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LA VISITA DEL PREFETTO | «» |
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Passeggiando per le vie del paese, nessuno, sul momento, si sarebbe accorto che ci era alle viste qualche cosa di grosso, dopo che il Sindaco aveva ricevuto quel telegramma dalla Prefettura. Una gran folla dentro e davanti alla farmacia del Verdiani e niente altro. Ma dai cortili e dai giardini, per chi avesse dato un'occhiata sul di dietro delle case, l'affare cambiava aspetto. A quasi tutte le finestre era uno sventolìo di sottane e di vestiti neri tesi al sole, mentre un odore acuto di naftalina volava sottile per l'aria, mescolandosi al profumo degli amorini e delle mammole in fiore. Sulle terrazze e all'aria aperta era uno sbacchettìo e uno stropiccìo generale per levar polvere e frittelle, e per rimettere possibilmente a nuovo un arsenale di calìe, che da qualche diecina d'anni dormivano saporitamente in fondo agli armadi
Un vero disastro per le tignole!
Il telegramma giunto al Sindaco gli annunziava l'arrivo del Prefetto per il giorno dopo, col treno delle dodici e quaranta.
— È un'ora brutta! — diceva il Sindaco di Torrefosca ai membri della Giunta riuniti per l'urgenza.
— È un'ora brutta per sapere se si deve preparare una colazione, un desinare o un rinfresco.... Basta. Di questo ne riparleremo più tardi, quando sarà arrivato anche l'assessore Verdiani. Ooooh! dove s'era rimasti?... Ah! E allora, dunque resta fissato che lei pensa subito in serata a far avvisare i capifabbrica e la Direttrice delle scuole; lei si occupi del maestro della banda....
— L'ho già avvisato.
— Bravo! Lei mi diceva che si prenderà l'incarico delle vetture; e io penserò al Proposto e alle suore del Conservatorio. Ma il Verdiani, dico io, che fa quest'assessore Verdiani?... Segretario!
— Son subito da lei, signor Sindaco — rispose il segretario, movendosi dalla stanza accanto e comparendo sollecito in quella della Giunta.
— Ma dunque, dico io, questo Verdiani, segretario, viene, sì o no?
— Ma il Trambusti che fa? Che fa questo Trambusti? Torni almeno lui, corpo di...! sangue d'un!... —
Il Sindaco cominciava a impennarsi a buono e, sentendo tutta la responsabilità che gli pesava addosso, era impaziente di sistemare degnamente le cose.
— Chi c'è di là, segretario?
— Mi mandi subito di qua il Torrini.
— Se non sbaglio, eccolo, signor Sindaco.
— Chi?
— Il Trambusti. Lo sente? — rispose il segretario — è per le scale che monta. O che urlìo è questo? corpo di!... — e affacciandosi alla porta: — Silenzio! Che maniera è cotesta! Sangue d'un!... O che vi credete d'essere al mercato? Bell'educazione davvero!
— Ma io, signor segretario....
— 'Gnamo, 'gnamo; pochi discorsi e chetiamoci ! —
Il Trambusti entrò tutto scalmanato a raccontare che il Verdiani l'aveva mandato via come un birbone, e che gli aveva detto che facessero senza di lui, perchè lui non poteva venire in punte maniere.
— Segretario, abbia pazienza, ci arrivi un momento lei e senta un po' di che cosa si tratta, e mi mandi di qua l'ingegnere. —
Il Verdiani, cognato del Bargelli trattore, era un elemento troppo necessario per l'occasione, ora che si doveva parlare di colazione, di pranzo o di rinfresco.
Con l'ingegnere tu stabilito che quel monte di materiali in piazza Garibaldi sarebbe stato levato subito in serata, e che avrebbe fatto riempire con un po' di ghiaia tutti gli avvallamenti del lastrico in Via Mazzini e nel Corso Umberto I. Dello sprillo della fontana, l'ingegnere disse che s'era provato, ma era tempo perso per via della ruggine.
