Francesco Domenico Guerrazzi
Pasquale Paoli ossia la rotta di Ponte Nuovo
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CAPITOLO VI. Perchè i Côrsi non amino i forestieri

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CAPITOLO VI.

 

Perchè i Côrsi non amino i forestieri

 

Altobello, senz'altro dire, si giacque a canto allo amico suo Giocante Grimaldo, il quale, comechè animoso molto e della patria sviscerato, pure non sapeva fare altro che menare le mani e dormire. Fino da quando egli ebbe uso di favella non si ricordava avere parlato tre minuti senza sbadigliare quattro volte. Soleva dire che la rettorica del soldato sta sul taglio della spada, e se per questa ei non capisce, o con questa non si fa capire, gli è segno ch'ei nacque per servire la messa, non già per esercitare la milizia. Giocante per tanto dormiva; ma siccome riesce più agevole perdurare nel sonno che incominciarlo, come ogni uomo può avere esperimentato, così accadde che, sebbene Altobello, il Boswell36 e padre Bernardino37 ci si mettessero di proposito, non ne vennero a capo. E davvero, posti ancora da parte i pensieri che ad ognuno di loro mulinavano pel capo, non persuadevano il sonno lo zufolio del vento pel sartiame, il fiotto dei marosi che, rompendosi contro la prua, scivolavano cigolando lungo le bande della galera, e quel tracollo da poppa a prua squassa la carena alle navi e le viscere ai passeggeri. Infatti Altobello, dopo essersi voltato delle fiate più di venti ora sul manco, ora sul diritto fianco, si mise a sedere, tirando in su le gambe, e su quelle appoggiati i gomiti, introdusse la faccia nelle mani aperte come dentro una morsa. Fra Bernardino, notato l'atto e parendogli buono, non pose tempo fra mezzo ad imitarlo, e il signor Giacomo, quasi a far prova del quanto sia contagioso lo esempio, tenne dietro a que' due.

Parevano gli amici di Giob quando, invece di consolarlo, andarono a fargli scappare la pazienza, finchè preso il morso fra i denti, il buon patriarca dette di fuori. Per la qual cosa io non sono mai arrivato a comprendere come sia passata in proverbio la pazienza di Giob. Scorsa lunga ora in silenzio, fra Bernardino chiamò:

- Altobello!

- Che desiderate da me? - rispose il giovine còrso.

- Mi è venuto lo scrupolo di avere proceduto con manco di cortesia con questo gentiluomo su dianzi in coperta.

- La coscienza non v'inganna; consideratelo voi: questo gentiluomo per visitarci muove da casa sua.... dalla Inghilterra....

- Ah! Inglese? La è dunque inglese vostra signoria? Angli olim angeli, nunc diaboli,38 come ho sentito dire a Roma.

- E non solo le parole vostre mi parvero inurbane, ma se penso che voi foste lettore di filosofia, senza discorso di ragione, - riprese a dire più acerbamente Altobello.

E il Boswell allora con voce blanda soggiunse:

- Buttiamo la filosofia in un canto, contrario alla carità predicata da Cristo, di cui voi giuraste praticare e bandire la dottrina: contrario al divino precetto che vi ordina di riverire e amare ogni uomo come fratello....

- Per Dio Santo! voi volete fare la predica al predicatore? Circa a mancare alla creanza, può darsi; voi l'avete inteso, io me n'era quasi avvisato da me; rispetto poi a carità, signor Inglese, voi avete il torto. Se voi sapeste quante desolazioni, quante rovine ci abbiano diluviato addosso i forestieri, voi parlereste diversamente. Io dubito riuscirvi sazievole, signor Inglese, ma tanto è; bisogna che voi mi porgiate ascolto: ce ne va della mia riputazione; e poi voi non potete dormire col vento che tira: per ultimo considerate che, se non vi porgo la chiave, voi non potrete entrare nella ragione dei fatti nostri. In breve mi spiccio.... vi degnate ascoltarmi?

- Parlate a vostro agio, signor frate: anzichè infastidirmi, penso che mi recherete molto piacere, se m'ingannassi, ve ne accorgerete....

- Sentendovi russare? In qualunque caso ci guadagnerete un tanto.

Il signor Boswell non rispose, ma aperta la scatola offerse tabacco al frate, il quale ne prese, e anco ad Altobello il quale ricusò; il signor Giacomo ne tolse anch'egli la sua porzione: ond'è che, tirando su in coro col frate la polvere attinta nel medesimo vaso, si sentivano questi due cristiani più che a mezzo riconciliati.

- I forestieri - finito il tabacco, disse il frate Bernardino - i forestieri si ficcarono in Corsica dolorosi quanto i chiodi nelle santissime carni di Gesù Cristo: questo vi ho detto e questo vi provo. Raccontano che certi popoli vecchi, dei quali non si trova memoria e non importa trovarla, disertate le terre native, qui ponessero stanza. Se la cosa stia per lo appunto come la contano, io non so dirvi davvero; ma, posto che sia, ciò importa, che la Corsica ha amicizia antica con la disdetta. Difatti e come potreste figurare che codesta gente uscisse di casa? O ci fu cacciata da altri assalitori, e allora chi non ebbe virtù a difendere il proprio, si conosce a prova ingiusto con la roba altrui e ladro: o la inopia del vivere la costrinse ad esulare, e in questo caso ella ci cascò addosso ospite accetta quanto al Senapo le arpie: o per ultimo la tirò l'avarizia, e questo sarebbe stato il peggio, conciossiachè fame satolla si attuti, cupidità umana non dice mai: basta. Ma scendiamo a tempi più prossimi. I Cartaginesi un giorno intimarono a quella gente antica, focea od etrusca che fosse: «Chi ha ballato dia luogo; e a noi aborigeni voi altri ci servirete a questi patti: non seminerete pianterete; noi vi somministreremo il vivere dall'Africa.» Di tanto ci ragguaglia Aristotele, ch'era antico e lo poteva sapere: adesso taluno, che non lo può sapere, contraddice e sostiene che ciò non torna in chiave; imperciocchè, andando avanti di questo passo, bisognava che i Cartaginesi spesassero tutti i Côrsi, e questo non pare possibile; e, non potendo provvedersi la vittuaglia, i Côrsi avrieno dovuto impiccarsi ai larici delle loro foreste. Questo si chiama ragionare a vanvera; perchè salta agli occhi come i Cartaginesi, deviando i Côrsi dall'agricoltura, vollero che intendessero unicamente ai lavori delle miniere, a tagliare legna e a raccogliere la pece che stilla copiosa nelle macchie dell'Asco, cose tutte, non che utili, necessarie per popoli dediti alle faccende del mare come i Cartaginesi furono: ma per me m'immagino ci covasse sotto un'altra ragione, e ve la voglio dire.

I popoli commercianti, fatti presto i quattrini, smettono la pristina asperità (che mi andrebbe di coscienza chiamare virtù) e tuttavia, o cupidi di acquistare di nuovo, o trepidi di difendere il vecchio, abbisognano di armi: ora costumando essi per abito di trafficare ogni cosa, si consigliano potersi provvedere anime e fede non altramente che tele bambagine o pesce salato. Cristoforo Colombo genovese lasciò scritto che a contanti si comprava anche il paradiso; e badate ch'ei fu dei buoni. Ora i Cartaginesi, secondo me, invece di comprare soldati al bisogno, come usavano le repubbliche italiane, pensarono tenersi in vivaio un popolo intero per servirsene alla occorrenza; però, somministrando ai Côrsi paga e panatica, ordinarono che in pace attendessero ad esercitarsi nelle armi, per adoperarle poi a profitto loro in guerra. Per questo modo due popoli antichi ci porgerebbero esempio di istituti contrarii, perchè gli Spartani, destinando gl'iloti alla coltura delle terre, conservavano interi alle armi; i Cartaginesi all'opposto, dediti alle industrie mercantili o rustiche, commettevano il carico della guerra, se non tutto, almeno in parte ai popoli deditizii o conquistati. vi paia nuovo che, messe da parte le compagnie di ventura, i Romani, spogliate le virtù prische, sovente ricorressero alle spade dei gladiatori, invocando inviliti a difesa coteste anime che comprarono superbi agli immani sollazzi. E credo ancora che i Cartaginesi a mantenere, come ho detto, quel vivaio di uomini, ci trovassero il proprio interesse; perchè, quantunque l'abbaco non avessero ancora inventato, pur di conto sapevano fare anche a quel tempo. Intanto ai Romani erano allungati i denti anco su le marine: però vennero in Corsica con l'armata, dove uno Scipione romano, contendendo dell'osso con Annone cartaginese, glielo strappò dai denti, rimandandolo concio come un ecce homo in Cartagine. Io ho letto su i libri come, per molto volgere che abbiano fatto di carte, non sieno39 riusciti a trovare la cagione donde i Romani mossero contro la Corsica; ma e' non sono curiosi costoro? La forza che va limosinando un po' di apparenza dal diritto, è trovato di moderna ipocrisia: a quei tempi la forza procedeva nuda e cruda, e non avrebbe tenuto in casa il diritto manco per le spese. Oppressori furono i Romani perchè forti, oppressi noi perchè deboli. Badate di non appuntarmi di contraddizione se, mentre vi dissi dianzi che i Côrsi destinavansi dai Cartaginesi alle armi, adesso ve li do per deboli; perchè la contraddizione si cava di mezzo avvertendo che forza e debolezza sono termini relativi; per la qual cosa i Côrsi, comecchè in forti, potevano comparire deboli di petto ai Romani o per numero, o per arti di milizia, o per questo altro ch'io vi vado a dire. Popoli veramente forti sono quelli che da una mano trattano la zappa e dall'altra la spada; il popolo dalla zappa sola casca facile preda di chiunque vada armato a sottometterlo; il popolo con la spada sola si vende e si rivende, e ammazza per vivere. Il popolo poi che ha da difendere la casa, il campo e il camposanto, pare che non muoia mai, perchè di lui non si viene ordinariamente a capo, se prima, passato per ogni estremo, non si senta rifinito di forze; e la natura sembra che abbia voluto in certo modo avvisarcelo quando commise al medesimo metallo l'uno e l'altro ministero; perchè dandogli la zappa di ferro gl'insegnò che con quella aveva da lavorare, e dandogli la spada di ferro lo ammonì che con quella doveva difendere il frutto delle sue fatiche. Affrancati noi dalla tirannide cartaginese, a non patire la romana, avevamo ragione da vendere, ma avemmo torto quando mettemmo innanzi la ragione senz'armi per sostenerla; tuttavia, con l'ingegno supplendo al mancamento di forza, una volta ci capitò di circuire Claudio Glicia, gli lasciammo altro scampo che riscattarsi a patto di pace a noi comportabile. L'accordo dispiacque al consolo Varo e al senato, ai quali riuscì ottenere vittoria non ardua di noi ormai assicurati della pace. Solo, per conservare illesa la fede quirita, ci mandarono Glicia in catene perchè lo martoriassimo; noi visto il tapino, dicemmo: «Mancano carnefici a Roma?» Difatti respinto da noi, essi lo ammazzarono in carcere. Le ipocrisie della giustizia odio più della stessa ingiustizia. Non solo, in catene, dovevano renderci Glicia i Romani, bensì co' suoi compagni armati ed in mezzo alle strette dove gli avevamo chiusi noi: allora avremmo forse vinto, non però senza strage, chè i Romani erano usi a quei tempi di morire con la carne fra i denti. Oppressi, non vinti, il cuore non si sbigottì; però riparati su le pendici, a mano a mano che le vene ci si riempivano di sangue, scendevamo ad arrisicarcelo al giuoco delle battaglie su le pianure rubate. Ci vinse la seconda volta Marco Pinario pretore ammazzando duemila dei nostri: tolse seco ostaggi, c'impose l'annuo tributo di centomila libbre di cera. Otto anni dopo col cuore medesimo, ma con forze maggiori, tornammo a metterci allo sbaraglio e con fortuna del pari sinistra: chè anco per questa volta Publio Cicereio tagliò in pezzi settemila dei nostri, ai superstiti impose doppio tributo. Bisogna dire che la vittoria non fosse lieta anco per lui, all'opposto piena di ansietà; imperciocchè le storie notano ch'ei votasse a Giunone Moneta una cappella se gli dava sgararla. Non vi crediate già che per queste battiture i Côrsi, come gente ricreduta, quietassero; se voi lo credeste, v'ingannereste a partito; di a breve ci rividero i Romani più tenaci e più forti; la nuova impresa fu commessa a Papirio Masone, che veramente la condusse a termine glorioso a lui, funesto per noi, ma con tale e tanto sudore, che il senato la giudicò degna del trionfo, il quale Papirio condusse sul monte Albano. Adesso poi i Romani come sicuri posavano il capo su due guanciali, quando di un tratto la sentono ribellata da capo minacciare più feroce di prima. Giovenzio Talma, collega di Tito Sempronio, le mosse contro con molto naviglio ed esercito consolare: al cimento delle armi ruppe i Côrsi cinque volte e sei; ma così apparve nella estimativa dei Romani o così desiderata o così trepidata la vittoria, che il senato decretò rendersi pubbliche grazie alle deità tutelari. Valerio Massimo ha di questo consolo un caso strano, ed è che, sopraggiuntogli il messaggio con l'annunzio del senatusconsulto mentr'egli stava sagrificando sul lido tanta allegrezza lo assalse che, mancatigli ad un tratto gli spiriti, cascò morto a piè dell'altare. Lascio altre ribellioni, altre stragi, le quali, come sono sazievoli a raccontarsi, furono truci a patirsi; unicamente vi chiedo che consideriate questo: anco gli imbelli, innanzi che conoscano di che cosa sappia la vendetta del superbo dominatore, possono avventurare la prima ribellione: solo gli animosi arrisicano la seconda prova e la terza consapevoli delle rovine che perdendo si chiamano addosso: ma contendere sempre senza consolazione di vittoria mai, anzi con la certezza di perdere e non isbigottirsi, è più che da uomini.

