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CAPITOLO VII.
Frate Bernardino, uscito all'aperto, scrollò quattro volte e sei la testa, e parve ricrearsi nel refrigerio dell'aria fresca, che gli s'insinuava per la barba e pei capelli: nè ciò bastandogli, fatta delle mani votazza, pigliava l'aria a guisa di acqua, e se la gettava nel viso. Così temperato alquanto l'ardore, s'incamminò tastoni verso la poppa, alla quale appressandosi gli fu domandato:
- Chi è là?
Il frate, riconoscendo la voce, rispose:
- Oh capitano, siete voi?
- Buon giorno, padre Bernardino; già mi figuro, che non avrete chiuso occhio tutta la notte.
- Io no, e nè anco voi sembra che siate andato a riposare.
- Per me la faccenda è diversa; quando navigo non dormo mai, e in terra poco: mi sfogherò a dormire dentro la fossa.
- Ma dove ci troviamo adesso? Qui dintorno buio, parmi essere entrato nel pozzo di san Patrizio; sento fischiarmi il vento sul capo mentre la galera barcolla appena, che novità è questa capitano?
- Voi avete la fantasia accesa, padre Bernardino; diversamente avreste indovinato a un tratto che ci siamo messi a ridosso della Capraia.
- È vero sì, ma perchè non avete continuato il cammino?
- Perchè ho fatto il conto, che a proseguire era più la perdita del guadagno: della bussola non poteva giovarmi avendo dovuto per certa ragione, che non importa palesare, interdire rigorosamente qualunque fuoco a bordo; e il mare, comechè non procelloso affatto, impediva inoltrare senza molta fatica, nè a vela si poteva ire, e co' remi a stento, sicchè ammazzandoci tutta la notte saremmo arrivati a giorno chiaro in prossimità della costa del Macinaggio, dove temo che corseggino parecchie navi francesi. Trovandomi sotto vento alla Capraia ho pensato: piano ma sano: qui passeremo la giornata al sicuro, e stassera, per la bruna, con gente fresca e il mare abbonacciato, in quattro o cinque ore schizzo al Macinaggio.
- Pace e pazienza, e morte con penitenza, rispose il frate: da che non ci si para di meglio sbarcherò a visitare i religiosi che ci abitano, e mi consolerò a vedere i luoghi nobilitati dal valore dell'Achille côrso; non sapreste58 mica dirmi se ci sia rimasto egli stesso a governarla?
- Nè manco per ombra; il comandante Achille Morati dopo la conquista tornò al fianco del generale: credo che ci abbiano mandato il commissario Astolfi.
- E qual è costui?
- Per me non lo conosco; ha fama di essere uomo di stocco, e dicono, che sarebbe capace di farsi mettere in quattro sui cannoni prima di renderla.
- Come! non conoscete il commissario Astolfi e ne diffidate?
- Oibò! mi fido... cioè mi fido come uomo che sa quanto sarebbe grazia di Dio potere non fidarsi di alcuno.
- Badate, padre, al proverbio che dice: Il diavolo è triste perchè è vecchio; o meglio, ricordatevi del precetto: Non misurate se non volete essere misurato.
- Santa fede! quando si ha per le mani la salute della patria bisogna pesare e misurare tutto il giorno, e non basta, perchè la peggior carne a conoscere è quella dell'uomo.
- Voi altri fate professione di carità, ond'io devo credere che voi non parlate a vanvera; parlatemi chiaro; avete qualche motivo per dubitare del commissario Astolfi?
- In ispecie io non ne ho veruno; però voi sapete quello che dicono i vecchi: fidati era un galantuomo, ma non fidati poi era più galantuomo di lui: per ultimo ve l'ho da dire come in confessione?
- Mi sento il cuore peso, e questo mi dà cattivo augurio: mira un po' da levante ora che incomincia a schiarire; non vedi come il cielo paia tinto di ferro, e cotesti nuvoloni, che precipitano per costà non ti sembrano le anime del purgatorio, che strascinando i lenzuoli sepolcrali si affrettino alle antiche sepolture?
- Padre mio, poco più poco meno i giorni si rassomigliano; speranze lunghe, tribulazioni perpetue, e prosperità a spizzico, come il pepe su la minestra. I poeti cantano mirabilia su l'alba che nasce, e in cui non se ne intende mettono la voglia in corpo di ruzzolare da letto avanti giorno: fantasie! Per me ho visto il più delle volte alzarsi in mezzo ad una nebbia di sangue, e rassomigliare lui stesso all'occhio del parente, che abbia pianto tutta la notte il morticino in casa. - Di vero io non capisco in che avrebbe il sole a gioire uscendo a illuminare questa culla della sciagura. - Io vedo il sole che, come tutte le altre cose di questo mondo, per diventare più luminoso e bello, bisogna che staccandosi dalla terra si avvicini al cielo.
- Voi parlate come un dottore, capitano Angiolo: pure vi hanno fra tanti neri dei giorni bianchi, quantunque rari; e il cuore sembra che vi annunzi con qualche segno così gli uni come gli altri.
- Sua eccellenza il generale Paoli mi disse: che l'uomo deliberato di vivere e di morire per la patria non abbisogna altramente di attendere ai presagi; imperciocchè avvenga che può, in questo mondo non si muoia mai alla gloria presso gli uomini, nell'altro al merito presso Dio.
- Egli parlava da cristiano, ed io ti parrà che parli da pagano, pure io dichiaro riuscirci più facile negare, che astenerci dal dare retta ai presentimenti; così vero questo, che il generale, in onta della sua sapienza, io so ch'ei ci crede. Ma orsù il dì comincia a farsi chiaro, e tu che aspetti, figliuolo mio, a inalberare la santa bandiera, e a salutarla con la cannonata?
- Aspettiamo che butti giù la maschera quella torre costà; - e così favellando il capitano Angiolo additava59 al padre Casacconi una torretta quadrata, che costruita su di una pendice sta come a cavaliere su la scala della Capraia, e serve pei segnali. Quivi tutte le notti accendevasi, e tuttavia si accende, una lanterna, la quale manda tanta luce, giusto quanto basta per vedere in quale razza di scogli ti scaraventi il grecale a perdere anima e corpo.
- Per fermo, soggiunse il frate, quando tu sarai assunto al comando supremo del nostro naviglio, veruno negherà che la Corsica possiede un ammiraglio prudente.
E il capitano che intese la botta, sorridendo rispose:
- Io non lo nego; mi trovo carico di ferro e di paura; come dice il nostro proverbio, e lo vedrete: d'altronde metto subito a profitto la vostra lezione sopra la diffidenza...
- Certo... certo la cautela non fu mai troppa...
Intanto ch'egli profferiva queste parole, ecco tirarsi su lungo l'antenna della torre la bandiera; subito dopo, il saluto di un colpo di spingarda. Il vento, il quale, sebbene abbassato pure soffiava sempre con violenza, spiegò in un attimo la bandiera inalberata e ci mostrò dipinta la insegna di Francia; scudo celeste con gigli di oro, tenuto ritto da due angioli in campo bianco.
Me ne rincresce proprio per la reputazione di padre Bernardino, che egregia anco ai dì nostri gode in Corsica; ma come storico mi trovo in obbligo di raccontare, ch'egli proruppe in un sacramento coi fiocchi all'aspetto della odiata bandiera; strinta con man rabbiosa la barba, se ne strappò due ciocche o tre, e quando la passione sfocata gli concesse la favella, non rifiniva mai di esclamare:
- E ora, che novità è questa? O come sta questa cosa? Che l'abbiano assediata, non ci è pericolo; ne avremmo avuto odore a Livorno. Santa fede! il diavolo al sicuro ci ha messo dentro la coda.
Diciamolo in onore del frate: quantunque egli sciorinasse dottrine di diffidenza da disgradarne Macchiavello, in pratica fino a quel momento aveva creduto spesso, e spesso ingannato, non si era ancora corretto, e però non gli passava nè manco per ombra nel cervello il sospetto, che l'Astolfi, corrotto per denari, avesse reso la Capraia ai Francesi, senza nè anco un simulacro di assalto, che valesse a colorire la brutta compra e la più brutta vendita. Però il sospetto, che ultimo si offerse alla mente del frate fidente, speculativo, fu il primo che venne nel pensiero del fiducioso pratico, di cui la faccia diventò bianca come panno lavato: senonchè dopo un brivido leggiero per tutta la persona, ed un aggrinzamento appena visibile dei labbri, disse:
- Padre, andate sotto coperta.
- Vo' restare io; vo' vedere il fatto mio; scendiamo armati e tentiamo ricuperare l'isola per forza.
- Fra Bernardino, qui comando solo. Rammentate che l'ubbidienza è uno dei vostri voti, ed obbedite. Svegliate il pilota, e ditegli che venga tosto da me.
Il frate abbassò il capo, ed eseguì il comandamento; indi a breve comparve il pilota, il quale, desto di soprassalto, si fregava gli occhi come mezzo assonnato.
- Memè, gli susurrò negli orecchi il capitano Angiolo, abbiamo dato nella bocca al lupo. La Capraia è venuta in potestà dei Francesi, ed allungato il braccio additava al pilota la bandiera sopra la torre.
- Oh! proruppe Memè sbarrando gli occhi.
- Va, metti tutta la gente al remo, tira su l'àncora, dammene il segno; attenti al fischio, e giù in un attimo i remi dagli scarmi; - il timone lo reggo io.
- E da quei frati non si potrebbe cavarne partito?
- Il bisogno è grande; parlane a padre Bernardino, digli da parte mia che i primi discepoli di Gesù Cristo furono pescatori, ed ora importa ch'egli se ne rammenti.
Si udì un fischio da prua, a cui rispose un altro da poppa, e in meno che non si dice amen, la ciurma sfrenellando mise i remi in voga, ed arrancò a golfo lanciato: il capitano Angiolo, pratico del luogo, lasciò prima correre la galera diritta per un cento palate: poi spingendo di uno strettone la manovella a destra la fece girare a poggia; la nave cedevole piegò come vela di molino a vento rasentando gli scogli, e sempre scivolando a pelo della costa irta di punte, con destrezza mirabile trapassò di sotto al forte, senza che i cannoni la potessero offendere.
- Anche questa è passata, esclamò frate Bernardino, quando la galera, spuntato capo Fico, mise la prua verso ponente, e fermo sul remo raccoglieva con la mano il sudore che gli sgocciolava dal viso, gittandolo lontano da sè sul ponte.
- Non dir quattro finchè la noce non è nel sacco.
- Per la Immacolata! O che ti pare che non basti la perdita della Capraia? Per soddisfare un presagio malurioso non ti par egli che ce ne sia d'avanzo?
- Che cosa? rispose il frate voltandosi di sbalzo.
- Due legni - due legni francesi a mezzo tiro di cannone.
- Io non ho visto... io non vedo niente.
Ed avevano tutti e due ragione, però che il vento fosse abbassato, ma il mare si mantenesse grosso, e rotolando immani volumi di acqua, ora, come dentro capacissima valle, celavano le navi, ed ora la sospingevano quasi sopra la cresta di un monte; donde l'apparire e lo scomparire di due grossi sciabecchi francesi, legni molto usitati in Francia a quei tempi, dopochè ella ebbe smesso fino dal 1740 le galere e le mezze galere.
- Santa fede! oh! li vedo; li vedo ancora io, prese a urlare di un tratto frate Bernardino, cui si fecero a sua volta palesi i due legni nemici. Ecco là cotesti scomunicati gigli d'oro, ma ciò che mi fa più saetta sono quegli angioli che li sostengono: che cosa ci entrino qui gli angioli io non mi so capacitare, a meno che non fossero di quei briganti che Dio agguantò per il petto, e arrandellò giù dal paradiso. Su da bravo, capitano Angiolo; spiegate la bandiera côrsa e andiamo contro questi cani, salvo il battesimo; presto chè lo indugio piglia vizio; uno dopo l'altro come le ciliegie.
E non a torto il frate parlava parole avventate, chè il capitano Franceschi, bianco come un busto di marmo, pareva non sapesse a qual santo votarsi; di modo che il frate dubitando cotesta inerzia, paura, gli si accostò borbottando: - Ai cani mansueti ogni lupo par feroce.
Gli occhi del capitano balenarono; un lampo solo, e le labbra ricomposte al consueto risolino, rispose:
- Padre Bernardino, a voi piacciono i proverbi, e garbano anche a me; ora meditate su quello che dice: dove la pelle del lione non arriva, bisogna aggiuntarvi quella della volpe.
Senz'altre parole scese sotto coperta, dove venutigli intorno gli ufficiali e i passeggeri, così palesò con succinto sermone il suo concetto:
- Signori, abbiamo sopravvento due sciabecchi francesi, però noi non possiamo fuggire, chè il bastimento oltre a trovarsi stracarico, a cagione del mare grosso i remi non giovano; ma quando fossimo vuoti, e il mare più tranquillo, col vento che tira non potremmo mai salvarci dalla caccia dei Francesi: quanto a menare le mani, noi non dobbiamo combattere.
- O come non dobbiamo combattere? uscì fuori frate Bernardino arrapinandosi; e il capitano Franceschi di rimando:
- State zitto, padre, per lo amore di Dio, ch'io so quello che mi dico; noi non possiamo... noi non dobbiamo ricevere palle a bordo. Innanzi ch'essi ci chiamino alla obbedienza, io faccio conto di andare ad incontrarli. Memè, buttate in mare il caicco; voi, signore Inglese, vorrete usarmi la cortesia di accompagnarmi; mi pare che siate munito di passaporto per Bastia, firmato dal console francese di Livorno.
- Così è, rispose il Boswell, ed anco porto meco lettere commendatizie per parecchi gentiluomini francesi.
- Tanto meglio; voi lascerete parlare a me; solo approverete, quanto starò per dire.
- Bene, non ci è da fare di meglio: tuttavolta chiedo licenza ammonirvi, che se le cose le quali voi siete per esporre, fossero troppo lontane dal vero, io non saprei in coscienza approvarle.
- Confesso che questo intoppo m'imbroglia la matassa: ma andate franco: io procurerò che le cose intorno alle quali attesterete, le sieno vere: quanto al rimanente non ci porgete attenzione; figuratevi, che non sieno fatto vostro.
- E badate, aggiungeva frate Bernardino, che le bugiarderie fra noi altri cattolici si pagano sette anni di purgatorio l'una; onde voi vedete il bel guadagno che fareste a confessarvi cattolico; e non finisce qui, chè per le bugiarderie che vi accadesse profferire adesso, come dirette a fine di bene, voi potreste contare sopra il ribasso almanco di un cinquanta per cento.
E il signor Giacomo sorridendo rispose:
- Un bel ribasso in verità, maggiore di quello che costumano le fabbriche di Birmingham; ma è meglio non mentire.
- Memè, continuava il capitano Angiolo favellando al pilota, il quale aveva fatto gettare il caicco nell'acqua; intanto che noi andiamo a bordo al francese, voi senza parere fatto vostro vi scosterete bel bello uscendo dal tiro del cannone: allora, se vi riesce, mettetevi alla cappa; se fra due ore, o meno, vedrete tornare il caicco con bandiera a prua, aspettateci; se non vedete nulla, approfittatevi del campo preso e salvatevi all'Elba.
Giocante Canale, che senza dir verbo, mentre questi casi avvenivano, aveva tratto fuori le armi ed osservato se la polvere stava bene nello scodellino, udite le parole ultime del capitano, le rimise da parte borbottando:
- Qui i soldati fanno da cappuccini, i cappuccini da soldati: ma tradimento non ci è.
Altobello, che pure lo intese, non sapendo che cosa pensarne, si strinse nelle spalle: quanto al signor Giacomo, che aveva assunto per regola di condotta la impresa dell'Accademia del Cimento provando e riprovando, disse fra sè: - Tiriamo innanzi, chè chi volge il dorso non fugge sempre; - e poi a voce alta riprese: - Eccomi pronto a seguitarvi.
Il capitano, come uomo che si sottragga dalla tentazione, corso alla banda del bastimento e agguantata la corda scivolò giù per essa di tonfo nel caicco: dove assicuratosi bene in piedi si affrettò a porgere aiuto al signor Giacomo, mal destro a pericolarsi su quei rompicolli di scale, massime in mezzo al mareggiare dei marosi: ma il signor Giacomo, sebbene quattro volte e sei gli sprazzi lo infradiciassero fino alla camicia, e sebbene altrettante stesse a un pelo di dare il tuffo nell'acqua, nè con atto nè con detto disonestò la pacata gravità del suo portamento; per lo contrario, seduto appena sul banco, trasse fuori la scatola che, prima di lasciare la galera, aveva avuto cura di riempire, e prese, con la consueta pace, la sua presa di tabacco.
Il capitano Angiolo drizzò il timone del caicco verso lo sciabecco più vicino, e dopo molto menare di remi pervenne alla banda di quello.
I Francesi avevano calato giù a posta loro scala e funi; e così persuadendoli la indole loro certamente servizievole, non furono scarsi di aiuto per tirare su il capitano Angiolo e il signor Giacomo Boswell: i quali, senza mettere tempo fra mezzo, furono intromessi al capitano dello sciabecco, che gli accolse vestito in gala, e appena vistili sciorinò questa diceria:
- Noi vi salutiamo, signori, come amici di S. M. cristianissima, imperciocchè senza aspettare altramente la cannonata, che vi chiamasse alla obbedienza, siete venuti a renderci conto dello essere vostro e della causa che vi conduce per questi mari.
- Eccellenza, rispose il capitano Angiolo, ossequiandolo coll'abbassare la berretta fino alle ginocchia, atto così turpe di brutta servilità, che il signor Giacomo sentì venirsi la nausea al cuore. Lo stesso Francese, cui pure piaceva lo incenso, sentendosi arrivare da una fumata un po' troppo ardita, rispose:
- Questo titolo in Francia spetta agli ammiragli; basterà che ci diate dell'illustrissimo.
- Illustrissimo, dunque, perdonate all'ignoranza, - senza scomporsi continuò il Côrso sempre in accento carezzevole60, - il mio nome vi sarà senza dubbio ignoto, ma per vostra regola io vi chiarisco chiamarmi Francesco Maria Semidei, comandante da parecchio tempo cotesta vecchia carcassa, di cui è armatore un tale Salvatore Padovano côrso, domiciliato a Livorno. Ora importa che sappiate com'egli avendomi fino a questi ultimi tempi spedito in Sicilia, in Provenza e in Barberia, le faccende succedessero di bene in meglio. Tutto a un tratto mi carica di grano, e di non so quali zacchere, e mi dice: - Capitano, piglierete le spedizioni per Corsica. - Va bene, rispondo io; andrò a mettermi in regola col console di Francia. - Che Francia, e che non Francia, prese a urlare il vecchio matto, io vi spedisco al generale Paoli, e voi avete a procurare, girato il Capo Côrso, di surgere all'isola Rossa, donde darete avviso al generale, che vi manderà l'ordine circa a mettere in terra il carico. Allora, udendo con giusta indignazione che si trattava di venire in aiuto di briganti, risposi: - Armatore, mi maraviglio di voi, che essendomivi mostrato fin qui uomo religioso e dabbene, mi spingiate a commettere cose contrarie ai comandamenti di Dio, i quali c'insegnano ad obbedire ai principi, che governano per volere divino, senza darci briga di indagare dond'essi vengano; e se nel caso lo volessimo cercare, avendoci S. M. cristanissima comprato, è chiaro, che non potrebbe avere conseguito titolo migliore di disporre di noi anime e corpi: tuttavolta, mi parve dovere di aggiungere, tuttavolta messo da parte questo, degnandosi un re potentissimo, qual è quello di Francia, aprirci le braccia e accettarci per sudditi e servitori, o dove avete messo il cervello a rendergli morsi per baci? E poi, che prosunzione è questa di stare a tu per tu col Cristianissimo? Oh! non corrono più i tempi nei quali David ammazzava Goliat con una sassata; e avvertite ancora, che ciò non accadde senza miracolo di Dio, essendo Goliat filisteo. Ora se aspettate che Dio operi miracoli in danno del suo prediletto il re di Francia, starete fresco. Per ultimo, ma vi par egli giudizio, che mentre tante armate formidabili vanno di su e di giù pei nostri mari, possa vivere un pezzo questa capretta di Corsica, lasciata lì appesa ad uno scoglio senza che veruno la difenda? Sapete che ci è di nuovo, signor armatore? Voi dovreste ringraziare Gesù a mani giunte, come faccio io, di averci sortito al bene di servire il re Luigi. Di qual popolo più degno del francese potevamo noi desiderare riuscire vassalli? Di qual principe più magnanimo di Luigi XV diventare servitori? Luigi chiamato dai suoi fedelissimi sudditi la delizia del mondo.
- Veramente, interruppe il capitano francese con rara ingenuità, il suo giusto titolo è bene amato.
- Voi avete ragione: perdonate alla ignoranza; Luigi il bene amato. Ora per finire, illustrissimo, dirò che l'armatore finse pigliare le mie considerazioni in buona parte, e rispose: Ci penseremo. Fortuna volle, che un buon religioso mi avvertisse in segreto, l'armatore meditare il tiro di levarmi di punto in bianco il comando del bastimento. Allora dissi fra me: Che faccio? Permetterò io che questo legno, il quale dovrebbe glorificarsi con la bandiera dei gigli d'oro, si veda scorrere i mari sotto la brutta insegna della testa di moro? Può egli un buon cristiano in coscienza sostenere questa infamia, mentre sta in lui impedirla? Non lo può, e non lo deve: questa mezza galera prima di disfarsi abbia la grazia di aiutare quanto può la signoria del suo re in Corsica... ma, illustrissimo, era più onorato pigliare, che agevole compire il partito preso; da un lato mi bisognava fare presto e bene, dall'altro salvarmi dalle spie, che mi codiavano. Andare in consolato di Francia per ottenere la patente era un guastarsi l'uovo in bocca, indugiarsi era perdersi: insomma, io dissi: Che fai? Che pensi? A restare, il danno è certo; a partire, ti possono accadere tre casi, o traversare il mare senza imbattere in cosa molesta, o venire trattenuto da qualche nave francese e lasciato ire, ovvero essere accompagnato fino alla Bastia: certo questo ultimo sarebbe un grossissimo smacco; certo ciò non meriterebbe la tua fede pel re di Francia, nè il tuo trasporto per l'illustrissima nazione francese: ma che importano le apparenze a patto che si salvi l'onore, il quale consiste nello impedire qualunque ostilità contro il benigno sovrano, che vuole deliziare del suo governo la Corsica? Ed essendo venuto in cognizione come questo gentiluomo inglese intendesse passare in Corsica, dove si ripromette essere accolto lietamente, a cagione del merito guadagnatosi or ora dalla Inghilterra presso la Francia, per avere vietato ai suoi sudditi, sotto asprissime pene, di aiutare i ribelli côrsi, lo presi a bordo; molto più che, provvisto di passaporto francese e di commendatizie pei principali del governo, avrebbe in ogni caso ottenuto fede nella testimonianza di tutte quelle cose del mio racconto...
E qui gittò di scancio una occhiata sul Boswell, e vide come questi arrossisse, e imprimesse col dito una furiosa giravolta alla scatola: però da quel solenne pilota ch'egli era, con una stretta maestra di timone scansando lo scoglio aggiunse: - che riguardano la sua persona.
Alla coscienza degli Inglesi basta non dire il falso: quanto al vero è un altro paro di maniche: chiunque non sa, o non può pescarlo dentro le loro parole, suo danno: onesti fino alle porte dell'inferno, non già fino a quelle del paradiso: e pei mercanti è anche troppo; onde il signor Giacomo credè potere affermare senza rimorso: Per quanto mi spetta, io faccio fede del vero. E subito dopo, non aspettando invito, si cavò di tasca il portafoglio, e lo porse al capitano francese, il quale, composti i labbri al sorriso, tuttochè protestasse che non faceva caso, lo prese, lo aperse ed esaminò diligentemente le carte dentro al medesimo racchiuse. Il passaporto egli trovò in perfetta regola, delle lettere una andava al marchese di Graind-maison, un'altra al conte Narbonne Pelet di Fritzlar, eravene una pel conte Gabrielle Riquetti di Mirabeau, quel desso di cui la vita assai si rassomigliò alle processioni, le quali, dopo aver vagato un pezzo per poche strade buone e per moltissime cattive, rientrano sempre colà donde uscirono: conte nacque, e conte morì. Ma la lettera che, sopra tutte le altre, percosse il capitano, fu quella diretta a sua eccellenza Luigi Carlo Renato conte di Marbeuf, gentiluomo di camera del fu re di Polonia, duca di Lorena e di Bar, luogotenente del re nei quattro vescovati dell'alta Bretagna, commendatore, eccetera, tenente generale delle milizie regie in Corsica, eccetera, eccetera: questa, trovandola senza suggello, spiegò e lesse. Le lodi che in essa si facevano al signor Giacomo, comechè peccassero di esagerazione e non poco, bisogna dire però che nella massima parte egli meritava. Eravi ricordata la sua qualità di membro del parlamento inglese: nè vi si taceva il grandissimo conto in cui lo tenevano i medesimi ministri della Corona. Poichè il capitano l'ebbe scorsa fino alla firma, che trovò nientemeno essere quella del segretario del duca di Choiseul, si affrettò a restituirla ripetendo più ossequioso che mai: - Mio signore, vi aveva pur detto che non faceva caso, e mi sono piegato a leggerla proprio per farvi piacere. Capitano Semidei, quanto avete operato in servizio di sua maestà nostro padrone e signore vi manifesta perfetto galantuomo: in Francia si ammira lo zelo e si premia: signor Boswell, sono desolato, che con questo mare sottosopra non potrò farvi l'accoglienza che meritate, ma imperversino mare e vento quanto sanno e vogliono, non sia mai detto, che essendosi incontrate tante brave persone, non abbiano bevuto un tratto alla salute del re.
- Bene; con tutto il cuore, rispose il Boswell stringendo la mano al capitano e scotendogliela alla dirotta. Intanto che aspettavano il vino, il capitano Angiolo, cui premeva avere carte in tavola, uscì con queste parole:
- Illustrissimo, dell'ottima mente che vi degnaste mostrare verso di me, vi rendo grazie quanto posso maggiori: spero e desidero, che come questa fu la prima volta che c'incontriamo, così non sia l'ultima. Ora vi pregherei a mettere il colmo alla vostra cortesia veramente di gentiluomo francese concedendomi due cose: di cui la prima è il presto di una bandiera di sua maestà cristianissima, affinchè la mia galera possa con quella fare il suo onorato ingresso nel porto di Bastia; l'altra un certificato, che renda testimonianza delle mie dichiarazioni e della obbedienza prestatavi prima di qualunque richiamo.
- Ma ci s'intende, ci s'intende: anzi vi chiedo perdono se non vi ho offerto prima la bandiera: capisco benissimo quanto vi angustii entrare senza di lei in un porto francese: però voglio darvi la bandiera, ma ad un patto, ed è che ve la teniate in dono per amor mio, circa alla dichiarazione ci aveva già pensato: e mi corre anzi l'obbligo di munirvene per discarico mio non meno che vostro: solo mi rincresce, che gli sbalzi del bastimento non mi consentiranno dilungarmi quanto vorrei io e meritate voi.
- Illustrissimo, o breve o lungo, voi non potete fare altro che bene - rispose capitano Angiolo abbassando le palpebre per nascondere gli occhi che gli smagliavano come quelli del gatto salvatico; poichè volete ch'io tenga la vostra bandiera, sarà mia cura darvene un'altra.
In questa venne il mozzo coi bicchieri e col vino. Allora il capitano francese con bella cortesia sollevando il bicchiere; invece di propinare pel suo re, fece brindisi per sua maestà Giorgio III re d'Inghilterra, cui il signor Giacomo prontamente replicò bevendo alla salute di sua maestà Luigi XV re di Francia, e il capitano Angiolo, facendo coro ad entrambi con urli da spiritato, gridava: Viva il Re, viva il Re, vivano tutti i Re!
La marineria, comecchè non convitata a bere, pure a cotesto grido sentì commoversi le servili viscere, e dal ponte, dalle coffe, dalla sentina con tuono formidabile di voce rispose viva il Re! Lo sciabecco intero parve avere preso senso di umanità francese, per fare atto di servitù. - A cotesti tempi (bisogna pur dirlo) i Francesi erano ebbri di dispotismo peggio che di vino; e per le storie occorre, come a certa ciurma di vascello in procinto di sprofondare nell'oceano, nulla calse di patria, di famiglia e nè di Dio, bensì coll'urlo di viva il Re, disparve nella morte. Di tal gente nacquero coloro, i quali nel passato secolo vennero a insegnarci libertà, e in questo a ministrarci servitù, aspetto diverso di una medesima tirannide. Qualche menno d'ingegno vorria che queste cose non si avessero a dire: non gli date retta; l'adulazione è delitto di lesa maestà presso i popoli grandi.
Il capitano francese non capiva dentro la pelle, abbracciava il signor Giacomo, stringeva il capitano Angiolo fino a levargli il respiro, e non rifiniva di gridare, come Gargantua quando uscì fuori dall'orecchio sinistro della madre: - Da bere! da bere! - Però rammentandosi della promessa, chiesta licenza scese nel suo camerotto, donde, scorso spazio non lungo di tempo, tornò con la bandiera e col foglio, dove con elogi sgangherati metteva il Franceschi col nome di Semidei innanzi ai massimi difensori della patria antichi e moderni, perchè tradiva la sua. Pervertimento di senso morale, di cui l'anima nostra va contristata con esempii quanto schifosi, altrettanto spessi. Consegnati il foglio e la bandiera, il capitano Angiolo, in grazia del primo, venne a conoscere il nome del capitano francese, per la quale cosa riempito il bicchiere a modo di addio propinò alla salute dell'illustrissimo signor capitano Torpè di Rassagnac, cavaliere di san Luigi, invitando il Boswell ad imitarlo, cosa che questi fece senza esitazione: ma il capitano Torpè si tenne obbligato per cortesia a rispondere al Franceschi e al Boswell separatamente. Alcuni ufficiali del bordo, richiesti di pigliare parte alle libazioni, non ebbero mestieri di scongiuri, onde in breve incominciarono tutti a parlare, nessuno ad ascoltare, mareggiando per proprio conto assai più, che pel barcollamento dello sciabecco. Il capitano Angiolo, colto il destro, chiese in cortesia al capitano Torpè gli desse licenza, imperciocchè, quantunque il vento calasse di minuto in minuto, pure restando il mare gonfio, e dovendo egli bordeggiare per accostarsi alla spiaggia, gli pareva non aver tempo da perdere se disegnava entrare in porto prima di notte e così farsi onore con la sua bandiera. Il capitano Torpè, abbastanza pratico del mare, per conoscere ch'egli aveva ragione, gli dette commiato, non però prima di essersi reiterate fra loro le proteste di stima scambievole, e le promesse di rinnovare l'amicizia in Marsiglia o in Bastia.
Il capitano Angiolo scese nel caicco, considerato il mare e il vento, che lo spingeva al suo cammino in filo di ruota, lasciò il timone in mano del marinaro: egli assettavasi di contro al signor Giacomo, fischiando. Ma il signor Giacomo, uso ad almanaccare sopra gli uomini e i casi che si passavano tra le mani, battuto coll'indice un colpo sul coperchio della scatola, interrogava sè stesso: - Questo côrso è galantuomo? - e dopo lieve intervallo data un'altra percossa alla tabacchiera, domandò: - Questo côrso non è galantuomo? - È galantuomo: e allora o perchè non si è industriato di accostarsi ad uno dei due sciabecchi, e giratogli da poppa col vantaggio dei remi spezzarlo con una scarica diagonale, che gli avrebbe dato in un attimo la vittoria, e poi subito serrarsi alla vita dell'altro? Ma posto eziandio ch'egli dubitasse di potere ridurre felicemente a termine questo partito, a che pro la spontanea obbedienza? O non poteva egli, sforzando le vele e i remi senza avvilirsi con tante invenie rifugiarsi all'Elba o a Livorno? O di che cosa temeva? Con questo rullo di flutti male si possono assestare i tiri, e se il diavolo, ficcandoci la coda, avesse voluto che il Francese lo cogliesse di una palla, non sarebbe poi stato il finimondo, massime adoperandovi i remi. - Non è galantuomo, ma in questo caso come si spiega l'ordine dato al pilota di levarsi bel bello dal tiro, e di riparare all'Elba, se non ci avesse veduto di ritorno fra due ore? Perchè non si è messo addirittura nelle mani del Francese? Perchè non chiese gente dallo sciabecco per marinare la galera? Perchè a questa ora non ci troviamo tutti prigioni? - Per altra parte, chi lo capisce è bravo, se col Francese egli parlò in celia, io ne disgrado il Garrik a fingere meglio di lui. Ho letto nella relazione di Gerardo, visconte di Argentina, fatta a Federico imperatore, ch'egli giudicava i Côrsi tutti curiali: altro che curiali! Se rassomigliano a questo, ognuno di loro può vantarsi di tenere il bacile a quattro avvocati ad un tratto. - E in mezzo a cosiffatte ambagi l'animo suo tentennava sospeso, se non che adesso gli venne fatto di fissare gli occhi in viso al capitano Angiolo, e lo mirò così sereno di onesta baldanza, e direi quasi illuminato dalla interna contentezza, che la bilancia dello esame tracollò giù di piombo a favore del capitano, per la quale cosa, picchiando egli colla mano aperta sul coperchio della tabacchiera, disse a voce bassa: - È galantuomo, e poi a voce alta: - E lo vedremo tra breve.
- E che cosa vedremo noi di corto? gli domandò il capitano Angiolo, con tali un suono ed un gesto, da far comprendere al signor Giacomo, ch'egli non visto avesse assistito in terzo all'arcano ventilare tra lui e la sua coscienza; ond'ei con certa paura rispose:
- Ah! voi lo vedrete, soggiunse il capitano Angiolo con un sospiro; io no, chè il dovere mi chiama in altra parte, e chi sa per quanto tempo e con quali fortune: però voi quando lo vedrete gli direte....
- Che cosa gli dirò?
- Quello, che avrete veduto, aggiunse il capitano come pentito di essersi lasciato troppo ire: nè al signor Giacomo, per quanto vi s'industriasse con varii trovati, riuscì cavargli una parola di bocca.
Arrivarono per ultimo su la galera, la quale aveva fatto quanto poteva per rammezzare loro la strada. Saliti sul ponte, il primo oggetto che si parasse dinanzi gli occhi del capitano Angiolo, fu Giocante, il quale reputandolo, se non traditore, almanco codardo, non intendeva ormai rispettarlo nè obbedirlo: all'opposto a manifestargli disprezzo gli pareva quasi fare opera meritoria; però, in onta al divieto rigorosissimo del capitano di accendere fuoco a bordo, egli fumava a gloria. Il capitano Angiolo gli si accosta mansueto e quasi peritoso, quando poi gli fu presso, agile come il gatto, gli strappa la pipa di bocca, e glie la scaraventa lontana nel mare. Se il sangue saltasse agli occhi di Giocante non importa dire, e concitato mosse a pigliare le armi; senonchè il capitano afferrandolo pel braccio, gli ci ficcò le dita con tanta violenza, che, malgrado i panni, ne portò la impronta livida per giorni parecchi, e con voce tutta soavità gli disse:
- Signor tenente, se movete un passo, io vi mando a tenere compagnia alla vostra pipa. - E siccome l'altro infellonito stava lì lì per pronunziare qualche sproposito, egli pronto gli turò la bocca aggiungendo: - Guardatevi da dire cosa che io come comandante avessi a punire: per ora basti così; giunti a terra mi troverete disposto a darvi la soddisfazione che saprete desiderare.
- E la vorrò di certo.
- Sia come vi piace.
In questa taluni della ciurma o dei passeggeri si erano accostati a loro dubitando di qualche sconcio ma il capitano, lasciato il braccio di Giocante, continuò a dirgli piacevolmente tre o quattro parole quasi sequela di discorso, facendo credere che il tratto della pipa fosse stato uno scherzo. E al punto stesso volto al pilota: - Memè, gli disse, tira su la bandiera di Francia all'albero di mezzana, poi vedremo di salutarla con un colpo di cannone da prua.
Frate Bernardino, contemplando sventolare la bandiera di Francia su la galera côrsa, strinse il pugno, e sollevato il braccio, glielo vibrò contro aprendo la mano come se volesse tirargli una sassata, e con quanto aveva di voce in gola gridò: - La maledizione di Sodoma sopra di te....
E proseguiva, senonchè il capitano Angiolo lo interruppe dicendo: Padre Bernardino, i Francesi non possono sentire le vostre parole, ma possiedono ottimi cannocchiali per vedere i vostri gesti: andate sotto coperta; io ve lo impongo.
Ma siccome dai moti di stizza del buon frate il signor Giacomo conobbe, che il suo voto di obbedienza stava sul punto di ricevere un serio affronto, gli bisbigliò destramente negli orecchi: - Venite che vi racconterò tutto il successo su lo sciabecco francese. Il frate, curioso come tutti i compatrioti suoi, non se lo fece dire due volte, ed i compagni lo seguitarono.
Il signor Giacomo raccolse tutte le sue virtù oratorie per fare un racconto a modo e a verso, capace di tenere ferma l'attenzione dell'uditorio; e su questo aveva abilità da rivendere. Più difficile gli riuscì presentare le cose in maniera, che tornassero in vantaggio della reputazione del capitano Angiolo: tuttavolta, quantunque ci mettesse dentro ottimo volere, ebbe a concludere che quanto alla fedeltà del capitano gli pareva potere dormire, e con esso lui tutti i gentiluomini a cui aveva l'onore di parlare, su due guanciali: forse non tanto si sarebbe confidato nella sua audacia: ma permettersi osservare che nel caso presente l'avventatezza poteva per avventura perderli, mentre la prudenza e la sagacia gli aveva salvati....
- Ma noi abbiamo bisogno di audacia, gridò il frate, e sempre audacia; davanti a questa i Francesi cagliano, l'umiltà altrui ne cresce la superbia.
- Eh! sarà come dite, mio signor frate; ma dacchè sembra, che anche per tutt'oggi noi dobbiamo restarci sul mare, non vi parrebbe opportuno di finire il racconto delle fortune côrse? Assicuratevi, ch'io ne ricavo diletto pari alla istruzione.