Finalmente arrivò anche il Verdiani con un diavolo per capello. E in verità, povero Verdiani! aveva ragione. Non è tollerabile, via! non si può sopportare che in un paese civile accadano scene come quella accaduta a lui dopo la notizia del telegramma! Belle prepotenze! Come se lui fosse obbligato a tenere in farmacia una botte di benzina! Dice: lo doveva prevedere. Prevedere un corno! Quando in tempi ordinarj, se ne vende una boccia o due l'anno, a far dimolto, chi va a pensare?... Ma poi che maniere! Appena ebbe detto che la benzina era finita e che, se avevan delle frittelle sui soprabiti, se le levassero col sapone: urli, fischi, trattamenti che neanche a un galeotto; eppoi una sassata in un vetro, e Dio sa come poteva andare a finire se non arrivavano i carabinieri a vuotare la farmacia e a dargli tempo di chiudere. E, quel che è peggio, c'era la serva del Sindaco che era la più accanita di tutti....
— Ma, in fin dei conti — interruppe il Sindaco, scattando — nessuno le chiedeva altro che di trovarsi in grado di corrispondere ai bisogni del pubblico e di aver fornita la farmacia, come prescrive il regolamento dei medicinali.
— Sissignore; e siamo perfettamente d'accordo; ma la benzina, lei m'insegna, non è un medicinale. Permicio baccone! Eh, sarebbe bella davvero che mi volessero contare per medicinali anche le candele, i bottoni e i gomitoli di refe che mia moglie tiene in uno scaffale a parte!
— Ma io volevo dire....
— Lei dica quello che vole; e io direi che sarebbe l'ora di farla finita....
— Sissignore; sarebbe l'ora di farla finita con queste persecuzioni.
— Andiamo, andiamo, signor Verdiani: lei non è penetrato della gravità della situazione, e lei, mi permetta di dirglielo, lei non possiede il senso dell'opportunità.
— Consideri se questo è il momento....
— Già! E il vetro rotto me lo ripaga lei?
— Si metta a sedere, e finiamola!—
Questo «finiamola» il Sindaco lo disse con un tono di voce così grosso, che il Verdiani non ebbe fiato di replicare. Si levò la papalina e andò a sedere tutto rannuvolato sopra una seggiola in disparte.
— Si diceva, — riprese il Sindaco, dirigendo la parola al Verdiani — si parlava di questa refezione da offrirsi al signor Prefetto, se sarebbe bastato un bel rinfresco, o....
— Ve l'ho detto anche dianzi: a mezzogiorno e mezzo circa.... Ma poi si capisce che, fra un ninnolo e un altro, si pena poco a fare il tocco sonato e magari le due.
— E se n'anderà?
— Di questo non se ne sa niente. Ma, dicerto, gente d'affari come quella, se n'anderà coll'omnibusse delle cinque.
— Il treno delle cinque è stato soppresso. — disse uno dei presenti.
— Male! — osservò il Verdiani.
— E allora — continuò il Sindaco — se n'anderà con quello delle nove o, alla più lunga, col diretto delle dieci e quaranta.
— Gua'! Se non fosse per la spesa, un desinare a quell'ora farebbe comodo anche a noi — osservò l'assessore Zingoni. — Sarebbe il male del ritardo d'una mezz'ora o giù di lì, ma finalmente....
— Mi dica, — chiese il Sindaco all'assessore Verdiani — il suo cognato, che lei sappia, sarà in casa a quest'ora?
— Credo.
— Io vorrei parlare un po' con lui. Che ne dicono lor signori!
— Mi parrebbe fatto bene — osservò lo Zingoni — perchè, se la spesa....
— Segretario!
— Mandi subito il Trambusti a dire al trattore Bargelli se può arrivare un momento qui, chè abbiamo bisogno di lui.
Il segretario uscì, ma rientrò, dopo qualche secondo, per dire al Sindaco che di là c'era il presidente della società operaia che aveva bisogno di parlargli.
— Vengo, vengo subito. Con permesso, signori. —
— No, no.... tutti son troppi! Io direi che bastasse una rappresentanza — diceva il Sindaco al presidente della società operaia.
— Quando lei ne ha mandati otto o dieci, mi parrebbe.... Se no, si fa una processione da non finir mai, perchè..., badi, le faccio il conto: Giunta, consiglio.... cioè, prima la banda. Dunque: Banda, giunta, consiglio, clero, scuole, società operaia....
