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Lascio la soglia allor che alla montagna
Il primo lume imporpora la vetta,
E sovra il bue, che fuma alla campagna,
Trilla perduta in ciel la lodoletta.
L'erta infocata piú e piú guadagna
Il Sol che obliquo il fianco mi saetta,
E l'enorme ombra mia, che m'accompagna,
Sovra le siepi ed oltre il fiume getta.
Guardo, ridendo, alla lunghezza immensa
De' miei mobili stinchi; e cerco invano
Il capo, che fra i rami e l'erba densa
Si perde indistinguibile e lontano,
Come spesso si perde, allor che pensa
Prender piú spazio, l'intelletto umano.
D'Omèro a' dí nel tuo muscoso fondo
Di pomici bei seggi e di coralli
E di candide ninfe insonni balli
Credulo avrebbe immaginato il mondo,
O pensoso Astichel, che vagabondo
Pe' taciturni tuoi tornanti calli
Alle sparse d'armenti opime valli
Porti il tuo gorgo limpido e fecondo.
Se della Luna il raggio, che trapela
Tra pioppo e pioppo e la corrente imbianca.
D'una Najade il dorso non rivela,
Non rimpiango l'Olimpo; e m'è ventura
Pascer la mente, di sognar già stanca,
Nella schietta beltà della natura.