Giacomo Zanella
Liriche

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DAL LATINO Bauci e Filemone.

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DAL LATINO

 

Bauci e Filemone.

(Dalle «Metamorfosi» di Ovidio, Libro VIII)

 

È ne' campi di Frigia una palude,

Ove già sorse villereccio albergo;

Le nere acque un canneto intorno chiude,

Alla folaga asilo ed allo smergo.

Non col fulmine in pugno, ma con rude

Umana forma, dato al cielo il tergo,

Qui Giove con Mercurio un calossi,

Che da' piedi i talari avea rimossi.

 

Si volsero i due numi a varie soglie

Chiedendo ospizio e per la notte un letto;

Ma quella gente di spietate voglie

Chiuse le porte a' due Celesti in petto.

Solo angusta casipola gli accoglie,

Angusta in ver, avea di paglia il tetto;

Ma Baucide, la santa vecchierella

E Filemone suo viveano in quella.

 

Eran pari d'età: ne' floridi anni

Di sposo e sposa ivi avean preso il nome;

Ivi in pace portando i pochi affanni

Bianche ad un tempo avean fatte le chiome:

Confessavan col labbro e piú co' panni

Quanto eran poveretti; e fean le some

Cosí men gravi di lor sorte oscura,

Né si udí mai lamento in quelle mura.

 

Chi sia servo entro e chi padrone

Indarno è che tu vada ricercando;

Tutta la casa fanno due persone

Che il servigio han comune ed il comando.

I due divini nell'umil magione

Piegâr la testa sulla porta entrando;

Come fur entro, a lor tosto una scranna

Trasse cortese il sir della capanna.

 

Affaccendata Baucide uno strato

Logoro dall'età, sopra vi stese;

Rimosse indi la cenere, e, destato

Il carbon del innanzi, il foco accese,

Che di foglie e di scorze alimentato

Al senil soffio in chiare vampe ascese;

Spezzò qualche virgulto e le frondose

Branche all'olla di bronzo sottopose.

 

Ad un cavolo poi, che frettoloso

L'uom dall'orto recò tronca le foglie;

Con bicorne forcina dal fumoso

Trave questi di porco un tergo toglie,

E tagliato un pezzuol di lardo annoso

In nulle frusti lo minuzza e scioglie

Nell'onda che bolliva. I due Celesti

Fan gl'indugi col dir meno molesti.

 

Di faggio era una conca alla muraglia

Con chiodo appesa: la dispicca ansante

Bauci che tuttaquanta si travaglia,

E l'empie d'acqua tepida e fumante.

Ivi gli dei da letticciuol di paglia

Tuffan nel vaso rustical le piante.

Era fra i pochi della casa arredi

Un letticciuol che avea di salcio i piedi;

 

Questo coprir della piú ricca vesta

Che fosse nell'armadio, donde tratta

Non era mai, che ne' giorni di festa,

Ruvida in ver, pur a tal letto adatta.

Cinto a' fianchi il grembiul la mensa appresta

La vecchierella e suda e si arrabatta

Brontolando stizzita, perché vede

Zoppicar della mensa il terzo piede.

 

Dopoché d'una pentola il rottame

Levò l'ineguaglianza, i numi usciti

Già, dal lavacro, d'inusata fame

Sentendo nel latrante alvo gl'inviti,

Su cuscini adagiârsi, che di strame

Palustre erano duri ed imbottiti.

Perché men grato effluvio non si senta

Baucide il desco stropicciò con menta.

 

La verde nera bacca di Minerva

In tavola si pone, e la tardiva,

Corniola, che del pari si conserva

Nelle liquide fecce dell'oliva:

Sotto cenere cotte, che non ferva,

Poi mezza serqua d'uova in mensa arriva,

Una forma di cacio, indivia e bieta:

Tondi coppe, vassoi sono di creta.

 

Fatto di queste ghiottornie l'assaggio,

Viene innanzi un boccal capace e grande

Di creta anch'esso, e piú bicchier di faggio,

Onde di cera un lieve odor si spande.

Né molto andò che fecero passaggio

Dal focolare al desco le vivande.

Il vino, che piú volte si ripone,

Non avea visto piú d'una stagione.