In seguito, a Mario e a Silla piacque fondare su i nostri campi colonie mandate quaggiù, non sappiamo se a fecondarli con la fatica o piuttosto col sangue. I Côrsi, fatti simili agli uccelli, per quanto si può da cui va senza ale, dai comignoli dei monti agguardavano le pianure abbandonate da loro, dopochè i Romani, deriso l'antico tributo delle libbre dugentomila di cera, pretesero spogliarli di quanto in biade o in vino o in olio produceva la terra, e rigidi esattori inviarono a riscuoterlo Oppio e Tiberio Gracco pretori. Dall'alto delle pendici i Côrsi, quasi spettatori seduti in circo, mentre da un lato spasimavano pei perduti retaggi, dall'altro blandivano le ferite dell'anima alla vista dei duelli che l'avarizia o l'odio provocavano tra gli abborriti dominatori. Però anche le rupi salvarono, e queste ultime gioie vennero rapite; imperciocchè i Romani, conchiusa la guerra, incominciarono la caccia degli uomini. dico cosa che non sia vera, dacchè con reti e cani si diedero a perseguitare per le selve i Côrsi come bestie feroci: fattane raccolta, mandavanli a Roma chiusi in gabbie per cavarne schiavi accomodati ai piaceri od alle necessità loro; ma per quanto ci si affaticassero attorno, non riuscivano ad acconciarli a nulla, e Strabone ne chiarisce le cause con queste parole: «Quantunque volte un capitano romano, scorrazzando l'isola, metta insieme una funata di schiavi e li mandi a Roma, destano in cui li mira grandissima maraviglia, non si sapendo se prevalga in essi la stupidità o la ferocia: molti abborrendo la vita si ammazzano, gli altri impazziscono o paiono corpi morti per guisa, che il padrone piglia a detestarli, maledicendo il danaro, comecchè poco, gittato in comperarliStrabone, pensando vituperarli, non poteva lasciarci della natura indomita dei padri nostri testimonio più solenne di questo; imperciocchè fino da tempi remotissimi si conosca com'essi sapessero al tedio della servitù preferire la morte.

Dai Romani cascammo in potestà dei Greci, come un brandello di carne che il lupo vecchio, non potendo masticare, regala alle zanne dei lupicini. Sotto la dominazione loro i Côrsi, stremi di ogni bene, ebbero a pagare i tributi con monete di creature battezzate: così è, in vece di bisanti, figliuoli: ed il flagello, come in gravezza, crebbe di numero, perchè in un groppo ci capitarono sul capo Vandali, Goti, Saracini e Longobardi. Questi ultimi, oltre i mali presenti, ci lasciarono il germe dei futuri, come i Numidi fuggendo balestrano frecce avvelenate. I Saracini non potevano durare; perchè, pazienza se, figurandosi di aver dato il mondo a fitto, si fossero contentati dei raccolti, lasciando tanto ai coloni che potessero vivere! ma no; essi portavano via bestie, biade e coloni: sicchè voi capite bene che questa storia non si poteva rinnovare ad ogni capo di anno. In effetto gli storici, massime i romani, raccontano come Dio, tocco dalle supplicazioni del papa, c'inviasse il liberatore: vediamo quale. Carlo Magno, usurpato il regno ai nepoti, scende a combattere Desiderio, presso cui si erano rifuggiti cognati e nepoti. Incomincia da Carlo la forza a farsi ipocrita: ladro ai nepoti, costui s'industria dare ad intendere che Dio gli manda lo star bene a mediazione del prete; e il prete di Roma parve nato a posta per questo. «Facciamo a mezzo, egli bisbigliò nell'orecchio allo imperatore dei Franchi, ed io ti reggo il sacco. Vuoi tu che ti spedisca la patente di galantuomo soltanto, o ami piuttosto che io ti mandi in paradiso addirittura? Questo rimetto a te, prima che spartiamo la robaCarlo Magno, che, a confessarla giusta, fu generoso quanto un pirata, rispose: «In paradiso più tardi»; e, donati a san Pietro i più bei tòcchi d'Italia e con essi la Corsica, si contentò di essere creato galantuomo in virtù della bolla pontificia. I Genovesi assegnano proprio a questa epoca la conquista operata dalle armi loro di Corsica sotto la condotta del conte Ademaro: non potevano scegliere peggio. Genova allora non era principe bensì vassalla come le altre città italiche, di Pipino; e Ademaro reggeva la Liguria prefetto in nome di lui; egli genovese, bensì franco, e lo dice espresso Einardo nella vita di Carlo Magno; i Genovesi allestirono l'armata, al contrario apparecchiavala il re Pipino e spedivala; per ultimo non vinse i Saracini Ademaro, al contrario rimase sconfitto e per di più morto; chi li vinse fu il contestabile Burcardo, che l'anno seguente tra le acque sarde e le côrse gli sterminò. Tanto mi piacque rammentare perchè tra i novellatori di questa canzone io trovo Uberto Foglietta, uomo certamente40 amico della libertà, per la quale ebbe a patire non poco, ma, come nato a Genova, non amico del pari della giustizia almeno rispetto alla Corsica. Gran cosa è questa che, mentre il mondo avrebbe bisogno di giustizia più che di pane, avviene di lei quello che vediamo accadere del sole, il quale mentre schiarisce metà del globo, ne lascia l'altra metà nelle tenebre! Ma ditemi in grazia, signor Inglese, vi annoio?

- No in verità; anzi mi pare pigliarci diletto, mi pare.

- Ditemelo senza cerimonie, sapete; poichè mi accorgo essermi cacciato dentro un ginepraio da non poterne uscire senza scapito. Al modo col quale ho cominciato, dubito che l'amore di patria non faccia piangere la carità del prossimo.

- Quanto a questo, pensateci voi; accomodateli insieme senza che strillino troppo.

- Allora favoritemi una presa di tabacco, e ripiglio il filo baldanzoso, facendo conto che amore di patria e carità abbiano a formare tutta una cosa: che se per disgrazia fossero due, e l'ultima avesse a toccarne, ora che mi ci sono messo vo' dire tutta la verità: poichè chi l'ha da friggere la infarini, ch'io ne farò penitenza a bell'agio. Carlo Magno dunque, incoronato da papa Adriano, costumò come tutti i cristianelli di Dio, i quali passata la festa41 gabbano il santo; dacchè ora con questo, or con quell'altro amminicolo andava schermendosi dal consegnare quanto aveva promesso, e, preso alla gola, dava a spizzico e tardi: la Corsica poi non dette mai: la governarono per lo impero i marchesi di Toscana e con essi i conti feudatarii delle varie terre dell'isola. Voi saprete le diavolerie successe tra i discendenti di Carlo Magno, che si strapparono l'impero di mano come una giubba rubata: in mezzo al tramestio l'erede del pescatore figurate un po' voi se gittava il giacchio nel torbido. Antiche memorie e tradizioni sempre vive assegnano a questi tempi la investitura di tutta o parte dell'isola a un certo Ugo Colonna romano, e dopo al conte di Barcellona, con questo patto, che retribuissero a Roma il quinto dei raccolti e la decima dei fanciulli. Che cosa poi andassero a fare cotesti fanciulli a Roma, sarà più bello non inquisire che onesto trovare. Però negano questi fatti di due maniere persone: quelle che, zelando troppo il patrio decoro, dubitano ricevere dal turpe tributo non reparabile infamia; e gli sviscerati della curia romana, cui non ripugna il caso, bensì lo scandalo. Si non caste, saltem caute, mi capite? Però riesce più comodo negare che facile chiarire falso cotesto fatto e gli altri che la storia aggiunge, voglio dire i rigidi delegati spediti dal papa fino al numero di cinque per vigilare che i tributarii non frodassero delle grasce dei fanciulli. Se i Côrsi avessero aspettato dalla verecondia romana la cessazione di cotesto censo, aspetterebbero anche adesso: ci si pose di mezzo Arrigo Belmessere e, intercedendo ancora il vescovo di Aleria, fece lasciare la presa ai mastini papali. Dicono che ciò non si ottenesse senza difficoltà, e al vescovo di Aleria ne toccasse una ramanzina delle buone, facendo specie che un ecclesiastico, un vescovo impedisse la osservanza dei dettami evangelici; della quale cosa maravigliato costui chiese spiegazione, e gli fu data così: «Non disse forse Gesù Cristo ai suoi discepoli, che allontanavan i fanciulli da lui: Lasciate ch'essi vengano a me? Ora il papa non rappresenta egli Cristo, e voi uno dei discepoli suoi?» Caro mio, quando l'interesse ci ficca la coda, non vi aspettate a più santi commenti della parola di Dio, massime dai preti. Voi intanto notate questo, che ne franca la spesa: da prima i Côrsi, ridotti alla disperazione dai Greci, vendono eglino medesimi i figliuoli per pagare i tributi; i Saracini poi se li pigliano da ; per ultimo spettava alla corte romana mettere per patto nella investitura feudale la decima dei fanciulli.

