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I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
Quando la notte è nelle valli, e pende
Scolorata la luna alle montagne
Mezzo velate, che gli fan corona,
L'insonne mandrïan leva lo sguardo,
Come a concilio di giganti, e giura,
Se de' venti il romor taccia ne' boschi
E nel burron non mormori il torrente,
Sotto le nubi dell'opposte cime
Udirle favellar. Milton divino
E divin Galileo, l'alte parole
Vostre, che in notte memoranda udîro
Le toscane pendici, se superba
La preghiera non è, dalle mie labbra,
Con augurio di pace oda l'Italia.
I
Scendea, nell'acque del Tirreno il Sole,
Né quegli occhi il vedean che di spïarlo
Primi fur osi. Il carezzevol fiato
Occidentale a respirar, sul colle
Sedea d'Arcetri l'Esule divino,
E le spente pupille al moribondo
Lume girava, un dí suo studio e vanto.
Presso gli stava di virginee bende,
Come, a suora s'addice, il crin velata,
Guardïana fedel, Maria, la dolce
Primogenita sua. Tra ramo e ramo
Gli ultimi raggi dardeggiava il Sole,
Imporporando del Vegliardo il capo
Meditante. Ei tenea sovra una sfera
La manca mano, e con la destra in aria
Scrivea cerchi su cerchi. A quali stelle
Eri volato allor? Quale seguivi
Rivolgimento di lontan pianeta,
Quando improvviso e per nascosti calli
Alla solinga collinetta asceso
Stette l'anglico Bardo al tuo cospetto?
Maria si mosse e di leggier rossore
Le guance aspersa. «Giovane - dicea, -
Chi t'ha scorto quassù? Che cerchi, incauto?
Conosci il loco?». E tacita guatava.
Non d'italo garzone era il seminante,
Quali abbruniti dalla lunga estate
Del Po i figli veggiam, d'Arno e di Tebro;
Non timido l'incesso, e sospettoso
Dello sguardo il piegar, qual d'uomo già domo
All'ignominia del servir. Nel cenno
Della fronte superbo e nella franca,
Sicurtà, dell'andar, riconosciuto
Immantinente d'Albione avresti
Libero alunno. Le distese chiome
Fluttüavano in onda di giacinti
Sull'omero viril: candido il volto
Nobilmente severo, e come il cielo
Azzurreggiante la pupilla e mista
Di profondi splendori. «Al pellegrino ―
Prorompea lo straniero ― Iddio le porte
Del suo tempio non serra: abita Iddio
In queste mura. Che baciar la falda
Dal sacro monte al suo veggente io possa,
Ha la gloria de' cieli». In piè rizzossi,
Come atterrito, Galileo; la mano
Incontro al suon distese, e, «Se non vieni
Della vista a gioir di mie sventure;
Se non vieni ― dicea ― d'atroce riso
L'onta a versar sul mio capo cadente,
Già percosso dal folgore, chi sei
Che volger osi lusinghier saluto
Al mortal che gli oracoli di Roma
Hanno diviso da' viventi? Il guardo
Esplorator de' tuoi passi paventa,
L'erma sede paventa e la mia notte,
Ch'è sí splendida altrui. Lunga è la mano
Che m'ha prostrato: valica, le nubi;
E fin tra gli astri il peccatore abbranca».
«Di Roma il minaccioso occhio paventi ―
L'altro riprese ― l'infelice vulgo,
Che superstizïon schiavo trascina
Per questa lieta di montagne e d'acque
Vasta prigione italica; non io.
Ma di liberi spiriti austera madre
Inghilterra nudrí: Milton mi chiama
La patria mia. Furor d'illustre alloro
Dall'età prima mi divora. In sogno
A me spesso venían l'ombre de' vati
E mi dicean: del glorioso monte,
Figlio, dispera guadagnar le cime,
Se la terra gentil, che di Marone
E di Torquato il divo ingegno accese,
Pria non saluti. L'Oceàn varcai;
Vidi Liguria e dell'Olona il piano:
Vidi Eridano e Tebro: i colli ascesi
Di Partenope: piansi in sulle tombe
Della gloria caduta e non risorta,
Se tu non fossi, o Galileo, che torni
L'inconscia Italia a' suoi regali onori,
E coll'omero atlantico la porta
Del profondo universo apri a' mortali»
Lagrimando al garzon stese la mano
L'inclito Vecchio. Su marmoreo seggio,
Cui fêan spalliera gelsomini e lauri,
Taciturni si assisero. Di flutti
Tal riverso non fia: non tal di spume
Tempestoso bollor, quando d'Atlante
Ed il suon verserà di sue correnti;
Come i due Grandi de' sublimi sensi
E de' pensier la rattenuta piena
Insieme allor confusero. Si trasse
In disparte Maria; dissimulando
E d'aiuola in aiuola il piè movendo,
Come di fiori a far ghirlande intesa,
Inavvertita dileguò. «T'accosta ―
L'Italo disse ― a me piú presso, e nudo
Aprimi il ver. Son io creduto ancora?
Fra i magnanimi pochi a cui rifulse
De' novi dommi il raggio, i miei volumi
Ancor son vivi? Ovver dal dí che affranto
Dall'etade o da' morbi, io derelitto
Vecchio tremante, delle corti ignaro,
Avvolto di nemici e combattuto
Da mortali tenori alle minacce
Del Vatican m'arresi e la parola
Rinnegatrice di mie glorie emisi,
Tutto forse perii? Perí la luce
Ch'io primo accesi? Nell'antica notte
Ricadranno le genti, a cui sí bella
Dí secolo miglior l'alba sorgea?»
Levò la fronte l'Ospite e rispose:
«Ben può Giove del Caucaso alle rupi
Prometeo catenar; ben può le membra
Al gran Titano fiedere co' nembi
Eternali; ma pie da' conturbati
Vengon notturne ad ascoltar sue pene,
Che sull'aurora, ridiranno a' fiumi
Che solcano la terra. Oscuro giaci,
Carcerato il pensier piú che la salma
E da te discordante, o Galileo;
Ma la favilla che rubasti al Sole,
Prigioniera non è: di gente in gente
Ratto serpeggia ed in aperta fiamma
Già minaccia avvampar, benché dell'ara,
Donde movea, sian raffreddati i marmi.
Ne' deserti del mare quando le spume
Fragorose sormontano, le antenne
Caggiono avvolte e pe' sdruciti fianchi
L'onda nemica nella stiva irrompe;
Al chiaror de' baleni il navigante
Ultimi detti a picciol foglio affida
Che in una fiata all'impeto abbandona
Delle cieche correnti. Il mare inghiotte
Colla nave il nocchier; ma vïatrice
Instancabile nuota alla tempesta
Non men ch'alla bonaccia, e non riposa
Né per notte giammai né per meriggio
Quella pia cristallina urna, che un giorno
Al pescator che la levò dall'alghe,
Narrerà novi climi, isole nove
E fiammante di nove ladi la notte.
Tu pur rompesti, o Galileo: sorrise
De' tuoi naufragi il Vaticano, e chiuso
Nell'eremo sperò di questi colli
L'odiato vero. Ma la tua parola
Indefessa vïaggia; e non del Reno
Alle rive soltanto e del Tamigi,
Ove già franco da' vetusti ceppi
Liberissime vie batte il pensiero;
Ma, del nemico Tevere sull'onde
Venerata risuona; e qualche pio,
Cui la porpora ancor dell'intelletto
Il lume non offese, a' novi veri
Segreto applaude, e sulle tue sventure,
Che immortale di Roma onta saranno,
Versa, arrossendo, generoso pianto».
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(1880-87).