E fu colpo maestro del signor Giacomo, e quasi un grattare la pancia alla cicala: imperciocchè il frate, premuroso di provare come i Côrsi, nelle frequenti loro ribellioni e vendette, avessero fatto opere da meritarsi il paradiso, rispose: - Sicuramente che io ve la vo' finire la mia storia; e vera, sapete, non come l'hanno raccontata tanti bricconi di Genovesi, che il diavolo confonda: però mi bisognerà toccare i sommi capi, e su i casi minori scorrere di volo, chè altrimenti la sarebbe faccenda lunga. Voi lo sapete, gl'invasori rassomigliano un po' noi altri frati: quando chiudiamo la sepoltura diciamo: chi sta dentro se n'è andato in pace: però noi caliamo nella tomba i morti, mentre gl'invasori presumono metterci i vivi. Così i Genovesi a noi. Levateci le penne maestre, invece di blandire l'angoscia della indipendenza perduta, essi presero a bucare gli statuti pattuiti peggio dei vagli; con la forza talora tappavano i pertugi, ma ogni dì si tornava da capo; la fame fu reputata arte di regno, e così la ignoranza, e così lo sperpero delle famiglie. Voi vi avete a figurare che a tale intento moltiplicarono fino a sessantasette i conventi dei frati, mentre di monache ne concessero a pena uno...
- Io non comprendo, disse l'Inglese, a cui il frate si affrettò rispondere:
- La è chiara come l'acqua, perchè le61 donne stando a casa si maritano e stremano le famiglie per via delle doti, e gli uomini, rendendosi frati, in virtù del voto di castità non danno opera allo incremento della popolazione.
- Il signor Giacomo guardò il frate sottecchi, per conoscere se e' burlasse o dicesse da vero, ma visto che il frate non aveva muscolo che non fosse di buona fede, data una giravolta alla62 scatola riprese:
- Ogni giorno una ferita: ora esclusero i Côrsi dalle dignità ecclesiastiche tutte, perfino dai benefizii semplici, ora dagli officii civili di luogotenenti, cancellieri, capitani di presidio, sindacatori, castellani, notari, massari, munizioniere, esattore; e via via rinfrescandosi i divieti negarono loro gli ufficii di giusdicente, capitano, alfiere, sergente, caporale, ed anco di soldato nei presidii. Rispetto a ladri io ben vi voglio dire altro che questo: certo patrizio genovese, parente di un governatore, reduce della Corsica, gli domandò: le montagne ce le hai lasciate? Ed un altro, quando sentiva sonare a morto, innanzi di recitare il de profundis, domandava: tenne ufficio in Corsica il defunto? - se gli rispondevano: lo tenne; egli ripigliava: allora è fiato buttato; dallo inferno nessuno lo può cavare. Signor Inglese, ponete mente, non siamo noi Côrsi che giudichiamo, bensì sono questi giudizii di Genovesi su Genovesi.
- Bene, bene, ma gli raccontate voi altri, mormorò il Boswell fra i denti.
- Però non vi date mica ad intendere che le apparenze offendessero la onestà, anzi il decoro: la tirannia appena nata si agguantò alle gonnelle della ipocrisia, come i putti costumano a quelle della balia per non cascare. Tutti gli oppressori, o vuoi domestici o vuoi forestieri, hanno imparato da Caco a tirarsi dietro i peccati mortali per la coda, affinchè la gente vedendo le orme impresse in terra alla rovescia, li creda usciti, mentre all'opposto sono entrati in casa al tiranno; ma le sono arti che non salvarono nessuno dalle mazzate di Ercole. Di vero non si poterono lungo tempo nascondere le discordie da loro aizzate, gli omicidi promossi come la più grossa delle entrate. Un degno ecclesiastico, il padre Cancellotti della compagnia di Gesù, computa che, durante 30 anni di dominio genovese, la Corsica annoverò 28,000 morti di omicidio, e non furono tutti; e questo perchè? Perchè giudicando il Governatore ad arbitrio o come dicevano ex informata conscientia, vendeva le condanne, poi le grazie o salvocondotti di venire liberamente in paese, detti di tutto accesso, donde le ire riardevano, e quindi morti, ed incendii, e assassinii, desiderata messe di guadagno pei magistrati egregi. Genova faceva pagare un occhio per la patente del porto di arme, e ne vendeva settemila all'anno. Supplicata, vieta le armi, e per ricatto del provento delle patenti, impone due lire per fuoco, ma poi continua a dare le licenze per danaro, ed ella stessa vende ai Côrsi di contrabando le armi, sicchè quando nel 1739 il Magliaboia le levò, furono trovati ai Côrsi mille schioppi proprio con la croce della serenissima Repubblica di Genova. Ma sentitene un'altra: dopo averci immesso alla sordina gli schioppi, ella fustibus et gladiis mena a frugarli, e se li trova, guai! chè fra carcere e multe tu sei rovinato. L'assassinio, come per lo innanzi, tenuto in pregio di arte di regno: Giafferi, Venturini e Natali seppero a proprie spese, come lo stile della cancelleria genovese stesse a petto dello stile della romana curia, provato già da quel povero padre di fra Paolo Sarpi. Ho sentito dire, che procedessero i nostri oppressori libidinosamente, non meno che avaramente e crudelmente, e ci credo, perchè tutte queste qualità si tengono compagnia; ma come a religioso a me non addice allargarmi su questi tasti, ed anche dubito, che presto passasse loro la voglia di toccare i ferri sul banco del magnano: imperciocchè essendosi certa volta vantati di fare strazio delle donne della Isola-rossa, le quali di concerto coi mariti la difendevano, ributtati che gli ebbero dalle mura, esse sortirono arrabbiate, e presine 400 li nudarono, e li percossero con mazzi di ortica tanto, da parerne tanti ecce homo. Dopo l'assassinio non parrà strano nè forte, se l'incendio e la desolazione si reputassero dai Serenissimi pratiche di governo.
Così la storia nostra registra 120 villaggi arsi di un tratto, provincie intere disertate, popoli spenti: e' pare che per ultimo si trovassero contenti di essere salutati re del deserto. - Nè in casa nè fuori i Genovesi seppero reggere da cristiani mai; ma quando alla incapacità si aggiunse l'odio pauroso, o l'avara gelosia, allora, a giudizio dei loro medesimi concittadini, vinsero quanto ricordano d'immane le storie antiche e le moderne. Essendosi ribellata Savona ventilarono in senato se la si dovesse smantellare delle fortezze, e parve di sì; ma la spesa atterriva; allora sorse in piedi un senatore di casa Doria, il quale così favellò: - Se pur volete ruinare le mura di Savona, senza spenderci un quattrino d'intorno, io ve ne propongo il modo: mandateci due governatori simili all'ultimo, ed è lavoro fatto. Così durò il popolo côrso una lunga agonia, e sarebbe morto, se fosse possibile a un popolo morire: alla fine proruppe; molti fuori, e parecchi in casa, come l'andasse per lo appunto o non sanno o mal sanno: io vi dirò proprio il modo in che fu fatta, perchè mi ci trovai. Piloti pratichi delle tempeste civili a più di un segno avrebbero presagito imminente il turbine; con parole ardenti alla scoperta si andava tastando ora questo, ora quello spediente che pungolasse il popolo con maggiore efficacia; s'incominciò dal sale, che prima pattuimmo ci fosse venduto 4 lire il moggio, e poi lo aumentarono oltre al giusto, ma non partorì l'effetto; aggiunsero voler soppressa la tassa pel rimborso del presto stanziato alla Corsica nel 1680 in occasione della fame: buono anche questo, ma il popolo non si mosse. Meglio operò quest'altro: nel presidio di Finale un soldato côrso per certe maccatelle fu messo alla panca: i terrazzani allo strazio aggiunsero lo scherno menandogli dietro la baiata; della quale cosa egli infellonito mise mano all'arme, e sovvenuto da parecchi soldati suoi compatrioti, molti uccise, troppi più ferì; furono tutti impiccati: pensate voi se i parenti dei morti, saputa la nuova, bollissero; e la gente a soffiare in quel fuoco non mancava; ed io con i miei religiosi ci spargemmo per le pievi come seme di libertà componendo in pace vecchie discordie, ed avventando le ire côrse contro la abborrita tirannide. Ora sul finire del 1729 il luogotenente del governatore Pinelli si condusse a Corte, dove volendo starsi a bell'agio senza un pensiero al mondo, si tolse per segretario un prete cortinese chiamato Matteo Pieraggi, il quale gli faceva ancora da cappellano: e fin qui non ci era male: il male fu che non gli volendo dare un becco di quattrino per salario, lo facultò a imporre un balzello di 8 danari a fuoco per farsi l'assegnamento; donde gli venne il nome di prete baiocca, perchè appunto 8 danari formano una baiocca, e se non è morto a questi giorni, tuttavia gli rimane. Intanto essendo sopraggiunto il tempo di pagare la tassa dei seini, certo paesano, chiamato Cardone, andò a Bozio per pagare a modo e a verso i suoi due seini: dopo aver pagato i seini gli chiesero la baiocca, ed egli rifiutò darla: allora l'esattore gli rese i seini, rimandandolo con una carta d'ingiurie. Cardone che zoppo era, ranchettando per la via, contò la cosa a quanti paesani incontrava, i quali tentennando il capo avevano esclamato: - La vuol ir male; - e recatisi gli arnesi in spalla, chè il giorno voltava a sera, lo accompagnarono facendogli dietro codazzo fino alla piazza della terra. Giusta in quel punto ci capitava io, però mi posero in mezzo raccontandomi il successo, e domandarono consiglio.
Io risposi alla ricisa che non dovevano pagare la baiocca nè i seini; quella perchè imposta nuova, e le imposte per antico convegno non si potevano alterare; ad ogni modo non poterlo il luogotenente: questi perchè compenso del provento pel porto di arme, che avevano promesso proibire, ed all'opposto avevano continuato, cavandone maggior profitto di prima. E come dissi fecero, nè solo in Bozio, bensì a Tavagna e altrove. Il governatore Pinelli manda una squadra di sbirri e un esattore a Tavagna per mettere capo a partito ai malcontenti. I Tavagnini, non estimando gli sbirri gente da potersi combattere con onore, gli accolgono senza contrasto, gli albergano e convitano; nella notte gli legano, alla dimane gli rimandano disarmati con un carpiccio di busse delle buone! l'esattore non ebbe a deplorare altro danno che vedersi trasformato durante la notte il suo cavallo in asino. Cotesto fu stoppino buttato sul pagliaio; indi a breve lo incendio si dilatò per modo, da non temere più trombe: talune brigate corsero fino a Capocorso dove nessuno le aspettava e s'impadronirono alla sprovvista delle armi nelle torri: altre scesero nella Balagna, con la vista di sorprendere le armi e le provvisioni dell'Algaiola, senonchè il luogotenente avutone odore, valendosi dello aiuto dei paesani, potè metterle al sicuro in Calvi. I Côrsi tanto si arrovellarono contro i loro compatriotti per questo fatto, che di cima in fondo nabissarono l'Algaiola. Gli Algaiolesi certo avevano pessimamente operato, meritavano quello e peggio, ma non istava ai Genovesi punirli se la obbedienza a loro avessero anteposto alla carità della patria; in effetto non li punirono; all'opposto gli rimunerarono, e udite come (però devo avvertirvi prima, che io non burlo; e da questo apprenderete larghezza genovese che sia): con pubblico decreto il senato genovese compartì agli Algaiolesi il privilegio di andare accattando per la città di Genova.
- Dunque, osservò Altobello, una baiocca fu l'origine di questa guerra, che dura a un bel circa quarant'anni?
- Non è così, rispose il frate, non può il primo granello nè l'ultimo vantarsi di dare il tratto alla bilancia; ci hanno del pari merito tutti; quello, che la fa traboccare, somministra nome, non cause al tracollo.
- E se, con voce solenne aggiunse il Boswell, i popoli oppressi si movono per cagione vile, non s'incolpino essi, bensì coloro che gl'imbestiarono. - La più parte dei tumulti popolari nascono dalla fame, e sta bene; il tiranno, rapito al popolo il pensiero dell'uomo, bisogna pure che gli lasci l'istinto della bestia: moltiplice, non contentabile mai, divino il pensiero; unico l'istinto: però quanto procurano i tiranni sopprimere quello, altrettanto mettono studio a soddisfare questo; e tuttavolta neppure a questo possono provvedere le arti schiave, imperciocchè le industrie, o vogli agricole o vogli commerciali, desiderano ingegno educato, e la educazione non esce fuori se la mano della libertà non la semina, e la libertà non semina mai un seme solo, nè forse lo può; donde avviene, che da qualunque parte tu pigli le mosse, uscirai perpetuamente alla conseguenza che se qualche uomo è fatto per la tirannide, gli uomini non sono fatti per la servitù.
- O caro, sclamò frate Bernardino levando le mani al cielo, voi parlate come un quinto evangelista; e voialtri, figliuoli, sappiate che se metterete questi precetti alla coda di quelli del decalogo, voi non farete altro che bene.
Ma andiamo innanzi: tanta accendeva a quei giorni la smania di possedere armi i petti dei Côrsi onde adoperarle in pro' della patria, che parecchi di loro venderono i bovi per comprare uno schioppo. Circa 300 armati trassero alla Bastia, e presa di un tratto Terravecchia, fanno le viste di assaltare Terranuova. La storia non rammenta tutti i nomi di quelli, che su le prime mosse capitanarono il popolo, e dei pochi che ricorda dice appena il nome e la fine; miserabile fra tutti quella di Fabio da Loreto o Fillingheri, il quale, caduto in podestà dei Genovesi, ebbe mozzo il capo, poi fu squartato; Angiolo Taddei, richiesto di parlamento dal comandante genovese di Monserrato, con quattro compagni a tradimento rimane ammazzato; di Emmanuele Ciatra non so darvi ragguaglio, ma già la è cosa vecchia, chi inforna la rivoluzione non la mangia; e il popolano non si appaga di rumore di fama; tanto le lodi sono foglie, qual prima qual poi, cascano tutte; ma quando il verno ha spogliato l'albero, rimangono il fusto e i rami per riprodurle da capo, il popolo dura erede di ogni gloria dei suoi padri e dei suoi figliuoli, se la intende con Dio, e da lui spera misericordia e conforto nel giorno che quieterà nel suo seno come il Golo, dopo il rotto cammino, riposa nelle acque del Mediterraneo. Poco chiedevano i Côrsi, e da quello che domandavano voi piglierete argomento della giustizia della domanda: essi volevano il sale si pagasse un seino a bacino; si concedesse facoltà a tutti di portare arme, poichè nonostante la tassa dei 2 seini, a tutti non si negava, e la parzialità noceva più dell'uso universale, la tassa a soldi 20 per fuoco, com'era in antico, si restituisse; gli ufficii almanco in parte ai Côrsi si conferissero; i fuorusciti si richiamassero; il carico della vitella si sopprimesse.
- E che è di grazia questo carico della vitella? - interrogò il Boswell.
- Abbiate pazienza voi altri, ch'egli è forestiere e non ha obbligo di sapere le cose nostre come noi; in due parole mi sbrigo. In capo ad ogni due anni la repubblica scambiava il governatore in Corsica, il quale ci si trasferiva con la famiglia; ora le zitelle delle nostre comuni presero il costume d'ingrassare una vitella e donarla alla nuova governatrice per tenersela bene edificata: certa volta essendo accaduto che ci venisse un governatore scapolo, le zitelle giudicarono potersi astenere da presentare la vitella, tanto più che ella era pretta elargizione: ma il governatore che, se non aveva condotto la moglie, ci aveva portato l'avarizia, mutò con violenza il dono della vitella in balzello di pecunia, costringendo tutte le comuni a pagare ad ogni nuovo governatore 17 lire di buona moneta; e poichè questo iniquissimo aggravio non vergognarono i Genovesi di mantenere, i Côrsi, per ricordarne sempre la origine, continuarono a chiamare il peso della vitella. - In questo sollevamento non fu penuria per parte del governatore Pinelli delle solite tagliole ricoperte con le frasche delle scuse, delle promesse e delle ciurmerie, nè difettarono i benestanti, cui i garbugli danno la febbre, d'interporsi sminuzzando i bocconi al lupo ammalato; e molto meno la castroneria nel popolo di rimettersi a patti col padrone impaurito: certo, povero popolo! i suoi svarioni pagò, secondo il solito, in moneta di sangue; ma non importa; mentre i tiranni si rallegrano nella fede di avergli tagliato il capo, si accorgono che non gli hanno scorciato altro che le ugna, le quali col tempo crescono due cotanti più rasoi di prima.
Però non vi era tempo da perdere, e bisognava dare base a questa faccenda, chè il tumulto va a catafascio come Dio vuole, ma per la guerra ordinata63 è un altro paio di maniche. Nel decembre del 1730 giusto l'antivigilia di pasqua di Ceppo, i Côrsi convenuti nella pianura di san Pancrazio si accordarono facilmente sopra i partiti da praticarsi; solo non sapevano dove darsi di capo per la scelta di un generale, quando di un tratto vedono passare, montato sur un mulo, il signor Andrea Ciccaldi, uomo nobile e facoltoso di Vescovato: lo fermano e lo eleggono capitano: egli bada a ringraziare, e dichiarandosi indegno dell'onore lo rifiuta: gli rispondono, accetti, altrimenti come a nemico torranno la vita e ne diserteranno i poteri. Se però il signore Andrea prese a contragenio il comando, non lo esercitò con minor fede o prodezza; e quando in appresso io gli rinfacciai cotesto suo schermirsi, egli mi rispose sorridendo: - Che volete, padre Bernardino? anche Gesù Cristo parve aver caro gli fosse rimosso il calice della passione dai labbri; in effetto codesto comando fu, per quel signore, calice di passione, e quanto amaro! Oltre le fatiche, le cure e i pericoli manifesti, appene potè sfuggire le insidie, massime quando Camillo Doria (i generali genovesi trattavano meglio il veleno della spada) tentò farlo avvelenare da Petruccio di Orezza; e i beni si vide arsi, le case disfatte; parecchi dei suoi morti, ed egli finalmente ebbe a esulare in Ispagna; dove, a vero dire, si trovò accolto a braccia aperte e promosso a colonnello di fanteria, ma ad ogni modo quel dovere vivere fuori di casa è una gran pena al cuore; adesso che i suoi occhi avrebbero potuto deliziarsi nello aspetto della patria risorta, glieli ha chiusi la morte. Dio esalti la sua anima secondo i meriti. - Il signore Andrea, col consenso dell'assemblea, si aggiunse nel comando Luigi Giafferi di qua dai monti, e di là Luca d'Ornano e Domenico Raffaelli preti: il pievano Aitelli, uomo capace di governare un regno, fu eletto a segretario, anzi si deve a lui la scelta dei compagni che fece il signore Andrea, la quale non poteva cascare in persone più acconcie al fine di raccogliere in mazzo tutti gli umori della isola, imperciocchè egli rappresentasse l'ordine dei nobili, il Giafferi i popolani, Luca la memoria di Sampiero primo vendicatore della libertà côrsa, il prete Raffaelli, gli ecclesiastici svisceratissimi dell'indipendenza della patria. Questo, a mio parere, fu ottimo partito e da seguitarsi da quanti s'affaticano nelle civili rivolture, imperocchè importi nei casi di momento impegnare tutti i cittadini a sostenerli coll'arco del dosso, e la esclusione partorisce superbia da una parte ed odio dall'altra; dove poi occorrono umori dei quali tu a verun patto ti possa servire, allora dà un'occhiata alla punta della tua spada, un'altra al cielo, e dopo decidi quello che tu ne abbia a fare. - I generali, assembrata la consulta in Corte, questa, non contrastando alcuno, bandì la libertà côrsa e la decadenza della Repubblica genovese dalla sovranità della isola: poco dopo diciotto teologhi convenuti nel monastero di Orezza, disputata sottilmente la materia, dichiararono giusta la guerra contro Genova, come quella che se mai aveva avuto diritto a reggere l'isola, la trascinava tiranna: questa sentenza confermò più tardi con nobilissimo scritto monsignor Natali, vescovo di Tivoli, nato in Oletta, il quale, da quel valentuomo ch'egli era, prese a chiarire tirannia che fosse, e potersi, anzi doversi, combattere il tiranno. I Genovesi commisero a certo azzeccagarbugli di rispondergli, ed egli lo fece con uno scritto sciatto, intitolato Anticurzio; ma non lo trovando concludente, incombenzarono un sicario a confutarlo meglio; questi vi adoperò uno stilletto a tre tagli, e ne ferì nel ventre monsignor Natali, che si condusse a fine di vita, la quale però gli fu salva per l'intercessione della Immacolata, e mercè le cure del suo compatriota Saliceti, archiatro di sua santità Pio VI.
E poichè nella ingenerosa mercatanzia si apprende a truffare forse, ma si disimpara a reggere e a vincere i popoli, i Genovesi, sfidati di venire a capo della ribellione côrsa, si volsero per aiuto allo imperatore Carlo VI: qual coltello tal guaina: il tedesco di Austria, povero e avaro, in bottega o nella reggia, traffica sempre; sennonchè nella reggia, vende sangue; di fatti Carlo VI si chiamò pronto ad accomodare la Repubblica di dieci e più mila Tedeschi se le garbasse, a patto, che vivi gli mantenesse e morti glieli pagasse; la Repubblica spilorcia rispose per ora gliene basterebbero 3000, e tanti ebbe dal conte Daun, governatore di Milano, condotti dal barone di Schemettau, ma poi parvero pochi, e ne chiesero altri duemila. A prima giunta questo gentame ci fece del male assai, ed io lo so, perchè sortito, quando ce l'aspettavamo meno, da Bastia, ruppe i nostri, ed io ci cascai prigioniero: taccio gli strazi che patii; qui fu che esposto alla berlina non dubitai confermare sotto il patibolo, in profitto della libertà, la testimonianza che aveva palesata in Orezza; però dissi con gran voce queste parole: «La guerra che fanno i Côrsi è giustissima; io fui primo a chiarirla tale nella consulta di Orezza: e per dimostrarvi come per la patria e per la libertà io voglia patire tutto, ripeto qui la medesima cosa, intendo dire, ch'è giustissima la guerra impresa dai Côrsi contro Genova.» Ma come fossi quinci remosso a vergogna, trasferito a Genova, condannato a morte e salvato, non importa raccontare; bensì giova che voi sappiate, come i Tedeschi movessero contro la torre di san Pellegrino, e l'ebbero per tradimento; ma i nostri ce li chiusero dentro, per modo che non potendo cavare il vivere tranne dalla parte di mare, e questo indiavolato non permettendo gli approdi, furono costretti di venire a mercede. Il generale Giafferi aborrì di mettere a morte i supplichevoli, concedendo loro abilità di tornare a Bastia, e tregua di due mesi: sperò il generale che i modi onesti fruttassero qualche via di accordo ragionevole, e s'ingannò, perchè spirata la tregua i Genovesi bandirono la taglia di cento lire per testa di Côrso, e gli usseri, ubbriacati dalla cupidità del premio, ne portarono parecchie in Ajaccio e l'esposero, com'essi dissero, in esemplare corona su i merli della città. Avrebbero potuto in vendetta i Côrsi vendere i prigioni genovesi ad Aronne giudeo, che ne profferiva 80 mila piastre, ma non lo vollero fare, chè carne battezzata, quando è nemica, si ammazza, non si vende; e indi a breve una grossa mano di Tedeschi, condotta dal colonnello Vius e da Camillo Doria, uscita da Calvi, assalta Calenzano: erano 500, e prima di sera l'imperatore potè spedirne la fattura alla Repubblica in 50 mila fiorini, perchè erano tutti morti, e a 100 fiorini per testa sommano a tanto. Noi gli seppellimmo in luogo a parte, ed ogni anno celebriamo una messa per l'anima loro, ed aspergiamo le fosse con l'acqua santa: ah! signore Inglese, voi non siete prete e non potete sentire la dolcezza tutta divina di pregare pace pei nemici sepolti nella nostra terra.... e con le nostre mani.
Il signor Giacomo, cui parvero coteste parole feroci, si voltò verso il frate con la intenzione di fargliene rimprovero, senonchè lo vide così compunto di compiacenza, e sto per dire quasi trasfigurato dall'estasi, che dando un grossissimo colpo alla tabacchiera pensò: - Si danno certi sentimenti, che su due piedi non si può giudicare se meritino salire in alto per fermarsi su la forca o per continuare fino al paradiso: ci mediteremo a comodo.
- Nè questi furono i soli; nell'ottobre verso san Pellegrino accadde il memorabile fatto di arme, nel quale più di mille Tedeschi rimasero morti sul campo; ormai gli animi inviperiti ruggivano, i quartieri da una parte e dall'altra non si davano e nè si chiedevano. Parve bene mutare registro; allora vennero il principe Luigi di Wurtemberg, il barone di Schemettau e il principe di Culbah accompagnato da quattromila uomini; i sopraggiunti ne toccarono e ne fecero toccare; Schemettau assaltò il Nebbio, e prese Lento e Tenda, ma alla Chiesa Nera ne rilevò una battosta delle buone; il principe di Wurtemberg non potè penetrare, come divisava, in Balagna; allora pubblicò l'editto col quale si bandiva perdono universale, promessa di udire le istanze ed appagarle se ragionevoli; l'imperatore garantirebbe ogni cosa. Dei Côrsi alcuno accettò volentieri, parendogli duro avere a cozzare coll'Impero, tal altro mal volentieri, chè avendo gustato di già le promesse genovesi se ne sentiva ancora alleghiti i denti; ai generali, considerando che se rimasti uniti era malagevole resistere, impossibile riusciva allora che gli animi andavano divisi, parve bene accordare; ebbero dai Tedeschi carezze infinite; il principe di Wurtemberg li convitò a pranzo, bevve alla salute; partito egli, Wactendock, che aveva ruggine co' generali per le sconfitte sofferte, d'accordo col commissario genovese Rivarola, gli arresta, e li manda a Bastia: quinci imbarcati spedisconsi a Genova, che senza un rispetto al mondo li caccia, contro la fede dei trattati, in prigione a Savona. Da prima si bociava volessero strozzarli, poi si disse la Repubblica starebbe contenta a tenerli prigioni: di cotanta infamia si commossero i Côrsi, e, a lode del vero, non pure uomini principalissimi, bensì popoli interi di Europa; il canonico Orticoni, personaggio di bello aspetto e ben parlante, corse fino a Vienna a far valere la ragione dei traditi presso la corte: vi s'interpose lo stesso principe di Wurtemberg, che, nonostante tedesco, pare che fosse galantuomo; vi adoperò di ogni maniera ufficii il barone di Neuhoff, allora oratore di Carlo VI a Firenze, ma sopra tutti valse il principe Eugenio di Savoia, nell'anima del quale l'onore della giustizia superò quello della gloria. I Genovesi, volendo sgararla, mandarono alla volta loro a Vienna un marchese Girolamo Pallavicino con buone genovine e con cattive ragioni. L'imperatore s'intascò prima le genovine, poi disse, che lo esposto dall'oratore genovese era bugiardo, e tillato dal cervello di dieci curiali; sicchè mettessero i prigionieri in libertà e presto: allora i Genovesi non potendo calmare la paura, vollero compiacere alla vanità, ed introdotti i generali Ciaccaldi e Giafferi, il pievano Simone Aitelli e il prete Simone Raffaelli nella sala del gran consiglio alla presenza di una moltitudine di gente, ebbero a protestarsi pentiti dell'operato e ringraziare la Repubblica della restituita libertà.
Questi furono i benefizii degli Austriaci alla Corsica: Genova ci spese meglio di 8 milioni di scudi; dei regali ai Wurtemberg si fece un gran dire a quei tempi; appena la nave che lo condusse a Genova sorse nel porto, lo salutarono con le artiglierie; posto piede a terra, cannonate da capo; fu ricevuto da due deputati del consiglio grande, che lo menarono con le carrozze del governo nel convento dei Carmelitani, dove gli avevano fatto apparecchiare l'alloggio; lo invitò il Doge alla grande; e di ritorno a casa fu presentato con casse di cioccolate e di varia ragione liquori; ancora di una canna d'India diamantata e di una spada altresì, intorno alla impugnatura della quale si leggevano incise le parole: - Mi acquistasti con gloria, conservami con onore. - Per ultimo venivano quadri rappresentanti le sue imprese di guerra e di pace operate in Corsica, e si crede di certo che il pittore, cui furono commessi, ebbe a sudare meno di quello che dipinse le geste di Alessandro Magno. La fama raccontò che il valsente dei regali sommasse a meglio di 80 mila genovine; ma forse fu iattanza dei Genovesi, i quali, quanto sottili nel dare, altrettanto sono larghi a magnificare; ad ogni modo spesero molto, e non levarono un ragnatelo da un buco, anzi opinarono parecchi che avessero peggiorato le loro faccende, e fu appunto in proposito di questa guerra, che il marchese di Argens inventò l'apologo dell'ortolano e del cacciatore, il quale, come giocondo molto, vi voglio raccontare. Certo ortolano non poteva venire a capo di salvare i suoi cavoli, chè una maladetta lepre quanti ne nascevano, tanti gliene mangiava, ond'ebbe ricorso a certo cacciatore suo vicino, raccomandandosi che andasse a cacciargliela: questi glielo promette, ed un bel giorno arriva co' cani, che sguinzagliati sopra la lepre, la perseguitano di su e di giù facendo maggior danno in un'ora, che la lepre in un anno; al fine la lepre scappa; il cacciatore chiede la mancia, e consiglia l'ortolano a turare le buca della siepe donde la lepre potrebbe rientrare nel verziere. - I Genovesi, costretti ad osservare, almeno in apparenza, i termini dello editto imperiale, mettono su con poche lire una mano di furfantoni a chiedere grullerie, le quali subito concedendo, intendevano potere affermare di avere largito quanto i Côrsi avevano saputo chiedere, anzi qualche cosa di più; ma sventarono il tranello Giacinto Paoli, Simone Fabiani, G. Giacomo Ambrosi e Angiolo Luciana e Antonio Marengo, i quali prima chiarirono come quei ribaldi non avessero ricevuto veruna commissione dal popolo, e poi che coteste l'erano cianciafruscole, e ci voleva di altra maniera riforme per riparare i vecchi abusi; così bisognò alla fine promulgare un regolamento, dentro il quale non si sguazzava, ma si lasciava vivere; l'imperatore l'approvò e ne guarentì l'adempimento; i Genovesi lo sottoscrissero e deliberarono non osservarlo. Dio sta in alto e il re abita lontano, dicevano i vicerè di Napoli; i Genovesi non lo dicevano, ma lo pensavano, ed operavano giusto secondo tale opinione. - Siccome lo espediente più corto e ad un punto più sicuro di ottenere il silenzio sta nello ammazzare chi parla, così Simone da Campoloro, Giovanfrancesco Lusinchi assassinano, l'Alessandrini imprigionano, citano a comparire in Bastia Giangiacomo Ambrosi, Giacinto Paoli ed altri parecchi; domandando essi salvocondotto, si mandano 450 soldati in Rostino sotto il comando del capitano Galliardi ad arrestarli; i Côrsi gli assaltano e rompono. Felice Pinelli, surrogato a Girolamo Pallavicino, bandisce perdonerebbe la ribellione a patto gli consegnino i capi.
In questa arriva il vecchio Giafferi, che i Genovesi dandogli pensione e carico di comandante, avevano tentato confinare a Savona, e raccolti gli armati, espugna Corte e il castello; quivi si convoca la consulta, la quale risponde al bando del Pinelli abolendo il governo della Repubblica e ardendone gli statuti. La guerra risorge più feroce che mai; fu varia la fortuna delle armi, ma più spesso arrise alla virtù côrsa, che al numero dei Genovesi, come a Moriani, dove rimase disfatto il figliuolo del Pinelli e il vescovo di Aleria, ma la corruzione da una parte, il diligente corseggiare delle galere genovesi intorno alla isola dall'altra, impedendo l'arrivo delle armi, e per ultimo dividendo gli animi, ridussero le cose all'estremo: ormai costretti a chiedere pace avevano loro risposto, consegnate le armi si rimettessero alla misericordia di Genova; disperati di ogni umano soccorso si volsero a Dio con le parole del Salmista: - Et tu, Domine, usquequo? - E il Signore, che non patisce sia detto avere egli abbandonato i difensori della patria, mandò, quando meno se lo aspettavano, in aiuto della Corsica il barone Teodoro di Neuhoff. Egli si mostrò su le coste di Aleria, dove lo condusse la nave inglese, comandata dal capitano Dick, in arnese stupendo; portava cappello a tre punte piumato e gallonato; la parrucca con cipria; sottana e zimarra all'armena, questa verde, l'altra vermiglia; le pantofole rosse alla barbaresca, un bastone ritorto in mano e la scimitarra turca pendente alla cintura: pareva venuto a posta per essere piantato in mezzo ad un campo di saggina per ispaurire gli uccelli, e invece volle essere re. Gli dissero che re non usavano in Corsica, si contentasse che lo salutassero salvatore del popolo; e' non ne volle sapere; i Côrsi poveri non poterono dargli altro scettro, che di quercie, ma ahimè! o di quercie o di oro lo scettro non è meno atto a fracassare le ossa del popolo. In ciò ammirate la mano di Dio, il quale a salvarci adoperò l'arnese che apparve più sconcio. Accompagnavano Teodoro, Saverio Buongiorno, tre barbareschi, fra i quali Maometto, stato schiavo a Livorno su le galere toscane, due giovani livornesi scappati da casa, Attiman e Bondelli, un prete di Portoferraio, Francesco dell'Agata fiorentino, una Costa, un Fozzani, un Loczi; insomma una vera brigata di saltatori. Quali e quanti soccorsi portasse seco, io non vi so dire, chè stava sempre prigioniero a Genova; però ne corse diverso il grido: chi pretese avvilirlo disse: 200 fucili, altrettante pistole, alcuni piccoli pezzi di artiglieria, certe quantità di sciabole; ed anco genovine e zecchini, ma pochi: all'opposto quel barone Friderik, che si faceva credere suo figliuolo ed era un frate sfratato, volendo magnificarlo sostiene, che Teodoro venne in Corsica con una fregata e due navi cariche di 14 mila sacca di grano, 6 cannoni di bronzo, 12 di ferro, 20 mila fucili, 14 mila vesti, altrettanti cappelli e para di scarpe e 100 mila zecchini. Forse, secondo il solito, la verità è tra due. Ma poco importa sapere quale dei due racconti sia il vero; questo intanto è certissimo, che senza l'apparizione di Teodoro, tra la gola côrsa e il rasoio genovese non si vedeva che si potesse mettere di mezzo.
- Bene: io mi sento lieto nel vedere, che non vi unite agli altri per dare la baiata ad un uomo forse generoso, certo infelice.
- Ohibò! So che i Francesi lo hanno preso a godere come quella forca del Voltaire: cotest'altra buona lana del marchese di Argens gli dedicò il secondo volume delle lettere ebree, come i tre successivi a Don Quicotto, a Sancio Panza ed a Amadigi delle Gallie: il Casti, vergogna del clero toscano, lo mise in canzone in un dramma; breve; all'albero che casca, accetta accetta, secondo il solito; non io così; ma confessando, che senza la sua comparsa per la Corsica era finita, non posso tacere che alla gratitudine nostra si chiuse ogni via quando, approfittandosi delle angustie nelle quali versavamo, ci mise il gancio al collo, e volle dominarci re; e degno di corona apparve nella breve potestà, se consideri la lascivia, la ferocia e l'abbiettezza di lui.
La lascivia lo condusse a toccare un carpiccio di bastonate a Cervione, ma delle solenni, e ciò per opera di un giovanotto di Alesani, che stando di sentinella alla casa di Teodoro, fu visitato dalla sua sorella; vedutala il re volle tirarsela a letto; e a letto veramente ei ci si condusse, ma solo e con le ossa rotte. Di talento immane fe' prova quando nella presa del forte dell'isola Rossa, trovato un tenente côrso complice di certa congiura contro di lui, ordinò che gli mozzassero la lingua, poi legato ad un albero lo ardessero vivo. I Genovesi, avendo preso uno del suo seguito, lo impiccarono, ed egli senza porre tempo tra mezzo, fece impiccare di un tratto 40 prigionieri genovesi sotto le mura di Bastia; certo qui si può scusare, perchè intese ammaestrare quei cosacci dei nostri nemici nelle buone creanze; pure ecco questa la trovai anch'io un tantino abbrivata; peggio fu mandare a morte, brevi manu, due Côrsi venuti a zuffa tra loro; e questo nacque da considerarsi, come re, sopra le leggi e i maestrati; ciò poi, che più di tutto gli nocque, fu la morte di Angiolo Luccioni, capitano di valore, che avendo favellato con manco di riverenza di Teodoro, egli se lo fece ammazzare sotto gli occhi in onta alle supplicazioni dei circostanti: dell'abbiettezza rammenterò una cosa sola, ed è la vendita della Corsica ai suoi creditori; e questo stette meglio ai Côrsi che il vezzo alla sposa; dacchè si dettero come schiavi, fu giusto, che si trovassero venduti come bestie. Chi fosse questo uomo, chi lo mandasse, da cui ritraesse i quattrini, o non è noto, o poco manifesto. Affermano avere vagato pel mondo a mo' di zingano sotto nomi diversi, ora pigliando quello di Napaer, ora di Limber, ora di Nisun, ora di Seimbough; quanto a titoli potete credere ch'ei non si lasciasse patire; in Londra passò per tedesco, in Livorno, per inglese; di commendatizie non conosceva penuria, perchè, dicono, se le fabbricava da sè; assicurano eziandio, ch'ei dimorasse schiavo qualche tempo a Tunisi. La fonte dei quattrini taluno la trova nel Gran Turco, altri nel Bey di Tunisi, cui promise arrolare un reggimento di Côrsi; altri per ultimo l'attribuisce ad una sequela di truffe, dentro le quali accalappiò un Burazzo di Sartene, l'ebreo Sebagh di Livorno, e certe religiose di casa Fonseca stanziate a Roma nel convento dei santi Sisto e Domenico: voi per avventura ne saprete qualche cosa di più sicuro, perchè credo che morisse a Londra, e forse l'avrete conosciuto.
- Difatti io l'ho visto, ma non so di qual colore sia la sua voce, imperciocchè ad ogni mia interrogazione rispose col silenzio: ciò può non parere gentile, ma egli aveva perfettamente diritto di fare così. Io posso darvi contezza precisa della sua vita e della sua morte...
- Oh! sì fatelo, che siate benedetto.