Ora le città italiche per forza o per amore incominciano a costituirsi a comuni franchi da soggezione imperiale. Comuni noi non avevamo, bensì conti: ma siccome la libertà piace a tutti, principalmente a quelli che non la vogliono lasciare godere altrui, anch'essi si vendicarono dalla servitù forestiera per contendere indi a breve della signoria domestica, e, virtù fosse o fortuna, tra questi rivolgimenti primeggiò il conte di Cinarca. La storia registra l'orribile42 governo che i tiranni facevano dei Côrsi; ma ad eterna onoranza dei nostri padri registra eziandio queste parole: i principi imperando a tirannide, i Côrsi agguantano le armi e bandiscono la libertà; poi convocata l'assemblea a Morosaglia, si costituiscono rettore Sambucuccio di Alando. Così è, signor Inglese; questo santo antenato del nostro Altobello fu padre della libertà côrsa. Sambucuccio giunse a stabilire il governo di Terra del Comune: di molte e sconcie botte picchiò i conti, ma innanzi di morire non venne a capo di superarli tutti, sicchè, morto lui, rialzarono la cresta. Il popolo, non si sentendo valente a resistere da , pare che chiamasse in aiuto i marchesi Malaspina di Massa. Io dico pare; imperciocchè per questi tempi non ci avanzino che scrittori e carte di donazioni chiesastiche, e a fabbricare storie con questa razza di materiali, adagio. Vo' che ve ne basti uno esempio. A questi giorni ho letto nelle Antichità italiche di Ludovico Muratori una carta del 1019 o 29, la quale fa fede come un messere Rolando, conte per la grazia di Dio e signore di tutta la Corsica, Giulio giudice, e messere Giovanni legato sentenziario e scapolaro, costrinsero certi villani a pagare alla badia di Santo Stefano di Venaco libre cento di buoni danari e a sfrattare dalle terre in fra tre mesi sotto pena di 300 fiorini d'oro e della scomunica per parte di messer legato. Il dabbene proposto, comecchè poco tenero di Roma, tuttavolta ha preso un granchio nel darci questa carta come genuina: infatti pare impossibile come gli sia passato per occhio che una sentenza del 1019 o 29 non poteva ricordare i fiorini d'oro, battuti dal comune di Firenze nel 1252.

Come a quei tempi le cose camminassero io non vi so dire per appuntino, nondimanco, essendoci guerra tra popolo e baroni, e non potendo questi vincere quello, quello questi, è facile indovinare che le procedessero per la peggio. Intanto, poichè non ci ha meraviglia che in Roma non si deva vedere, scappò fuori Gregorio VII, il quale, vicario di Cristo, che disse a cui non lo volle sapere, il suo regno non essere di questa terra, pretese nulla meno che dominare sopra tutta la terra. Costui, informato come la matassa andasse arruffata in Corsica, ci mandò legato Landolfo, vescovo di Pisa, a scoprire marina, limitando però il suo ufficio a distruggere, sradicare e costruire in punto di religione, non altro. Il vescovo ch'era malizioso più di una squadra di sbirri, trovato il terreno morbido, non contento di ficcarci la pala, ci ficcò anche il manico, disse mirabìlia della potenza del papa, promise Roma e toma; sicchè i popoli ignoranti e abbindolati si commisero al papa a patto che con validi aiuti li sovvenisse per superare i baroni di oltremonte. Il papa rispondendo mette in sodo avanti tutto questa volontaria dedizione, poi gli ammonisce ch'egli è per di più: perchè eglino avrieno a sapere, come l'universo intero lo sa, il dominio dell'isola appartenere alla santa Chiesa per diritto di proprietà; ladri, sacrileghi e dannati i tre imperatori e i tre re che la tennero senza prestare l'obbedienza a san Pietro. Il legato si trasforma in governatore, si mettono da parte le cose dell'anima per non parlare altro che di faccende terrestri. Però il carico assunto di difendere l'isola il papa teneva per novella: in lui non era potere volere a sostenere la guerra: ond'egli, inteso a mietere senza seminare, concesse l'isola in feudo al medesimo Landolfo, a condizione che gli retribuisse le metà delle rendite: non vi par egli generoso costui? Al tributo di sangue ei rinunzia, ma cresce quello dei frutti da un quinto, come sotto Gregorio IV, alla metà. Dopo quattordici anni Dalberto, vescovo di Pisa, uomo rotto, visto che la carne non valeva il giunco, scrisse al papa che egli a pescare per il proconsolo non la capiva: ripigliasse l'isola. Urbano, considerato tra e ch'egli era come se il vescovo gli avesse risegnato la luna, rispose: «Mira larghezza! io te la dono.» E l'altro soggiunse: «Manco male, ricatterò le spese.» Però quando fummo su l'atto del donare, ostico a tutti, ma per la Chiesa più doloroso dello spasimo del parto, il papa mascagno insinuò nel contratto due cose: che donava l'isola alla chiesa pisana, quantevolte però il vescovo fosse stato eletto canonicamente dal clero e dal popolo e confermato dal papa; e retribuissero al palazzo lateranense l'annuo censo di lire 50 in moneta lucchese. Così quello che non può tenere, Roma dona; ma come i marinari quando gettano l'àncora in mare ci lasciano sopra il gavitello galleggiante per ripescarla a tempo e a luogo, il prete studia ch'esca fuori del dono un addentellato per poterselo ripigliare.

Giustizia vuole che io dica come i Pisani dimorassero nella isola con garbo assai migliore di quello col quale ci entrarono: noi non reputarono essi vassalli, noi reputammo essi signori: ci accolsero come fratelli tornanti in famiglia; accomunarono con noi carichi ed onori: anzi ci alleviarono i primi, trovandoci alle lunghe sventure ridotti al verde.

E di questa benevolenza scambievole durano tuttavia i testimoni sia nei monumenti pubblici, sia negli animi dei Côrsi, propensi a stanziarsi in Toscana a preferenza di ogni altro paese, quando necessità o vaghezza li tira fuori di casa; e più che tutto nella lingua loro, da noi conservata con tanta diligenza, che qualche voce costà disusata, o non più intesa quaggiù, s'incontra sopra le labbra dei montanari viva della sua primitiva significazione. I cagnotti di corte non cessano mai d'infamare il popolo come ingrato: voi per ismentirli fate tesoro del caso che vi raccontava, al quale aggiungerete quest'altro: degli oppressori antichi, dei Romani e dei Saraceni qui non troverete memoria, ed in breve anche dei Genovesi, eccetto qualche tomba. Fama, delitti e ossa dei vecchi e dei nuovi tiranni seppellimmo interi dentro un medesimo sepolcro.

Ora i Genovesi, sopportando molestamente la parzialità di Roma per Pisa, studiano ogni ora per levargliela convertendola in proprio profitto, o almeno per pareggiarla; e la fortuna, come suole a cui sta su la intesa, ne porse loro il destro. Urbano II, per tenersi bene edificato Dalberto, lo creò arcivescovo assegnandogli suffraganei i vescovi di Corsica; questi, subillati dai Genovesi, ricusavano a viso aperto la consacrazione dello arcivescovo di Pisa, il quale pesta mani e piedi; e i Genovesi alle costole a mettere legna sul fuoco. Questo era tempo che Roma, voltata a Genova, le dicesse: «Com'entri tu in questi negozi? Bada ai fatti tuoi, o che ti scaravento addosso un nugolo di scomuniche»; e le scomuniche a quei giorni scottavano. Pensate voi che lo facesse? manco per ombra. Roma in mezzo a cotesto tafferuglio non vide chiaro che una cosa sola: raspollare quattrini. In effetto considerate che spedienti adopera per aggiustare due emuli insatanassati: innalza il vescovo di Genova alla medesima dignità dell'arcivescovo di Pisa e gli assegna per suffraganei tre vescovi côrsi di Mariana, di Nebbio e di Accia, a patto che ogni anno paghi una libbra di oro, a san Pietro, ci s'intende. Naturalmente e' fu uno spegnere l'incendio coll'olio: d'allora in poi fra Genovesi e Pisani non tregua mai pace, si rimasero i primi finchè non ebbero ridotti in piana terra i secondi. Innanzi però della rovina della Meloria, ecco come i Genovesi arrivarono ad incastrarsi nell'isola. Gli uomini di Bonifazio esercitavano la pirateria (mestiero a quei tempi tenuto nobile, quantunque fatto a minuto) recando continui danni ai Genovesi, frequentatori di coteste spiaggie per loro traffici. Di ciò meritamente stizziti, commisero ai proprî consoli che andassero a richiamarsene ai consoli di Pisa, e questo essi fecero. Venuti al cospetto dei Pisani favellarono: «E' non ci pare onesto, uomini dabbene, che, mentre la pace dura fra noi, i vostri concittadini corrano addosso ai nostri e gli spoglino. I vostri castellani bonifazini fanno il diavolo a quattro a danno della nostra mercatanzia: ciò non istà in chiave: ordinate pertanto a costoro che restituiscano il mal tolto, altrimenti sarà rotta la pace, e cui avrà torto faccia tristo Dio.» I Pisani risposero: «Quello che voi ci dite ci accora forte, perchè avreste a sapere che il castello di San Bonifazio non ci appartenga, e i castellani, innanzi di essere nostri uomini, ci contradicano in tutto e come i vostri mettono a ruba i mercatanti nostri: accordiamo a raccogliere insieme un'armata e andiamo uniti a farli stare in cervello

