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Salone elegantissimo. La porta comune a sinistra. A destra porta che mette in un salotto donde arrivano fino in scena le voci di più uomini che parlano allegramente con grossi scoppi di risa.
Elena, Elvira, Gemma, Masina, Filippo.
Eccomi.
Chiudete quell'uscio e servite il caffè.
Subito. (fa per chiudere).
No, che fate? Almeno si sente quello che dicono. Gli uomini sono così divertenti dopo pranzo.[2]
Perchè non vai di là addirittura?
Se ci fossi io cambierebbero discorso.
Che peccato!
O se non lo cambiassero saresti costretta ad arrossire, mentre qui fra donne....
Brava, ed io?
Come, voi?
Avete detto qui fra donne. E io cosa sono?
Che ingratitudine! E poi si lagnano se gli uomini le lasciano in disparte.
Non ci lasciano, ce ne stiamo.
E chi ascolta?[3]
Le donne hanno sempre un orecchio teso ai discorsi lontani.
Quando i vicini non interessano.
Se è una malignità, non fa colpo; non m'avrò mai per male di cose dette da una donna.
Neanche se vi dicessi che siete un impertinente?
Di questo mi glorierei. (la serve di caffè).
Sì, badate a versarmelo adosso.
Marchesa, siete più nervosa del solito.
La... Filippo. (gli porge la mano).
Mi piacciono i vostri nervi. Sono gli incerti del mio mestiere.[4]
Lo sentite? Mestiere! Con noi esercita il suo mestiere.
Come devo dire? Arte? L'arte vuole una vocazione e non ne ho nessuna; non sono nel numero degli eletti io. Non c'è mai stata una donna innamorata di me.
È inteso, padrone, ridano, non domando di meglio. (serve Gemma) Ce n'ho messo tre pezzi grossi, e una goccia di Cognac.
Ma intanto eccole tutte occupate dei fatti miei, mentre se ci fosse qui uno degli uomini che sono presi sul serio, tutte loro signore si studierebbero di mostrargli una grande noncuranza..., salvo forse a ripagarlo....[5]
Oh..., oh..., oh!
Parlo delle donne in genere. (serve Elvira) Contessa.
Ebbene io mi contento del mio piccolo successo palese... Non do ombra, mi lascio deridere, ad un altro direbbero: favorite di fare... a me si dice: fate. Ricevo ordini e li eseguisco, e servo di zimbello per attirare i tordi. Quando una signora vuole stimolare colla gelosia qualche Narciso ricalcitrante, mi fa l'occhietto dolce a me, quando vuole aver l'aria di fargli un sacrifizio mi manda a spasso; e a questo mestiere, mestiere, Marchesa, se non seggo a tavola, qualche briciola da raccattare, c'è sempre. Io sono il mendicante che raccatta le briciole.
Voi siete un vanitoso che vuol far credere ai proprii successi.
Infatti mi è più caro mi si attribuisca a torto l'amore di una donna, che possederlo davvero in segreto.[6]
Siete più sincero degli altri, dacchè lo dite. Ecco tutto.
E aggiungerò che una certa società che giudica della vostra a distanza....
Vi attribuisce su di noi tutti i trionfi immaginabili.
Io nego sempre.
S'intende, senza di ciò non lo crederebbero. Ma ce lo meritiamo. Noi ci pavoneggiamo degli uomini come di gioielli, è naturale ch'essi ci rendano la pariglia. Non c'è uno, dico, non uno degli uomini che abbiamo respinto, che creda alla nostra virtù. Diranno che non ebbero le circostanze a seconda, che siamo fatte di marmo, senza cuore e senza immaginativa.
Quello che si dice di voi.
