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IL PROFESSORE
Un gran cartellone rosso vinato aveva annunziato alle turbe attonite un visibilio di roba per l'inaugurazione del nuovo teatro Giacomo Puccini. Accademie vocali e strumentali, un corso di recite della società filodrammatica Gustavo Modena, giochi di prestigio, quadri viventi e, da, ultimo, due grandi veglioni per gli abbonati. Terminava con un elenco di nomi delle principali celebrità che vi si sarebbero prodotte e di quelli dei sette professori che avrebbero fatto parte dell'orchestra.
Si aprì il corso delle rappresentazioni con la Pianella perduta nella neve, novissima per la maggior parte di quel pubblico, che ebbe un vero e clamoroso successo, attribuito specialmente all'esecuzione dell'orchestra, che fu dichiarata addirittura insuperabile. Se non che, dopo la prima rappresentazione, i sette professori erano diventati otto, perchè vi fu aggiunto improvvisamente Cecco d'Orsola, con gran sorpresa dei suoi concittadini, i quali, a quella notizia, fecero la bocca fino agli orecchi dalle risate. Narrando questo, io non intendo denigrare la reputazione di Cecco; Dio me ne guardi! Eppoi ogni allusione maligna sarebbe inutile, perchè tutti ormai conoscono le sue eccellenti qualità: figliolo esemplare, marito e padre amorosissimo, amico impareggiabile, impiegato zelantissimo, sonatore.... Qui bisogna che mi fermi un momento per trovare l'epiteto conveniente.... L'ho trovato. Come sonatore lo chiameremo innocuo, perchè lui non ha mai molestato nessuno; lui non conosce affatto la musica e lui non ha mai toccato nessuno strumento, se si eccettua quel violino che gli fu consegnato la seconda sera delle rappresentazioni, senza che egli sapesse nè anche da che parte si pigliava in mano,
Il direttore d'orchestra esasperato e piccato da un articolo del Sistro che metteva in ridicolo i suoi sette sonatori, chiamandoli i sette peccati mortali, volle aumentarne uno a tutti i costi e, per non spendere a farlo venir di fuori, non essendovene altri in paese, inventò la trappola di metter Cecco d'Orsola nel branco a fare da comparsa.
Quando egli viene in orchestra, va di ritto al suo posto di coda, si mette a sedere, smoccola il lume, accomoda la parte sul leggìo e, dopo una diecina di minuti, alla più lunga, s'addormenta. Generalmente fa tutta una tirata fino al termine dello spettacolo, ma qualche volta si desta di sussulto, prima del tempo, quando lo pigliano nel naso o in un occhio con le pallottole di midolla di pane, coi tappi di sughero o con le cicche che gli tirano dalla barcaccia. Si ricompone subito trasognato, guarda di traverso quei giovanottacci che ridono alle sue spalle e tira giù una gran fregata alle corde, come viene viene, non tanto per vendicarsi dell'offesa, quanto per dimostrare che il pane lui non lo guadagna a ufo, e che sa tenere alto il decoro del suo titolo di professore e quello della sua posizione sociale di bidello della cooperativa di consumo.
— Ha riposato bene, professore!
— Professore, ben alzato. —
A questi complimenti che gli rivolgono quei giovanottacci della barcaccia quando, finito lo spettacolo, attraversa l'atrio per andarsene, egli, qualche volta, specialmente quando vede gente di fuori, risponderebbe volentieri per le rime; ma pensando ai sessanta centesimi che ha guadagnato quella sera, tira innanzi a capo basso e se ne va a casa dove l'aspettano una moglie, un cane da lepre e, se non ho fatto male il conto, nove figlioli.
Eppure, Cecco d'Orsola, poco tempo addietro era stato a un pelo di diventare un grosso e danaroso commerciante.
Quando prese moglie, il guadagno sul quale poteva fare un incerto assegnamento, montava a circa centocinquanta o dugento lire l'anno, che raspollava sù sù, portando lettere alle ville dintorno, allevando nidiate di merli e d'usignoli, tosando cani e facendo la barba per un soldo ai contadini. La moglie faceva la treccia e, col suo guadagno di trenta o quaranta centesimi la settimana, provvedeva alla biancheria e alle spese minute della famiglia.
Finchè non vennero figlioli, fu per i due sposi una cuccagna, e, vero miracolo della miseria, lei trovava il modo di mettersi addosso anche qualche trina; lui trovava quell'altro di fumare a pipa e di prendere il ponce tutte le domeniche.
Fino al terzo figliolo, nessun cambiamento si notò nei costumi dei due coniugi; al quarto, come le vele di due paranze prese al largo dal libeccio s'imbrogliano una dietro l'altra via via che il vento rinfresca, così sparirono le trine di lei e fu soppresso il ponce di lui. Al quinto sparì la pipa; al sesto.... al sesto, Cecco pensò seriamente ai casi suoi e aprì in un sottoscala una rivendita d'ogni cosa: pentoli, granate, ventole per il fuoco, salvadanari, trabiccoli per il letto, fiammiferi ecc. ecc. Ma il commercio veramente remunerato le lo faceva di certe paste con gli anaci, di sua invenzione, che chiamava parigine, le quali, ogni mattina, andavano via a ruba fra i ragazzi delle scuole, a un centesimo l'una.