Non dissero a sordo. I Genovesi, allestito un naviglio poderoso alla chetichella43, assaltarono i Bonifazini quando se lo aspettavano meno ed occuparono la terra. Se i Pisani levassero scalpore per la presa di Bonifazio, ve lo potete figurare: ma i Genovesi rispondevano: «Voi vi lagnate di gamba sana: invece di ringraziarci di avervi levato un bruscolo dall'occhio senza che vi costi un quattrino, perchè ci maledite?» E aumentavano le provvisioni per difendere l'acquisto, perchè i Genovesi quando mordono tengono maladettamente: così vero questo che, per rammentare Genova, stringono le mascelle per paura che, non che altro, il nome della patria caschi loro dai denti. Rimase ai Pisani con le beffe il danno, pagando la pena della doppiezza loro. Donde io piglio occasione di ridere dei barbassori i quali si mettono in quattro per sostenere la diplomazia trovato moderno: no, signore, la diplomazia è vecchia quanto la bugiarderia, anzi una volta si riputava una cosa stessa con lei: soltanto ai nostri a taluno essendo venuto talento di separare la diplomazia, ci ha rinvenuto la bugiarderia e la gagliofferia rinterzata con la sfrontatezza. Appena i Genovesi ebbero messo il piede nell'isola, incominciarono a gittare con la pala ai Bonifazini danari, privilegi, insomma ogni bene di Dio: donde entrò, se non in tutti, almeno in corpo a moltissimi la voglia di venire a parte della cuccagna: arti antiche e tuttavia sempre efficaci; le mosche si pigliano col miele dacchè mondo è mondo. Calvi fu la prima a non si poter reggere e, accordatasi a patti, mise dentro i Genovesi; poi, continuando a declinare le fortune pisane, parecchi conti, voltate le spalle come suole ad occidente, si girarono a oriente. Allora si consigliarono spedire in Corsica Giudice di Cinarca con armi e navi per mantenersi nella devozione i vassalli fedeli, i ribelli reprimere: questi veduta la mala parata ricorrono ai Genovesi, che agguantano la occasione a braccia quadre. Cristo giudicò la lite contra i Pisani non senza ammonirli prima che s'imbarcassero, lasciandosi cascare di cima allo stendardo in Arno, che non era per loro. Se fu come la contano, certo non lo mossero i meriti dei Genovesi: forse in quell'ora i peccati dei Pisani pesarono più su la bilancia della giustizia divina, che quelli dei Genovesi. Roma, origine di tanti guai, considerando adesso che i Genovesi da un lato non erano pesci da abbocconare44 l'amo di san Pietro, e dall'altro che i Pisani erano sfidati dal medico, ripiglia la Corsica e, poichè aveva le granfie stese, piglia anche Sardegna (era come fare un viaggio e due servizii), e concede la investitura di ambedue a Giacomo II re di Aragona. Teneva in quel punto l'accetta, voleva dire le chiavi degli apostoli, Bonifazio VIII, di mestiere avvocato: però s'egli sapesse tirare l'acqua al molino non occorre dire. Costui mise nel diploma per condizione, il re prestasse omaggio, pieno vassallaggio e giuramento di fedeltà alla Chiesa; la sovvenisse con cento uomini di arme corredati di un destriere e due palafreni per uomo, e cinquecento fanti, di cui cento almeno balestrieri con le balestre nuove, tutti aragonesi o catalani; ancora pagasse il censo annuo di due mila marchi sterlini di argento buono al romano pontefice in qualunque parte si troverà; e se non paga, scomunica e decadenza. Lui morto, succede poco dopo Clemente V, francese; quindi non parrà strano che dove Bonifazio rase la barba, ei ci facesse il contropelo: in effetto allo sprofondare di Corsica e di Sardegna aggiunse Pisa e l'Elba mercè l'aumento di altri mille marchi di argento da pagarsi dai reali d'Aragona. Roma vendeva a buon mercato provincie ed isole: bisogna dire perciò che le costavano anco meno; e per me giudico ch'ella avrebbe venduto il sole: basta che si fosse trovato chi avesse voluto comprarlo e sopratutto pagarlo. I reali d'Aragona ebbero fama, quanto a fede, di star meglio dei Turchi; sicchè, venuti alle strette con Roma, imaginate se la battesse tra il rotto e lo stracciato: così vero questo, che Giacomo, conquistata la Sardegna, mandò a dire al papa che, avendo speso un occhio per impadronirsene, durante dieci anni almeno non gli avrebbe potuto pagare un bolognino; dopo, se gliene avesse dati cinquecento, sarebbe bazza. Se il papa soffiasse a siffatte iniquità ed arricciasse il pelo, non è a dire; molto più che in quel torno nei piedi di san Pietro pescatore si trovava Giovanni XXII, famoso per tirare al quattrino45: ma ormai re Pietro se l'era presa, e bisognò, comechè al Papa paresse mandare giù una resta di grano, ingozzarla, non mica per perdere tutto, bensì per lesinarsela fra loro. Giovanni con quei paroloni pei quali Roma è unica ad onestare le più sozze cose, ammoniva primamente re Pietro come quel degno uomo di Carlo I di Napoli, malgrado le spese enormi per conquistare46 il regno, aveva sempre pagato puntuale come un banco il censo alla Chiesa; poi disse che per l'amore sviscerato che a lui figliuolo dilettissimo portava, quantunque la sede apostolica non solesse mai fare rimessioni, sarebbesi adattato a ricevere mille marchi per soli dieci anni; e cascasse un quattrino, a monte ogni pratica. Per allora continuò a quel modo, ma parecchi anni dopo Giovanni re di Aragona non volle pagare più nulla e ne allegava per causa, che regnando due papi, Urbano e Clemente, egli, che semplice era e timorato di Dio, il vero dal falso non sapeva distinguere, e molto lo atterriva il risico di somministrare pecunia allo scismatico; parergli meritorio a scanso di guai tenersela in tasca.

I Côrsi di Terra di Comune e i conti di Cinarca, vedendosi allora ruinare sul capo cotesto nuovo flagello di dominazione straniera, ed anco saliti in furore per trovarsi così venduti e rivenduti peggio che bestie in fiera, accontatisi insieme, fermarono di darsi ai Genovesi mercè certe convenzioni di cui fecero carta; la quale, sebbene sia andata dispersa, pure il contenuto in grazia di vecchi scrittori delle cose patrie, pervenne fino a noi. Voi mi direte: «Questo darsi a bel patto in potestà altrui fu affare serio»; ed io rispondo: seriissimo e degno del castigo che Dio per mezzo di Samuele fece sapere agli Ebrei sarebbe loro cascato addosso, quando di riffa vollero costituirsi un re. In effetto il castigo non si fece aspettare; imperciocchè scappasse fuori di levante una morìa, la quale avventatasi su l'isola menò tanta strage, che il terzo degli abitanti appena rimase vivo. Veramente pareva che avesse a bastare: piacque in altro modo alla provvidenza, e la peste fu per così dire l'antifona del salmo. Ma qui facciamo punto e miriamo qual fosse lo stato dell'isola in cotesto tempo. I signori a posta loro se ne dicevano gli Aragonesi e i Genovesi; quelli per investitura pontificia, questi per virtù di arme e per patto. Ora esporvi anco alla grossa gl'indiavolati viluppi che ne successero, sarebbe troppo lunga la storia; bastivi che gli Aragonesi non essendo comparsi nell'isola così tosto come temevano, dei conti, che si erano sottoposti ai Genovesi, incominciò la più parte, massime i cinarchesi, a friggere per la maluriosa soggezione.

I Genovesi mandarono in Corsica Tiridano dalla Torre per tenerli al quia; e i conti, conoscendo da soli non poter mordere, spedirono Arriguccio della Rocca in Aragona al re Pietro, per soccorsi; scarsi però, quanti bastassero al tenere in subbuglio il paese e lo stremassero di sangue agevolandogliene l'acquisto. Quando il re Pietro conobbe i Genovesi dalle contese quotidiane ridotti al lumicino, mosse ad opprimerli; e gli riuscì di leggieri sgomberarne l'isola, tranne Calvi, Bonifazio, San-Colombano e qualche distretto in Terra di Comune. Inferma la repubblica, cinque mercanti accozzatisi in Banchi dissero: «Lo stato in mano della signoria va come acqua messa nel vaglio; facciamo un negozio in comune e tentiamo di guadagnare la Corsica per noi.» Detto, fatto; la signoria, che, simile a papa Lione, quello che non poteva avere, donava, risegnò la Corsica ai cinque mercanti, i quali, costituitisi in società commerciale chiamata la Maona, raccolsero armi ed armati e vennero a combattere Arriguccio. Costui datene e ricevutene parecchie, all'ultimo disse ai Maonesi; «Che Dio vi aiuti, in Corsica che cosa ci siete venuti a fare? Per guadagnare di certo. Ed io perchè ci sto? Forse per perdere? Ma continuando di questo passo voi ed io ci rimetteremo il mosto e l'acquerello: accordiamoci; accettatemi sesto tra voi, e viviamo in pacePiacque il partito, e si spartirono l'isola. Intanto che Arriguccio patteggiava così co' Genovesi, persuadeva ai baroni côrsi non si movessero, aspettassero il destro di coglierli alla spicciolata; la occasione si lasciò attendere un pezzo, conciossiachè, stipulato il convegno dei Maonesi, chi andò di qua, chi di : rimasero insieme due di loro con poca gente, e questi improvvidi assalirono, uno ammazzarono, l'altro fatto prigione ebbe a riscattarsi con seimila fiorini di taglia. I superstiti dei Maonesi, stroppi tra per questi tra per altri casi che si tacciono, un bel giorno, mandata la Corsica dove Luigi XI mandò Genova, voglio dire al diavolo, grulli grulli se ne tornarono a casa. Ma quel dovere lasciare la Corsica era per Genova una gran spina al cuore; per la qual cosa la signoria trovandosi meglio fornita di danaro, ripigliata la concessione, ci manda governatore lo Zoaglio, che venuto alle mani con Arriguccio lo sconfisse. Costui ch'era della razza di Anteo, il quale picchiato un tonfo in terra si rizzava più rompicollo che mai, tornò in Aragona, dove, ottenuto qualche sussidio dal re Giovanni, si fa vivo da capo su per le rupi dell'isola: indi a breve la grande computista dei conti umani tirò di frego alla sua vita facendo la somma: morì senza figli, ad eccezione di Francesco bastardo. Accorsero i parenti a stormo urlando: All'albero caduto accetta, accetta! Chi tira un brandello del suo retaggio, chi l'altro; sicchè Francesco, disperato, se non volle rimanere ignudo, ebbe a vendere al comune di Genova il castello di Cinarca per mille scudi di oro e le ragioni tali quali si trovava a possedere egli sopra la Corsica pomontana.47 Per questo modo tornata in mano della signoria di Genova la stanga del torchio si mise a strizzare a suo bell'aggio il paese, finchè Vincentello d'Istria, parente di Arriguccio, non si reputando vincolato dalla vendita di Francesco, tentò più volte ripigliare il suo con armi proprie.

Provata la fortuna contraria, si volge, secondo l'antico costume, al re di Aragona, il quale per questa volta intende usufruttare per le pontificie munificenze: sceso armato nell'isola, di leggeri occupa i luoghi aperti, espugna Calvi, mette l'assedio a Bonifazio. I benestanti, come suole, più studiosi della roba che della libertà, accordano rendersi, dove la città non venga soccorsa dentro certo termine prefisso. La vigilia della scadenza il popolo tumultua e cassa il convenuto; mandansi messi per notificarlo al re Alfonso, allegando per causa il soccorso nella notte antecedente entrato in città. Alfonso nega possa essersi intromesso il soccorso e li rinfaccia di fede tradita: i Bonifazini a purgarsi del rimprovero e in testimonio di verità esibiscono due caci freschi, i quali avevano fatto di latte di donna; di che Alfonso rimase confuso; nondimanco ordinò l'assalto, ma quantunque egli e i suoi ci si adoperassero attorno con tutti i nervi, rimasero ributtati valorosamente. Egregie opere in vero sono queste, però con troppo sangue acquistate e per dir più per causa non sua. Oh quanto meglio vivere liberi in pace all'ombra della vite e del fico proprii! Se togli Bonifazio, la intera Corsica venne in potestà di Alfonso; ond'ei un bel giorno, buttata giù buffa, impose una taglia di arbitrio. Il popolo comincia a bollire: allora Vincentello gli dice: «Da pignatta che bolle si allontana la gatta; leva la tassa.» E il re: «Oh bella! e se non posso mettere taglie come e quanto a me piace, a che sarei venuto a fare il re?» E Vincentello: «Qui tra noi non costuma imporre tasse senza il consenso dei popoli.» Il re, guardatolo fosco, conchiuse: «Questa è mala sudditanza e se non la sanno i Côrsi, gliela insegneremo noi.» La provvidenza volle che, invece di farla a noi, noi facessimo la lezione a lui, e di che tinta! La più parte dei Catalani lasciò le ossa in Campoloro; al punto stesso Calvi, per ardimento di Pietro Baglioni, si rivendica in libertà, e quasi presago che il cognome antico sarebbe un giorno infamato dal più grande traditore comparso al mondo dopo Giuda, smesso quello di Baglioni, Pietro assunse meritamente l'altro di libertà. La famiglia Libertà partorì di ogni ragione uomini illustri: trapassata in Francia tenne cariche supreme; uno de' suoi difese Marsiglia contro gl'imperiali; e in cotesto paese si estinse. E' pare destino che, nome o cosa, la libertà, nata e cresciuta in altre terre, o in Francia o per cagione di Francia, deva morire! Alfonso, conosciuto che aveva preso a menare l'orso a Modena, maledicendo le fatiche durate e i quattrini rimessi, si parte lasciando l'isola a cui se la vuol pigliare. I Genovesi, arrabattati a strapparsi di mano la patria, adesso non badano a noi, e i baroni riarsi dalla superbia antica si legano insieme per ricuperare la perduta dominazione: il popolo, non sapendo che pesci pigliare, consulta i vescovi, e, come se avesse la virtù della bettonica, questi propongono Roma: chi ce la vuole, e chi non ce la vuole: chi ce la vuole manda gente ad offrire l'isola alla Chiesa. Eugenio IV con fronte romana bandisce accettarla perchè la commette alla sua fede il consenso universale dei popoli; e intanto manda parecchie migliaia di armati a dare sul capo a cui contradicesse. Da quello che pare, a Roma avevano dimenticato la storia côrsa; gliela rinfrescarono alla memoria i Côrsi mettendo in pezzi i papalini e Monaldo Paradisi che li capitanava. Allora il papa Niccolò V conobbe più sicuro attenersi alle pratiche de' suoi antecessori, e vendè cotesta manata di spine a Ludovico Campofregoso. Ora, sebbene non cessino qui i guai cagionati da Roma alla mia povera patria, domando a voi se da persone che rappresentano sopra questa terra il nostro Signore Gesù Cristo, potevamo aspettarci più e peggio?