Quello che si dice di me. Che volete che pensi dei fatti nostri, la gente che non ci conosce, se gli amici ne fanno questo giudizio! — Noi mettiamo ogni studio a dare il peggior concetto possibile dei nostri costumi. Tolleriamo[7] in casa dei discorsi che ci farebbero arrossire a leggerli. Se in teatro si parlasse come parliamo noi, come parlo io molte volte, tutti griderebbero allo scandalo ed alla calunnia, io per la prima. La suprema eleganza è una suprema spavalderia di sicurezza. Riconduciamo a casa, la notte, nella nostra carrozza, seduto al nostro fianco, un uomo che passò la serata a dirci che siamo belle. È vero che ce lo dicono così male! L'uomo che ci era ignoto ieri, oggi lo chiamiamo amico, gli scriviamo un biglietto domani. Ostentiamo una dimestichezza universale, senza intimità, senza poesia, e quindi senza pericoli. La poesia poteva riuscire a turbarci il cuore, ora messe al sicuro, amiamo di scherzare col fuoco. In apparenza siamo cinicamente corrotte, lo siamo timidamente in realtà. In fondo siamo scoraggite. Parliamo d'amore ad ogni momento perchè non ci crediamo più. L'amore è morto e seppellito.
Boum!!!
Si vede che frequentate certi amici...
E quali?
Sapete dove va la sera uscendo di casa nostra? Va all'ufficio, alla direzione, so io come la chiamano, di un giornale...[8]
Ci sono stato ieri sera, la prima volta in vita mia. Mi ci ha portato un amico per vedere da vicino un uomo che sarà celebre un giorno, se campa.
Chi?
Un uomo che parte domani per il Polo-Nord. Pare che al Polo si debba trovare la soluzione di certi problemi di fisica. Uno scienziato.
Un vecchio?
No, giovane, più giovane di me, e un bel giovane anche.
Dev'esser bello, se siete andato apposta per vederlo.
Mi rincresce di non potervelo presentare.
Oh guardate, sarà qui a momenti. Mio zio Teodoro gli ha dato appuntamento in casa mia, perchè gli deve consegnare una certa lettera di raccomandazione, e non osa farlo salire sino al Macao. Come vedete, a volerlo conoscere non ci occorre la vostra protezione.[9]
Sapete, Marchesa, perchè mi punzecchiate tanto? Perchè quei signori, fra cui c'è il mio amico Paolo, stanno di là a fumare invece di venir qui a farvi la corte.
Giusto! tanto giusto che..., guardate, (va alla porta a destra e chiama) Paolo!
È lei che lo chiama.
La Marchesa? lo può fare senza pericolo; è invulnerabile.
Si capisce, la vedovanza le ha tolto la maggiore causa di debolezza che abbia una donna.
Che è?
Il marito.
ELENA (dopo aver chiamato Paolo
è andata a scaldarsi
i piedi al caminetto a sinistra)
Ci ho gusto. Ho detto che siete invulnerabile.
D'Almèna raccontava una storia così lepida!
È finita?
Sì.
Allora rimanete qui.
Oh! ancora una sigaretta! Una sola. Ci avete dato un pranzo tanto delizioso!
Grazie per il mio cuoco. Anzi guardate là, in quello stipetto, c'è una scatola di sigari che m'ha portato lo zio dall'Avana.
Questa?[11]
Sì, sono lunghi un palmo, durano tre quarti d'ora.
Ah troppo! (depone la scatola).
D'Almèna avrà bene un'altra storia da raccontare.
Vi domando perdono, lasciatemi qui.
Mi fate la grazia di prendere quella scatola e d'offrirne di là.
Obbedisco. (via colla scatola a destra).
Filippo, riconosco che siete il fiore della cavalleria. Quello è un uomo che mi fa la corte.
Almeno si dice.
È vero; a segno che mi hanno già fidanzata con lui più volte.[12]
La voce è messa in giro da lui.
Non lo credo.
Il suo stesso contegno di or ora lo prova. Ha mostrato una scortesia affatto.....
Detti, Paolo, Lorenzo, Enrico, D'Almèna, Del Sannio, Rulfi e Rubaconti.
Siete proprio in collera?
D'ALMÈNA
Perchè siamo stati di là tanto tempo.
Oh!
PAOLO (mostrandole la scatola)
Ma la scatola è intatta, non se n'è preso uno.[13]
Questo è un tratto da cavaliere antico. Che discorso devo fare io per ringraziarvi d'aver risparmiati i miei sigari, e d'aver avuto pietà di noi? Se sapeste come languiva la conversazione! Un' altra volta ve ne preghiamo colle mani giunte, non private più la nostra società del suo più bell'ornamento.
D'ALMÈNA
Il più bell'ornamento siete voi.
