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DAL LATINO
(Dalle «Metamorfosi» di Ovidio, Libro VIII)
È ne' campi di Frigia una palude,
Ove già sorse villereccio albergo;
Le nere acque un canneto intorno chiude,
Alla folaga asilo ed allo smergo.
Non col fulmine in pugno, ma con rude
Umana forma, dato al cielo il tergo,
Qui Giove con Mercurio un dí calossi,
Che da' piedi i talari avea rimossi.
Si volsero i due numi a varie soglie
Chiedendo ospizio e per la notte un letto;
Ma quella gente di spietate voglie
Chiuse le porte a' due Celesti in petto.
Solo angusta casipola gli accoglie,
Angusta in ver, avea di paglia il tetto;
Ma Baucide, la santa vecchierella
E Filemone suo viveano in quella.
Eran pari d'età: ne' floridi anni
Di sposo e sposa ivi avean preso il nome;
Ivi in pace portando i pochi affanni
Bianche ad un tempo avean fatte le chiome:
Confessavan col labbro e piú co' panni
Quanto eran poveretti; e fean le some
Cosí men gravi di lor sorte oscura,
Né si udí mai lamento in quelle mura.
Chi sia servo là entro e chi padrone
Indarno è che tu vada ricercando;
Tutta la casa fanno due persone
Che il servigio han comune ed il comando.
I due divini nell'umil magione
Piegâr la testa sulla porta entrando;
Come fur entro, a lor tosto una scranna
Trasse cortese il sir della capanna.
Affaccendata Baucide uno strato
Logoro dall'età, sopra vi stese;
Rimosse indi la cenere, e, destato
Il carbon del dí innanzi, il foco accese,
Che di foglie e di scorze alimentato
Al senil soffio in chiare vampe ascese;
Spezzò qualche virgulto e le frondose
Branche all'olla di bronzo sottopose.
Ad un cavolo poi, che frettoloso
L'uom dall'orto recò tronca le foglie;
Con bicorne forcina dal fumoso
Trave questi di porco un tergo toglie,
E tagliato un pezzuol di lardo annoso
In nulle frusti lo minuzza e scioglie
Nell'onda che bolliva. I due Celesti
Fan gl'indugi col dir meno molesti.
Di faggio era una conca alla muraglia
Con chiodo appesa: la dispicca ansante
Bauci che tuttaquanta si travaglia,
E l'empie d'acqua tepida e fumante.
Ivi gli dei da letticciuol di paglia
Tuffan nel vaso rustical le piante.
Era fra i pochi della casa arredi
Un letticciuol che avea di salcio i piedi;
Questo coprir della piú ricca vesta
Che fosse nell'armadio, donde tratta
Non era mai, che ne' giorni di festa,
Ruvida in ver, pur a tal letto adatta.
Cinto a' fianchi il grembiul la mensa appresta
La vecchierella e suda e si arrabatta
Brontolando stizzita, perché vede
Zoppicar della mensa il terzo piede.
Dopoché d'una pentola il rottame
Levò l'ineguaglianza, i numi usciti
Già, dal lavacro, d'inusata fame
Sentendo nel latrante alvo gl'inviti,
Su cuscini adagiârsi, che di strame
Palustre erano duri ed imbottiti.
Perché men grato effluvio non si senta
Baucide il desco stropicciò con menta.
La verde nera bacca di Minerva
In tavola si pone, e la tardiva,
Corniola, che del pari si conserva
Nelle liquide fecce dell'oliva:
Sotto cenere cotte, che non ferva,
Poi mezza serqua d'uova in mensa arriva,
Una forma di cacio, indivia e bieta:
Tondi coppe, vassoi sono di creta.
Fatto di queste ghiottornie l'assaggio,
Viene innanzi un boccal capace e grande
Di creta anch'esso, e piú bicchier di faggio,
Onde di cera un lieve odor si spande.
Né molto andò che fecero passaggio
Dal focolare al desco le vivande.
Il vino, che piú volte si ripone,
Non avea visto piú d'una stagione.