- Che vi dirò io, signor frate? - rispose il Boswell. - Da per tutto Roma suona la stessa musica. Quel vostro Gregorio VII trasferiva dai Sassoni nei Romani l'Inghilterra, perchè eglino si fossero mostrati poco premurosi di osservare la legge di Canuto circa al pagamento del tributo annuale da farsi a Roma. Offa, dopo ammazzato a tradimento Edelberto, domanda l'assoluzione al papa: concedergliela a patto che l'Inghilterra gli paghi ogni anno il denaro di san Pietro, il quale era tassa di un denaro per casa. L'Inghilterra scontava a contanti il delitto regio! Indi a breve passando il prete improntissimo i modi più avari, instituisce decime sopra i salari, le mercanzie, le paghe ai soldati, che più? fino sul turpe guadagno delle meritrici, indegnissima cosa e non però la più rea: nel vero voi troverete come Gregorio II, inviando il frate Agostino nella Britannia, per convertire gli abitanti, gli desse per precetto di provvedere cauto, avanzarsi bel bello, chiudere un occhio, se trovasse duro non si opponesse ai sacrifizi delle vittime; quanto sopra la religione cattolica potesse innestarsi di pagano accettasse, allo scopo che la gente rozza, senza che se ne accorgesse, all'antica religione trovasse sostituita la nuova: così, rinnegata la tradizione di Cristo dentro e fuori, la Chiesa cattolica è pagana. Tira, tira, un bel giorno la corda si stiantò, e l'Inghilterra si divise per sempre da Roma.

- E fece male.

- Come male? Anzi, dopo quanto vi ho inteso ragionare, io non concepisco come voi la duriate monaco. Sareste di quelli, salvo vostro onore, che parlano bene e razzolano male?

- Adagio ai ma' passi, signor Inglese. Io sento e parlo in modo unico. io solo, ma quanti ecclesiastici viviamo in Corsica, conoscendo le rovine originate alla Chiesa dai peccati dei supremi correttori, massime dall'appetito disordinato dei beni terreni, senza rispetto ne riprendiamo gli abusi. Affermano i curiali di Roma il potere temporale necessario allo splendore della Chiesa. Santa fede! Oh quale altro splendore può pareggiare quello che le viene dalla faccia di Dio? Ma, conoscendo tuttavia e deplorando le abominazioni della Chiesa, e di quelle con tutto lo spirito supplicando dal Signore riparo, noi non la crediamo meno santa; ammiriamo la vastità del concetto, la efficacia degli ordini secolari, e ci affatichiamo; per quanto è dato a noi oscurissimi figliuoli suoi, a mantenerne incolume la stupenda unità. Ditemi che avete fatto voi altri Inglesi, e con esso voi i luterani, i calvinisti, i zuingliani e socii vostri? Avete preso il male per medicina: invece di rammendare la veste di Cristo, l'avete strappata peggio di prima: non operarono lo stesso i soldati della sua crocifissione?

- Signor frate, - rispose imperturbato il Boswell, - questi argomenti desiderano discussione positiva, messi da parte tropi, metafore e figure rettoriche di ogni maniera. Voi altri siete i soldati della riscossa, e levate i pezzi della disciplina per salvare il dogma. Ora voi sapete come il cattolicesimo arrivasse a mettere i suoi dogmi in custodia di Dio nel cielo, e degli sbirri in terra: inondando la barbarie, preti rozzi stettero al governo spirituale e sovente al temporale di popoli più rozzi: costoro fecero a gara a cui guastava di più, ma le sconcezze nel buio non apparivano. Più tardi, anzi troppo tardi, alcuni prelati romani, dotti, quanto pii, conobbero dove stringeva la scarpa, ma che farci? Ormai la natta tanto era ingrossata, che tagliandola correvano risico di ammazzare l'infermo; e la sbagliarono, perchè i medici pietosi sono proprio i babbi del canchero: di fatti gl'increduli trassero pro dagli errori per dissuadere da ogni fede gli empii per mandare tutto a rifascio sotto il flagello dello scherno. Dio è la regola, il Vangelo la chiosa; chiosa su chiosa è mestiere da mozzorecchi. Il cristianesimo, che taglia dalla pazza e può accomodare ottimamente di vesti la umanità mano a mano che scesce: i preti cattolici vollero stringere troppo e per sempre, quindi la cintura stiantò in più parti e tornerà a stiantarsi da capo: avendo eglino preteso non solo il concetto, bensì ancora le parole infallibili, adesso discredono l'uno e le altre. Che abbiamo fatto noi? domandate. Noi abbiamo rotto i cancelli alla libera indagine, la quale, come le altre libertà sorelle, deve appuntare in Dio padre misericordioso di tutte.

- Zucche! Voi avete, rinnovata Babele. Tot capita tot sententiae. Fortunato quegli che sa distinguere con voi da che parte tira la tramontana e da quale altra mezzodì! Per me quello starsi fermo come torre che fa la Chiesa per bene diciotto secoli contro le persecuzioni dei suoi nemici, e più ancora contro le prevaricazioni dei suoi indegni pastori, emmi non dubbia prova dello aiuto divino. Se Dio non la governasse con le sue sante mani, ormai pei papi la Chiesa avrebbe dato in secco chi sa da quanti secoli!

- Codesto vostro è l'argomento di Abramo giudeo quando, dopo essere stato in corte di Roma, volle il Battesimo; lo racconta il Boccaccio nelle Novelle....

- Io l'ho letto dentro il commento della Divina Commedia scritto da Benvenuto da Imola, - rispose fra Bernardino con voce alterata.

- Bene; egli è tutto uno, che la botte non fa il vino. Ma diamo un taglio a questi discorsi, chè io non venni in Corsica a disputare di teologia: torniamo sul tasto dei forastieri.

- La Corsica adesso è capitata nelle branche a san Giorgio, voglio dire della Banca di S. Giorgio. Questa compagnia è un banco che ha leggi e governatori a parte, prestava e presta al governo, il quale gli commise in appalto bestie, cristiani, gabelle, rendite, città, castelli e provincie quando il governo ne aveva: San Giorgio arrolò eserciti, allestì armate, sottomise paesi, dettò codici, istituì tribunali, fece giustizia; insomma fu ed è Stato dentro lo Stato: non manca gente che lo ammiri; gusti da donne gravide. Quanto a me lo giudico censura solennissima della repubblica ligure; imperciocchè badate a me, aut, aut: lo sperimentano buona cotesta amministrazione in preferenza del governo ordinario, e allora quella si tengano, questo mandino allo scorticatoio; o la faccenda va all'opposto, ed allora io non capisco come un reggimento bene ordinato patisca quel calcio in gola. Sopratutto io poi lo considero prova manifesta ed incentivo ad un punto del disamore che i Genovesi hanno per la patria. Per lui si chiarisce come una parte di Genovesi, messi in salvo gli averi, si dieno senza pietà a ruinare la patria: per lui l'altra parte, sicura di non perdere i danari, lascia nabissare ogni cosa; mentre se, sprofondata la patria, vedessero andarle dietro le fortune private, se non per benevolenza, almanco per avarizia i Genovesi si rimarrebbero da mal fare. Il Banco, solito a volere i negozi spicci, conobbe che il nodo stava nello abbattere con gli aiuti della Terra del Comune i baroni pomontani; riputò disperato lo assunto, conciossiachè, quantunque costoro fossero parecchi, pure, nel modo che gli universi fiumi della Corsica mettono foce nel Golo e nel Tavignano, si riunivano tutti sotto le due case della Rôcca e da Leca. Pel Banco di san Giorgio ogni partito buono48, ma sopra gli altri gli piacquero il fuoco, il tradimento, il coltello. Antonio Calvo, governatore, fece una ghiacciata di ventiquattro baroni ad un tratto; gli altri fuggirono via atterriti riparando a Napoli. Beati loro se la volontà o gli anni li persuadevano a starsi in esiglio! E' vollero perfidiare nel cimento delle armi; e su le prime andò bene, chè Vincenzo da Leca, sorpreso Ambrogio Marabotto in quella che stava per entrare in Cinarca, lo tagliò a pezzi con tutti i suoi. Se non che Antonio Spinola, governatore, considerando come a mantenere viva la nuova guerra contribuivano massimamente gli aiuti che cotesti signori cavavano dal contado del Niolo divotissimo a loro, trovò partito più certo essere quello di sterminarlo e così fece: la desolazione e la morte percossero tutto il tratto di paese che giace tra Soana e Calvi: il passeggero che attraversa quel deserto, il quale nel suo silenzio maledice la straniera dominazione più che non potrebbero fare cento predicatori, sente venirsi addosso il ribrezzo della febbre. Ciò fatto, per mezzo di congiunti da bene, fa sapere ai da Leca che, ove si disponessero venire alla obbedienza, li perdonerebbe; chiesto di confermare la promessa con giuramento, giura. Fidasi Vincenzo, ma non si fida Giocante, che la scàpola, conservandosi a tempo men reo. Lo Spinola, avuti nelle mani Vincenzo, Mannone suo padre di ottant'anni vecchio e due bastardi di Renuccio da Leca, senza misericordia macellò; ai quali aggiunse contro la religione dei patti quattro baroni di casa Rôcca, Antonio e il figlio, Arrigo e il figliuolo del conte Polo. Cotesto Spinola indi a poco moriva di un trabocco di sangue; ed era ragione, ne aveva bevuto tanto che non bastava a capirlo. In questa, Genova sciolto un nodo ne lega un altro: dopo avere sperimentato tanti signori paesani, pare che voglia rifarsi la bocca tastando la straniera servitù: cacciati pertanto i Fregosi, si in balìa di Francesco Sforza e poi gli porge pecore da tosare di seconda mano. Ecco in Corsica gente insolita, consueti supplizii: il Cotta, vice-duca, per conto di non so quale tumulto, manda di punto in bianco su le forche una brigata di vassalli di baroni; e poichè cane non morse mai Côrso ch'ei non volesse del suo pelo, i popoli di Terra di Comune presero le armi e si elessero a capitano un secondo Sambucuccio di Alando, che fece ritirare le mani a cotesto sollecito Cotta. Anco i duchi di Milano passarono; Francesco Sforza morì; Galeazzo Maria suo figliuolo rimase spento della morte dei tiranni senza che ne approdasse la libertà. Ora San Giorgio ripiglia l'isola, disfà la lega di Tommaso Fregoso e Giampaolo da Leca, cacciando l'uno in prigione, l'altro in esigilo. Sorge vendicatore Renuccio da Leca. Potevano i Genovesi vincerlo in guerra, ma parve caro e gli proferirono uno spediente di molto risparmio. Capitato a sorte un figliuolo di Renuccio a Genova, lo acciuffano, poi, pensando cavarne partito migliore, lo rimandano in Corsica in compagnia di Filippino Fiesco amico vecchio di casa.