Ah! che madrigale! Pubblichiamolo subito. Signori e signore: D'Almèna mi ha detto una cosa gentile.
D'ALMÈNA
E due. Fatemi la corte, D'Almèna, vi do perfino licenza di spargere la voce che sono disposta a sposarvi, come sembra abbia fatto il vostro amico Paolo.
Io?
Non è vero?
Affatto! e non so chi abbia potuto dire...[14]
Ah! è un tradimento!
Come?
Vedete? Non occorre far nomi. Sbrigatevela con lei.
PAOLO (va a sedere vicino ad Elvira)
Contessa, mi spiegherete! (discorrono).
Dunque?
D'ALMÈNA
Dunque?
D'ALMÈNA
È bella e fatta.
Sareste disposto a commettere delle pazzie per me?
D'ALMÈNA
Qualunque cosa facessi sarebbe un atto ragionevole. Una sola forse meriterebbe il nome di pazzia.[15]
Ed è?
D'ALMÈNA
L'innamorarmi seriamente di voi.
Non sarebbe una pazzia, sarebbe un'assurdità.
D'ALMÈNA
Se m'accompagnate in capo al mondo ci vado.
La pazzia la commetterei io. Bel merito!
D'ALMÈNA
Che colpa ci ho, se per guadagnarmi le vostre grazie non conosco nulla che mi costi fatica!
Che miseria! Ecco un uomo di spirito che non sa immaginare un solo atto di sacrifizio per conquistare l'amore d'una donna.
D'ALMÈNA
Le donne non sanno più inspirare eroismi.
Oh! datemi un uomo meno infiacchito di tutti voi e vedrete.
È giusto! le sole pazzie meritorie sono quelle dei savi.[16]
D'ALMÈNA
E dato quell'uomo forte, vi proporreste di fargli andare la testa in giro?
Come una trottola; non fosse che per vendicarmi.
D'ALMÈNA
Di che?
Della vostra presunzione che vi rende perfino scortesi.
La carrozza della Contessa di Francofonte, la carrozza della Baronessa Roveri. (via).
Che fretta!
Alle nove vengono da me gli amici di mio marito, se tardo se ne vanno. Gli uomini non sanno più aspettare. Mi accompagnate, Rulfi?[17]
Oh vedrai che non potrà. Gli uomini si fanno pregare ora.
Infatti devo andare all'Apollo. Stassera fanno il ballo prima dell'Opera.
Allora si capisce.
Voi D'Aspri?
Ho appuntamento all'Apollo anch'io: anzi, Contessa, dovreste metterci voi sino alla porta del teatro. L'allungate di così poco.
Ma sì, figuratevi! Buona sera. (saluta. Elena accompagna Elvira fino all'uscio, chiacchere e risa, via Elvira, Paolo e Rulfi).
Vieni?
Volevo proportelo, mi secco... io dopo pranzo...
Aspetta, avverto mia moglie.[18]
Fai...
LORENZO (va presso Gemma e le dice)
Guarda, s'alza la Baronessa. (Masina s'alza e saluta i vicini). Andiamocene nella confusione a modo della Corte. (si ecclissano senza esser veduti).
Vado anch'io.
Ho un posto in carrozza. Chi viene dalle mie parti?
Io.
Bravo. Ah! mentre mi ricordo, Elena, quella famosa ricamatrice non ha finito ancora?
La colpa è d'Enrico che doveva disegnare le cifre.[19]
Oh, guarda!
Ve ne siete scordato?
Del tutto. Ma le disegnerò stassera, mi faccio un nodo al fazzoletto.
Senza di che.....
Sarà un doppio favore che mi fate. (a tutti) Addio. (va ad Elena) Rimani. (via Masina, Enrico, Lorenzo e Rubaconti).[20]
Elena, Gemma, Filippo, D'Almèna, Del Sannio, poi Teodoro.
Eh! che galanteria! tutti così.
D'ALMÈNA
E voi ve ne affliggete?
Vorrei poter far del male a qualcheduno.
D'ALMÈNA
Non basta. (entra Teodoro) Oh, zio!
TEODORO (la bacia in fronte poi saluta Gemma)
Contessa. Non è venuto ancora il mio protetto?
No.
