Renato Fucini
All'aria aperta

L'EREDITÀ DI VERMUTTE

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L'EREDITÀ DI VERMUTTE

 

 

 

 

 

Col tempo freddo e piovoso che s'era messo, il Caffè del Popolo quella sera era tanto pieno che, non essendoci posto per tutti a sedere, molti bevevano ritti intorno ai tavolini o passeggiando per la stanza. E, di fra la nebbia dei lumi a petrolio che filavano e il fumo delle pipe gorgoglianti, si alzava nella fuligginosa stamberga un tal diavoleto di risa e di voci squarciate che anche le figliole di Terzilio, benchè si struggessero di piantarsi dietro il banco a guardare e a sentire, eran costrette a stare in cucina, accanto alla finestra aperta, per salvar la modestia e per respirare.

A un tavolino, i giocatori di scopone discutevano sulle combinazioni della partita con tali urli da parere che si volessero scannare. A un altro, i cacciatori raccontavano le loro gesta con gran sinfonia di fischi, di canizze dietro alla lepre, di frulli di starne e di tonfi di schioppettate. E i cani accucciati sotto le tavole, destati di sussulto e ingannati, qualche volta, dalla perfetta imitazione, si mettevano ad abbaiare in coro e a piena orchestra, e in ultimo a guaìre dalle pedate dei padroni perchè si chetassero. A un'altra tavola, i puzzolenti e crudeli bracaloni, tenditori di reti e di panie, si raccontavano, con un tono di voce più dimesso, le loro prodezze della giornata, spincionando, zirlando, chioccolando e moltiplicando ogni cosa almeno per cinque.

Dalla tavola di fondo venivano voci più umane e risate più schiette. Era la tavola dei buontemponi di professione, dei cacciatori per amore dell'arte e dei novellieri, i quali, tra un frizzo e l'altro lanciato alle fanfaronate e alle bombe che scoppiavano intorno, raccontavano aneddoti, scene e avventure della loro vita di campagna.

Quella sera teneva cattedra Pippo del Mugelli.

— Di questa scenetta, per esempiodiceva Pippo — fui parte e testimone l'altro giorno quando andai da Beppe di padule per quel fieno delle forniture.

Era tanto che non mi era mosso per una passeggiata un po' lunga, che mi venne voglia di farmela gamba gamba passando dalla scorciatoia delle Fornaci, che era quasi nuova per me e decantata da tutti come tanto bella. Arrivato a un borghetto di tre o quattro case, trovai un vetturale che attaccava, e che subito mi domandò se volevo imbarcare con lui.

Dove vai?

Vado in padule — mi rispose — a ripigliare due signori che ci ho portato stamani. O lei?

Vado per quelle parti anch'io.

— Allora — dice lui — monti su; mi da fumare un sigaro, e ce lo meno io. —

Guardando gli arcioni tricuspidali della sua povera brenna arrembata, e quella carega di bàgherre sfasciato, con un mantice che pareva un centopelle, mi sentii la voglia di continuare a piedi, ma.... montiamo !

In tempo che finiva di attaccare, mi raccontò un monte di miserie della sua famiglia e del mestiere che non andava più come una volta; mi disse che lui si chiamava Vermutte, e volle sapere come mi chiamavo io, da qual paese venivo e che cosa andavo a fare in padule. Quando ebbe saputo tutto, parve soddisfatto e, siccome nell'armeggiare intorno ai finimenti, s'imbrogliava spesso e doveva rifare il lavoro, ora per allungare una tirella e ora perchè non avea passato una guida dagli anelli del sellino, mi chiese scusa se mi faceva tanto aspettare, e mi disse che lo compatissi fioichè quella sera aveva tanti pensieri per la testa da levarlo di sentimento. Aveva infatti l'aspetto d'uomo molto impensierito e non fece più parole dopo soddisfatta la prima curiosità. Appena tutto fu all'ordine, saltò brusco a cassetta e, giù! frustate da orbi alla sua ossuta carogna.

La via che si doveva percorrere era un continuo succedersi di brevi spianate, di ripide salite e di scese maledette. Per Vermutte era tutta pari. Pizzicotti da levare il pelo e via!