- Suo padre si chiamò Antonio barone di Newhoffen della contea della Mark in Vesfaglia, e condusse a moglie la figliuola di un mercante di Visen nel paese di Liegi: tribolato dai rinfacci della famiglia per le turpi nozze, va in Francia con la principessa palatina moglie del duca di Orléans; favorito da lei ottenne un impieguccio nel Messin, dove morì giovine e povero; lasciò Teodoro, nato sul finire del seicento e il cominciare del settecento; la duchessa di Orléans se lo prese per paggio, più tardi lo mandò luogotenente nel reggimento della Mark. Indole irrequieta, concetti avventurosi, anzichè magnanimi, pure non ingenerosi del tutto; uomini di ferro fusi nelle medesime forme dove gli uomini di Plutarco uscirono di oro: preso in uggia quel lento arrampicarsi dei soldati poveri su pei gradi della milizia, pianta la Francia, e ripara nella Svezia: milita con Carlo XII, entra a parte nella congiura del barone Goertz per deprimere la Inghilterra; a questo fine è spedito in Ispagna al ministro Alberoni. Nel frattempo Carlo III muore ammazzato a Fredereishal, Goertz paga la congiura, riuscita a male, col capo. Allora l'Alberoni lo piglia a proteggere, e lo fa colonnello di un reggimento; giovane di anni, di aspetto giocondo e d'ingegno bizzarro piacque a lady Sarsfield64, figliuola di lord Kilmarnock65; la sposò e la lasciò; se per colpa sua o della moglie non so, forse di ambedue. Recatosi a Parigi si amica Law, ed entrambi porta via il turbine amministrativo di cotesto Vesuvio delle sostanze pubbliche e private, allora viaggiò in Inghilterra, nell'Olanda e nell'Oriente, in cerca di buona fortuna: in Amsterdam, strinse lega con parecchi ebrei per certi traffici, che si fanno più volontieri di quello che si confessino. Che venisse a Firenze rappresentante di Carlo VI non trovo, nè credo che fosse: credo all'opposto che dimorando egli a Livorno, alcuni Côrsi, massime quel vostro canonico Orticoni, gli proponessero farsi re dell'isola, e questo a fin di bene; in prima per cavare da lui qualche soccorso, trovando chiusa ogni porta; poi per mettere fine alle gare dei Capi côrsi, le quali impedivano si potesse venire mai a capo di qualche cosa di buono: certo pochi saranno stati a parte del segreto ma ch'ei spuntasse fuori come un fungo, caro signor frate, non è da credersi. - Il barone tastò l'imperatore, i re di Francia e di Spagna, non meno che quello di Sardegna, ma si ebbe cartacce; nell'Oriente in quel tempo s'intorbidavano le acque, e Teodoro ci si recò a pescare: la guerra stava sul rompersi tra Russi e i Turchi; e sembrava sicuro che l'imperatore avrebbe fatto causa comune con la Russia. Teodoro, accontatosi col principe Rakocus e il conte di Bonneval diventato Osman pascià, nemici mortali dell'Austria, mulina la scesa in Italia con un esercito di Mori di Algeri, Tunisi e Tripoli; quinci per la parte del Friuli assaltare l'Austria, intantochè un altro esercito turco metterebbe a soqquadro la Ungheria. Teodoro terrebbe la Corsica in feudo della Porta, nè si fermerebbero qui le larghezze di lei. Ecco pertanto donde trasse i primi sussidii e i danari col marchio turco: più tardi, avendo la Porta mutato concetto, egli ebbe a ricavare denari dagli ebrei di Amsterdam, sue conoscenze vecchie, che poi messi dall'oratore genovese a Londra lo perseguitarono infelice, e lo fecero mettere in carcere dove languì sette anni. Orazio Walpole66 un bel giorno si rammentò di lui, e un po' per bizzarria, un po' per buon cuore prese a perorare la sua causa davanti al popolo inglese; il Garrick recitò una sera a profitto di lui e questi lo fece tutto per cuore: breve; tanto da cavarlo di prigione, fu messo insieme; quanto bastasse a spesarlo con agio negli ultimi anni della vita, no; visse poveramente, e morto si può dire giovane ancora, perchè annoverava 56 anni, gli fu dato sepoltura nel cimitero di sant'Anna a Westminster. Sopra la sua tomba si legge un molto strano epitaffio, il quale giudico fattura del medesimo lord Walpoole; in italiano sarebbe così; «qui vicino sta sepolto Teodoro re di Corsica, morto in questa parrocchia l'11 decembre 1756, subito uscito dalla prigione del Banco reale, godendo il benefizio dei falliti, in sequela del quale assegnò il regno di Corsica ai suoi creditori.
Gran maestra è la fossa: al segno stesso
E condannati al remo, e re sul trono;
Ma Teodoro vivea mentr'ebbe in sorte
L'acerbo insegnamento; chè fortuna
Donogli un regno, e gli contese un pane.»
- Se la sta come dite, riprese fra Bernardino, noi dobbiamo portare il voto alla Madonna, perchè i disegni di costui non abbiano sortito effetto: ad ogni modo rimarrà sempre vero che, sua mercè, i Côrsi rinfrancarono l'animo, ed ebbero armi per durare. Tornò due altre volte; la prima fu respinto dalla tempesta a Napoli, e i capitani olandesi congiuravano a darlo vivo o morto in mano ai Genovesi e forse ci riuscivano; ma egli che stava su le intese, riparò in casa di un principe napoletano, il quale lo fece scortare a Gaeta, e quivi custodire in prigione; donde andò a Terracina, e quinci di nuovo in Corsica. L'ultima volta venne sopra una nave svedese; mentre stava sorto su le àncore travagliato in cuore per non avere visto accorrere i Côrsi a fargli festa, si addormenta, e sogna essere arso vivo; destosi va in compagnia di tre suoi famigli nella stanza del capitano Wichmanhausen, e lo trova inteso ad apparecchiare una mina, che sottoposta alla sua camera doveva buttarlo all'aria. Teodoro, ch'era uomo di modi spicci, ordinò lo impiccassero all'antenna della nave; poi si allontanava senza che più si facesse vedere, sia che la fredda accoglienza dei Côrsi gli levasse il coraggio, sia che conoscesse non poterla67 durare contro i nuovi ausiliarii della repubblica, o si chiarisse a prova come stesse a cuore ad ogni maniera di gente guadagnare la taglia delle 2000 genovine che la repubblica aveva messo sopra il suo capo: egli è vero che egli aveva fatto il medesimo su quello del Doge, ma nessuno gli dava retta, perchè sapevano che le genovine della repubblica ci erano, e belle e contate, le sue nessuna zecca le aveva battute fin lì.
Ai Genovesi disperditori un giorno della potenza pisana, ai Genovesi, che mirano a un pelo la rovina della veneta, temuti padroni dei mari fino a Caffa e a Trebisonda, ora rimangono le mani per limosinare una spada straniera che li difenda, o per trattare lo stiletto; in prima trovarono Grigioni e Svizzeri; dei primi ne vennero dodici compagnie, dei secondi tre reggimenti, e fu per morire; tornarono anco più tardi, e fatti prigioni, la repubblica negò barattarli con altrettanti Côrsi; noi allora li liberammo senza compenso, a patto che le tre leghe non mandassero gente ai danni nostri; questo promisero, e questo mantengono; e noi ci loderemo degli stranieri quante volte non si mescolino nelle nostre faccende in bene nè in male. - Partiti gli Svizzeri, i Genovesi ricorrono alla Francia, e le chiedono gente per due milioni: poco cacio fresco, poco san Francesco; gli fecero capaci che più di tremila soldati non c'incastravano ed anco per breve tempo. Genova rispose, per ora basterebbero.
Il conte Boissieux ce li condusse; il canonico Orticoni e Giampietro Gaffori, uomo dal cuore di ferro e dalla bocca di oro, a nome dei Côrsi scrissero al cardinale Fleury: che novità era cotesta? come ci entravano i Francesi? che volevano dai Côrsi? - I Francesi, che ai tempi di Enrico II mandavano navi, armi e soldati in soccorso dei Côrsi combattenti contro Genova per la libertà della patria, que' dessi che, non potendo più combattere per noi, spedirono danari a Sampiero, e le bandiere col motto pugna pro patria per confortarlo a durare nella guerra, sì signori, quei medesimi sotto Luigi XV, interprete dei sensi loro il cardinale Fleury, scrivevano ai Côrsi: sottomettessersi ai legittimi padroni genovesi: poco importare come lo fossero, bastava il possesso antico e la conferma delle potestà straniere: non essere lecito resistere ai principi stabiliti da Dio, e il sacro testo parlar chiaro in proposito: i mali delle rivoluzioni superare di lunga mano qualunque incomodo fosse per partorire la obbedienza: però essi non mirare ad altro che a sottoporli di nuovo alla repubblica, che gli acconcerebbe pel dì delle feste. - O Francesi! O Francesi! O Francesi! dirò tre volte come fece Creso quando condotto a morte chiamò Solone, e più non voglio dire. - Tanto è, i Francesi vennero in fregola di entrare pacieri: invano i nostri dichiarano ogni accordo con Genova tornare loro più amaro che morte: invano concludevano co' Maccabei, volere piuttosto morire che contemplare i mali del popolo; e' vollero un memoriale che spiegasse in che si dolevano, e come intendessero che ci fosse riparato; e l'ebbero; poco dopo domandarono otto ostaggi per sicurezza che il regolamento o lodo per la pace sarebbe stato osservato: parve, e fu duro patto, ma gli ebbero; e mandaronli in Francia. Allora venne il lodo, e il conte Boissieux impose ai deputati lo approvassero a nome di tutti i Côrsi; i deputati rispondevano, che i Côrsi non gli avevano investiti di tanta autorità, e quando gli avessero, non poterlo fare se prima non vedevano lo scritto. Qui il conte dà nelle stoviglie, e minaccia bestie e cristiani: non crediate mica che fosse un tristo il conte Boissieux, - egli era Francese: allora sentite il ripiego: attela su la spiaggia del mare i suoi 3000 uomini, ci chiama il commissario genovese, e poi commette al suo aiutante di campo Goumai lo legga ad alta voce e in italiano: poi parendogli questa solennità fosse poca, ordinò a parecchi suoi mandati che lo leggessero ad alta voce alla foce di quanti più monti potevano. Questo lodo era una cosa ladra: concedevasi un tribunale di giudici forestieri, ma il senato aveva a sceglierli, i Côrsi pagarli; le condanne ex informata conscientia abolite, ma data facoltà ai Genovesi di arrestare e tenere in forze i sospetti; la Francia e l'Austria mallevavano l'adempimento del lodo, salva però la sovranità della repubblica su la Corsica: tempo 15 giorni a deporre le armi, e accettare: e altrimenti guai. Avete visto i cavalloni, che dianzi si cacciava davanti il libeccio; tali voi dovete figurare che fossero i Côrsi raccolti a Orezza per sentire questo stupendo portato del cervello francese. Il Boissieux, per mostrare ch'ei diceva da vero, manda 400 uomini a Marana per operare il disarmo, egli si apparecchia a correre la Biguglia coll'altra gente. Giangiacomo Ambrosi va a Marana e si ingegna persuadere ai Francesi con le buone, che non fa buon'aria per loro, tornino a badare ai fatti proprii a Bastia; e' predicava ai porri; alfine gli scappò la pazienza, e prese a menare le mani; accorse il Boissieux a sostenere i suoi: ma sì! lacero, lasciando il terreno coperto di morti, ebbe di catti di riparare a Bastia, dove non sopravvisse che pochi giorni al dolore di trovarsi disfatto da un branco, com'egli diceva, di villani. - I preti sono testardi, e in Francia non si conosceva allora, nè credo si conosca adesso, quanto sia più giudizioso riparare la ingiustizia con la generosità, che ribadirla col sopruso; però il Cardinale manda di Provenza rinforzi; un reggimento sopra parecchi brigantini, e 4 compagnie su due tartane: la tempesta parte annega, parte disperde: le 4 compagnie caddero prigioniere in mano dei nostri: il Cardinale poteva apprendere cotesto caso come avvertimento del cielo, ma anche qui gli nocque essere prete, imperciocchè essi credono che il cielo mandi gli ammonimenti di giustizia per gli altri non mica per loro; e coi rinforzi invia Maillebois.
Voi sapete, signore Inglese, come non vi abbia gentildonna in Francia, la quale ricusi diventare marchesa a patto di passare per la via delle sgualdrine68, come del pari gentiluomo che senta ribrezzo di venire in cima a quelli che in lingua di corte si chiamano onori, facendo di tutto un po', ed anco direi di che, ma l'abito mi persuade a tagliare corto; però essendo stato promesso il bastone di maresciallo al nuovo generale se arrivava a mettere in cervello i Côrsi, pensate voi se le sue gambe si arrestassero dinanzi a fosso divino o umano. Io non vi ci metto su nulla di mio; quanto vi narro lo cavo da persona molto privata di lui, la quale ne scrisse la storia: non gli bastando quindicimila uomini tra fanti, cavalieri e bombardieri a vincere la facile impresa, trovandosi i Côrsi si può dire senz'armi, dette opera di seminare la discordia fra i capi, screditando gli uni presso gli altri come traditori; alcuni corruppe con premii presenti, e speranza di maggiori vantaggi avvenire; ad altri fece toccare con mano la condizione disperata delle cose, e poichè non venne a capo di ottenere, che staccatisi dai compagni si mettessero alla scoperta dalla parte sua, si contentò della promessa che nelle difese andassero fiacchi; dopo questa nobile arte adoperò l'altra di devastare le pianure, perchè i possessori colligiani o per salvarle dalla ruina si sottomettessero, ovvero calando per difenderle al piano, gli dessero abilità di lacerarli con le artiglierie; e questo parve per un tempo il miglior partito, ma non gli riuscendo sollecito, giusta il suo desiderio, ne saggiò un altro, e fu non solo negare quartiere a quanti gli capitavano nelle mani, ma eziandio farli con tormenti crudelissimi morire; a Giussoni quaranta patriotti insieme al parroco furono arsi vivi, sbracciandosi in questo alto gesto il colonnello Arboville; e perchè la immanità francese moderna nulla avesse ad invidiare le antiche torture, segarono in mezzo alla maniera di Tamerlano un Côrso: in ispecial modo Magliaboia l'aveva co' preti e coi frati, talchè a Corte fece impiccare un parroco in mezzo a due contadini; a Olmeta due frati vestiti del loro abito religioso; anche le ipocrisie giuridiche erano trascurate; il prete Gianni, preso, fu impiccato su l'atto; la persecuzione francese sofferta dalla chiesa di Corsica per amore della libertà, non disgrada veruna delle romane per amore di Cristo; e se vi piace saperne il delitto, ve lo dirò con le parole dei loro stessi storici; insomma bisogna dire, che altro non si opponeva, tranne una smania eccessiva per la indipendenza ed uguaglianza di tutti gli stati, cosa senza dubbio colpevole; e in altra parte favellando costoro del venerabile curato di Zicavo, lo chiamano bandito perdutissimo per avere fatto giurare il suo popolo davanti il sacramento di difendere la patria fino all'ultimo sospiro.
Io desidero, che sappiate come gli ecclesiastici côrsi amassero la libertà, e patissero per lei, perchè ciò vi chiarirà della cagione per la quale il popolo qui continua a proseguirci di riverenza e di affetto, mentre altrove, diventati ormai cagnotti della tirannide, ci hanno in conto poco meno di scorpioni. Frate Serafino di Ampugnani (Dio beatifichi l'anima sua), condotto alla presenza del Magliaboia, avendo notato un colonnello che con gesti minaccevoli e voce sdegnosa gli favellava, comprese che non gli faceva il panegirico; non intendendo il francese non capiva per lo appunto le parole, onde pregato taluno glielo spiegasse, e udito come fossero oltraggi, gli sbatacchiò sul mostaccio il vangelo dei cinque evangelisti con tanta grazia, che gli mandò giù due denti in gola, e subito dopo, arraffatto lo schioppo alla sentinella, glielo sparò contro stendendolo in terra morto; preso e portato alla forca, ritto come un cero, il frate dabbene con alta voce cantò per tutta la via il Tedeum. I Genovesi si consultarono col Magliaboia per mettere sesto a questa faccenda dei Conventi; e proposero chiuderli addirittura, mandando i padri gesuiti a predicare, conforme i miserabili loro istituti persuadono, il servaggio: ma al Magliaboia non parve partito buono, non fosse altro, per essere stato messo innanzi da altri: consigliò piuttosto far venire in Corsica frati francesi, ormai avvezzi a chinare la schiena e mescolarli coi Côrsi, confidando che in breve gli avrebbero istruiti nella civiltà, che così in Francia, ed anco un po' in Italia, si chiama l'arte del servitore. Ai Genovesi, non meno presuntuosi del Magliaboia, non piacque nè anche questo ripiego; pensatoci su offersero regalare alla Francia tutti i parenti e fautori dei fuorusciti, non che i ribelli rimasti o tornati in casa, affinchè ella gli spedisse alla Luigiana o altrove. Allora il Magliaboia, come preso da orrore, rimprocciò il senato ligure, che mentre gli altri principi si adoperavano popolare i proprii Stati, essi li disertassero: il francese ingegnoso trovava differenza tra il bando da casa di un popolo, e il tenervelo dentro a mo' de' capponi nella stia, per tirargli il collo la vigilia delle solennità. Ad un tratto, ch'è, che non è, i Francesi dopo avere raccomandata la loro memoria in Corsica al fuoco e alla corda, l'abbandonano lasciando Genovesi e Côrsi ad aggiustarsela in famiglia, non dandosi un pensiero al mondo della umanità spaventata come con tanta leggerezza potesse accoppiarsi tanta ferocia. I Genovesi considerando che, durante la guerra della successione, avrebbero teso indarno la mano usa a chiedere l'elemosina di un po' di forza, si avvisano ad operare l'altra del tradimento; monsignore Mariotti vescovo di Sagona, che ormai dalla repubblica non isperava più pace, e lo diceva, pigliano e mettono in fondo di torre; richiesto da Benedetto XIV, negano darlo, scaldandocisi il Papa lo rendono; il giorno dopo la sua libertà muore; i Genovesi avevano trovato, che il camposanto custodisce meglio della torre, e il veleno carceriere fidato cui non si fa le spese; rendutisi sempre più odiosi e privi di forza; per tenere il popolo in obbedienza sguinzagliano ladri e assassini dalle carceri, richiamano sbanditi, mettono sottosopra l'isola, e ciò col fine che, lacerandosi, si mantenga debole, per poterle poi in tempi più destri rimettere le manette ai polsi.
I Côrsi non volendo andare a sacco e a sangue, provvedono al caso eleggendo tre uomini per sopraintendere al buon governo, li chiamarono protettori, e fu tra questi Giovampiero Gaffori; la repubblica si risente, come quella che, per la creazione di siffatto maestrato, immagina offesa la sua autorità. Il commissario Giustiniano a suono di cannonate mette in un mucchio di sassi la casa del Gaffori a Corte, e ne cattura il figliuolo. Ma il Gaffori non era uomo da spaventarsi della casa disfatta nè del figliuolo preso; al contrario, il pericolo crebbe l'ira a lui ed ai suoi: oh! allora i Côrsi combattevano in guisa, che non ci era paragone che gli uguagliasse, e spero, prima Dio, che combatteranno anche adesso: i soldati del castello rimasero come annegati da un rovescio di piombo; quando si arresero non ne fu trovato veruno illeso, e parecchi con più ferite. Parrebbe che i Genovesi non si fossero dovuti lamentare del commissario Giustiniano, dacchè in verità che cosa potesse tentare di più e di peggio non si sa vedere; non si tennero soddisfatti: lo richiamarono e gli fecero così feroce bravata, che dalla paura il dabbene patrizio si rese frate somasco, ed indi a breve morì. Inviarono il Mari, che promise Roma e Toma, ma stremo di denaro non riusciva a motivo che valesse; avendo menato per teologo il padre gesuita Porrata, si ristrinse seco lui per consigli; questi propose levare gli argenti dalle chiese e con pretesto di tenerli custoditi in Bastia, valersene; al Mari piacque la pensata, e gli mandò a pigliare; dalla sola Annunziata, chiesa dei Serviti, ne cavò 600 libbre, e gli parve averli rimessi in buone mani. Raccolti gli argenti, perchè la faccenda si mantenesse segreta, spedì il gesuita a venderli a Livorno; e questo il gesuita fece; solo non ritornò, simile al corvo dell'Arca ei battè l'ale in contrade lontane; benchè altri affermi ch'ei se ne andasse a Roma a mettere in salvo il bottino nel collegio di Gesù, dove i suoi superiori, dopo lunghe disamine, sentenziarono che il ladro, il quale ruba al ladro, non fa peccato e lo venerarono due cotanti meglio di prima. Quando i Côrsi se lo aspettavano meno, ecco commoversi le materne viscere di Maria Teresa (i Papi le hanno paterne) e a Carlo Emanuele altresì, e prima coi bandi, poi con buon polso di gente comandata da un colonello Cumiana aizzano i Côrsi a dare addosso ai Genovesi; la imperatrice, d'accordo col re, aperti un bel giorno gli occhi, vedono «che la repubblica ha violato la umanità e la giustizia continuando nei modi più aspri alla distruzione dell'onore, delle sostanze e della vita degl'infelici Côrsi.» Cagione della nuova tenerezza la lega di Genova con la Francia e la Spagna per istabilire l'infante don Filippo nel ducato di Parma e Piacenza, nella quale la repubblica era condotta a cagione del marchesato di Finale, che donato prima da Carlo VI ai Genovesi, il medesimo imperatore con la consueta verecondia di casa di Austria, cesse al re di Sardegna. Così questi signori, a seconda dei loro interessi, si dicono corna, e quando a vicenda l'uno ha scoperto gli altarini dell'altro, maravigliano se il popolo si ride dell'autorità di tutti.... oh! non sono curiosi costoro?... Dietro ai Sardi e ai Tedeschi si accordarono gl'Inglesi, ch'erano allora di balla; i Francesi per astio ritornano l'isola in mano a loro, pari alla veste di Cristo, giocata a dadi tra sbirri briachi. Che parlo, o che taccio? La lingua per queste infamie non si avvolge impunemente, come chi cammina69 per la melma senza macchia non può uscirne.
I principi discordi stipulano un armistizio, nel quale includono i Côrsi; nella pace finale di Aquisgrana li dimenticano. Donde ciò? Gli è chiaro: gl'includono nell'armistizio, affinchè continuando a combattere non iscompiglino le uova nel paniere; gli scordano nella pace, perchè i Genovesi, aiutati da capo dai Francesi, abbiano facoltà di rimettere loro le mani dentro i capelli. Di fatti i Francesi, per la smania di mestare, entrano di mezzo e arruffano la matassa peggio di prima; a una parte non piacciono, all'altra sgarbano, e inimicatisi Genovesi e Côrsi lasciano da capo ogni cosa in asso dicendo: chi l'ha da mangiare la lavi. Ora sì che i Genovesi non sapevano a qual santo votarsi; i Gesuiti, in ammenda del furto, si proffersero seminare zizzania fra i Côrsi e fino a un certo punto riuscirono, chè un certo padre Ricchini, imbroglione di tre cotte, arrivò a scalzare il generale Giuliani, uomo dabbene, ma facile ad essere aggirato; il Gaffori tenne sodo, e fu mestieri venire a patti con lui: richiesto dalla repubblica di mettere in carta le sue pretensioni, rispose, dandosi un paio di fregate alla fronte: è presto fatto, e incominciò: non si parli di concessioni perchè questa parola implica facoltà di ritirarle, quando anco ci si aggiunga l'altra d'irrevocabili e perpetue; dicasi convenzioni: ancora tacciasi di perdono, perchè la natura somministri ad ogni uomo il diritto di pigliare le armi per la libertà; si adoperi il termine dimenticanza e sarà meglio, molto più che potrebbe convenire ad una parte ed all'altra; e così di seguito. I Genovesi crederono diventarne matti, cotesti repubblicani bottegai a sentirsi toccare la regia autorità andarono su i mazzi; le consorti repubblicane offersero cedere le gioie per sostenere nuove guerre, anzichè perdere il titolo di regine di Corsica; vanità di vanità! senonchè i nobili mariti anche per questa volta ricorsero all'assassinio come spediente meno costoso, ed un bel giorno il Gaffori si vide circondato nel bel mezzo di una macchia da uomini, che gli ordinarono scendere da cavallo, e raccomandare la sua anima a Dio, ed egli lo fece, ma, da quel Giovanni bocca d'oro ch'egli era, con tante belle ed amorose parole gli raumiliò, che gli caddero ginocchioni davanti, chiamandolo padre, e chiedendogli perdono. Così per questa volta la scampò: allora i Genovesi sapendo che, come dal migliore vino si cava l'aceto più forte, l'odio del pari ribolle mortalissimo tra le persone, le quali per vincolo di sangue arieno maggiormente ad amarsi, confidarono l'opera di sangue ad Antonfrancesco fratello di Giampietro, che si aggiunse compagno Giambatista Romei, detto biscaglino. Quando entrerete a Corte vedrete a manca un convento di cappuccini; lì proprio sul canto fu ammazzato a schioppettate il Gaffori che ritornava da visitare una casa che fabbricava in campagna; inoltrandovi troverete una piazza dove stanno ritte le forche, e questa è l'area su la quale sorgeva la casa del Romei sovvertita dalla vendetta pubblica; su lui non si potè sfogare, che, dopo essersi riparato a Calvi, andò a Genova ov'ebbe il prezzo del sangue; le forche fra noi chiamansi biscaine, facendo, del nomignolo dello assassino, nome al patibolo per memoria d'infamia: dirimpetto alla feritoia del castello, dove fu esposto il figliuolo di Giampietro, contemplerete la casa sua novellamente ricostruita, e nondimeno sopra ogni altra più vecchia famosa: qui fu che la moglie di Gaffori, assediata in assenza del marito, poichè vide i difensori scorati dalle morti di parecchi fra di loro, e dalle ferite ormai disposti a capitolare, accostatasi con un tizzo acceso ad un barile di polvere disse: Cugini cari, se ripigliate a combattere ci è caso che taluno di voi si salvi, se cedete le armi siete morti tutti, perchè quanto è vero Dio, metto fuoco alla polvere. - Ricominciorno le schioppettate, e soccorsi in tempo scamparono. Qui la stessa donna, fatta toccare la camicia insanguinata del marito al suo figliuolo di 12 anni, ordinò che giurasse: - Sacramento di perseguitare a morte i Genovesi - e lo sacramento pel sangue di mio padre, e pel dolore di mia madre. - Qui finalmente, avuto nelle mani il caino cognato, gli fece bere sotto i suoi occhi a lenti sorsi la morte, e per ultimo mazzolare. - Povera donna, chi non la compatirebbe se con ogni partito onesto s'industriava a temperare la sua angoscia?
Il Boswell70 si sentì come rimescolato a udir coteste parole, che ei non sapeva se avesse a considerare più o selvatiche, o bizzarre, e voleva dire la sua riprendendo cotesto atto di ferocia, biasimevole in tutti, ma guardati con la coda dell'occhio i compagni, ne vide i volti così arricciati, che non gli parve aria da avventurare considerazioni.
- Compiti questi ed altri assassinii, i Genovesi ricorrono da capo alla Francia; a vero dire sfidati, che la sapevano ristucca, e più di una volta si erano sentiti dire sul muso da lei: voi siete buoni a bastonare i pesci, non già a reggere stati, ma ci mandarono un mezzano di nome Agostino Sorba, che si vantò bastargli l'animo: di vero e' ci pervenne; udite come: avendo letto di Temistocle, il quale soleva dire, il figliuolo suo comandare a tutta la Grecia, conobbe, che certe faccende bisogna pigliarle per la coda. Ora il duca di Choiseul come ministro poteva tutto su l'animo del re, su quello del duca la duchessa di Grammont sua bagascia, su la duchessa la cameriera Giulia: pertanto egli barattò alla cameriera Giulia 500 mila franchi di credito sul Canadà, che scapitavano 75 per cento; con tanti biglietti della banca di San Giorgio, ch'erano d'oro in oro, e per questa guisa tornarono i Francesi a sostenere in Corsica le parti dei principi legittimi, immagini sopra questa terra di Dio ottimo massimo, come tutti sappiamo: aspettate, mi dimenticava un tale Dumoriez che, dopo avere offerto di noleggiare la sua spada ai Genovesi contro i Côrsi ribelli, venne ad offerirla ai Côrsi contro i Genovesi tiranni, prima persuade al duca di Choiseul di mandare armi in Corsica, ma per guadagnare cento luigi detta una memoria per chiarirlo che farebbe un buco nell'acqua; però ha la fronte di scrivere che ci mise dentro ragioni da sassate, e con questo confessa che rubò i luigi. - Insomma andare pel minuto a ridire tutte le infamie di questi maneggi, l'anima umana per vergogna invilisce; e per dar fine, basti, che i Francesi, aizzatori prima dei Côrsi contro la oppressione genovese, in seguito ausiliari della tirannide genovese contro i Côrsi, adesso ci hanno comprati come bovi da macellare, e ci bandiscono traditori e felloni se non porgiamo di buona grazia la gola. Ma Dio ci ha inviato Pasquale Paoli, e staremo a vedere se creature, cui il prete insufflò l'effeta di Dio, se anime immortali, redente alla libertà dal sangue di Cristo, possano essere vendute a mo' di stime vive o morte col podere del creditore fallito! Ora abbiamo o non abbiamo ragione di odiare i forestieri, noi? Ditelo voi nella vostra coscienza. Con tutte le potenze dell'anima e del corpo non devono i Côrsi custodire la libertà? - Me ne rimetto in voi, signore Inglese. Parlate franco, gli uomini liberi sanno del pari favellare ed udire la verità.
- Eh! vi dirò; viaggiando per Toscana arrivai ad un paesotto, dove lessi sopra la spalliera del seggiolone del Giudice un avvertimento, che chiedo in grazia potervi ricordare.
- Priore, udite l'altra parte. L'altra parte qui non occorre, sicchè la possa sentire io: e voi sapete, che con un bove solo non si fanno solchi: pertanto io giudico, che parecchie delle cose da voi esposte non sieno vere.
- Voi dunque mi date del bugiardo in faccia?
- Ohibò! Voi mi avete narrato quello che avete letto ed udito, ma passione e sete si rassomigliano nel mandare giù acque e novelle che confortino, senza badare da qual fonte nascano; parte le credo aggrandite sempre in virtù della passione che ho detto, tutte poi guardate sotto la luce di un cuore in burrasca.
- Insomma nel sottosopra fandonie.
- Ma no, signor frate, no: i colli, i campi, il mare dinanzi ai quali ci troviamo adesso, sono sempre quei dessi; da un giorno all'altro non variano di certo: tuttavolta contemplateli quando il sole smaglia nel vostro azzurro sereno, e quando un tendone di nuvole nere lo ricopre, e vedrete come vi appariranno diversi. - Io però credo, che Dio ha creato gli uomini liberi ed uguali, e mi viene dimostrato appunto dalla impossibilità della tirannide di attecchire su la terra: tiranno risponde a oppresso; padrone a schiavo: ora dalla oppressione nasce l'odio, dalla ingiustizia la vendetta, e tutto questo non mica per elezione, bensì per necessità: e ciò è così vero, che nella tirannide l'uomo buono o tristo nè giova nè nuoce; ella partorisce, spontanea e per forza, i frutti, che poi matura l'ira del Signore. Onde, secondo la mia opinione, trovo, signor frate, grandemente a riprendere voi altri Côrsi, che vi arrovelliate a saccheggiare Aristotele, san Tommaso e quanti vi hanno vecchi e nuovi dottori per dimostrare il diritto che avete alla libertà, e affastelliate argomenti sopra argomenti, come se aveste paura che vi dessero torto. Le verità capitali non patiscono bisogno di dimostrazione, e dovrete ricordarvi di colui, che per chiarire Pirrone della verità del moto prese a passeggiargli dinanzi, e non gli disse parola. Ponetevi la mano aperta sul cuore, contemplate il cielo, ch'è la casa di Dio, e dite: io sento e voglio essere libero. Ogni di più, signor frate, sciupa il negozio.
- Anche in questa maniera ci possiamo intendere, disse Giocante; e il frate, che, bisognoso di respirare aria più aperta aveva posto un piede sopra la scala, e teneva il capo volto su le spalle per ascoltare il Boswell, raggruppò le dita della destra, se le recò ai labbri, e confidatoci un bacio lo vibrò a mano aperta verso di lui, esclamando:
- Benedetto voi e chi vi ha fatto, meritereste essere Côrso. Il Boswell sorrise71, notando però che in pari caso egli avrebbe detto: meritereste essere inglese.
Dopo pochi momenti ecco precipitare, piuttostochè scendere, dalla scaletta frate Bernardino trasfigurato in sembianza; i denti stretti non gli lasciavano il varco alla parola, solo lanciava a destra e a sinistra sguardi smarriti. - Ch'è? Ch'è? - Furongli intorno a domandargli i compagni; ed egli con molto stento rispose: - Traditi... traditi... siamo in dirittura della tomba dei Minelli abbrivati a Bastia.
- Perdio santo! urla Giocante mettendosi le pistole al fianco, e salta in coperta.
Altobello e l'inglese Boswell gli tengono dietro con minore prestezza, non con minore agitazione. Appena sorti dal boccaporto tendono gli occhi, e loro davanti si para la costa orientale dell'isola divisa nelle sue tre vallate di Sisco, Pietra Corbara e Rogliano, crestata con le torri di Cassaiola, Sisco, Osso, Santa Severa e Tomino; stanno al loro cospetto come dipinti sopra un ventaglio aperto marine e paesi, e il porto di Macinaggio, fine della impresa navigazione. Il capitano Angiolo, fermo sul cassero governa col biagio del timone in mano la galera senza far motto e nè sembiante di accorgersi di cosa alcuna. Il frate Casacconi sopraggiunse, comecchè più tardi, e vista la scena mutata si fregava gli occhi come trasecolato. - Sentendosi il signor Giacomo più padrone di sè, si accosta piacevolmente al capitano, e gli domanda:
- E ci vorrà molto tempo prima di arrivare?
- No; verso l'un'ora di notte ci saremo. Colle bordeggiate ho finito; questa ultima è stata la più lunga; pensava mi conducesse fino a Bastia; adesso ho stretto il vento, e come vedete vado di burina ch'è un incanto: non vi par ella la mia galera così chinata un gabbiano che radendo il mare vi tuffa un'ala? Grazie alla Immacolata siamo fuori di pericolo così degli uomini come del mare.
I Côrsi tornarono sotto cheti; il Boswell non si partì più dal fianco del capitano, finchè questi non gli disse: Ci siamo: adesso faccio calare il caicco, che ci rimorchi fino alla spiaggia col piombino alla mano per iscandagliare il fondo.
- Ed ora in quanti passi di acqua giudicate voi che peschiamo?
Il Boswell, fattosi allora al boccaporto, vi si affacciava gridando: - Su, su che siamo a casa.
Salirono; la notte già scura non dava luogo a contemplare la faccia della gente: ma si sentiva gli aneliti, i gemiti e per fino i brividi: segni tutti del tremendo affetto che gli agitava. Dalla parte di terra non comparivano distinte le cose; solo i contorni di monti neri dipinti in cielo meno fosco, e le masse dei fabbricati; però di su, di giù, sopra la spiaggia andavano e venivano persone con ischiappe di pino accese nelle mani, rammentando le miriadi delle lucciole sfavillanti pei bui sereni delle notti estive. Il frate Casacconi andò difilato a prua e colà, sporte le braccia dal parapetto delle nave, con voce di pianto esclamava:
E il Boswell, che gli veniva dietro rispose:
- Bene, bene; mi rallegro con voi, signor frate, che abbiate la madre viva: deve aver a quest'ora una bella età.
Ma il frate non lo badando continuava:
- Tu mi stendi le braccia... e ohimè! a te vengo.
- Non sarebbero mica i vostri occhi di natura di gatto, che vi vedono di notte?
Mentre così il signor Giacomo favella, il frate spicca un salto di sopra al buonpresso, e giù di tonfo nel mare.
- Misericordia! grida il signor Giacomo spendolandosi fuori della galera - affoga... il signor frate si affoga - pare... tengo opinione... salvo suo onore... che sia ammattito.
E sopragiunsero Giocante e Altobello, i quali, chinandosi a loro posta, videro il frate in mezzo alle onde, che sotto i suoi colpi vigorosi smagliavano fosforo, notare, malgrado la sua tonica, come un tonno: parve non avesse a traversare gran tratto per mettere i piedi sul sodo, dacchè fu visto sorgere ritto e rompere le acque72, che gli gorgogliavano intorno alle gambe, con passi veloci, mentre anch'egli alla sua volta gridava:
- Tocco la madre mia: lasciatemi con la mia mattana, e voi, signor Inglese, restatevi con la vostra sapienza, che buon pro' vi faccia.
- Grande è l'amore di patria, diceva in questa Altobello, in ispecie se riposino nel suo seno i nostri parenti, imperciocchè allora ci appaia come l'erede del loro affetto per noi.
- Bene; siamo d'accordo: ma non vedo ragione di bagnarsi senza bisogno fino all'osso; e mettersi al cimento di troncarci il collo per voler bene alla patria.
- Certo, rispose Altobello, non cascava nel quarto ad aspettare tanto da scendere a modo e a verso... oh! sentite? sentite?...
- Che cosa ho da sentire?
- Non vi pare che una voce, chiami: Altobello! Altobello! Ditemi, signor Giacomo, non la sentite voi?
- Io non sento nulla.
- Sì, che la sento io... È mia madre... mamma! mamma!
- Eh! dico, signor Altobello, non vi venisse mica la tentazione d'imitare il frate... per amor di Dio non fate... fermatevi.
E visto Altobello in procinto di gittarsi giù capovolto in mare, lo afferrò per le falde; invano però, chè il vestito cesse, e il signor Giacomo si trovò come la moglie di Putifarre quando dette l'assalto a Giuseppe ebreo: così almeno racconta la Genesi al capitolo trentanove.
Allora il signor Giacomo si volse agli altri, che gli facevano calca d'intorno, e con voce alta predicò:
- Il soverchio, signori miei, rompe il coperchio; cotesti due gentiluomini, il signor frate e il signor Altobello non hanno, a mio parere, fatto mostra di buon giudizio... e non andò oltre che lo interuppe un tonfo, poi due, poi tre: insomma la smania di buttarsi in mare, per giungere un tantino prima a baciare la sacra terra della patria, invase tutti i passeggeri a mo' di contagio, - e nonostante che il signor Boswell si aggirasse dintorno infuriato, come non fu mai prima nè poi in tutta la sua vita, urlando: Siete diventati i montoni di Panurgo, o Dio mi perdoni, vi è entrato il diavolo in corpo... badate... vi romperete le gambe... le braccia... il collo, - fiato perduto; vide però con piacere, che i marinari e le ciurme restavano a bordo; e perchè questo facessero bastò una parola sola; è vero che la parola sonava così: il primo ch'esce dal bordo senza permesso, sarà impiccato; ma infine gli dava sempre argomento di maraviglia considerare come il capitano con una parola sola era riuscito farsi obbedire, mentre a lui che ne aveva dette tante, nessuno aveva dato retta; ond'è che accostatosi al capitano così gli disse:
- Voi avrete letto di certo, signor capitano, che nei tempi antichi il popolo di Abdera durò matto tre giorni: questa molti reputano favola, ed io era fra loro; oggi poi avrei incominciato a crederla, se non eravate voi, che con savio e prudente contegno avete fatto eccezione tra i vostri compaesani.
