Renato Fucini
All'aria aperta

LA GIOVENCA ROSSA

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LA GIOVENCA ROSSA

 

 

 

 

 

Il vecchio Ambrogio, padre di quei cinque giovanotti e di quelle due ragazze, era a letto con mia polmonite gravissima.

Anche il figliolo minore, Eusebio, un ragazzaccio di quattordici anni, messo in apprensione da quello che aveva detto il medico la mattina uscendo burbero dalla camera del malato, era venuto a casa presto, lasciando soli alla pastura quattro vitelli e la giovenca rossa, il più bel capo della loro stalla.

Sole a quel modo, saranno sicure quelle bestie, ragazzo? — domandò a Eusebio il fratello maggiore.

— Prima di lasciarle ho assicurato tutte le pastoie. Non c'è pericoli. —

Le pastoie erano state assicurate, ma non era vero che non ci fossero pericoli.

— Son bestie giovani. Mi fido poco. Va' a dargli un'occhiata, ragazzo. —

E il ragazzo andò, brontolando. Una mezz'ora dopo, tutte le persone di casa, dalle finestre e di sull'aia, attente e spaurite, guardavano in direzione del poggio dal quale venivano grida e pianti disperati.

— È la voce d'Eusebio!

— No.

— Sì.

— Sì.

— È lui, è lui!

— Qualche disgrazia, qualche disgrazia! —

E, cupi negli sguardi e senza una parola, via tutti, tutti (li corsa in quella direzione.

La giovenca rossa, in mezzo a una piaggia scoscesa, mugliava, a gambe all'aria, con una gamba troncata. Poco distante, Eusebio, si rotolava per la terra, dandosi pugni nel capo e mandando grida acutissime.

Il fratello maggiore, a quella vista, perso il lume degli occhi, gli si avventò con urli bestiali. Gli altri, gli si attaccarono addosso per trattenerlo.

Lasciatelo fare, ha ragione, lasciatelo fare chè m'ammazzi. Ah, ah, ah! — gridava forte il ragazzo, battendo il capo tra le zolle dure e tra i pruni.

Infame! hai rovinato la nostra famiglia ! — gridava il. fratello, con voce soffocata.

Ammazzatemi, ammazzatemi! — chiedeva disperato il ragazzo, e si percoteva coi pugni la testa, supplicando smanioso che lo punissero.

La giovenca rossa soffiava e mugliava, leccandosi la zampa troncata.

Via, lesti, per il veterinario! —

Un giovanotto si staccò di corsa dal branco, e gli altri, sbagliando, imbrogliandosi, urtandosi nella foga, si misero intorno alla bestia per incannucciarle la gamba.

— No, è troppo corto questo.

— Quel palo laggiù!

— No, quell'altro.

— Quello più .

— Cotesto.

— O una fune?

— Non ce n'è.

— Un , donne, un salcio, una sottana, un grembiule....

Bòna .... Ahi!... Bòna, Rossa!... —

La giovenca, spaurita da tutto quell'armeggìo, sferrava calci e mandava mugli squarciati, tentando d'alzarsi.

Alla peggio e dopo fatiche inaudite, fu improvvisata intorno alla gamba rotta un'armatura di pali e di canne, tenuta insieme da forti legature di salci, e di grembiuli di quelle donne. Ma appena finito il lavoro, la giovenca, buttandosi via da dosso tutta quella gente, con un grand'urto improvviso, si rizzò in piedi sbuffando per ricadere subito, con un tonfo sordo, fra lo sgretolìo dei pali e delle canne che si troncarono come fuscelli secchi, non appena la bestia si appoggiò sulla gamba fiaccata.

Quando arrivò il veterinario, accompagnato da Zeno macellaro, i contadini, senza speranza e dopo tante fatiche, scapigliati e lordi, nelle mani e nei visi, di sangue, di sudore e di lacrime, sedevano muti intorno alla giovenca la quale, spossata anch'essa, giaceva immobile al sole, dentro un nuvolo di mosche.

— Ho portato Zeno con me, — disse il veterinarioperchè quando ho sentito di che si trattava, ho pensato che, più che di me, ci sarebbe stato bisogno di lui. —

Un pianto dirotto dei contadini tenne dietro a quelle parole. Il veterinario guardò la gamba della giovenca, scosse il capo e, voltosi al macellaro:

Zeno, intendetevi con cotesta gente. È affare vostro. Io non posso far nulla.

— E allora, che mi dite, voi, Pasquale? — domandò Zeno al giovanotto maggiore. — Vostro padre è malato; si deve contrattare fra noi? —

Pasquale si alzò lentamente e, fatto un cenno a Zeno, andarono insieme a parlare in disparte, a ridosso d'un cespuglio di marruche.

La discussione fu animata e lunghissima. Ma finalmente il contratto fu concluso, e questo si capì dalle parole che Pasquale rivolse al macellaro, con voce alta e cavernosa:

— Siete un ladro! M'avete strozzato perchè sapevi che di macellari, in questi dintorni, non ci siete che voi. Ladro! —

E brontolando la parola «ladro» venne, con le braccia ciondoloni e il cappello affondato sugli occhi, a dare ai suoi fratelli la notizia del magro contratto.

Ladro! — ripeterono tutti in coro, buttandosi di nuovo a singhiozzare desolati.

Zeno, perchè la carne della bestia non avesse a soffrire, andò sollecito a piantare nella gola della giovenca il suo coltello affilato.

 

 

Il vecchio Ambrogio, dimenticato per tre ore da tutta la famiglia, anche lui aveva sistemato in quel tempo, Dio sa come, le sue faccende; e, freddo, allungato nel letto, non fu a tempo a sapere che quel cane di macellaro, d'una bestia che ne valeva cinquanta, non aveva voluto dar più di trentadue scudi.

 


 

 

 


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