; ma per grandissima sciagura qualche mercante s'è cacciato con suo ciarlatanesco apparato di richiami e di romori nel tempio. Dico mercante per modo di dire e per un maledetto amor di metafora, ma avrei dovuto dire, per non deviare dalla verità, imbecille. Costoro... ma poichè non son molti, per buona fortuna, e poichè le loro note caratteristiche si raccolgono, come in un tipo unico, nel professor Renier, parliamo in numero singolare, e cerchiamo di definire il pedante giovine.
Costui dunque, il pedante giovine dico, ha la scatola del cranio vuota in tutto di materia cerebrale; ha per converso non saprei dire se nel midollo spinale o nelle palme delle mani o in qualche altra parte della persona, un prurito una fregola una smania ferocissima di apparire fra gli eruditi eruditissimo, e fra i nuovi ricercatori più ricercatore e più nuovo di tutti. E ricerca, e dovunque trovi o un conto di lavandaia, o una lettera di un maggiordomo, o una qualche ghirlandetta di sonetti d'un qualche Stiavelli dell'antichità non polluta mai dal rude amplesso della stampa, copia; ma prima gitta tra gli amici la voce. E da per tutto, ove sono ingenui che si siano lasciati cogliere da quell'apparato di cerretanismo, la voce corre: Il Renier.... perdono, volevo dire il pedante giovine. Il pedante giovine ha scoperto un importantissimo conto d'una lavandaia del secolo XIV. Sapete? Il giovine pedante ha fatto una scoperta preziosa: ha ritrovato una lettera di un maggiordomo di un camerlengo apostolico del secolo XVI. Hai veduto? Il pedante giovine fa un'edizione critica dei sonetti d'uno Stiavelli del XV secolo. E il giornale amico annunzia dignitosamente: «L'egregio dottor pedante giovine, professore di storia comparata delle lingue e letterature neolatine nella R. Università di Torino, ha fatto una serie di scoperte d'una importanza capitale per lo studio delle nostre fonti letterarie: un conto di lavandaia del secolo XIV, che sconvolge tutti i criteri sin qui vigenti intorno alla coltura generale di quel tempo; una lettera di un maggiordomo d'un camerlengo apostolico del secolo XVI, che apre nuovi orizzonti allo studio della calligrafia vaticana dopo che le guardie palatine furono vestite dell'uniforme pensata20 da Michelangiolo; una ghirlandetta di sonetti d'uno Stiavelli del secolo XV, che gitterà una nuova luce nelle tenebre del petrarchismo.
«Con quest'ultima l'illustre dottor Rodolfo comincia una larghissima esplorazione intorno agl'imitatori del Petrarca. Crediamo di sapere che egli consacrerà molti anni della sua vita a transcrivere e pubblicare tutta la lirica petrarcheggiante, dal canzoniere di Giusto de' Conti da Valmontone sino alla più tarda e più ignota petrarcheria. Opera colossale che servirà di risposta a tutti quei farfallini che, con una leggerezza senza esempio, osarono rimproverare21 alcuni insignificanti spropositi di grammatica, di metrica e di buon senso a un erudito di tanto peso».
E così il Pedante prosegue la sua via, con molte risa delle persone sensate, allucinando gl'ignoranti o gl'ingenui. E quando alcuno ardisca di movergli qualche osservazione, pietosamente, tanto per fargli, con buone maniere, intraveder l'abisso della sua imbecillità, allora s'infuria, e prende ad abbaiare, e prende a seccare il prossimo con una petulanza fastidiosa, che v'induce la voglia di acchetarlo con un calcio. A costui manca la prima e più necessaria facoltà critica: l'intelligenza. Egli non capisce nulla, non sa nulla, non sa far nulla: sgrammaticato e destituito di ogni senso melodico, egli transcrive spropositando come un copista del XIV secolo; gli manca per altro la perizia calligrafica che gli amanuensi antichi ebbero. Egli non intende nemmeno quanta distanza corra tra le sue vili fatiche e l'opera dei veri e utili ricercatori. Nessuno è più inflessibilmente positivo nella pubblicazione dei testi antichi del professore Ernesto Monaci, il quale dalla edizione diplomatica è passato addirittura alla fotografia dei manoscritti; ma il professor Monaci ha una larghissima e profonda erudizione di tutta quanta la storia letteraria dei popoli neolatini e un acume critico sicuro, e ogni pubblicazione sua colma una lacuna e risolve dei dubbi: così col canzoniere portoghese, così col chigiano, così sempre. Ma questo signor Renier, quest'oracolo delfico del Giornale dei cretini e curiosi, il quale copia tanto per copiare e per scrivere il suo nome arciducale sopra una edizione d'un testo antico, il quale non sa nemmeno, copiando, obbedire alle leggi metriche e grammaticali, e dopo aver copiato, quando dalla copia appare ad evidenza l'inettitudine sua a qualunque esercizio d'intelligenza, vuol empire l'Italia del suo malumore, e della sua boria, e della sua sciocchezza puerile, questo signor Renier meriterebbe un pensum enorme: poichè non è egli se non uno scolaraccio ambizioso e di cervello tardo, che vuole a forza imporsi sull'altra scolaresca con sue appariscenti reverenze al maestro, e con un copioso imbrattamento di carta. Meriterebbe gli si dessero a ricopiare tutti i codici della Riccardiana dieci volte; e dopo, lo si condannasse ad appiccar di sua mano il fuoco a tutta quella carta imbrattata. E sì che su questa scolaresca siede maestro, ammonimento e terrore a tutti gli imbecilli facinorosi, Giosuè Carducci, il quale alla sua gloria poetica congiunge l'altra, più grata forse a lui, di essere stato dei primi rinnovatori, certo il più efficace propagatore della critica positiva in Italia. Giosuè Carducci non è un vile amanuense, se bene pochi siano più di lui operosi ed assidui esploratori di biblioteche; ma nella indagine critica reca tutta la lucidità della sua mente e tutto il larghissimo contributo della sua dottrina, e non si racchiude in un circolo vizioso, ma trascorre in trionfo tutto un immenso campo, e dalla più antica letteratura italiana o latina passa alla polemica con gli scribacchiatori del giorno; e dopo aver pubblicato quel libro di cantilene e ballate etc. (o Bertoldo, salute!) che è più importante di tutta quanta l'epica e tutta quanta la lirica di tutti quanti gl'imitatori di Dante e del Petrarca, stampa tre volumi di Confessioni e battaglie e ne apparecchia uno sui trobadori della corte di Monferato. E poichè mi son seccato del signor Renier e degl'imitatori di Dante, e certo anche i lettori ne debbono essere infastiditi, passiamo, per compenso, alle Confessioni e battaglie, con le quali il Carducci ha scosso da sè quella incrostazione leggendaria che si era formata intorno alla sua persona.
Quale sia il processo chimico della leggenda, si sa. Appena un uomo, per meriti o per demeriti grandi presso il prossimo suo conquista in patria e fuori una larga popolarità, ecco intorno a lui comincia uno strano concorso di animalacci e di animaletti. Vengono le vipere, e schizzano sul suo nome il veleno dalle gengive; vengono i cani arrabbiati, e vi schizzano la bava dell'idrofobia; vengono le lumache, e vi strisciano sopra intonacandolo d'una patina argentea. Così quel nome scompare sotto una multipla vernice, come gl'insetti in un pezzo d'ambra; e i presenti e i posteri guardano la vita di quell'uomo a traverso quegli strati cristallini, che ne ingrandiscono un qualche aspetto, e un altro ne impiccoliscono, altri infine nascondono affatto. Quando il nome di Giosuè Carducci passò i confini di Romagna e di Toscana, lo accompagnarono strani romori. Dicevasi che fosse un uomo sanguigno nervoso turbolento bilioso nella critica, sanguinario nella satira; e per di più un professore fra socialista e repubblicano, smodatamente amico della diva bottiglia. Queste cose che io, con altri compagni miei, udii nel '76 da un professore di ginnasio il quale aveva imparato il tedesco dallo Zendrini ed è un uomo di molto ingegno e di moltissima dottrina, si dicevano per tutta l'Italia, ove nella fantasia della gioventù la leggenda carducciana era sorta, tutta tinta d'un bel rosso di sangue, fra quelle dei re di Roma. Con le Poesie il Carducci non s'era fatto molti nemici: la prevalenza del romanticismo nell'Italia non faceva badar molto a quel classico maremmano balzato su da una biblioteca con una muscolatura salda e con una erudizione rara. S'erano uditi degli urli per l'inno a Satana, s'era udita più d'una predica velenosa di qualche don Margotto, ma niente altro di grave. Il fragore e le battaglie e la popolarità del Carducci cominciarono veramente con le Nuove Poesie; e cominciò allora la leggenda, contro la quale il Carducci si è dibattuto con tutto l'impeto del suo ingegno, con tutta la violenza della sua natura. E i dibattimenti e i combattimenti li abbiamo ora tutti insieme in questi tre volumi.
Nelle confessioni il Carducci narra parecchi periodi della sua vita di ragazzo indocile e rivoluzionario fra i vesperi caldi della Maremma toscana, fra i cavallari che menavano i polledri a bere, fra gli stormi di falchetti e di aquile che si spiccavano a volo verso il levante; la sua vita di scolare negli scolopi e poi nelle biblioteche fiorentine ove raccolse una così ricca messe di erudizione; la sua vita d'insegnante e di poeta a san Miniato e in Bologna, che fu e tuttavia è per lui una seconda patria. Queste confessioni, sparpagliate quà e là in varii capitoli, hanno questo d'importante pei lettori moderni e pei critici avvenire, che con una grandissima evidenza mostrano l'evoluzione delle facoltà poetiche del Carducci in relazione con la sua vita e co' suoi studii: evoluzione progressiva e meravigliosa dai Juvenilia scritti in Toscana fra il dominio assoluto del romanticismo, e le Odi barbare balzate all'amico sole di Romagna dal petto del poeta vittorioso. E poichè la vittoria non si potè conseguire senza un aspro e lungo combattere, le battaglie sono forse di maggior momento. Il Carducci, si sa, è un uomo forte di complessione, forte nella poesia, forte nella polemica: egli dunque, che pure ha tanti e tanto sicuri amici, non lascia in pace i nemici se non li ha gittati con la faccia a terra. Alcuni dicono ch'egli ecceda nella violenza. E sarà, forse. Egli non ama la polemica fatta tra due salamelecchi, con molti sorrisi d'incoramento agli avversarii: «A tali parole non mancheranno di batter le mani certi amici miei, i quali, per amor della dignità delle lettere, amano foggiarsi dello scrittore un cotal modello accademico, che dovrebbe moversi per entro una raggiera di stucco indorato e passeggiare alto da terra sulle nuvole fatte a batuffoli di bambagia, salvo a lasciar la sua posa di nume melodrammatico per bisbigliar basso in un crocchio - Il tale o il tal altro è un birbante - e stendere nel medesimo tempo la mano inguantata al su lodato birbante se entri nella stanza. Certamente non dobbiamo rinnovare gli esempi del Castelvetro e del Caro: ma la pace a tutti i costi è politica da vigliacchi.» Tale è, in fatto di civiltà polemica, l'opinione del Carducci; e se essa può non troppo piacere agli avversari, deve necessariamente tornare a grado dei lettori indifferenti, pel calore e per la vita che ne viene alla prosa; e poi l'ira del Carducci è santa, poichè non è se non la stizza d'un uomo che con tutto l'animo stia intento a un'opera di grave momento, e i tafani gli ronzino intorno pungendolo per la faccia.
I suoi sforzi di rinnovare il contenuto e la forma della poesia e della prosa critica egli li fece con piena conscienza della serietà de' suoi intendimenti, della maturità delle sue forze, con una preparazione di studii e di esperienze quale, credo, nessun poeta moderno ebbe dopo il Goethe: quelli che lo attaccarono furono manzoniani di seconda mano, o cronisti a cui altra materia difettava, o critici lunghi e mingherlini con mustacchi irsuti e la testa piena di fanfaluche. Costoro lo assalirono con leggerezza strana, senza pensare alla gravità dell'impresa, reputando che i poeti classici fossero una specie di bestie da soma, sulla schiena delle quali il primo imbecille venuto potesse picchiare con pieno e libero arbitrio. Doveva il Carducci, secondo il precetto evangelico, starsene in pace invocando ancora altre bastonate? Egli è pagano, e i pagani certi scherzi non li sopportavano. Si levò dunque anche lui, con le pugna in alto, e per ogni buffetto restituì dieci cazzotti. I suoi avversari furono scavalcati, tutti gli assalti scoperti o abilmente occultati furono respinti, e le violenze sue, non meno dei suoi versi, giovarono a sospingere la gioventù d'Italia alle conquiste della coltura moderna.
Del resto, predecessori in bastonagione, tra i classici e tra i romantici, non gli mancano. Il Goethe, il Dio, che veramente passeggiava in trionfo fra una raggiera di stucco indorato sulle nuvole dell'Olimpo di Weimar, non risparmiò la punta e il taglio de' suoi epigrammi al povero Anacarsi Klootz, che non li meritava; e l'abate Monti menò senza misericordia su la schiena del De Cureil. E non ebbe torto. Poi il Carducci non è una bestia feroce, e allo Zendrini morto perdonò cose che allo Zendrini vivo non aveva potuto perdonare.
Sino a qualche anno a dietro la prosa del Carducci era stata poco letta: gl'italiani, come i francesi, son tanto avversi alla critica, che i magistrali studi carducciani non hanno avuto subito quella popolarità, che, per vantaggio e per onore del nostro paese, avrebbero dovuto avere; poichè nessuno come lui, se non forse il Sainte-Beuve, accoppia a una potenza meravigliosa d'intuizione, a una preparazione larghissima, a un metodo veramente sperimentale, la vivezza del movimento drammatico e il calore e il colore dell'entusiasmo. Le Confessioni e battaglie hanno fatto il miracolo, e mentre in Francia dei più virulenti e più strombazzati libri critici di Zola, per confessione dell'editore, non si vendono tre mila copie, questi volumi carducciani si ristampano a migliaia di esemplari, e le domande del pubblico sempre più crescono.
VI.
LA REPUBBLICA LETTERARIA.
Il signor Parlagreco e il deputato Cavallotti - La genesi della gloria cavallottèa - L'evoluzione drammatica del deputato Cavallotti nello spazio e nel tempo - Le passeggiate liriche e i salti mortali metrici e grammaticali del deputato Cavallotti - La critica, le prefazioni, le note, la polemica e le cartoline postali del deputato Cavallotti - Contro la democrazia.
I.
