Giacomo Zanella
Liriche

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Il Lavoro

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Il Lavoro

(1865).

 

Nell'ora che roseo

Il cielo raggiorna,

L'artiere sollecito

All'opra ritorna:

 

Il mantice soffia;

L'incude sonora

A' torpidi annunzia

Ch'è sorta l'aurora.

 

Ne' germi s'insinua

La luce feconda;

S'imporpora il grappolo,

La spiga s'imbionda;

 

Di pronuba polvere

S'impregnano i venti;

Natura il convivio

Prepara a' viventi.

 

Del raggio vivifico

Industre rivale

La rude materia

Trasforma il mortale;

 

La mano che docile

Consente all'idea,

Seconda ne' secoli

La man di Chi crea.

 

All'astro che il rovere

Indura sul monte,

Compagni nell'opera

Leviamo la fronte;

 

All'astro benefico

Che passa sotterra

E dentro al topazio

Il raggio rinserra.

 

A' colpi arrendevole

Del nostro martello

La rigida lamina

Si torce in anello:

 

Tagliata nell'acero

Sorride la rosa

Serpeggia nel porfido

La vite frondosa.

 

Compagni! Spontanei

Voliamo al lavoro:

Il tempo precipita,

Il tempo è tesoro;

 

Tesoro che d'ozio

Lo spirito affranca,

S'addoppia a' magnanimi,

Usato non manca.

 

I colpi rimbombino:

La vita, com'onda

Battuta dal turbine,

Più fervida abbonda;

 

Se taccia l'incudine,

Se taccia la sega,

Il campo rinselvasi

E pane ci nega.

 

Fuggiasco da' margini

Del verde Missuri,

Da' boschi, ove suonano

D'Europa le scuri,

 

Più degna progenie

Nel patrio retaggio

Contempla succedere

L'ignaro selvaggio.

 

Con tumidi aneliti

Con ala di drago

Rompendo la cerula

Quïete del lago,

 

Ascendere orribile

Con folgori e tuoni

Contempla il navigio

De' Bianchi coloni.

 

Dell'arco, che agli omeri

Costante gli pende,

Superbo col vomere

La terra non fende;

 

Non tonde la pecora,

Non getta la spola;

Da' campi, che il videro

Già sire, s'invola.

 

All'aure che corrono

Frattanto l'Irlanda,

Di rustici un popolo

Che pane dimanda,

 

La vela discioglie,

Che a' fertili piani

Lo porta nell'isole

D'ignoti oceàni.

 

Piangendo si tolsero

All'ermo abituro:

Nel core la patria,

Negli occhi il futuro,

 

Pensosi nell'ansia

D'un vivere incerto,

Dell'acque traversano

L'immenso deserto.

 

Conforto ed auspicio

Ne' pavidi esigli

L'antico vicario

S'asside co' figli,

 

E dice: «Chi colloca

In Dio la sua speme,

Di sorte contraria

Assalto non teme.

 

Se sterpasi il larice

Dall'alpi native,

A soli piú tepidi

Traslato non vive;

 

Ma sotto ogni

Di cielo, i natali

Alberghi ritrovano

Gli erranti mortali.

 

Pel suolo che in lacrime

Ariamo a' tiranni

Che il dritto ci usurpano

Alteri Britanni;

 

Per l'aere di nebbia

Stillante; pel guasto

D'ignobili tuberi

Miserrimo pasto,

 

Beate ne attendono

Apriche contrade

Fiorenti di pascoli,

Opime di biade.

 

I fiumi che cadono

Dall'alte pendici,

Il turbine aspettano

De' nostri opifici.

 

Di limpidi oceani

Dal cheto cristallo

Le selve purpuree

Solleva il corallo,

 

Che provvido agli esuli

D'un mondo che invecchia,

A' giovani popoli

Le sedi apparecchia.

 

Possenti d'industrie

Sui fiumi remoti

Comporsi in repubbliche

Io veggo i nepoti;

 

Che grandi, pur memori

Del nordico nido

Che i padri lasciarono,

Discendono al lido.

 

Gioiosi risolcano

La ricca marina,

A' bruni tugurii

Pensando d'Erina;

 

E prodighi il carico

Degli aurei vascelli

Nel porto dividono

Co' vecchi fratelli

 


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