— Noi dopo le scuole!? — osservò il presidente, con l'amaro sulle labbra.
— E allora diremo così:... oh, dunque si diceva: banda, giunta, consiglio, clero, reduci, società operaia....
— Noi dopo i reduci, noi?! — balbettò il presidente, col veleno nel fiato.
— Ma, caro lei, in qualche modo bisognerà adattarsi! bisognerà che qualcuno....
— Vediamo, vediamo, signor Sindaco, guardiamo se fosse possibile....
— C'è poco da guardare, amico mio. Il proposto mi manda a dire che lui e i suoi preti, se non son messi subito dopo il consiglio, si rifiutano di venire; i reduci hanno detto che dietro la società operaia loro non ci stanno; lei mi dice a cotesta maniera.... E allora ditemi come si fa a contentarvi!
— Se si trattasse di cosa mia particolare, capirà bene, signor Sindaco.... Ma quei giovanotti? Sa.... son ragazzi piuttosto allegri.... di mano lesta....
— Be'! Parlerò nuovamente col Cangialli e guarderò se si piega.... Mi rincresce.... ci ho di là la Giunta adunata.... mi rincresce di non potermi trattenere....
— Ma che le pare, signor Sindaco! Anzi, mi scusi — Sa! glielo ripeto, non è per un'idea mia, ma ripensando che....
— Vedremo, vedremo; vedremo di fare il meglio che sarà possibile.... Arrivederlo.
— Signor Sindaco, arrivederlo. —
— Il Bargelli trattore non s'è anche visto, eh? — domandò il Sindaco, rientrando nella stanza della giunta. Poi, avendo veduto l'assessore Zingoni il quale, cascato di traverso, con un braccio allungato sulla tavola, dormiva come un tasso:
— Che sconvenienza, che sconvenienza! — esclamò disgustato.
— Verdiani, mi faccia il favore, lo scota un po' che si desti. —
Il Verdiani, nero come era, gli fiancò una gomitata nel groppone, da stroncargli una costola; e lo Zingoni, destandosi di sussulto: — Eh? Oh! Il Prefetto? Ah! — Sorrise si stirò le braccia e brontolò una specie di scusa per fare intendere che lui dopo desinare.... È una sconvenienza.... si capisce... ma, anche a casa sua, quando ha mangiato.... Cascaggini, cascaggini!...
— Segretario, — chiamò il Sindaco — che è tornato il Trambusti?
— Sissignore.
— Sissignore. E ha mandato a dire che a momenti sarà qui.
— Va bene. Chiuda perchè vien vento, e dica al Trambusti che vada subito a chiamarmi il Cangialli perchè ho bisogno di vederlo.
— Eccolo il Bargelli, signor Sindaco — disse il segretario che s'era affacciato alla finestra a guardare in piazza.
— Meglio così. Appena salito, lo faccia passare; e quando torna il Trambusti gli dica che vada di corsa a far chetare quell'accidente di trombone che ci leva di sentimento. —
Angiolino della Baciocca, per non perder tempo, s'era già messo a provare per la prova che il maestro della banda aveva fissato per la sera alle otto. Di cima e di fondo al paese, e perfino dalle colline d'intorno venivano stonature e berci di strumenti; ma quelli son lontani e.... lasciamoli fare.
Il segretario, tornando indietro:
— Un telegramma, signor Sindaco.
· Ah! è il deputato. Sentiamo.
«Trattenuto capitale — importantissimi lavori commissione Bilancio — non posso — mio grande rammarico — presenziare festa — ricevimento solenne — Prego ossequiare mio nome conte senatore prefetto.
— Guarda, l'aveva saputo anche lui! — osservò il Sindaco. — Non c'è pericolo che gliene scappi una, veh, a quell'uomo! Che mente! che mente! Segretario, bisognerà rispondergli.
— Ho già preparato il telegramma, e quando avremo finito qui, vado subito a spedirglielo.
— Va benissimo; e si ricordi anche del Prefetto.
— Me ne ricordo; ma ho pensato che per oggi è inutile telegrafare, perchè a quest'ora gli uffizi della prefettura son chiusi, e domattina sarà inutile ugualmente perchè gli uffizi non si aprono fino alle dieci, e alle nove poco più il signor Prefetto sarà già in viaggio per venire da noi. Che mi dice?
