Giacomo Zanella
Liriche

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Milton e Galileo.

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Milton e Galileo.

 

Quando la notte è nelle valli, e pende

Scolorata la luna alle montagne

Mezzo velate, che gli fan corona,

L'insonne mandrïan leva lo sguardo,

Come a concilio di giganti, e giura,

Se de' venti il romor taccia ne' boschi

E nel burron non mormori il torrente,

Sotto le nubi dell'opposte cime

Udirle favellar. Milton divino

E divin Galileo, l'alte parole

Vostre, che in notte memoranda udîro

Le toscane pendici, se superba

La preghiera non è, dalle mie labbra,

Con augurio di pace oda l'Italia.

 

I

 

Scendea, nell'acque del Tirreno il Sole,

Né quegli occhi il vedean che di spïarlo

Primi fur osi. Il carezzevol fiato

Occidentale a respirar, sul colle

Sedea d'Arcetri l'Esule divino,

E le spente pupille al moribondo

Lume girava, un suo studio e vanto.

Presso gli stava di virginee bende,

Come, a suora s'addice, il crin velata,

Guardïana fedel, Maria, la dolce

Primogenita sua. Tra ramo e ramo

Gli ultimi raggi dardeggiava il Sole,

Imporporando del Vegliardo il capo

Meditante. Ei tenea sovra una sfera

La manca mano, e con la destra in aria

Scrivea cerchi su cerchi. A quali stelle

Eri volato allor? Quale seguivi

Rivolgimento di lontan pianeta,

Quando improvviso e per nascosti calli

Alla solinga collinetta asceso

Stette l'anglico Bardo al tuo cospetto?

 

Maria si mosse e di leggier rossore

Le guance aspersa. «Giovane - dicea, -

Chi t'ha scorto quassù? Che cerchi, incauto?

Conosci il loco?». E tacita guatava.

Non d'italo garzone era il seminante,

Quali abbruniti dalla lunga estate

Del Po i figli veggiam, d'Arno e di Tebro;

Non timido l'incesso, e sospettoso

Dello sguardo il piegar, qual d'uomo già domo

All'ignominia del servir. Nel cenno

Della fronte superbo e nella franca,

Sicurtà, dell'andar, riconosciuto

Immantinente d'Albione avresti

Libero alunno. Le distese chiome

Fluttüavano in onda di giacinti

Sull'omero viril: candido il volto

Nobilmente severo, e come il cielo

Azzurreggiante la pupilla e mista

Di profondi splendori. «Al pellegrino ―

Prorompea lo straniero ― Iddio le porte

Del suo tempio non serra: abita Iddio

In queste mura. Che baciar la falda

Dal sacro monte al suo veggente io possa,

E la parola udir che

Ha la gloria de' cieli». In piè rizzossi,

Come atterrito, Galileo; la mano

Incontro al suon distese, e, «Se non vieni

Della vista a gioir di mie sventure;

Se non vieni ― dicea ― d'atroce riso

L'onta a versar sul mio capo cadente,

Già percosso dal folgore, chi sei

Che volger osi lusinghier saluto

Al mortal che gli oracoli di Roma

Hanno diviso da' viventi? Il guardo

Esplorator de' tuoi passi paventa,

L'erma sede paventa e la mia notte,

Ch'è splendida altrui. Lunga è la mano

Che m'ha prostrato: valica, le nubi;

E fin tra gli astri il peccatore abbranca».

 

«Di Roma il minaccioso occhio paventi ―

L'altro riprese ― l'infelice vulgo,

Che superstizïon schiavo trascina

Per questa lieta di montagne e d'acque

Vasta prigione italica; non io.