Qui giunti il Fiesco fa sapere a Renuccio che, se ha caro il riscatto del figliuolo, vada per esso. Renuccio, che accivettato uomo era, non si fida e continua a starsi chiuso nel castello di Zirlina: allora Fiesco va a trovarlo e negozia con lui la restituzione del figliuolo e l'accordo con Genova. Renuccio, vergognoso di mostrare diffidenza o paura, si consiglia visitare l'amico; il diavolo lo tira; preso e incatenato, dopo breve spazio di tempo muore nelle prigioni di Genova; gli storici genovesi scrivono di malattia e non hanno torto, perchè anco un capestro al collo è una infermità e di che tinta! In questo modo finiva la potentissima casata dei baroni da Leca; rimaneva adesso l'altra della Rôcca, sbattuta è vero, tuttavia sempre tale, da mettere in suggezione. I Genovesi, prima di venire in essa a mezza spada, spedirono governatore nell'isola Ambrogio di Negri, personaggio rotto alle più sottili arti di governare i popoli. Costui s'ingegnò staccare i Côrsi dall'affezione dei loro signori eccitando la vanità del popolo, blandendo la superbia dei caporali e principalmente saziando la cupidità di tutti: così seminato il terreno da Ambrogio di Negri, il Banco di san Giorgio mandò la falce tagliente a mietere, e la falce fu Nicolò Doria. I Doria stettero un giorno e credo tuttavia durino emoli degli Spinola; e poichè si era poco prima acquistato Nicolò Spinola bella fama tra i suoi per avere menato sterminio del paese tra Calvi e Soana, Nicolò Doria, dopo avere vinto Renuccio della Rôcca, a fine di precidere i nervi ai baroni, delibera condurre all'ultima rovina il Niolo, sul quale essi per ordinario facevano fondamento. Essendosi pertanto il nuovo governatore introdotto nella terra, assai forte su le armi, chiese per pegno di fedeltà sessanta ostaggi delle principali famiglie promettendo averne buona cura: avutili nelle mani, bandisce tutto il popolo esca dalla isola non badati sesso età. Un popolo intero ebbe ad esulare disperdendosi per le terre d'Italia; e fu sentenza dove uomo durava fatica a distinguere se la empietà superasse la mattìa, perchè i villani stessi ingrassano l'agnello per ammazzarlo a pasqua, e nol cacciano via dal presepio. Peggio accadde a Talavo, se pure peggio può dirsi la morte in paragone della vita, sofferta lontano dalla patria. Il prode uomo manda a sangue tutto il popolo di cotesto paese alla rinfusa, tranne una donna chiamata Lucrezia delle Vie, la quale ebbe ad ammazzarsi da per fuggire vergogna. Grande cosa ella è questa, che il nome di Lucrezia comparisca fatale in Italia; imperciocchè tre Lucrezie ci si ammazzarono per istudio di pudicizia e di carità patria, Lucrezia Mazzanti a Firenze, Lucrezia delle Vie in Corsica e la più antica Lucrezia a Roma. Le prime due, forse le più innocenti, perirono invano; fortunata l'ultima. Di tre, una giovò, e se, come di quelli delle donne, andasse pei sacrifizi degli uomini, avventurosi noi! Quando Renuccio udì coteste nuove, dubitò tutto il mondo gli cascasse addosso: come poteva starsi in Genova tranquillo mentre menavano siffatto scempio dei popoli devoti alla sua casa? La sua quiete non sarebbe stata argomento ch'egli avesse venduto il suo sangue a oncia a oncia? Se lo appellassero Giuda, non gli sarebbe parso che gli dessero il suo avere. Racimola quello che può di genti e di armi, e ricomparisce su i campi. Le arti del Di Negri così partorirono pessimi effetti, chè i Genovesi poterono opporre a Renuccio cavalli côrsi capitanati da un Cacciaguerra côrso. Incontraronsi in campagna, e non appena si videro (chè di ogni odio più bestiale è il fraterno), l'uno si avventò contro l'altro, si annodarono, si sciolsero prima che Cacciaguerra cadesse in terra sbranato. Poichè i Côrsi per mutue ferite si fecero scemi di sangue, Nicolò cauto con molta brigata si presenta a disperdere Renuccio della Rôcca stremo di forze; impresa copiosa di sicurezza, vuota di gloria; ma che importava al Genovese la gloria! Qui fu che apparve intera la virtù di Renuccio; imperciocchè, essendogli morto sotto il cavallo, e trovandosi travolto nella fuga, appena potè districarsi dai suoi, egli tornò addietro solo per tagliare la cinghia della sella, la quale postasi sul capo in mezzo a un turbine di archibugiate nemiche riparò incolume fra i suoi gridando: «Di me Genova non vanti trofeo

La guerra tirava in lungo, e ormai questo Côrso diventava un cattivo affare nelle mani dei mercanti Genovesi: si posero a vedere se ci era verso di finirla a buon mercato, ed anco per questa volta lo trovarono. Renuccio della Rôcca fuggendo da Genova ci aveva lasciato a studio due figliuoletti: Nicolò Doria ordinò glieli mandassero, ed avutili nelle mani, intimò a Renuccio deponesse le armi, altrimenti guai! Questi, ora paventando la sconfinata perfidia del nemico, scingeva la spada; ora, parendogli impossibile che trascorresse a tanto nefanda immanità, ne stringeva l'elsa più forte, e così tra il sì e il no la sua mente tenzonava. Nicolò a rompere le ambagi di lui gl'invia per acconto la testa mozza di un figliuolo con la giunta di quella di un nipote; e siccome Renuccio preso da terrore non si risolveva sollecito come la sua impazienza desiderava, gli ribadisce il chiodo nella testa facendogli assassinare un altro nipote. Allora il barone sbalordito tremando per ogni vena scappa via dalla isola imprecando e supplicando che per l'amore di Cristo non gli ammazzino il figliuolo superstite: però riavutosi dal ribrezzo ritorna cieco di furore a brandire il ferro, niente altro cercando che sbranare od essere sbranato. Per questa volta gli si oppose Andrea Doria, cui non repugnando gli esempii del cugino, mise a ferro e a fuoco terre, case e cristiani: anch'egli intimò a posta sua Renuccio posasse le armi, diversamente gli ammazzerebbe l'altro figliuolo: ma Renuccio, ormai anima e corpo diventato una piaga, non sentiva percosse o non le curava. Dopo varie vicende tutte infelici, ridotto a sostenere la guerra con solo otto compagni, gli tesero insidie e lo lasciarono crivellato di ferite sopra la pubblica strada. Ecco come rimase estinta la schiatta dei baroni nella Corsica, nobile e valorosa gente, fiera, superba, larga del suo, per nulla oppressora, amica del popolo: gli spensero i Genovesi persuasi da diverse cagioni, delle quali principalissime queste: la prima fu, che i mercanti si sentivano umiliati da quel fare signorile dei baroni, che ostentavano disprezzare mentre formava la loro astiosa disperazione: l'altra perchè, tolti di mezzo i baroni, reputarono condurre i Côrsi al termine che fosse loro meglio piaciuto: il popolo, giudicavano essi, non ha sapore di libertà, e col sapore gli manca il valore: viva, lavori e serva: tanto ha da bastare a lui, e per noi ne avanza. I Genovesi però fecero il conto dello scarpatore49, che stiantata la siepe pensa non dovere attendere ad altro che a insaccare i cavoli, mentre di un tratto si trova faccia a faccia col cane, il quale gli brontola alla spartana: «Vieni a pigliarli

- Bene, così doveva essere, - interruppe il signor Giacomo; a cui fra Bernardino di rimando:

- Io dico male; e come regge il cuore a voi, che pure sembrate persona di garbo, di sostenere che fu bene?

- Ho detto così, non mica per lodare le colpe che mi siete venuto raccontando, Dio me ne liberi; bensì perchè esse mi inspirano reverenza pei miei maggiori, i quali, in grazia della bontà e prudenza loro, apparecchiarono a noi altri posteri termini di vivere libero e modi di migliorarlo.

- E che cosa fecero, in grazia, di bello i vostri nonni, signor Inglese?

- Oh! i miei nonni innanzi tratto non chiamarono mai lo straniero per aggiustare i conti loro; qualche volta egli ci entrò pur troppo, ma per forza, ed invece che gl'Inglesi diventassero o Danesi, o Sassoni, o Normani, questi ebbero alla lunga a farsi Inglesi: inoltre quando i diversi ordini ruppero lite fra loro, adoperarono la prudenza di non condurre ora l'uno, ora l'altro, secondo che vinceva o perdeva, alla disperazione; bensì, temperando il talento o l'ira delle ingiurie patite, chi vinse si contentò di costringere il provocatore in parte dove non potesse trasmodare, contento di essersi procurato un arnese capace di valersi della libertà presente e di ampiarla nell'avvenire. Voi altri meridionali costumate come i selvaggi, che per raccattare il frutto, tagliano l'albero. Mirate un po' i Genovesi: non si chiamano contenti finchè non hanno schiattato i baroni; dopo i baroni ecco il popolo, che non sa od abborre le vie di composizione; ed ecco per ultimo il principe, che, piuttosto che reggere con giusto impero, si in balìa di podestà straniera: a questo menarono le stemperatezze così dei popoli come dei principi in Italia.

- Signore Inglese, salvo vostro onore, vi dirò che dallo anteporre che voi fate la vostra gente alla nostra, anzi a quella dell'universo, vi lodo molto; ma che vi serviate della vostra predilezione per crescere la soma dei già troppo carichi, questo va contro alla carità ed al giusto. Alla carità, perchè bisogna compatire i miseri, non avvilirli; contro il giusto, perchè ho letto che i vostri re quando ci si misero fecero di tutto; e Guglielmo il Tegolaio e Giacomo Paglia informino che cosa importi anco tra voi fidarsi a pergamene regie giurate o non giurate, sigillate ovvero senza sigillo; e quando il popolo prese la rivincita non mondò nespole, chè non si tenne prima di avere giustiziato re Carlo: così un capo regio saldò il conto di due capi plebei, e non fu caro. Egli è vero, che il re condannarono i giudici a modo e a verso, e i plebei mandati alle coltella; ma ciò non vale; nelle faccende di Stato, sicarii o giudici, mannaia o pugnali sono tutti una cosa: rimane inteso sempre che, con le solennità o senza, il vinto ha da morire, e il coltello in questi casi parmi più spiccio; sopratutto più sincero. Quanto poi a chiamare lo straniero, voi ce lo chiamaste mercè le nozze di Maria con lo spagnuolo; ce lo chiamaste quando, cacciato l'ultimo Stuardo dal trono, vi commetteste alla fede del suo genero olandese; ce lo chiamaste, quando morta la regina Anna andaste ad accattare un padrone in Germania, quasi ve ne mancassero in casa vostra: ce lo chiamò Giacomo II, e potentissimo e cupido dello altrui, sicchè dalla dominazione straniera vi preservarono la tempesta, o la morte: qualche briciola di virtù, ma di prudenza anche un chicco. Leggiamo le storie anche noi altri, sapete? E leggendo, e meditando, siamo venuti nella sentenza50 di pregare Dio che non ci voglia male, imperciocchè allora il senno degli uomini diventi cenere, ed il ragazzo spacchi la testa al gigante.

