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Pare che anche lui, povera bestiaccia, venisse al mondo sotto cattiva luna. Di quattro fratelli, nati e allevati insieme in una solitaria capanna di pastori dell'Appennino, Pelliccia fu il meno favorito dalla sorte sebbene fosse il più bello e, quel che val meglio, il più buono.
Leone fu comprato da un ricco signore americano, e ora se la passa fra i tappeti e le carezze della padrona che gli parla sempre in inglese e alla quale egli, povero pastore incivilito, dimostra la propria riconoscenza strappandole spesso, a forza di tenere zampate, gli abiti preziosi e i guanti finissimi delle mani che lo accarezzano.
Lupa andò in campagna con un fattore, e ora, padrona di vaste possessioni boscose, passa le belle giornate abbaiando dietro ai fagiani dei quali non conosce il valore che dai rimproveri bonarj di Milord, un vecchio cane da penna, e dai loro ossi gustosi che sono tutti a lei riservati perchè a Milord non piacciono.
Argante, forse più fortunato di tutti, morì di cimurro all'età di sette mesi.
Lui, Pelliccia, capitato per una lunga trafila di peripezie nelle mani di un villanzone brutale, legato da sei anni a una corta catena, fa ora da guardia a una casaccia mezza in rovina, abbaiando a chi passa e stroncandosi i denti ai sassi che i ragazzi gli tirano. Che giorni lunghi, povera bestia! Che notti interminabili quando il freddo, la pioggia e la fame gli fanno veglia nel casotto umido e sgretolato, e quando il sole lo arrostisce, gl'insetti lo divorano e la sete lo brucia! Oh, i bei giorni dell'infanzia! Che corse, che strillìo di guaìti, che rotoloni fra l'erba lunga della selva intorno alla capanna! Che scorpacciate di ricotta e di siero avanzato, che bevute lunghe e ristoratrici al rio del mulino dopo mattinate intere di gazzarra dietro alle galline spaurite o dietro alla mamma che non aveva più pelo negli orecchi dalle nostre tirate! Povera mamma, quanta pazienza! Tutto sopportava in pace, e solamente mandava qualche represso guaito quando le nostre giovani zanne, affilate come lesine, le cavavano sangue da un orecchio o da un labbro. E a quei guaìti il babbo, acchiocciolato in un canto e sonnacchioso, apriva gli occhi e guardava. Che sarà stato di loro?
Questi ricordi lontani e dolcemente dolorosi dovevano passare per la testa di Pelliccia quando, spesso, sentendo su in casa l'acciottolìo dei piatti dei suoi padroni che mangiavano, seduto al vento fuori del casotto, mandava alla finestra sbadigli e sospiri.
Povero Pelliccia, quanto è cambiato dai giorni sereni della sua giovinezza! Quel bel pelo lucido e bianco che gli procurò il nome al quale risponde, è diventato ora un feltro sudicio e giallastro; quegli occhi dolci i quali pareva non cercassero che amore e carezze, sono ora iniettati di sangue e feroci; quei bei denti bianchi i quali prima non chiedevano che un po' di pane per campare e niente altro, affacciandosi ora gialli e smozzicati dalle labbra pallide e arricciate, non chiedono che carne viva di uomini da lacerare.
E la sua fama era terribile nei dintorni. Molti operai e contadini, quando erano costretti a passare di notte da quella casa, si armavano d'un randello o d'una pistola per paura che quel canaccio avesse strappato la catena: il prete, prima di venire per le rogazioni o per l'acqua santa, ordinava che lo chiudessero in capanna; e le mamme del vicinato, quando i loro figlioli erano più forche del solito, li minacciavano di farli mangiare da Pelliccia.
