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(1861).
Eri gioiosa i dì passati. Amore
Ti spirava ardimento; e la speranza
Di vaghi sogni ti nudriva il core.
E ti parea che la materna stanza,
Ove crescevi colombetta ascosa,
Abbandonata avresti in esultanza,
Per venirtene all'ara e con la rosa
Nuzïal sulle chiome al tuo diletto
Giubilando la man porger di sposa.
Oggi non piú. Da discordante affetto
Tocca e sparsa di lagrime che ascondi,
L'ingenua faccia declinando al petto,
Tu siedi taciturna e ti confondi
Al pensier del domani, e de' tuoi cari
Sol con singhiozzi al salutar rispondi.
Piangi, fanciulla! Ad uom che i noti lari
Cangia con mobil pino e si periglia
Entro la scura immensità de' mari,
L'anima il primo dí non si scompiglia,
Come a modesta vergine, che tolta
Venga al segreto della sua famiglia,
Guarda al cheto stanzino, ove raccolta
Sera e mattino s'inginocchiava, orando
Fervida a Lei che gl'innocenti ascolta:
All'augellino, a' fior che a quando a quando
Di suo mano inaffiava; all'umil scranna
Su cui, l'ago o la penna esercitando,
Sedeva; e chiusa doglia il cor le affanna,
Or che deve lasciarli, e pensa e plora
Turbata e l'amor suo quasi condanna.
Addio, materni vezzi! Addio, dimora
Di pace e riso! Del perduto bene
Chi l'accorata vergine ristora?
Agar novella, per l'ardenti arene
In urna suggellata, unica spene,
Dello sposo l'amor. Che se un dí morta
Le sia nel core questa fè, se senta
D'esser sola quaggiù, chi la conforta?
Cosi vien che piú spesso il cor si penta
Che piú facile amò! Ma la natía
Soglia, o gentil, tu puoi lasciar contenta.
Quella casa t'è nota, a cui per via
L'occhio levavi incerto e verecondo:
Amor colà t'attende e cortesia.
Questo suol piú fiorito, e piú giocondo
Questo ciel ti parrà; con lui che adori
Per te fia vòlto in un elisio il mondo.
Felice ti sapea, di miti amori
Paga, a' soavi tuoi fratelli appresso,
Quel giorno ch'ei t'ha chiesta a' genitori.
Se sua ti fe', se dal beato amplesso
Ti divise de' tuoi, non men ridente,
Credi, la vita ti sarà con esso;
Ché magnanimo petto amor non mente.