Un feroce uomo, il signor Parlagreco, scrive nell'Arcadia, giornale boscareccio fondato in Napoli per combattere o per abbattere la baracca bisantina: «Non voglio richiamare gli sproloqui dello Scarfoglio contro Felice Cavallotti; sono morti prima di nascere, e il popolo italiano, o repubblicano, o moderato, o codino, va sempre entusiasta per applaudire il Cantico dei cantici, la Sposa di Menecle, e aspetta con ansia il Povero Piero, il Nicarete, la Lea, ecc.» Non io certo vorrò ricercare se la sintassi e l'ortografia di questo bollente signore abbiano le carte in regola per viaggiare attraverso le terre della repubblica letteraria: di questo egli darà conto agli dèi grammaticali. E nè meno io mi curerò di appurare se il signor Parlagreco abbia il diritto e il dovere di parlare in nome del popolo d'Italia. Veramente, poichè il popolo italiano non parla greco, non parrebbe; ma forse questo signore è della famiglia dei greci cavallottici procedenti dall'Alcibiade, e allora s'intende ch'egli reputi in piena fede di parlare italiano. Ma ciò non mi preme: veggano il signor Parlagreco e il deputato Cavallotti di regolare i loro conti glottologici col popolo italiano; io non ci entro. Solamente a una cosa non mi so rassegnare, ad essere accusato d'avanti alla nazione italica d'un peccato che non ho ancora commesso. Quali sono gli sproloqui contro il deputato Cavallotti che il signor Parlagreco non vuol richiamare? Io sono tuttavia innocente, e con piena purità di coscienza mi accingo ora a peccare. Col deputato Cavallotti io ho spezzato il panettone dell'amicizia e bevuto il Chianti della fraternità repubblicana una sera che nel palazzetto Sciarra l'associazione dei diritti dell'uomo celebrava il suo trasmutamento di sede; di poi niun altro contatto o contrasto ho avuto con lui, se non quello significato dai documenti che ristampo dalla Cronaca Bizantina del 1° settembre 1883. Eccoli:
«Pregati dal nostro amico E. Scarfoglio, riproduciamo qui sotto, dal Fascio della Democrazia, due lettere che lo riguardano, e in pari tempo una sua risposta, che il Fascio, non si sa perchè, si è ricusato di inserire.
Appagando il desiderio del nostro amico Scarfoglio, crediamo non inutile avvertire che la Bizantina intende rimanere assolutamente estranea a questa polemica.
La Direzione.»
«Un infelice qualunque, affetto da grafomanìa, certo Scarfoglio, affligge i lettori della Domenica Letteraria con una brodosa e sgrammaticata tiritera, per raccontar loro la storia decennale del giornalismo di Roma dal 1870-1880. L'argomento sarebbe, in sè, non privo d'interesse e meriterebbe, certo, di meglio che un Tucidide così male in gambe. Al qual Tucidide io sono tanto mortificato di non essere nelle buone grazie, ma non so che farci e non posso disperarmene: anzi son molto contento che egli trovi i miei versi sbagliati, perchè così almeno tornano, e che la mia Luna di miele non piaccia a lui, perchè così almeno piace a me e ai pubblici, che val meglio. Per contentar lui, l'avrei dovuta scrivere probabilmente com'egli scrive i suoi articoli: e allora - poveretto me! - i pubblici invece di applaudirmela m'avrebbero tirato le panche sulla scena, e invece di smaltirne quattro edizioni in pochi dì, me l'avrebbero lasciata a disposizione dei topi in magazzino, come una pappolata di uno Scarfoglio qualsiasi.
Ma se gli autorevoli giudizi estetici di un critico così illustre mi fanno buon sangue, mi sorprende invece che Ferdinando Martini, il quale ad essere gentiluomo ci tiene e m'ha assistito in questione d'onore - che Luigi Lodi il quale di questioni simili anche lui ne ha avute meco - lascino stampare in un giornale loro - al mio indirizzo - allusioni a questioni d'onore - d'un buon gusto e d'una delicatezza da offendere le più elementari regole della creanza cavalleresca.
E sì gli amici Martini e Lodi, i quali mi conoscono di vista, dovrebbero sapere, non foss'altro in linea di fatto, che la mia fronte sinora non è segnata da nessuno: il resto della mia pelle non dico, ma nessuno me l'ha mai chiesta per farne pelle di tamburo. E si avrebbero (sic) anche potuto risparmiare l'incomodo di esibire ai loro lettori in trofeo la suddetta mia fronte segnata (sic) dalla sciabola di Arbib.
Non foss'altro per non mettere in ridicolo il signor Arbib, sorpreso di vedersi tramutato in eroe marchiatore di democratici, e per non lasciar mettere in imbarazzo con una frase ineducata i padrini di quel duello, colleghi miei e dell'onorevole Martini. I quali avrebbero potuto spiegare a lui più in disteso ciò che venne a mia domanda sommariamente inserito nel verbale stesso di quella vertenza; cioè come e qualmente il signor Arbib, rompendo sempre indietro sin che fu stretto e investito a mezza sciabola da me, mi venne, allora, quasi letteralmente, levato di mano dai padrini, mentre io mi trovavo a vari passi più in là del posto ov'egli era al principiare dello scontro. Pantomima che il verbale con eufemismi morbidi ma chiari così narra: «L'onorevole Cavallotti avanzandosi e così essendosi trovati gli avversari a mezza sciabola, i padrini ordinarono la cessazione dello scontro per presunta ferita dell'onorevole Arbib.» Pantomima che poi l'onorevole Pullè, del signor Arbib padrino, e regolatore del duello, traduceva in moneta spicciola, quando, alle vive lagnanze del sottoscritto perchè si fosse arrestato in quel momento lo scontro, rispondeva testualmente di averlo fatto per riguardi di umanità, perchè vedeva il signor Arbib perduto. - E i padrini colleghi assentivano.
Fu per questo motivo che non ritenendo esaurita una partita passata in tal modo, rifiutai di stringere, dopo lo scontro, la mano dell'avversario, verso il quale, del resto, nessun astio mi muove. E mi duole che la goffaggine ineducata di un ragazzo ignaro del galateo di queste questioni m'abbia - e proprio in un giornale di F. Martini e L. Lodi - costretto a ritornare su quello spiacevole incidente, e ad uscir dal silenzio che per ragioni di cortesia - verso di me non usata - mi ero imposto fin qui.
«Ho letto la dichiarazione che il signor Felice Cavallotti, deputato al Parlamento, ha pubblicato nel numero 16 del suo reputato giornale. Ella, signor Direttore, intenderà di leggeri le ragioni per le quali a me non si addice di intavolare una discussione su ciò che il signor Cavallotti narra; ma confido che nella sua imparzialità e rettitudine non troverà indiscreto che io la preghi di pubblicare nel suo giornale l'acclusa copia del verbale dello scontro ch'io ebbi coll'on. deputato Cavallotti. La prego di gradire i sensi della mia maggior osservanza.
«In seguito ad un articolo del signor Edoardo Arbib nel giornale La Libertà del 12 febbraio corrente contro alcuni deputati di estrema sinistra intervenuti al Comizio dei Comizi, il signor Felice Cavallotti avendo ieri, 12 febbraio, rivolte al signor Edoardo Arbib parole ingiuriose, questi gliene domandò soddisfazione per mezzo degli onorevoli deputati Leopoldo Pullè e G. B. Tenani.
Il signor Felice Cavallotti nominò suoi rappresentanti nella vertenza gli onorevoli deputati Benedetto Capponi Giuli e Alessandro Fortis.
Convenuti insieme i rappresentanti delle due parti, stabilirono che i signori Cavallotti ed Arbib si sarebbero battuti in duello alla sciabola senza riserva di colpi, coi bracciali di sala d'armi e fino a che uno dei due duellanti fosse, per dichiarazione medica, nella impossibilità di proseguire.
Lo scontro ha avuto luogo quest'oggi alle ore 4-1/2 pom. in una villa fuori Porta del Popolo.
Al primo assalto, investendo il signor Felice Cavallotti e trovandosi gli avversari quasi a corpo a corpo o come dicesi più che a mezza, sciabola, fu ordinato dai padrini delle due parti l'alt, anche per presunta ferita del signor Arbib.
Al secondo assalto, il signor Felice Cavallotti essendo rimasto ferito alla regione temporo-frontale destra (ferita lacero-contusa) ed avendo i medici presenti dichiarato essere impossibile continuare il duello in causa del sangue che, sgorgando in copia dalla ferita, avrebbe certamente offuscata la vista, lo scontro ebbe termine, osservate scrupolosamente da ambo le parti tutte le leggi della cavalleria.
(firmati) G. B. Tenani. B. Capponi.
Nel Fascio della Democrazia del 23 agosto pervenutomi oggi, leggo un articolo dell'onorevole deputato Cavallotti, che mi richiama alla mente il cardinale Richelieu. Il cardinale di Richelieu, si sa, fu un grande uomo di Stato; e fu anche uno scellerato costruttore di tragedie. E, come spesso accade, tutta la vanità sua si posava su quelle tragedie. Così l'onorevole deputato Cavallotti. Egli, che pure ha tanti meriti patriottici e tanto zelo d'irrequietudine politica, offusca la sua bella gloria di deputato radicale con ogni sorta di peccati in versi e in prosa; e, che è il peggio, qua la sensibilità del suo amor proprio è più delicata. Guai a toccargli la piaga della vanità letteraria! Si drizza tutto armato di punte e digrignando i denti.
Or io nel mio paragrafo di cronaca bizantina22
sul giornalismo, pubblicato dalla Domenica Letteraria del 19 agosto, posi il dito su quella piaga; e sapevo che l'onorevole Cavallotti mi avrebbe mostrato i denti. Per ciò le insolenze ch'egli mi regala nel sullodato articolo sono minori assai della mia aspettazione; poichè due cose, un biasimo e una lode, hanno una virtù singolare di muovere all'ira l'onorevole Cavallotti: e sono di far versi sbagliati, e di scrivere bellissimi epigrammi latini.
Tuttavia quelle insolenze sono più che sufficienti ad indurre un uomo anche meno focoso di me a una questione personale. Ma io, prima di cedere al desiderio grandissimo di fare un assalto di sciabola con l'onorevole di Piacenza, faccio una riflessione. L'onorevole Cavallotti ha la singolare abitudine di ridurre al silenzio i suoi critici per forza d'armi. Ora io non voglio che l'onorevole Cavallotti se la cavi così a buon mercato. Da qualche anno io vado scrivendo nei giornali certe mie considerazioni intorno alla vita letteraria dell'Italia costituzionale; e queste mie considerazioni saltuarie si collegano e si raccolgono organicamente in un libro, che è quasi finito. Ne manca una parte, la letteratura democratica così per gl'intendimenti sociali o politici come per il catoniano disdegno d'ogni politezza d'arte e di grammatica; e di questa letteratura il portabandiera è appunto l'onorevole Cavallotti.
Ora debbo io, per l'impazienza giovenile di una questione d'onore col Tirteo dell'Italia di Umberto I, privare me stesso del diletto di questo studio, e diminuire il mio libro di un centinaio di pagine curiose e necessarie all'armonia dell'insieme? Se ciò che si differisce si togliesse via per sempre, non esiterei un istante a gittare al diavolo tutto quanto il libro. Ma ci è un proverbio latino - l'onorevole Cavallotti ne può far tesoro per un prossimo epigramma - che ci ammonisce del contrario. Io dunque aspetterò di avere scritto intorno all'onorevole Cavallotti tutto ciò che ho nella mente; e poi mi metterò a disposizione dell'onorevole medesimo con la duplice grandissima gioia di avere scaricata la mia coscienza critica da un peso non lieve, e di trovarmi a fronte d'un cattivo scrittore con altra cosa in mano che non una penna.
Giudichino i lettori della saviezza e dell'opportunità di questa mia determinazione. Prima di tutto, io conquisterò così ai critici più timidi il diritto di dir male dell'onorevole Cavallotti; in secondo luogo, darò all'onorevole Cavallotti il modo di vendicarsi con una sciabolata collettiva delle più aspre censure onde siano stati mai proseguiti i suoi scritti, e di mostrare ancora una volta alla faccia del mondo che la sua mano è più atta alla sciabola che non alla penna.
L'onorevole Cavallotti poi coglie pretesto dallo aver detto io che Edoardo Arbib lo ferì sulla fronte, anzi che nella faccia, per rinnovare una sua vecchia questione col medesimo signor Arbib; ma io in ciò non voglio entrare. L'onorevole Cavallotti ha in qualche parte del suo volto una cicatrice, della quale l'opinione pubblica dà il merito o la colpa al signor Arbib. Se il signor Arbib è innocente, il colpevole sarà un altro: per me, che volevo fare solo un'osservazione estetica, è tutt'uno.
In fine, l'onorevole Cavallotti si richiama a Ferdinando Martini e a Luigi Lodi, ch'egli crede direttori della Domenica Letteraria e responsabili di quanto vi si stampa; ma egli deve sapere che, avendo l'onorevole Martini declinata ogni responsabilità della redazione di quel giornale, e non avendola assunta nè Luigi Lodi nè altri, i soli responsabili sono gli autori degli scritti pubblicati e firmati.
Così stando le cose, io dichiaro formalmente che di tutte le ulteriori pappolate che l'onorevole Cavallotti potrà scrivere in proposito non terrò conto, se non come di documenti critici per la polemica spadaccina dell'onorevole summentovato; finchè non abbia potuto esaminare con piena serenità di animo e di giudizio tutto il materiale di prosa e di poesia che questo deputato amico delle docce e degli epigrammi latini ha messo insieme pei sorci dell'Italia futura.
E ora, naturalmente, io non aggiungerò commenti; nè andrò a ricercare chi, tra il deputato Cavallotti che comincia a incanutire, e me, che non ho ancor trovato nella mia capelliera il primo pelo bianco, abbia dato in questa burrascosa questione più sicuro segno di calma, di serietà, di dignità; chi, tra il deputato Cavallotti, che asserisce con tanta jattanza il contrario di ciò che è sancito dal processo verbale del duello, e me, che ricordai spensieratamente una ferita non dubitata incresciosa a un così frequente duellatore, siasi mostrato più goffamente ineducato e più ignaro del galateo delle questioni d'onore. I documenti sono chiaramente dimostrativi. Solo, io ho voluto determinare nettamente la posizione mia a fronte del nemico, perchè non mi s'abbia a prendere per qualche povero diavolo d'un Renzo Tramaglino sopraffatto da un don Rodriguccio della letteratura e della democrazia. Il deputato Cavallotti ha voluto atterrirmi con suoi strillacci e con suoi braveggiamenti. Diavolo! e non sapevate, o terribile nemico della prosodia italiana, che don Quijote si diletta mirabilmente delle avventure pericolose? Voi vi appellate ai pubblici che applaudono le vostre comedie e vi chiamano al proscenio prima che sull'atto primo s'alzi la tela, come una ballerina di cospicui polpacci prediletta dalla moltitudine? E in conspetto di questi pubblici io vi voglio svergognare, o sciagurato verseggiatore che recate attorno in vituperio pei palchi scenici del felice regno d'Italia il fantasma della democrazia italiana. Voi siete più vanitoso d'una femminella? E io vi voglio ferire nella vanità. E a proposito della vostra vanità poetica e delle femmine, rammentate, onorevole strimpellatore di troppe chitarre, una vostra avventura genovese? Eravate andato a Genova per la recita di non so quale vostra comedia, e dovevate partire la sera. Nel pomeriggio vi condusse un amico da una bella donna, a cui e voi e l'amico faceste a gara la corte. La bella vi richiese di recitarle dei vostri versi recenti; e, alla domanda lusingatrice, voi, subitamente acceso di una grande tenerezza di voi medesimo e dimenticata la donna bella e l'amore, correste a scavezzacollo all'albergo a tòrre il manoscritto de' vostri versi. L'amico, rimasto solo ad assalire, raddoppiò l'impeto, e, se la cronaca galante non mente, giunse a dar la scalata; sì che quando voi sopraggiungeste col manoscritto, erano ancora e l'uno e l'altra caldi e purpurei per la battaglia. Ben vi stette allora, e ben vi stia ogni volta che una mano audace vi sfrondi il frascame del vostro matto orgoglio poetico.