— Va bene, va bene. Faremo i nostri ringraziamenti e le nostre scuse a voce, così non si sta ad ammattire....
— E si risparmia una lira! — osservò lo Zingoni, con quella rapidità e larghezza di vedute, che tutti gli hanno sempre riconosciuto come assessore delle finanze.
Il Sindaco approvò, dandogli una manata sulla collottola grassa, e disse al segretario che andasse a cercare del Bargelli.
Quando il segretario uscì per andare in cerca del Bargelli, sul pianerottolo delle scale si trovò faccia a faccia con la signora del Sindaco, la quale gli domandò se erano sempre adunati.
— Sissignora. Che voleva vedere il suo signor consorte?
— Sì
— L'avviso subito. —
Il Sindaco, sentendo raspare alla maniglia dell'uscio:
— Chi è?... Ah! Che è lei, segretario?
— C'è di qua la sua signora che desidera vederla.
· Auff! Vengo subito. —
Attraversando la sala dei donzelli, si fece incontro al Sindaco un giovinetto, chiedendogli, per favore, una mezza parola.
— Chi è lei?
— Sono il segretario del Circolo dei velocipedisti....
— Non posso, non posso.... Parli col segretario.
— E lo piantò lì a bocca spalancata per andare dalla sua signora.
— Illustrissimo....
— Ah, bravo Bargelli! Passate, passate di là da quei signori e parlate intanto con loro. Fra un momento ci sarò anch'io. —
La moglie del primo cittadino di Torrefosca, comunicando il tremore delle sue membra agitate al catafalco di fiocchi, di fiori e di spennacchi che le trionfava sul capo, aspettava accigliata nella sala dei matrimonj. Entrato il Sindaco nella stanza, essa non si mosse. Lo fulminò con un'occhiata di disprezzo, e con voce soffocata dalla rabbia:
— Bella figura farà tua moglie domani al ricevimento!
— Che c'è, che c'è? Siamo alle solite?
— Guarda tua moglie! Guardi, signor Sindaco di Torrefosca! — E si mostrava tutta, allargandosi la sottana. — Belli domani! io a braccetto, e lei alla sinistra di un conte, con queste calìe addosso! Bella figura! Guardi questa bavera, spilorcio! — e gliela sventolò davanti. — Guardi quest'ombrellino! — e l'aprì. — Si guardi cotesta cravatta, signor cavaliere!
— Ma io non vedo, poi....
— Sei un avaraccio!
— Vergogna, con quattro poderi e un mulino!
— Ma, corpo d'un...! Giurammio baccaccio!... Ma che vuoi che supponessi, io?... Chi va a pensare?... Ma si rimedia, ma si provvede, ma dimmi, ma fai, ma se vuoi quattrini....
— Ora, eh? E di qui a domattina si stacca e si cuce un abito! E di qui a domattina si riveste quella tua povera figliola che non ha un cencio di vestito decente da mettersi addosso, e che è a casa che piange!
— Ma almeno la cravatta per me....
— L'egoista!... Ma tua moglie non è formata di cotesta pasta; il sangue della mia famiglia, casa Stanganini! non si smentisce; e tua moglie a te ci aveva già pensato, e la cravatta l'avresti già avuta nel cassettone, se Gonippo merciaio non le avesse finite tutte stamani. —
Fu battuto con le noccole nell'uscio.
— Chi è?
— Amici.
— Chi amici?
— Chi io?
— Il Trambusti.
— Avanti! —
Il Trambusti si affacciò sulla porta per dire al Sindaco che di là l'aspettavano perchè il Bargelli aveva furia, se no, col tempo così contato, lui non poteva restar galante d'aver preparato tutto.
— Ho capito. Vengo subito. Andate.
— Dammi una trentina di lire — disse la moglie al Sindaco — e guarderò di fare quello che mi sarà possibile.
— Giuliano!...
— No, no, non t'inquietare, via. Letizia, non t'inquietare. Tieni, tieni. — E, spaurito dagli occhi della moglie, che, nei momenti più gravi, diventavan gialli come quelli de' gatti, fu lesto a metter fuori le trenta lire e a domandarle se le occorreva altro.
