Giacomo Zanella
Liriche

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La Veglia

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La Veglia

(1864).

 

Rugge notturno il vento

Fra l'ardue spire del camino e cala

Del tizzo semispento

L'ultima fiamma ad agitar coll'ala.

 

La tremebonda vampa,

In fantastica danza i fluttuanti

Sedili aggira, e stampa

Sull'opposta parete ombre giganti.

 

Tacito io siedo; e quale

Nel buio fondo di muscosa roccia

Lenta, sonante, uguale

Batte sul cavo porfido una goccia;

 

Tal con assiduo suono

Dall'oscillante pendolo il minuto

Scendere ascolto, e prono

Nell'abisso del tempo andar perduto.

 

Più liete voci in questa

Stanza fanciullo udía, quando nel verno

Erami immensa festa

Cinger cogli altri il focolar paterno.

 

Morte per sempre ha chiusi

Gli amati labbri. Ma tu già non taci,

Bronzo fedel, che accusi

Col tuo squillo immortal l'ore fugaci,

 

E notte e rammenti,

Che se al sonno mal vigili la testa

Inchinano i viventi,

L'universo non dorme e non si arresta.

 

Che son? che fui? Pel clivo

Della vita discendo, e parmi un'ora

Che garzoncel furtivo

Correa sui monti a prevenir l'aurora.

 

Giovani ancor del bosco,

Nato con me, verdeggiano le chiome;

Ma piú non riconosco

Di me, cangiata larva, altro che il nome.

 

Precipitoso io varco

Di lustro in lustro: della vecchia creta

Da sé scotendo il carco

Lo spirto avido anela alla sua mèta.

 

Non io, non io, se l'alma

Da' suoi nodi si sferra, e si sublima,

Lamenterò la salma,

Che sente degl'infesti anni la lima.

 

Indocile sospira

A piú perfetta vita, e senza posa

Sale per lunga spira

Al suo merigge ogni creata cosa.

 

In fior si volge il germe,

In frutto il fiore: dalla cava pianta

Esce ronzando il verme

Che april di vellutate iridi ammanta.

 

Non quale la rischiari

Da' tuoi remoti padiglioni, o Sole,

Era di terre e mari

Opaca un questa rotante mole;

 

Ma di disciolte lave

E di zolfi rovente e di metalli,

Come infocata nave,

L'erta ascendeva de' celesti calli.

 

Fûro i graniti, e fûro

I regni delle felci: a mano a mano

Il seggio piú sicuro

Fêro gli spenti mostri al seme umano.

 

Strugge le sue fatiche

Non mai paga natura, e dal profondo

Di sue ruine antiche

Volve indefessa a piú belli il mondo.

 

Cadrò: ma con le chiavi

D'un avvenir meraviglioso. Il nulla

A piú veggenti savi:

Io nella tomba troverò la culla.

 

Co' pesci in mar ricetto

Già non ebbero i miei progenitori;

preser d'uomo aspetto

Per le foche passando e pe' castori,

 

Per dotte vie non corsi

Le belve ad abbracciar come sorelle;

Ma co' fanciulli io scòrsi

Una patria superba oltre le stelle.

 

Or dall'ambite cene

De' congeneri uranghi il piè torcendo,

Io verso le serene

Plaghe dell'alba la montagna ascendo.

 

Odo presaghi suoni

Trascorrere pel ciel: dall'Orïente

Divine visioni.

Fannosi incontro all'infiammata mente,

 

Più dolci della brezza

Fragrante, che dall'ultimo orizzonte

Di virginal carezza,

A Colombo blandía la scarna fronte.

 

O di futuri elisi

Intimi lampi e desiderî immensi,

Dal secolo derisi

Che a moribondo nume arde gl'incensi,

 

Chiudetevi nel canto

Del solingo poeta, e men doglioso

Fate a' congiunti il pianto

Che il sasso scalderà del suo riposo.

 


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