Su dunque, onorevole Pirgopolinice: in guardia!
II.
Ed ora è tempo, sembrami, che cominciamo a parlar d'arte. Però l'onorevole Cavallotti e l'arte son due termini tanto contradittorii, che non giungo a metterli insieme; poichè, se l'arte è la tecnica del pensiero umano, non aspettatevi la perfezione da un manovale. L'onorevole Cavallotti è nè più nè meno di un manovale, cui niuna più alta e degna cura travaglia, che una furia smaniosa di recar pietre e mattoni e calce all'edifizio barocco della sua vanità poetica. A torto o a ragione - molti credono a ragione, noi mostreremo che a torto - egli si è nutrita per vent'anni nell'animo la persuasione d'avere una singolare energia lirica e drammatica; e su questa base di buona fede ha eretto una sua baracchella fatta di furberia e d'imprevidenza, di spacconeria e di bambineria miste d'un tantino di ciarlataneria. La baracchella è sorretta da una travatura di logica e assodata col cemento d'una certa esperienza delle cose. Il deputato Cavallotti, prima ancora che la riforma della legge elettorale ne sancisse l'importanza, intese che la rappresentanza delle minoranze è una cosa seria; e poichè dopo il '60 in Italia non ci era minor minoranza della democrazia, si mise con le mani e coi piedi a voler diventare il poeta della democrazia italiana. Conferiva al proposito la singolarità della sua natura tra di pazzarellone e di retore, che lo trae a sgrammaticare con lieta spavalderia, e a sofisticare intorno a quisquilie oziose con dottoresca pedanteria. Conferiva anche l'indole della democrazia italiana, la quale non altro essendo che una vera e misera academia ha bisogno d'un suo poetaccio da lanciar contro il nemico come un ronzinante da corse di villaggio: un poetaccio qualunque sciancato e pieno di guidaleschi che sbatacchi le campane della lirica in tono con gli sbatacchiatori del campanone oratorio e dei campanelli elettrici del giornalismo. Così la poesia del deputato Cavallotti è opportunista, come fu opportunista la politica del deputato Gambetta. Accade questo: che gli avversari, per poter vituperare la politica cavallottèa, ne lodano la poesia, e gli amici acclamano in coro alla poesia e alla politica insieme. Niuno scrittore dunque in Italia fu proseguito di più concorde favore, e più gloriosamente levato in sugli scudi. Aggiungasi: il Cavallotti è, alla sua maniera, un pocolin don Chisciotte. Dilettasi stranamente di levar la voce in tono di minaccia, e volentieri sfodera la durlindana. Ei fa guardia alla porta della baracca della sua vanità, e guai allo sconsigliato che s'attenti di valicarne la soglia! Il traditor di Tirteo non soffre la critica, se bene ha rotto santamente i co...rbezzoli ai veristi ed a' barbari. E bisogna vedere con che feroce passione e con che miracolo di pazienza raccolga egli da' più oscuri fogliettucoli di provincia le sentenze diverse intorno all'opera sua, e le ristampi allineate a due a due sì che ciascuna dia all'altra un calcio, per potere da quella discordia concludere alla sua eccellenza lirica e drammatica. E quando la penna non basti, s'apprende a più ferrei argomenti.
Combattè una volta tre giorni consecutivi in Bologna contro tre diversi avversari, per essere state le sue poesie escluse dal patrimonio di non so qual biblioteca popolare o circolante; e assai altre volte con dimostrazioni di sciabola ridusse i contraddittori all'ammirazione. Di più, questo bellicoso fantaccino della sgrammaticatura attende con meravigliosa sollecitudine all'edifizio della sua popolarità: ben miserabile dev'essere quel borgo ove, recitandosi qualche sua comedia, egli non vada a confortare e ad accertare con la esibizione della sua persona il trionfo, apparecchiatogli dagli amici politici del luogo come una festa della democrazia. Ed è prodigo di sè con tanta facilità di espansione comunistica, e con sì bella grazia d'orso repubblicano, ch'è di molta letizia a vedere. Non già che sia nel discorso affabile e di modi e di gesti e di voce gratamente gentile, che anzi poco parla, e quel poco con scatti e troncamenti e riprese di suono simili ad urli canini e con gran furia di mani e di sguardi; ma si compiace egli d'incanagliarsi e di apparire più democratico di tutti i più democratici. Predilige le trattorie umili e la compagnia dei repubblicani di modesto ingegno, e va con un cappello piombante sull'occhio sinistro e con la persona atteggiata a un tal qual burbanzoso disdegno dell'aristocrazia delle forme esteriori. Nè ci è un più frequente banchettatore: nel suo nome e col suo intervento la democrazia italiana divora innumerabili costolette di manzo e vuota un infinito numero di fiaschi di Chianti. Alle frutta, naturalmente, scattano i brindisi in onore della repubblica e del poeta. Qual è in Italia il rimatore infelice che non abbia bevuto in versi all'alcibiadeo? Io ricordo, fra tutti, l'inno allo assenzio che Giacinto Stiavelli recitò alle frutta d'un pranzo cavallottesco. Così l'onorevole Cavallotti coltiva la sua fama con passione d'orticoltore diligente, e corre l'Italia da capo a fondo, qua piantando il cavolo d'una discorsa politica, là inaffiando le barbabietole d'una comedia, urlando, battendosi, pranzando. E tutto gli giova: nel Povero Piero, speranza del buon Parlagreco, si applaude l'interrogazione pei fatti di Baronissi, nel Cantico de' cantici si saluta la riforma elettorale, e la Sposa di Menecle si rileva dalla morte dopo le elezioni generali per protesta contro il Depretis. La democrazia italiana trae da' drammi cavallottei argomento e pretesto di gridare in gloria o di urlar per la rabbia, e sopra il fermento delle piccole passioni repubblicane innalza la bicocca dell'arte ciabattina.
III.
Rammentate l'aneddoto di Ercole al bivio? Lo avrete certo tradotto dieci volte in latino dagli esercizi dello Schultz. Ercole dunque una notte dormiva; e dormendo, gli apparvero due strade, una erta sassosa polverosa, l'altra piana dolce assiepata; e d'avanti a ognuna si teneva una donna. Presero queste a parlare, ciascuna invitando con quanti più allettamenti poteva. Erano la Virtù e la Voluttà, e la prima accennava in cima all'erta il tempio della Gloria alberato di lauri, e l'altra con gli occhi dolci mostrava la via piana conducente all'amore. Ercole molto stette in dubbio, pesando nell'animo le promesse; in fine si drizzò dal sonno, e s'avviò all'erta. Il deputato Cavallotti non è Ercole, certo; e pure, parandoglisi innanzi la via del dramma storico imbottita di borra e quella scoscesa della lirica, in un selvaggio impeto d'ambizione cesarea ha voluto percorrerle tutte due; e, un piede in quella e l'altro in questa, ha fatto dieci passi; poi, crescendo l'angolo del bivio, s'è dovuto fermare. Ed è rimasto a cavalcioni de' due muriccioli divisorii, dimenandosi forsennatamente come uno spauracchio d'uccelli, e gittando i sassi della lirica negli orti del dramma.
Non mette certo il conto di giudicare come cose serie gli atti e le voci d'un energumeno; ma poichè a quelle mosse e a quegli strilli molta gente s'è voltata a guardare, e la democrazia negli urli di quel matto si glorifica e si sublima, e qualche signor Parlagreco contamina l'innocenza della sua giovinezza con peccati mortali d'ammirazione, facciamo per una volta il medico de' pazzi; e cominciamo dalla malattia drammatica, che è la più grave.
Il deputato Cavallotti ha avuto, e tuttavia ha, una evoluzione drammatica simile in certo modo a quella del Goethe: dal medio evo è giunto alla Grecia antica; poi, con uno slancio shakspeariano, onde il Goethe non fu capace, s'è dalla storia delle guerre messeniche e del secolo di Pericle ributtato indietro, tuffando audacemente le gambe lunghe nel fossatello della vita moderna. Quale rivolgimento estetico e quali ragioni d'arte hanno determinato questa marcia di Leonida del dramma cavallottèo attraverso il tempo e lo spazio, dalla sonorità ventosa de' suoi endecasillabi medievali alla volgarità pettegola della sua prosa greca e alla sciatteria pesante de' suoi martelliani moderni? Quale concetto il deputato Cavallotti ha del dramma? Quali sono i suoi criteri drammatici? Ma non gli facciamo tante domande insieme e a bruciapelo: il fremente Achille della democrazia italiana ci risponderebbe delle insolenze. Ricerchiamo invece ne' suoi drammi e nelle sue prefazioni le risposte.
Entrando nel medio evo - prego mi si creda in parola che io, seguendo il costume dei librettisti e dei poeti drammatici, chiamo medio evo non pure il tempo delle corazze ma e quello dei tocchi piumati e dei farsetti di seta - il Cavallottino giovinetto portava scritta in fronte la sentenza drammatica di Victor Hugo: «Il faut se garder de chercher de l'histoire
pure dans le drame, fût-il historique. Il écrit des légendes et non des fastes. Il est chronique et non chronologique.» Così nell'anno di grazia 1871, regnanti già e imperanti sopra le cose drammatiche Dumas, Sardou, Augier, un repubblicano, ossia un propugnatore necessario del progresso in politica e in arte, bandiva dalle scene autunnali del teatro Re di Milano la formula drammatica del Cromwell. Non c'è che dire: i democratici in Italia camminano a grandi passi verso le speranze dell'avvenire.
Il Cavallotti dunque nacque, al mondo del teatro, vittorughiano: dramma storico, ma storico solo e tanto da dar l'effetto ottico sufficiente a coonestare la selezione della poesia contro la prosa; ciò è, dramma intimo con scenario storico. Ora si noti, in onta del dramma storico in genere e del Cavallotti in particolar modo: il dramma storico fu concepito nel primo abbracciamento di Efraimo Gotofredo Lessing col romanticismo dalla contemplazione complessiva e comparativa della tragedia greca e del dramma di Shakspeare. La tragedia greca fu la forma che una determinata parte del mondo fantastico ellenico trovò naturalmente passando dal campo della leggenda fluttuante in quello stabile dell'arte; il dramma di Shakspeare fu l'espressione più viva, più nobile, più complessa che la rappresentazione dell'uomo interiore trovò passando dal dominio della speculazione a quello dell'arte. Il dramma romantico tedesco ritrasse dell'uno e dell'altra, e nel medio evo, ricercando le fonti drammatiche della vita germanica, animò le rigide fattezze della leggenda d'una calda immortalità di passione umana: così esso dall'Emilia Gallotti, ove si sente la durezza della composizione meccanica, andò ascendendo sino al Guglielmo Tell, ch'è la più fresca espressione della sua gioventù, e al Götz von Berlichingen, ch'è la più rozza espansione della sua forza. Dopo, divenne retorico e academico nè più nè meno della tragedia classica in mano di Racine; poichè i romantici francesi, dimentichi o inconsci delle cause storiche e critiche onde nacque il dramma tedesco, e considerandolo, non già come una forma accidentale transitoria empirica, ma come una universale rivoluzione scenica e una perenne formula d'arte, se l'adattarono al proprio genio e a' bisogni propri; e nell'àmbito del dramma tedesco inscrissero il cerchio del dramma francese. Così l'accoppiamento del grottesco col serio, la fusione del drammetto satirico con la grande tragedia passionata secondo l'esempio shakspeariano, potè sembrare qualche grandissima innovazione, e non era in fondo nella generale evoluzione del dramma che un accidente di poco momento; così la base storica parve necessaria alla espressione drammatica dell'anima umana, e non è. Ecco in qual modo certe modalità occasionali del romanticismo tedesco s'irrigidirono nel dogmatismo francese; e, deviando dalla loro ragione storica, conferirono alla constituzione d'un'academia drammatica, la quale per peccato d'Hernani, di Ruy Blas, dei Burgraves e del Cromwell, si popolò di addetti e popolò il mondo scenico di vittime. Una delle quali, e non delle meno infelici, fu il deputato Cavallotti.
Costui, senza pur pensare che in Italia, meglio assai che in Francia, la rivoluzione drammatica tedesca era stata intesa e ritentata dal Manzoni, si lasciò attrarre dagli allettamenti vittorughiani, e dal '71 al '72 scrisse tre drammi intimi incorniciati di storia patria e straniera, i Pezzenti, il Guido, l'Agnese. Così posta la questione, le disquisizioni oziose che si sogliono e più solevansi in addietro fare intorno alla maggiore o minore opportunità del dramma storico mi paion superflue. Io quindi nè moverò rimprovero al Cavallotti d'aver scombussolata la storia di mezza l'umanità, nè andrò a ricercare se ne' suoi drammi la verità storica sia poco o molto violata, nè entrerò ne' suoi accapigliamenti e scapigliamenti co' critici per quanto nel dramma abbia ad entrare di materia storica e quanto di elemento umano. Io tengo solo a porre una premessa di fatto, contro la quale nessuno può fare opposizione, poichè il Cavallotti l'ammette spontaneamente: il traditore di Tirteo ha nell'anno 1871 spiegato le vele sul mar burrascoso del teatro drizzando la bussola al faro vittorughiano. Ora, data questa premessa, la conseguenza necessaria è: che il traditor di Tirteo, quando prese a sgambettare sul palcoscenico, non aveva nessun sano criterio drammatico, non sapeva, in somma, quale fosse l'essenza, quale la storia del dramma. Il dramma gli apparve come una rappresentazione scenica di affetti umani con apparato storico, per maggior agio di prospettiva poetica: ne ebbe, in fine, un concetto academico, bisantino, empirico. Non era nato pel dramma. A me rammenta un academico della tragedia e dell'epopea con cui ho qualche famigliarità, se bene è seccante di molto, il Trissino: tra la Sofonisba e i Pezzenti scelgo cento volte la Sofonisba, se non altro per la purezza della lingua e la classica solennità dello stile.