— Ah, no! caro Vermutte; quest'affare mi garba poco. Alle salite devi rispettare il cavallo; alle scese, la nostra pelle. Se vuoi trottare alla piana solamente, va bene; se no, scendo e me la faccio a piedi come avevo ideato. —

Vermutte rimase mortificato, si voltò verso di me dal seggiolino e, in aria compunta e con un gesto di desolazione, mi disse:

— Lo crede, signor Filippo? stasera non so quello che mi fo.

— Che t'è accaduto?

— Lo conosceva lei il sor Augusto?

— Chi Augusto?

— Il sor Augusto!... il Fronzoni!... quello di que' be' cavalli.... che ha quella bella villa, con quel bel viale che c'è quella bella torre con quella bella pineta....

Fronzoni.... Fronzoni.... Ah! ho capito. Ebbe'?

— È morto stamattina alle sei!

Pace all'anima sua.

— .... e stasera, dice.... dianzi è arrivato il notaio.... dice che stasera apriranno il testamento.

Va benissimo. Ma che hai tu che fare col notaio, col testamento e col Fronzoni?

— Sono un su' parente lontano, perchè....

— Eh, eh! Tanto faremo che c'intenderemo !....

— .... perchè.... capisce? una zia della su' sorella bon'anima, quella tanto ricca che lasciò ogni cosa a lui, sposò un cugino d'una nipote del fratello di Gianni di Boldrino che è cognato....

Bada, Vermutte, è inutile che tu seguiti, perchè ora, anche se ti cheti, ho capito benissimo ogni cosa.... Sicchè sei partito povero, e c'è il caso.... o Vermutte! c'è il caso che stasera, quando torni a casa tu sia diventato....

Ahu! ahu! — tonfi, urli, schiocchi, e giù, a rotta di collo, per una scesa che faceva rizzare i capelli. Era uno sganascio di legno, uno scatenìo di bubboli e di ruote, una grandine di sassi che schizzavano frullando nei campi e nelle fosse, di qua e di dalla strada, e un palio di cani che ci rincorrevano abbaiando, tutte le volte che la nostra tempesta passava davanti a qualche casa.

Vermutte, permio! — Era lo stesso che dire al muro.

Ahu! ahu! Stasera, sor Filippo, deve pigliare una sbornia anche lei!... Ahu! ahu!.... —

Per fortuna la scesa era breve e, come Dio volle, s'arrivò sani e salvi in fondo. Riattaccava subito una salita aspra, e il cavallo messe giudizio per Vermutte.

Dopo un mezzo miglio, però, avevo imparato, osservando, a moderare tanto foco di passioni, a mia volontà. Vermutte si abbandonava a quegl'impeti di entusiasmo tutte le volte che gli facevo intravedere la possibilità che il Fronzoni, nel testamento si fosse ricordato di lui; cadeva in uno stato di prostrazione desolata quando lo facevo escire di speranza. Da questa osservazione trassi profitto per garantirmi le costole e per fare il comodo mio.

— Troppi, troppi questi parenti, caro Vermutte! Eppoi, da quello che mi dici, c'è in casa quella nipote promessa sposa che con voialtri ci se la dice poco.

Sissignore!

Gua', tutto può essere! Ma io, se fossi in te, caro Vermutte, mi affiderei alle mie braccia, mi affiderei ai figlioli che vengono su robusti e avvogliati di lavoro. Quella, caro Vermutte, quella è la vera ricchezza, quella è la vera farina di Dio, quella è la vera roba che i ladri non ce la rubano e i bruciamenti non ce la consumano! —

Vermutte sospirava, le guide calavano fino in terra e il cavallo si metteva al passo.

Signor Filippo..., lei parla come un angiolo del cielo!

— Nulla, caro Vermutte. Ti ho detto la semplice verità, ti ho detto quello che il cuore mi suggeriva, pensando alla tua famiglia e al tuo stato.

— Oh, se tutti i signori fossero come lei! —

Arrivati in cima a quella pettata, si presentò un lungo tratto di via pianeggiante.

Questa, pensai, si può fare benissimo al trotto..