Ah! il viaggiatore! Come si chiama?
Il dottor Sarni. Gli ho detto alle nove e mezzo.[21]
Sono le nove.
Tu mi cederai un tuo salotto per riceverlo.
E perchè non in questo?
Non sarebbe caritatevole lasciargli indovinare le delizie del soggiorno di Roma, nel momento che sta per intraprendere un viaggio da cui è miracolo se torna.
Ma se lo credi un viaggio così pericoloso, perchè lo aiuti ad andarci?
Io non sono il custode del genere umano, e tanto meno dei signori professori, dottori, scrittori, compositori, seccatori e compagnia bella: ci pensino da sè, che la sanno lunga. La spedizione è allestita dal governo Svedese che avea promesso un posto al dottor Sarni. Ma i posti sono pochi ed all'ultimo momento due ufficiali Russi sollecitano l'imbarco: se l'ottengono, il Sarni è scartato. La cosa sarà decisa fra otto giorni e il dottore sapendo che io fui ministro a Stoccolma e che sono amicissimo di quel Presidente del Consiglio, venne da me per una commendatizia[22] un po' calorosa presso quest'ultimo. Ho promesso di scriverla e m'è venuto un fiore d'eloquenza. Nel mio mestiere ho imparato che bisogna sempre aver l'aria di dar molta importanza agli uomini di studio. Quando sapremo se esiste un mare chiuso piuttosto che un mare libero e che ragione hanno i fenomeni elettrici, non avremo rubato il bacino al barbiere e non occorrerà allo Stato nè uno scrigno di più, nè un carabiniere di meno. Ma gli uomini che hanno il coraggio di affrontare un simile viaggio è meglio che lo facciano. Rimanendo in patria, sarebbero capaci di vagheggiare Dio sa che progressi di civiltà e di metterci sossopra ogni cosa.
Oh, oh, lo credi da tanto?
Avessi sentito con che fuoco perorava la sua causa! Neanche per andare a nozze. Con che serietà parlava del dovere che ha ogni uomo di giovare agli uomini e di mettere la vita per lo scoprimento di una verità. Non c'è che dire, è un uomo forte.
D'ALMÈNA
Oh! un uomo forte! sentite, Marchesa?
E con ciò?[23]
D'ALMÈNA
Un uomo forte. E il vostro proposito di poc'anzi di far andare la testa in giro al primo che aveste incontrato?
Buon per voi che non siete esposta...
Ad uno scacco? Oh sì che sarebbe così difficile!
Andiamo colle bravate! Ora ti vanteresti di non lasciarlo partire?
Gran cosa! Che ne dite D'Almèna?
D'ALMÈNA
Non dico nulla.
Non credete che se volessi?
Ma non vuoi.
Posdomani.[24]
Presto. È ben deciso di partire?
Se riuscissi a trattenerlo, che ne direste, D'Almèna?
D'ALMÈNA
Non sarebbe il modo d'ispirargli l'eroismo.
Ma vi mostrerei che si possono ottenere dei sagrifizi. Va la scommessa?
D'ALMÈNA
Scherziamo, eh?
E le vostre paure come agitatore?
Oh! in quelle mani...!
Intendiamoci. È un uomo di mondo?
Conosco dei duchi che lo sono meno di lui.[25]
Quel viaggio non gli deve fruttar denaro?
Glie ne costa.
Io...
Certo.
D'ALMÈNA
La contessa è la sola persona qui che possa senza scortesia dubitare della riuscita.
Oh, state pure dalla sua; non me n'ho per male. Va la scommessa?
In che termini?
Io sostengo che quel signore che deve venir qui ora, il Dottor... non rammento nemmeno il nome, guardate.
Sarni.[26]
Il dottor Sarni, non partirà per il suo viaggio polare.
Io sto per la Marchesa.
No, no. Voglio esser sola. (a Gemma) Vada fra noi due.
Che va?
La statua in bronzo della Tuffolina che mi volevano regalare il giorno della mia festa.
D'ALMÈNA
Glie la salvo la vita.
È detta.
Siate testimoni. (le due si stringono la mano). Zio, dammi la lettera commendatizia. (a Gemma) Ti do la mia parola d'onore che quella lettera... (a Teodoro) Quando hai detto che intende partire?