— Vorrei menare con me il Trambusti per un paio d'ore?
· Non so quel che ci sia da fare in uffizio. Senti il segretario. Io torno di là. Ooooh! —
Un branco di gente l'aspettava nell'andito:
«Signor Sindaco, ha detto l'ingegnere che quelle antenne non è stato possibile trovarle.
«A che ora la riunione? Qui o alla stazione?
«Il presidente dei reduci e fratellanza militare è di là che l'aspetta.
«Il Grassi della banda è venuto a dire che la montura la mandò a allargare e ancora non gliel'hanno riportata. Come si rimedia?
«Dice Pallino se quel mandato glielo vuol firmare ora o se deve ripassare più tardi.
«La signora Direttrice ha scritto che si sente male.»
— Dal segretario, dal segretario! — brontolava il Sindaco, cercando di liberarsi da quell'assalto. — Dal segretario, dal segretario! — e si precipitò nella stanza della Giunta, dicendo al Trambusti che lui non c'era per nessuno.
— Mi tocca a escire, signor Sindaco.
— M'ha detto la sua signora che ha bisogno di me.
— Ah, sì! Allora ditelo al segretario. Non ci son per nessuno, anche se venisse.... — e chiuse l'uscio con uno sbatacchione tale, che fece quasi cascare dalla seggiola l'assessore Zingoni che s'era addormentato un'altra volta.
Il Trambusti, prima di mettersi dietro alla signora Letizia, mandò un ragazzo a dire a sua moglie che poi alle sette gli facesse trovar preparato il solito paiolo d'acqua calda; ma che, per carità, non se ne scordasse.
Il Sindaco e la Giunta, alle ventiquattro sonate, escivano dal palazzo comunale allegri e soddisfatti per andarsene a cena. Tutto era ordinato: pranzo, legni, banda, associazioni...; tutto era stato previsto e ora, per grazia di Dio, non mancava altro che una bella giornata piena di sole, perchè ogni cosa riuscisse come era stata immaginata.
— Quando fece la luna nova, Zingoni?
— Sabato notte alle quattro e venticinque.
— Ne siete sicuro?
— Perdiana baccone! Ho letto il lunario stamani; e quello non fallisce.
· Allora siamo a cavallo! —
La sera alle dieci, dopo il tempestìo della banda che provò per tre ore, senza prender respiro, quel bel passo doppio che, cinque anni fa, piacque tanto anche al professor Buonamici, tutto il paese dormiva.
Tutti no. Il Sindaco, ritirato nel suo scrittoio, scriveva il saluto da farsi alla stazione e il brindisi per il pranzo. Ora pensava profondo col capo fra le mani; ora sorrideva ispirato, guardando il Prefetto negli occhi; ora gestiva tanto concitato da schizzare intorno l'inchiostro, fino alla tenda bianca della finestra.
Nella stanza degli armadj, la signora Letizia e la figlia, aiutate da due sartine del paese, ansando dalla bramosia e senza una parola, tiravano via a cucire, con la febbre nelle mani.
In una povera catapecchia in fondo al paese, il Trambusti, con le gambe in un catino, non trovava la via di farsi calmare lo spasimo che gli era entrato nei piedi.
— Ah! che mattinata di paradiso!.... Bravi, bravi giovanotti! —
Il Sindaco, spalancando la finestra di camera, aveva salutato quel bel cielo sereno e quattro suonatori i quali, già in montura, passeggiavano pavoneggiandosi per la strada.
— Bon giorno, Zingoni. Ma che mattinata, eh? —
Lo Zingoni che stava di casa di rimpetto al Sindaco, aveva aperto anche lui la finestra e guardava, stropicciandosi gli occhi gonfi e assonnati, quella spera di azzurro incantevole.
— Bella entratura di mese! Ma per le campagne ci vorrebbe un po' d'acqua. Per i grani non dirò; ma le robe baccelline ne toccano. Eppoi, caro Sindaco, i proverbi non mentiscono:
— Arriverà.... cioè: pioverà, non dubiti.... —
Il Sindaco era distratto: «In questa solenne occasione, in questa classica Terra, non seconda a nessuna di questa patriottica e fertile vallata...» Ripassava mentalmente il saluto della stazione.
