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AI LETTORI
«Siete mai stati a Vinci, la patria di Leonardo? Questo piccolo e grazioso paesetto situato in una di quelle vallatelle che gli estremi lembi dell'Appennino toscano formano così spesse e così amene, dichinando al Biondo Arno, ha veduto nascere ingegni pronti e felici, che nella poesia popolare e burlesca lasciarono di sè un bel nome. Antonio da Pistoia, che dovrebbe esser chiamato più veramente Antonio da Vinci, perchè il suo luogo natale fu questo e non quello, precedette il Berni in quel genere di poesia che si chiamò poi bernesca, e fu cervello così bizzarro e così pieno di grilli, che finchè visse fu il divertimento delle brigate. Dietro a Vinci, più verso i monti pistoiesi, è Lamporecchio, dove Francesco Berni aprì gli occhi alla luce e stette in collo alla balia: poi è Pistoia, che fu, si può dire, la cava dei begli umori: dinanzi al nostro paesetto è Empoli, patria di Ippolito Neri, che cantò la presa di Samminiato colle capre e co' lumicini, e l'origine del famoso volo dell'asino; e alla sua destra è Cerreto Guidi, dove nacque, visse e scrisse il Saccenti, che alternava i protocolli di notaro colle pagine della più briosa poesia che mai scaturisse da cervello toscano.
«A tre chilometri da Vinci, sotto un cielo così benigno agl'ingegni leggiadri, in un luogo detto Dianella, che non si trova in nessuna Geografia, è la casa paterna del Fucini dove egli passò a intervalli la sua giovinezza. Nato per caso a Monterotondo e vissuto i primi anni nella Maremma toscana, molti lo credono pisano, ingannati dallo schietto vernacolo dei suoi cento sonetti. Non intendo veh, di scriverne la vita; perchè a parlar di un uomo con tutta la verità, bisogna dire: dammelo morto; e io voglio il mio Tanfucio vivo e verde e allegro per parecchi anni ancora. Ho detto soltanto il suo luogo nativo, se non natale, cosa che non compromette punto nè lui, nè me.
«L'ingegno di Neri fu noto da prima ai suoi condiscepoli dell'Università, e Pisa gli dette ne' suoi popolani la materia e la lingua di molti scherzi poetici, che rampollarono dipoi nella sua fantasia. Se egli fosse nato un mezzo secolo prima, sarebbe dicerto annoverato tra i fattori d'Italia; perchè avrebbe rivolta a scopi politici la sua musa tutta popolana, e invece della sonettona, chi sa mai quali altri balli quel suo cervello avrebbe saputo immaginare sotto il velo allegorico! Chi ricorda il Belli, col quale il nostro Tanfucio ha tanta somiglianza di temperamento poetico, sa bene che molti de' sonetti del poeta romanesco furono cannonate, che aprirono la breccia nel tristo governo de' preti. E al Belli, tuttochè dipoi convertito e ripentito, la storia contemporanea rende giustizia. Ma Neri arrivò, si può dire, a cose fatte. È vero, che fatta l'Italia, restano a farsi gl'Italiani; per cui non verrà meno l'ufficio della satira; e forse la libertà, che fa figliuoli di tutte le specie (e ne fa certi che il diavolo non c'è per nulla), può somministrare dei soggetti, come dicono i pittori, che forse sotto il dispotismo non era facile trovare. E poi le cresciute e crescenti cupidigie, con tutta la sequela dei vizj e delle deformità morali, daranno sempre materia di riso al poeta del popolo. Ma anche senza ciò, quel gran libro aperto dinanzi agli occhi di ognuno, e nel quale pochi sanno leggere o si curano di leggere, dico il gran libro della natura e del vero, continuerà ad esser fecondo di poesia pel nostro Neri.
«— Il libro della natura e del vero! Ci vuol altro, signor mio, che questo libro per esser qualcosa nel mondo e meritare il nome di poeta, sia pure popolare. Versi come quelli di Neri Tanfucio ognuno li sa fare: basta trovar la rima. State attenti a' discorsi del popolo, pigliatene le idee, i sentimenti, il vernacolo e perfino gli spropositi, riducete ogni cosa in sonetti, in ottave, in sestine, e tutto è fatto, quando avete trovato la rima: la rima soltanto bisogna che ce la mettiate voi. — E Neri Tanfucio, quando alcuno dei suoi amici gli domanda: Ma come fai a miniare quei tuoi quadretti di genere, a rendere con tanta verità i sentimenti, gli affetti, i pensieri, i discorsi, le sgrammaticature del nostro popolo? vi risponde con un sentimento di umiltà da novizio cappuccino: Eh non crediate mica! io del proprio non ci metto che la rima; tutto il resto non è mio.