Ebbene che prima di domani sera il sig. Sarni avrà quella lettera.
Me la dài?
Eccola. (le consegna la lettera).
D'ALMÈNA
Oh, Marchese!
Ah!
Naturale, se ci sei tu non posso rimettere a domani la consegna della lettera.
Le nove e tre quarti.
La carrozza della Contessa del Pallio.[28]
Posso rimanere?
Anzi vedrai che poche arti ci vogliono.
(ad Anselmo)
Anselmo, quando verrà un signore a cercare di mio zio lo farete passare.
Sissignora. (via).
Ah! Sveglia Del Sannio e portalo con te. Non voglio che il tuo eroe possa credere che la nostra compagnia concilia il sonno. Almeno questo.
Giusto. (scuote Del Sannio) Oh giovinotto!
DEL SANNIO
Eh!
DEL SANNIO
Subito. Chiudono? (mezzo insonnito va a prendere il cappello ed accenna ad avviarsi con Teodoro).
Non salutate?
DEL SANNIO
Vi ringrazio della bella serata che ci avete fatto passare.
DEL SANNIO
Che dite?... Sono io che...
Presto.
DEL SANNIO
Vengo. Contessa! (s'avvia, quando è vicino a Teodoro gli dice) Oh! Marchese, scusate, non vi avevo conosciuto.
La cimmeria nebbia, come dicono i classici.[30]
Elena, Gemma, Filippo e D'Almèna.
D'ALMÈNA (traendo Elena in disparte).
Marchesa, voi state per commettere una cattiva azione.
Oh! oh!
D'ALMÈNA
Una cattiva azione. Pensateci. Ammetto che siate indispettita della poca galanteria degli uomini; ma quello di cui macchinate la rovina...
La rovina?
D'ALMÈNA
Certo; quello non appartiene al nostro mondo, non vi ha offeso in nulla. È un uomo utile, probabilmente ingenuo e quindi disarmato contro di voi. Vi conosco, ora siete in puntiglio, ma tornata in voi sareste la prima a giudicare severamente la vostra condotta. La parte di Dalila è ingenerosa.
Se è un Sansone non cadrà.[31]
D'ALMÈNA
Io non lo disarmo nel sonno. Se è veramente forte non si lascierà smuovere, e lo smacco sarà mio. Sapete bene che non mi getterò fra le sue braccia. Se cede, vorrà dire che non era stoffa d'eroe, e mi vendicherà della prosopopea di tutti gli altri. E poi m'annoio, e questo mi diverte. — E poi è deciso.
D'ALMÈNA
Quanto più sarà forte, tanto più facilmente cadrà nella pania.
Come temete per il decoro del vostro sesso!
D'ALMÈNA
Oh! pigliatevela con me....
Che non ve ne importa.
D'ALMÈNA
Non conosco il signor Sarni, ma...
Minacciate di metterlo in avviso? La buona fede mascolina! Perchè vi ho invitato a casa mia![32]
D'ALMÈNA
Non lo metterò in avviso, non per timore di essere sleale, ma perchè sarebbe inutile. Solo se persistete nel proposito, avrò il dolore di non esser più de' vostri amici.
Capite bene che se cedessi ora, avrei l'aria di farvi la corte.
D'ALMÈNA
Vai via? Non assisti al Torneo?
D'ALMÈNA
No.
Per dar la palma al vincitore.
D'ALMÈNA
Saranno vinti tutti e due. (via).[33]
ELENA (è rimasta ritta, immobile, pensosa. Uscito Almèna si scuote).
Non potete credere che allegria mi mette indosso questa partita. (Silenzio. Elena passeggia la scena, va da un mobile all'altro, apre un libro e poi lo chiude; siede al pianoforte. Filippo sbadiglia coprendosi la bocca colla mano. Gemma lo guarda).
Scusate, è l'allegria della Marchesa che è comunicativa. Le dieci. (suono di campanello) Eccolo qui, è puntuale.
Vedremo.[34]
Mio zio mi ha annunziato la sua visita e stavo aspettandola. Mio zio le avrà detto che le dava appuntamento in casa mia.
La Contessa del Pallio si è trattenuta apposta per fare la sua conoscenza. (inchini). Il mio amico il Barone Landucci.