- Per amore di Dio, tenetevi in tasca il vostro elogio, perchè io non so chi mi tenga che non mi butti giù dalla galera per correre dietro a quegli altri.
- O tempo, o danari buttati via! Se partito da Londra e venuto in Corsica io non ci doveva vedere altro che pazzi, era meglio che me ne stessi a casa sfogandomi a visitare Beldam tutti i giorni... e con mio comodo.
Poichè fu ormeggiata la galera ed acconigliarono i remi con le debite cautele, il capitano Angiolo invitò il signor Giacomo a recarsi con esso lui nel medesimo schifo a terra, dove in breve ora giunti ambedue, il capitano si diede subito in cerca di padre Bernardino; non gli fu arduo rinvenirlo, che lo vide girare e rigirare come un arcaiuolo, dispensando e ricevendo all'intorno un diluvio di baci. Il capitano riconobbe il frate per la pratica grande che ne aveva, imperciocchè diversamente non lo avrebbe trovato in capo a un mese; di lui come dello spettro di Ettore avrebbe detto Virgilio; ehu quantum mutatus ab illo; in effetto egli aveva spogliato la tonaca, che inzuppata di acqua gli sarebbe divenuta pesa come se fosse stata di piombo, ed alle consuete vesti ne aveva sostituite altre tumultuariamente senza badare se convenissero o no; le gambe mostrava ignude, dal ginocchio alla cintura andava coperto di un paio di mutande bianche, poi vestiva una camiciola di lana rossa da marinaro, sulle spalle portava un mantello da pastore e un cappello a tre corni da prete sopra la testa; la barba sua così candida, e il viso, presentavano più tinte della tavolozza dei pittori, primeggiando però fra esse il nero, il verde e il giallo, e questo in virtù delle centinaia di labbra colorite di erba côrsa, che lo avevano baciato. Il capitano Angiolo gli pose ardito una mano sulla spalla dicendo: - di voi appunto cercava.
- Di me? rispose il frate con voce mal sicura temendo chi sa qual rabbuffo pei suoi mal sortiti sospetti; - e l'altro:
- Di voi. Vi paiono azioni da gente bene allevata disertarmi di bordo come se aveste paura ch'io volessi menarvi schiavi in Algeri?
- Figliuolo, abbiate pazienza...
- Pazienza! Questa non tutti la intendono a un modo: per voi altri frati è un vestito; io non ve la posso perdonare, massime che mi faceva bisogno dei vostri frati e di voi...
A questo punto Giocante si accostò ai due che parlavano, ma il capitano finse di non lo vedere, e continuò: - aveva proprio bisogno dei vostri frati e di voi perchè mi aiutaste a scaricare il bastimento.
- O che ci avete preso per camelli?
- Io vi ho preso per buoni patriotti, capaci a mettere in terra presto e bene un carico che preme molto al generale e alla patria.
- Com'è così, torna onorata ogni cosa.
- Ma non basta; è necessario, date retta, è necessario che ve ne andiate in chiesa, e la sgombriate fino all'altare maggiore; se trovate accesa unicamente la lampada del Santissimo Sacramento, lasciatela stare, fuori questa, le altre spegnete; le casse mettete da un lato, i barili dall'altro, il ferro e le cuoia a rinfuso nel mezzo: intorno alla chiesa piantate in sentinella quattro religiosi perchè con parole oratorie persuadano la gente a non si accostare; ma siccome potrebbe accadere, che delle parole non facessero caso, così per cautela, ho recato certi moschettoni, i quali distribuirete ai predetti quattro religiosi con raccomandazione, che, occorrendo il caso, non gli lascino dormire; con altri frati, che potrete darmi, valendomi ancora di parte della ciurma, ordinate la catena, per mezzo della quale uno passando all'altro il barlozzo o la cassa, in breve ora avremo sgombrato la galera.
- Ma non si potrebbe fare con maggior comodo e meglio queste cose domani?
- Eccoci qui da capo per perfidiare; e parrebbe che non fosse stato mai frate: e sì che avreste a sapere, che il primo obbligo del frate, e (qui si volse di un tratto a Giocante) del soldato, consiste nell'obbedire. O signor Giocante, mi perdonerete se prima di aggiustare i conti con voi, io penso a mettere in sicuro il carico.... non lo farei se non appartenesse al governo.
- Capitano Angiolo, di grazia non vogliate rammentare le parole dette sul mare; il vento se l'è portate via.
- Non così; ogni mancanza merita punizione.
- Quanto a punirmi poi...
- Tacete, la vostra punizione sarà vigilare in terra a che il discarico succeda con massima puntualità: vorreste ricusare questo servigio alla patria?
- Quanto a questo eccomi pronto con tutto il cuore.
- Vedete? voi v'inalberate di nulla. Prima vi tiravate addietro arruffato, adesso che mi avete udito, veruno riuscirebbe a farvi metter giù questo carico. Crescete il peso dall'altra parte perchè la vostra bilancia possa andar giusta.
L'orologio della parrocchia batteva le due dopo la mezzanotte, e la gente rifinita dalla stanchezza camminava come ebbra con le palpebre socchiuse, quando il capitano Angiolo, volto al padre Bernardino e Giocante, domandò loro: - Dov'è andato il signor Altobello?
- In verità non lo so, rispose il frate: appena sceso in terra, una donna lo ha arroncigliato con una furia di amore materno...
- Dite piuttosto con la ferocia del gatto salvatico73....
- Sicuro, voi dite bene, Giocante, ci era anco del gatto, e se lo portò Dio sa dove...
- Andiamo a cercarlo perchè lo vo' salutare.
- O non sarebbe meglio andarcene a dormire?
- Ouf! padre Bernardino, vi dico, che ho bisogno di salutarlo.
E domandando seppero il luogo dove Alando si era riparato con la madre sua: apersero pianamente l'uscio, un lume ardeva sul lastrico, sicchè poterono vedere di colta una donna di sembianze severe, assettata sopra un letto di paglia, con le spalle al muro, in grembo della quale dormiva Alando; ella non faceva altro che, guardato il figlio, levare gli occhi al cielo; guardato il cielo, declinare gli occhi sul figliuolo, come se volesse condurre Dio in terra a pigliare sotto la sua speciale protezione il figliuolo, deporre l'anima di questo nel grembo di Dio come adesso ne riposava il corpo sopra il suo grembo. Anche le mani teneva giunte insieme, ma tratto in tratto le spaiava o per asciugargli il sudore o per iscacciarne qualche insetto pertinace a recargli fastidio. Michelangiolo ma Michelangiolo solo, se a caso si fosse imbattuto costà, avria saputo cavarne modello a significare in marmo lo abisso della gioia materna da mettere a riscontro della Pietà, abisso di dolore di madre, da cotesto Divino confidato alla pietra.
Padre Bernardino, che la riconobbe, senza appunto avvertire lo strano arnese nel quale in quel momento si trovava, le si accostò alla domestica dicendo:
- Siete qui, donna Francesca Domenica? Oh! che miracoli sono questi?
La madre, interrotta nelle soavi cure, gli sbarrò in viso certi occhi truci da mettere i brividi addosso ad ogni fedele cristiano; ma l'altro senza scomporsi:
- Oh! che vi ribolle, ne'! Francesca Domenica, che mi fate gli occhiacci?
- Questa la è nuova di zecca! dopo dieci anni arrivo adesso, e voi mi volete mandar via?
Intanto Altobello destandosi si era ritto in piedi, e vergognoso di avere piantato in asso la compagnia, stava per farne le scuse, quando il capitano Angiolo lo prevenne parlando.
- Signore Altobello, vi domando perdono se sono venuto a svegliarvi, ed a voi pure, signora, domando umilmente perdono se vi levo per un minuto il figliuolo dal seno: mi pareva non potere partire col cuore contento se non avessi detto addio a voi come agli altri nostri compagni di viaggio. Addio dunque, datemi tutti, e pigliatevi un bacio; desidero, e spero che ci rivedremo quaggiù; ma se a Dio piacesse altrimenti, ci rivedremo ad ogni modo, perchè il nostro padre Bernardino ci ha fatto toccare con mano col suo libro74, che chi muore per la patria va in paradiso senza passare pel purgatorio, e, padre, scusate, il mio cuore me lo aveva detto prima di voi75.
- Come! volete partire subito? Non piglierete un'ora di riposo? Che prescia è questa? Si udiva domandargli d'intorno ed egli:
- Mi tarda di andare a rendere la bandiera di Francia allo sciabecco che me la imprestò, e vedere se mi riuscisse fargli inalberare la côrsa. Signor Giacomo, voi mi avete promesso, che al nostro Generale raccontereste quanto avreste veduto. Di grazia accostatevi. Così parlando raccatta di terra il lume a mano, e messolo sopra una botte, che lì si trovava a caso, si cavò dal seno uno astuccio di foglia di argento; da questo aperto trasse fuori una lettera, che spiegò con tremito religioso, e lesse con voce strozzata:
- Al signor Angelo Franceschi. Casinca 4 ottobre 1768. Il vostro zelo ed onoratezza hanno riscosso gli applausi di tutta la nazione, dalla quale sarete contradistinto: ed io vi farò conoscere quanto vi sono particolarmente tenuto. Se vi faranno proposizioni indegne del vostro coraggio, dite per unica risposta: viva la libertà! Cordialmente vi saluto. Il generale Paoli76.
Dopo averla ripiegata, chiusa nello astuccio e bene assicurata sul petto riprese: - Voi gli direte, che il capitano Angiolo ha sentito farsi proposizioni infami, e non le ha respinte, anzi le ha accettate; ditegli, che egli prese in prestito una bandiera francese, ammainò la côrsa, ed in sua vece inalberò la nemica... però aggiungetegli tosto che il capitano Angiolo lo ha fatto per salvare cento e più patriotti come questi (e qui toccò le mani a padre Bernardino, ad Altobello e a Giocante), ed un amico, come siete voi, alla patria: e questo è già molto; e l'ha fatto eziandio per condurgli sano e salvo un carico di armi e di polvere, dal quale può dipendere la salute della patria, stante le angustie in cui ella si versa; di qui il mio abborrimento a combattere, e di qui l'odio per la vostra pipa, signor Giocante: per ultimo ditegli che, depositate in terra anime e beni, egli, senza porre tempo fra mezzo, si è partito per andare a vincere o morire onoratamente combattendo i nemici.
Altobello gettò le braccia al collo di sua madre, e singhiozzando disse:
- O mamma mia, quando avrete un figliuolo che rassomigli al capitano Angiolo?
Padre Bernardino, dopo essersi sentito mareggiare il terreno sotto più che non aveva provato la galera in mare, cascò di stianto ginocchioni, e presa la mano del prode uomo la baciava e la ribaciava; intanto Giocante, levatesi le pistole di tasca, le porgeva al capitano con queste parole:
- Capitano, io vi supplico di accettare queste pistole, perchè ogni volta vi capiterà gettarvi gli occhi sopra, vi rammentiate di un folle, che voleva spararvele nel capo per traditore.
- No, tenetele per voi, che vi faranno bisogno più spesso che a me; e il paese soffre penuria di armi; d'altronde quando mai potessi dimenticare Giocante Canale, io vado persuaso che i vostri gesti mi riporteranno il suo nome più spesso che io saprei desiderare.
Il signor Giacomo, anche prima che Giocante avesse offerto le pistole, aveva pensato lasciare al capitano qualche pegno che a lui lo ricordasse, e da prima si fermò sulla tabacchiera ma subito dopo conoscendo quanto necessario arnese gli fosse, torse lo sguardo altrove e lo posò sopra un anello che aveva in dito, ma questo era ricordo della sua madre defunta: allora la sua volontà cominciò dentro a ondeggiargli dalla scatola all'anello come la cima di un cipresso al rovaio: quella, bisogno frequente del naso; questo, bisogno perpetuo dell'animo; si rinnovava la battaglia antica tra lo spirito e la materia, e il signor Giacomo uscì da cotesto parapiglia da galantuomo par suo, imperciocchè sporgendo la scatola:
- Quanto a questa spero non ricorreranno i motivi delle pistole per escluderla, però quando ci anderete a cercare una presa di tabacco....
- Io non piglio tabacco, signor Giacomo, e levare a voi la tabacchiera sarebbe proprio come rubarla di su l'altare. Mio buono e generoso Inglese, se in qualche parte vi piacqui, se in alcuna cosa vi parve io meritassi di voi, vi supplico a mani giunte di un guiderdone, e questo sia avere a cuore il generale Paoli e la mia patria.
- Mio degno amico, sì, quello come padre, questa come madre. -
Il gallo chiama Francesca Domenica alle opere diurne; deposto soavemente il capo del figliuolo, ella lo ricopre col pilone affinchè la brezza mattutina non lo raffreddi, poi si fa ad esaminare il fornimento dell'ospite e del figliuolo. Egli era negozio serio quello del signor Giacomo: due valigie, e come pese! una sacca, una cassetta e un mazzo fra ombrello, canna e spada: a considerare tante robe la donna alza le mani quasi per dire: manco male, che colui non si porta dietro la casa; allora va e soppesa anche la valigia del figliuolo, e la trovando, fuori di ogni presagio, grave, si stringe nelle spalle; intanto si accosta ai labbri uno dopo l'altro il pollice, l'indice e il medio, e mormora: tre di certo, ma ce ne bisogneranno quattro; e via fuori dell'uscio.
Attinse una mezzina di acqua, e la portò nella stalla ad abeverarne il ciuco; tratte da una sacchetta tre manciate di castagne gliele mise per profenda davanti; ma subito dopo pensando che quel giorno avrebbe fatto cammino sforzato, gliene crebbe due altre: uscita all'aperto, mentre andava in fretta verso una casa, vide una capra che, scioltasi durante la notte, brucava le cime del polloni agli ulivi, ond'ella presto presto la ridusse al laccio e proseguì; in questa una donna al bruzzo la prega: mi fareste la carità a darmi una mano a mettermi questo fascio sul capo? e Francesca Domenica, preso il fascio di legna da un lato, le rende il servizio; dopo le chiede: mi sapreste indicare dove potrei trovare bestie da prendere a nolo? - Ho il fatto vostro, voi non avete a far altro che andare in cotesta casa lassù, e chiedere dello Zembo vetturale.
- Buon giorno e buon anno, disse Francesca Domenica dando una spinta all'uscio, dubitando che a codesta ora dormissero in casa tuttavia, ma rimase delusa, chè si trovò a petto di un'altra donna non meno sollecita di lei, che avendo già acceso il fuoco, e scaldato il latte, adesso ci buttava giù la farina di castagna rimuginando sempre per impedire li zolli, e preparare una scodella di brilloli superlativi; costei levò il capo di su la pignata e rispose:
- Buon giorno. Qual siete? E che volete?
- Vorrei pigliare a nolo quattro muli o cavalli per tre o quattro giorni. Gli avete? Volete darli? Quanto prendete per giorno?
- Noi non gli abbiamo tutti; possiamo cercare quelli che mancano; ma dove hanno a ire?
- A Corte.
- Viaggio lungo.
- Lungo.
- E pericoloso; il mozzo ha da venire con voi?
- Sì.
- Strade dove spesso le bestie capitombolano; nemici nel paese alla busca, e se si perdono, chi me gli rimette?
- I muli non sono fatti mica per stare in convento; coteste strade pure hanno a correre e a ricorrere, e non sarà da oggi che le passeggeranno; quanto a' nemici è un altro paio di maniche: se vi saranno ritenuti ve ne manderemo altrettanti, e meglio dei vostri.
- Bo! Spaccata pomontinea77, e tacque.
- Insomma li volete dare o non li volete dare?
- Assicuratemi prima che me li rimetterete sani e salvi, poi parleremo del resto.
- E come volete che io vi assicuri?
- Un pegno? Vi darò questa croce di oro?
E la donna, tirato avanti il mento e col labbro di sotto copertosene il superiore, faceva atto di disprezzo.
- Non vi basta? eccovi questi orecchini. - E la donna ripeteva il gesto.
- Aggiungerò questi anelli.
- Fossero tutti di oro potrebbero bastare, ma ci vedo questi vetri che non valgono una baiocca.
- Vetri! baiocca! Ma sapete che sono diamanti del valsente mille volte superiori all'oro?
- E via spaccate; ad ogni modo vo' contentarvi, mi darete cinquanta soldi al giorno per bestia, con questo che ci mettiate la profenda di vostro, e li ferriate a vostre spese caso mai venissero a sferrarsi: il mozzo verrà pel vitto e venti soldi al giorno.
- Domine, aiutateci! tanto varrebbe a comprarli addirittura.
- E tu comprali.
- Su via non istiamo a bisticciarci, vi darò trenta soldi al giorno per capo.
- E tu comprali.
- Vada per trentacinque.
- Se casca un quattrino da cinquanta soldi, voi non gli avrete.
- Pazienza! mi provvederò altrove, rendetemi le orerie, certo io non avrei mai creduto di trovare tanta mal fidanza, nè tanta tenacità; ma voi altri del Capo Côrso siete mezzo Genovesi.
- In Capo Côrso, come per tutto il mondo, ce n'è dei buoni e dei cattivi, interruppe una voce di uomo che apparve sull'uscio; tu poi, moglie mia, venisti al mondo per levare la riputazione alla Immacolata, rendi le orerie, brutta scimmia, e ringrazia Dio se non ti lascio sulle costole la memoria di questa giornata. Va via, levamiti davanti gli occhi.
La donna uscì non prima però di aver levato la pignatta dal fuoco per paura che i brilloli pigliassero di bruciato e nello andarsene brontolava:
- Sono più vicini i denti che i parenti; se manca pane, raccatterò le ghiaie per darle ai vostri figliuoli.
- Non vi state a confondere; dicendo voi che noi altri siamo Genovesi, per questa volta avete colto nel segno meglio che non credevate, perchè mia moglie mi viene diritta diritta da Genova; quanto a interessi certo è stretta più della cruna dell'ago, un po' per genio, ma troppo più per necessità: in tutto il resto è una spada: se per amore dei figliuoli vi riuscì fastidievole, voi madre scusatela. Sappiamo chi siete, sappiamo ancora la causa che vi muove a cercare le bestie da soma; padre Bernardino ci ha ragguagliato di ogni cosa, noi tutti dobbiamo tenerci bene edificato l'ospite illustre.... così imponendo l'antica riputazione di ospitalità della nostra patria, e le angustie nelle quali viviamo. - Avrete quatto bestie, quello che non si potrà mettere sulla schiena dei muli, porteranno le donne. Signora78 Alando, non vi sia per rimprovero, ma vogliate credere che anche qui a Capo Côrso il popolo palpita per la salute della patria.
- E questo è ciò che non si potrebbe negare senza taccia di follia, o senza essere presi dalla ira; e voi sapete che ira è breve insania.
Altobello ed il Boswell erano già in piedi, e pronti a partire; Giocante aveva tolto il carico di portare la lettera al Giacomini a Centuri; il padre Casacconi si scusava di non potere accompagnargli più oltre volendo dare una giravolta pei conventi del Capo Côrso, e vedere da sè se vi era cresciuta la buona semenza, ovvero frammesso il loglio della perdizione, gli avrebbe quanto prima raggiunti. Francesca Domenica di ciò si mostrava lieta, perchè ormai le tardava tornarsene a casa, chè le faccende dovevano soffrire; e qui disse avere apprestato le bestie e le donne pel viaggio, nè tacque il come. In questa comparvero i quattro muli ed il ragazzo; Francesca Domenica, invano contrastandolo Altobello, cavò fuori il suo, e gli mise gli arnesi; intanto il signor Boswell, chiamato a parte padre Casacconi, seco lui si trattenne breve ora, e parve a fatica lo persuadesse su qualche punto di quistione sorta fra loro; sopraggiunsero anche due donne, le quali, un po' per difetto dei muli, un po' perchè la cassa, la sacca e lo scrittoio del signor Giacomo mal si adattava sul basto dei muli, si proffersero portarle in capo; parve la cosa sì enorme al buon Inglese, che non voleva assentire a verun patto, ma le donne lo supplicarono a non defraudarle di codesto guadagno; per loro camminare due giorni o tre con quei ninnoli in capo gli era, si può dire, un trastullo, molto più che munite della pietra quadra non poteva vincerle la stanchezza, e così favellando si cinsero sotto il ginocchio un dado colore di ferro.
Avendo domandato il signor Giacomo che cosa tutto ciò significasse, gli fu risposto che la pietra catochite era una pietra come vedeva, cuba e ferrigna, glutinosa a modo di pania, di cui avrebbe incontrato copia a Origlia sotto la torre di Seneca: correre antica credenza che, attaccata sotto il ginocchio sinistro, partecipasse in quale la portasse la virtù di non si straccare mai. Il signor Boswell si strinse nelle spalle, e prese tabacco79. Frate Bernardino così ordinò la cavalcata: tre muli carichi di una valigia per uno (chè l'angustia delle strade non permetteva ingombro maggiore) precedevano col mozzo, seguitavano le due donne; sul mulo più grosso a quando a quando sarebbero saliti Francesca Domenica, o Altobello, e per la piana ambedue. Per ultimo il signor Giacomo sul mulo di casa Alando, coperto di un bel manto vermiglio da disgradarne un cardinale. Padre Bernardino, reiterati tre o quattro volte i saluti, andò pei fatti suoi; gli altri, compresi il Côrso, proprietario delle bestie, e la genovese consorte, gli accompagnarono un pezzo, poi dopo mille augurî di buon viaggio tornarono addietro.
La sottile massaia genovese rientrando in casa non ebbe poco a maravigliarsi vedendo in mezzo della stanza padre Casacconi seduto sopra un sacco, il quale, appena ebbe scorta la donna, si rizzò in piedi e le disse: - Ecco qua, Caterina, il Signore vi ha provveduto, questo è un buon sacco di grano, ch'egli vi manda, e questi scudi per le spese dei vostri figliuoli: ringraziate dunque Dio, e pensate che quando si rende servizio alla libertà, sempre di là, e più spesso che non si crede di qua, se ne riceve mercede.
- Potrei sapere chi mi ha mandato questa carità?...
- I've l'ho detto; Dio. Non vi basta? E sì che la curiosità perse la prima donna, e da cotesta ora in poi avreste potuto emendarvene.
- Eh! padre mio, non era per questo, bensì per pregare Dio in pro' del nostro benefattore.
- Il nome non fa nulla; pregate sempre. Dio lo ha veduto, non abbisogna di certo che voi gli diciate chi sia.
Il viaggio dei nostri pellegrini era per Tomino, donde per la valle di Luri, traversato il Capo Côrso, intendevano ridursi al Pino, o a Beretali. Mentre passo passo s'incamminavano alla prima stazione, il signor Giacomo incominciò a dire:
- Capisco ancora io, signor Alando, che ai tempi della cavalleria si tributava alle femmine riverenza eccessiva, e sto per dire che scemata di una buona metà se ne sarebbe appagato anco Dio; ma i Côrsi poi mi pare, che trattino le donne come se non fossero madri o mogli di loro.
- Io penso che v'inganniate, perchè è difficile, che tra noi un Côrso vizii una fanciulla e poi la pianti.
- Bene; ma avverto che ciò potrebbe accadere piuttosto in grazia della paura pei parenti, che del rispetto alla donna.
- E non vi sembra carità grande quel collettarci che costuma fra noi per fare la dote alle fanciulle povere? Non reputerete amore quel coltivare gratis et amore Dei i campi della vedova e della orfana?
- Carità e fiorita, non rispetto; per ordinario la donna lavora, e il marito fuma; ospitando gente la donna non siede, bensì serve a tavola; ella va scalza, l'uomo calzato; ella sempre a piedi, e per giunta col fascio della legna in capo, l'uomo dietro a cavallo; che più? entrando in una casa al Macinaggio ho veduto una grama femmina girare la mola per macinare il grano.
- Questo ho sentito dire, che trae origine dalle inimicizie, flagello antico del paese, imperciocchè l'uomo dovesse poggiare in alto per iscoprire gli agguati camminando con la barba sulla spalla, e la mano su l'archibugio.
- Benissimo; ma com'entra questa scusa col macinare il grano in casa?
- Perchè l'interno della casa è reame esclusivo della femmina.
- Bene; anzi male. Bello impero davvero quello dove il re è condannato alla parte di schiavo! Mio giovane amico, soffrite che io vi ammonisca, che chi tutto vuol difendere per ordinario non discolpa nulla. La nemica mortale dell'ammenda è la prosunzione: ora lo stato in che senza rimorso o vergogna mantenete la donna fra voi, mi dà la misura giusta della barbarie nella quale vivono gli uomini.
E tacquero, finchè non furono a Tomino; qui giunti, mentre passavano davanti la chiesa, al signor Giacomo venne fatto vedere nella nicchia, a destra di cui mira la facciata, una bomba di ferro, onde piacevolmente interrogò:
- Gli è un santo côrso cotesto?
- No, è un predicatore, che ci hanno mandato i Genovesi, rispose un Côrso che in cotesto punto passava, il quale dì e notte come dal pulpito bandisce, che dai forestieri non ci dobbiamo aspettare miglior bene di quello. - Però i Genovesi non giunsero mai ad espugnare Tomino; e gli uomini di questo paese traendo alla chiesa, nel vedere la bomba, ne cavano argomento di supplicare con tutta l'anima Dio, che alla occasione non ci faccia peggiori dei nostri padri. Se vi piace scendere, vedrete il Tabernacolo, meraviglia della Corsica, sto per dire del mondo.
Scesero tutti, ed entrarono nella Sagrestia, dove sta esposto il modello di legno assai bene architettato, e condotto con fino lavorio, pure non tale da meritarsi codesta lode smodata; senonchè la guida aggiunse: - Prima era tutto di argento, donato alla chiesa da un Filippi arricchito in America, a cui costò un milione e mezzo di lire; prima di disfare il Tabernacolo di argento ne cavammo questo modello per memoria dell'opera, non del dono; avrete forse sentito a dire o sentirete da qualcheduno che noi Tominesi repugnando dal dare il nostro Tabernacolo al generale Paoli pei bisogni della patria, lo sottraessimo mettendolo sotto terra; non gli date retta; fummo proprio noi che glielo andammo a profferire, come offrimmo a Roma il magnifico ostensorio di argento del peso giusto di un rubbo, e il Papa in beneficenza ci promise quattro scudi romani all'anno!
- O pelo o pelle con Roma bisogna lasciarci, pensò il signor Giacomo; nè anco l'uno per cento senza contare la fattura: la Curia romana è donna, ma non ebbe mai bisogno di curatore: poi a voce alta chiese: avete detto promesso; per avventura non li pagarono mai?
- No, signore, li pagarono per pochi anni; in seguito le disdette della chiesa non permisero retribuire più oltre questo piccolo censo.
- Ahimè! si direbbe, che la vigna del Signore sia peggio trattata di quella dell'empio; colà sempre grandine, sempre tempesta.
Altobello, pauroso che il colloquio pigliasse piega spiacevole per la madre sua piuttosto pinzochera che devota, unica macchia fra tanto splendore, alzando il dito accennò:
- Vedete cotesta torre là? noi altri la chiamiamo la torre di Seneca, e tutto questo distretto ha nome da Seneca.
- Se questo fu il luogo della relegazione di Seneca, certo non si riconoscerebbe per la orribile descrizione ch'egli ne fa nella epistola ad Elvia sua madre, ma il tedio dell'esilio glielo avrà fatto comparire più tristo, e da quel tempo in poi voglio credere, che la natura e la industria lo abbiano reso più bello.
- Poi oltre la torre troveremo Mercurio, dove la fama narra, che Seneca fosse flagellato con le ortiche dalle donne a cagione della sua incontinenza.
- Ohibò! coteste mi paiono grullerie: vi sembra probabile, che Seneca fra tante angustie avesse capo a siffatte novelle? Uscito di Roma, sazio di femmine senatorie e imperiali, come supporre, che gli venisse vaghezza di rincorrere le donne per questi balzi a mo' di Satiro? Che ne dice la mia rispettabile signora Francesca Domenica?
- La medesima vendetta si racconta che le donne di Bonifazio e di Sollacarò abbiano preso in simile occasione; ma io le reputo favole tutte, perchè la donna prudente difende l'onore suo, e non ostenta la difesa, sentendosi abbastanza umiliata dal sapere, che altri con parole, anzi pure col pensiero, le abbia recato oltraggio.
Ma il fine pel quale Altobello aveva intromesso discorso, gli venne tronco appunto per causa del medesimo, imperciocchè la piissima madre riprese a dire: - Invece di trattenervi in queste pantraccole avrebbe dovuto il mio figliuolo raccontarvi come oltre quel poggio di Pietra Corbara in riva al mare sorga il santuario di santa Caterina, dove tra le altre sante reliquie si conserva una zolla di terra adoperata dal Padre eterno nella creazione dell'uomo.
- Che mai dite, mia rispettabile signora! proruppe il signor Giacomo levandosi alto su le staffe.
- Già; una zolla di terra servita alla formazione del nostro padre Adamo.
- Diavolo! esclamò da capo il signor Giacomo, e stava lì lì per uscire dai gangheri, senonchè alzata la faccia occorse negli occhi di Altobello, i quali con muto linguaggio lo supplicavano ad avere misericordia della fede di quella semplice donna; ed egli che filosofo veramente era, e per ciò tollerantissimo, si astenne di portare lo scompiglio nell'anima di lei con importune considerazioni; solo facendo l'atto del tacchino quando ingola una noce, tacque, e la donna soggiunse:
- Ed oltre la zolla ci ha un vaso di manna raccolta nel deserto; un frammento della verga non ricordo bene se di Aronne o di Mosè; alcune goccie di latte della Madonna, e parecchie gugliate di refe, torto proprio con le sue sante mani.
Il degno signor Giacomo sostenne bravamente la enumerazione di coteste reliquie come un granatiere inglese la scarica di una cannonata a mitraglia, rinnovando però ad ognuna l'atto del tacchino che ingola le noci.
Così ora tacendo, ora alternando i ragionamenti, arrivarono, traversato il Nebbio, su i gioghi di Lento e Canavaggia, donde scesero nelle strette del Golo a Pontenuovo, già famoso per la resa dei Tedeschi al prete Castineti, e sortito dai cieli a ben altra, e per questa volta, lacrimevole celebrità. Intanto che scendevano da Lento, Francesca Domenica indicando i colli dalla parte opposta della valle avvertì:
- Vedete colà quel paese? Lo vedete? Lì dietro giace la terra benedetta che ha dato alla Corsica il generale Pasquale Paoli, mio cugino in terza.
- E usciremmo molto di strada se andassimo a visitare la sua casa?
- Non troppo, no, chè, per Saliceto e Pietrarossa riusciremo verso Omessa sopra la strada di Corte.
- Dunque... con voce un po' tremante dalla commozione incominciò il Boswell, e la Côrsa conchiudendo in fretta:
- Venitemi dietro, che io vi condurrò fin là; e voi altri proseguite, che vi raggiungeremo.
Allora Francesca Domenica, seguitata da Altobello e dal Boswell, salito il colle, arrivò alla valle, e lasciatosi dietro Morosaglia, giunse alla Stretta nella pieve di Rostino. A mano a mano che si accostavano, il luogo sembrava, e veramente si empiva di orrore religioso; pareva lo sbocco di un vasto torrente, qua e là seminato di massi enormi, fra mezzo i quali scendevano mille rivoli di acque, che ripetendosi da più parte gli echi, e confondendo le voci, mandavano intorno come un fremito di armi. E com'era vocale la terra, così dall'alto non iscendeva meno misteriosa la copia dei suoni; questi poi uscivano dalle fronde di castagni secolari, i quali mossi dal vento susurravano, e a volta a volta, o coprivano di ombre il sentiero, o vi lasciavano penetrare un raggio fulgidissimo di sole; passato il torrente, le coste si alzano blande, a scaglioni alberati tutti di castagni, fra cui l'occhio spazia lontano di viale in viale, sicchè tu credi infinito quel bosco. Non pertanto alla svolta di un poggiuolo, custodita dalle ombre di parecchi castagni apparisce la casa del Paoli.
- Qui è nato da Giacinto Paoli e da Dionisia Valentini mia cugina il generale Paoli nel 1724.
Il Boswell vide attonito due corpi di fabbrica coi tetti dispari, e formanti insieme una casa di cui il più umile dei fattori si sarebbe appena giovato; poche le finestre ed anguste, la porta ottimamente munita d'imposta ferrata, alla quale non si poteva giungere che con molta difficoltà. Poichè rinvenne dallo stupore il Boswell chiese, se avrebbe potuto, senza indiscretezza, visitare dentro.
- Signore! rispose Francesca Domenica, o chi para? - E qui con una specie di fischio acutissimo incominciò a urlare: - Minugrò, Marifrancè, Orsantò.
Cotesti fischi avrebbero avuto la virtù di resuscitare i morti senza altrimenti attendere la chiamata degli Angioli, pensate se di far correre i vivi: di fatto indi a breve tra la macchia s'intese un grido come di cuculo; dopo altro spazio di tempo comparve un villano, che, riconosciuta la donna, con grandissima dimestichezza favellò:
- O signora Francedomè, siete voi? Il generale non ci è, e nè anche Minugrò e Orsantò: entrate a rinfrescarvi. Dove siete stata? Donde venite? Questi signori chi sono?
- Questo è mio figliuolo Altobello, questo altro è un signore nostro ospite e amico, sono andata a riscontrarli, e torno con essi a casa.
Il villano, dopo aver bene udito queste cose, schizzò fuori dei denti uno spruzzo di saliva verde a cagione del sugo dell'erba che masticava, e forbitosi col rovescio della man manca le labbra abbracciò e baciò Altobello; volendo in seguito praticare la stessa cerimonia col Boswell, questi lo respinse mettendogli con quanto possedeva di forza il pugno al petto: per la qual cosa il Côrso aggrondato brontolò: - Per Dio santo, o che frulla a costui?
Senonchè Altobello sovveniva pronto a quel frangente mormorando nelle orecchie al Côrso: - Costà nelle parti d'Inghilterra il bacio tra uomini non usa, e il vostro ospite è inglese.
- Allora muta aspetto, e ripresa la consueta compostezza il Côrso soggiunse: - Passeremo dalla Cappella ne'?
Entrarono in una stanza terrena foggiata a modo di Cappella, nè priva di eleganza, certo poi netta e fresca come se fosse nuova. Appena Francesca Domenica vide una lampada accesa davanti la immagine della Immacolata ed uno inginocchiatoio ci si gettò giù di sfascio; Altobello e il Boswell l'ebbero ad imitare a scanso di scandali: questi dopo convenevole intervallo levò il capo per iscoprire marina, ma la donna teneva sempre gli occhi chiusi, e la faccia bassa su le mani giunte; dopo lui, e scorso altro spazio di tempo, si provò di specolare Altobello; non ci era apparenza di prossima fine; tossirono, starnutarono: peggio! Ci volle pazienza, chè la Francesca Domenica quinci non si rimosse se prima non ebbe votato e scosso il sacco; per ultimo fattasi il segno della redenzione, con un bellissimo inchino si licenziò dalla Immacolata. Allora passarono nel celliere, a giudicarne dai vasi vinarii di ogni maniera sparsi qua e là: donde per via di scala di legno, che metteva capo ad un'apertura nel pavimento, riuscirono al piano superiore. - Occorse agli occhi del Boswell una sala vastissima cui faceva soffitto la travatura del tetto con un camino proporzionato alla grandezza del luogo nella parte meridionale; il camino, come ogni altro antico di Corsica, pareva dilettarsi a distribuire imparzialmente il fumo fuori e dentro casa, imperciocchè i travi, le muraglie e tutto in cotesta sala apparisse ingrommato di vernice nera: mobili unici una tavola in mezzo, parecchi seggioloni a braccioli con la spalliera diritta, e la predella ignuda da cuscino; su la parete a tramontana, un quadretto, che forse conteneva una immagine, ma stante la piccolezza sua e la distanza non era dato distinguere. Tutto questo com'è da credersi, fu presto veduto; però senza quasi fermarsi passarono in certa cameretta quadra, di forse sette passi, a otto non ci arrivava, per lato, e qui videro una cassa, una scrivania, una seggiola, uno inginocchiatoio; nella parete sopra lo inginocchiatoio coi bullettoni inchiodate due stampe, una rappresentante la inevitabile Immacolata, l'altra il ritratto di Sampiero D'Ornano: in fondo della stanza un arco, non però in mezzo della muraglia, bensì tutto su un lato, per la quale cosa mentre a sinistra del riguardante posava sopra un pilastro fuori di tutte le regole largo, a destra finiva ad angolo acuto sopra la stessa parete; la tenda di bordato larga quanto l'aria dell'arco, impedendo la vista, il maggiordomo di casa fu sollecito di tirarla, ed espose per questo modo un lettuccio, una scranna, e un lavamano. Il signor Boswell con qualche leggera impazienza disse: - Non importa che mi mostriate di questa casa più oltre; menatemi addirittura al quartiere del signor generale80.
- Gli è bello e finito; nelle altre camere abita la famiglia, cioè i cani e i servitori.
Il signor Giacomo trasecolava, anzi considerando più minutamente vide che le finestre non andavano munite di cristalli, e di vetri, bensì da impannate, onde non potè trattenersi dallo esclamare:
- Senza vetri! Senza cristalli! Qui siamo ai tempi di Adamo; per lo meno a quelli di Noè.
- Veramente prima che il signor generale venisse da Napoli, io ce li feci mettere, ma egli entrato in casa, tostochè li vide, li ruppe col bastone che teneva in mano, dicendo: impannate ci lasciai ed impannate io ci vo' trovare: anche traverso il cristallo il lusso entra nelle case, e allora addio parsimonia, senza la quale la repubblica è vergone da civettare beccafichi.
Il Boswell taceva, solo non rifiniva di cacciarsi su nel naso tabacco sopra tabacco. Rientrato in sala il maggiordomo convitò gli ospiti a mensa, che parve al nostro Inglese più che patriarcale davvero: sopra rozza tovaglia avevano posto un catino di zuppa di magro, copiosa di legumi e di erbe; accanto al catino due zucche, una piena di acqua, l'altra di vino, dove ogni commensale poteva dissetarsi a suo talento: assettatisi a tavola misero davanti al Boswell una scodella di zuppa, e gli dettero forchetta e cucchiaio di bossolo: non sentendosi troppo allettato da cotesta vivanda, egli si pose a considerare la posata fatta con bellissimo garbo, ma, per molto uso, pingue di grasso. Il manente notò l'attenzione dell'ospite, e non gli sfuggì nè anche un suo gesto di disgusto, ch'egli non valse a reprimere; per la qualcosa credè molto a proposito dirgli:
- Vedete, signore, anche il generale da principio non ci si sapeva adattare, e ne scrisse a suo padre signor Giacinto buona anima perchè da Napoli gliene provvedesse di argento; il signor Giacinto ecco cosa gli rispose: - qui si levò da tavola, e salito su di una seggiola staccò dalle pareti il quadrettino, il quale appunto conservava sotto il cristallo la lettera del vecchio Paoli al suo figliuolo; lo porse al Boswell, che lesse:
Mi congratulo con la patria e con voi per la espugnazione della torre di San Pellegrino; però sarebbe stato meglio, che più in tempo aveste avvertito come senza artiglierie non si potesse pigliare: adagio col sangue altrui; del vostro siete padrone. Quanto alle posate di argento che mi chiedete, innanzi di mandarvele mi occorre sapere da voi se sia morto costà Solimano, che le faceva di legno, ecc. - Giacinto Paoli81.»