Poi, come si fe' luogo alle seconde
Mense, imbandìrsi datteri rugosi,
E noci e prugne e fichi e rubiconde
Mele con pera, in càlati odorosi;
Uva coperta ancor dalle sue fronde
Venne con favi bianchi e rugiadosi;
Ma sopra tutto agli ospiti piacere
Fece l'altrui buon viso e buon volere.
Videro intanto che il votato vase
Per sé novellamente era ripieno;
E la semplice Baucide non meno,
Che come lo sgomento lor süase,
Alzan le mani, ed alla lingua il freno
Sciogliendo a stento, in supplichevol suono
Di quel pasto volgar chiedon perdono.
Sola ricchezza del tugurio e fida
Guardia un'oca è rimasta alla famiglia;
Che in onor degli Dei questa si uccida
Filemone con Bauci si consiglia.
L'oca fuggendo con acute strida
L'ali starnazza e dei cammin piú piglia;
Inseguita da' vecchi non altrove
Va salute a cercar che in grembo a Giove.
Intimano gli Dei che non si offenda.
Poi soggiungon: «noi siam dal ciel discesi,
Giove e Mercurio Iddii: pena tremenda
Soli voi due dalla ruina orrenda,
Mercè la nostra grazia, andrete illesi;
Or via, la casa abbandonate e pronti
Con noi venite in salvamento ai monti».
Obbediscono entrambi, ed in gran fretta,
Appoggiando al bastone il fianco infermo,
Salgono a stento, sull'aerea vetta
D'un lungo clivo dirupato ed ermo.
Erano, quando è 'l trar d'una saetta,
Già presso al luogo, che sarà lor schermo,
Quando, voltisi indietro, manifesto
Videro lino spettacolo funesto.
Ove prima fioría fertil campagna
Eran paludi livide ed immonde;
Piange il buon vecchio e la fedel compagna
Piange i parenti che sepolti han l'onde;
Quando dal flutto punitor, che stagna
Sull'attiguo villaggio e lo nasconde,
Videro intatto uscir del poveretto
Lor casolar, ma non piú quello, il tetto.
Il casolar, che a due bastava appena,
In bel tempio cangiato han gl'Immortali;
Lunghe colonne di pregiata vena
Sono successe a' biforcuti pali;
Una lamina d'oro arde e balena
Ove l'alghe coprían: ne' penetrali
Mettono porte d'intagliato argento
E sfavilla di gemme il pavimento.
Con placido sembiante il maggior Dio
Allor si volse e disse: «O giusto vecchio,
E tu, sua sposa, ditemi il desio
Vostro che a soddisfarlo io m'apparecchio».
Poche parole bisbigliò quel pio
Della fida sua Baucide all'orecchio;
Indi il comune desiderio in questi
Detti fe' manifesto a' due Celesti:
«Dacché di due tapini, a voi devoti,
Vi piace, o numi, interrogar le voglie,
Custodi vostri e vostri sacerdoti
Vivere domandiamo in quelle soglie.
E perché siano pieni i nostri voti.
Come concordi ognor marito e moglie
Siamo vissuti, il nodo un sol dí franga.
Tal che in morte dell'un l'altro non pianga».
Assentí Giove. Vigili ed attenti
Guardïani de' nuovi atrî divini
Invecchiarono insieme; e quando lenti
E curvi per l'età sovra i gradini
Sedean del tempio, i portentosi eventi,
Che avevan visti, narrando ai pellegrini,
Vide un giorno Filemone alla moglie
Subitamente il crin mutarsi in foglie;
E parimente Baucide al diletto
Sposo si avvide frondeggiar la testa,
E salir la corteccia e che del petto
E del collo vestigio piú non resta.
«Consorte, addio», fu l'ultimo lor detto;
E rinchiuse le labbra ebbero in questa.
Ove visse e finí la pia famiglia
Una quercia rimase ed una tiglia.
Tocchi di riverenza i viandanti
V'appendono in passar qualche corona;
Di Filemone e Bauci il nome suona.
Una pia tavoletta, a' rami santi
Sospesa al passegger cosí ragiona:
«Cura de' giusti dagli Dei si prende;
A colui, che gli onora, onor si rende».