— Signor Sindaco. — Non sentiva la voce che lo chiamava, e: «Mentre al di là degli oceani....»
— Che volevi, bambino!
— M'ha mandato il legnaiolo, quello che prepara la tavola da mangiare, a sentire se lei ci avesse una ventina di bullette di Francia perchè alla magoncina non hanno anche aperto.
— Ci dovrebbero essere. Senti un po'giù da coteste donne.... Costì.... O dove vai?... Sona il campanello.... Più forte!... «mentre al di là degli oceani, la nostra bandiera....»
— Bon giorno, ragazze. Brave, brave!... Uh, come siete belle!
— È al di là degli oceani che cuce.... cioè.... no.... volevo dire: son giù che fanno colazione.
— Stupenda! —
Un organetto ambulante si fermò sotto la finestra dello Zingoni a russare e a belare sfiatato:
È tarda nel venir....
— Che opera, che opera la Semiramide! — esclamò il Sindaco, buttando un soldo nella strada.
Lo Zingoni spaventato dal pericolo del soldo, dette una gran finestrata, e per tutta la mattina non si seppe più nulla di lui.
Benchè fossero appena le otto, il paese si animava a vista d'occhio. La strada brulicava di gente, e le botteghe si aprivano, una dopo l'altra, tutte abbellite a festa davanti a quel bel cielo di primavera. Chi metteva fuori bandiere, chi imbullettava festoni, chi lustrava, chi spolverava, chi lavava.... Laggiù in piazza si vedeva da lontano il Raglianti che, sbatacchiando di qua e di là il tubo di tela della botte, annaffiava la strada, con un branco di ragazzi d'intorno, i quali, fra grandi risate, si divertivano a farsi infradiciare. L'ingegnere e il segretario passarono di fuga, seguiti a stento dal Trambusti che s'arrancava sotto un fascio di bandiere per la sala del banchetto.
Era un viavai affaccendato e giocondo; un gridare, un ridere, un ciarlare a voce alta; saluti festosi, chiamate da lontano, sberci di tromboni e strilli di ragazzi matti dalla contentezza perchè era vacanza; e uno scatenìo di sonagliere e di legni che arrivavano dalla campagna; e un brillare acceso di sole sui colori diversi della folla; e un pigolìo di rondini, e uno svolazzare di vento innamorato tra i profumi delle terrazze e delle finestre adornate di fiori e di giovani occhi sorridenti.
Il Sindaco, tornato a casa dal Comune dove era stato un paio d'ore per invigilare e per dare le ultime disposizioni, dopo essersi bardato dei suoi finimenti di gala, non esclusa quella famosa tuba, quella specie di lupo campatoio che da quindici anni perdeva il pelo ma non il vizio, quella tuba solenne dalla tesa tanto larga da sembrare un paracadute, si affacciò alla finestra a dare un'occhiata.
— Viva il nostro Sindacooooo!
— Zitti, zitti! — accennò con la mano, come per dire: «È presto ora, è presto. Più tardi, più tardi» e si tirò indietro quasi commosso nel pensare che, in fin dei conti, tutta quella roba era merito suo, e:
«In questa solenne occasione, in questa classica Terra....» Allungando passi smisurati per la stanza, dava un'ultima ripassata al saluto della stazione.
A mezzogiorno preciso, la giunta e una rappresentanza di consiglieri, vennero a prenderlo a casa per fargli scorta fino al palazzo del Comune. Salutata da uno scoppio d'applausi, seguito da uno più grosso di risate, comparve prima la serva a spalancare i due battenti della porta, e subito dopo, il Sindaco si presentò raggiante sulla soglia, avendo a fianco la sua signora che sfolgorava sotto una fiammante bavera della stessa roba di quella della sua cravatta nuova, e:
— Addio, buona Letizia; fra poco ti mando il legno. Signori, andiamo.... —
Chi non ha visto quel gruppo, incedente maestoso tra la folla che si allargava salutando al loro passaggio, chi non ha visto quello sciamannato sbrendolìo di falde, di barbe arruffate, di calzoni a tromba, di solini sfilaccicati e di ciarponi neri svolazzanti, Ha visto ben poco nel suo mondo o, per dir meglio, non ha visto nulla.