L'Inglese rimase sbalordito; incominciava quasi a temere di trovarsi al cospetto del Paoli: di vero leggendo Plutarco, nell'udire i magnanimi gesti, e i detti non meno mirabili degli uomini sommi, tu ricorri sovente a contemplarne le immagini, ma se fissandoci troppo la mente ti avvenga di credere, che gli occhi o le labbra loro si movano, ti si mette addosso la paura di trovarti così piccolo, così gramo, così imbelle, così insensato a tu per tu con un Temistocle, un Camillo ed anco con un Mario. Non ci ha prosunzione moderna la quale, urtando taluno di cotesti grandi, non caschi giù come vescica sgonfiata. - Molte cose ricercò del Paoli, e molte ne seppe che lo confermarono nell'alto concetto che aveva di lui: egli è da credersi che la notte lo avrebbe colto in cotesta casa, se Francesca Domenica non avesse sollecitata la partenza, essendo ormai l'ora tarda.
Comecchè il sole fosse da parecchio tempo tramontato dai poggi, pure il cielo conservava tanto di luce, che i nostri viaggiatori usciti allo aperto potessero vedere, addossati ai monti dirimpetto, Omessa, Sueria, Castirla ed altri non pochi paesi. Francesca Domenica, a mano a mano che si accostava a casa, cresceva d'irrequietezza: parendole fastidioso il moto del mulo, scese e percorse spedita per quei colli al pari di un mufflo: ora cantarellava qualche frammento di vocero, ed ora (incredibile a dirsi!) anche qualche canzone di amore: allo improvviso stette, e:
- Signore Inglese, incominciò, vedete cotesto paese là di faccia a noi? Lo vedete? Colà abita una santa donna mia cugina in terza, e ciò che importa se non di più, certo del pari, una donna che si farebbe mettere in pezzi per la Patria.
- Bene; lo credo senz'altro, ed ha nome?
- Eufrosina Cervoni; se il general Paoli viveva, debitore della sua vita prima a Dio, poi a lei.
- E come andò, signora? Sto su la brace per saperlo.
- Eh! ve lo direi se non temessi destare il cane che dorme: ad ogni modo quello che ho sul cuore, ho sulla lingua. La famiglia di mio marito parteggiò sempre pei Matra, massime per Mario; io non credei mai questo sciagurato venduto nè traditore, bensì ossesso di ambizione e di superbia: posposto al Paoli nel generalato lo avversò con le frodi e con le armi; riuscitegli vane ambedue, si gettò per disperato in braccio ai genovesi, i quali armatolo da capo lo vomitarono nell'isola a rinfocolare la guerra civile. Mentre il generale improvvido scorreva la provincia di Aleria, ecco il Matra cascargli addosso con ottocento uomini tra Zuani e Pietraserena, ond'egli ebbe di grazia scampare fuggendo; seguitato da quaranta uomini si chiuse nel convento di Bosio; sopraggiungono i Matristi, e chiusolo d'intorno, lo assediano; io non vi racconterò le vicende dello assedio, bastivi che non essendo stati soccorsi quei di dentro dopo due giorni di battaglia erano ridotti agli estremi; e ormai le porte incendiate cascando a pezzi aprivano la strada agli scellerati che urlavano: ammazza! ammazza! Per salvare il nostro eroe ci voleva un miracolo: e il miracolo fu operato per la virtù di mia cugina Eufrosina. Sentendo ella il pericolo del Paoli scese dalla camera soprana in traccia del figliuolo Tommaso, il quale stava seduto intorno al fuoco, gli porse lo schioppo e gli disse: - Tomè, che fate voi qui? Non sapete che il nostro generale corre pericolo? Pigliate lo schioppo e andate co' nostri a liberarlo, o a farvi ammazzare. - Tommaso non si movendo punto rispose che col Paoli aveva ruggine vecchia e non parergli vero che altri facesse la sua vendetta. - La vendetta non è da cristiani, nè da cittadini, se prima che io abbia recitato un Paternostro non siete in via, vi prometto abbandonare la casa vostra, lasciandovi invece la maledizione di una madre. - Tomè non se lo lasciò dire due volte, e messasi la via tra le gambe arrivò a tempo per salvare il generale. Dicono che di colta ferisse Mario in un ginocchio: o egli o altri, fatto sta che ferito rimase e poco stante morto di molte ferite; dicono ancora che il generale nel vederlo cadavere piangesse; e su ciò la verità al suo luogo, perchè quello che ci fosse da piangere, io non ci so vedere; ciò che non si potrebbe negare si è che egli gli fece fare onesti funerali; nè di più deve attendersi da cui teneste nemico.
- Lo zio, riprese Altobello, che si trovò in cotesto tafferuglio, mi assicura che il Cervoni con Giovannifelice Valentini molto contribuirono ad accertare la vittoria del Paoli, ma quelli i quali veramente lo salvarono, furono due popolani Pierinotto da Fornoli e frate Ambrogio; questi sul campanile senza far conto delle palle, non altrimenti che fossero castagne, picchiava la campana a martello, l'altro accorrendo con poca gente sonò il colombo82 per le macchie vicine con tanto furore, che i Matristi paurosi, di essere sorpresi cessarono l'assalto per andare alla scoperta dei sopraggiunti; lo zio mi disse ancora, la moschettata che colpì il signor Mario nel ginocchio essersi partita dagli uomini di Pierinotto, non già da quelli del Cervoni.
- Sia come si vuole rimarrà sempre degno di memoria l'atto magnanimo di Eufrosina, - osservò Francesca Domenica, cui rispondendo il figliuolo disse: senza dubbio, senza dubbio.
Intanto le ombre della notte si erano sparse sopra la terra, e Altobello, tenendo per la cavezza il mulo dove stava seduta la madre, lo mise dentro un calle angusto in mezzo di foltissima macchia, il quale faceva capo alla casa paterna per la via più diritta, imperciocchè Corte non fosse città murata, e la più parte delle case stessero a que' tempi sparse per la campagna come giovenchi alla pastura: essendosi per questo modo Altobello scostato alquanto dal signor Boswell e dagli altri compagni di viaggio, con bassi accenti si fece ad interrogare la madre.
- Ma com'è che siete venuta, mamma, a incontrarmi fino al Macinaggio? Chi vi ha avvisato del mio arrivo?
- Il generale.
- Possibile! Egli non poteva saperne niente.
- Eppure lo sapeva. Domenica scorsa mentre usciva da messa lo trovai sul prato davanti la chiesa; tostochè mi vede egli mi si fa dappresso, e mi dice: Buon dì e buon anno; come va la salute, cugina? - Eh! piaccia a Dio quando va male la vada sempre così. - Che nuove abbiamo dei parenti? - Di quali parenti? - Di quelli di Venezia. - Ne vivo in pensiero, perchè come saremo a Santa Giulia, correranno due mesi che non ricevo lettera di loro. - Non vi confondete, cugina, accertatevi, che stanno per arrivare. - Santa Vergine, che cosa mi dite! e verranno tutti e due, cognato e figliuolo? - Se tutti e due, non saprei, ma uno di certo e sarà Altobello. - Generale, non mi tacete nulla, ve ne supplico; capite... io sono madre. - Capisco tutto, epperò vi paleso che tra pochi giorni il vostro figliuolo arriverà al Macinaggio su la mezza galera del capitano Franceschi, almeno così spero: ma subito dopo ripigliandosi ha soggiunto: - No, ne son sicuro. - L'ho ringraziato, e tornando a casa pareva una rondine: credo avere cantato per via, sicchè se la gente non mi ha creduta matta sarà stato un miracolo; spazzai la camera, mutai le lenziola di sul letto, misi in sesto ogni cosa, e poi badandomi bene d'intorno, affinchè nessuno mi frastornasse, sono venuta ad incontrarti.
Altobello la prese per mano, e glie la baciò due volte, - e quindi a breve soggiunse: - Però cotesto annunzio del generale mi riesce strano.
- Non fartene meraviglia, figliuolo, perchè il generale fu beneficato da Dio col dono della profezia, e te ne accorgerai.
Il ragionamento tra la madre e figliuolo venne interrotto da uno scoppio di archibugio, anzi Altobello sentì persino quel sibilo che manifesta il passaggio della palla: subito dopo in lontananza urli e pianti disperati.
- Ho paura sia successo qualche disgrazia, osservò Altobello alla madre. - Ne dubito anch'io, questa rispose, e proseguì in silenzio. Non erano andati guari, che fu udito per la macchia uno stormire come di cignale che rompendo le roste si faccia via traverso alla foresta: soprastettero sospettosi, intanto lo strepito più e più sempre si appressava; ad un tratto proruppe fuori della macchia un uomo di cui i gesti, per quanto lasciassero vedere le ombre della sera, palesavano il terrore; con le mani faceva l'atto di aprirsi le frasche davanti al passo, e il capo teneva volto sulla spalla manca, qual è colui che tema di vedersi inseguito. Nè badando, e nè credendo d'incontrare molestia per cotesta via, venne ad urtare con violenza nel petto di Altobello che allargate le braccia lo recinse a mezza vita prima che costui se ne accorgesse. L'effetto, che prima percosse il fuggitivo, fu la paura, a giudicarne dallo strido straziante che cacciò fuori; ma subito dopo prevalse l'amore della salvezza, dacchè incominciò a dare crolli da schiantare un pino. Altobello, quanto egli si sforzava svincolarsi, tanto intendeva con supremi conati a tenerlo stretto. Il signor Giacomo, studioso della libertà del cittadino, pensava se fosse lecito per mera suspizione privare, come Altobello aveva fatto, un uomo dell'esercizio delle sue facoltà; e intanto che discuteva la cosa stavasene a cavallo al mulo e non lo sovveniva. Dopo parecchie scosse riuscì allo sconosciuto sprigionare il braccio destro, che in un attimo cacciò nella tasca delle brache, e lo ritrasse armato di stile: già lo teneva levato per conficcarlo nelle spalle ad Altobello, quando Francesca Domenica, che alta era e gagliarda, con ambedue le mani gli attenagliò il polso, e costringendolo a piegare, tale vi impresse un morso, che lo sciagurato, sentendosi a lacerare carne e muscoli, con doloroso guaito lasciò cadere lo stiletto. Non per questo meno egli tentava scappare con ogni modo, e Altobello affannoso gridava: - Una fune, una fune! levate la cavezza ad un mulo.
Il signor Giacomo appena ebbe ombra, che lo sconosciuto avesse cavato lo stile, non istette più a tentennare; ma anche egli si precipitava alla riscossa, se nonchè si trovò prevenuto dalla madre; e nondimeno il suo intervento fu utilissimo perchè appena sentì chiedere la fune, frugatosi in tasca fra un arsenale di arnesi rinvenne una matassa di cordicella; con essa adoperandovisi egli medesimo, legarono l'uomo, che grugniva maledizioni e bestemmie. Mentre lo legavano, Altobello non senza un po' di stizza, disse al Boswell83: - Veramente potevate venire prima a darmi una mano.
- Bene, rispose l'inglese, ma io stava perplesso a considerare se non essendo magistrato, e per semplice sospetto, poteva io privare della libertà un cittadino.
- E come va, che adesso lo legate con tanto garbo, che salvo vostro onore parrebbe non vi giungesse nuovo il mestiere?
- Oh! tra un cittadino che va per fatti suoi, ed uno che ha tentato ammazzare il suo prossimo, corre divario; e questo senza scrupolo lego. Circa agli elogi di vostra signoria circa il mio modo di legare, io opino che quando l'uomo si mette a fare qualche cosa deve studiarsi di farla meglio che può.
Così proseguirono fin presso la casa paterna di Altobello allorchè questi sentì all'improvviso scivolarsi su la mano qualche cosa di liscio e viscoso, ond'è, che trasalendo esclamò: - Che diavolo mi capita di nuovo adesso? - Allora si fece sentire un brontolìo, il quale quantunque in favella dalla nostra diversa, pure assai chiaro esprimeva: smemorato! tu mi avevi già messo in dimenticanza, ed io anco al buio ti ho riconosciuto.
- O Leone, rispose Altobello, e tese le braccia al cane e il cane le zampe a lui, sicchè si abbracciarono nelle regole, e si baciarono come vecchi amici.
Intanto erano giunti a piè della porta, e Francesca Domenica a tastoni trovò la chiave depositata dentro una fessura del muro; l'aperse, e a tastoni mise la mano su l'acciarino e l'esca, che innanzi di partire insieme alla lanterna lasciava in luogo destro. Appena acceso il lume gli occhi di tutti si appuntarono nella faccia del prigioniero; sinistra ella doveva essere sempre, ora poi tutta impiastricciata di catrame metteva spavento. Altobello non seppe ravvisarlo, e la madre sua, per molto studio ci mettesse, nè meno: interrogato chi fosse, torse gli occhi in atto di rabbia e di minaccia, mandò un grugnito. Il signor Giacomo, intanto che dava una mano a levare le valigie dalle groppe ai muli, proponeva:
- Io direi, salvo la vostra approvazione, di mettere questo sciagurato in luogo sicuro - intendo nelle mani del magistrato.
- Potrebbe per ora non essere il luogo più sicuro, rispose Altobello.
- Bene; allora in altro modo; e mentre la signora vostra madre e quest'altra gente danno sesto alle robe, noi andarcene un po' a scoprire marina; e poi sentite.... fattosegli accosto gli bisbigliò dentro gli orecchi - importa che nessuno esca di casa prima del nostro ritorno.
Altobello spinse il prigioniero dentro il celliere, di cui chiuse diligentemente le imposte, rallentò un poco la legatura delle mani di lui; chiuse del pari la porta della stanza per di fuori; raccomandò sottovoce alla madre non lasciasse uscire le donne nè il ragazzo; per ultimo prese il braccio del Boswell in atto di condurlo fuori.
- Adagio, questi disse, e voltosi a Francesca Domenica, dopo avere frugato nel consueto arsenale delle sue tasche, continuò: signora mia, non ci ha persona al mondo, almeno spero, sempre però salvo vostro onore, e quello del vostro signor figlio, che mi superi nella osservanza nel quinto precetto del Decalogo; ma si danno casi nei quali senza peccato possiamo tenergli per non iscritti; quali essi possano essere a me non importa chiarire adesso; però mi pare bene lasciarvi qui un arnese che possa farvi approfittare della eccezione - e trasse fuori una pistola - la sorella tengo per me.
- Non ve ne private: ho il fatto mio; e la donna andò nella sua camera tornando subito dopo con lo schioppo, la carchera e il pugnale, che col rosario facevano a cotesti tempi compagnia ad ogni Côrso, e sovente alle donne loro fuori di casa; sempre ai Cristi côrsi in casa.
- Bene; scusate, e si avviò dietro ad Altobello.
Nel passare davanti la finestra del celliere questi favellò piacevolmente al signor Giacomo: - Voi avevate avvertito alle difese interne, a me spetta provvedere all'esterne. Leone, qui - il cane gli era dietro ai calcagni - Leone, cùcciati qua; prima del mio ritorno non ti movere.
Il cane come gli fu comandato fece.
Forse di dieci minuti potevano essere partiti, e Francesca Domenica si stillava il cervello ad apparecchiare cena senza avere bisogno di mandare persona fuori di casa, e con le donne e il ragazzo faceva un gran tramestare di su e di giù, quando dal celliere uscì una voce che chiamava:
- Francedomè! Francedomè!
- Che vuoi?
- Ohimè! mi sento trangusciato. Portatemi da bere.
Stette la donna alquanto sospesa; il cuore le si rimescolò perchè le parve riconoscere codesta voce pure, animosa com'era, aperse la porta, e col lume in una mano e una ciotola d'acqua nell'altra entrando disse:
- Te', bevi.
- Francedomè, dopo bevuto riprese il prigioniero, la corda mi sega i polsi: allentatemela tanto che non mi faccia soffrire.
- Offrilo al Signore in isconto dei tuoi peccati.
- Meglio per te; ha patito tanto egli, puoi patire un tantino anche tu...
- Ma voi, Francedomè, volete mandarmi alla morte...
- Perchè? Oh! non siete innocente?
- Cugina! non mi riconoscete?
- Zitto là; non riconosco nessuno.
- Sono Giovà Brando figliuolo della cugina carnale del fratello di vostro cognato; capite, carne vostra; cugino vero in terza, all'usanza; vi basterà il cuore di mettermi in mano al boia, ne'? e la vergogna del parentado?...
- E i rimproveri del cognato e dei cugini? - e la vendetta?... sì, per Dio, la vendetta... di casa Alando non rimarrà pietra sopra pietra; arsi gli uliveti, ammazzate le bestie...
- Che chiasso è questo in casa mia?...
Questa voce singolarissima, come quella che avendo incominciato in tuono basso terminava in falsetto, mosse da un personaggio soppraggiunto, di cui vale il pregio disegnare la figura; grasso il viso ma frollo, del colore del lardo invietito, la barba come cavolo, verde; capelli e peli spelazzati, rari e quasi venuti a lite fra loro; gli occhi tondi in fuori e nelle pupille nerissimi, se non che stando immobili gli partecipavano l'aria stupida dei tacchini; in capo portava una berretta di cuoio logora e bisunta; piuttosto che vestito pareva imballato a forza dentro un farsetto di ciambellotto di un certo colore che non si poteva affermare in buona coscienza colore; forse fu giallo in origine ritinto in verde, ma qua il sole lo aveva sbiadito, là qualche acido alterato, in altra parte qualche grasso unto; insomma era un problema tintorio; gli occhielli stavano lì lì per iscoppiare, intanto che le flosce membra a festoni gli scappavano di sotto e di sopra l'abbottonatura; dalle maniche corte uscivano certe manacce, fatte ad uso84 di mestole da bucatai; la pancia in isconcia guisa appuntata, le calze giù bracaloni, e i piedi immani resi più turpi da ciabattaccie lacere donde sbucavano più che mezzi fuori. Costui a prima giunta moveva a risa, perchè su cotesta faccia primeggiavano i segni della melensaggine, ma subito dopo ti rabbrividivano gli altri della frode, della viltà e della ferocia senza compassione. Questi era Mariano fratello dello avvenente Altobello, nè la santa castità della madre apriva adito al sospetto che fosse illegittimo: ghiribizzi della natura!
- Cugino Mariano, Dio vi manda per riparare qualche casaccio; voi vedete come mi hanno concio vostro fratello, e un cane di forestiere, che egli ha menato quaggiù.
- Mio fratello! da quando è arrivato? Faceva meglio a stare a Venezia. Che cosa è venuto a fare? Mamma! ve lo ha detto che sia venuto a fare?
- È venuto a fare quello che non puoi, nè vuoi far tu, a travagliarsi in pro' della patria.
- Misericordia! quanti bauli! E come pesi! sarebbe diventato ricco?
- Di suo non ce n'è che uno! gli altri appartengono all'ospite.
- Cugino Mario, per Dio santo, mi volete slegare ne'? Innocente come Cristo?
- Chetatevi là; mi gira altro pel capo adesso: ed ove albergherà l'ospite?
- Dove l'albergherebbe Altobello se non in casa sua?
- Casa sua? Dove ha casa Altobello?
- Oh! questa non è sua?
- È mia! È mia! Tutta mia. La sua parte se l'è mangiata.
- Davvero? Da quando in qua!
- Eh! faranno cinque anni come arriveremo a San Martino.
- Mi giunge nuova; io non ne aveva saputo nulla prima di adesso.
- E da quando in qua importa che le donne sappiano tutte le faccende di casa? Voi altre siete adattate a conservare i segreti come i panieri il vino.
- Non monta, l'ospiterai tu; sosterrai tu l'onore di casa.
- Io? Che razza di onore gli è questo farsi mangiare il suo da gente che non si conosce?
- Sta quieto: farò io la spesa.
- Voi? per la Immacolata! Ne avete dunque moneta? Lo aveva sempre sospettato io; già le buone massaie governando la casa trovano sempre la maniera di mettere qualche cosa da parte: sentite una cosa, mamma, voi fareste carità fiorita a darli a me quei vostri quattrini.... già infine di conto sono miei perchè gli avete guadagnati col marito.
- Perchè non dici dirittura rubati?
- Dio mi liberi; via dateli a me; voi che state su la fossa potete piangere il morto; considerate le spese quotidiane, i raccolti scarsi, gli aggravi per questa maledettissima guerra.
Francesca Domenica, femmina avvistata molto, al primo comparire del figliuolo presagì che non l'avrebbe cavata netta; però, ingegnandosi di allungare il colloquio finchè tornasse Altobello, toccò questo altro tasto.
- La libertà, come preziosissima, se costa cara non ha da dolere.
- La libertà? che importa a me questa libertà? Mi pota gli olivi? Raccatta ella le mie castagne? La libertà se non consiste nel fare quanto ci piace, massime non pagare nulla, per me non so capire che sia. Dicono che i Francesi abbiano bandito di farci franchi da qualunque gravezza se ci sottomettiamo a loro; dove volete trovare libertà migliore di questa?
- Mariano, non mi volete dar retta, per Dio santo? Anche voi vi accordate a tradire il vostro cugino Giovà Brando? Bada che i Brando si rassomigliano al carbone, tingono e scottano.
- Guelfo non son, nè Ghibellin mi appello; Chi mi dà da mangiar, tengo da quello: questo si chiama ragionare.
- O che ci guadagnate a farmi impiccare come un cane? Nulla; anzi correte rischio di ritrovarvi anche voi compreso nella vendetta, che di traverso va fino al terzo grado... e voi sarete nel primo.
- Per me questi Paoli mi paiono una manica di avari che vogliono campare alle spalle degli altri, e mettere in serbo le entrate....
- Mentre se mi mandate libero, il chioso della Padulella, che fa corpo col vostro procoio, delle Lungagnole....
- Oè! scusate, Giovà, se non vi ho atteso.... la Padulella dunque.
- Che fa corpo al vostro procoio io ve la regalo; voglio dire: prometto vendervela al prezzo che mi avete offerto, e, capite bene? torna lo stesso, che donarvela.
- Passata la festa si leva l'alloro: chi mi assicura che manterrete sciolto la promessa fatta mentre eravate legato?
- Voi mi potrete sempre accusare di avere tombato.... non è così.... di avermi preso con le armi alla mano la notte, che ammazzarono il colonnello Albertini....
- O povero colonnello! che ti aveva fatto quel degno galantuomo, scellerato?
- Francesca Domenica, io sono innocente come Cristo.
- Sentite, Giovà, se volete che vi sciolga, bisogna che mi confessiate alla libera di avere ammazzato il colonnello Albertini; allora sì che mi mettete la caparra in mano, e di voi io mi potrò fidare.
- Lo avete tombato o non lo avete tombato?
- Io l'ho tombato, e non l'ho tombato: tagliate le corde.
- Niente. Sì o no? Su bello e tondo....
- Sia ringraziato Dio! esclamò Mariano.
- Madonna della Vasina benedetta! che bestemmi, figliuolo.
- Eh! voi vedete la cosa dalla parte del morto, e vi pare bestemmia; io, che la miro di qua dalla parte della Padulella mi sembra un'alleluja.
Mariano preso un coltello si avvia a liberare Giovanni Brando, se non che gli si oppose risoluta la madre ordinandogli di non muovere passo: egli procurando tirarla in disparte strilla con la sua voce agrodolce:
- In casa mia son padrone io, e non ci voglio brighe.
- Aspetta tanto che torni Altobello e vi consiglierete.
- Mi trovo forse ancora nei pupilli io? È mio tutore Altobello? Largo, mamma, largo.
- Non ti muovere per quanto hai cara la grazia mia. Altobello me l'ha consegnato, e a lui mi tocca renderlo.
- Orsù, dacchè non fanno frutto le buone....
- Le cattive non gioveranno, gridò con voce spaventevole Francesca Domenica, e dato di piglio al moschetto lo spianò contro Mariano aggiungendo: - chi ti ha fatto ti può disfare.
Mariano stralunato per la paura, con le braccia levate correva via tutto di un pezzo come se nelle gambe non avesse giunture intantochè un po' in basso, un po' in falsetto, strillava: - lo schioppo.... lo schioppo alla vita del figliuolo.
- Ipocrita! e tu perchè hai messo la madre a repentaglio di farsi rispettare con le armi alla mano?
Altobello85 e Boswell, tenendo dietro alla gente che traeva concitata verso un medesimo luogo, arrivarono alla montata del castello dove si parò innanzi a loro un molto fiero spettacolo. Gli accorsi e gli accorrenti giunti a pena smettevano ogni clamore facendo più spesso il cerchio che circondava un uomo morto. Qualcheduno reggeva torcie di resina, la più parte schiappe di pino, onde gli oggetti e gli uomini apparivano rischiarati da luce, che potremmo dire sanguigna; ancora, se ne eccettui alcuni, come taciturni, così restavano immobili; adoperandoci forza di spalla e di gomiti il Boswell e Altobello riuscirono a mettersi nelle prime file, e videro una fanciulla meravigliosamente bella, alta di persona, co' capelli neri giù per le spalle, pallida come se di marmo, gli occhi un po' sbalestrati; sovente le palpebre le si chiudevano e le si aprivano per tremito convulso, sicchè pareva mandassero faville come spade incioccate fra loro; anco le labbra ad ora ad ora le sussultavano: si conosceva espresso che un uragano di passioni molinava in codesta povera anima; e nondimanco il supremo sforzo della volontà impediva loro prorompere. Ella era intenta a prestare gli ultimi uffici al morto; alcune donne ministrandole con acqua tepida e vino ella li lavò la faccia sordidata nella caduta; gli occhi li chiuse e la bocca; tolta via ogni traccia di sangue dalla persona gli fasciò la ferita, immane ferita che nel petto gli fracassò alcune costole, e riuscendo dietro le spalle in mezzo le scapole gli aveva sbrizzato le vertebre della spina; all'ultimo gli pose fra le mani un crocifisso, un guanciale ripieno di paglia sotto il capo, in capo il suo cappello gallonato: non vincibile miscuglio nella natura côrsa di religione e di vanità. Ciò fatto si lasciò andare prostesa sopra la faccia del morto e parve piangesse, ma non si sarebbe potuto affermare, imperciocchè di tratto in tratto lei dimostravano viva soltanto i brividi della persona; pure di repente assorse più feroce che mai.
- Ora vendetta, ella urlò; voi altri miei parenti più prossimi mettete mio padre su cotesta barella; recatevela sopra le spalle e seguitemi: voi altri amici con le torce accompagnateci.
E corse via; tutti gli altri dietro; eccetto lo strepito dei passi accelerati non si udiva altro rumore, ma la fanciulla fermatasi ad ogni capo di strada ripeteva il grido: - vendetta! vendetta! - La gente traeva ai balconi, e vedendo quel cadavere portato a furia, la corsa turbinosa di coloro che recavano le torcie, e la donna di cui i capelli ventilati le fischiavano di dietro le spalle come serpenti, gemevano - Ohimè! qualche flagello ci è sopra. - Gli uomini volevano uscire, e le donne, madri o mogli, si provavano a trattenerli; ma era niente; che essi con modi più o meno acerbi si sbarazzavano da loro, ed alla sinistra associazione si aggiungevano.
La fanciulla, ch'era figliuola all'ammazzato e si chiamava Serena, mentre andava sì che pareva che volasse, sentì con maraviglia grande tanto rasente a lei lo strepito di altre pedate, che giudicò lo inseguente dovesse porre il piede giusto nell'ombra dond'ella lo cavava; si volse senza intermettere la corsa, e si riconobbe a lato Orso Campana, nemico mortale del padre suo; si fermò, lo ghermì per il collo e gli disse:
- Sei venuto a pascere gli occhi nella morte di mio padre? Tu morrai.
- Serena figliuola mia, lasciatemi; io fui emulo di vostro padre; egli contro me si adoperò duramente, io contra lui; ma la sua morte fu angoscia, e, comechè per causa diversa dalla vostra, pure mi preme quanto a voi, ch'ei sia vendicato.
- Prega il tuo Dio di non mentire, rispose Serena; e gli levò le mani dal collo.
- La emulazione è necessaria nelle repubbliche, e diversifica dall'odio. Non pianse Cesare quando gli mostrarono il capo di Pompeo?
- Forse pianse di piacere. Sii sincero; veramente.... veramente non è adattato il luogo, pure anche la bara del padre ammazzato può offrire l'altare dove si giurino fede due anime riconciliate davvero.
- Lo vedrai.
La consulta del 1762 aveva conferito facoltà di far sangue ad una giunta di dieci uomini presieduta dal generale, e poichè stanziavano in Corte, ed erano noti a tutti, riuscì facile a Serena condurre la processione alle case loro: colà bussando in modo da far sentire i morti, con immensi urli gridavano: - fuori, signori dieci! fuori! venite a far vendetta. - I decemviri, i quali per essere l'ora anco presta si trovavano levati, scesero in fretta sulla strada presagendo guai; e solleciti per quanto stava in loro di prevenirli. Venuti in mezzo alla moltitudine rimasero travolti come dalla piena del fiume, che gli menò davanti la casa Albertini, dove allestiti, in meno che non si dice, tavola, lumi, e scanni, crocifisso pei giuramenti, e arnesi a scrivere necessari, fecero assettare i decemviri; la barella col cadavere del colonnello deposero ai piedi della tavola, e poi con un tal piglio, che in sembianza di prego era comando, gli assembrati dissero: - sentenziate!
- Il presidente manca.
- Non importa: prima di dare la sentenza sarà tornato, battete il ferro adesso ch'è caldo.
- Chi accusa?
- Io, risposero ad un punto Serena ed Orso Campana.
- Il delitto pur troppo è manifesto, ma chi il colpevole?
- Sentite, uomini prudenti, soggiunse Orso: io fui emulo antico di questo valoroso soldato di cui vista davanti il cadavere; però dopo i suoi congiunti, ai quali corre l'obbligo di procacciarne la vendetta, importa a me, che si scopra il reo e si punisca a fine che il sospetto maligno non si posi sopra di me. Ora pertanto ricercando sono venuto in chiaro, che nella mattina d'ieri in quella d'ier l'altro, salvo, il colonnello ebbe la malavventura di accapigliarsi con Grazio Romani, giovine che ha le mani più pronte della lingua, quantunque anco questa abbia prontissima; dicono che il colonnello alzata la mazza gliela desse sul capo, e Grazio tratto il coltello giurasse ammazzarlo e lo faceva se altri non lo avesse tenuto: però nello andarsene lo minacciò che mettesse in sesto le faccende dell'anima perchè aveva la morte in tasca; ed altre più fiere parole adoperò tutte rivelatrici l'animo suo deliberato ad ammazzarlo: stamane per tempo fu visto uscire di casa collo schioppo, nelle prime ore della sera aggirarsi intorno alla casa dello infelice colonnello: tutti questi indizii a parere mio sono sufficienti, non dico già a condannare Grazio Romani, Dio mi liberi, ma almeno a ricercarlo sottilmente intorno all'atroce caso non ha guari accaduto.
Le opinioni delle moltitudini, troppo più spesso che non si vorrebbe, fanno come le acque alle quali per poco sgrondo si dia o per un po' di canale loro si scavi, tu le vedi pigliare tutte quel verso, di fatti intesi molti altri testimoni, che pure non avevano interesse nè voglia di attestare il falso, sia che una frazioncella di vero sopprimessero, o un frammento di meno vero sostituissero, qui un bricciolino alterando, là il giudizio proprio offerendo come realtà, vennero a generare nella mente dei giudici e degli astanti la persuasione della colpa di Grazio! E tanta fu l'ira, che accese di subito quei petti, che i decemviri avendo ordinato al capitano delle armi andasse per esso, e senza indugio lo traesse davanti a loro, questi non potè impedire, che una turba dei più clamorosi agitando schiappe accese di pino gli si accompagnasse. Trovarono Grazio che dormiva, e a quello che pare aveva legato l'asino a buona caviglia, imperciocchè non si accorse di loro prima di avergli intorno al letto urlanti: - Svegliati, cane rinnegato da Dio, dopo di averne sparso il sangue cristiano, oh! non ha cuore questo furfante di dormire come un galantuomo? - Grazio, desto di soprassalto, agguantò lo schioppo che aveva a capo del letto, non sapendo quello che si facesse, e solo per istinto; cento mani gli cascarono addosso su le braccia, sul petto, sulle gambe, sicchè non gli riuscì dare più crollo, e lui invano gridante e scontorcendosi, con gli occhi strabuzzati, e la bava alla bocca, vestito appena quanto la decenza desidera, portarono di peso al cospetto dei decemviri. Si può immaginare il rovescio d'ingiurie, che scoppiarono dalla bocca di Grazio quando ebbe modo di parlare; ce ne fu per tutti: sacramentò come un turco, urlò che gli slegassero le mani tanto che potesse agguantare lo schioppo (il quale insieme con la sua carchera vedeva depositata sopra la tavola dei giudici), e metteva pegno di sbertirne una dozzina in meno che si dice il Credo, Alle interrogazioni dei giudici se egli avesse ucciso il colonnello rispondeva, ch'erano matti: ai gridi del popolo, che lo chiamava assassino, opponeva più sgangherato il grido: ch'erano tutti briachi. - Insomma e' nacque un garbuglio, una confusione, un tramestìo da non potere descrivere.
All'improvviso un uomo fattosi largo a furia di spinte arriva affannoso alla presenza dei giudici; egli era Orso Campana; che a strappi come uomo cui o la troppa passione o la troppa fatica impedisca il dire, favellò:
- Ecco, ecco la prova del costui delitto.... Assassino!.... dei meno sfrontati di te se ne manda in galera.
E gettò sulla tavola una palla di piombo schiacciata insieme ad un foglio di carta mezzo arso.
- Ch'è questo? dimandò il capo dei decemviri.
- Ch'è? È la palla che ha ammazzato il povero colonnello: l'abbiamo rinvenuta a piè del muro dove egli rimase ucciso; e questo è lo stoppaccio, che servì a caricare lo schioppo....
- Io non comprendo, che notizie aggiungano a quanto sappiamo.
- Leggete.... leggete la carta.
Il Decemviro spiegò la carta, e accostato un lume lesse ad alta voce: - lib.... co.... Romani.... pino la.... a.... quei.... pan... nacci: - qui il Decemviro interrompendosi interrogò da capo - e questo che importa?
- È chiaro come il sole; costui ha caricato lo schioppo con la carta stracciata dal libro di conti di casa sua; non ricordate voi che suo padre vende legname? Il diavolo insegna a fare le pentole, ma non insegna a fabbricare i testi.
- È vero, è vero, grida la moltitudine con crescente furore, la provvidenza lo ha convinto; su via condannatelo; va impiccato subito, e qui al cospetto del morto.
E come per incanto furono viste alzarsi da terra le forche, un paio di scale, e intorno ad esse sbracciarsi gente ad ammanire la fune, e insaponarla. Le quali provvidenze, a cui serbava la mente pacata lasciavano sospettare che tutta quella faccenda fosse apparecchiata di lunga mano, e qualcheduno facesse fuoco nell'orcio perchè l'indugio non pigliasse vizio. Intanto Grazio aveva perso il lume degli occhi, e diventato del tutto insano per rabbia, con le minaccie e i giuramenti rendeva pessima la sua causa già cattiva. I giudici titubavano non mica perchè le prove difettassero, che anzi credevano ce ne fosse d'avanzo, ma perchè pareva loro cedere all'impeto popolare: l'unica cosa che li tratteneva dal dare la sentenza era il timore che il generale rinfacciasse loro averla conceduta allo schiamazzo popolare; però si conosceva chiaro che avrebbero terminato col mandare su le forche il Romani, sì perchè lo avevano preso in ira, ed anco perchè dubitavano non lo impiccasse il popolo senz'altra forma di giudizio.
In questa suprema ansietà la moltitudine dopo le spalle dei Decemviri, obbedendo ad impulso che veniva da lontano, incominciò a diradarsi spartendosi a manca e a sinistra, nella guisa che le acque tagliate fuggono gorgogliando lungo i fianchi del piroscafo che si avanza; sempre e più sempre slargandosi, per ultimo lasciò il campo ad un nuovo personaggio, il quale appena comparso venne salutato dal popolo con le voci: - Viva il generale! viva il Paoli!
Il signor Giacomo tutt'occhi fissò l'uomo, e lo vide alto, complesso, di faccia larga e accesa, senza pelo alcuno, di sopracciglia grosse e aggrondate, lo sguardo feroce, portava un berettone nero fino sugli occhi, e di sotto a quello scaturivano alcune ciocche di capelli di color fulvo; il suo vestire era la gamarra di panno côrso cinta alla vita con la carchera donde pendevano sciabola, pistole e pugnale; nelle mani stringeva il moschetto; notabili i calzari composti di strisce di pelle di cignale concie con la polvere di mirto. Egli si fece innanzi con passo sicuro, mentre un cane gigantesco gli teneva il muso quasi appoggiato alle gambe; senza rispondere, senza salutare si locò in mezzo ai Decemviri; le turbe sì clamorose poco anzi, adesso tacevano, sicchè si udiva il fiotto della Restonica quantunque scarsa di acque; egli con voce86 chiara parlò:
- Degni di libertà veramente voi? Meritevoli proprio del plauso della Europa i Côrsi, che impongono le sentenze ai giudici come in Algeri le bastonate agli schiavi?
Serena, che fino a quel punto non aveva trovato occasione di far sentire la sua voce, si gittò in ginocchio a capo del cadavere di suo padre, e con le braccia levate prese ad esclamare:
- Vendetta, signor generale! vendetta!
Il Paoli le vibrò un'occhiata terribile e rispose:
- Qui non siamo per fare la vendetta di un uomo, bensì la giustizia del paese; rimovete di qua cotesto morto; potete deporlo nella cappella là dirimpetto.
- Nessuno lo tocchi; nessuno; non deve starsi separato da me.
- E voi andate con esso, e pregate per l'anima sua; questo si addice meglio a fanciulla e a figliuola: vostro padre adesso si raccomanda più al perdono di Dio, che alla vendetta degli uomini.
