Giacomo Zanella
Liriche

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A un cespo di rose in Napoli

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A un cespo di rose in Napoli

(1878).

 

Dal marmoreo verone, ove ti pose

Di gentil giovinetta accorta mano,

L'aure profumi, o tolto al suburbano

Portici tuo, bel cespite di rose;

E la marina, che lo rupi abbraccia,

Ubertoso d'aranci, e l'arso monte

Abbominato ti rimiri a fronte,

Che l'obblïosa, Napoli minaccia.

Cruda matrigna, che dell'uom non cura.

Le minute prosapie, e fato arcano

Contro cui d'arte e di possanza è vano

Ogni argomento, io non dirò natura,

Che te, rosa gentile, e tanta luce

Varia d'oro e di azzurro, e questa zona.

De' colli, alle cui falde il Tirren suona,

E queste notti e questo Sol produce.

Nudo non già, né vedovo di forza,

Appena il foco elementar ne' chiostri

Intimi scese, e d'ardui steli e mostri

Si popolò questa terrestre scorza,

L'uomo uscí ne' suoi regni; e se l'artiglio

Del falco e del leone a lui contese

Provvido nume, nel pensier gli accese

Raggio d'antiveggenza e di consiglio,

Ond'egli armato e dall'esempio altrui

Fatto piú saggio, nove leggi indice

Alla vetusta delle cose altrice

Che, qual doma beltà, si arrende a lui.

Degno d'imperi non sarà chi nato

In molli coltri e ne' trastulli ignari

Di regal tetto adulto ebbe degli avi

Quello, in cui si pompeggia, eccelso stato,

Ma chi col senno e con la man dall'ima

Condizïon, dove il premea la sorte,

Per le cresciute avversità piú forte

Raccoglie il piè su glorïosa cima.

Larva non è di fantolin che sogna,

Ma, di patria miglior grido materno,

L'alta speme, onde l'uom si sente eterno

E sovra il Sole una dimora agogna;

E virtù che a' codardi ozî lo fura;

Virtù che per sudata erta lo sprona

A non venali palme; e cor gli dona

Incrollabile a' colpi di sventura.

Cantor della Ginestra! E meno infermo

E piú saggio dell'uom, l'umile arbusto

A te pareva, che sul fianco adusto

Del tonante Vesèvo non ha schermo,

E sotto l'ignea cenere che inonda

E del pio villanello arde la speme,

Non renitente al fato, che lo preme,

Tacito piega l'odorata fronda?

Ma tu l'invitto core al fato avverso

Già non piegasti; né natura ingiusta

Fu, se di membra ti negò venusta

Salda compage, e ti concesse il verso

Divino e tutta la beltà ti schiuse

De' profondi suoi regni, onde la mano

Di strali armavi e saëttarla invano;

E lodi sul tuo labbro erano le accuse.

Madre leal l'indebito sogghigno

Or ti perdona; e dove cielo e mare

Han di color meravigliose gare

E di Mantova. dorme il mesto cigno,

Riposo alle tue stanche ossa concede.

Di vïolette il suolo intorno è vario;

E le orme sue gentili il solitario

Passer vi segna col leggiero piede.

 


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