Avete mai veduto?...
Che cosa?
Vi siete mai trovati?...
Dove?
Parevano.... Dio mio! che cosa parevano!... Parevano un branco d'uccellacci di padule, uno sciopero di saltimbanchi fischiati, una processione di quacqueri in lutto, parevano.... Chi me lo sa dire che cosa parevano?... Parevano il Sindaco, la Giunta e una rappresentanza del Consiglio comunale di Torrefosca.
Davanti al palazzo del Comune, la folla variopinta era così fitta, che un chicco di panico non sarebbe cascato in terra a buttarcene sopra una manata.
Al passaggio dei rappresentanti, fu fatto largo alla peggio, e, preceduti da una guardia che dava spintoni a destra, e dal Trambusti che dava gomitate a sinistra, poterono finalmente arrivare alla gradinata dove il segretario, con uno scartafaccio in mano, aveva già cominciato a far la chiama per ordinare il corteggio.
— Reduci e fratellanza militare.
— Presenti.
— Sfilate, sfilate e andate al vostro posto.
— Società operaia... — Nessuno rispondeva.
— Non vengono — disse una voce.
— Si farà anche senza di loro — osservò un'altra.
— Avanti, avanti, giovinotti, se no si fa tardi.
— Filodrammatici «Provando e riprovando.»
— Presenti.
— Costà dal lampione. Bravi, bravi! costì. C'è recita stasera, giovanotti?
— Nossignore: domenica. Stasera si prova.
— Circolo ricreativo «l'Amicizia.»
— Presenti.
— Laggiù dietro a loro. Va benissimo!
— Circolo ricreativo «Onore e Concordia.»
— Hanno protestato e son andati a fare una merenda in campagna.
— Legnate!
— Silenzio!
— Presenti.
— Si mettano costì. E voi, Trambusti, andate in testa a dire alla banda che faccia una cinquantina di passi avanti, se no, quaggiù non ci riman posto.... Ammodo.... ammodo! Costì.... Va bene!
— Presenti.
— Più serrati.... A cotesta maniera.... Bravo sor Giuseppe!
— Scole elementari. —
Uno strillìo di ragazzi rispose:
— Presenti.
— No, no, signora maestra.... In fondo, in fondo.... Ma facciano un po' di largo, santo Dio benedetto!... O le guardie! Ma dove si son ficcate queste guardie? Lo vedete che, se non vi tirate indietro, non è possibile far nulla!... Silenzio!... Che bel gusto, eh? Indietro, donne, indietro! —
E sbracciandosi e scalmanandosi, il segretario cercava di supplire a tutto, sventolando un gran faldone bruno-rossiccio, senza essersi ancora accorto che da un gomito gli si vedeva la camicia, attraverso a un sette che s'era procurato armeggiando intorno alla tavola del banchetto.
— Ooh! dunque noi qui siamo all'ordine.... Giudizio costassù! —
Il segretario aveva gridato a un suo cugino dilettante fotografo, il quale, appollaiato sopra un tetto, per metter meglio in foco la macchina, era venuto quasi in cima alla gronda. E dietro a lui tutti i ragazzi del casamento.
— Dice il signor Sindaco, se ci possiamo movere — domandò il Trambusti da lontano.
— Ai suoi ordini. —
La banda attaccò il famoso passo doppio che cinque anni fa piacque tanto anche al professor Buonamici, e il corteggio si mosse.
La cornetta dell'ultimo cantoniere avvertì che il treno era alle viste. Un fremito lungo si levò dalle due banchine gremite di popolo e, come a una folata improvvisa di vento in un campo fiorito, ombrellini, bandiere, nastri, penne e fazzoletti si agitarono festosi nell'aria.
— Indietro, signori, indietro! —
Ansando maestoso e balenando scintille dai vetri e dagli ottoni, quasi fosse consapevole di portar chiusi sotto alle sue squamme tanto onore e tanta gioia per un popolo intero che l'aspettava, il gran rettile d'acciaio, con un alto e lunghissimo sibilo, entrò nella stazione.