Intanto quattro uomini presero la barella dove giaceva il cadavere dell'Albertini, e Serena affisse gli occhi a terra forse nel concetto del marinaio che getta le àncore, perchè la nave non venga strappata dalla spiaggia da qualche raffica di vento: però non rimase a lungo in cotesto proponimento, che a mano a mano si allontanava la bara la faccia sua si sollevò, si piegò alla parte dond'essa scompariva, e quando stette per passare la soglia della cappella, e uscirle affatto dagli occhi, la pietà vinse l'odio nel cuore della mestissima fanciulla, la quale con un sospiro quinci levossi, e si recò a tenere compagnia al morto padre ed a pregare per lui. Allora in mezzo al solenne silenzio che tuttavia durava, fu udita una voce che parve straniera, la quale esclamò: - Bene, bene, benissimo; - e subito dopo uno strepito di cosa percossa. Il signor Boswell non aveva potuto frenarsi dal manifestare la propria approvazione con la solita formula e col solito picchio sopra la scatola; nè ciò sfuggi al Paoli, che sottilissimo indagatore era, e dardeggiò uno sguardo dalla parte donde vennero il rumore e la voce, senonchè restando il signor Giacomo al buio potè sottrarsi alla curiosità del generale. A quanto parve, il Paoli aveva raccolto per via qualche notizia del caso, imperciocchè volse addirittura queste parole a Grazio:
- Orsù, Grazio, confessa la verità,
- Anche voi?... rispose il giovane.
- Io possiedo argomenti terribili per cavare la verità di bocca agli ostinati; potrei adoperare teco la tortura; non voglio, ti ho conosciuto sempre manesco, è vero, pure schietto; confessa, dopo il peccato, Dio ha fatto la penitenza per tornare in grazia sua.
Il giovane alle parole prime del Paoli si contorceva come se avesse il diavolo in corpo; ci fu un momento, che sembrò non potersi più tenere da tagliare le parole del generale: ma a grado a grado che questi procedeva, rimase tocco dal tono di voce che di severa si fece blanda e oratoria; onde il poveretto diede all'ultimo in uno scoppio di pianto.
- Anche voi mi condannate? e sì che una volta mi volevate bene: quando vi accompagnai in Aiaccio co' miei compagni a suono di violini per far vedere a Genova che soggezione ci pigliavamo de' suoi soldati, mi picchiaste su la spalla, e mi diceste: Bravo Grazio - voleste che bevessi un sorso di vino alla vostra zucca... e ora... anche voi date addosso all'innocente...
- Dio lo volesse! E se sta come affermi, Grazio, ti supplico a porgermi modo di chiarirti innocente; perchè, vedi, l'ufficio di giudice è quello che mi pesa di più, la esperienza insegnando che l'assassino col coltello mena strage di un uomo, ma il giudice con la legge ammazza la umanità. Dà retta; avevi, o no, nimicizia col colonnello Albertini? - No. - Ma non venisti ieri a contesa con lui? - No; egli fu che venne a lite con me. - Ciò non rileva; e la cagione? - Avendo egli restaurata la casa, noi gli fornimmo il legname, che ricevuto da lui senza eccezione mise in opera; avendo bisogno del saldo dei conti pei fatti nostri, ieri capitatomi davanti gli dissi: Signor colonnello, a vostro comodo vi pregherei del resto del mio avere. Il colonnello rispose: Prima di saldarlo bisogna aggiustarci, perchè non trovai tutto il legname di qualità perfetta.
Allora saltai su, e senza barbazzale soggiunsi: Mi maraviglio di voi che mettiate in campo questi amminicoli; il legno avete ricevuto e adoperato senza richiamo, e furono nostri patti qualità andante e non perfetta. Il colonnello si fece rosso come un gambero fritto e mi buttò in faccia: Chetati, villano; io di rimando: Se io sia più o meno villano di voi la faremo giudicare, ma che voi siate un prepotente la è cosa sicura. Qui il colonnello levò la mazza gridando: t'insegnerò io come in Austria si mettono i briganti pari tuoi a partito; ed io cavato fuori il coltello urlai più di lui: Ed io vi ricorderò con qual moneta in Corsica si barattino le bastonate. Il colonnello pare si persuadesse che quanto aveva imparato al servizio dello imperatore non era buon'aria insegnare quaggiù; egli abbassò il bastone, ed io riposi il coltello in tasca; se altre parole ci corressero e quali, non so dirvi, ma può darsi benissimo che ce ne siano state; tuttavolta non me ne rammento, perchè dalla rapina in quel punto non vedeva lume. - E se ti avesse percosso gliel'avresti tirata la coltellata? - Per Dio santo! come bere un uovo. - Stamane sei uscito di casa con lo schioppo? - Già, come gli altri giorni per andarmene al bosco a vigilare i lavoratori; ma ecco lì lo schioppo, è sempre carico; anzi a capo di questa strada avendo incontrato il povero colonnello, e non mi sentendo più stizza in corpo, l'ho salutato; egli, un po' brusco per dire la verità, mi ha risposto; Addio, Grazio. - Dove ti hanno preso? - A letto mentre dormiva; da quando in qua, signor generale, i Côrsi si fanno pigliare come una volpe malata dentro il covo? - Cotesto è il tuo schioppo? - Sì. - Ne hai altri? - No. - Sai leggere? - E scrivere e procedere da galantuomo quanto ogni altro Côrso, che ama la libertà. - Leggi questo straccio di foglio e dimmi quello che te ne paia. - Dico che questo carattere è mio, e il foglio fa parte del libro dei conti che tiene nella camera da letto mio padre. - Gli è strano! mormorò il Paoli, e si mise a sedere appoggiando il capo alla mano come per meditare: allora comparve accanto al suo viso un muso enorme di cane, che volto in su incominciò a guaire quasi volesse raccomandargli pietosamente qualche sua istanza. Il popolo, visto il caso, ad una voce prese a dire: - Ora sì che scopriremo l'assassino; Nasone ne ha bisbigliato il nome nell'orecchio al Generale; Nasone sa tutto; se poi dalla parte di Cristo o dalla parte del diavolo chiariremo più tardi. - Come dalla parte del diavolo? rispose un altro; o non fu a frate Damiano, che per ispirazione divina fu rilevata la scienza del cane Nasone? - E poi, intervenne un terzo, il Generale avrebbe bisogno del cane Nasone per indovinare le cose occulte? Il Signore non ha fatto anco lui degno di un tanto dono? - Il signor Giacomo udendo siffatti discorsi tanto non si potè tenere, che non domandasse al suo vicino: - Dunque voi reputate il vostro Generale anche profeta? - E come! - E avete avuto molte prove del suo profetare? - Tante, signore, ed il Côrso, a cui volgeva il discorso, agguantò dei suoi folti capelli quanti gliene capivano nella mano e mostratili al Boswell soggiunse: - Più che questi capelli non sono, e poi state attento, e vi scaponirete.
Intanto il Paoli, poichè ebbe meditato un pezzo, si levò in piedi da capo, e voltosi ad uno dei presenti gli disse:
- Santo, va a bottega, e portami le tue bilancie.
In questa un vocione aggiunse: - Santo, prima dimmi, dacchè nessun ci sente, se le vanno giuste le tue bilancie.
- Minuto Grosso, se San Michele mi proponesse barattarle con le sue senza giunta, non accetterei.
- Sarà, ma Dio mi guardi di essere pesato sopra di quelle nel giorno del giudizio.
- Silenzio! interruppe il Paoli; Minuto Grosso, qui si tratta della vita di un uomo, e non ci entrano arguzie: ma forse senza intenzione hai dato nel segno; va da Gieppicone lo speziale e ordinagli da parte mia, che venga qua anche lui con le sue bilancie.
Lo speziale arrivò al punto stesso del merciaiuolo, e depositarono entrambi le loro bilancie sopra la tavola; il Paoli, per natura e per necessità accostumato a notare ogni cosa quantunque piccola, osservò nel merciaiuolo certa smorfia di malcontento, onde piacevolmente gli disse:
- Santo, ti giuro in onore che se fossi venuto in bottega tua a comprare seta o cotone, non avrei desiderato dalla tua in fuori altra bilancia, ma adesso si tratta pesare la vita di un uomo, però non t'impermalire se sto sul malfidato, e voglio il riscontro. - Dunque, recandosi in mano la palla schiacciata rinvenuta da Orso Campana, soggiunse: questa è la palla che ammazzò il colonnello!
- Almeno così si crede.
Allora il Generale pesò, e riscontrò, e: Mirate, signori, riprese a dire, questa è la palla di oncia. Grazio, di' su, oltre questo hai schioppi in casa? - In camera a Babbo ce ne ha da essere un altro, ma vecchio e rugginoso: questo è l'unico mio. - Lo prese, lo esaminò attentamente all'acciarino, poi alla bocca, vi introdusse un dito per tentare se fosse lordo di polvere bruciata, e al punto medesimo misurare il calibro; indi soggiunse: Grazio, cotesta carchera è la tua? - Sì. - Ci hai palle grosse? - Sì. - Il Generale l'aperse, e cavatene parecchie palle con molta diligenza le provò alla imboccatura della canna, poi le pesò, e rinvenutele poco più di mezza oncia favellò risoluto: - Questo schioppo non ha ucciso l'Albertini; e poi voltosi al comandante delle armi: - Signor Serpentini, sia vostra cura di condurre senza indugio dinanzi al tribunale Orso Campana, e Telesforo Romani padre di Grazio; nella casa di quest'ultimo staggirete il suo libro di conti, e lo porterete con esso voi. Usate diligenza. - Signor Generale, Babbo giace infermo di dolori da più di un mese. - Signor Serpentini, pigliate la mia bussola, copritelo, fasciatelo, venga a pezzi, ma venga.
Il padre di Grazio dormendo in certa stanza posta sull'orto dietro la casa, non aveva udito il tafferuglio quando menarono via il figliuolo, e le donne assistenti non si erano attentate dirglielo per paura che peggiorasse; onde come rimanesse sbigottito allo annunzio dello accaduto può immaginarselo ogni uomo; pianse, smaniò, strappandosi i capelli esclamò che il suo figliuolo era innocente, averglielo calunniato, volerne la morte i suoi nemici, con altre più cose, che non importa riferire; pure il Serpentini arrivò alla fine a fargli intendere la ragione, e allora Telesforo, cessate le smanie, si buttò giù dal letto per correre così come si trovava in camicia alla difesa del figliuolo, senonchè il Serpentini, e meglio i dolori lo trattennero: rimessolo a letto e incamuffatolo fino agli occhi lo trasportarono al cospetto del Tribunale. Qui stava sul punto di rinnovare i piagnistei, quando il Generale gli disse: - Telesforo, cessate di smaniarvi, attendete a rispondermi, e vi rendo il figliuolo; sciogliete Grazio; siete contento così? Via, su da bravo, calmatevi e rispondete. - È questo il vostro libro dei conti! - È. - Ci avete strappato voi tre fogli? - Ci sono dei fogli strappati? Non ne sapeva nulla, fanno sei giorni, ch'io non l'ho preso in mano. - Chi maneggia questo libro? - Io e Grazio. - Nessun altro? - Nessuno. - Pensateci bene; può nessun altro averci messo le mani sopra? - Aspettate.... sicuro, che ci hanno messo le mani degli altri.... voglio dire un altro.... Orso Campana.
I presenti tanto non si poterono frenare, che non prorompessero in voci di ammirazione, mentre87 il volto del Paoli pareva che prorompesse luce: or bene, questi disse, raccontateci pianamente in qual modo il libro capitò nelle mani di Orso Campana.
- Oh! l'è faccenda facile; Orso ieri l'altro, che fu l'ascensione di nostro Signore, venne a visitarmi e mi parlò della mia infermità, del figliuolo, e di altre novelle, per ultimo disse: Telesforo, io credo di avere un debito con voi. - L'è poca cosa, il saldo di un conto vecchio, non vale il pregio di ragionarne. - Anzi sì, vo' vedere quanto devo e pagarlo; perchè vi faccio sapere che ho pensato restaurare tutta la casa. - Voi opererete da pari vostro, perchè le case dei nostri padri non si devono trasandare, e la vostra casca a pezzi. - Molto più che il colonnello Albertini ha rimesso a nuovo la sua, e non vo' di faccia al paese apparire da meno di costui. - Benone, chè i Campana non sono da meno degli Albertini. - Di certo, ma però io non intendo aprire conto nuovo se prima non pago il vecchio. - Fate come volete; il libro dei conti è là sulla scrivania; da un lato troverete appuntato il legname che riceveste, dall'altra gli acconti che pagaste, tirate la somma, fate il diffalco, e quello che resta è il vostro debito. Orso si assettò alla scrivania, e terminato il calcolo me lo mostrò, affinchè vedessi se stava a dovere. - Va d'incanto; voi mi dovete ventiquattro lire, sei soldi, e otto. - E me le pagò, rimise il libro al posto, e dopo essersi trattenuto qualche altro po' di tempo meco, prese commiato augurandomi la pronta guarigione della mia infermità.
- Se non abbiamo scoperto un reo abbiamo però riconosciuto un innocente, e tanto basta per ringraziarne Dio. Grazio, fatti in qua; tu sei un cattivo mercante e diventeresti un ottimo soldato: a trafficare ci vuole pazienza, e tu l'hai troppa corta; bisogna sapere contare e tu sai menare le mani più con lo schioppo, che con la penna: vuoi tu entrare nelle mie guardie?
- Magari! se me ne credete degno, e se Babbo se ne contenta.
E poichè il vecchio incominciava a guaire come se intendesse cosa grandemente molesta, il Generale stringendo le ciglia soggiunse:
- Telesforo, voi siete stato a un pelo di raccattare la messe che seminaste: sopportate in pace l'affanno col quale il Signore ha voluto punire la negligenza con la quale avete educato il vostro figliuolo; la riga non è mai troppa, dice il proverbio; voi lo dimenticaste, ed egli vi si è fatto rammentare da sè. Lasciatemi Grazio, io ve lo renderò corretto: in ogni sinistro pensate che la educazione vostra fu lì lì per metterlo su la forca; la educazione mia può condurlo alla morte, ma a quella morte per cui nè padre, nè patria credono avere perduto un figliuolo o un cittadino, perchè chi muore per la libertà vive eterno nella memoria degli uomini e nella benedizione di Dio. Voi altri poi, disse favellando più acerbo alle turbe, imparate ad astenervi da mettere su le bilancie della giustizia il peso delle vostre passioni. Per colpa vostra stette a un pelo che non s'impiccasse un innocente stasera. Ogni volta che un innocente è condannato, il cielo trema, chè si rammenta la morte di Gesù redentore nostro: meglio io vi dico provare la fame e la peste, che l'ira di Dio accesa per la strage dell'innocente. Adesso tutto è finito.
- Domando scusa, disse Altobello facendosi innanzi, ma io credo che appena abbiate incominciato.
- Qual siete voi? interrogò il Paoli squadrandolo così di traverso, però che quel volto non gli arrivasse novo, e la voce gli paresse straniera.
- Io88 sono Altobello di Alando, e penso potervi consegnare l'assassino del signor colonnello Albertini.
Serena avvertita dello inopinato mutamento dei casi lasciò la cappella, perocchè arrivando giusto in quel punto che Altobello favellava coteste parole, corse verso di lui, gli pose una mano sopra la spalla, e sbarratigli gli occhi fissi nei suoi parlò:
- Straniero, se dici il vero.... io ti dovrò.... io ti dovrò.... non aver perduto il bene dell'intelletto.
Altobello da cotesti sguardi arditi si sentì come ferito; declinata la faccia rispose: - non sono straniero, e non mentisco mai; con buona vostra licenza, signor Generale, permettete che il comandante Serpentini mi accompagni con alquanti uomini suoi.
Giovan Brando venne tratto al cospetto dei giudici: lo spavento, e la rabbia che in cotesto punto lo possedevano sarebbero bastati a renderlo pauroso, ma imbrattato com'era di catrame, più che altro aveva sembianza di demonio, per la qual cosa molti rifuggirono accalcandosi sopra i vicini, le donne si fecero il segno della croce, talune si copersero il viso col grembiale; i ragazzi strillarono. Altobello nel consegnare Giovan Brando in mano ai magistrati espose minutamente quando e come era giunto a fermarlo; la sua testimonianza venne confermata dal signor Giacomo, e dagli altri della loro compagnia, eccetto Francesca Domenica; che pregò il figliuolo a non metterla nel bertovello, dacchè di lei potevano fare a meno. Interrogato il prigioniero chi fosse, e ostinatosi a tacere, gli lavarono la faccia a più riprese coll'olio, poi con acqua e sapone, e così i presenti ebbero comodità di riconoscerlo. - È Giovan Brando, si udì ripetere da tutte le parti, Giovan Brando, Dio lo perdoni.
Il Generale avendo preso a interrogarlo, nè per lusinga nè per minaccia trovò maniera di venire a capo di farlo rispondere. Tentate e ritentate le preghiere, ormai deliberava co' colleghi se gl'indizi raccolti formassero quella prova incompleta è vero, bensì assai prossima alla convinzione per cui potesse senza taccia di barbarie ricorrere allo esperimento della tortura, quando tornati gli uomini spediti dal comandante Serpentini sopra le traccie del Campana, riferirono nonostante le sottili indagini non lo avere rinvenuto in casa nè fuori: solo affermavano alcuni averlo visto passare a cavallo fuggendo via come se cento diavoli lo cacciassero: Matteo da Casamaccioli aggiungeva che Orso chiamatolo a sè lo aveva pregato si conducesse fino a casa sua a rassicurare le donne, e dir loro che fatto fagotto andassero a trovarlo alla Bastia: del rimanente non si prendessero travaglio, e chi era in ballo ballasse.
Un lieve suono, che parve grugnito, uscì, suo malgrado, dalle labbra compresse di Giovan Brando, e il Generale pratico a maneggiare coteste nature côrse fu pronto a reggere quel capo per isvolgere la matassa.
- Sicchè, Giovan Brando, voi lo vedete di per voi stesso, il vostro complice vi abbandona; dirò di più, vi schernisce dopochè, approfittandosi della vostra semplicità, vi ha spinto al delitto.
Il Generale metteva fuoco alla polvere, ma non ci era bisogno nè meno di tanto; nè lo ignorava già egli: di fatti Giovan Brando si morse per furore due o tre volte le mani legate, strabuzzò gli occhi pieni di sangue, digrignava i denti, sicchè pareva che li volesse stritolare; per ultimo con rotti accenti così palesò l'animo suo.
- Volete sapere chi abbia ammazzato il colonnello Albertini?
- Ah! così non lo sapessi....
- E v'importa anco sapere come e perchè? State a sentire, che in poche parole vi levo di tedio.
Conoscete voi l'amore, signor Generale? - Conoscete voi Lellina figliuola di Orso Campana? Voi non conoscete veruno dei due: meglio per voi, non maledico già Lellina, povera figliuola! Ella mi ama con tutte le viscere; il male fu che ella amasse troppo anco il padre; o piuttosto no, che questo non potrebbe essere male, così aveva decretato la mia sorte. Insomma volete o no darmi la vostra figliuola? veniva io sovente istando presso il Campana, ed egli dicendo: bisogna pensare più di due volte a quello che si fa una volta solo, mi rimandava. Tentai Lellina di maritarci senza attendere più oltre il consenso del padre, ma parve a lei così enorme proposta, che non ci rispose nè manco. Inacerbito dalle continue dilazioni, al fine minacciai mandare a monte il trattato; allora Orso mi raumiliò con dolci parole conchiudendo; domani venite a desinare da me; dopo pranzo aggiusteremo la soma all'asino: andai, e bevvi oltre il consueto. Lellina e la serva dopo mangiato andarono in chiesa al vespero, noi restammo a tavola. - Or bè, incominciai, perchè differite le nostre contentezze? Non sono da pari vostro io? Quanto a dote non ve ne cerco. - Questo non fa al caso, egli rispose, e la dote non manca. Io da Lellina in fuori non ho figli, e vorrei che il marito di lei mi tenesse luogo di figliuolo. - E questo non posso fare io? - Potreste, ma vorrete? Il figlio eredita tutti gli amori, e tutti gli odî del padre, egli fa sue così le amicizie come le inimicizie paterne; a questo avete pensato voi? - Ho pensato. - Non basta, riprese Orso, io inoltre ho fatto un voto, ed è di non maritare Lellina se non prima non sia levato dal mondo il colonnello Albertini. - Ma in che vi offese il colonnello, signore Orso? - In che mi ha offeso? Già fra le nostre famiglie dura antica nimicizia e mortale; adesso poichè costui per gioco della maladetta fortuna militando in Austria si è arrampicato ai primi onori come la zucca quando salì sulla quercia, non passa giorno senza che di me faccia strazio. Lascio la insolente ostentazione della sua ricchezza, lascio il continuo sbottoneggiare, i soprusi, gli strapazzi, mi fermerò a questa ultima; dietro a casa sua ha tirato su un muro che togliendo la vista alla mia, me l'ha ridotta a carcere; e siccome io gliene feci tenere proposito parendomi che egli murasse, anzichè per comodo suo, per dispetto mio, rispose essere padrone di levare fabbriche fino al cielo, e sprofondarle fino all'inferno, e se non mi piaceva gli rincarassi il fitto. Se costui vive non posso vivere io, e non sarà mio genero chi non mi aiuta a levarmi cotesto pruno dagli occhi. - Persuasioni non valsero a fargli mettere giù il suo proponimento; le preghiere lo irritavano; alla fine tirato pei capelli dal diavolo promisi quel che volle; allora egli disse: tiriamo a sorte chi di noi farà il colpo, e scrisse due nomi su due pezzetti di foglio che accartocciati gettò nella berretta, poi ne trasse fuori uno, e questo fu il mio.... che aggiungerò? Non lo so nemmen io: il cuore mi si scoppia per la passione. Il giorno appresso tornai a casa di Orso, che mi consegnò i cartocci per caricare lo schioppo, affermandomi averli fatti colle sue proprie mani di polvere inglese; a Lellina non mi riuscì parlare, solo uscendo ella apparve alla finestra e ingannata dal padre suo mi disse:
- Giovà, obbedisci a babbo, e subito dopo ci maritiamo.
- Povera Lellina, tu non sapevi che mi mandavi a sposare la morte.... e qui il singhiozzo lo strinse alla gola, sicchè incominciò ad arrangolare senza potere profferire parole articolate.
Dal violento ondeggiare dei capi, e dal cupo fremito, che le diverse passioni cavavan dai petti, la moltitudine quivi raccolta ricordava il mare che rompe intorno le patrie scogliere. I giudici declinata la faccia stavano pensosi, più degli altri era commosso il Paoli, che appoggiata la fronte alla mano sinistra sembrava in balìa di angosciose meditazioni. - Quando questi, aperti lento lento gli occhi, li volse alla parte dove stava legato Giovanni Brando, vide accanto a lui un vecchio di sembianze austere, e da angoscia sconvolto, e pure degno di riverenza in vista come di rado si vede. Non fu tardo a riconoscerlo il Paoli, che fattogli cenno con la mano lo chiamò a sè vicino, e gli disse:
- O signor Matteo! mio onorato cugino, quanto siamo infelici!
- In effetto una voce molesta mi è giunta fino a casa che mi annunziò il mio figliuolo arrestato; qui giunto, con inestimabile amarezza vedo che non fu fallace la nuova. E quale è la colpa che appongono al mio figliuolo? - Siccome il Paoli esitava, il vecchio insistè: - dite franco, signor Generale, accusato per la Dio grazia non significa reo, molto meno condannato.
- Lo accusano di omicidio proditorio con premeditazione.
Al Paoli non bastò l'animo favellare; ma sollevò la mano col dito teso; il vecchio fissò gli occhi in cotesto dito, e con ansietà seguitandolo vide che dopo avere trascorso su molte teste si fermò su quella del proprio figliuolo.
- Cristo! allora egli esclamò con grido strazievole; e per parecchio tempo non fu inteso verun suono dintorno, eccetto qualche gemito: alla fine il vecchio levò la faccia bianca del pallore della morte, e con voce velata incominciò a parlare:
- Compatriotti, amici, Matteo Brando di Russio crede non avere demeritato di voi.
- Perdonate se io v'interrompo, cugino, disse il Paoli; conosco a prova la modestia vostra, che non consentirebbe ricordare nè manco un terzo di quello che operaste in pro della patria. Corsi! Matteo Brando fu quegli, che spinse la pieve di Bozio a ricusare il pagamento dei seini; donde l'origine della guerra con Genova, e la causa della nostra libertà; egli sostenne le prime imprese; non si conosce campo nè pendice nell'isola, dove fu combattuta battaglia o fatto di arme, che non abbia veduto Matteo Brando nell'ora del pericolo; egli a Furiani, egli a Calenzano, egli a Pontenuovo, egli da per tutto - E così come di sangue, prodigo delle sue sostanze....
- Perdonate se interrompo a mia volta voi, signor generale, riprese il vecchio; non era questo che voleva dire, bensì quest'altro: io credo di non avere demeritato l'amore de' miei compatriotti per essermi ritirato dalla milizia e spedito a surrogarmi il mio unico figliuolo, perchè vi giuro da uomo onorato, che me ne ha trattenuto legittima causa; fin qui non la palesai per paura che mi credessero capace di rinfacciare alla patria i servigi, che per mia buona fortuna le potei rendere: ma se adesso lo manifesto, spero che sarò compatito - e qui apertesi le vesti mostrò fasciato il petto - vedete, di tutte le altre questa maligna ferita non si volle rimarginare, sicchè di ora in ora mi arreca spasimo tale, ch'io ne rimango privo di sentimento; se dunque operai qualcosa in pro' della patria, se non demeritai l'antica benevolenza di voi, deh! per le piaghe santissime del nostro Signore non vogliate permettere che Matteo Brando chiuda la tomba del suo unico figliuolo... dell'ultimo dei suoi...
La gente oppressa dal dolore taceva. Matteo ripreso fiato a strappi continuò: - uditemi, amici; noi combattiamo una dura guerra, massime ora che entra in campo un nemico munito di ogni maniera di arme: poche all'opposto le nostre, le artiglierie pochissime, e senza di queste io ve ne assicuro, non verremo a capo di nulla; tale è pure l'avviso dei periti; ebbene, io vi provvederò di due cannoni di bronzo, con l'arme di Corsica, carretti, arnesi, ed otto muli da carreggiarli; non basta, io armerò una compagnia di soldati, e fin che dura la guerra la manterrò a mie spese; del mio figliuolo non ne vorrete sapere più altro; capisco; ebbene ve gli ammaestrerò io, li condurrò da me stesso, dirò alla mia ferita: chiuditi; se non vorrà chiudersi, procurerò mi dolga meno; e se vorrà continuare a tribolarmi, tal sia di lei; ognuno si piglierà cura di sè dal canto suo; ma, patriotti miei, amici, parenti, accettate vi supplico il prezzo del sangue, non consentite che il figliuolo di Matteo Brando finisca strozzato sopra la forca.
Al fine delle sue parole s'intese un gemere basso fra la gente, un rammarichio come quando i congiunti accompagnano alla fossa un caro defunto. Serena si provò a gridare: vendetta! ma la voce le rimase attaccata alla gola, e proruppe anch'essa in un singhiozzo. Il Paoli si strinse a parlamento co' Decemviri: parve piuttosto stesse a udire, che favellasse: per ultimo a quanto sembrò, ed anco l'effetto diede a divedere, vennero in una sentenza, la quale fu significata dal Paoli in questi termini:
- Matteo Brando, la gente côrsa in premio dei vostri benefizii vi compartì da parecchi anni il nome di padre della patria; il popolo non può dare altro ai suoi benefattori, ma che cos'altro al mondo può stare a pari di questo? Adesso affinchè tutti conoscano che così chiamandovi, egli non intese conferirvi un titolo vano, commette nelle vostre mani la salute del paese, la maestà delle leggi, l'assoluzione e la pena, la fama sua onde vivrà perpetuo alla reverenza, o al vituperio dei posteri. Sedete qui; voi siete in questo momento supremo dittatore della nazione.
Il vecchio tra attonito e spaventato si schermiva da sedere sopra il seggio del Paoli, ma il popolo con uno scoppio di gridi urlò: - no, no, sedete e giudicate.
Il vecchio sedè, forte agguantandosi con le mani ai bracciuoli: il volto per l'agitazione sofferta in quel punto aveva vermiglio; volse sottecchi uno sguardo al figliuolo, quasi dubitasse ch'ei fosse desso, e lo aspetto di lui gli somministrasse qualche speranza: invano però, che Giovanni giaceva disfatto sotto il peso del rimorso e della vergogna; allora il signor Matteo si fece d'un tratto bianco, strinse gli occhi, ed abbassò il capo sul petto; da un punto all'altro il suo viso sformandosi pigliava il colore livido del cadavere; ci fu anzi un momento nel quale crederono ch'ei fosse morto addirittura, e più di un grido di terrore s'intese; ma di questo fu niente, chè all'improvviso sollevò il capo, aperse gli occhi e con voce tremula, e pure forte perchè tutti sentissero, parlò:
- Come padre doveva pregare, ed ho pregato, come giudice condanno.
E cadde svenuto. Il Paoli sostenendolo fra le braccia gridò:
- Segretario, scrivete: in virtù dei poteri delegatici dalla nazione ordiniamo che il nome di Matteo Brando di Russio venga inciso nelle tavole delle parrocchie fra coloro che dettero la vita per la patria, e tutte le domeniche venga letto dal sacerdote dopo l'Evangelo all'altare, affinchè questo sia di onore a lui, esempio della virtù côrsa ai presenti e ai futuri. - Poi commettendolo alle cure degli astanti soggiunse: - Che se taluno opponesse come egli non abbia dato, a tenore della legge, la vita per la patria, quanti siete padri quaggiù ditegli, che dando la vita del figliuolo in ostia consacrata alla giustizia, egli fece più.... troppo più che dare la sua.
Un grido unanime rispose: - troppo più.
Il Paoli da capo: - voi altri, cittadini pietosi, sollevate questo magnanimo infelice, e trasportatelo soavemente nel palazzo del governo; se fossimo in Roma antica vi avrei detto: portatelo al Campidoglio e deponetelo nel tempio di Giove.
Però, mentre il vecchio svenuto era trasferito altrove, il Paoli compresso un gemito esclamava: - che non per questo sarebbe meno al cuore di padre il monte Calvario!
- Giovanni Brando di Russio, raccomandatevi a Dio; il cielo può perdonarvi, ma sopra la terra non vi rimane che espiare la colpa.
Era più che mezza inoltrata la notte, quando al lume sanguigno delle torce quasi consunte, fra il silenzio sepolcrale delle genti per cui si sarebbe potuto sentire il rumore del grano di sabbia nell'ampolla dell'orologio a polvere, fu letta la sentenza, la quale condannava Giovanni Brando ad essere impiccato alle forche biscagline; era inoltre fatto per essa comandamento, che veruno si attentasse rimoverne il cadavere senza ordine superiore, pena la vita.
Mentre Altobello e il Boswell se ne tornavano a casa, per così dire, intirizziti dalle molte e fiere commozioni, il primo rompendo il silenzio domandò: - che ve ne pare del nostro generale?
E l'altro dimentico della scatola, del tabacco, di tutto insomma, si scosse e rispose breve:
Pasquale Paoli non era un Dio, no, bensì una di coteste creature, che molti doni ebbero in sorte da lui, segnatamente quello di penetrare con uno sguardo nei cuori, e leggerne i più reconditi pensieri come in un libro aperto; onde nel porre la sua firma sotto la sentenza, che condannava a morte Giovanni Brando, osservò che la scrittura di quella offeriva svolazzi e rifioriture di penna, come avviene se un uomo scriva cosa che gli faccia piacere. N'era stato scrivano Matteo Massesi figliuolo di Giuseppe Maria, grande cancelliere del regno; giovane per eccellenza d'intendimento, e venustà di corpo facilmente primo fra i giovani che stavano intorno al Paoli, e da questo tenuto in delizia. Il Paoli, intanto che firmava, notò di più, guardando obliquo, gli occhi del giovane mandare un lampo di gioia; fu un lampo solo; ma non andò perduto. Nel recarsi al palazzo il generale si appoggiò al braccio del giovane senza dire motto: giunto sopra la soglia della sua camera si fermò e gli volse la parola in tali termini:
- Matteo, mal giorno fu questo; pensava ultima l'angoscia del caso di Giovanni Brando; e m'ingannai; mi venne cresciuta, e la cresceste voi.
- Io? E perchè signor Generale?.
- Perchè mi avete fatto conoscere che chiudete in seno un cuore cattivo. Voi avete esultato della morte di Giovanni Brando.
- Io? - rispose Matteo mutando colore: - certo se sentirsi compreso d'indignazione contro uno scellerato assassino è colpa, io confesso averla commessa.
- Per voi dovevate serbare la pietà; a noi giudici lasciare la giustizia. L'uomo giudica dai fatto, nè l'ingegno infermo gli concede adoperare altra misura; Dio poi, che conosce le ragioni recondite del fatto, io credo che sovente scusi dove l'uomo condanna; però chiunque non si trovi in condizione di giudice farà molto bene a starsi col cuore dalla parte di Dio, che sovente scusa, e sempre ai pentiti perdona.
Ciò detto lo licenziava senza permettere che gli entrasse nella camera, dov'era solito leggergli, prima di addormentarsi, qualche tratto della vita di Plutarco.
Lo so, l'ho detto, e lo ripeto: interrompere il filo della narrazione per frammetterci dentro avvertimenti e sentenze fa contro le regole dell'arte; raffredda il libro, guasta la composizione, insomma equivale a porre in tavola un pranzo diaccio ai convitati: di più questo affibbiarmi la tonaca censoria sa di predicatore lontano un miglio, e chi vuole spacciare quaresimali attenda la quaresima: per ultimo siffatti ammonimenti screditati per dichiarazioni importune nessuno vuole intendere; anzi alla comune degli uomini riescono incresciosi89; però aveva pensato evitarle con diligentissimo studio, ma tanto e' caccia via il tuo vizio dalla porta, e ti rientrerà in casa dalla finestra, sicchè in proposito del fatto di Giovanni Brando trovo (dizione da me imparata su i bandi austriaci quando trovano di fucilare i cittadini, e di taglieggiare le nostre città) da notare, che di esso e di altri simili, memoria scritta appena si rintraccia, e la tradizione ogni giorno più illanguidisce nei ricordi dei Côrsi; nè senza ragione, che alla moderna civiltà paiono delitti le virtù antiche; così i casi di Postumio Tuberto, di Manlio Torquato, di Spurio Cassio, di Decimo Sillano, di Marco Scauro, di Antonio Fulvio o si nascondono, o si vituperano, o si negano; poi i focosi lo bandiscono addirittura immanità contro natura, i moderati lo screditano per falsa virtù. L'età servile ha bisogno discredere le virtù di cui l'esempio e lo eccitamento riescono perniciosi; all'opposto ricorda con compiacenza il cavaliere di Assas, eroe del servaggio, e questo perchè ai tempi che corrono ci trovano il conto loro così padroni come servi; i padroni nella speranza che torni il secolo di oro della obbedienza, i servi pel premio che ne diviene agli eredi del morto. Da una parte e dall'altra si vogliono virtù, che si possano comprare, vendere, mandare al monte, impegnare in mano all'usuraio: virtù insomma da cavarne costrutto. Le virtù le quali si propongono a scopo la fama, o la patria, non sono virtù di consumo: cose di lusso scomunicate meritamente dalla buona economia. Quanto non può ridursi a moneta ai dì nostri si giudica infame, per lo meno pessimo. Un banchiere, udendo narrare mirabilia dei trovati di Galileo, domandò quanto fruttavano per cento d'interesse all'anno. Oh! se l'apostolo delle genti tornasse a pellegrinare nel mondo non troverebbe più scritto sul frontone del tempio: Deo ignoto; no, davvero, perchè il Dio è bello e trovato, ed il suo nome si legge sul fastigio delle basiliche, nelle facciate dei palazzi, nei frontoni dei tribunali, in carcere, in bottega, in sagrestia, alla taverna, al bordello, in faccia ad ogni uomo segnato tra ciglio e ciglio, da per tutto insomma, da per tutto, ed è il Dio quattrino. Quanto alla Francia la cosa è diversa, e ognuno lo sa; quivi Dio tutelare del gran popolo continua ad essere la trinità: libertà, fraternità, uguaglianza....!
Tornando Altobello a casa in compagnia del signor Giacomo, egli si accorse dal non rispondere di costui a parecchie proposizioni, o rispondervi a vanvera, che il suo spirito galoppava in rimote contrade; si rimase pertanto in silenzio, e lo condusse per mano come si costuma i fanciulli; egli entrò senza accorgersene, o almeno senza darne segno, come del pari si assise alla mensa. Altobello allora notò cosa, alla quale a cagione del tumulto dell'animo non aveva avvertito prima, cioè l'assenza del fratello Mariano, e notò eziandio la miserrima imbandigione, non già che di questo a lui venisse molestia, che avvezzo dalla infanzia alla frugalità, e soldato, si sapeva adattare, bensì se ne crucciava per l'ospite, ed anco per la superbia naturale ai Côrsi, che li persuade a ostentare maggior stato di quello che veramente possiedano, mentre adesso vedeva cascare la madre nel vizio opposto, mostrandosi di gran lunga più disagiati di quello che fossero; però a cavarlo ben tosto di pena valse l'osservazione, che il signor Giacomo continuava nel suo stato di estasi non badando, nè curando quanto90 gli cascava dinnanzi agli occhi; singolare qualità di queste nature settentrionali, che come i sassi posti su la cresta dei colli, quanto più sono pesi a smovere, tanto più difficilmente si fermano una volta abbiano preso il ruzzolone. Di questo divagamento in quel punto insanabile furono segni tuffare le dita nella scodella del pan bollito nel latte e recandosele al naso come per prendere tabacco, e scambiando la scatola col bicchiere accostarla alla bocca per bevere; allora Altobello giudicò conveniente accompagnarlo nella sua stanza, e quivi lasciarlo in balìa dei suoi pensieri: arrivati che furono sopra la soglia, il Boswell riscotendosi disse:
- Signor Alando, egli è certo che nell'ordinario andamento della vita, quando i bisogni del corpo abbaiano, l'anima tace paurosa: dove poi questa sia tocca dal fuoco celeste, ella si strascina dietro il corpo quasi schiavo al trionfo. Il bisogno che si pasce di pane forza è che taccia davanti al bisogno che si nutrisce di meditazione e di preghiera.
Però Francesca Domenica lo aveva precorso nella camera, e con la sollecitudine solita alle buone massaie gli andava indicando:
- Veda, ecco qui il suo cavastivali....
- Nei tempi moderni non saprei a cui paragonarlo, e negli antichi a veruno, se togli Licurgo.
- No, signore, egli è modernissimo, me lo riportò l'altra settimana maestro Nottola; se le farà bisogno qui troverà il suo vaso da notte.
- Degno proprio di essere messo in paradiso.