I drammi del Cavallotti dunque non sono opere d'arte, sono raffazzonature sceniche, intorno a cui non altra critica è possibile, che empirica: la critica del marchese d'Arcais e di tutti, in genere, i cronisti teatrali: se le situazioni siano con tanta felicità combinate, da scotere il pubblico sonnecchiante e moverlo all'applauso; se i caratteri sian costruiti con sufficiente somiglianza del vero, sì da non parer proprio precipitati dalle nuvole; se i versi abbiano la sonorità voluta per toccar forte qualunque più duro timpano; se il meccanismo, in fine, sia ben congegnato. Da queste questioni che, sole, può la critica fare intorno al medio evo drammatico del Tirteo d'Italia, appare un fatto singolare: che il dramma cavallottèo, come tutti i drammi seguìti alle tragedie manzoniane, non è in fondo che una comedia dell'arte in versi, e scritta. Non ha la vivacità briosa, nè l'agile vita e la festevolezza che l'improvvisamento conferiva alla comedia dell'arte; ne ha per altro il difetto d'ogni intendimento morale e d'ogni ragione d'arte, poichè come quella non trascende i confini della scena, e oltre il momentaneo diletto degli spettatori non ha scopo. Vediamo dunque se la drammatica cavallottèa abbia in sè qualche argomento di diletto, e onde lo deduca.
Il Cavallotti accampa a sua difesa contro i critici urlanti alla verità storica violata l'assioma vittorughiano, che l'elemento storico nel dramma non debba entrare se non per bellezza scenografica e per produrre l'effetto prospettico necessario alla poesia; di più il Cavallotti medesimo, giudicando il dramma in prosa troppo maggiore delle forze d'un principiante, qual egli era nel '71, dichiara d'averlo scritto in versi per non restar senza il soccorso della Musa, statagli sempre, secondo una sua inconcepibile illusione, fedelmente amica. Lasciamo dunque da parte la questione, che sarebbe fuor di luogo discorrendo d'un saggio di coreografia teatrale, se il dramma sia necessariamente una forma poetica d'arte o se possa, senza deviare dalla sua natura, vestir l'umili penne della prosa, e accettiamo le dichiarazioni del deputato Cavallotti. Concediamogli tutto, senza far notare a lui e agli ammiratori e agl'indifferenti che il suo leggero animo in una cosa di tanto momento è un segno della sua assoluta inettitudine drammatica e della sua mancanza d'ogni criterio d'arte. Solo, ci sia lecito movere una domanda: la forma poetica onde furon vestiti questi drammi è almeno sopportabile? Risponda il Cavallotti. Apro a caso il volume I delle Opere, e trascrivo dai Pezzenti (Atto secondo, scena terza, pag. 99):
..... ed altro
Nome non ho, nè aver voglio. E tu, prode,
Che me chiami codardo, or, perchè, cinto
Qui d'armi, innanzi ad un codardo tremi?
Solo, io così, ti fo paura? oh, guarda
Se la paura è qui. Ma di codesti
Pezzenti i cenci, oh, non di tanto spregio
Copriste il dì, che a San Quintin, di sangue
Tinti, al re vostro composero il manto!
Perchè ingrassati da le spoglie nostre
In voi tanta superbia! E a morte infame
Me consacrar tu speri? Ah, questo solo,
Questo sol tu non puoi! dal dì che il sangue
De' nostri eroi vi rosseggiò, la gloria
Stette sui palchi e li converse in are.
Altri brandi ha la Frisia: ed altri il mio
Sangue sorger farà: di piombo o scure
Si versi, oh, non temer, fecondi ovunque
Son gli amori del sangue e della gleba!
Ma impallidir lassù non mi vedrai
Come a me innanzi impallidir t'ho visto!
Bel finale d'atto, eh? Tronfio, sonoro, rotondeggiante. Pare la predica contegnosamente solenne d'uno zio canonico a un nipote scapestrato. Vi figurate l'attore giovine con questa predica in bocca? Le braccia incrociate sul petto con mossa sdegnosa, le gambe tese e il capo fieramente inarcato sul collo, predica.
Anche mi ricorda qualche escandescenza di Buovo d'Antona contro il Maganzese in una tragedia di burattini. Versoni pesanti e boriosi, imbottiti di borra e gonfi di vento, che potrebbero parer degni del Frugoni se avessero la fluidità frugoniana; ma il rimbombante arcade non commise mai peccati melodici simili a questo:
Nome non ho, nè aver voglio. E tu prode.
Anche Innocenzo Frugoni non fu mai tanto colpevole contro la sintassi della lingua italiana, quanto è il Cavallotti in questi venti versi. Non certo egli avrebbe scritto:
Perchè ingrassati da le spoglie nostre
In voi tanta superbia.
Si versi, oh, non temer, fecondi ovunque
Son gli amori del sangue e della gleba!
... Vigliacco,
Vanne col marchio dovuto a' tuoi pari!...
Si rea dunque son io, perchè qui tutti
Mi calpestino ormai?! Cancella il tempo
Giuramenti di sposo, amor, costanza,
Fede: ogni affetto uman copre d'oblio:
E di un'ora il fallir non basterebbe
A cancellarlo di una vita il pianto?!
Oh, ma il mio sposo rivedrò... Vo' aprirgli
Tutto l'animo mio... Qual di noi due
Più colpevole? Il solo egli è che dritto
Di gettarmi non ha la colpa in viso...
Che non ha dritto di niegar perdono...
Pregarlo voglio...
Ahi misera! ma questa
Vampa d'amor che nessun pianto spegne,
Che implacabile m'arde e mi persegue,
Come cacciarla dal cuor mio?! Rodolfo!
Rodolfo mio!
Ecco: il momento drammatico è diverso dal primo; ma la pedanteria declamatoria, e la boria, e la fragorosità vacua son pari così nella scena dell'ira generosa come in quella della disperazione amorosa. Carlo Innocenzo Frugoni, il buon arcade, ne sarebbe contento: scommetto per altro tutte le Opere del deputato Cavallotti contro una copia sola del Bertoldino, ch'egli non sarebbe stato nè contento nè capace d'uno sproposito di grammatica grosso come questo:
E di un'ora il fallir non basterebbe
A cancellarlo di una vita il pianto;
e che, non pur lui, ma tutti quanti i becchi di Arcadia raccolti in coro urlerebbero di spasimo a una trasposizione bestiale come questa:
Il solo egli è che dritto
Di gettarmi non ha la colpa in viso...
Ma tutti quanti gli Arcadi del mondo, con a capo il Frugoni, il Zappi, il Lemene e quanti altri illustri in rimeria espressero dal piffero, dalla fistola, dalla zampogna la quintessenza dell'imbecillità umana, andrebbero in brodo di giuggiole al vaghissimo spettacolo di tanta pompa d'interpunzione interrogativa ammirativa e sospensiva, che dà con molta evidenza la sembianza della vivacità drammatica e della duttilità metrica onde quella tirata avrebbe potuto esser consolata. Bastano questi esempi, o ancora ne volete? Io non ne reco altri: ai già persuasi, bastano; i cocciuti nell'incredulità paghino con alquante lire le spese della cocciutaggine loro, e aprano il volume comperato, senza pure sfogliarlo, a caso, così come Robinson Crusoè apriva la Bibbia. Non ci è tenacità d'ammirazione che regga a questa prova.
Intanto, noi possiamo concludere con piena e serena coscienza della verità, che troppo l'onorevole Cavallotti fece a fidanza con l'amicizia della Musa. Povera Musa cavallottèa! Ell'era una ciana, avvezza a trascinar le ciabatte sopra una strada faticosa accidentata da' triboli della sgrammaticatura e dai ciottoli della mala prosodia. Ell'era zoppa, poveraccia!, e sempre con affanno doloroso avea posato in terra i piedi, onde l'uno era troppo breve e l'altro troppo lungo. Che soccorso poteva dare a un deputato teatrale in imbarazzo? Il soccorso di Pisa? Neppur quello. Soccorso di spropositi, e di retorica. Infatti dalla veste poetica ritrae il dramma medievale cavallottesco un peso academico e una sciatteria piazzaiola, una fredda burbanza predicatoria e una trivialità ciarlatanesca. Per chi proponevasi il dramma della passione e la tragedia dell'anima umana non era prudente mettersi alla gran prova con un tal bagaglio di cenci. Ad ogni modo, ricerchiamo tra' cenci gli afflati della passione.
E, in parola d'onore, mettendomi a questa ricerca, mi par d'essere Diogene girante con la lanterna in mano alla scoperta dell'uomo. Io veggo salire da tutta questa ciurmaglia di versacci una sciaurata nebbia che mi fascia di tenebre la vista; stringo le mani, e prendo un vapor vischioso che subito sfugge. È questa la passione cavallottèa? In verità, questo mestier di Diogene mi va male a sangue. Ad ogni modo rassegnamoci, e per non restare con le mosche in mano procediamo con rigor logico. Qualcosa troveremo, se Aristotele ci aiuti. Ed ecco, ho trovato due cose, in fondo all'immondezzaio del dramma cavallottèo: due cose informi che si movono in quella vacuità infronzolata di ciarpe, le quali potrebbero essere due bacherozzoli, o anche due passioni. Poniamo che siano passioni, e definiamole: le chiamerò amor sessuale, e amor di patria. Quello ha più luogo nell'Agnese, questa ne' Pezzenti, se bene nel primo e nell'ultimo dramma del cavallottèo ciclo medievale s'avvicendino e s'abbraccino fraternamente. Nei Pezzenti dunque prevale l'amor di patria: è il dramma dei Gueux lottanti brigantescamente e generosamente contro la prepotenza spagnola nei Paesi Bassi. Sono i Masnadieri di Schiller nobilitati dalla volgarità d'una tesi patriottica, un fenomeno d'acclimazione simile a quello del Werther nella prosa del Foscolo. Ma te fortunato, o Werther! Tu, mutando paese e mutando prosa, poco perdesti, poichè feceti il Foscolo amare e morire al gran sole d'Italia con tanta nobiltà di passione e tanta bellezza d'arte, che non avesti a rimpiangere le nebbie della patria. I poveri Masnadieri furono troppo atrocemente puniti de' loro misfatti, e scontarono nelle latomie della poesia cavallottèa il peccato dell'emigrazione. Mancava l'aria in quel chiuso tenebroso, e i briganti schilleriani, perduta la freschezza della loro gioventù romantica, si trasmutarono in un branco di pupazzi meccanici, e presero a declamare faticosamente uno stupido gergo misto di durezze alfieriane mal digerite, di pomposità niccoliniana male rispampanata, di stramberie vittorughiane male intese, di svenevolezze arcadiche e di ampollosità catedratica. Poveri Masnadieri! Si travestirono con un giustacuore verde e una fascia scarlatta, e passeggiarono furiosamente sul palcoscenico, quarantotteggiando con una buffa posa di filodrammatici educati ai tragedioni del Giacometti e ai drammissimi di Teobaldo Ciconi. Il loro peccato giovenile fu grave, poichè sbucarono essi tumultuariamente con impeto di furia e d'assalto dalla fantasia di Federigo e s'appiattarono nella gran selva del romanticismo a insidiar la vita e le sostanze altrui; ma non meritavano di finire nelle feroci mani cavallottesche. I democratici, quando ci si mettono con caldo animo, smarriscono ogni senso d'umanità. Poi, non dovevano essi passare sotto la gogna d'un romanzaccio di Fernandez y Gonzales. E, qui, non voglio io rinnovare l'accusa mossa al Cavallotti da Eugenio Torelli-Viollier, e portata davanti al tribunale. Sono anzi d'accordo coi giudici che assolsero il deputato Cavallotti dall'imputazione di plagio; ma ciò non mi vieterà di dire che da quel processo il traditor di Tirteo uscì laureato d'infamia davanti alla divinità dell'arte. Un artista di qualche pudore si sarebbe lasciato ghigliottinare in piazza, checchè potesse seguirne alle sorti della democrazia, anzi che confessare di aver tolto inspirazione dai romanzi d'un appendicista di quel conio. E qui non mi mangi il deputato Cavallotti, nè mi citi in sua difesa l'esempio di Shakspeare: tra il Bandello e Gonzales corre, su per giù, la distanza medesima che tra Shakspeare e il deputato Cavallotti.
Tutti i grandi maestri dell'arte presero il materiale ovunque lo trovarono; e poichè anzi la formazione dell'arte non è individuale, ma rassomiglia in qualche modo alla genesi dei polipai, che nascono dalle secrezioni complessive di miliardi e miliardi d'infusorii, il maggior segno di forza sta nella facoltà di animare e rimpastare a nuove fogge di vita le primitive elaborazioni tuttavia rozze e in istato, direi, inorganico. Se non che, questo assorgere dell'arte dalla materia bruta non accade senza una legge; ed è la legge dell'evoluzione. La materia dell'arte si va a grado a grado organizzando e sviluppando da forme inferiori a forme più perfette, e salda anello ad anello di quella gran catena della bellezza che tanto conferisce a tenere avvinti gli uomini alla vita, ed è un elemento di tanta importanza nella evoluzione progressiva della specie umana. Ciò accade naturalmente, come il fatto della fruttificazione dall'albero. La fantasia popolare gitta i semi, e i semi germogliano; poi spuntano le prime gemme, e comincia lo sviluppo delle foglie; e la vita della pianta, circolando piena e libera per tutte le fibre, si espande con una viva emanazione d'amore, e fiorisce. Ed ecco, l'albero gentilmente piumato di verde e di roseo attinge dal sole l'energia e la letizia dell'essere, e levandosi vagamente superbo sopra i minori virgulti, passa in trionfo dalla giovinezza del fiore alla maturità del frutto. Così la vita si svolge con graduale ascensione dalle più umili alle più perfette forme; e la povera leggenda, seminata tra i colloquii notturni d'un campo di pastori orientali, leva le cime orgogliose nel dramma di Shakspeare, nel poema dell'Ariosto, nella novella del Boccacci, in tutti i più gloriosi documenti della grandezza umana. Ma le frutta fracide, che cadono dall'albero, non concorrono alla general vita della pianta: esse restano abbandonate in terra, sin che qualche porco non se ne nutra. I romanzi di Fernandez y Gonzales, e de' pari suoi, son frutta fracide, son come le materie eterogenee ed immonde che nel bollore del vino salgono a galla con la schiuma. Nati dall'imputridire di una parte dell'organismo dell'arte, non possono rientrare nella metempsicosi della vita dell'arte se non in forma di concime: son buoni solo pei porci. Di più, se il dramma del Cavallotti trasse dal romanzo di Gonzales l'inspirazione esteriore e occasionale, esso derivò dai Masnadieri di Schiller la sua essenza vitale. È dunque anche una profanazione. E se bene da un democratico della sotto-specie cavallottèa bisogna aspettarsi qualunque eccesso, questo Schiller non meritava. Povero Federigo! se ti vedesse Tecla così imbrodolato con la zozza d'un romanzaccio da portinai per le immonde mani d'un deputato sgrammaticante.