— Con questo, intendiamoci bene, Vermutte, con questo non intendo toglierti di speranza ed escludere la possibilità... —

Vermutte ripigliava fiato!

— In fin dei conti, ho sentito dire che questo signor Augusto era un bon diavolo, religioso, caritatevole....

— Eh, questo sì; sissignore. —

Le guide erano ritornate su e la frusta cominciava già a far per aria dei giri che puzzavano di caso sospetto. La strada è buonapensai dentro di me — ora bisogna correre.

Allegri, Vermutte! Se il signor Augusto era quel galantuomo che dici, non può aver dimenticato, in punto di morte, i suoi parenti poveri....

Sissignore, sissignore! — e faceva scuotere il legno, ballonzolando sul seggiolino, e le prime frustate cominciavano a pizzicare fitte gli ossi del cavallo che si buttava, traballando, in carriera.

— Ma se stasera tu fossi diventato un signore?!...

Maria santissima! Vergine delle misericordie ! Ahu! ahu! — E giù un diluvio di bòtte col manico della frusta, sulle costole di quel disgraziato animale, e: via, via, via! e trapatà, trapatà, trapatà!

Cinquantamila lire, stasera, Vermutte !

Ahu! ahu! —

E anch'io urlavo per superare con la voce il fracasso della vettura:

Cinquantamila lire! Che faresti stasera, Vermutte, se fosse vero?

Bastono la moglie, brucio la casa e piglio una sbornia da olio santo — e: via, via, via! e trapatà, trapatà, trapatà....

La strada piana era vicina a terminare e cominciava subito la scesa, quella scesaccia delle Fonte, dove c'è quella croce che ci morì per una ribaltatura quell'armeggione del fattore Spinelli.

Adagio, Vermutte! ricordiamoci delle Forre. — Non mi sentiva nemmeno. E allora serriamo le valvule.

Sai, Vermutte, che cosa mi garba poco? A me.... chi lo sa? mi garba poco quella serva vecchia, perchè, se è vero quello che mi raccontavi dianzi, cotesta donna era diventata, pare, da ultimo, padrona d'ogni cosa lei. E, con voialtri, cotesto serpente, ci se la dice?

— Ci darebbe foco!

Ohi, ohi, ohi! —

La frusta andò subito nel bocciòlo, le guide ricominciarono a ciondolare, e il cavallo non intese a sordo. Anzi, fatti pochi passi, ebbi a dire a Vermutte che lo toccasse; se no, si fermava.

— E sai, amico mio, non c'è la peggio di quel genere di donne !

— Si figuri se ci ho pensato anch'io!

— Ha parenti quella donna?

— Una conigliolaia.

Male, caro Vermutte, male!

— Eh, non pensi che lo so.

Tira in mezzo il cavallo e dagli un po' di martinicca.

— Ma che crede, signor Filippo, che sia un arnese da nulla quell'accidente! Si figuri elle, prima prima, il povero sor Angusto, per le ricordanze, ci mandava sempre un fiasco di vino e, a volte, la schiacciata o il panforte, secondo se s'era di Pasqua o di Natale. Appena entrata lei in quella casa, tutti zitti! Eppoi, così ogni tanto, o arrivava le salsicce se avevano ammazzato il maiale, o il paniere dell'uva se vendemmiavano la vigna; ora quella cosa, ora quell'altra.... Insomma, bisogna dirlo perchè è vero, quel pover omo non si fermava mai. Arrivata in casa quella versiera, tutti morti! Ma se non gli mangia il core Vermutte, non glielo mangia nessuno!... O sor Filippo; la vede quella croce? Mi guardi bene in viso. Se stasera quando torno a casa sento dire che a noi non ci ha lasciato nulla e che ha lasciato anche venti lire sole a quella donna.... Signor Filippo, ho cinque creature! Ho cinque creature che quest'inverno hanno patito anche la fame!... Ma se quella donna la dovessi vedere riderci in faccia, a ganasce piene e con quelle venti lire in mano.... Se tutta quella grazia di Dio dovessi vederla andare a quella schiuma di canaglie de' suoi parenti.... son cenciaioli arricchiti non si sa come.... Se questo dovesse accadere.... Signor Filippo, lei dica subito: Vermutte more in galera! Signor Filippo, quella è una croce. —

E si levò il cappello. Capii che aveva fatto un giuramento. Quell'atto, quel ricordo ai figlioli, quella risolutezza fredda, mi levarono le burle dal capo e cominciai a guardare da un altro punto di vista quel disgraziato.

