Renato Fucini
All'aria aperta

MENICO

«»

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

MENICO

 

 

 

 

 

All'età di sedici anni entrò a mezza paga tra le opre della fattoria. A diciotto era già a opra intera e con assegno fisso perchè trafficasse intorno alle botti e al granaio anche in que' giorni nei quali la pioggia impediva i lavori della campagna.

Il fattore Ippolito, vecchio merlo, ammaestrato da sessant'anni d'esperienza, ne aveva subito aocchiato la qualità della carne e la quadratura delle spalle. Tanto che, ogni volta che si presentava l'occasione d'un lavoro aspro e delicato: — Ditelo a Menico. — Così, quando c'era da portare alla villa una barrocciata di roba fragile e grave, col tempo piovoso e le strade guaste: — Attaccate il Moro. —

Ma per Menico erano trionfi. Un soldato valoroso che si sente chiamare per nome nei momenti di maggior pericolo, poteva aprire il core all'orgoglio come lo apriva quel vigoroso ragazzo quando il fattore diceva: — Chiamate Menico. —

E Menico non fece pentire chi aveva riposto in lui tanta fiducia. Sobrio, forte e obbediente, incominciò a lavorare quei terreni quasi da fanciullo; e non ha mai cessato, e non ha mai rallentato fino agli ottantadue anni, quanti ora ne conta. Taciturno e insocevole, ora come da giovane, punto si espande coi suoi pettegoli compagni di lavoro. Chi canta, chi ciarla, chi ride. Lui tace e lavora, niente lo distrae, niente lo commove. Quando sente rammentare i suoi genitori che tanto somigliavano a lui, increspa la fronte, aggrotta le ciglia e lavora.

A chi gli domanda perchè non ha preso moglie, lui non risponde con le parole: alza in alto con una mano la vanga, e battendone il manico con l'altra, fa capire che quella è la sua sposa. Gira in tondo un'occhiata di compassione ai suoi fratelli di fatica, e ripiglia silenzioso il lavoro.

In ogni angolo di quei poggi egli ha un ricordo che basta a riempirgli a trabocco quelli che altri crederebbero vuoti del suo cuore.

Dove è quella bella strada carreggiabile, sessant'anni fa era un abisso di frane scoscese. Lui ci lavorò.

Quei bei vigneti sulla costa di levante erano, trent'anni addietro, desolate prunicce dove un grillo sarebbe morto di fame. Lui ci lavorò.

La vedete quella bella chiudenda d'olivi, quasi ? , cinquanta anni or sono, era un dirupo. Tutto a forza di colmate. A quelle colmate lui ci lavorò.

Quella bella posta, tutta a viti scelte e a fruttami, elle è la delizia di chi la vede, lui la piantò, lui fece tutti gl'innesti; e quando fu finita, il padrone vecchio, bon'anima, gli regalò una bella cacciatora usata e gli disse: — Bravo! —

Quante gioie sconfinate in quel core vergine di animale da lavoro! Ma anche a lui non sono mancati gli affanni. Le lunghe siccità che minacciavano i raccolti del padrone; le piene irrompenti che strisciavano i seminati, erano pene ineffabili al core di Menico. L'anno che la grandine devastò tutto il raccolto di quelle colline fiorenti, Menico stette a letto due giorni con la febbre. La sola febbre che egli abbia avuto in tanti anni di vita, i soli due giorni nei quali egli non sia comparso sul lavoro.

Il padrone vecchio, morendo lasciò due lire il giorno per Menico quando egli non fosse stato più buono al lavoro. Menico sorrise a quell'annunzio, e piantò più profonda la vanga nel terreno.

Ieri, quando comparve con gli altri a mietere nelle terre a mano, non si sentiva bene. Lui, sempre innanzi nella proda, ieri rimaneva indietro ai più fiacchi e perfino alle donne.

— Non vi sentite bene oggi, Menico!

— Non mi sento bene. —

E si asciugava il sudore e si ergeva impettito per respirare, a bocca spalancata.

Alla merenda non volle mangiare. Seduto all'ombra d'un albero, con le spalle appoggiate al tronco, rimase , con la testa in seno e le braccia incrociate, e non si mosse anche quando gli altri ripresero il lavoro.

I vecchi si voltavano ogni tanto a guardarlo pensierosi. I giovanotti e le ragazze avevano voglia di scherzare e, magari, di sfogare un po' la loro ruggine contro quel serpente che, per tenergli dietro, bisognava consumarsi un'ala di fegato.

— Fai fai, v'è preso la fiaccona anche a voi, eh, Menico!

Bona, eh, quella liretta e quaranta guadagnata in panciolle!

— Volete una materassa, Menico! —

Menico non rispondeva.

Ora vi cantiamo la ninna nanna. La volete, Menico, un po' di ninna nanna? —

E due giovinastri e due ragazzacce sguaiate, battendo il tempo con le falci sui covoni, si misero a cantare:

 

E ninna e ninna e nanna

Piccino della mamma

E dormi, e ninna e ,

Se no, si dice al gatto,

E il bimbo dormirà.

 

Un vecchio si accostò a Menico per accertarsi e per domandargli se avesse bisogno di qualche cosa; e posatagli una mano sulla spalla, lo scosse lievemente per destarlo.

Il corpo di Menico, già morto da una mezz'ora, strisciando la schiena al tronco scabroso dell'albero, andò a fermarsi, a rotoloni, in un solco.

 


 

 

 


«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA2) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2010. Content in this page is licensed under a Creative Commons License