Dunque, colorito drammatico schilleriano nella concezione romantica del brigantaggio bello e generoso, materia tolta da un romanzone d'appendice, resta di vera e piena proprietà cavallottesca la tesi patriottica: ciò è, il deputato Cavallotti ha messo di suo ne' Pezzenti una passione d'amore soverchiante ogni altra opposizione d'affetto, e ricongiugnente nella morte due divisi dalla rivolta nazionale contro l'invasione straniera. Tutto ciò, si noti, nel '71, quando una tal tesi, dalla Giulietta e Romeo all'Imelda Lambertazzi di don Baldassarre Odescalchi, era stata fritta e rifritta in almeno cinquecento tragedie, e dalle sublimi altezze del dramma scendendo all'umiltà della prosa, era stata, da Walter Scott in giù, trascinata nelle bassure di tutti i romanzi storici dei due mondi. Di più, la tesi patriottica può solamente essere assolta dalla santità dello scopo a cui tende, e accettata in pochi determinati momenti della vita nazionale d'un popolo, quando l'arte restringendo i suoi confini appresta anch'essa armi alla guerra e diventa agente di rivoluzione: la rivoluzione compiuta, l'arte rivoluzionaria deve morire, se non si acconcia ad essere academica. L'amor patrio dei drammi cavallottei è dunque academico e retorico; e que' disgraziati Pezzenti meriterebbero una larga limosina di calci nel sedere, tanto son seccanti.
Quanto all'amor sessuale drammatizzato cavallottescamente, fa ridere i polli. Dove mai il deputato Cavallotti ha imparato a far l'amore, e dove a rappresentarlo scenicamente? Il dramma dell'amore cavallottino è l'Agnese, il cui nòcciolo, si sa, è questo: Agnese Gonzaga, nauseata del marito che la tratta male, si fa cogliere a chiacchierare con Rodolfo Scandiano da una sua donna, la quale riporta ogni cosa. Di qui la catastrofe. Ora, delle due una: o l'amore di questi due fu coerente alla evoluzione fatale dell'amore dal desiderio all'atto, e allora il dramma è stupido; o si fermò a quella chiacchierata, e allora è inutile. A ogni modo, ci troviamo davanti a una Parisina rifatta bestialmente da un deputato progressista, a cui mancò l'animo di far amare due dietro le quinte a quel modo che i cani s'amano e Diogene avrebbe voluto amare in piazza. O forse il Gonzaga cercava un qualunque pretesto per levarsi la mogliera da torno, e bastò quel colloquio innocente? Allora il dramma non esiste più, perchè in questa coreografia cavallottesca la politica entra indirettamente, e solo per corollario e per cornice dell'amore. Resta per tanto questo substrato drammatico: un desiderio vago, impalpabile, incerto, che trova unico nutrimento e unico sfogo in quattro chiacchiere sconclusionate. Per tanto poco ammazzar due persone? E ammazzare anche tutti gl'infelici che, per uno stupido scrupolo d'onestà critica, vorranno leggere quella mastodontèa congerie di versacci? Questi repubblicani sono proprio bestiali.
Quei poveri diavoli si adorano dunque alla lontana, e passeggiano a vicenda sul palcoscenico, offrendo agli spettatori un perfetto esempio del cretinismo amoroso cui giunse nell'ultimo suo rimbambimento il romanticismo europeo. Ella - infelicissima! - soffre la pena ineffabile e incredibile onde son sopraffatte le grandi anime romantiche alle prime percosse d'amore: vorrebbe, e non può; potrebbe, e non vuole; e gira e rigira, salamandra della retorica idealistica, nel fuoco fantastico della propria passione, sbracciandosi a declamare, svociandosi a predicare, e offendendo qua e là, nella sua nobile ignoranza di gran dama e nella inconsapevolezza dell'affetto trasmodante, la metrica e la grammatica. Egli - poveraccio! - fa all'amore come può, e come deve un eroe romantico. A lui non son concessi i facili e volgari diletti dell'accoppiamento: egli deve, per non macchiare la nobiltà del suo sangue romantico, moversi sulla scena con la faccia atteggiata a una fatale angoscia e con le braccia incrociate sul petto, poi ogni tanto scrociar queste braccia, e con la mano sinistra afferrare l'elsa della spada, con la destra prendersi la fronte piegante pe'l peso d'un dolor disperato. E deve ogni tanto dire qualcosa, tanto per non parer muto. Ecco l'amore cavallottesco. Ma aspettate, scordavo il meglio: scordavo i versi. Gli amanti del deputato Cavallotti rimano tutti. Ecco pertanto le strofe, con le quali Vincenzo o Antonio (nel dramma si trasmuta con bella metamorfosi aleardiana in un Rodolfo) Scandiano conquistò il cuore della bella Agnese. È una mesta serventese, dice lo Scandiano, il quale, se bene si piacque di far brutti versi, non sapeva che il serventese fu di genere mascolino, che non fu mai mesto, che non fu mai nè canzoncina amorosa nè arcadicheria piagnolosa, ma sempre canto politico o satirico, e che nel 1390, dopo Dante il Petrarca e il Boccacci, non se ne scriveva più nè in Italia nè in Linguadoca nè in Papuasia. Comunque, ecco la serventese scandianesca, che reca per titolo: La canzone dell'orfano:
Oltre il sole ed oltre i mondi,
- «Che mai cerchi dello empiro
- «Oh, la madre mia nell'ultimo
De' suoi dì, con guardo anelo,
Fiso anch'ella cercò il cielo,
Poi, baciandomi, spirò!
«Cerco in ciel qual sia la nuvola
Cerco in ciel qual sia la nuvola
Il suo spirto raccogliea,
Dove ei piange abbandonato,
«Fior, carezze, amplessi e baci
Chiede indarno a un muto avello;
E riprendilo con te! - »
O Pietro Paolo Parzanese, o Francesco Martuscelli, o voi tutti rimatori per gli asili d'infanzia, quando mai foste voi colpevoli d'una scempiaggine così lietamente cretina? E voi rimaste per gli asili infantili, non per dare al dramma il soccorso della Musa. Povera Musa, linfatica vivandiera nell'orfanotrofio dell'amore cavallottino!
Ma coll'andare del tempo, potè il Cavallotti liberarsi dalla Musa, e avventurarsi più franco e più forte nella perigliosa selva del dramma in prosa. O coraggio inaudito! Ma non stiamo a scherzare con le cose serie; e se il deputato Cavallotti, in questa sua esitanza a passare dalla poesia alla prosa drammatica, ci rassomiglia un poco Giuseppe Prud'homme, che male c'è? Gli ci son voluti alquanti anni e tre drammaccioni elefantini per giungere a tanto: ammiriamo la sua costanza nei propositi, molto più ch'essa lo ha condotto niente meno che all'Alcibiade. Qui, un'altra evoluzione è accaduta nel concetto cavallottesco del dramma storico. Il deputato Cavallotti, scostandosi alcun poco dai canoni vittorughiani, mosso dall'esempio di Pietro Cossa, ha cominciato a credere che il dramma debba essere una ricostruzione storica. Addio dunque, o quarantotteggiamenti faticosi e amoretti leziosi! Il deputato Cavallotti si butta a capofitto nell'archeologia. Se non che, manca a lui quella fresca potenza fantastica che concesse a Pietro Cossa di riconcepire gli eroi e le eroine dell'imperio romano come creature moderne, e non ci è sforzo umano che possa rimediare a quel difetto. Così il Cavallotti alcibiadeggiante offre alla vista un singolare spettacolo. Pare ch'egli siasi messo tra le gambe un sacco di tela d'Olona; poi abbia preso un gran fascio di libri, i quali sia andato furiosamente scartabellando. Ecco tutti gli storici greci da Erodoto a Senofonte ateniese e a Plutarco, ecco anche dei compendi di storia greca e dei dizionari storici e delle enciclopedie archeologiche, ecco poeti e prosatori greci, Pindaro e Luciano, Saffo e Platone, Aristofane e Isocrate, Omero e Demostene, Eschilo e Anacreonte. E scartabellando, arruffa e arraffa, come un ladro notturno nella furia del ladroneccio, notizie e citazioni, brani di prosa e brani di poesia, date e aneddoti; e ogni cosa gitta nel sacco. Poi questo sacco di tela Olona ben gonfio ponesi sulle spalle, e va gridando per le vie teatrali d'Italia:
- Chi vuole dell'Alcibiade? Ce n'è in sei quadri per la rappresentazione, e in dieci con prefazione e note per la lettura. Chi vuole dell'Alcibiade?
E posa il sacco in terra per mostrare la mercanzia; e nel posarlo, odesi un rumore. È suono di cocci d'anfore greche, e di pignatte lombarde. Sono anfore o sono pignatte? È una pignatta mostruosa, dai fianchi sconciamente obesi come quelli d'una femmina gravida, e vorrebbe atteggiarsi alla snellezza graziosa di un'anfora. Parrebbe che vi fermentasse dentro qualche generoso vino dell'arcipelago eolico, e vi bollono le patate della più sciatta volgarità meneghina in una broda di prolissità cicalona e di pedanteria presuntuosa. Oh quanto sono pezzenti questi Greci cavallotteschi! S'aggirano come pazzi a traverso i mutamenti di scena a vista d'un dramma infinito come la bontà divina, e portano indosso certi abiti cenciosi rappezzati pittorescamente: Socrate ha una tunica fatta di brani di dialoghi platonici, e Alcibiade ha due pagine di Tucidide cucite sopra le natiche. Pare un ospizio di mendicità.
Poi, io odio questi falsi Greci per una mia ragione subbiettiva: da essi procede il mio primo debito. Ero in collegio, e tra le altre strane malattie della crescenza una sopra tutte mi travagliava ostinatamente: la mania non pur di comperare io, ma d'indurre i miei compagni a comperar libri. Una volta dunque, non so come nè perchè, scelsi dal catalogo dell'editore Barbini l'Alcibiade, e poichè pareva che esso costasse pochi soldi, giunsi dopo molti stenti ad indurre altri cinque a quell'acquisto: venne il pacco, e con gran meraviglia mi parve troppo più grosso del dovere. Lo apersi con qualche vago presentimento d'una sciagura, e trovai sei volumoni pesanti come sei macine di mulino: in tutto sessanta atti, sei prefazioni, ventimila note, e trentasei lire da pagare al libraio. Nessuno degli acquisitori, a quell'inaspettato aumento di prezzo, volle il libro; e i sei volumi mi restarono sullo stomaco adolescente come sei macine di molino. D'allora, ho preso in odio la Grecia.
Eppure, la Grecia del Cavallotti è tanto greca quanto io sono calmucco, e rassomiglia con un sì strano miracolo al suo medio evo, che ad ogni momento pare Alcibiade debba levar la faccia sentimentale alla luna per cantare qualche mesta serventese. Del resto, se non canta una serventese mesta, recita certe ballate o ballatette o cantilene prato-aleardiane e manzo-berchetiane che vi fanno, con reverenza alla Grecia, cader le brache per lo sconforto. Poi questo Alcibiade ha una sua maniera d'amore tra di fringuello impaniato e d'Ercole circense. Ogni tanto rammentasi di dover essere un uomo elegante, un effeminato amabile e galante, e atteggia la faccia a una malinconia soavemente romantica; poi lo riprende lo spacconismo, e allora fa il braccio di ferro e ingrossa la voce come fosse in un comizio democratico, per chiamar gli sguardi delle belle e del pubblico alla formosità della sua persona. Infine, questo sciagurato diventa pienamente cretino; e mentre i Traci gl'incendiano la capanna, ei canta a gara, con la patetica signora dalle camelie che s'è tratta dietro, un duetto sì dolcemente stupido, che al solo ricordarlo io sento l'anima mia tuffarsi in un quieto pelago d'imbecillità. Tale è l'Alcibiade cavallottesco, un Alcibiade così grottesco e così goffo e così noioso, che tutti i ragazzacci delle scuole d'Italia dovrebbero corrergli dietro urlando; un coso mostruoso, che pare un san Clemente fatto a mosaico da qualche lapidario bisantino. Povero Alcibiade! Egli si move sulla scena con pretensione di greca grazia, e davanti a' suoi passi tutte le pagine scartabellate per metterlo insieme si levano come tante bianche lingue sibilanti. Povero Alcibiade, costruito di aneddoti e di citazioni! O minestrone di carote e di patate e di bietola, tu sei troppo democraticamente indigesto al mio stomaco aristocratico: io non potrei oltre ingollar di te, senza crepare.
Addio dunque, o Grecia cavallottesca, ove nè la garbata arguzia ateniese nè il muscoloso vigor laconico nè il generoso fanatismo tebano allignano. O Grecia di beoti romantici e di arcadi predicatori, o Grecia in dieci quadri e cinquecento pagine, pedantesca e buffonesca, vattene al diavolo.
E qui di nuovo mi raccomando al deputato Cavallotti che non mi mangi: non è stato lui il primo a mandare al diavolo la sua Grecia di cartapesta? E ha fatto bene, poichè veramente non occorreva incomodar Tucidide e rompere i santi sacramenti allo scoliaste di Platone per evocar dalla notte dell'impotenza fantastica cavallottèa degli Alcibiadi rimpastati dalla vecchia creta di Armando Duval, dei Messeni rifatti con le briciole dei Masnadieri di Schiller e dei Gueux di Fernandez y Gonzales, delle spose di Menecle modellate col gesso misto di polvere cipria della Traviata. A che serviva questo faticoso rimpastamento? I Greci cavallottèi aborrivano per natura dai costumi da' sentimenti dalle consuetudini feroci e gentili de' tempi classici: eran de' Grecucci nutriti di mollica di pane e repugnanti con molta nausea dal midollo leonino. Che ci facevano in Grecia? Essi non eran Greci: erano lombrici nati dal putridume del dramma romantico, e strisciavano sulla polvere del palcoscenico levando ogni tanto il capo e dimenando l'anterior parte del corpo con malinconia sentimentale. Il meglio ch'essi sapevan fare era di recitar ballate e ballatette d'amore alla maniera del Prati del Berchet dell'Aleardi. Poveri bachi educati al calduccio malaticcio degl'inni manzoniani, con che cuore andavate al bosco del dramma storico?