— Tu non ammazzerai nessuno, Vermutte. Hai rammentato i tuoi figlioli, e questo mi basta per assicurarmi.

Signor Filippo....

Mettiti in calma e ragioniamo.

Signor Filippo, io faccio qualche pazzia.... lo sento, lo sento. —

La scesa era finita e si era entrati nella valle tutta piana come un pallottolaio fino al padule. Di trottare non se ne parlò più e lasciammo andare il cavallo lemme lemme come voleva.

Vermutte si accomodò raccolto a sedere, si abbottonò il cappotto alzandosi il bavero spelacchiato perchè s'era levato vento, e si piegò sul seggiolino, col capo fra le mani. Dopo qualche minuto mi accorsi che piangeva.

— Su, su, Vermutte! È vergogna! Che diavolo! un uomo non deve piangere! —

Cercavo di fargli coraggio; ma anch'io ero commosso, pensando alla burrasca di passioni che si scatenava sotto alle toppe di quel povero cappotto lacero e scolorito.

Avvoltolò le guide agli anelli del cruscotto, scese dal seggiolino e, dopo aver dato un'occhiata sgomenta alla sua bestia che grondava sudore:

— Che mi permette?

— Vieni, vieni — e venne a sedere accanto a me, sotto il mantice. Era pallido, e torbido negli occhi. Stirò le braccia, si fece crocchiare le noccole e sospirò, fissando la carcassa fumante del suo tribolato cavallo, sul quale era assicurato lo scarso pane della sua famiglia. Poi, continuando ad alta voce i suoi pensieri:

— Il servizio, per ora, me lo fa; ma è vecchio! Se mi more questa bestia, sono all'elemosina. Ora, se non gli rincresce, lo tengo al passo fino a quelle case laggiù. Che ha bisogno d'arrivar presto?

— No, no. Anzi, ho piacere anch'io....

Bisognava che lei signoria avesse visto il cavallo e il bàgherre che avevo prima di questi! Non fo per dire perchè era roba mia; ma quando Vermutte batteva le strade con quell'attacco, anche le pariglie dei signori bisognava che tirassero da parte, e la gente che lo riconoscevano dalla sonagliera, s'affacciavano alle case con tanto d'occhi sgranati. M'è toccato a disfarmi d'ogni cosa! m'è toccato fare un baratto!... Figlio d'un cane! Mi chiappò che avevo l'acqua alla gola; mi fece veder venti lire quando una lira mi sarebbe parsa la manna del cielo, e m'appiccicò.... Basta: m'appiccicò quella disgraziata carogna che regge l'anima co' denti e questo vergognoso trabiccolo che sta ritto per miracolo a forza di tinta e di spago. E, fin che dura. Dio ci aiuti.... Ladro del mi' povero sangue! me l'appiccicò perchè avevo bisogno! E lui lo sapeva come si campava a casa mia, lui lo sapeva! E ora lui ha bell'e rivenduto ogni cosa e ci ha guadagnato sessanta lire! E lui lo sapeva come m'andavano le cose! Signor Filippo.... quelle cinque creature, quella povera donna di su' madre e questa ghigna di galeotto che gli sta davanti non s'è toccato pane in tutto l'inverno! Farina gialla, acqua della fonte e una salacca.... una salacca, signor Filippo... una salacca sola in sette persone, la sera di Ceppo! —

E gli colavano fitte le lacrime giù per la barba arruffata.

