Giacomo Zanella
Liriche

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DALL'INGLESE Ad un'allodola

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DALL'INGLESE

 

Ad un'allodola

(Da Shelley)

 

Salute a te, salute,

Volatrice gentil, che da' profondi

Cieli di note argute

Non meditati effondi

Torrenti di che l'alto etere inondi!

 

Diritta al ciel tu sali,

Come di foco nuvoletta, e pendi;

Rotata indi sull'ali

L'immenso azzurro fendi,

Ed a' tuoi regni nuovamente ascendi.

 

Nel tremolo baleno,

Che da Ponente di dorata lista,

Solca alle nubi il seno,

Tu navighi non vista,

Navighi d'altri cieli alla conquista.

 

Del , che langue e manca,

Nelle diffuse porpore ravvolta,

Come una stella imbianca

Ne' rai del sepolta,

Nessun ti vede e ciaschedun ti ascolta.

 

I luminosi dardi

Va celando la stella a poco a poco,

Finché si toglie a' guardi;

Ma se del Sol nel foco

Nessun la vede, ognun ne addita il loco.

 

Pieni son terra e cielo

De' tuoi concenti; qual se d'importuna

Nube squarciando il velo,

Di subito la bruna

Immensità d'argento empia la Luna.

 

Chi sei? Chi ti somiglia?

Dolci cosí dell'iride i colori

Non piovono alle ciglia,

Come de' tuoi canori

Ghorgheggi l'armonia, piove sui cori.

 

Sei come vate ascoso

Nell'etereo splendor de' suoi pensieri,

Che d'inno armonïoso

Lusinga, e prigionieri

Fassi i mortali al suo dolor stranieri;

 

Come regal donzella

In alta torre che cantando affida

Alla segreta cella,

Pria che il dolor l'uccida,

L'occulta fiamma che nel petto annida;

 

Come un insetto d'oro,

Che sotto l'ombra di conserte fronde

Tesse sottil lavoro,

Che fra le rubiconde

Urne de' fiori e le rugiade asconde;

 

Come solinga rosa,

Che la virginea tunica discioglie

All'aura ingiurïosa;

Che coll'odor le foglie

Ad una ad una nel passar le toglie.

 

Di frondi tremolío,

D'erbe bisbiglio, zefiri d'aprile,

Di pioggie mormorio,

Quanto è quaggiù, gentile,

Quanto dolce ad udir passa il tuo stile.

 

Dinne, leggiadro spirto,

Quale dolcezza i tuoi concenti ispira?

Fra colmi nappi e mirto

dolce non sospira

Notturno accordo d'amorosa lira.

 

Cori d'allegro imene,

O di trïonfo olimpiche canzoni,

Accanto alle serene

Note, che disprigioni

Dall'ardente tuo cor, son freddi suoni.

 

A che nascose fonti

L'onda beata attingi? A che pianure?

A che marine o monti?

Dolci d' le cure

Sempre ti son? Non provi odi e paure?

 

Al tuo gioir commista

Esser doglia non può: co' suoi languori

Te noia non attrista;

Canti i tuoi lieti amori

E dell'amor gli occulti tedîi ignori.

 

Sia, che tu vegli o dorma,

Scerner la morte a te non si disdice

In piú benigna forma

Che a noi sognar non lice;

O vispa saresti e felice?

 

Trepidi innanzi, indietro,

Noi volgiam le pupille: al desco accanto

Veggiam starci il ferètro:

E se la bagna il pianto,

Esce piú dolce dalle labbra il canto.

 

Pur se dolore e noia

Fossero all'uman core affetti ignoti,

Della serena gioia,

In cui t'immergi e nuoti,

Parmi che noi saremmo ancor remoti.

 

Quanti natura ed arte

Han lieti suoni, quanti fior gl'ingegni

Poser nell'auree carte,

Tu vinci, tu che sdegni

La terra ed ardui voli al vate insegni.

 

Prestami i tuoi concenti!

Tali in divino rapimento immerso

Diffonderò torrenti

Di suon, che l'universo

Udrammi come io muto odo il tuo verso.

 


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