Ma, da qualche mese, questa fama paurosa non era più meritata da quel disgraziato animale. Gli stenti d'ogni genere ne avevano affrettata la vecchiezza, e Pelliccia non era più buono neanche per il facile servizio che doveva prestare ai suoi padroni. Non esciva quasi più dal casotto dove stava tutto il giorno e tutta la notte a russare, e ogni volta che passava gente, o non abbaiava affatto o, se abbaiava, la sua voce era tanto fioca da non sentirsi di casa quando le finestre erano chiuse. Il continuo latrare di tanti anni, l'arsura della sete e le stratte del collare quando si avventava ai passanti, gli avevano rovinato la gola.
— La cagna di Poldo mugnaio — disse un giorno il capoccia ai suoi figlioli — ha fatto sei cuccioli. Me n'ha promesso uno, e io direi di disfarsi di Pelliccia. —
I figlioli approvarono con un movimento del capo. Pelliccia avendo sentito rammentare il suo nome, li guardava con amore dal suo casotto, dimenando lentamente la coda. Tutto fu concertato in un momento. Due giovanotti entrarono in casa ed escirono subito dopo, uno con un fucile e l'altro con una vanga sulle spalle. Il capoccia andò a staccare dall'arpione del muro la catena di Pelliccia il quale, saltandogli addosso a festeggiarlo meglio che poteva, abbaiava di gioia e gli correva dintorno a balzellone, arrotolandogli la catena alle gambe. Una forte pedata fece capire a Pelliccia che i suoi entusiasmi affettuosi erano, come sempre, poco graditi in quel momento; e con la coda fra le gambe, si mise dietro alla taciturna comitiva.
Sul tratto di via maestra che i tre contadini percorrevano per arrivare alla coltivazione nuova dove Pelliccia doveva essere ammazzato e sepolto al piede d'un olivo, veniva verso di loro una lucente carrozza tirata da due magnifici cavalli al trotto. Dentro alla carrozza scoperta erano due persone: un signore e una signora che parevano bearsi conversando allegramente e contemplando lo splendore di quei colli festosi. Erano marito e moglie, due ricchi possidenti del piano, i quali capitavano per la prima volta in quei luoghi solitarj a fare la loro passeggiata mattutina.
Il cocchiere, non pratico di quelle vie, scorgendo gente, rallentò la corsa per domandare notizie della strada che aveva da percorrere per tornare a casa. La signora, alla vista dei tre uomini e del cane, forse sospettando del vero, ordinò al cocchiere che fermasse.
— È vostro cotesto cane? — domandò la signora al vecchio che strascicava Pelliccia per la catena.
— Sì, signora.
— E dove lo menate? che volete farne! Perchè quel fucile e quella vanga? —
Il capoccia, sorridendo come se avesse dovuto rispondere che lo menavano a spasso, disse che andavano ad ammazzarlo. La signora impallidì, gli occhi le si inumidirono, guardò Pelliccia e stringendo nella sua la mano del marito, domandò al capoccia:
— Perchè, perchè lo ammazzate?
— Se lei signoria ci vuol canzonare — rispose il vecchio — è un conto; se dice sul serio, guardi meglio questa bestia, e si persuaderà che a tenere intorno casa questo mangiapane puzzolente è quasi vergogna. Noi s'era pensato di governare un olivo. —
La signora disse qualche cosa nell'orecchio al marito, il quale rispose di sì con un lampo dei generosi occhi sorridenti. E rivolta al contadino, balbettò dalla commozione e dallo sdegno represso:
— Cotesto cane lo voglio io. Ditemi il prezzo, ditemi quanto vi devo dare. Cotesto cane è mio. —
Il contadino dette in una grande risata, alla quale fecero coro le due facce melense dei figlioli.
— Lei signoria fa chiasso; e noi s'ha poco tempo da perdere — rispose il capoccia, accennando a continuare per la sua via.
— Vi ripeto che cotesto cane è mio, e non v'inganno — riprese la signora, frenando a fatica lo sdegno che le faceva saltellare convulsamente il labbro superiore.