Anche, il deputato Cavallotti ritraendosi dalla notte de' tempi pagani all'età moderna, ha infine trovato una soluzione democratica e savia d'un gran problema di forma drammatica. Non più la sonorità ventosa e pedantesca dell'endecasillabo sciolto, non più il peso indigesto e somaresco d'un prosone da cucina allietato goffamente di romanze romantiche e di prologhi alessandrini; il dramma di costumi moderni gli ha offerto un gancio, a cui ogni deputato oscillante tra la poesia e la prosa può apprendersi con sicurezza piena: il martelliano. Eccolo, il gran salvatore: bolso come un cavallaccio da carretta, floscio e capace come la matrice d'una vecchia meretrice, comodo e paziente di qualunque più sconcia ingiuria alla dignità dell'arte, qual mai più utile ausiliario potrebbe augurarsi uno scrittor comico materiato di volgarità? Il deputato Cavallotti, che ha infine ritrovato sè medesimo, se l'è cacciato tra le gambe come i ragazzi fanno delle scope; e via di corsa caracollando di palcoscenico in palcoscenico. Volete delle comediole brevi che vi rallegrino lo spirito gravato dallo stracotto di manzo? Eccovi un chierichino e un'educanda che traducono alla peggio il cantico dei cantici e si sposano; ed eccoveli esibiti in una raggiera di martelliani idropici che si vomitano l'un l'altro addosso, e l'un sull'altro s'ammucchiano russando, come una compagnia d'ubriachi che vadano in fila, e, caduto il primo, gli altri successivamente inciampino nell'ostacolo. Volete un drammetto lacrimevole, che vi solletichi piagnucolosamente le corde dell'aberrazione sentimentale? Eccovi una lirica del Leopardi comicizzata pietosamente. Volete proverbi drammatici? Volete de' Poveri Pieri, o dolce Parlagreco? Ma parlate italiano, in nome del buon Dio, e chiedete: il deputato Cavallotti non vi farà sospirare alle stelle. Egli ha fatto come chi instituisce fornace di mattoni o di fiaschi. La fornace è sempre all'ordine, poichè gran copia di torba martelliana dì e notte alimenta il fuoco: basta prender cocci di drammacci vecchi e di romanzi smessi e di liriche intristite, pestare e inacquar di lagrime o di giulebbe, poi alla meglio rimpastare e gittar nel forno. Ecco drammi quadri, pesanti, piatti come mattoni, ecco comediole vezzose, leziose, graziose come fiaschi vuoti. Rompetevi i mattoni sulla testa o rompetevi i fiaschi sulle natiche, come più vi piace, e siate contenti, che il diavolo v'abbia in gloria! Che altro desiderate? Volete anche lo Spartaco, aspettato con tanto palpito dal deputato Bovio? E via, con queste anticaglie! Non distraete l'onorevole Pirgopolinice dal forno. Egli fa il fornaio con tanta grazia, con tanto gusto, con tanta fortuna, che veramente sarebbe un gran peccato. E poi il forno, dicono, gli rende bene. Non ci è deputato nè scrittor comico nè scrittore di libri in Italia, che faccia migliori affari di questo mattonaio. Perchè rompergli la testa, ora che la sua evoluzione drammatica è compiuta, che i suoi ideali drammatici son conseguiti? E lasciatelo alla dolcezza dei fiaschi, o ferocissimo Parlagreco.
IV.
Ora è necessario che il deputato Cavallotti faccia atto di santa pazienza, e non arruffi le penne nè fulmini ira dagli occhi per la gelosia, se io vado a frugar sotto i panni della sua vergine Musa. Vergine, intendiamoci, e Musa per un fatale accecamento d'amore del deputato Cavallotti, poichè in realtà ella non è, lo abbiamo detto, che una ciana. Ma non levate le mani al cielo per lo stupore: non per nulla pensarono i Greci il bamboletto Amore bendato. Egli va volando per gli orti, pei verzieri e pei prati, con quella benda sugli occhi: e come la primavera con larghezza imparziale anima e vivifica tutta l'universa natura, fioriscono odorando negli orti, nei verzieri, nei prati le belle piante e le brutte, le malefiche e le benigne, l'erbe d'alimento e quelle velenose; e tutte con le lusinghe della gioventù rinnovata allettano il dolce volatore. Ora il pargoletto andando ciecamente in quel tripudio della stagione più grata, e sentendo misti insieme tanti richiami d'odore, fermasi qua e là per diletto; e qualche volta s'annida nel grembo morbido d'una rosa, ma qualche volta si posa in cima a un bel fiore di cardo. Ed ecco, un fiero raglio d'asino geloso viene a trarlo dall'errore e a precipitarlo nel terrore.
Questo incolse al deputato Cavallotti quando con lieto impeto giovenile buttossi ciecamente a volo nei pascoli fioriti della poesia. Fiorivano i pascoli con letizia d'emanazioni soavi alla dolce tenerezza del sole, ed ogni pianta sbocciava all'afflato d'amore: le rose della lirica carducciana, meravigliose di colore e d'odore e potenti di spine, sopraffacevano per la bellezza i mughetti aleardiani e i giacinti senili del Prati; e ancora gli antichi fiori dell'ultima poesia italiana olezzavano acutamente, poichè dal vario canto del Foscolo, del Leopardi, del Manzoni del Parini emanava una fragranza mista di bacche d'alloro, di crisantemi, d'incenso, di giaggiòlo educato con sapienza d'ortolano amoroso. Il Cavallotti, non ancor deputato, svolazzò con impeto sopra tanto vario fiorire; e finalmente posossi. Dove? Posossi con leggerezza d'animo, non sapendo ben dove; e quello era un cardo, a cui gli asini traevano con desiderio, lietamente ragliando. La sua vergine Musa gli apparve commista alla folla di un qualche comizio democratico, e tra per la ressa della moltitudine, e la cecità della passione, e l'impeto dell'età tenera, gli piacque meravigliosamente. Così non si avvide egli ch'ella era una ciana. E fo io ora opera pietosa, svelando all'amante i peccati della donna amata? Non credo: per altro, l'onorevole Cavallotti ha abbastanza di spirito cavalleresco nella fantasia e di fegato in corpo e di buona fede nell'animo, da sostener con le armi la bellezza e l'innocenza dell'amica; e io debbo, per ammaestramento agl'ingenui che potrebbero cader nelle panie di quella meretrice, alzarle le gonne. E, a non andar troppo per le lunghe, lascerò le dimostrazioni e mi accontenterò delle citazioni.
Ho già detto che la Musa cavallottèa è zoppa, e posa con molta fatica in terra i piedi, de' quali l'uno è troppo lungo e l'altro troppo corto. Or ecco pochi esempi, tratti da qualche volume delle Opere. Una delle difficoltà gravi, nelle quali dànno del petto i poetastri impotenti non pure all'arte, ma e al meccanismo della poesia, è la questione dei dittonghi: questione che ogni Italiano, non dico sufficientemente nutrito di prosodia, ma appena appena favorito dalla natura di qualche senso melodico, risolve senza difficoltà. L'onorevole Cavallotti tra le vocali pare invece uno che siasi buttato in mare, senza saper nuotare, con molte zucche alla cintura, e che, non pensando che le zucche ad ogni modo debban salvarlo dall'annegare, si dimeni affannosamente tuffando ad ogni momento per lo sforzo il capo sott'acqua, e bevendo con indicibile terrore dalla grande onda del mare. Naturalmente, quando s'incontrano due vocali in una parola, esse o si pronunziano in un tempo solo o in due: non diciamo quando si debban pronunziare in un sol tempo e quando in due, perchè i democratici non sono sottomessi all'autorità delle leggi: solo affermiamo che questa duplice relazione ritmica debba essere regolata da una legge. Or vedete a qual capriccioso tumulto metrico abbia il poco rispetto alle leggi tratto il deputato Cavallotti.
Nelle Poesie (pag. 135) trovo questo dodecasillabo:
Del lungo viaggio fu lungo il soffrir,
ove viaggio è una parola trisillaba. Invece a pag. 274 delle medesime Poesie trovo questo decasillabo:
Viaggiatrice dell'aria discendi!,
ove viaggiatrice è di quattro sillabe. Perchè il viaggio, trasformandosi in viaggiatrice, s'accorcia d'una sillaba? Misteri della prosodia cavallottèa! Se non che, io credo di avere scoperto il segreto in due versi dei Pezzenti (pagine 129 e 131):
Verso Almaèr si spinse. A lui spedito, ecc.
Quante miglia ad Almàer? Trenta e la via, ecc.
In questi due versi occorre la parola Almaer, la quale prima, accentuata sulla seconda vocale del dittongo, è trisillaba, poi, accentuata sulla prima, diventa bisillaba: l'onorevole Cavallotti dunque crede che il dittongo, quando rechi l'accento nella prima vocale, sia monosillabo, quando invece nella seconda, bisillabo. Accettiamo questa bizzarria prosodiaca, che non ha fondamento nè ragione se non nel cervello cavallottèo, e vediamo almeno se questo pazzarellone d'un deputato sia coerente seco medesimo. Ahimè, ecco una contradizione! In due versi delle Poesie (pag. 237, 275) troviamo la medesima parola, con varia misura. I versi sono:
Viva Italia! ed il suon trïonfale, ecc.
Perchè nel primo verso la parola trionfale è quadrisillaba per natura, e nel secondo per diventar tale ha bisogno della dieresi? In quale dei due il deputato Cavallotti ha peccato contro la prosodia? Egli sdegna di rispondere. E taccia pure, se la solennità del canonicato democratico gli consiglia il silenzio. Intanto io fo notare a chiunque sa quante sillabe occorrano per mettere insieme de' versi, che questa incoerenza cavallottèa in materia di dittonghi è cagione che un quarto almeno dei suoi versi non torni; e chi avesse vaghezza di falciare in questo prato, metterebbe insieme un tal fascio di spropositi metrici, che dieci asini almeno ne avrebbero a bastanza per dieci mesi. Sentite la dolcezza di questa musica?
Lo stranïer tremò. (Poesie, pag. 148);
Della battaglia nell'infuriar! (Tirteo, pag. 65).
Quest'ultimo verso, secondo le regole cavallottèe, dovrebbe essere un endecasillabo; e invece è messo in fine d'una elegia di Tirteo come un decasillabo. Così nel verso
I fiamminghi hanno infranta e vittoriosa (Pezzenti, p. 105)
la parola vittoriosa dovrebbe, sempre secondo le regole cavallottèe, essere pentasillaba: invece, è costretta ad essere di quattro sillabe. Per compenso, questa volta in omaggio alle proprie norme prosodiache, l'Alcibiadeo nel verso
Lieto il ciel m'appare - e più non sei (Pezzenti, p. 147)
fa la parola lieto di tre sillabe, come liuto. Proseguire nell'esame, e raccoglier tutti gli spropositi metrici che questa maledizione del dittongo fa commettere al deputato Cavallotti, sarebbe fatica più improba delle dodici d'Ercole raccolte insieme. Avete mai veduta una pioggia di rane? Voi ve ne andate quando con più impeto arde il solleone per una via polverosa, e d'improvviso il cielo s'empie di nuvole, e tra le nuvole udite un rombo di tuoni che da tutto l'orizzonte si va condensando sul vostro capo: ecco, tra tuono e tuono rompe un lampo, poi subito piove. Vien l'acqua a gocce che nel cadere s'aggruppano e crescono, e sulla polvere si vede come una caduta di palle. D'improvviso, per miracolo, ogni palla rimbalza in forma d'una raganella, che prende a balzare crocidando: e per tutta quanta la via, mentre le palle d'acqua si fondono in rivi, è un immenso balzellamento e un crocidare a festa. Cadono le raganelle dal cielo, o la polvere fecondata scoppia con una subitanea generazione di batraci? Io vi so dire che i dittonghi cavallottei, piombando come palle morte sul polverone della sua poesia, ne rimbalzano in forma di rane; e le rane crocidano lietamente ai calori estivi spropositi e spropositi e spropositi.
Ciò accade al deputato Cavallotti, quando gli occorre d'incontrare due vocaboli nella medesima parola. Udite ora che gli avvenga quando l'incontro è tra l'una e l'altra parola. Allora dal confine di ciascuna parola le due vocali si guatano biecamente come due cagnacci posti a guardia di due campi finitimi, e latrano; spesso anche le vocali di guardia son più di due, e allora sulla complessiva musica del verso si leva l'abbaiare d'un intero canile.
A ogni cippo funereo; a ogni deserta fossa, ecc.
Subir dee il suo castigo. Ella alla fede, ecc.
Ma non sempre, come in questi due versi, come in un infinito numero d'altri, i cani urlano in coro: ce n'è alcuni, ne' quali i guardiani astiosi stanno ciascuno al confine del proprio verso, e ringhiano nemicamente, senza potersi accordare. Così, mentre nell'ottonario
La tua donna e i tuoi altari (Poesie, pag. 68)
il quadrittongo uoia fa due sillabe, nell'endecasillabo
No, no, non gli credete! Ella vi ama (Pezzenti, 106)
il dittongo ia è del pari bisillabo, e nella pronunzia induce una pausa che fa rassomigliar quel suono al canto d'amore d'una mite bestia amica dei cardi: Hi... a, Hi... a, Hi... a.
Del resto, chi volesse ricercare ne' versi del deputato Cavallotti le onomatopee animalesche, troverebbe degli effetti armonici d'una singolarità meravigliosa, poichè qua udrebbe belar tutto un ovile, e là chiocciar tutto un pollaio: anche udrebbe sinfonie di grugniti e gioconde orchestre di ragli. Se non che, io mi son seccato delle vocali, e mi prende invece una dolce vaghezza delle consonanti. Aimè, anche qui la Musa cavallottèa zoppica sciaguratamente. Badate: cito dai Pezzenti (pag. 134):
Giona - Dettate, pure, reverenza...
Dunque?
Tobia - Più forte... Oh, ma di là non senti!...
È chiaro che dovrebbero esser questi due endecasillabi: è chiaro anche che la somma di due endecasillabi dà ventidue sillabe.
Contate ora, e vedete: son venti sillabe. Il deputato Cavallotti fa dunque dei miracoli? Oibò: la democrazia aborre dalla taumaturgia: si diletta per contrario assai del funambulismo. Qui il deputato Cavallotti ha fatto una capriola, anzi ne ha fatte due, poichè quel perfido interrogativo bisillabo, dunque?, fa due offici: termina il primo, e comincia il secondo verso. Vale dunque per quattro sillabe, e rassomiglia ad Arlecchino servo di due padroni. In compenso, l'onorevole alcibiadèo fa qualche volta degli endecasillabi di dodici sillabe. Eccone uno:
I pensieri miei ti pose... Allor che in cielo...
Ma più spesso pecca per economia. Ecco due endecasillabi dei Pezzenti, che chieggono invano l'elemosina d'una sillaba:
Eran d'ossa e carne viva... Oh padre (pag. 144);
Del fior de' miei dì. Coraggio adunque (pag. 76).
E finiamola con la metrica; poichè lo zoppicare della Musa cavallottèa parmi ad esuberanza mostrato. Ma le magagne di quella sciagurata non son tutte prosodiache: ella ha sulla coscienza anche de' peccati grammaticali. Inorridite:
Mentre qui siam seicento che hanno appena
Le scarpe indosso... (Pezzenti, pag. 136).