Ma di liberi spiriti austera madre

Inghilterra nudrí: Milton mi chiama

La patria mia. Furor d'illustre alloro

Dall'età prima mi divora. In sogno

A me spesso venían l'ombre de' vati

E mi dicean: del glorioso monte,

Figlio, dispera guadagnar le cime,

Se la terra gentil, che di Marone

E di Torquato il divo ingegno accese,

Pria non saluti. L'Oceàn varcai;

Vidi Liguria e dell'Olona il piano:

Vidi Eridano e Tebro: i colli ascesi

Di Partenope: piansi in sulle tombe

Della gloria caduta e non risorta,

Se tu non fossi, o Galileo, che torni

L'inconscia Italia a' suoi regali onori,

E coll'omero atlantico la porta

Del profondo universo apri a' mortali»

 

Lagrimando al garzon stese la mano

L'inclito Vecchio. Su marmoreo seggio,

Cui fêan spalliera gelsomini e lauri,

Taciturni si assisero. Di flutti

Tal riverso non fia: non tal di spume

Tempestoso bollor, quando d'Atlante

L'Oceàn nel Pacifico la foga,

Ed il suon verserà di sue correnti;

Come i due Grandi de' sublimi sensi

E de' pensier la rattenuta piena

Insieme allor confusero. Si trasse

In disparte Maria; dissimulando

E d'aiuola in aiuola il piè movendo,

Come di fiori a far ghirlande intesa,

Inavvertita dileguò. «T'accosta ―

L'Italo disse ― a me piú presso, e nudo

Aprimi il ver. Son io creduto ancora?

Fra i magnanimi pochi a cui rifulse

De' novi dommi il raggio, i miei volumi

Ancor son vivi? Ovver dal che affranto

Dall'etade o da' morbi, io derelitto

Vecchio tremante, delle corti ignaro,

Avvolto di nemici e combattuto

Da mortali tenori alle minacce

Del Vatican m'arresi e la parola

Rinnegatrice di mie glorie emisi,

Tutto forse perii? Perí la luce

Ch'io primo accesi? Nell'antica notte

Ricadranno le genti, a cui bella

secolo miglior l'alba sorgea

 

Levò la fronte l'Ospite e rispose:

«Ben può Giove del Caucaso alle rupi

Prometeo catenar; ben può le membra

Al gran Titano fiedere co' nembi

Eternali; ma pie da' conturbati

Talami le fanciulle Occanine

Vengon notturne ad ascoltar sue pene,

Che sull'aurora, ridiranno a' fiumi

Che solcano la terra. Oscuro giaci,

Carcerato il pensier piú che la salma

E da te discordante, o Galileo;

Ma la favilla che rubasti al Sole,

Prigioniera non è: di gente in gente

Ratto serpeggia ed in aperta fiamma

Già minaccia avvampar, benché dell'ara,

Donde movea, sian raffreddati i marmi.

Ne' deserti del mare quando le spume

Fragorose sormontano, le antenne

Caggiono avvolte e pe' sdruciti fianchi

L'onda nemica nella stiva irrompe;

Al chiaror de' baleni il navigante

Ultimi detti a picciol foglio affida

Che in una fiata all'impeto abbandona

Delle cieche correnti. Il mare inghiotte

Colla nave il nocchier; ma vïatrice

Instancabile nuota alla tempesta

Non men ch'alla bonaccia, e non riposa

Né per notte giammai né per meriggio

Quella pia cristallina urna, che un giorno

Al pescator che la levò dall'alghe,

Narrerà novi climi, isole nove

E fiammante di nove ladi la notte.

Inavvedutamente a scura rupe

Tu pur rompesti, o Galileo: sorrise

De' tuoi naufragi il Vaticano, e chiuso

Nell'eremo sperò di questi colli

L'odiato vero. Ma la tua parola

Indefessa vïaggia; e non del Reno

Alle rive soltanto e del Tamigi,

Ove già franco da' vetusti ceppi

Liberissime vie batte il pensiero;

Ma, del nemico Tevere sull'onde

Venerata risuona; e qualche pio,

Cui la porpora ancor dell'intelletto

Il lume non offese, a' novi veri

Segreto applaude, e sulle tue sventure,

Che immortale di Roma onta saranno,

Versa, arrossendo, generoso pianto».

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dall'«Astichello»

(1880-87).

 


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