Il signor Boswell51 rimase percosso dalle parole del frate, e non ardì per allora rispondere; seguitò un lungo silenzio, durante il quale la destra del signor Giacomo era un via va, un via vieni dalla tabacchiera al naso. Quando non ci trovò più tanto tabacco, che bastasse ad essere preso tra il pollice e l'indice, ne versò ogni residuo nella fossetta che contraendo i nervi si fa tra l'aggiuntatura della mano col braccio, e tirò su su da riporne i granelli in mezzo al cranio; alla fine quasi a dispetto disse:

- Signor frate, io ve lo confesso schietto; da prima quanto si trova nelle mie vene di sangue avvocatesco, e tutti ce ne abbiamo anche troppo, si era risentito, per disputare ogni virgola e ogni punto del vostro discorso, ma poi pensandoci su ho veduto, che nel sottosopra voi avete ragione. Ringraziovi per tanto di avermi annacquato il vino della superbia, e queste reputo tale guadagno, che, quando non me ne venisse altro, io giudicherei non avere gittato dalla finestra tempo danari nel venire in Corsica. Se vi piace tirate innanzi, ch'io sto ad ascoltarvi.

- Levati di mezzo i baroni, il Banco di San Giorgio prese a camminare di un portantedolce, da disgradarne Brigliadoro, ma e' fu il trotto dell'asino. Il sale da quattro soldi, come eravamo convenuti, al bacino, a mano a mano si portò a dieci; ci tolsero le cancellerie civili; subito dopo i giudizii dei potestà; scarsi gli ufficii conferiti ai Côrsi così, che valeva proprio meglio non darne loro punti: per ultimo i dodici caporali aboliti. Veramente i Côrsi non avevano molto a lodarsene, ma lo istituto piaceva, e quando lo istituto accomoda, gli uomini tristi che lo tengono, muoiono, e i buoni possono succedere: e poi in qual momento toccarono questi cofani! giusto allora, che Giocante della Casabianca, comandante della piazza di Genova, emendando con la sua molta fede la poca prudenza della Signoria e del Doria, salvava la città dalla congiura del Fiesco.

E' fu in questo tempo, che i capitani di Arrigo II di Francia, raccoltisi a Castiglione della Pescaia, misero partito se dovesse farsi la impresa di Corsica, e fu vinto di sì, perchè di utilità grande a mantenere viva la guerra che i Francesi combattevano grossissima contro le armi imperiali su quel di Siena ed in altre parti d'Italia. Mandarono innanzi Altobello Gentili sotto colore di visitare i parenti, ma in sostanza a riconoscere quali le difese e gli umori dei terrazzani: tornato, egli riferiva le prime inferme, non avversi i secondi, almeno in parte. Allora i Francesi vennero ed acquistarono il paese non senza valore com'essi costumano, ma con molte lusinghe altresì, e con frode non poca: indi successe una guerra promiscua: zarosa, piena di sterminio, vuota di concetto, imperciocchè i Francesi, intesi unicamente a divagare gl'imperiali d'Italia, non ne avessero alcuno che fosse buono pei Côrsi; questi, a cui pareva essere stati messi allo sbaraglio senza pro, nol tacquero al Termes. In fatti mentr'essi vedevano succedersi a sostenere la guerra per parte di Carlo V tedeschi, italiani e bisogni spagnuoli, di francesi non ne arrivava, e i pochi che ci erano, andavano stracchi ai cimenti; il Termes dava loro erba trastullo, e molto li tratteneva con la speranza del soccorso dei Turchi. Vennevi Andrea Doria, vecchio di presso a novanta anni, generale di tutta la impresa, e assediando San Fiorenzo sminuì la sua gloria, governando le altre faccende crebbe il nome di spietato, imperciocchè nello assedio dimostrasse senile ostinatezza, non già perizia, e nella rimanente amministrazione rabbia di non poter vincere.

Intanto i Francesi accorgendosi come male i Côrsi si pascessero di parole, mandarono a chiarirgli solennemente, che il re per levare loro del dubbio, e i Genovesi di speranza, aveva incorporato l'isola alla Corona di Francia; cosa non consentita mai prima dopo alle altre provincie da lui conquistate; e ciò essere avvenuto mediante partito del suo consiglio reale, vinto con tutti i voti favorevoli; fatto degno di grandissima considerazione, conciossiachè egli d'ora in poi non potesse abbandonarli, se prima non abbandonasse la propria corona. Questo nel 1557. Tuttavolta, non vedendo alla magnificenza delle promesse conseguitare gli effetti, i Côrsi stavano di mala voglia; i timori crebbero dopo il rovescio toccato dai Francesi a san Quintino, epperò i caporali si condussero da Giordano Orsini per venirne in chiaro. Giordano li confortò a non dubitare: quegli avendogli detto volere mandare gente al re per raccomandarglisi, rispose, non cadercene il bisogno, pure mandandola non farebbero altro che bene: senonchè la pace era già stata bella e conchiusa a Castello Cambrese; e l'Orsini la sapeva, ma la dissimulò per vergogna o per paura. Sul quale proposito certo storico genovese scappa fuori con due sentenze, una buona, l'altra cattiva; buona quella con la quale rampogna l'Orsini, il quale, se veramente cristiano e gentiluomo era, non doveva patire che gente in procinto di essere abbandonata da lui, aizzasse con nuove ingiurie l'animo dei signori abbastanza inacerbito, massime che le offese fresche cociono più delle vecchie: cattiva l'altra con la quale sgrida il re Enrico di avere preso le parti dei Côrsi, non dovendo egli scomodare la Francia pei fatti nostri. Nel raccontare queste avventure mi pigliano i sudori freddi, e l'attaccherei, Dio mi perdoni, anche co' santi: ma sopratutto io mi arrovello con Sampiero, il quale, a quei tempi, era, si direbbe, il sopracciò della Corsica. Costui avendo militato nella ultima guerra della repubblica di Firenze contro l'Imperatore, doveva rammentarsi come i poveri Fiorentini restassero conci dai Francesi. Anche allora re Francesco, con mille promissioni e giuramenti, gli assicurò non gli avrebbe mai abbandonati; giunse perfino a dire, che avrebbe preferito perdere i figliuoli in Ispagna che abbandonare i confederati, e questo non tolse; che indi a pochi giorni li tradisse a Cambraio, e così vituperosamente, che Giuda stesso non avria fatto peggio. Anzi quando gli oratori fiorentini andarono a moverne querimonia in corte, udite un po' come li saldassero i ministri regi: - o che presumevate, dissero loro quei cortigiani guardandoli a stracciasacco, che pei vostri begli occhi perdessimo i figliuoli? Mandate la lingua al beccaio se non volete, invece di un nemico, tirarvene addosso due. La pace di Cambraio, e quella del Castello Cambrese, aspettando altre che le facciano il vezzo, tornano agli orecchi della Francia come i pendenti alla sposa. Talvolta però mi arrapino più col popolo che coll'uomo, imperciochè questo sia caduco, e invecchi, e instupidisca, e dimentichi, ma quello si rinnovi sempre, goda di giovinezza perpetua, e, dove voglia, non gli fanno mai fallo la mente o le braccia. Ma tanto è, quando mi metto a considerare come l'uomo spicciolo, e le masse degli uomini dimentichino presto, mi cascano le braccia, e torrei piuttosto a scalpellare un pezzo di granito dell'Algaiola, che imprimere in cotesti capacci un ricordo per loro governo. Oh! quante volte, fatto un falò dei miei libri, mi sarei ridotto in qualche eremo lontano, dove non si sentisse anco il rumore dei ranocchi... ma poi me ne dissuase la speranza52, che dài, picchia, martella, una volta l'abbiano a capire.

- La capiranno, con un grossissimo sbadiglio disse Ferrante Canale, e ci mise dentro un suono di voce, che male si distinse se attendesse approvare o piuttosto interrogare.

- Però, riprese il frate, di raccomandazioni e buone parole, secondo il solito, per la parte dei Francesi non fu penuria, e giovarono quanto l'incenso ai morti. In effetto i Francesi senza ridere chiesero guarentigia di buon governo ai Genovesi, e questi di proteste empirono loro le tasche, ma appena eglino ebbero svoltato il canto, ci acciuffarono peggio di prima, gravandoci di 20 soldi, non più a fuoco, bensì a testa, e con altra imposta troppo più incomportabile, ch'era un tre per cento sul valore delle terre. Sarebbe stato piuttosto agevole cavare a san Bartolomeo una seconda volta la pelle, che a Côrsi quattrini, sia che ne patissero a quei tempi inestimabile inopia, sia che le terre, a cagione di cotesti trambusti, andassero nabissate, ed anco a parte ciò, fossero state stimate quattro cotanti oltre il giusto prezzo. Dopo molti strazii il Banco di San Giorgio se ne accorse, e soppresse il balzello, ma il Senato, udito ciò, fece una lavata di capo a San Giorgio delle buone, e gli disse: che cotesto suo era un pigliare il male per medicina, e che per uscirne a bene co' Côrsi ci abbisognano tre cose: forche, e poi forche, e sempre forche; e Côrsi e forche stavano insieme come la pasqua e l'alleluia. San Giorgio, che se ne sentiva fradicio, rispose, che una volta voleva fare come gli tornava, e un'altra come gli piaceva, e a cui non garbasse gli rincarasse il fitto. Voi lo sapete, le parole sono come le ciliege una tira l'altra, sicchè alle corte il Senato ripigliò il governo della isola, dando licenza a San Giorgio, strano a dirsi, per la prima buona azione commessa durante la sua vita.

A carne di lupo dente di cane: tornò Sampiero in compagnia di undici fidati, e con esso la fortuna côrsa. Sampiero sì che avrebbe meritato la famosa53 tromba del signor Torquato, non quel coso del Buglione, il quale non leva mai un ragnatelo dal buco. Così è, signor Inglese, mentre per fare ammirande le geste di parecchi, che il mondo costuma salutare grandi, bisogna aggiuntarvi un terzo almanco di fantasia, per quelle di Sampiero è mestieri sminuire la verità a fine di non passare di sballone.

Soccorso il valentuomo non ebbe da veruno, chè tale non si potria dire quel po' di munizione speditagli da Cosimo duca di Firenze, gli ottomila scudi con le undici bandiere di Caterina regina di Francia, intorno alle quali occorreva ricamato in oro il motto: Pugna pro Patria!