In questi due versi ci è due osservazioni da fare, delle quali la prima fa piangere e la seconda fa ridere. La prima è un'ingiuria alla grammatica, non pure italiana, ma di qualunque umano linguaggio: Noi siamo seicento che hanno; la seconda è un'ingiuria al senso comune: noi hanno appena le scarpe indosso.
Tanto valeva allora buttar via anche quelle, poichè come avrebbero potuto le scarpe giovare al dosso? Poi vi sono le città che si ripetono l'una coll'altra il grido (Poesie, pag. 145); anche c'è:
Ma d'ieri la rivincita, voi, prode,
Chiedere ben vi sta... (Pezzenti, pag. 87);
inoltre un empiè (Poesie, pag. 12), e non so quanti apparì. Di più, il deputato Cavallotti non ha ombra di rispetto per l'esse impura. È vero ch'essa è impura, ma è pur sempre un'esse! Ecco:
Or son essi d'Italia i Scipioni (Poesie, pag. 165);
Bisogno il strinse a far de la mia spada
In fine, il deputato Cavallotti nell'elisione è feroce. Udite scoppi di bombarde:
Le insegne giacquero delle legion;
Stettero i teschi dei centurion. (Poesie, pag. 187).
..... Quei vostri
Occhi han tanta facondia e ragion tanto
Migliori delle nostre... (Pezzenti, pag. 97.)
Or che ci attenderemmo noi da una pettegola che pecca contro le più elementari norme del galateo metrico e grammaticale? Ella è sboccata e cenciosa, è sciatta e sgraziata nel parlare e nel gesto. L'improprietà del suo linguaggio e la goffaggine del suo stile muovono al riso. Crollate il capo in atto di contradizione, o dolce Parlagreco? Ebbene, ascoltate:
Egli negò procombere fra l'armi e il cozzo orrendo
Ascoltate ancora:
E sbatte imposte, (il vento) arbusti schianta, e arene
E frane e fronde sibilando aggira (Poesie, pag. 156).
Che cosa dice il signor Parlagreco di questo vento che aggira non pur le arene e le fronde, ma e le frane? E che cosa dice dello stormir del vento che trovasi a pag. 166 delle Poesie? E vuole egli del barocco? Apra, a sua scelta, un qualunque volume del maestro, e legga. Io per me rinunzio ad enumerare gli errori d'una puttanella che pecca cento volte il giorno.
Mi bastava mostrare che puttanella è: anche bastavami porre in chiaro questo fatto, che il deputato Cavallotti, non che l'attitudine organica alla lirica, ma non ha nè meno quel povero substrato metrico e grammaticale, che è pur necessario a voler mettere insieme de' versi. Egli si trova nelle medesime condizioni di Giacinto Stiavelli, il quale, da che io lo conosco, è travagliato da un dubbio feroce: se poeta sia una parola bisillaba o trisillaba.
- Diavolo! se la fai bisillaba, si pronunzia peta - gli diss'io una volta. Ed egli a me:
- Il Cavallotti la fa sempre bisillaba.
Che potevo opporre allora, e che posso ora? Nulla. Il Cavallotti ha diritto di fare ciò che gli piace: chi oserebbe togliere o limitare la libertà dello sproposito a un democratico? Solamente domando: non vi parrebbe ridicolo ch'io mi fermassi più a lungo intorno a una poesia, a cui mancano persino l'innocenza grammaticale e il pudor prosodiaco? Che vi aspettate da lei? Ella ha fornicato con mezzo mondo, e ha per una notte dormito nel letto d'ogni poeta moderno. Grandi o piccini, nostrali o forestieri, belli o brutti, a tutti ha aperto le gambe, sì che per troppa varietà di fecondazione è rimasta sterile. Ella ha tutti i vizi delle sue pari: è cicalona, è fanfarona, è stupida, è enfatica. Nel parlare gestisce smodatamente, ed è una cosa bella vedere tanta impudicizia repubblicana mista con tanta prosopopea di dignità. Mi dà l'immagine della moglie di Masaniello vestita da regina. Di più, come molte sue pari, tende, per inclinazione di sciocchezza o per posa, all'amor platonico, all'ideale, alle tenerezze ineffabili dell'infinito, a tutte quelle dolci cose impalpabili e imponderabili che non esistono se non nella fantasia della gente viziosa. Il deputato Cavallotti, il fantaccino della lirica antigrammaticale, il pazzarellone, il tumultuario, l'anarchico, quegli che a cavalcioni d'un dodecasillabo sfiancato o d'un ottonario zoppo va caracollando giocondamente pei giardini della retorica, ogni tanto è preso da ciò che un romantico vecchio direbbe nostalgia del cielo. Lascia gli eroi delle Cinque giornate e i martiri bosniaci, Rattazzi e Garibaldi e Giulio Uberti, e tutti gl'infelicissimi ch'egli travolse in un vortice di strofacce al suono del suo trombone scordato; e vola. O nuvole che vi spandete con morbidezza di veli sulla serena faccia del sole, fermatevi e mirate; il deputato Cavallotti, repubblicanamente rosso nel volto, col cappello piombante sull'occhio sinistro e le mani in tasca, passa a volo, e va a visitare gli angioli del Signore. O angioli buoni e biondi, fatevi alle soglie del paradiso ad accogliere il visitatore: è un'aquila o un gallinaccio che viene a voi? In verità mi pare un gallinaccio, che abbia tolto a prestito le ali da qualche palomba romantica. Ma non lo dite a nessuno, o angioli santi, se non volete che la democrazia italiana m'immoli alla diva Sgrammaticatura.
Anche, la musa cavallottèa si diletta delle passeggiate. È una vagabonda, che corre a perdifiato a traverso i compendi di storia. Ella trascina Leonida a traverso il compendio storico che constituisce la miglior parte del Giannetto, e per giungere al monumento delle Cinque giornate attraversa più storia che non ne occorrerebbe a un candidato all'esame di licenza liceale. Così, la poesia del Cavallotti, oltre al suo intendimento civile, ha anche una ragione didascalica: non pure squassa tutti i ferravecchi rugginosi della vecchia lirica patriottica con fragore fanfaronesco, ma si compiace stranamente di narrare e d'ammaestrare. A vederla cavalcare sul quadrupede della strofe cavallottesca, che ha del rossinante e del ciuco, dà l'imagine di don Chisciotte e di Sancio fusi insieme per qualche strano fatto d'alchimia antropologica.
Da Sancio Panza non ha il deputato Cavallotti ereditato il grossolano buon senso bertoldesco; ne ha però dedotta la manìa sentenziatrice, le consuetudini contradittrici, la prosopopea predicatoria. Tutte le opere del Tirteo nostrale son gravate d'una immensa congerie di prefazioni, di controprefazioni, di note, di citazioni, di richiami, di polemiche: paiono le finanze del regno d'Italia ai tempi del ministro Sella. L'Alcibiade, nell'edizione per la lettura, è come un dromedario carico di troppo peso, che restando inginocchiato in terra neghi di portarlo. Oltre la filastrocca a Yorick figlio di Yorick per dimostrargli che l'Alcibiade cavallottèo, se bene pare romantico e sentimentale e dolcemente imbecille, è in fondo veramente e pienamente greco, poichè fa tutte le cose che i biografi, gli storici, gli scrittori greci d'ogni tempo e d'ogni natura dicono egli abbia fatto; ci è d'avanti e dietro e fra mezzo, in corpo dieci, in corpo nove, in corpo otto, in corsivo, in gotico, in rotondo, un tal semenzaio d'erudizione, da far crepare d'invidia un'enciclopedia. Alcibiade va a Sparta? Ed eccovi tutte le notizie che si sanno intorno alla storia, alle leggi alle consuetudini spartane. Alcibiade ripara in Tracia? Ed eccovi della Tracia sino agli occhi. E a proposito della Tracia, tornami nella memoria un caso che mi avvenne in liceo. Era professore di greco un dolce prete, che evea viso e mitezza più tosto femminea che sacerdotale: si chiamava, e si chiama, Biagio Lanzellotti, e non mai mi sono io abbattuto in un più diligente correttore di compiti e in un uomo d'indole più delicata e più gentile. Era però, ed è ancora, credo, alquanto minuzioso e amico delle piccolezze scolastiche. Una delle cose cui più teneva erano le note didascaliche, e la piccola erudizione; sì che nelle feste davaci a fare degli studietti tra filologici e storici, con piena libertà d'argomento. Or quando io fui sopraffatto da quelle quattro copie dell'Alcibiade, onde ho già parlato, dovendo un giorno fare uno di quegli studietti e mancandomene il tempo o la voglia, pensai di cavallotteggiare; e copiai con molta placidezza d'animo tutto ciò che il deputato Cavallotti dice dei Traci. Il buon prete lesse tutto lo sproloquio, e lodò la mia diligenza: però ad altri, che avevan fatto a meno del concorso d'Alcibiade, diede nella classificazione un maggior punto. Questo piccolo incidente scolastico mi fece per tempo valutar rettamente l'erudizione cavallottèa, la quale suscita per la sua mole un vero spavento d'ammirazione nell'animo dei lettori innocenti. Essa non è che uno spoglio d'enciclopedie e di dizionari storici, che farebbe onore di pazienza a uno scolaro sgobbone. Accusato di violata verità storica, per avere retoricamente attribuito ai superstiti della catastrofe dell'ambizione arduinica un senso di italianità che prima di Dante e della lega lombarda era, per lo meno, singolare, si difende gittando addosso ad Eugenio Torelli-Viollier tutta una biblioteca storica. Povero marchese Colombi! Egli non è molto forte in erudizione di storia e d'ogni altra parte del sapere umano, e quella scarica di citazioni che dalla catapulta del deputato Cavallotti gli piombò contro, dovè stenderlo tramortito al suolo. Quel mattacchione d'un democratico prese il Provana, un dotto uomo che partecipò con Cesare Balbo il santo errore di ricercare nella storia d'Italia le fonti del patriottismo italiano; e dopo aver citato il Provana, prese a citar per disteso tutti i passi delle cronache e i brani delle storie citati brevemente, con la semplice indicazione dell'autore, dell'opera e della pagina, dal Provana; così riescì a mettere insieme, con molta fatica calligrafica, un cinquanta pagine di erudizione, schierando di fronte a quel povero diavolaccio mingherlino del marchese Colombi almeno cinquanta storici, annalisti, cronisti, dal Cronista sassone a Cesare Balbo. A che giovava tutta quella spampanata spacconesca? Mah! Il deputato Cavallotti rassomiglia un poco ai mercantelli ambulanti, i quali girano per le fiere; e dove la fiera è più popolosa e tumultuosa, fermansi con la gerla al collo e si ragunano intorno i contadini. E cominciano a spiegare e ad agitare in alto alla vista di tutti i fazzoletti ad uno ad uno, e a mostrare uno ad uno i pacchi di fettuccia, le minuterie, le cianfrusaglie di ogni maniera onde son carichi; e finchè ogni cosa non abbiano spiegata o mostrata, non son contenti e non tacciono. Se non che, il deputato Cavallotti pecca ogni tanto di qualche omissione. Perchè, per esempio, nel caso del marchese Colombi ha dimenticato il Giannetto? Ma son peccati veniali.
Poi questo Pirgopolinice è d'una burbanza singolare. A sentirlo, pare il nume tutelare della pedanteria grammaticale, delle minuzzaglie prosodiache, delle cianciafruscole ortografiche. Ha un fare tra soldatesco e canonicale, e tratta gli altri critici come una ragazzaglia di coscritti a cui egli debba comandar la manovra. Teorizza per inspirazione divina, con un'affettazione di semplicità bonacciona che vi fa scoppiare dalle risa. Par sempre che dica: - Vedete, ragazzi; voi siete de' bravi ragazzi, e col tempo diventerete grandi poeti e grandi critici come me; ma per ora peccate in questo e peccate in quest'altro, non sapete la grammatica nè la metrica. Venite qua, chè v'insegnerò io l'una e l'altra. Ed egli, veramente, è in grado di farlo. In fatti, nella prefazione alle Anticaglie ci è una parte che più specialmente tratta di metrica, anzi di metrica barbara; e il più significante appunto ch'egli fa al sistema del Carducci, è questo: che la barbarie carducciana non è una novità, poichè quei falsi versi classici non sono che accoppiamenti di versi, diciamo, romantici. Veramente era inutile darsi tanta pena per questa grande scoperta, da che il Carducci avvertì chiaramente di avere armonizzato la sua barbarie di suoni e di versi italiani: anche era inutile, poichè, essendo quel barbarume un'insalata di versi italiani, non doveva un deputato martelliano gridare allo scandalo. Ma lasciamo correre, giacchè ci è un'altra cosa da notare. Si sa che per contrapposizione al Carducci, il quale osò di far poesia italiana con metri greci, il Cavallotti tradusse della poesia greca con metri italiani: ora avete voi notati quali furono i metri prediletti dal deputato Cavallotti nella sua traduzione delle elegie di Tirteo? Il dodecasillabo fatto di due senari, e il decasillabo di due quinari accoppiati! Ma allora son barbari anche questi? Per barbari, dormite in pace, son barbari assai. Anche, nella critica è notevole l'acume del deputato Cavallotti: egli ha una facoltà divinatoria che non gli fallisce mai, e i suoi vaticini son più sicuri dei responsi dell'oracolo delfico. Non è vero, o Giacinto Stiavelli? In te scoprì il deputato Cavallotti non so se il seme o il rampollo d'un gran poeta; e ti preconizzò un avvenire di gloria e di fortuna poetica. E tu dovesti chiedere al Debito pubblico una consolazione della poesia traditrice! Così, da che il deputato Cavallotti vide nel medio evo di Leopoldo Marenco una chiara luce drammatica, quell'infelicissimo dovè fuggire a scavezzacollo dal palcoscenico, se non volle che il pubblico gli rivomitasse addosso tutta quella pappardella di versi sciolti saponacei. Che il traditor di Tirteo sia anche un pochettin iettatore? Affrettiamoci, per carità, a toccarci le note specifiche del sesso mascolino; e lasciamolo in pace.
Non prima, per altro, di avere brevissimamente toccata un'altra parte, e la più integrante forse, della letteratura cavallottèa: le cartoline postali. Il deputato Cavallotti ha per la posta in genere e per la cartolina postale in ispecie un culto veramente fanatico. Il deputato La Porta, che da anni ed anni sospira con infantile ingenuità d'animo al Ministero delle poste e de' telegrafi, e in questa speranza conforta la sua fede nell'onorevole Depretis, non può augurarsi un più largo e più sicuro contribuente. Con la cartolina postale il Cavallotti zappa l'orto della sua popolarità, e non ci è democratico in Italia che non ne abbia una incollata al muro come una sacra reliquia, e non ci è giornale a cui non ne pervenga qualche dozzina per trimestre. Appena il deputato Cavallotti ha detto o scritto o fatto qualcosa, un discorso, un proverbio martelliano, un telegramma contro il Ministero, una poesia, subito si mette all'opera; e scrive un centinaio di cartoline...