— Sbrighiamoci e presto; quanto vi devo dare?
— Se lei signoria dice davvero — rispose il contadino, quasi intimidito dal modo aspro e risolato della signora — se lei dice davvero, e allora mi dia.... mi dia quello che vole. —
Il contadino, con la prontezza che hanno per il calcolo a loro vantaggio quelle volpi mascherate da polli, aveva subito riflettuto che a non chiedere ci avrebbe guadagnato, e rimase al «mi dia quello che vole», e si mise a far carezze al cane che intenerito gli saltava addosso, uggiolando.
Un foglio di banca passò nelle mani del contadino, e Pelliccia, riluttante e spaurito, fu messo di peso nella carrozza e obbligato, da due manate dei giovanotti, ad accucciarsi sulla pedana di pelle d'orso.
I cavalli spiccarono il trotto, e i contadini rimasero in gruppo sulla via, con gli occhi sgranati sopra un bel foglio da cinquanta lire, mentre Pelliccia spenzolava la testa fuori della carrozza, mandando lamenti ai vecchi padroni e sforzandosi di vincere la resistenza dei nuovi che lo tenevano forte alla catena perchè non si buttasse di sotto.
Oh.... ora sì che va bene, povero e calunniato Pelliccia! Veramente è un po' tardi, ma meglio tardi che mai.
In verità, chi non l'avesse conosciuto prima, chi non avesse visto la sua passata miseria, avrebbe potuto prenderlo ora per un signore. Il suo giubbone era sempre un po' spelacchiato, ma in compenso era bianco e lucido come una felpa di seta. Di pulci non se ne parlava nemmeno, le mosche gli giravano intorno alla larga, e l'odore che mandava faceva pensare ai chilogrammi di sapone fenicato che ci saranno voluti per la lunga e paziente cura igienica alla quale doveva essere stato sottoposto. Sebbene camminasse sempre un po' a stento, sembrava più giovane di quello che non fosse. Era un po' ingrassato, la sua voce era meno fioca e i suoi occhi avevano preso un'espressione insolita di dolcezza da parere quasi che il ringhioso e taciturno Pelliccia avesse ora imparato anche a ridere. Intorno al collo gli girava un bel collare a placche d'ottone lucente, il quale aveva da una parte una larga campanella e dall'altra, ornamento che dava una certa aria di grottesco al vecchio villano rivestito, aveva un gran flocco di seta celeste.
Quel luccichio del collare e il fiocco svolazzante lo facevano somigliare a una balia. E veramente il paragone non era lontano dal vero, perchè Pelliccia, nella nuova casa che lo aveva ospitato, esercitava il delicato ufficio di bambinaio.
Eccolo lì. Seduto davanti alla porta del giardino aspetta il suo allievo, aspetta che arrivi per la solita passeggiata mattutina. E che attenzione! che tremori d'impazienza! che rizzate d'orecchi ogni volta che sente cigolare un uscio o scopre il passo di persone che si avvicinano.... Eccolo, questo è proprio lui! Ecco il padroncino! Pelliccia scodinzola più forte, si alza, si scuote il pelliccione traballando, sbadiglia sonoro e, correndo di qua e di là, risponde abbaiando agli strilli del suo alunno che da lontano lo chiama pronunziando male il suo nome.
Tenuto per le mani dalla madre e da una cameriera, il bambino, che da pochi giorni ha incominciato a muovere i primi passi, comparisce sulla porta dove Pelliccia gli è andato incontro; e le due donne, dopo averlo fatto aggrappare alla campanella del collare, lo abbandonano sicure alle tenerezze del cane.
Ed ecco che incomincia il lavoro di Pelliccia, quel lavoro per il quale forse egli ha capito di ricompensare i nuovi padroni per il bene che gli hanno fatto e di guadagnarsi onoratamente quel ghiotto catino di zuppa che il guardaboschi gli prepara ogni giorno profumandogliela deliziosamente con le risciacquature di tutti i ciottoli di cucina.