Ebbi già l'onore di conoscere il signor Sarni ieri sera...
Appunto.[35]
ELENA (fa cenno ad Andrea di sedere)
Inutile dirle che si parlava di lei.
È un'ammirazione presto guadagnata, se basta partire per ottenerla.
Si ammira un volontario che parte per la guerra.
Ma non un botanico che parte per erborizzare, nè un artista per veder paesi. Al giorno d'oggi i piccoli fatti sono troppo facilmente divulgati, e finiscono per acquistare importanza dal numero delle persone che li conosce.
Quando tutti sono d'accordo in un sentimento...
È segno che c'è una specie di pigrizia universale, che fa senza esame accettare per buono il giudizio corrente.
Ammetterà che pochi tenterebbero l'impresa che lei sta per tentare.[36]
Le assicuro che non faccio sfoggio di modestia, ma questa larva di celebrità improvvisata e ad ogni modo anticipata mi può dare delle gran noie. Ieri sera un amico mi portò all'ufficio di un giornale dove andai volentieri per vedere un po' di gente prima di lasciare il mio paese: ma invece di trovarmici spettatore, mi accorsi di esserci come una specie di bestia rara che molte persone convenute apposta volevano veder da vicino. Quei signori possono credere che io ci fossi andato per darmi in spettacolo, e se la spedizione fallirà o se non riescirò a trarne quel profitto che mi propongo, eccomi fatto ridicolo o almeno convinto di molta presunzione.
Il solo fatto di affrontare i rischi di un viaggio...
Non esageriamo. Ne sono già tornati dai mari polari.
Finirò per aver più merito io, che me ne sto qui a far la corte a queste signore.
Dicono infatti che sia una navigazione assai più difficile.[37]
ELENA (levando la testa e guardandolo fiso)
È pericolosa?
Sono tentato di crederlo, Marchesa.
Per esperienza?
Un'esperienza di cinque minuti.
Oh! Come farà a smaltire di simili galanterie laggiù nella solitudine?
Farò economia.
È già tanto ricco!
L'avevo detto? A sentir discorrere di un uomo che va ai mari polari, lo si immagina selvatico come un orso bianco.
Al contrario, adoro la società!
Oh, Gemma! Non indaghiamo i segreti d'un uomo di quell'età.[38]
No, no, non ho segreti da nascondere e non sono più romantico che selvatico. Non ho nè dolori da vincere, nè disinganni da consolare. Faccio la mia strada e cerco che non sia la strada maestra dove passano tutti. Come vede, mi confesso ambizioso; ma per emergere dalla folla bisogna essere più alto degli altri, mentre anche un uomo di media statura, se cammina solo, lo si vede da lontano.
ELENA (carezzevole a Filippo)
Filippo, passatemi quello sgabello.
Subito. (le porta lo sgabello e glielo mette sotto i piedi).
E abbassate un po' il paralume, la lampada mi fa male agli occhi.
Ecco. (eseguisce).
ELENA (gli porge la mano e con
tono
di molto sentimento dice:)
Voi, poveretto, solo non ci andreste, eh?
È così bene accompagnato!
Fa una grande ostentazione di semplicità.
Vi dispiace?
Siete meglio voi, cento mila volte.
Oh!
Quasi quasi gli do la sua lettera. Eccola.
Che viltà!
Mi è antipatico. Basta, vedremo. Andate di là.
ANDREA (seguitando un discorso con Gemma)
Sissignora, ci sono andato un'altra volta; ma dopo di essere stati sei giorni bloccati dai ghiacci dovemmo riparare in Norvegia.[40]
(Elena mentre Andrea parla, tiene la lettera in mano col braccio penzoloni lungo il fianco esterno del seggiolone, più volte sorridendo a mezze labbra fa cenno di mostrare la lettera. Filippo la guarda e le fa dei segni col capo e colla bocca. Concerto. Tutti e due sorridono — Andrea ha notato il giuoco e ne è un po' sconcertato).
Chi sa quei sei giorni che apprensione!
Passarono in un attimo, nei preparativi dell'invernata e fummo liberi prima d'avvertire che..... (a Filippo che fa cenni ad Elena) Dica.
Io?