Ma lasciamolo scrivere, poichè finalmente mi son seccato di perdere il tempo con questo mattacchione. In lui la democrazia italiana si letifica e si glorifica: lui leva sugli scudi quasi ad insegna della sua vacuità sonora e della sua prosopopea academica. Se lo tengano pur caro, e scolpiscano per motto dell'arma repubblicana un ircocervo cavallottèo.
Contenti loro, contenti tutti.
VI.
Chiunque prenda ad osservare le relazioni della nostra misera letteratura con la nostra vile politica deve necessariamente notare questo fatto: che i moderati in politica sono in arte disordinati e plebei, e per contrario l'aristocrazia dell'arte è prediletta da quelli che politicamente fan professione democratica. Non avete mai pensato a questo, dottor Verità, versando la broda bottegaia della vostra prosa critica sulla poesia oligarchica del Carducci? Io son venuto a questa conclusione per un lungo esame induttivo, di cui la più sicura prova sta nella questione della lingua: questione per ora sopita, ma che non tarderà a svegliarsi con più caldo furore. E in questa disputa i fautori della lingua unitaria, dal Manzoni al Bonghi, furon tutti codini, mentre dal Guerrazzi al Carducci e ad Alberto Mario i repubblicani inclinarono sempre al regionalismo della forma. E basta, mi pare, poichè ciascuno può secondo il desiderio moltiplicare gli esempi. Io voglio invece recare una eccezione di questa general regola nel nome e negli scritti di Felice Cavallotti, repubblicano intransigente nei comizi popolari, monarchico con restrizione mentale in Parlamento; poichè in costui la fede politica e i criteri d'arte, le consuetudini di agitatore e la forma dei versi e della prosa si armonizzano in una comune inarmonia di sciattataggine e di volgarità democratica. Anzi io direi che, se qualche documento di sè può offerire la presente democrazia italiana, questo son le opere compiute che il deputato Cavallotti va man mano pubblicando e distribuendo ai molti associati, che vengono per tal modo ad essere quasi gli azionisti della gloria cavallottèa.
Infatti la democrazia in Italia ci si addimostra nelle ragunate tumultuarie e rissose di Romagna e nelle pesanti tornate dell'associazione dei diritti dell'uomo, nei giornalettini repubblicani, socialisti, nichilisti di provincia e nel Fascio della democrazia, in Parlamento e in piazza, nelle scorribande fragorose degli studenti e nelle dimostrazioni pompose di tutto il popolo democratico, ci si addimostra, dico, come un miscuglio d'academico e di lazzaronesco. Anch'io ho avuto, qualche anno addietro, una fede politica, e naturalmente sono stato repubblicano: repubblicano platonico, per verità, poichè non ho mai sparso una goccia di sangue o d'inchiostro pro o contra nessuna forma di governo: ma insomma repubblicano ero d'avanti al testimonio della mia coscienza, e dal Comizio dei comizi alla processione per la morte di Garibaldi ho seguìto con attenta e silenziosa osservazione tutto lo sviluppo e studiato l'organismo della democrazia italiana. E ciò che mi fece venire in uggia la repubblica, fu appunto la processione per la morte del Generale. Cominciò a seccarmi il mio amico Dionisio Martinati, che la mattina del 3 giugno con un drappelletto di studenti, tutti coi bastoni in mano, batteva il Corso obbligando quanti non l'avevano ancor fatto a chiuder bottega. Io voleva mangiarlo vivo quando poi venne al caffè a gloriarsi dell'impresa. Diavolo! c'è proprio necessità assoluta d'incitare con argomento di bastoni i mercanti romani alla vacanza? Ogni sera alle nove e le feste dopo mezzodì essi chiudono inesorabilmente le porte dei negozi: se poi la democrazia si mette a invitare i tedeschi a bere, non sarà più possibile a un repubblicano pulito di comprarsi un paio di guanti.
Poi cominciò una pioggia o una peste d'avvisetti, d'avvisoni, d'avvisacci: dalle più profonde tenebre dell'ignoto varie forme democratiche uscivano, come formiche dalle buche del formicaio, con una chiamata a una ragunanza, stampata sopra fogliettucci o fogliettoni, d'avanti. O quanta democrazia! Non mai avrei creduto che fosse tanta, poichè le mura di Roma non bastavano a tutta quella spampanata d'avvisi. Se non che, non tardai ad avvedermi che gli avvisi non fanno la democrazia, e che la democrazia italiana un sol miracolo ha ottenuto dal suo dio (gli ultimi ad aver qualche dio sono i democratici,) ed è una varia democratomorfosi, una proteiformità smisurata, che le concede di trasmutarsi e di rimpastarsi con vicenda infinita. Infatti il cittadino Antonio Fratti, studente perpetuo di giurisprudenza e oratore officiale della oligarchia mazziniana (la chiamo oligarchia perchè i mazziniani non superano la ventina), mi apparve in quei giorni di lutto cinque o sei volte, con quella sua faccia grassottella d'olandese giovine, con quelle mani guantate di nero: lo trovavo da per tutto, e da per tutto udivo quella sua eloquenza di piombo raffreddato che mi dava la sensazione d'un'acquerugiola fitta e seccante sulla nuca. Avete mai visto un veltro alla caccia? Io no; ma non me lo posso raffigurare se non scattante per l'erta e alla piana come un dardo scoccato, e voltante qua e là e battente la pista con tanto precipizio di fuga, da parer presente ad ogni istante in ogni luogo come fosse esso solo una muta di cani. Tale è, sebbene non credo abbia parentela col Veltro di Dante, la democrazia in Italia; poichè ogni democratico fa parte d'ogni sodalizio democratico, e pone il suo nome sotto cinquanta manifesti diversi, e appare in cinquanta luoghi diversi nella medesima sera. Così rammento il bello e fulvo Napoleone Parboni, che in quei giorni andava per ogni dove portando la barba rossa e il vocione sonoro, e arringava la democrazia con quella sua romanesca bonarietà di padre di famiglia e di compagnone giocondo. Venne l'onorevole Bovio da Napoli, col torace pieno di parole vuote di senso; ed Edoardo Pantano, l'Eleonora Duse della democrazia italiana, gli si moveva ai fianchi nevroticamente: il deputato Cavallotti, seduto sopra un tavolino, pensava qualche luna di miele. Ahimè, quanto vento di retorica, e quanta academia, e quanta imbecillità in quei rimescolamenti della democrazia officiale! Si discusse tutta una sera se si avesse, o no, a rispettare l'estremo desiderio del Generale; e quando, dopo le dispute, tolta la bandiera, si mosse al Campidoglio per dimostrazione di dolore e di affetto, pochissimi vennero: io ricordo vivamente il gran senso di vergogna che mi percosse quando entrammo in meno di dugento nella grande aula del Consiglio, ove i padri coscritti sedevano a deliberare. E Giovanni Bovio ventriloquo, e il Parboni, e il Pantano, e il deputato Cavallotti? Era quasi mezzanotte, e tutti i canonici della democrazia, poichè non potevano esser veduti e nessuno dava segno di volerli ascoltare, s'erano dispersi. Per un momento mi parve che vi fosse il cittadino Fratti, perchè mi passò sotto il naso un odore di viole di Parma; ma le recava all'occhiello Arnaldo Vassallo, che attraversò la folla per andare ad occupare il suo posto di giornalista.
Così, a grado a grado, tutti i preparativi della processione mi venivano abbattendo nell'animo l'ideale democratico: una persona sola e un sol fatto mi colpirono allora e mi accesero d'entusiasmo, Guglielmo Oberdank e l'assalto che gli studenti dettero alla stamperia del Cassandrino. Guglielmo si levò improvvisamente fra il tumulto d'un'assemblea universitaria tutto ardente negli occhi e nella faccia, e nominò Trieste con tanta santità di furiosa passione, che nessuno osò di contradire; ma un concorde grido di tutta quanta la scolaresca plaudente salutò le terre italiche non ancora rivendicate all'Italia, e ribadì forse nell'animo del giovine eroe la fede e l'amor del martirio: sette mesi dopo, il corpo di Guglielmo penzolava ai venti della patria da una forca tedesca. Al Cassandrino si mosse tutti ordinati e silenziosi come a una crociata della dignità umana. Nessuno diede ordini o fece proposte, nè fuvvi discussione o deliberazione di alcuna sorta; ma non appena uno sorse sopra una tavola, a leggere le ingiurie bestiali che quel fogliettaccio papalino scagliava contro il corpo ancor caldo del Generale, subito per tacita unanime determinazione movemmo tutti quanti all'assalto.
In piazza di Pietra trovammo carabinieri e guardie di polizia; ma vedendoci andare con tanta serietà d'intendimenti e con sì poco fragore, nessuno pensò la natura dell'impresa. E come fummo a piazza Poli, ci lanciammo con l'impeto d'una canèa furibonda entro i cortili e alle porte della stamperia. O dio, che gioiosa rabbia di distruzione e che indomabile violenza di vendetta! Io veggo ancora Guglielmo Oberdank afferrare le cassette piene di caratteri e sbalzarle lietamente per l'aria, e Umberto Dal Medico mezzo sepolto sotto una pioggia di piombo frugar tuttavia con le mani cercando qualcosa da fracassare. Quello fu il bel giorno, e per dieci ore io sentii nella carcere del mio corpo la mia gioventù palpitare di un caldo entusiasmo repubblicano; poi, sino alla processione, il calore andò con graduale celerità scemando. Il giorno della processione me ne andai in piazza del Popolo prima dell'ora stabilita. Era un puro e luminoso pomeriggio d'estate, e il chiarore ardente del sole veniva dall'alto così chiaro e così ardente e così grande, che pe'l caldo e per la luce i già ragunati penavano. Tra questi io mi aggirai, ascoltando i discorsi e guardando. Il vecchio e il giovine Petroni, addossati all'obelisco di Sesostri, davano retta al gran Parboni tutto glorioso nell'aureo splendor della barba; e il professore Orazio Pennesi, con l'abito nero fiorito d'una gran coccarda, o d'una medaglia, o d'una decorazione, o del diavolo, moveva intorno la tuba lucente e la faccia fatalmente wertheriana per farsi amar dalle donne. Per un momento la figura pantagruelica del buon Filipperi, giunto di Trastevere con tutti i garzoni della sua osteria, mi suscitò nei nervi un senso di gaiezza simpatica; ma vedendo in quel punto venir dal Corso il deputato Bovio col bovietto Pantano a destra e Ulisse Bacci a sinistra, tutti in gran solennità come tre canonici in pompa magna salienti all'altare per la messa cantata, e da Ripetta sboccare un manipolo di mazziniani con le labbra ferme e gli occhi bassi e le mani incrociate sul petto in atto di religioso tremore, come neofiti che andassero alla consecrazione, mi riprese una nausea dispettosa di tutta quella ciarlataneria, di tutta quella goffaggine, di tutta quella academia dimostrate sfacciatamente in piazza al conspetto del sole splendente. E me ne andai per via del Babbuino come un cane arrabbiato, tanti e tanto maligni erano i pensieri che mi staffilavano il cervello. Questa è dunque la democrazia? Un'accozzaglia di beceri, di imbecilli, di ambiziosi volgari che cercano ogni occasione di mettersi in vista, di chiacchierare, di spampanare al conspetto della gente una coccarda o una decorazione repubblicana; che gittano il vomito della loro retorica e i fiori bianchi della loro stupida fede di bonzi mazziniani sui più sacri nomi e sulle più floride speranze d'Italia; che insteriliscono con l'effusione del loro sudore senile tutte le energie giovenili delle generazioni sorgenti ora dalla gran matrice della patria. Questa è dunque la democrazia? Accidenti alla democrazia! come direbbe il buon Filipperi; e me ne andai a dormire, per non vedere il deputato Cavallotti e il gran Parboni farsi trascinare in trionfo pe'l Corso sopra un carro col busto di Garibaldi. Conferii per altro indirettamente anch'io alla coreografia di quella pagliacciata democratica, poichè prestai un paio di calzoni neri a un reduce dalle patrie battaglie.
Così la mia fede democratica crollò dalle fondamenta in quel sonno antipatriottico, che mi fu rotto da una bella donna: di poi ho io assai volte ripensato a quella processione, a quel sonno, a quella donna, sempre più discostandomi dalla democrazia, e rintanando la mia coscienza politica in un mio nichilismo selvaggio, ove non giunge nè la vacua sonorità del deputato Bovio nè la stridula petulanza del deputato Cavallotti nè la jattanza povera dei bovini e dei cavallottini che hanno intorno al Fascio costituita una specie di burocrazia repubblicana pomposa e noiosa più della burocrazia officiale. O pura anima di Alberto Mario, semplice e schietta, e vibrante a ogni afflato di libertà come un'arpa eolia al passare del vento, sei tu volata al tuo olimpo pagano? Che gli dèi del gentilesimo ti tuffino nelle acque di Lete, sì che tu non possa vedere questo manipolo di mosconi che sciamano sul carcame repubblicano con un ronzìo misto di retorica, di spropositi, di bugie. Per Alberto Mario fu la repubblica un bel sogno classico e gentile, che la poesia greca e la sapienza romana e il senso estetico del Rinascimento gli tingevano d'un ideal colore di porpora e di zaffiro. Pei mosconi? È argomento di chiacchiere o materia di pompa. Il deputato Bovio sèguita ad arruffar parole, e predica una sua stramba scienza democratica che comincia da Giordano Bruno e termina al Campanella, senza pur toccare Cartesio, senza pur intravedere Spencer; Edoardo Pantano sèguita a sbrodolar la sua prosa presuntuosa e sciocca, e va contro i muletti della stampa monarchica a bisdosso d'un asino sciancato e academico; il deputato Cavallotti, in nome della democrazia, sèguita a violar le leggi della prosodia e quelle della grammatica, e alla recita delle sue comedie il pubblico si leva acclamando al suffragio universale e chiamando al proscenio l'attrice più cara e l'autore, per salutare con un applauso unico l'istrionismo dell'arte e quello della libertà. Ben facesti a morire, o Alberto Mario, chè altrimenti ti toccava vedere una strana gioventù crescente alla grama ombra del tristo alberetto repubblicano. Non fu Ettore Vollo, uno studente mazziniano, che furibondo d'esser considerato come un minor colpevole dei fatti di piazza Sciarra, si fece arrestare quasi a forza; poi, rilasciato in libertà provvisoria, quando lo richiamarono pe'l processo volle attraversar piazza Colonna di pieno giorno tra due questurini, e dietro un fattorino pubblico che gli portava la valigia? Fu proprio lui, e anche fu lui che durante il processo si dimenò come un sorcio in trappola per conseguire il martirio d'un mese di carcere! Aimè, i giudici implacabili non glie lo concessero; e con una sentenza assolutoria falciarono tutte le erbette ambiziose germinanti nei prati dell'Arcadia del sacrifizio. Povero Vollo, così giovine e già tanto cavallottesco!
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