«Ed io che da principio quasi quasi credevo alle sue confessioni ed ai giudizi dei letterati tirati a pulimento a forza di lime, di raspe e di pomice, ebbi la debbenaggine di provarmici. Ma pensa e ripensa, tenta, almanacca, bestemmia, quella infamissima rima non veniva. Dissi allora come Maometto alla montagna: se non vuoi venir tu, verrò io, non ci confondiamo: e agguantai il Rimario del Ruscelli, quello stesso che mi serviva in Seminario quando dovevo fare l'ode o il sonetto a San Luigi Gonzaga. Ma nulla neanche questa volta.
La rima, come la volevo io, non la trovavo; o se pure, era una rima che sapeva di tanfo letterario ed accademico lontano un miglio.
Allora esclamai nel mio furore: Ma dunque che rime sono le tue, diavolo di un Tanfucio, che non si trovano neanche nel Ruscelli? Qui ci dev'essere di mezzo qualche diavoleria. — E lasciai stare per non farmi scorgere, come hanno fatto alcuni che si son messi a scimmieggiarlo.
«Se il lettore desidera di sapere che cosa sia quella che ho chiamato diavoleria, è presto detto. È una virtù d'ingegno indefinita e indefinibile, che non s'acquista sui libri, e che sui libri c'è anzi pericolo di perderla; la quale fa l'ufficio di una lente tersissima, su cui si riflettono tali e quali gli oggetti che le stanno dinanzi. Quindi la naturalezza e la verità è il primo requisito di siffatta virtù, come è appunto il primo requisito dei versi del nostro Neri. Leggendoli, voi vedete non udite; perchè il suo è, per dirla con Dante, un visibile parlare, perchè invece di una penna d'oca o d'acciaio, egli ha in mano un pennello, che Rembrandt non avrebbe sdegnato per suo. — Ma è un realismo, un naturalismo — dicono i parrucconi; — e l'arte, la divina arte dinanzi a tali nudità si cuopre di un velo. — Ebbene, quello che l'arte abbia guadagnato da tutte le imbellettature, i lisci, le gale e i fiocchi che le hanno messo attorno i suoi cicisbei, lo dice la sazietà che tutti oramai ne sentiamo. È accaduto nella poesia quello stesso che nella pittura: i galoni alla Richelieu, le parrucche, le maniche alla scudiera e via discorrendo sono venute oggi a noia, di modo che i pittori hanno dovuto spogliare affatto le loro figure, e darcele, salvo non sempre il pudore, nella più schietta nudità. Lo stesso avverrà ai puff, ai sottanini, agli sboffi, alle ceste de' fiori delle nostre donne. Non dico che si ritornerà alla foglia d'Eva: diavol mai! sebbene facesse molto comodo alla borsa di parecchi mariti; ma pure qualche cosa di più semplice e schietto dovrà venire di moda. C'è un sentimento, un bisogno prepotente che ci riconduce al vero, al reale; da cui poi dovrà scaturire un'arte nuova.
Tutto oggi corre a democrazia, lingua, lettere, arti, costumi, governo. L'anima del popolo ha infranto il pietrone che la chiudeva nell'avello, ed è risorta.»
Queste parole, e molte altre più, scrivevo, venti anni or sono, in un giornale fiorentino, intorno a Renato Fucini o Neri Tanfucio e a' suoi versi. Nè credo inopportuno ripeterle qui, perchè nulla avrei da mutare dopo un così lungo lasso di tempo. Anzi la verità loro fu poco dopo ampiamente confermata da quei Racconti geniali, le Veglie di Neri, che il Barbèra da prima, e poi altri editori stamparono: con tanto favore furono e sono sempre accolte dagl'Italiani e dagli stranieri che si occupano delle cose nostre. Anche qui, e forse meglio che nei versi, splende quel suo spirito acuto d'osservazione sia della natura fisica, sia della morale; direi anzi più di questa che di quella, dacchè a cogliere e ritrarre l'una basti un occhio attento, e un'anima che lo segua; a cogliere e ritrarre convenientemente l'altra si richieda l'occhio penetrativo e scrutatore della mente, libera da ogni soggettività. Dirò di più: nel mondo morale le grandi linee, per parlar così, i grandi accessori, le principali e più sentite luci ed ombre dei fatti, il colorito generale degli affetti, dei costumi e via discorrendo, possono non molto difficilmente venir colti dall'osservatore, il quale perciò si confonde nella moltitudine degli altri osservatori: la vera, la singolare osservazione che caratterizza l'artista e gli conferisce una spiccata individualità, è nei particolari, nelle piccole circostanze che sfuggono ai più: qui sta quella specie di arte grande, che vorrei chiamare manzoniana: e il Fucini nelle Veglie ne dette una prova non dubbia. Di esse parlò da par suo Giovanni Procacci nella Prefazione a quel libro, che in tanta pioggia di lavori simili o consimili rimane sempre singolare o almeno assai raro.