Delizioso mestiere per lui! La piccolezza dello stambugio gli permetteva di fare ogni cosa da sedere; e lì si grogiolava, nell'inverno stando dentro tutto stoppinato con lo scaldino fra le gambe e la pipa in bocca; nell'estate, seduto sulla porta, tutto sbracalato, a sonnecchiare, a sbadigliare e a scacciarsi le mosche col giornale.
— Bravi, bravi bambini! Fermi, fermi con quelle mani. Si guarda e non si tocca. Quante lei? E voi?... Cinque? E il soldo dove l'avete? Va bene!... Passa via! pezzo di ladro, se non t'ammazzo io, non t'ammazza nessuno! —
Un cane aveva dato una linguata nella cesta delle parigine. E i ragazzi, fra grandi risa:
— L'ha leccate, l'ha leccate! —
La seggiola di Cecco volava dietro al cane, e il cane se la batteva a precipizio, con la coda fra le gambe.
— Non ha leccato nulla! — gridava Cecco.
— Sì, l'ha leccate, l'ha leccate! — gridavano i ragazzi, più forte di lui.
— Ha leccato questa e quella lì.
— È vero, è vero: questa e quella lì!
— L'ho veduto anch'io....
— Sì, sì, l'ho veduto anch'io. —
Cecco, allora, levava dalla cesta le due parigine sospette, dicendo: «Queste le mangerò io» di sotterfugio ce le rimetteva appena allontanatosi quel primo gruppo di avventori, e riprendeva coi nuovi che arrivavano lo scambio rumoroso di paste e di centesimi, e la distribuzione di consigli paterni, dei quali Cecco era prodigo con tutti, ma specialmente con quelli che acquistavano una maggior quantità di parigine.
— Bravo, bravo bambino! studia e fatti onore. Oggi un dieci a tutti! Bravi ragazzi, così va bene! E tenetelo a mente: quando si compra, bisogna pagare; e la roba degli altri non si tocca, se no, siamo ladri.... Dico bene? —
Finita la vendita, poco prima delle nove, consegnava la bottega alla moglie e dormiva fino all'ora di desinare. Dopo mangiato, faceva un pisolino di due o tre ore, e verso buio andava in piazza a prendere una boccata d'aria, perchè proprio ne aveva bisogno prima d'andare a cena e a letto.
Una mattina, avanti giorno, mentre preparava assonnato le sue parigine, sbadigliando, brontolando e impastando, sbagliò la qualità e la dose degli ingredienti. Invece di sale, ci buttò zucchero; invece di anaci, coriandoli.
Da quello sbaglio, la sua fortuna. Il grido dei nuovi biscotti coi coriandoli passò presto dai ragazzi alle famiglie, e alla bottega di Cecco fu una processione continua di gente del paese e della campagna, fra le quali primeggiavano i villeggianti dei dintorni che non davano respiro al povero Cecco, il quale fu costretto a chiamare in aiuto un suo fratello calzolaro. Ma nemmeno in due poterono bastare al lavoro, e bisognò, dopo pochi giorni, mettere all'opera anche la moglie e i tre figlioli maggiori.
Dai villeggianti, la fama delle parigine si estese ai loro amici e parenti lontani, e cominciarono allora a fioccar lettere, cartoline, telegrammi e vaglia postali in tal quantità, da mettere alla disperazione Cecco e il suo fratello che non sapevano più dove battersi la testa, in mezzo a quel trambusto indiavolato. Ma Cecco e il suo fratello, da buoni toscani, amici sinceri del quieto vivere, e previdenti, annusata la tempesta che li minacciava, pensarono seriamente ai casi loro, e si misero al coperto prima che incominciasse a piovere più forte.
— Mondo birbone! e questa si chiama vita da cristiani?
— Se non ci si piglia rimedio a tempo, qui, caro mio, ci si lascia la pelle!
— Sangue d'un cane! qui non si mangia più un boccone in pace!
— Qui c'è appena tempo di riprender fiato la notte!
— Qui non si conosce più quand'è festa e quando è giorno di lavoro!
— E servitori di tutti!
— Eppoi che maniere! — Io n'ho bisogno di un chilo per domattina!... Io di due chili in tutti i modi, per domani sera. Io di tre per... Ma, signori, abbiamo due braccia sole!
— Siamo di carne anche noi!
— Io non ne posso più!
— Io mi tengo ritto per miracolo!
— Finiamola! —
E presi da un sacro orrore per quella vita da galeotti, i due fratelli decisero di vendere la bottega allo Svizzero, di mandare al diavolo tutti i loro tormentatori e.... crepi chi vuol crepare!...
— Professore, ben alzato.
— Ha riposato bene, professore? —
Fra quei giovanottacci della barcaccia v'era anche il figliolo di quel birbone dello Svizzero che a forza di parigine aveva comprato, in due anni, pezzo di figuro! un bel cavallo, un bel calesse e una bella casa colle persiane, col giardino e ogni cosa!