 

Poi, come si fe' luogo alle seconde

Mense, imbandìrsi datteri rugosi,

E noci e prugne e fichi e rubiconde

Mele con pera, in càlati odorosi;

Uva coperta ancor dalle sue fronde

Venne con favi bianchi e rugiadosi;

Ma sopra tutto agli ospiti piacere

Fece l'altrui buon viso e buon volere.

 

Videro intanto che il votato vase

Per sé novellamente era ripieno;

Stupefatto Filemone rimase

E la semplice Baucide non meno,

Che come lo sgomento lor süase,

Alzan le mani, ed alla lingua il freno

Sciogliendo a stento, in supplichevol suono

Di quel pasto volgar chiedon perdono.

 

Sola ricchezza del tugurio e fida

Guardia un'oca è rimasta alla famiglia;

Che in onor degli Dei questa si uccida

Filemone con Bauci si consiglia.

L'oca fuggendo con acute strida

L'ali starnazza e dei cammin piú piglia;

Inseguita da' vecchi non altrove

Va salute a cercar che in grembo a Giove.

 

Intimano gli Dei che non si offenda.

Poi soggiungon: «noi siam dal ciel discesi,

Giove e Mercurio Iddii: pena tremenda

Attende questi barbari paesi.

Soli voi due dalla ruina orrenda,

Mercè la nostra grazia, andrete illesi;

Or via, la casa abbandonate e pronti

Con noi venite in salvamento ai monti».

 

Obbediscono entrambi, ed in gran fretta,

Appoggiando al bastone il fianco infermo,

Salgono a stento, sull'aerea vetta

D'un lungo clivo dirupato ed ermo.

Erano, quando è 'l trar d'una saetta,

Già presso al luogo, che sarà lor schermo,

Quando, voltisi indietro, manifesto

Videro lino spettacolo funesto.

 

Ove prima fioría fertil campagna

Eran paludi livide ed immonde;

Piange il buon vecchio e la fedel compagna

Piange i parenti che sepolti han l'onde;

Quando dal flutto punitor, che stagna

Sull'attiguo villaggio e lo nasconde,

Videro intatto uscir del poveretto

Lor casolar, ma non piú quello, il tetto.

 

Il casolar, che a due bastava appena,

In bel tempio cangiato han gl'Immortali;

Lunghe colonne di pregiata vena

Sono successe a' biforcuti pali;

Una lamina d'oro arde e balena

Ove l'alghe coprían: ne' penetrali

Mettono porte d'intagliato argento

E sfavilla di gemme il pavimento.

 

Con placido sembiante il maggior Dio

Allor si volse e disse: «O giusto vecchio,

E tu, sua sposa, ditemi il desio

Vostro che a soddisfarlo io m'apparecchio».

Poche parole bisbigliò quel pio

Della fida sua Baucide all'orecchio;

Indi il comune desiderio in questi

Detti fe' manifesto a' due Celesti:

 

«Dacché di due tapini, a voi devoti,

Vi piace, o numi, interrogar le voglie,

Custodi vostri e vostri sacerdoti

Vivere domandiamo in quelle soglie.

E perché siano pieni i nostri voti.

Come concordi ognor marito e moglie

Siamo vissuti, il nodo un sol franga.

Tal che in morte dell'un l'altro non pianga».

 

Assentí Giove. Vigili ed attenti

Guardïani de' nuovi atrî divini

Invecchiarono insieme; e quando lenti

E curvi per l'età sovra i gradini

Sedean del tempio, i portentosi eventi,

Che avevan visti, narrando ai pellegrini,

Vide un giorno Filemone alla moglie

Subitamente il crin mutarsi in foglie;

 

E parimente Baucide al diletto

Sposo si avvide frondeggiar la testa,

E salir la corteccia e che del petto

E del collo vestigio piú non resta.

«Consorte, addio», fu l'ultimo lor detto;

E rinchiuse le labbra ebbero in questa.

Ove visse e finí la pia famiglia

Una quercia rimase ed una tiglia.

 

Tocchi di riverenza i viandanti

V'appendono in passar qualche corona;

E glorïoso ne' votivi canti

Di Filemone e Bauci il nome suona.

Una pia tavoletta, a' rami santi

Sospesa al passegger cosí ragiona:

«Cura de' giusti dagli Dei si prende;

A colui, che gli onora, onor si rende».

 


 


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