— E quella donnaccia e que' ladri arricchiti de' su' parenti avranno ogni cosa! E nessuno lo sa quello che si patisce! e nessuno ci vede, e nessuno ci compiange perchè l'onore preme a tutti e si ha vergogna di portare la nostra miseria a mostra per le vie. — Vermutte canta dice la genteVermutte è allegro; dunque gli affari di Vermutte vanno bene. — Altro, se vanno bene! Se chi dice a quella maniera mi potesse vedere nel core, cascherebbe in terra di picchio dallo spavento. Debiti! E poi chi li pagherà? L'affare delle vetture s'è ridotto a nulla con tutto questo seminìo di diligenze, di tranvai e di vapori. Avevo aperto una botteguccia di pentole, granate.... sa? un po' d'ogni cosa. Messero su la cooperativa, e m'è toccato chiuderla. Signor Filippo, Dio mi vede nell'anima: quelle creature che ho lasciato a casa e questo disgraziato che a sentirlo discorrere pare che voglia ammazzare bestie e cristiani, da jersera alle sette, ch'i' possa sprofondare se non è vero, siamo con una libbra di pane in tutti! Da jersera alle sette, sor Filippo; e ora, se non giudico male dal sole, si deve andar verso le tre e mezzo o giù di .

— Sono le tre e venti.

— Glielo dicevo! —

Io lo guardavo senza fiatare, pensando a un visibilio di tristissime cose. Anche Vermutte si chiuse nel suo dolore e continuammo in silenzio la strada. A un tratto fummo scossi da una voce che gridava dietro di noi. Ci voltammo e si vide un ragazzo in lontananza, che correva facendoci segnali che si aspettasse,

Toh! — disse Vermutte — è il mi' ragazzo maggiore. O questa?

— O babbooo.... — gridava scalmanato il ragazzo, da lontano.

— Che volevi?

Tornate subito indietro.

— Che è stato?

Dice mi' madre che vi cercano a casa del sor Augusto,... Dice che v'ha lasciato mille lire! — E cominciò a fare delle capriole in mezzo alla strada e a buttare il cappello per aria.

Dio del cielo! — urlò Vermutte. E senza ricordarsi che io dovevo andare in padule, voltò a precipizio il cavallo, e:

Ahu! ahu! via, via, via!...

Io gridavo e lui non mi badava, e:

Via, via, via! —

Per fortuna ebbe a fermarsi per imbarcare il figliolo, e allora scesi lesto con un salto, per non correre il pericolo di rimanere in trappola. Ma lui mi si buttò addosso e voleva menarmi con ad ogni costo.

Signor Filippo, me n'ho per male. Se non viene a pigliare una sbornia con me, me n'ho per male da cristiano battezzato! —

E m'abbracciava, e mi strizzava; eppoi saltava addosso al ragazzo tutto bianco dagli svoltoloni fatti nella polvere, e giù: baci a josa, e scapaccioni e solletico.

— Mille lire! Dio del cielo! —

E senza accorgersene, in quel tempestìo, buttò lontano, con una manata, un pezzo di pane che il figliolo gli aveva portato e che gli porgeva perchè lo prendesse.

Raccattalo: lo mangio poi. Ora m'è passata la fame. La pipa. Un sigaro. Signor Filippo, me lo lei? Grazie. O le guide? O la frusta? O il ragazzo? O io? —

Pareva impazzato.

— Mille lire! O il sigaro? Ah, eccolo qui. —

Se lo ficcò in bocca e, senza neanche accenderlo, senza ricordarsi di me che lo salutavo, saltò in legno, e, via, a perdita di fiato, verso casa.

 

 

Pippo del Mugelli chiese a Terzilio un fuscello di granata e si mise a sfruconare il cannuccio della pipa, che gli s'era intasato; e, appena compiuta l'operazione, domandò che ore erano perchè voleva andare a letto.

Toh! o che è bell'è finita? — brontolarono gli ascoltatori che, adagio adagio, si erano affollati intorno al tavolino.

Pippo del Mugelli, sentendo che erano appena le nove e che pioveva a diluvio, ordinò un altro ponce e si rintanò a succhiarselo in un canto.

— O dunque? O Vermutte la bastonò la moglie! La bruciò la casa? O la sbornia da olio santo la prese?

— Se domani è una bella giornatarispose Pippo, guardando in viso i più accaniti; — se domani è una bella giornata andate a domandarglielo. —

 

 


 

 

 


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