Singolare aiuto in fede di Dio; tanto più singolare, se si consideri, che Federico re di Prussia mandò al degno erede della grande anima di Sampiero, generale Paoli, una spada con la medesima leggenda: Pugna pro Patria! senz'altro. Le quali parole voltate in buon volgare significano: - il nostro mestiere, che è quello di re, non ci permette aiutare repubbliche; se ti puoi reggere da te reggiti, se no impiccati. - Certo tra Caterina dei Medici e Federico di Brandenburgo ci correva, ma in fondo avevano ragione ambedue; e i principi fino da piccini si ficcano bene nel cervello la dottrina del dispotismo, mentre il popolo fin qui o non la seppe comprendere, o non la potè ritenere in mente. Le milizie genovesi intorno a Sampiero si consumavano a mo' delle farfalle intorno al lume; per la quale cosa i magnifici Signori avendo sperimentato come l'assassinamento costasse meno ed attecchisse meglio, commisero al Marcendino provenzale, e a Paolo Mantovano, di ammazzare quegli Sampiero, questi Achille da Campocasso, ed ambedue lo tentarono, il primo col ferro, col veleno il secondo, ma fallirono il colpo. I magnifici Signori non si sgomentarono per questo, anzi più alacri di prima si aggiunsero complici al delitto tre Ornani, e un Ercole d'Istria: questi chiamarono a parte della congiura frate Ambrogio di Bastelica (che Dio danni in eterno l'anima di quel maledetto frate), il quale, abusando della confessione, persuadea a Vittolo, fidato servitore di Sampiero, che avrebbe il favore della Repubblica, si guadagnerebbe la indulgenza plenaria e la remissione dei peccati, mettendo le mani nel sangue del suo padrone.

Ahi! Sampiero, perchè ti lasciasti cogliere alla ragna? E sì che gli anni della discrezione54 non ti mancavano contandone tu più di settantaquattro; ma tanto è, ognuno ha da filare la lana che gli ha messo tra mano la fortuna. Certa sera recano a Sampiero lettere false a Vico di taluni amici della provincia della Rocca, le quali lo avvisano essere disposti a tumultuare; corresse difilato su i luoghi. Sampiero con giovanile avventatezza, senza ombra di considerazione, tolti seco il figliuolo Alfonso, e Vittolo, con alquanti cavalli, cavalca forte fino a Corticchiati; il giorno dopo passa a Ciglio, dove in cognizione come un uomo della terra facesse la spia al nemico, senz'altra forma di processo ordinò di presente lo impiccassero; quinci si affrettava alla posta datagli, la quale era a Cauro: senonchè tra Eccica e Suarella allo svoltare del poggio si vede accorrere di corsa parecchie centinaia di archibugieri a cavallo capitanati dal comandante Giustiniani e dai tre Ornani. Egli allora si giudicò morto, e rivolto al figliuolo gli disse: - E' vogliono me, tu sàlvati, chè quanto posso li tratterrò; - e siccome il signor Alfonso nicchiava, con gran voce Sampiero riprese: - Va via, se anco tu caschi morto, chi resta a vendicarmi? - Quegli allora voltò la briglia salvandosi a precipizio. Sampiero posto da questo lato l'animo in pace, sprona francamente contra il nemico: il primo ch'ei giungesse fu Michelangelo d'Ornano cui disse: - Traditore, tu sei morto! - E quegli di rimando: - Anzi tu, assassino di femmine! - E si spararono l'uno alla vita dell'altro gli archibugi. Sampiero ne uscì illeso, e Michelangelo soltanto ferito un cotal poco nel collo. Allora Sampiero chiese al Vittolo, gli porgesse un altro archibugio, e quei glielo porse, ma non fece fuoco, perchè Vittolo nel caricarlo aveva messo la palla nella canna prima della polvere. In quella, ch'ei stava maravigliato e sbigottito per la novità del caso, Giovannantonio di Ornano gli menò della spada su la faccia sfregiandolo di sconcia ferita, Sampiero afferrò per la canna lo archibugio, ed adoperandolo a guisa di mazza, con tanta forza ne diede in testa a Giovannantonio, che aperte le braccia come se dicesse: Dominus vobiscum, balenò per cascare da cavallo. Vittolo, che aspettava il destro, visto Sampiero, acciecato dal sangue, armeggiare con le mani, gli sparò a bruciapelo l'archibugio nelle spalle, e l'uccise di botto.

Il commissario, quando gli fu messo dinanzi il capo mozzo di Sampiero, ebbe ad ammattirne per l'allegrezza; buttò moneta dalle finestre, fece le luminarie, commise tutte le artiglierie menassero gazzarra, e quante Ajaccio ha campane sonassero a festa. Dicono55 che certi fanti tedeschi, al soldo della Repubblica, chiedessero le viscere del tradito, e l'ebbero, ed in vendetta dei compagni ammazzati in guerra se le mangiassero: però bisogna avvertire che questo caso raccontano i francesi; sul quale proposito per me giudico, che i tedeschi sono capaci di far quello ed altro, e i francesi di dare ad intendere quello e peggio. Ma quanto sto per raccontarvi tenete per sicuro perchè ce lo attesta uno scrittore genovese: il corpo di Sampiero essendo stato ridotto in pezzi, tanto il Fornari si mostrò vago possederlo intero, chè ne riscattò a contanti ogni brandello dai soldati. Allora Genova diede al mondo spettacolo nuovo d'infamia e non dimenticabile mai, imperocchè Roma, Tiberio e Nerone imperando, vedesse spie e sicarii disputarsi il prezzo del sangue, ma non davanti ai tribunali o al Senato: in Genova poi fu al cospetto dei magistrati che Raffaele Giustiniani litigò co' fratelli Ornani per la taglia messa sul capo di Sampiero: milleottocento scudi toccarono per sentenza agli Ornani, ma Raffaele56 non si acquietò al giudicato, e ricorso in appello, oltre i duecento scudi chiese il decimo sopra i milleottocento57 assegnati ai suoi avversarii. Come andasse codesta infamia a finire io non lo so, questo so bene, che a Genova non se ne vergognavano; in effetto di che cosa avevano a vergognarsi i Genovesi? Considerando essi i delitti negozii mercantili come gli altri, qual maraviglia se nella maniera medesima li trattassero? Però la è cosa piena di amarezza infinita osservare come l'avarizia e la cupidità giungano a spegnere la coscienza non pure dei presenti, ma dei futuri eziandio: non pure dei partecipi al misfatto, bensì degli altri, i quali o per mitezza di discipline, o per religione di ufficio, ed anco per trascorso di tempo dovrieno mostrarsi più giusti. Così Casoni non abborisce dettare queste empie parole, che la strage del Sampiero fu evento molto favorevole alla Repubblica, permesso da Dio per sollievo e per quiete dei Côrsi, e quasi gli paresse poco, a ribadire la empietà, più oltre afferma, che alcuni di prudente e circospetta natura conobbero che Dio con questa morte pareva che manifestamente favorisse la causa della Repubblica. Alfonso, figliuolo di Sampiero, sostenuta un pezzo la contesa piuttosto con virtù che con fortuna, ebbe alla per fine a capitolare: molti patti egli pose alla resa, e molti la Repubblica gliene promise, ma fuori dal concedere a lui e a' suoi compagni di esilio di menare con esso loro un cavallo e parecchi cani per uomo, sembra che gli altri o non osservassero od osservassero poco.

E perchè la guerra tirava alla fine, i Genovesi per illustrarla con tale un fatto che togliesse ai posteri la speranza di potere non che superare, uguagliare la loro virtù, fecero questo. Lionardo da Casanuova, tornato di Francia, dove si era condotto per la quinta volta in cerca di soccorso, casca in podestà dei Genovesi, i quali lo condannano a morte. Antonpadovano, recatosi alla Bastia con una fantesca nel disegno di liberarlo, ottiene facoltà per la fante di visitare Lionardo; la quale cosa facendo la donna quotidianamente, ed anco talora lo stesso giorno più volte, opera in modo che le guardie rallentino la consueta diligenza. Allora Antonpadovano piglia le vesti della fantesca, e penetrato nella carcere, persuade il padre a salvarsi in abito donnesco. Veramente Lionardo tentennò un pezzo, poi lasciò svolgersi dalle parole del figliuolo, che si sforzava capacitarlo com'egli innocente, ed infiammato di carità figliale, non corresse pericolo o poco. Anzi meritava premio, e non glielo negarono i Genovesi, no in fede di Dio non glielo negarono, però che ordinassero: il giovane Antonpadovano ad una finestra della casa paterna di Venaco s'impicchi, la casa, dopo lui morto, si abbruci.

Al fine delle sue parole il frate abbassò la voce, comecchè brontolasse sempre corrucciato: così il fragore del tuono per allontanarsi non cessa atterrire i petti dei mortali. In ultimo il tuono si spense sopra le labbra frementi di lui: allora si nascose la faccia dentro le mani; nessuno vide se pianse, o Dio solo conobbe le sue lagrime segrete, e certo un giorno vorrà retribuirgliene il merito in palese. Di un tratto il frate, dopo alcuna pausa, sorse risoluto in piedi, e favellò:

- Basta; il resto un'altra volta, per oggi io non ne posso più.

E trovata a tastoni la scaletta, che menava sopra la coperta, prese a salirla. Il signor Giacomo, dondolando a furia la scatola fra le dite, esclamava:

- Bene! benissimo! Ma sapete, signor Alando, che cotesto vostro signor frate... come lo chiamate? Oh! ecco... frate Bernardino da Casacconi... che cotesto frate ha tutto l'aria del galantuomo, e giocherei cento sterline ch'io non m'inganno... volete giocarle, signor Alando?

- Io lo so di certo, che padre Bernardino ha camminato sempre nel santo timore di Dio e nel santissimo amore della patria.

Al Boswel, indole temperata se altra fu mai, quantunque sembrasse strano quel positivo dato al timore di Dio accanto a quell'altro superlativo aggiunto allo amore di patria, pure si tacque, uso ad ammirare i nobili affetti anche quando paiono eccedere. E noi altri Italiani sovente non adoperiamo nelle parole misura: di questo particolarmente ce ne porsero esempio i nostri padri, come quelli che si sentivano il sangue a mille doppii più caldo di noi altri assiderati nepoti, e nei miei scritti sono soventi volte venuto rammentando l'avvertimento lasciato da uno di casa Alberti ai suoi figliuoli - che bisogna anteporre alla salute dell'anima la salute della patria.

 

 

 





36 Nell'originale "Boswel". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



37 Nell'originale "Bernandino". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



38 Lo racconta proprio il Boswell che un frate gli disse così.



39 Nell'originale "sione". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



40 Nell'originale "certemente". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



41 Nell'originale "feste". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



42 Nell'originale "l'orrbile". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



43 Nell'originale "chechitella". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



44 Pigliare con la bocca. Manca al Vocabolario, e lo ha il Sassetti.



45 Tra gioie e contanti questo papa, modello della povertà evangelica, lasciò 25 milioni di fiorini d'oro; circa un miliardo e mezzo di lire fiorentine.



46 Nell'originale "concquistare". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



47 Nel linguaggio côrso equivale oltremontano, e mi pare da adottarsi.



48 Nell'originale "buona". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



49 Scarpatore chiamasi il ladro di campagna.



50 Nell'originale "senteuza". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



51 Nell'originale "Bosvell". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



52 Nell'originale "sperenza". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



53 Nell'originale "lamosa". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



54 Nell'originale "discreizone". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



55 Nell'originale "Dicona". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



56 Nell'originale "Raffaelle". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



57 Nell'originale "mileottocento". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



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