Scusi un po', sig. Sarni, la colpa è mia. Interrogava a cenni il mio amico Filippo, per sapere se devo mandare al suo recapito una certa lettera ch'egli conosce. Giusto, lei farà l'oracolo.
Io?
Sì. Lei ignora di che si tratta, quindi il suo verdetto avrà tutta la cecità che si richiede ad un verdetto della sorte. Vuole rispondere?[41]
Ma si può conoscere almeno a chi è diretta la lettera?
Ah no! (guarda Filippo ridendo) Il nome del destinatario le direbbe ogni cosa.
È lui! Che parte mi fa fare? (forte) È una lettera importante?
Se andasse al suo recapito, sarebbe tenuta per tale.
Ebbene. (fra sè) Vediamo. (forte) Io non la manderei.
E sia. (mette la lettera nel cassetto del tavolino).
Però trovo strana questa irresolutezza in una Signora. Le donne pel solito deliberano prontamente.
Ha in così buon concetto le donne?[42]
Buono, non saprei. Gli uomini sono più irresoluti prima di deliberare, ma più fermi e perseveranti dopo.
Sicchè lei quando ha deciso di fare una cosa...
La faccio.
Per esempio, il suo viaggio non c'è nulla che potrebbe smoverla dal farlo?
Oh... certo.
Proprio nulla?
No... No.
Ebbene, fuori di questo non vedo quale altro impedimento mi potrebbe trattenere...
Non vede? Mi rallegro con lei.
A proposito del suo viaggio, guardi che quasi me ne scordavo. Mio zio le doveva portare stassera una commendatizia.
Ecco, senza di quella, per esempio, temo che il mio viaggio sarebbe in grande pericolo.
Ah! ma quella c'è. Mio zio non venne stassera perchè è un poco indisposto. Mi manderà la lettera domattina. Se vuole passare a prenderla in casa mia, o se mi lascia detto dove gliela posso mandare.
Oh! verrò io.
Così avrò il piacere di rivederla.
A che ora?
Benissimo. Anche più tardi, se crede.
No, io mi alzo per tempo. È inteso?[44]
La ringrazio.
Non ho detto per congedarla. Non è tardi. — Siamo in pochi. — La Contessa è la mia migliore amica, Filippo è di casa; segga là, e si lasci andar a discorrere. Qui non si creano celebrità. Ci parli delle sue speranze, dei suoi propositi, ci descriva quegli spettacoli terribili ed immaginosi. Vuole?
Ma.....
Sì, sì.
Filippo, diteglielo anche voi.
Che potrebbe mai la mia povera parola?
Oh, molto! La Marchesa mostra di fare un tale conto di lei!
Una serata passata in questo modo fa fare dei gran passi all'amicizia. Sarà un pegno che ci lascia di non scordarci al ritorno. E noi lo rammenteremo molte volte. Quando lei sarà laggiù, nella[45] gran notte polare, potrà pensare: in questo momento nel mio paese in un salotto intimo dove il caso m'ha fatto entrare, c'è della gente che dice: Dov'è? Che fa? Quando tornerà? Che commenta i miei discorsi e fa voti perchè si avverino le mie speranze. Perchè parleremo spesso di lei. (a Filippo molto carezzevole) Non è vero, Filippo?
Come mi carezza!
ANDREA (seccato dalle tenerezze
tra Elena
e Filippo)
La proposta è seducente ed il quadro bellissimo, ma il tempo stringe e ho molto da fare. Pregherò il sig. Barone di voler prendere le mie difese, nel caso che la fretta mi facesse passare per scortese. Sono sicuro di affidarmi ad un buon avvocato.
Ci morde.
Mi raccomando a lei. (via).
Filippo, andatemi a prendere il mantello.
Subito! (via).
Certo.
Se n'è andato.
Appunto. È quello che volevo.[47]
Eccomi qua. (aiuta Gemma a vestire il mantello). Vi accompagno.
La Marchesa è stata troppo buona con me in presenza dei terzi. Se rimango solo, se ne vendica, mi batte.
Addio. Ah! Filippo, domattina vi aspetto alle undici e un quarto preciso.
Venite?
Pranzerete poi con me.
Le briciole, cara Marchesa. (via con Gemma).
[49]