Non più salti, non più sbalzelloni, non più bruschi scotimenti della groppa. Sono pericolosi. Pelliccia lo sa e si ricorda dei rimproveri e degli ammaestramenti dei primi giorni. Va, si ferma, ripiglia il cammino o torna indietro; ora prende per le aiuole erbose, ora per gli stradelli inghiaiati, secondo i capricci del suo piccolo amico. E se lo guarda, e lo interroga con gli occhi e si schermisce con garbo da quelle manine prepotenti che gli tormentano gli orecchi e gli tirano il pelo; si piega e gli porge il collo perchè si riagguanti alla campanella quando è cascato a sedere per terra; e, ogni tanto, perchè proprio non può farne a meno, con una gran linguata gli ripulisce tutta la faccia.
E sono strilli, son guaiti, son risate che non hanno fine, alle quali partecipa anche la madre che si è fermata a lavorare sulla porta, tutte le volte che Pelliccia, invitato dal suo allievo, si mette a fare il bambino anche lui. Lo butta in terra con una prudente musata, finge di scappare, gli corre in tondo, e poi si arruffano e si svoltolano e ruzzolano insieme tra i fiori, color dei fiori anch'essi in quell'affastellamento, in quella confusione di fiocchi, di pelo, di trine, di guance rosee e di occhiolini lucenti.
E in quei momenti, guai al forestiero che si azzardi ad entrar solo nel giardino! guai all'imprudente che capiti a turbargli quell'idillio! L'antica ferocia, quella ferocia che gli è stata insegnata dagli uomini, ribolle sinistra nei suoi occhi, quasi ritornano giovanili gli scatti delle sue membra, si pianta rigido davanti al suo padroncino per fargli scudo del corpo, e mostrando le zanne sgangherate, ringhia minaccioso e, all'occasione, s'avventa.
Son passati sei mesi, e da qualche giorno Pelliccia non è più in condizioni da fare quel mestiere troppo faticoso per lui. Fa quello che può; ma girate e salti per il giardino, non più. Accucciato presso la porta, sul ripiano di quella gradinata che egli, ogni mattina, si prova inutilmente a discendere perchè le forze gli mancano, rimane lì sospiroso a guardare, finchè dura la ricreazione del suo giovane amico. Nonostante, non si è ancora dato per vinto. Allorchè le persone che ne prendono cura hanno messo il fanciullo sul suo seggiolino e lo hanno accostato a una tavola piena di balocchi. Pelliccia gli si avvicina a tentoni, strascicando le gambe di dietro. Siede accanto a lui, e appoggiandosi di fianco a una gamba della tavola, rimane lì pensieroso a sonnecchiare, col capo ciondoloni. Se cade in terra un balocco, si scuote, si abbassa a stento, lo raccatta con la bocca e lo porge al suo vivace e impazientissimo allievo. Non può fare altro. Fa quello che può. Ma quando il trattenimento del bambino si prolunga oltre le sue forze, dopo una breve lotta contro le cascaggini, adagio adagio si accuccia e si addormenta.
Da qualche giorno, a raccattare i balocchi che cascano dalla tavola è stata messa una vecchia cameriera tedesca; ma il fanciullo ci se la dice poco. Di nulla nulla sono bizze, pianti e strilli disperati, perchè lui rivuole il suo cane; e quando essa, per calmarlo, gli racconta che Pelliccia è andato a fare un viaggio lontano lontano, i soldati, i cannoni e i cavalli di piombo volano intorno per l'aria, e magari nella sua testa, peggio della grandine.
— Voglio Pelliccia! voglio Pelliccia! —
Ma Pelliccia non risponde più alla voce che lo chiama. Un piccolo marmo, all'ombra d'un abeto del parco, ricorda il suo nome e narra in brevi parole la sua onesta e travagliata esistenza.