Dopo non poco tempo il Fucini, cedendo al desiderio del comune amico Bemporad, ci dà ora un altro libro dello stesso genere. All'aria aperta. Anche qui siamo in mezzo agli stessi soggetti, nello stesso ambiente; ma i soggetti sono presi nei villaggi e nelle borgate: anche qui la stessa spontaneità e limpidità di arte descrittiva e narrativa, la stessa felicità nel cogliere le minute e fuggevoli circostanze de' suoi soggetti, e la stessa spigliata naturalezza dello stile. Nè con ciò voglio inferire che, dal punto di vista della genialità, sebbene lo eguagli in tutto il resto. All'aria aperta possa mettersi a uno stesso pari con le Veglie. V'è in essa, non c'è dubbio, il Fucini, ma non v'è più il Fucini giovane, la cui anima serenamente lieta e un po' spensierata si presentava come specchio tersissimo dinanzi alle immagini del suo mondo favorito; v'è un Fucini che ha provato le durezze della vita, v'è sempre un Fucini che sorride, ma che sorride o amaro o malinconico sulle tristezze dell'umanità.
Ciò nonostante, All'aria aperta avrà, ne sono sicurissimo, una lieta accoglienza, perchè ha le stesse doti delle Veglie, se non sempre nello stesso grado; ha interesse se non sempre nella stessa misura.
Come si può e si deve invidiare al Fucini il suo primo libro, così del secondo nessun artista di valore sdegnerebbe la paternità, dopo aver letto La fonte di Pietrarsa, Il Battello, Non mai, non mai!, Il monumento, Tipi che spariscono e La visita del Prefetto; anzi quest'ultima può gareggiare con la Scampagnata delle Veglie; così bene è indovinata la comica affannosità di certi Sindaci, Assessori e Segretari di alcuni piccoli Municipj; nella stessa guisa che Il monumento ci dipinge le misere vanità e i progetti più miseri e la nessuna conclusione di certe cittaduzze. Al contrario col Battello si mettono sotto gli occhi del lettore i duri patimenti di quei disgraziati merciaiuoli che battono la campagna, e col Battello ricorre alla memoria Vanno in maremma. Il Non mai, non mai! è, per dir tutto in una parola, un vero gioiello di gentilezza e di pietà. E basti del libro.
Ma io non posso terminare questo breve discorso senza un'ultima osservazione. C'è chi dice e c'è chi ripete, pochi veh! che Renato Fucini non mira, scrivendo, che a far ridere, e che ci riesce. Giudizio più falso e più stolto di questo non potrebbe darsi; sicchè si può affermare che coloro che così giudicano, o non hanno mai letti i suoi scritti o non li hanno saputi leggere, o alla men trista non conoscono di lui che i Sonetti in vernacolo pisano, sebbene anche in questo caso il giudizio non sarebbe in tutto giusto. Il Fucini fa ridere! Ma dunque, per chi ha mente e cuore, fanno ridere il Matto delle giuncaie, Vanno in maremma, Tornan di maremma? Vi sentite proprio disposti a ridere leggendo lo Spaccapietre, Perla, Lucia, la Pipa di Batone, Sereno e nuvole e la massima parte delle Veglie? O non piuttosto quei racconti vi lasciano tristamente pensosi, specie per la loro fine, la quale si direbbe troppo spesso e troppo di proposito non lieta, sicchè voi sentite in quelle pagine un po' di pessimismo! Ma di siffatta razza di critici anche troppo. Il Fucini continui a farci ridere come ha fatto fin qui, come fa in questo libro, che a me toccò l'onore di presentare al pubblico.
20 novembre.
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