— Torrefosca.... Torrefosca.... —
Un uomo sulla quarantina, di aspetto grave e signorile faceva cenni alle guardie, con la mano inguantata, perchè venissero ad aprirgli.
— È lui! è lui!... Viva.... Vivaaa.... Viva il nostro Prefetto! Vivaaaaa....! —
Il Sindaco, buttata indietro con uno spintone la guardia che si avvicinava allo sportello, si avventò alla maniglia e, appena aperto, si tirò indietro due passi pestando un piede alla moglie che s'era avvicinata sporgendo un mazzo di fiori, fece un profondo inchino e rimase a fronte bassa e a braccia spalancate, con un guanto nella destra e la tuba nella sinistra.
In quell'istante, le suore dell'Immacolata, a un cenno del Proposto, fecero intonare alle loro alunne la cantata, così detta, dell'omaggio.
Il momento era grandioso e commovente.
L'uomo sulla quarantina, dall'aspetto grave e signorile, scendeva dal vagone, fra l'ammirazione e i commenti simpatici della folla:
«Che bell'uomo!» «Così giovane, già prefetto!» «Ha gli occhiali d'oro, avete veduto? ha gli occhiali d'oro!» «È un conte, non è vero?» «Dice di sì» «Come si vede bene che è un conte!»
Il Sindaco, visibilmente commosso, aveva già attaccato col saluto: «In questa solenne occasione, in questa patriottica Terra non seconda....»
La voce gli si strozzò nella gola e si interruppe bruscamente.
— Che è accaduto?
— Il Prefetto gli ha dato un biglietto e ora se ne va!
— O questa!
— Mah! —
L'uomo sulla quarantina, dall'aspetto grave e signorile, era un viaggiatore di commercio della premiata Casa Fratelli Broken e Compagni di Zurigo.
— E allora?... Segretario!... signor capo.... Ma come? —
Dal vagone di fondo, sorretto da una donna e aiutato da una guardia, scese a stento un vecchio con la testa tutta fasciata, il quale tornava da Sovigliana dove era stato a farsi tagliare una natta dal professor Bellucci. Una gran botta per chiudere lo sportello, eppoi:
— No! no!... signor capo.... signor capo!...
— Partenza.
— Signor capo.... Segretario!... No, no! un momento!... —
Il Sindaco pareva impazzato. Correva in su e in giù, chiamando con voce rantolosa, il segretario e il capostazione, senza sapere dove battersi la testa. Ma il capostazione e il segretario non era possibile trovarli tra la folla che incominciava a tumultuare confusa.
— Che si sia addormentato in un vagone ?!
— Noooo! — urlò il Sindaco, con una steccaccia che parve un ruggito. E si precipitò lungo i montatoj a guardare dentro ai vagoni.
A un tratto mandò un grido, spalancò lo sportello d'un vagone di prima classe alla coda del treno, dove un signore dormiva, e s'infilò dentro, senza accorgersi che il convoglio era già in movimento.
Il conduttore, visto da lontano uno sportello aperto, corse, lo chiuse e, affrettandosi brontolando, rientrò rapido nella galleria2 mentre il treno, che aveva dodici minuti di ritardo, accelerava, sbuffando, la corsa.
— No, no! Stia fermo! Lei si vole ammazzare!... Non si provi! Dentro! dentro!... — gridavano due guardie, correndo dietro al convoglio e minacciando.
Il Sindaco, spenzolato fuori del finestrino, cercava d'arrivare la nottola di sicurezza per aprire, e non intendeva ragione.
— Non si attenti! no! no!
— No, no! — gridò con un solo urlo il popolo inorridito.
Il primo cittadino di Torrefosca, perduta ogni speranza di evasione, inquadrò la sua dignità nel finestrino, e battendosi tragicamente la destra sullo sparato della camicia dove, a ogni botta, lasciava cinque ditate nere:
— Sono infamie, signor capo! Sono infamie, segretario! Primo aprile! È una burla sanguinosa! Sono infamie!... Ma io! Ma io! Auff.... Auff....—
Pavesato a festa da centinaia di braccia che si agitavano e di facce che si spenzolavano fuori dai vagoni ridendo sonore, il treno si allontanò inesorabile dentro una nuvola di fumo.
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