Francesca Domenica, trasecolata, guardava il vaso da notte, guardava il signor Giacomo; quando questi, scosso il capo, volse attorno gli occhi consapevoli, e favellò:
- Gran peccatore, in fede mia ha da essere quello che abita qui dentro; e' pare che tema l'assalto non di un diavolo, bensì di una legione di demoni.
- O signore! tutta scandalezzata esclamò Francesca Domenica, come potete dire questo?
- È chiaro; a che tanto presidio di santi in fortezza se non temeste la scalata di centomila diavoli? Idolatri! Voi non sapete come si adora, nè come si prega Dio.
Qui di un salto il signor Giacomo balzò sul letto con terrore di Francesca Domenica, che vedeva nabissare la sua bella coperta di cataluffo nero a fiorami amaranti, che dopo l'ultimo parto non aveva più messa fuori; dove piegate le ginocchia e giunte le mani in atto d'ineffabile compunzione, esclamò:
- Dio onnipotente, in ogni opera della tua creazione91 ti benedico e ti ammiro; quando poi mi mostri un cuore di uomo illuminato da intelletto divino, io ti ringrazio con tutta la effusione dell'anima mia, imperciocchè allora io creda che aperto il tuo santo tabernacolo tu mi renda degno di contemplarti faccia a faccia...
Francesca Domenica si segnò tre volte, e bisbigliando nell'orecchio al suo figliuolo disse:
- Altobello, io temo forte che il sole abbia offeso il cervello di questo povero inglese, ed ei ne sia diventato matto.
- Ah! mamma mia, piacesse a Dio che di questi matti possedesse molti il mondo, come pur troppo ne ha pochi, che adesso non si troverebbe più il seme dei ricchi insolenti, dei poveri disperati, nè di oppressori nè di oppressi.
Chiusa la porta, e seduto Altobello al fianco della madre, prese a dirle con voce sommessa:
- Di Mariano che n'è? È infermo? In campagna? Come accade che io non l'abbia anco visto?
- Ah! è infermo.
- Figlio mio, ci hanno malattie che incominciano dal corpo e ne discacciano l'anima; ce ne ha delle altre che incominciano a guastare l'anima per distruggere anco il corpo, e sono le peggiori; il tuo fratello vive travagliato dalla pessima fra queste.
- Misero lui! e come si chiama questo flagello?
- Senti, tanto tacertelo non si può, e forse ho mal fatto a differire fin qui, e tu mi pari giovane savio... ah! tu solo mi ritrai il tuo povero padre. Accostati, che nessuno ci senta; Mariano è preso dalla più feroce avarizia che si sia mai vista al mondo; accostati ancora, chè morirei di vergogna se qualcheduno lo sapesse; egli mi ha cacciato di casa... Chetati! non dare in furore, altrimenti chiudo la bocca e non dico più nulla.
- Continuate, mamma mia, io sono tranquillo quanto posso essere udendo tali enormità.
- Il suo angiolo custode ed io abbiamo tentato il possibile per salvargli l'anima, ma il demonio l'ha vinta, ed ora che ci ha messo il nido92, temo che non ci abbia partorito la sola avarizia. Quanto ho sofferto! Ogni giorno mi erano contati i bocconi, ogni momento mi ributtava in faccia il tozzo di pane che cibava, e nonostante ciò io fingeva non capire per evitare scandali, finchè una mattina mi disse che non poteva sopportare la spesa di mantenermi, onde pensassi a ricoverarmi presso i miei parenti; risposi che la casa apparteneva metà a te, e che se non mi voleva sul suo, sarei rimasta sul tuo. Io non ho visto mai bestia arruffata come Mariano a queste parole; urlava, pestava i piedi, si svelleva i capelli, Dio e i suoi santi peggio di un turco bestemmiava, e in mezzo alle bestemmie non rifiniva di affermare che la casa era sua, averla comprata da te, tu non averci a fare più nulla. Possibile, Altobello, che tu abbia venduto la casa di tuo padre?
- Andate innanzi, mamma... io sono tranquillo.
- Allora, sentendomi strappare il cuore nel pensiero di dovere uscire vecchia e madre dalla casa dove entrai giovane e zitella, una ispirazione mi suggerì queste parole: «non v'inquietate, Mariano, io me ne andrò, ma non prima che mi abbiate reso la mia dote.» E' sembra non ci avesse avvertito, perchè rimase come tocco da accidente; ed io, prevalendomi del suo sbigottimento, gli proposi si tenesse la dote, mi lasciasse abitare il piano terreno della casa; al mio mantenimento avrei provveduto da me.
- E adesso come fate a camparvi?
- Alla meglio, figliuolo; un po' sul chioso degli olivi che mi lasciò la zia Bartolommea a mezzo col cugino Bastiano, un poco lavorando; certo tutto questo non fa spesa grassa, ma mi contento; solo con questo signore in casa non so a qual santo votarmi, perchè quanto a danari sono più povera dei cappuccini.
- Oh! per venire al Macinaggio come l'avete stillata?
- Ci vogliono quattrini per questo? Ho preso il mulo di casa, senza curarmi della sciarrata che ne avrebbe mossa Mariano, gli ho messo sul groppone un bravo sacco di castagne, e per la via sono bastate crude per lui, cotte per me.
- E a dormire?
- Dormire due o tre notti su la paglia non fiacca le ossa, nè guasta la nobiltà.
- Ma chi ha pagato i muli che avete preso a nolo?
- Me l'hanno fidati a credenza senza pegno.
- Manco male pei muli; ma che potevate pure chiedermi danaro per provvedere alla cena; sudava acqua e sangue nel vedere la imbandigione che ogni più gramo Côrso sariasi vergognato presentare al suo ospite.
- Quanto a questo non ho colpa, Altobello, vedi; io non ci pativa meno di te: prima di partire pel Macinaggio lasciai nell'armadio vino, olio, farina, frutta, micischia, lonzo, cipolle, insomma da tirare avanti un mese: durante la mia assenza pare che Mariano, aperto l'uscio con qualche altra chiave, abbia portato via ogni cosa.
- Anche ladro?
- Ma! lo avrà fatto per pagarsi il nolo del mulo che menai meco al Macinaggio; mi sono accorta tardi della mancanza, e a venire a chiederti in pubblico i quattrini per cena non mi ha retto l'animo; mi è venuto in mente il santo patriarca Abramo, il quale andando pel monte disse ad Isacco: Dio provvederà, e mi son gettata anch'io nelle sue braccia, e Dio ha provveduto, come vedi, perchè il signore inglese non ha voluto cenare e non si è accorto di nulla: quanto a noi altri mangiare poco o assai torna lo stesso.
- E la gente che ci ha accompagnato le bestie, dove l'avete riposte?
- Non dartene pensiero, l'ho raccomandata al cugino Bastiano, e da lui accettai il pane e il latte.
- Signore! sclamò Altobello coprendosi la faccia con tutte e due le mani, o nobile casa di Alando, a che punto ridotta! Ma il fratello Mariano sa il mio arrivo?
- Lo sa: quando eri fuori egli è comparso qui, voleva ad ogni patto sciogliere cotesto sciagurato di Giovà, ed io l'ho impedito; allora ricorse alla violenza, ed io l'ho impedito.
- Tutto questo aggiusteremo con l'aiuto di Dio domani: ora andiamo a letto.
- Che importa? Fra poco sarà giorno; per dormire un'ora o due, tanto vale non coricarsi del tutto.
- Mamma mia, sento forte il bisogno di dormire.
- Signore! Stenditi sul pavimento e dormi, perchè.... perchè al mio figliuolo non posso offrire altro letto.
- Ma non vi ha lasciato Mariano tutto il piano terreno?
- Disse di lasciarmelo, ed anco per pochi giorni me lo lasciò ma poi mi ritolse ora una stanza per la legna, ora pel grano ora per le castagne, che son rimasta con la cucina e con la camera da letto; e dubito che non si rimanga finchè non mi abbia cacciato dentro un sottoscala.
Altobello, dopo avere passeggiato un pezzo di su e di giù per la stanza, scotendo ad un tratto il capo come uomo deciso, favellò:
- Qui importa vederne il chiaro; prima di tutto, pigliate qua, mamma, questo è denaro, e spendetelo come conviene all'antica rinomanza della magnifica nostra casa: adesso accompagnatemi da Mariano.
- Altobello! Altobello! per amore di Dio, non mi far pentire di quello che ti ho detto.
- Non dubitate, gli occhi di Dio in cielo e quelli della madre in terra preservano l'uomo dalle male azioni, venite.
Francesca Domenica, recatasi la lucerna in mano, precedè rischiarando il figliuolo al piano superiore: arrivata sul pianerottolo incominciò a bussare adagio prima, dopo qualche intervallo più forte, ed anco più forte, fino a tanto che una voce agra non si fece sentire, la quale domandava chi fosse e che volesse.
- Apri, Mariano, apri, è tuo fratello, il figliuolo di tuo padre, che dopo dieci anni viene ad abbracciarti.
Si sentì per di dentro brontolare, ma troppo fu potente lo scongiuro, perchè un Côrso, avesse anco dato l'anima al diavolo, si attentasse resistervi; subito dopo il rumore di passi pesanti e lo scatenìo di chiavacci; finalmente si aperse la porta, e comparve la lurida figura di Mariano. Altobello gli gettò le braccia al collo ed accostò la bocca alla bocca di lui per baciarlo, ma quegli torse altrove il volto e profferse l'una e l'altra guancia. Fosse ira o coscienza, Mariano non rese il bacio, che tra i Côrsi si ha per cosa sacramentale; Altobello finse di non ci badare, e sospingendo alquanto Mariano entrò in casa.
- Mariano, allora senza perdere tempo gli disse, vi ho da parlare.
- Potevate sciegliere ora meno incomoda, ma non rileva, sto ad ascoltarvi.
- Le parole non hanno bisogno di esser vedute...., e poi spero che finirete presto: in ogni caso basta la lucerna che mamma ha lasciato sul pianerottolo.
- Lo zio vi manda a salutare caramente voi e la vostra moglie.
- Grazie, rispose Mariano, e dopo lui una voce in falsetto uscita dall'altra stanza ripetè: grazie.
- Lo zio vi prega accettare certi suoi regaletti...
- Era meglio che mandasse quattrini; e che roba sono questi regali?
- Un bel taglio di panno per voi, un altro di stoffa di seta per la cognata, e di più una collana di Venezia.
- Meglio quattrini, ma per la verità le mie vesti sono tutte toppe.
- E non reggono più il punto, non reggono più il punto, ripetè la voce stridula per di dentro.
- Mi ci rivestirò... o non sarà meglio barattarlo in panno côrso, e la differenza farcela dare in quattrini; che ne dici Lucia?
- Quattrini, quattrini, ripeteva la moglie con lo strido della civetta.
- O se ti parrà che io ne possa fare a meno per qualche altro po' di tempo, venderemo tutto, panno, seta e collana, e ridurremo in quattrini.
- Sì.... in quattrini.
Altobello sentì venirsi la nausea al cuore, ebbe un capogiro durante il quale gli parve che un turbine di monete luminose facesse remolino dentro la stanza. - Voi ne farete quanto vi piacerà; ma adesso, Mariano, vi prego dirmi da quando in qua in Corsica, massime in casa Alando, si ricevono nel modo con che avete fatto, ospiti e fratelli? Così vi preme la riputazione dei nobili nostri antenati?
- A vero dire, io credo che ai nostri antenati all'ora che suona non prema più di fama e ne manco d'infamia: ad ogni modo se gliene importa, ci pensino da loro; quanto a me io so che chi dà pane ai cani degli altri è abbaiato dai suoi.
- Lasciamo stare il pane, ma almeno un po' di ricovero!
- Anzi, su questo per lo appunto bisogna camminare col piè di piombo: non bisogna metterci in casa gente che non conosciamo; chi mi assicura che egli non sia un ladro?...
- Mariano!
- Non v'inquietate; ad ogni modo è meglio vergognarci di avere tenuto chiusa la porta, che pentirci per averla aperta; e poi, alla meno trista, co' forestieri sono creanze gettate; costoro ci hanno sempre fatto del male; i Saracini informino.
- Ma il signor Giacomo Boswell non è mica un Saracino, bensì un gentiluomo inglese.
- Peggio, mille volte peggio; è un eretico che non crede nel Papa, mercanzia d'inferno; sento fin di qua il puzzo di zolfo che manda; lo senti, Lucia, il puzzo di zolfo?
- Puzzo! zolfo! io non sento niente.
- Perchè sei una bestia... una scema, e non apri mai bocca che per contradire il tuo marito; lo senti o non lo senti il puzzo dello zolfo?
- Zolfo! zolfo! strillò la donna.
- Povera creatura, sospirava Francesca Domenica, costui l'ha fatta scipidire senza rimedio.
- Me ne rincresce per voi, proseguì Altobello, perchè so che vi aveva portato di bei regali dal suo paese.
- Circa a questi li faremo benedire, e non recherà stroppio tenerli; ma lui sarebbe opera buona buttare a terra dalle scale.
- E di lui non parliamo più, ma di me?
- Di voi? Di voi sarebbe stato altra cosa se foste venuto solo; per una notte, ricovero ve lo avrei dato; e pel figliuolo di mio padre una fetta di pane e un bicchiere di acqua l'avrebbe avuta di certo.
- Non ci era da appuntellare la casa per timore di ruina.
Mariano fingendo non avere inteso, continuò: ma siete venuto con un branco di bestie e di cristiani, anzi con un eretico; e come se fosse poco mi ci avete tratto legato anco Giovanni Brando. O questa, che novità è stata? Dove non si guadagna, fratello mio, la perdita è sicura. Se costui commise malefizio, tocca pensarci il bargello: adesso mi avete messo su le braccia tutti i parenti di Giovà: non rifiniscono dire che ora si fa buona giustizia; me ne rallegro tanto, ma se mi tagliano gli olivi, ammazzano le bestie, bruciano le biade, accintolano i castagni, chi mi rifà il danno? E se mentre vado attorno per le fiere da qualche macchia mi viene un'archibugiata nella testa, chi mi ce la cava? La giustizia eh! Continuando a vivere insieme, voi capirete, Altobello, che voi mi mettete a brutto partito; onde confido nella vostra compitezza...
- Se temevate davvero che dallo starci sotto il medesimo tetto ve ne potesse derivare danno, il ripiego ci era prontissimo.
- Quale?
- Andatevene di casa.
- E perchè sarei uscito io? per farvi piacere? Questa casa non appartiene a me come a voi? I campi, i chiosi, le selve non sono mie come vostre? Quando abbiamo diviso?
- Diviso mai, nè divideremo.
- Dunque, se sopra la mensa comune voi aveste imbandito il frutto della terra comune, non mi avreste dato nulla del vostro.
- Nulla del mio? Ma che svagellate, Altobello? O non vi rammentate?
- Di che ho a rammentarmi io?
- Del contratto...
- Qual contratto?
- Quello col quale mi avete venduto i vostri beni così mobili che immobili, semoventi, usi, servitù, comodi diritti, crediti, insomma tutto, niente escluso, eccettuato di quello che vi spettava sopra la eredità paterna.
- Io vi ho venduto questo?
- Già, vale a dire il vostro procuratore, prete Stallone, un degno sacerdote in verità, il quale riscosse il danaro per voi e si prese la fatica di portarvelo fino a Venezia.
- Fino a Venezia? In verità non me n'era accorto; e mi immagino che ne avrete le prove.
- E come! Primieramente ho il mio libro di amministrazione, che attesta avere io sborsato tutta la somma di un tratto, il quale pagamento, a cagione della scarsità dei quattrini, mi ha messo in piana terra; non è vero, Lucia?
- Lo sentite, lo dice anche Lucia, che non fa altro che contradirmi, e poi ho la ricevuta.
- Ricevuta di chi? Mia, forse?
- Ella è come se fosse vostra, perchè fu sottoscritta dal prete Stallone, vostro procuratore, un degno sacerdote...
- Sta bene; per questa volta abbiamo discorso assai, ora tornate a dormire che dovrete aver sonno.
Mariano non se lo fece dire due volte per evitare di sentirsi chiedere materasso o paglia, dove i suoi parenti potessero adagiare le membra; fingendo non ricordarsi che una sola stanza occupava la madre, ed ignorare ch'era stata ceduta all'ospite, sbatacchiato l'uscio tirò precipitosamente l'uno su l'altro i chiavacci. Pertanto non recò piccola maraviglia al suo fratello, quando dopo alcuno spazio di tempo, si sentì chiamare traverso il buco della chiave.
- Che volete da me?
- Se domani uscirete di casa prima che faccia giorno alto - di che vi pregherei - in questo caso vi raccomando l'osteria del Violino - pulita, sapete! e ci si spende poco; costà la gente si leva da letto prima dell'alba; - voi potreste aprire i bauli e cavarne i regali, che lo zio ha mandato a me e alla mia Lucia; - pensate che non è roba vostra, e che il vostro dovere vi obbliga consegnarmeli; se me li ritenete un minuto più del necessario sarebbe un rubarmeli, capite... un rubarmeli; sicchè fate ch'io li trovi dopo che sarete andato via.
- Non dubitate, sarà pensiero mio.
- E quelli dello inghilese, saltò su a strillare la scema: anche quelli dell'inghilese io voglio... li voglio... e che puzzino di zolfo non me ne importa niente... li voglio... li voglio...
- Altobello, se vi riescirà averli per contentare questa povera donna, ve ne sarò obbligato; poi verremo a ringraziarvi voi e lui quando sarete alloggiati alla osteria del Violino.
Altobello, seguitato dalla madre, scese al pianterreno col cuore chiuso; pareva, ed era troppo più triste che irritato; senza dire parola stese il suo cappotto per la terra e ci adattò sotto una valigia per capezzale; piegate di poi le ginocchia si mise a pregare per la madre, per sè e pel suo sciagurato fratello, affinchè Dio lo ravvedesse. La madre stette a contemplarlo estatica, poi d'impeto lo baciò e lo benedisse, esclamando: - Tu sei il figliuolo della mia consolazione.
- Ma voi, ora che ci penso, dove dormirete, mamma?
- Dormirò seduta - e presa una seggiola l'accostò alla tavola, accomodandosi meglio che potè; nè stette guari che parvero addormentati ambedue; però la madre vegliava; ella leva cauta la testa, e poichè dal sospiro profondo si accerta essere il sonno disceso sopra le palpebre del figliuolo, si alza piano piano e si mette a giacere traverso la porta della scala che conduce alle stanze di Mariano... intanto ch'ella si chinava premendosi con la destra il petto bisbigliava:
- Perchè questo? Capo mio, capo mio, oh! non dirlo a questo mio cuore.
Noi non meriteremo di essere messi in mazzo tra preclari e tra grandissimi scrittori (come Gualtiero, il marchese, eccetera) che tanto nobilmente dettarono storie dal 1847 in poi, nè manco pel fatto della verità, se affermassimo che il signor Giacomo Boswell si destasse con lo entusiasmo col quale si era coricato: anzi, di quanto nella notte questo gli scemava, di altrettanto gli cresceva l'appetito, onde fu consiglio buono quello dell'Alando di provvedere in tempo; cibò il signor Giacomo di tutto largamente e con gusto, tornò all'usanza antica del prendere tabacco, dondolare la scatola e ripetere: bene, sia che c'incastrasse, sia che ci stesse come Barabba nel Passio: avvezzo a vivere fra gente di ogni maniera, e per natura discreto, non essendogli fatto motto dei parenti, capì che non ne doveva cercare e non ne cercò; solo gli parve dicevole affrettarsi a consegnare al generale le lettere a lui confidate dal signor Giacomini, non che le proprie: a questo scopo uscì di casa accompagnato da Altobello; per via seppero che lo sciaurato Brando era stato rimesso in braccio ai confortatori, e al tramontare del sole sarebbe stato giustiziato; i congiunti suoi avere sporta supplica al generale poichè la corda mutasse in fucilazione, ma non essere stata accolta; finalmente sboccati dinanzi al palazzo del Governo videro parecchi capannelli dintorno alle porte, e in mezzo loro una ventina di uomini a cavallo; questi vestiti di assisa soldatesca non si potevano dire, tuttavolta portavano abito uniforme di panno scuro, schioppo e banderuola, sciabola, pistola e stiletto; in capo un berrettone nero appuntato, con nappa in cima parimente nera; montavano tutti cavalli côrsi scarsi di altezza e di carne, di pelo la più parte sauro, però inquieti e di guardatura salvatica; altri sei cavalli più appariscenti e avvantaggiati stavano in mezzo bardamentati di tutto punto, ma vuoti; tra questi mirabile uno di razza araba, storno, con morso e staffe alla turca di argento, la gualdrappa di velluto chermesino ricamato in oro alla grande.
Naturalmente venne fatto ai nostri personaggi di domandare la causa di cotesta adunata, e cui appartenessero cotesti cavalli: da principio non trovarono chi volesse loro rispondere, ma quando dichiararono uno di essi forestiero e l'altro giunto dopo lunga assenza il giorno precedente, seppero la cavalcata doveva muoversi a ricevere l'ambasciatore che il re di Francia mandava al Governo di Corsica; cotesti cavalli spettare ai comandanti Valentini, Serpentini, Saliceti ed altri; l'arabo a sua eccellenza il generale; averglielo mandato a regalare il Bey di Tunisi, perchè il generale impedì saccheggiassero una sua nave data in secco su la spiaggia di Aleria, e manomettessero la ciurma; in cotesta occasione essere uscito un bando bellissimo, il quale in sostanza diceva che l'uomo colpito dalla fortuna non deve più considerarsi turco, ebreo, anzi nemico, bensì sventurato, e come tale correre l'obbligo a tutti di confortarlo: in sequela di ciò i naufraghi affricani, dopo risarcita la nave, ebbero la facoltà di tornarsene a salvamento in Affrica: non ingrato il Bey, avergli spedito un oratore, che venuto al cospetto gli disse: il mio signore ti saluta e ti vuol bene, poi donatogli il cavallo, ed altre robe di valsente, gli fece profferte grandi per parte sua in ogni emergenza si ritrovasse. - In questa si udirono parecchie voci, che dissero: eccoli! e la gente in fretta si ammucchiò curiosa di vedere. Di un tratto con un mediocre stupore del Boswell uscirono dal palazzo alquanti uomini ottimamente vestiti di panno scuro, con rovesci al collo e alle mani di velluto verde, armati come gli altri cavalieri, che rispettosi rimasero a piedi finchè il Paoli non salì sopra il suo cavallo. Dove non lo avessero avvertito, a gran pena il Boswell lo avrebbe potuto ravvisare, imperciocchè adesso gli comparisse davanti coi capelli colti e ripresi dietro al capo in un nodo, e il cappello a tre punte piumato; vestito da capo a piedi di velluto verde trapunto in oro su le costure e negli orli; oltre il consueto doviziosa notò essere la spada che gli pendeva al fianco; tutto insomma, sembianza, gesti e addobbi, tramandavano un misto di grandezza e d'impero, per modo che il nostro signor Giacomo, sbalordito, non sapeva che cosa pensare.
Un tiro di archibugio fuori delle ultime case di Corte la cavalcata incontrò il cavaliere Valcroissant accompagnato da un ufficiale e da parecchi suoi famigliari; appena si scorsero, che da una parte e dall'altra smontarono alternandosi urbane accoglienze secondo che porgeva l'indole diversa, aggraziate nel francese, sostenute nei côrsi, che risaliti a cavallo posero in mezzo al generale e al comandante Achille Murati, con molta cerimonia, l'oratore francese, mutando a quando a quando fra loro qualche motto senza costrutto. In questo modo procedendo erano arrivati quasi presso al palazzo, allorchè fu vista comparire fuori della porta di una casa certa vecchia a capo nudo, segno nelle femmine côrse della massima costernazione, esprimente nelle sembianze sconvolte l'estremo dell'angoscia e del terrore; appena vide gente lasciò cadersi giù di sfascio in ginocchio, e con le mani aperte e con le grida implorava soccorso:
- Aiuto! per carità, ella esclamava, lo ammazza, lo ammazza, mio marito ammazza il suo figliuolo.
Il Paoli in un attimo sbalzò da cavallo, il cavaliere Valcroissant anch'esso, prima di pensare a quello che facesse, si trovò col piede a terra; gl'imitarono gli altri, e tutti di corsa alla casa dove stava per commettersi l'atroce misfatto; nè la donna aveva punto alterato il successo, imperciocchè il Paoli trovò un vecchio infellonito, per tutte le membra tremante, che ad ora faceva l'atto di accostarsi alla spalla lo schioppo e spararlo contro un giovane di piacevole aspetto, il quale ritto accanto alla parete opposta aveva l'aria che non si trattasse di lui.
- Fa l'atto di contrizione, borbottava fremendo il vecchio, se non vuoi andare di posta all'inferno.
- Ma, signor padre, sentite la ragione...
- Non vo' sentir nulla, preparati a morire.
Intanto il Paoli, sopraggiunto costà, mirando che il cane dello schioppo era inarcato, fu cauto con un colpo del braccio voltarne la canna al soffitto, e al tempo stesso diceva:
- Per Dio santo, Quirico, hai dato l'anima al diavolo, che vuoi ammazzare il tuo figliuolo?
- Non ci è Cristi che tengano; ha da morire; non l'ho generato io; lo rinnego per figliuolo; deve morire... e deve morire...
- Pare che l'abbia fatta grossa costui!
- Eh! una cosa da niente; - vedete, dianzi gli ho detto: Vito, l'aria si carica da levante, avremo presto burrasca; il generale raccoglie una compagnia di mille giovani, fiore di Côrsi, per combattere questi prepotentacci di Francesi, che dopo avere finto amicizia per quattro anni, adesso ci si scuoprono nemici; non istare a gingillarti, procura essere dei primi a segnarti, perchè i Savelli non sono usi di farsi aspettare. Ora sapete che mi ha risposto quel figliuolo ribelle? - Mi ha risposto che chi ne aveva voglia, andasse. Dunque, se non vuoi difendere la tua patria, vai fuori, carnaccia da ingrassare gli olivi.
E qui faceva prove di liberare lo schioppo di mano al Paoli: questi però tenendolo stretto si volse al giovane con mal piglio esclamando:
- Dunque vive nella Corsica un vile?
Il giovane, rosso come un focone allora sbraciato, rispose risentito:
- Se ci vive, non sono mica io, sapete, signor generale; ma babbo qui si arrapina per un filo di paglia, e poi non vuol sentire la ragione: mettetevi di mezzo, perchè mi ascolti, ascoltatemi voi stesso, e se ho torto condannatemi. Diavolo! Dove sono uomini, sono modi.
- Questo non si può per giustizia negare, Quirico mio; anco ai banditi si permette difendersi.
- Così va pei suoi piedi. Voi sapete che in casa eravamo tre fratelli maschi senza più. Giampaolo rimase ucciso a Furiani, Niccoletto morì al convento di Bozio, quando accorse a cavarvi dalle brande del Matra; l'ultimo sono io. Quando babbo mi ha comandato di scrivermi nella compagnia dei volontari, ho fatto a dire: pare che la disdetta voglia che i Savelli non abbiano a uscire vivi di battaglia: chiedo perdono, non deve dirsi disdetta, e veramente chi muore per la patria vive alla gloria e nello amore dei suoi; però, meno che sotto questo aspetto dovete convenire, signor generale, per tutti gli altri, o che l'uomo spiri nel campo o nel letto, quando è morto è morto. Ora ho fatto a dire, se questo caso mi accade, ecco, lascio qui i miei poveri vecchi soli, abbandonati negli ultimi giorni della loro vita; chi li consolerà? chi ne piglierà cura? chi porgerà loro un bicchiere di acqua se cascano infermi? Però ho fatto a dire: io sono promesso a Chilina di Marco Aurelio Brandone, e ci dobbiamo sposare a Pentecoste; dunque sarebbe meglio che prima me la sposassi, ed una volta che la sapessi incinta, e per parte mia, signor generale, vi prometto che farei presto, venire senza un pensiero al mondo a menare le mani, perchè se campo, tanto di guadagnato; se casco, tagliato il ceppo rimane il pollo, e Chilina resta in casa in luogo di figliuola ai miei poveri vecchi.
Ora, per Dio santo, domando un po' a voi se qui ci trovate motivo di saltare su i mazzi, e di tombare un povero figliuolo come un cane?
Il vecchio Quirico, che a mano a mano il figliuolo ragionava si faceva sereno, alle ultime parole, mentre s'incamminò a depositare lo schioppo in un canto, disse:
- Come è così, la faccenda muta di aspetto: ma nossignore; nè anco così va bene, perchè vedi, figliuolo mio, tutti i giorni capita morire di punta, di catarro, insomma di uno di quei tanti malanni che il diavolo ci manda; ma l'occasione di morire con una brava palla in testa per la libertà della patria capita di rado, e mentre t'indugi per le nozze, potrebbe scappare: sicchè, Vito, fa' a modo di tuo padre, non perdere tempo a segnarti.
- Ecco, si potrebbe, soggiunse il Paoli, pigliare due colombi ad una fava: invece di celebrare le nozze a Pentecoste, o chi para di farle domani? Vito ha promesso (e così dicendo il Paoli batteva sorridendo la mano su la spalla del giovinotto), che non si farebbe aspettare ad accertarvi la successione93, e lo credo; sicchè tra un mese io mi figuro che potrebbe essere lesto: ora, per male che vada, prima del giugno non ci avrebbero ad essere batoste.
- Gua', per un accomodo ci sto; perchè non è una galanteria ammazzare un figliuolo, ed anco il patriarca Abramo non ci si adattava mica di buona voglia, sebbene glielo avesse ordinato un angiolo; immaginate se io, che non aveva ricevuto ordine da persona; però vatti veggendo se Marco Aurelio se ne accontenta, il quale fuma più di un camino e gli parrebbe rimanere vituperato se i mudracchieri non andassero a prendergli la sposa a casa, e non facessero la travata, con tutti gli altri fastidi d'usanza.
- Ciò non tenga; ditegli che accompagnerò io stesso la sposa alla parrocchia; e parmi se ne dovrebbe contentare.
- Ma ci credo! È onore troppo grande per lui, ed anco per me.
- La benedizione di Dio sia su di voi, signor generale, gli augurò la povera madre, che piangeva e rideva.
- Amen, buona donna, e su voi ancora; e tutta la comitiva rimontò in sella.
Il generale entrando in palazzo rinvenne l'anticamera ingombra di gente più che non soleva, ci vibrò sopra uno sguardo, e gli parve vedere facce nuove, ma studioso di praticare verso il cavaliere francese ogni termine di convenienza, si trattenne ad indagare. Licenziato sulla soglia la compagnia entrò nel gabinetto coll'oratore ed un frate. Il signor Giacomo, il quale comecchè si fosse riconciliato in parte co' frati dopo l'incontro del padre Casacconi, pure si sgomentava a trovarsegli sempre fra i piedi, domandò ad Altobello: - E chi è quel frate che si chiude in conclave col generale e coll'ambasciatore francese?
- Costui si chiama Buonfigliuolo Guelfucci; appartiene all'ordine dei Servi di Maria, o vogliamo dire servita; lo dicono uomo di molta dottrina, e di prudenza grande; detta con molta eleganza di lingua, sicchè in Toscana lo chiamarono a parte dell'Accademia della Crusca, custode, come saprete, della purezza del parlar toscano; il signor generale se lo tiene da molti anni per segretario, ed ha da lodarsene; ma ecco che esce dal gabinetto.
Di vero fra Guelfuccio, comparso nella sala, fece intendere con urbanissime parole rincrescere al generale non potere sul subito accogliere le persone ivi presenti; confortarle a non aspettare; tornassero dopo la calata del sole, che avrebbe provveduto in modo da trovarsi libero. Taluni si partirono dicendo si sarebbero fatti rivedere il giorno appresso; altri risolverono aspettare: solo una donna di bello aspetto e giovane ancora non si tenne contenta, ed incominciò a strillare:
- Ho furia io, mi sono partita innanzi giorno da Castirla, e non posso ritornare; sì, veramente è la via dell'Orto da Castirla a Corte; e poi ho furia io; bisogna che parli subito al generale, e gli voglio parlare.
- Ma capite bene, buona donna, la veniva ammonendo il servita, che il generale adesso sta in faccende per lo Stato.
- E se il generale fa le sue faccende, io non posso mandare a male le mie: ho furia, vi dico, ho furia: bisogna che inforni il pane, dia da mangiare ai maiali, annacqui i fagiuoli: insomma ho furia.
Tanto e tale mandava schiamazzo costei, che il generale importunato, dopo chiestane licenza al Valcroissant, levatosi da sedere, si affacciò alla porta con volto torbo interrogando:
- Che bordello è questo? Perchè non cacciate via il temerario?
- Non sarebbe un temerario, bensì una temeraria; ma se merito questo nome, giudicherete poi; intanto bisogna che vi parli, ed ho furia.
- Dunque sbrigatevi.
- Vien qua, Giacinto; vedete eh! che pezzo di figliuolo? Sentiamo, quanto gli fate? Ma voi non indovinerete da qui a mezza notte, però ve lo dirò addirittura io, perchè ho furia; egli è entrato in sedici anni la festa di san Giacomo e Filippo apostoli...
- Sbrigatevi, vi dico.
- Lasciatene il pensiero a me, che ho da tornare a casa a infornare il pane. Io, per l'addietro, non rifiniva mai rinfacciare a questo povero figliuolo di mangiarsi il pane a tradimento; perchè come si trattava recarsi in mano una zappa, sudava peggio di un cavallo bolso; sempre lì con lo schioppo in mano, sempre erpicato pei comignoli delle rupi, o sempre inabissato per le fratte delle valli.
- Donna, pel vostro meglio, vi consiglio andarvene...
- Ma no; ma no; coll'interrompermi mi fate perdere tempo, ed io ho furia; ieri, dunque, mirando che il mio zitello ammanniva lo schioppo per uscire di casa, gli ho detto: scioperataccio che sei, almeno, dacchè da quella rocca in fuori non vuoi toccare altro, tu la sapessi maneggiare come ogni fedele cristiano; gioco un seino che non ti basta l'animo di ammazzarmi quel falco, che fa la ruota costassù. Giacinto si ripose in tasca il misturino dei pallini che stava per arrovesciare dentro lo schioppo, e cavata dalla carchiera una palla la cacciò nella canna, e mi rispose: adesso è troppo alto. Intanto il falco calò, e Giacinto: mamma preparate il seino! - Il falco giù come cencio bagnato. Allora detti spesa al mio cervello e parlai: - Figliuolo, mi sembra che ci stia sopra le spalle un tempo in cui si deve sparare l'archibugio contro qualche cosa di meglio che un falco; dimani verrai meco a Corte: questo domani è oggi, ed io ve l'ho menato, perchè se vi abbisognasse albergare a trecento passi una palla di oncia dentro la testa di qualche prepotente francese, egli è il fatto vostro. Certo il vostro bando chiama alle armi gli uomini da diciotto anni in su; ma ciò non tenga, gliene darò due de' miei, o, se non erro, non vi farà disturbo, generale, dargliene anco due dei vostri.
- Devota, poichè mi pare che siate Devota Pieragia di Castirìa....
- Sì certo, giusto, voleva dire che voi non mi aveste riconosciuta!
- Il vostro zitello non avrà mestieri di questo brutto regalo, se come corpo gagliardo gli deste cuore disposto adoperare virtuosamente in pro del suo paese.
- Ma sicuro che gliel'ho dato; fatti qua oltre... o dove sei ito? Presto che ho furia.
Il giovanetto si era rimpiattato dietro le spalle alla madre; ella lo spinse dinanzi a sè tutto vergognoso con gli occhi bassi.
Il generale gli pose la destra sul capo e gli disse:
Ed egli lo guardò: allora il generale si volse alla madre, e soggiunse:
- Non occorre altro, Devota; questo giovane farà dire di sè, o non mi chiamo più Paoli; lo metto nella mia compagnia col fiore dei giovani del paese.
- E adesso vado a infornare il pane: mio Colombo addio; un bacio e addio... un altro, e un altro. Signor generale, non ha da costarvi nulla... capite... grazie a Dio ho da fargli le spese, e ad un altro ancora se occorrerà; gli manderò o gli porterò la provvista settimana per settimana: ve lo raccomando perchè l'ho solo, ma all'occorrenza non lo risparmiate veh! Giacinto mio obbedisci il signor generale come obbedivi a tuo padre, che vuol dire un zinzino più che a tua madre, e ora anche un bacio... e addio, chè ho furia.
E via di corsa; il generale stava per richiamarla, senonchè Minuto Grosso gli diede su la voce notando:
- Lasciatela andare, eccellenza, che la buona femmina pare che abbia furia di andare a infornarvi il pane, e un altro figliuolo.
- Minuto! dubito che la stagione dei tuoi motti sia passata: per me penso che se la nostra causa sostenuta dal sangue più puro delle viscere del popolo avesse a soccombere, sarebbe segno che Dio ha ritirate le sue sante mani da questo mondo.
Rientrò il Paoli nella stanza, e chiusane diligentemente la porta si volse al cavaliere Valcroissant dicendo:
- Signor colonnello, se vi piacerà espormi il fine della vostra ambasciata, sono disposto ad ascoltarvi.
Il cavaliere attendeva ricevere lo invito di assettarsi; visto però che il Paoli prese a camminare su e giù per la stanza, non fu tardo ad imitarlo; intantochè essi si movevano su due linee parallele, il cane Nasone, messosi in terzo, si era cacciato nel mezzo regolando i suoi moti con quelli dei nostri personaggi. Il cavaliere, ch'era uomo dotto, non potè astenersi, a cagione dell'accompagnatura, di paragonare il Paoli con gli eroi dei tempi a mezzo barbari, come Evandro, Patroclo, Telemaco e Siface, che Virgilio, Omero e Tito Livio ci rappresentano inseparabili dai propri cani, e per la irrequietudine sua a Catilina, il quale, giusta quando avverte Sallustio, nè vegliando nè dormendo poteva star fermo un momento, tuttavolta con felice disinvoltura incominciò:
- Innanzi tratto permettetemi, signore, che io mi congratuli con voi, che col senno e la fermezza, che tutta Europa onorano, avete saputo ridurre i Côrsi dallo stato in cui vivevano a quello in cui oggi li vediamo....
- E li conoscevate voi questi Côrsi?
- I Francesi, che con la distanza di parecchi secoli visitarono l'isola, ci lasciarono ragguagli così copiosi come veridici.
- E adesso li conoscete voi questi Côrsi?
- Spero dimostrarvelo, signore. Il mio padrone e signore....
Il Paoli gli vibrò un'occhiata di traverso.
- Sua maestà il re di Francia voi sapete che va degnamente insignito di due titoli del pari gloriosi: uno lo possiede comune co' suoi antenati; l'altro glielo deferivano i popoli riconoscenti: desideroso sempre più meritarsi i nomi di cristianissimo e di bene amato, prese in matura considerazione la guerra secolare che lacera due illustri popoli, il Côrso e il Genovese, e poichè per esperienza propria ed altrui conobbe ormai disperato che tra loro potesse cadere termine alcuno di concordia, deliberò affrancare la Corsica dallo odiato governo della repubblica genovese. Se la Provvidenza non avesse riposte nelle sue auguste mani le forze della prima nazione del mondo, forse avrebbe comandato ai Genovesi sgombrassero da una contrada che non avevano o voluto o saputo nel corso di tanti secoli felicitare; e trovatili contumaci a obbedire, sarebbe ricorso all'ultima ragione dei re; la potenza sua unita in bello accordo con la magnanimità gli persuase partiti più blandi, volle risparmiare sangue cristiano, e la Provvidenza secondò il pio desiderio. La Francia, ricca abbastanza per pagare la sua gloria, con molto denaro acquistava il diritto di beneficare la Corsica; e così operando era mossa dal desiderio di appagare i voti secolari di questi popoli generosi, dacchè con grato animo essa rammenta che un giorno vennero ascritti alla famiglia dei sudditi di S. M., che sotto le bandiere francesi militarono, e per ultimo che anche nei tempi recentissimi manifestarono per mezzo di oratori e di istanze, non una volta, ma molte, il fermo proposito di essere chiamati a parte della naturalità francese. La Francia pertanto oggi senza ostacolo vi apre le braccia, e voi potete commettervici con effusione di cuore.
Uniti alla Francia, di deboli diventate ad un tratto potenti; invece di temere le minacce dei nemici, sta adesso ai nemici a imparare la paura delle vostre; la Francia conosce le vostre piaghe e vuole e può ripararle: nuove strade si apriranno, saranno asciugati paduli, ponti eretti, l'agricoltura ricondotta in fiore, i commerci promossi; questa fortunata isola sta per diventare in mano alla Francia scala dei suoi traffici per tutto Levante, arsenale per le sue armate più acconcio dello stesso Tolone; per la copia dei suoi legnami cantiere privilegiato, per la moltitudine dei porti fidatissima staziona navale; i vasti golfi le accertano la scuola di marina quasi esclusiva; qui ufficiali sì civili che militari, qui prelati, e con essi le belle case, le splendide masserizie, l'urbanità, le arti del lusso, le feste. Stupendo a dirsi! Quello che la Francia con la fatica di molti secoli conseguì, voi altri Côrsi in un giorno, anzi in un'ora, acquistate; nè questo è tutto: S. M. cristianissima intende ancora sopra i suoi antichi sudditi felicitarvi; non mica che in lei, ch'è fonte di tutta giustizia, possa allignare parzialità, bensì perchè qui vede urgente riparare le ingiurie della dominazione altrui; a questo scopo divisa affrancare i Côrsi per trent'anni dal pagamento di qualunque imposizione o gravezza. E voi, illustre signore, che per l'egregie opere vostre meritaste che un principe barbaro mediante onorevole ambasciata vi palesasse l'alto concetto nel quale vi teneva, non maraviglierete certo se il re cristianissimo, ch'è quanta gentilezza vive nel mondo, per mia bocca vi partecipa la sua ammirazione e il desiderio di vedere con la presenza vostra onorata la Corte con ufficio degno, come sarebbe quello di tenente generale degli eserciti del re, o, se meglio vi aggradisce vita più tranquilla, rimette in voi la scelta della provincia di terraferma, dove vorreste andare governatore.»
Finchè il Paoli conobbe che questo discorso era per durare un pezzo stette quieto, o parve; mano a mano però che volgeva alla fine, il suo passo si fece più accelerato; gli s'infiammò la faccia, tremava; tuttavolta si contenne e socchiuse gli occhi per nascondere le faville dell'ira che quinci prorompevano. Tacque fin tanto gli fu possibile senza offendere l'urbanità; costretto per ultimo a parlare, con voce tremula incominciò:
- Signor colonnello, i miei complimenti per la vostra facondia: perdonerete le mie disadorne parole; rettorica non ci so mettere, e sapendo non ci metterei; studierò all'opposto di mostrarmi più schietto che per avventura la mia condizione non comporta. Orsù, il vostro discorso contiene due parti: la prima concerne la patria, la seconda me. Quanto alla patria, mi fate sapere che il vostro padrone ci ha comprato interi, terra e anima, come si acquistano poderi con le stime vive e morte; ovvero, che mentre l'Europa incomincia a vergognarsi per la tratta dei negri, S. M. cristianissima non prova ribrezzo alla compera dei bianchi: un'altra cosa vedo nei vostri discorsi, ed è che il vostro padrone, ottimo padre di famiglia, vi manda a pigliare possesso del podere acquistato, con facoltà di levare di mezzo imbarazzi col migliore mercato possibile...
- Signore, voi fate ingiuria...
- Colonnello, io non vi ho interrotto, adesso non interrompete me, e ricordatevi che il vostro signore e padrone non è il mio, anzi ponete addirittura che nessuno, intendete bene, nessuno sarà padrone del Paoli, eccetto Dio. Or via, supposto che siffatti traffici non sieno infami, che cosa ha potuto comprarsi da una parte, che vendersi dall'altra? I Genovesi mentiscono quando vantano aver conquistato la Corsica, e di questo vi chiarirà il libro di Don Gregorio Salvini, che fece stampare in Oletta, e l'altro più breve di mole, e forse di argomento più notabile, di monsignor Natali, vescovo di Tivoli94.
Quale, non dirò pudore, ma conformità in voi? Ci aiutaste prima col sangue, con la pecunia, con armi a rompere il giogo aborrito della repubblica genovese, anzi ci mandaste per conforto a perseverare le bandiere col motto pugno pro patria; più tardi vi siete uniti con la repubblica genovese, e non risparmiaste nulla, nè anche delitti, per ribadirci al collo le catene di Genova; ora vi augurate esercitare la tirannide, auspice Genova, ma per conto proprio. Dio eterno, ma che credete voi che i popoli sieno la cavalla morta legata al piede di Orlando matto? Voi dite che ci volete felici, e cominciate intanto col rendere i Côrsi schiavi, me traditore. Certo, non vo' negarlo, costretti dalla necessità e mossi ancora dalla gratitudine, che nei nostri cuori facili a commuoversi esageriamo del pari che l'odio, ci proferimmo a voi, e voi ci accettaste e prometteste tenerci perpetuamente a parte del vostro reame; ma questo accadde, vi piaccia rammentarvelo, quando le forze di Carlo V, il più potente degl'imperatori dopo i Romani, mosse di Germania, di Spagna e d'Italia, minacciavano inondarci; comunque sia, noi ci demmo, voi ci accettaste; come ci teneste? Voltabili nella fortuna contraria, non fermi nella buona, appena credeste aggiustare i fatti vostri con vantaggio ci gettaste via a modo... a modo di donna, che butta là un ventaglio sgualcito. Un'altra volta ci proferimmo a voi, lo confesso, e fu quando intromessi pacieri tra Genova e noi, con gravità non so se più stupida o feroce, ci andavate avvisando: tendete prima il collo al rasoio, e poi aggiusteremo le cose! nè a noi giovava punto rispondere: Dio ve ne renda merito, morti una volta non vale medicina, che imperturbati voi nella medesima proposta insistevate; allora vi si proffersero i Côrsi nella guisa che il condannato, al cui arbitrio si lasci morire di laccio o di mannaia, sceglie la scure, sperando patire meno, e tuttavolta voi non ci accettaste. Adesso voi volete dare ad intendere a voi stessi ed a noi che di questa razza uffici a voi conferiscano diritti, a noi obblighi? Senza ridere voi vi vantate benefattori, e noi sul serio ci confesseremo beneficati? Ah! colonnello, forti siete, perchè venti e più milioni legati ad un medesimo giogo tirano un monte, e non importa se trattisi di bestie o di uomini; ma quanto a ingegno, che nella solitudine può salire fino alla divinità, non presumete vincere le menti latine. Il vostro re ha sentito (voi lo accertate) pietoso ribrezzo di spargere sangue cristiano per costringere i Genovesi a vendere i Côrsi, ma pare non proverà scrupolo a versarlo a bigonce, caso mai i Côrsi repugnassero a confessarsi comprati. - Voi volete rendere i Côrsi felici; lo siete voi, signor colonnello, in casa vostra? Ah! voi pretendete guarirci mettendoci a parte dell'olio santo che già vi ha amministrato il prete?
- Potenti? Sia; ma oltrechè la felicità di rado nasce dalla potenza, io talora credo che la potenza sia la fortuna in maschera: ad ogni modo se fortuna e potenza sono due enti diversi, io gli ho veduti spesso seduti al medesimo tavoliere passarsi alternativamente nelle mani il bussolotto co' dadi. Presumereste forse di avere preso a pigione la fortuna voi altri, frammento minimo della rovina romana? Colonello, io non ho, in fede mia, intenzione di oltraggiare la Francia; pure non crediate che noi ignoriamo quali rovesci condussero le paci di Utrecht e di Rastdat sotto Luigi XIV, che scambiò una candela col sole, e prima di morire la vide condotta al verde: avendo comandato troppo in casa altrui, finì col comandare appena in casa propria, quantunque affermasse l'opposto. Ditemi, la pace di Aquisgrana vi venne persuasa dalle vostre vittorie? Per la Francia non si bisbiglia che il vostro ben amato re si nabissi nello stravizio e nelle lascivie, meno per talento naturale che per sottrarsi al senso dei mali che il suo stato patisce? Voi non siete potenti, voi non felici, ma se io errassi, lasciateci stare; contentatevi dei doni della Provvidenza e non disturbate noi poveri grami. Noi non possiamo essere felici a modo francese, bisogna lo siamo a modo côrso; la vostra civiltà mi sa di acqua nanfa sparsa nella stanza mortuaria per coprire il fetore del cadavere fradicio; come si mariterebbe ella alla barbarie côrsa? E noi siamo barbari, e prego Dio con tutte le viscere dell'anima mia ci mantenga lungamente così; la vostra civiltà travasata tra noi riuscirebbe schifosa a vedersi come il vomito di pasto reale sopra un masso di granito. Perdonate la turpezza del paragone in grazia della verità. Il Côrso è superbo: prosuntuoso; ombratico, non patisce padrone, e non per tanto ha in uggia i vili; con lui ci vogliono esempi buoni piuttosto che leggi; onesti fatti e forti, non già parole dolosamente leggiadre; ad emendarli, appena bastano amore di padre, carità di fratello, e tanto tu hai ad adoperarci industria, che ammaestrandoli paia che da per loro trovino l'insegnamento; di pazienza non parlo, perchè qui ci bisogna troppo più di pazienza; in effetto non solo importa sopportare le ingiurie, ma per mantenersi in credito fingere che non te ne sia accorto nemmeno; la naturale superbia persuadendo il Côrso a non chiedere mai scusa, e al tempo stesso la sua rettitudine sforzandolo a compensarti il male che ti ha fatto. Ora lascio considerare a voi se i Francesi possono praticare queste ed altrettali provvidenze additate nel consorzio quotidiano co' Côrsi; e se, potendo, vorranno essi così impazienti, così superbi. Anco conceduto che voi poteste e voleste, tanto non verrete a capo di nulla, perchè non vi recate in mano la fiaccola della libertà, bensì la spada della forza. Ora che i Côrsi non vorrebbero stare nè anco in paradiso; e voi la libertà non amate, anzi offendete e perseguitate: miseri! che la libertà matura nel suo segreto la vendetta, e quando un giorno vi sentirete appetito di lei, i vostri petti spasimeranno accesi non di amore, ma di libidine, e la santa libertà da voi invocata con bramiti di belve non vi consolerà alito respirato dal creatore su la creatura, ma come furia vi si attaccherà alle ossa. Non istarà per voi che la libertà non si faccia detestabile quanto il dispotismo e più.
Il proposito nel Paoli di tenersi fermo alle regole del severo ragionamento era ito, tutto il suo ente pareva un mazzo di ferro che il fabbro cava arroventato dalla fornace; però di un tratto facendosi più mite riprese:
- Adesso resta a favellare di me; e da parte mia direte al vostro ministro che, innanzi di propormi i partiti discorsi da voi, egli doveva considerare se mi stimava ambizioso, se ambizioso od onesto; come avrei scambiato il governo di una provincia di Francia col comando supremo di un popolo? Come la libertà col servaggio, per lo meno con la soggezione? Se onesto, come spero, che tradissi il popolo che ho giurato difendere, e che difenderò finchè mi basti l'anima? - Oh! fossi padrone del fulmine - perchè sghignazzate, signor cavaliere, e mi sporgete irridendo alle mie parole il volume di Plutarco? Lo so, lo so quello che volete dirmi. Non fu uomo al mondo, che affaticandosi per la libertà del popolo, non capitasse male: corre molto tempo, che mi sono ammannito anche a questo; però avvertite bene, con animo diverso di quello che supporreste voi, imperciocchè abbia considerato, che i nemici del popolo non si condussero a fine migliore, e i primi ebbero il conforto della pace dell'anima, i secondi le angosce del rimorso, la quale cosa non è pericolo capitale nelle ultime ore; finalmente i grandi benefattori come i grandi malfattori sopravvivono al sepolcro, ma questi alla infamia, quelli all'amore dei popoli pentiti e riconoscenti. Ora, per gli animi gentili non si conosce premio che superi questo in bontà, quantunque gustato da loro unicamente per via di presagio.
- Io non mi offenderò, rispose l'oratore di Francia, generale, delle vostre parole, ammiro le nobili doti dell'animo, anco quando paiono eccedere. Senza punto cancellare le cose, che già vi dissi, pregovi avvertire quanto altro brevemente vi dirò; la questione côrsa offre due aspetti, il primo esterno, il secondo interno. La vostra sagacia vi avrà a questa ora chiarito che gli stati d'Europa intendono estendersi, e bilanciarsi così per mare come per terra. La Russia mira allungare i piedi a Costantinopoli per iscaldarseli al sole: lo ha per testamento dello czar Pietro il grande; l'Austria suda acqua e sangue per mettere capo ai mari; lei tiene addietro la repubblica di Venezia, però è riuscita a ficcarsi nel ducato di Milano, e quivi sta nel mezzo d'Italia, come un topo chiuso in dispensa; lasciatela rodere, è il suo mestiero, da qualche parte bucherà: ma mettiamo da banda i casi remoti; ragioniamo degl'imminenti. Voi vedete Francia e Inghilterra, emule eterne, ed io credo meno per volontà che per necessità provvidenziale: adesso riposano non amiche, bensì come gladiatori stanchi di combattere, che la Inghilterra aspira al dominio dei mari, massime del Mediterraneo, come quello che fu e tornerà un giorno ad essere la fiera dove hanno a concorrere la più parte dei popoli del mondo: di già ella si è presa Gibilterra, occupò porto Maone unico per sicurezza a giudizio universale dei marinari; le coste africane furono un dì municipî fiorentissimi dei Romani, anche i Crociati le tennero, Carlo V tentò farsele soggette, e riuscì in parte; l'Egitto ci offre la strada più spiccia, comunque disusata, di penetrare in Asia: questi ed altri concetti mulinano nella mente degli uomini di Stato, e secondo l'opportunità colgono il destro di allungarci la mano. La Francia non può dunque patire che la Corsica barcolli in mezzo al mare come caicco senza padrone in pericolo di venire in potestà del primo occupante: o bisogna che la pigli, o la lasci pigliare; e tra i due partiti non si domanda quale le garbi di più. Repubbliche di san Marino non possono reggere su i mari, e se mi opponete Malta, io vi dirò che vive sì, ma come la lodola perseguitata dal falco; in meno di venti anni Malta diventerà una gemma della corona di Francia.... o d'Inghilterra; ma questa parmi più difficile. Non vi potendo sostenere da voi, qual senno vi persuade a rigettare la offerta, che vi chiama a parta delle fortune di un popolo grande, a voi di lunga mano conosciuto, e se non concorde, nemmeno da voi affatto disforme? - Pensateci. Circa all'interno, vi ho detto che conosceva i Côrsi; intendo provarvelo adesso. Non in tutti vive un animo solo: anche i popoli che avete nelle mani procedono con voglie divise; nei presidii vi si professano avversi, e da ogni parte, compreso l'interno dell'isola, fioccano suppliche di omaggio in corte di Francia a fine di non essere ultimi alla pioggia dei regi favori. Cupidissimi noi proviamo i Côrsi, è95 di ogni lavoro nemici giurati: degli agi e delle vanità del lusso insaziabili, ma questi agognano come regalo di favore, non come premio della fatica; col governo intendono guadagnare, non già fargli le spese; la libertà, che non paga, ed invece vuol essere mantenuta, incomincia a riuscire sazievole all'universale. Sono parecchi anni che vedono la faccia di Luigi, e per quanto so ci spasimano di amore davanti, perchè la è faccia di oro, che costa ventotto lire di vostra moneta. Ah! signore, voi vi credete circondato da eroi, e lo siete da traditori.
- Oh! non è vero.
- A Dio non piaccia che dobbiate farne amaro sperimento. Intanto voi non avete provvisione di danari, non di vettovaglie, pochissime le milizie stanziali, le altre, comecchè valorose, certo non disciplinate, ed incapaci a sostenere gli sforzi dei veterani di Francia: di artiglierie grosse scarsi, di minute al tutto manchevoli, non ospedali, non chirurghi. Ora posto che in uno scontro, che in due, possiate avere il disopra, credete in coscienza sgararla coi Francesi, i quali se favoriti dalla fortuna vi opprimeranno di un tratto, se contrariati s'infiammeranno di furore, non consentendo, nè savi nè matti, di apparire vinti al cospetto del mondo da una mano di montanari. Cogliete l'occasione, signore; adesso nello accordo potere mettere un po' di volere; più tardi non vi rimarrebbe che a obbedire.
- Quanto a me state certo che non obbedirò: ma se veramente ci ama la Francia, laddove arrivasse ad accertarsi i profitti che desidera, perchè si ostina a levarci la libertà? Ci diventi protettrice; accordiamoci con un trattato in virtù del quale sia lega perpetua fra noi; per continuare la vostra similitudine, se non può lasciarci barcollare come caicco senza padrone, ci attacchi dietro alla sua nave, ma non ci96 faccia passare per occhio sfondandoci senza misericordia: le condizioni dei mutui commerci e dei mutui uffici ella detti, e noi le accoglieremo con gratitudine, adempiremo con fedeltà. Il duca di Choiseul mi scrive che non manda milizie in Corsica ai nostri danni, e intanto incomincia a rompere la tregua prima dello spirare del termine: non intende recarci ingiuria, e alla sprovvista assalta ed occupa quanto paese più può; corrompe, e la corruzione mi butta in faccia come argomento di servitù da parte nostra, di dominio da parte sua; compra pugnali e poi cerca atterrirmi con le minacce del tradimento.
- Signore, a me non fu conferito mandato di proporre o di accettare leghe, nè la Corsica si trova in termini di presumere di avere per confederato il re cristianissimo.
- Ho capito; quanto a me il mio avviso vi fu manifesto: adesso l'obbligo mio sta nel sottoporre la proposta vostra alla Consulta, che fra pochi giorni si adunerà qui in Corte: se vi piace, potete fermarvi a sentirne la conclusione.
- Lo credo inutile, perchè la gente chiamata sarà a voi pienamente devota, e voi le saprete persuadere di leggieri quanto vi piace.
- V'ingannate; come capo di governo l'obbligo mio consiste nello esporre la proposta e nulla più. Non mi si concede parlare pro o contro di quella; anzi la legge mi ordina uscire dalla sala mentre accadono i dibattimenti e la votazione. Importa a me più che a voi conoscere se i Côrsi intendano sinceramente respingere od accettare le proposizioni della Francia.
- Vi manderò a stanza nel convento dei Francescani, e spero ve ne chiamerete contento; ci manderò guardie per onore e tutela: se desiderate guida vi darò il più giovane dei miei segretari, giovane d'ingegno svegliato e di modi gentili.
Qui reiterati da una parte e dall'altra i complimenti, il Paoli ordinò ai comandanti Serpentini e Morati conducessero l'oratore di Francia alle stanze del convento dei Francescani, gli ponessero guardie, procurassero tenerlo con ogni maniera di cortesia bene edificato; a Matteo Masessi commise andasse, finchè il cavaliere stesse in Corte, ai servizi di lui.
Il lettore avrà notato, come la baldanza del Paoli nella seconda parte del colloquio col colonnello francese scemasse, e questo accadde perchè gli fu messo il dito dove gli doleva: infatti appena il colonnello ebbe posto il piede fuori delle stanze, egli con tutte e due le mani si strinse il capo esclamando:
- Pur troppo! Oh! perchè consentii la tregua quadrienne coi Francesi? Perchè permisi i mercati settimanali dei paesani con loro? Di questo fallo io temo mi abbia a chiedere severo conto Dio; ignorava forse che a mo' delle arpie i Francesi dove toccano contaminano?
Poi quasi per divertire la mente da angosciose considerazioni chiamò il segretario fra Bonfigliolo, commettendogli introdurre la gente rimasta ad aspettare la udienza. Qualcheduno fra gli antichi afferma, Socrate avere sentenziato, che l'uomo virtuoso in lotta con l'avversità offre spettacolo degno degli Dei, ed è a mio parere troppo fiero giudizio; piuttosto mi sembra degno questo altro, che lo sgomento delle anime forti così comparisce pieno di spasimo e di passione da meritare che Dio lo sollevi con prontissimo aiuto.
E veramente allora parve che le cose passassero come ho avvertito, imperciocchè il frate Bonfigliolo mise dentro di un tratto frate Casacconi, Alando, Giocante, il signor Boswell e il Giacomini di Centuri, i quali tutti venivano per faccende comuni, sebbene poi non mancassero averne delle speciali a ciascheduno di loro.
Il padre Bernardino, comecchè più innanzi degli altri negli anni, avvezzo a lasciarsi trasportare dal sangue saltò al collo del generale, e gl'innondò la faccia di baci e di lacrime, intanto che con frasi rotte diceva:
- Benedetto! Benedetto! Tu non mi conosci, ma ti avrà parlato di me quel galantuomo di tuo padre Giacinto: noi altri vecchi abbiamo fatto quello che abbiamo potuto, ma se voi altri giovani opererete meglio vi batteremo le mani, non ne dubitate vi batteremo le mani.
- Noi non avremo mai la presunzione di vincere i nostri padri nell'amore della patria, contenti di poter dire anco noi un giorno: abbiamo fatto quello che abbiamo potuto; sta alla Provvidenza coronare di lieto successo gli sforzi degli uomini.
Queste cose furono discorse con voce così solenne, accompagnate con gesti tanto dignitosi che fra Bernardino, quasi smarrito, si sentì come costretto ad aggiungere:
- Spero, signor generale, che non avrete preso in mala parte la libertà che si è tolta con voi un vecchio amico di vostro padre!
- Mala parte! Sì certo, e di ciò parleremo più a lungo sta sera a mensa, perchè l'amico paterno è giusto che non abbia alloggio fuori della casa del figliuolo del suo amico. Intanto perchè venite così tardi?
- Figliuol mio, prima perchè mi hanno tenuto prigione, poi perchè scappato ho fatto a dire: vecchio e solo qual mai profitto potrai arrecare al tuo paese? Allora mi sono dato a mettere insieme alquanti religiosi dei buoni, e gli ho menati meco disposti ad usare la parola dell'evangelio in pro' della libertà, ed anche un zinzino la schioppetta.
- E forse un po' più la schioppetta che la predica? domandò il Paoli sorridendo.
- Eh guà! potrebbe anche darsi - rispose il frate stringendo li occhi mentre i peli della barba su i labbri gli si movevano a guisa di ale.
- E voi, signori, chi siete?
- Eccellenza, io sono Altobello Alando...
- Ah! io vi aspettava... ma vostro zio sarebbe forse morto, che non lo vedo con voi?
- In letto...
- Sta bene, non poteva essere altrimenti: morto o infermo... sangue di Alando non può fallire; spero non sia grave la sua malattia.
- Per ora no, ma incurabile, perchè frutto degli strapazzi e degli anni. Queste sono lettere, che vi manda, e con esse questa tenue offerta, che gli serva come prezzo del cambio.
Il generale lesse la lettera, e mutò, per la commozione, di colore più volte; poi preso il danaro depositato da Altobello sopra la tavola lo porse al segretario dicendo:
- Padre Guelfucci, consegnerete questo danaro al tesoriere ordinandogli che noti su i registri il nome di cui lo manda, e la causa per la quale è mandato: ancora scriverete lettere circolari ai parroci perchè nella domenica prossima bandiscano dai pulpiti il fatto ai popoli. - Questi sono i nostri diarii, signor Altobello, e mi paiono sopra gli altri onorevoli: non costano nulla, e le bugie, e le calunnie, e le frodi per ordinario peritandosi di entrare nella casa di Dio rimangono sulla porta.
- Vi chiedo licenza, signor generale, di presentarvi questo mio amico Giocante Canale; esso non seppe resistere alla vostra chiamata, amico non volle dividersi dall'amico: egli era tenente alla compagnia di cui io stava a capo come capitano.
- Datemi un abbraccio, Giocante: la vostra venuta mi fa bene più di quello che non potete credere; qui non vi è penuria di fatiche, nè di officii, io vi terrò entrambi presso di me, voi in grado di maggiore, Altobello, e voi, Giocante, capitano: io ho bisogno di officiali esperti: dentr'oggi vi faremo spedire la patente. Voi, signore, siete inglese? Qual grazia vostra o merito di noi vi conduce ospite in questa povera isola?
- Signor Paoli, nato libero, amo la libertà; di voi e dei vostri udii parlare con diversa sentenza, volli venire a sincerarmi da me stesso se voi eravate un bandito o un eroe: quanto ho visto mi basta, e me ne avanza per andarmene pienamente convinto che voi siete un rispettabile... un molto rispettabile... un rispettabilissimo gentiluomo in verità. Però concedetemi ch'io vi stringa la mano, e dimani me ne torno a casa.
- Anzi rimanete, perchè di molte cose ho da parlarvi, le altre molte mostrarvene.
- Questo è una copia di testamento, disse fra Bonfigliolo.
- Leggete su, ordinava il Paoli, e quegli:
- Correte via alle disposizioni.
- Jure legati, o come meglio, lascio a S. E. il generale Paoli quale rappresentante della nazione côrsa tutto quanto la mia casa apparirà creditrice per provviste da guerra e da bocca da me spedite al governo della Corsica fino dal principio della guerra contro i Genovesi. - Item, lascio al prefato generale Paoli, sempre nella sua qualità, tutte le provviste sia da guerra che da bocca, che si troveranno in essere al tempo della mia morte nei magazzini messi a bordo senza spesa. Item lascio al medesimo generale Paoli il mio orologio; se fosse una corona non gliela lascerei, perchè sarebbe un presente indegno di uomo libero, ed egli la butterebbe via. Nella universalità degli altri miei beni, veruno escluso nè eccettuato, instituisco erede Tiburzio Giacomini di Centuri mio nepote, al quale faccio invito, e in quanto occorre comando, di recarsi a Livorno, e continuare il traffico della mia ragione, industriandosi favorire come ho fatto io con l'opera, col consiglio e co' beni la libertà della patria. A guerra finita, se, come spero e desidero, col vantaggio della Corsica, liquidi ogni suo interesse, e convertiti gli assegnamenti in danaro cessi la mercanzia, e si faccia agricoltore: in cotesta occasione porterà seco le mie ossa, e le seppellirà a piè dell'olmo davanti casa dove la gente va a meriggiare, e la sera a prendere fresco; se (e questo Dio non voglia) la Corsica avesse a cascare sotto la dominazione straniera, allora venda le terre e le case di Corsica e pigli stanza fuori; mi lasci stare dove mi troverò, perchè mi sembra che a me morto non darebbe meno uggia dormire nella patria schiava che a lui vivo strascinarvi la vita.
- Padre Bonfigliolo, anco lui, anco lui mettete nella Circolare ai parroci; senza mancare di reverenza ai santi antichi mi sembra, che su gli altari ci possano stare anco questi. Che ne dite, padre Bernardino?
- Veramente bisognerebbe aspettare la canonizzazione da Roma; ma non fa caso, perchè quando Roma o non vorrà o non potrà salutare come santi quelli che amarono la patria, io credo che anch'ella potrà fare il suo testamento.
- Bene, bene, benissimo! esclama ad alta voce il Boswell, e tosto gli occhi di tutti gli astanti gli si voltarono contro corrucciati; egli a ciò non badando riprese: se mi cedete cotesta lettera io vi darò in compenso cento... anche centoventi.... forse.... quando non possa farsi a meno, centocinquanta lire sterline....
- Signore... interruppe il Giacomini battendo di un piede la terra; ma il Boswell imperturbato continuò:
- Io metterò in quadro cotesta lettera e l'attaccherò al muro nella Borsa di Londra perchè i mercanti inglesi, anzi tutti i mercanti del mondo la leggano, e si vergognino, o meglio ancora la leggano97 e imparino ad imitare il cittadino Santo Giacomini.
Allora lo sdegno cessò come vela al cessare del vento, e gli sorrisero benevoli.
Il Giacomini in quel punto colse il destro per favellare: modestissimo uomo era costui, e appena ardiva sollevare gli occhi, sicchè arrossendo disse: - Signor generale, mi sono mosso da Centuri per confermarvi colla mia bocca sentirmi disposto a soddisfare con tutto il cuore i desiderî del mio signore zio, che Dio abbia nella sua misericordia; siccome mi sembra che la faccenda stringa vi prego parteciparmi i vostri comandi anche subito, che senza indugio col vostro beneplacito mi avvierò a Livorno.
- Non prima di domani; per questa sera albergherete qui meco, s'intende che anche voi, signor Boswell, farete lo stesso; di ciò vi prego - e sorridendo aggiunse - e vi consiglio di non ricusarlo al barbaro capo di tribù selvaggie. Altobello spero non mi appiccherà lite perchè io gli rubi l'ospite - e qui strettogli tra il pollice e l'indice un bottone della veste lo tirò dolcemente in disparte bisbigliando: capirete quanto necessiti tenerci questi signori bene edificati.
- Anzi, rispose Altobello, voi mi levate dal più grande impiccio che mi sia venuto addosso dacchè sono al mondo, - e visto il generale che si turbava un cotal po' a siffatto strano discorso, fu sollecito a dire: sul quale proposito importa ch'io vi parli subito subito, e in segreto.
Il generale, accommiatata la gente che gli stava dintorno coi modi più urbani che si addicono a perfetto gentiluomo, rimase solo con Altobello: allora questi gli espose per filo e per segno quanto dopo il suo arrivo gli era accaduto col fratello Mariano; la vergogna sofferta, e l'ira che repressa per decoro della famiglia sentiva in procinto di prorompere: dall'altra parte lo combatteva la paura di affliggere quell'angiolo di sua madre più che non era già afflitta, e il pensiero si avesse a propalare la infamia del fratello con iscapito di reputazione della onorata sua stirpe. - Questo racconto mise i brividi addosso al generale, che troppo bene sapeva la miseria di Mariano, ma ignorava, atteso la prudenza della madre, che egli fosse arrivato a tale estremo di ribalderia: si strinse, come costumava nei casi gravi, con la manca mano la fronte, e poi con la solita veemenza parlò guardando l'orologio:
- Avanza tempo, per aggiustare anco questa, nè la giudico tale da patire dimora. Altobello, volete rimetterla in me?
- Io l'ho fatto a posta; e voi mi userete non solo piacere, ma carità se comporrete questa lite, che minaccia fine ben triste98.
- Va bene; scrivete - e gli dettò, tuttavia passeggiando, un compromesso nelle regole, col quale gli conferiva facoltà di decidere le differenze insorte tra lui e il suo fratello Mariano, senza strepito come senza forma di giudizio, con la renunzia allo appello, e a qualunque altro rimedio, o piuttosto veleno, inventato dai legali per fare scontorcere il litigante, finchè gli basti un filo di vita nel corpo. Compito che fu gli porse un libro aggiungendo: - ritiratevi là nella mia camera da letto, e lì rimanete finchè io non vi chiami: intanto voi potete leggere; sono tragedie di un conte piemontese, che parlano e molto altamente di patria e di libertà; certo le quercie partoriscono limoni, ma tanti miracoli ha offerto ai nostri occhi il secolo, che non ci può fare maraviglia nè anche un conte piemontese che predichi libertà.
Altobello ridottosi nella camera prese a scartabellare il libro; su le prime rimescolato, dirò anzi più, inferocito dalle parole rotte, dai contorcimenti delle frasi convulse e dallo strepito del verso piacevole quanto la grandine schioppettante su i vetri, stette per gittarlo fuori dalla finestra, ma non lo fece, tornò quasi a marcio dispetto a rileggerlo, e a mano a mano, dimenticata la scorza inamabile, il concetto insinuatosi nella sua mente la vinse, e l'agitò in guisa, che incapace di starsi più oltre seduto, egli prese a correre di su e di giù per la stanza, a fare gesti da spiritato e mettere urla da chiamare gente sotto le finestre.
- Che diavolo fate? gli domandò ad un tratto il generale sporgendo il capo dentro la stanza dalla porta semiaperta - voi mi mandate all'aria tutta Corte.
- Chiedo perdono. Questo benedetto conte mi caccia l'argento vivo nel sangue.
- Lo fa anche a me, ma non alzate la voce, tra poco sarà qui vostro fratello Mariano, che ho già mandato a cercare, nè vorrei che vi sapesse in casa.
- Procurerò leggere piano, e se non mi riesce chiudere il libro99.
Mariano non istette guari a comparire; brutto fu sempre, adesso poi piuttosto laido che brutto, imperciocchè gli crescessero deformità la paura di un pericolo che gli pareva respirare nell'aria; ei venne con le vesti lerce e rattoppate, le calze bracaloni, e in ciabatte; con la coda dell'occhio ora si guardava a destra ora a sinistra; le mani aveva in tasca, ma giunto alla presenza del Paoli, che lo guardava fiso, ne cavò la destra e con la manica della giubba si asciugò il sudore, col rovescio della mano il naso, che poi si strofinò dietro ai calzoni: per ultimo costretto a parlare, osservando il Paoli ostinatamente il silenzio, incominciò:
- Signor generale... e avaro di parole come di ogni altra cosa si tacque.
- Buona sera, signore Mariano; vi ho mandato a chiamare per affari che vi spettano - Me? - Per lo appunto; il vostro signor fratello mi ha messo a parte di quanto gli è accaduto dopo il suo ritorno nella casa paterna.
- Perchè gli avete dato retta?
- Io gliel'ho data - rispose il Paoli lampeggiando col guardo, pensando allo scandalo che avrebbe mosso nel paese il sentire che al soldato accorso a spargere il suo sangue per la patria era stata chiusa la porta in faccia della sua casa; - gliel'ho data perchè la lite fra due fratelli a cagione del retaggio paterno è pessimo esempio a popolo che mi affatico temperare a sensi di virtù; - gliel'ho data perchè i dissidii per averi, ordinariamente gl'incomincia l'avarizia, e li termina l'assassinio, massime tra fratelli; - gliel'ho data perchè straziandovi con ispese di giudizii, se il vinto piangerebbe, il vincitore non avrebbe motivo di ridere.
Di tutto questo discorso la parte che trovò la via del cuore a Mariano fu quella delle spese; onde quasi atterrito rispose, - ma o le spese, che ci erano ai tempi dei Genovesi, non furono tolte via? A che cosa è buona questa libertà se ci tocca a spendere come prima? Inoltre, o come ci entrano spese se possiedo i miei contratti in regola?
- I contratti non salvano sempre, anzi quasi mai, dalle liti; i legali sanno sforacchiarli con mille malizie, a mo' di esempio appuntandoli di lesione, di simulazione, di errore, di violenza, di frode; sentiamo un po' in virtù di qual contratto voi possedete il retaggio del vostro fratello?
- Di compra e vendita; a titolo oneroso, anzi onerosissimo, perchè io gli pagai la sua parte due cotanti più che non meritava.
- E questo prezzo pagaste a lui proprio?
- A lui no, al suo procuratore, ma voi signor generale, mi insegnate che torna lo stesso.
- Ed era il suo procuratore? - Prete Stallone, quel santo uomo, quel degno ecclesiastico. - E il fratel vostro aveva nominato egli questo suo procuratore? - Veramente non lo elesse costui; la procura era a nome mio, ma contenendo facoltà di surrogare, io lo sostituii a me nella procura, e voi m'insegnate, che non poteva fare a meno dacchè il compratore dei beni del fratello era io stesso.
- E a prete Stallone pagaste il prezzo?
- Giusto! un po' con la dote della moglie, un po' coi danari accattati in presto, che mi costano un occhio.
- Immagino ci sarà ricevuta. - Sicuro; nel contratto medesimo, perchè io sborsai la moneta alla presenza del notaro e dei testimoni. - Dico ricevuta di vostro fratello. - Eh! questa avrà... questa deve avere prete Stallone; voi mi insegnate che questa ricevuta non mi riguarda. - Ma se prete Stallone non avesse la ricevuta? se prete Stallone gli avesse truffato il denaro? - Ohibò quel santo uomo? Quel degno ecclesiastico? - Certo la supposizione sente del temerario; pure sapete, anco i santi peccarono; ad ogni modo si procede per via di supposizione: immaginiamo dunque che il prete avesse truffato il danaro, sapete voi a qual cimento si sarebbe esposto costui? - Che volete che io sappia? - Sappiatelo dunque; egli se ne andrebbe in galera dopo quattro o sei ore di gogna! - Un religioso! Un prete! - La legge, proseguì il Paoli con voce terribile, non guarda in faccia nè a preti, nè a frati; e la santità dell'abito deve essere stimolo alla virtù, freno al delitto, non causa di esenzione alla pena meritata; il prete tutto che prete andrà in galera, non prima però di provare qualche strappatella di corda, affinchè confessi i complici della truffa, - caso mai ci fossero complici.
Mariano tornò ad asciugarsi il sudore con la manica del vestito.
- Però, riprese egli, voi sapete, eccellenza, che non è concesso mandare un uomo alla fune se non concorrono gl'indizii; ad torturam, e qui non ce ne possono essere. - Mariano, volete che io v'insegni una cosa della quale vorrei voi faceste senno? compromettete in me la vostra lite col fratello, ed io la deciderò in famiglia senza scandalo, e sopratutto senza spesa; avrò a sportula gratissima e desideratissima la conservazione della fama di una famiglia come la vostra.
- Signore! io possiedo i miei contratti in regola; ora come ci cade arbitramento?
- Su tutto si disputa: volete o no compromettere in me?
- Io non dico.... io non ricuso assolutamente di compromettere; ma che vi pare, non ho ragione io? - Se devo essere giudice, voi capite, Mariano, che non posso aprirvi l'animo mio; perchè se il lodo confermasse il parere dato, equivarrebbe contro tutte le regole di giustizia a sentenza già conosciuta; o lo contraddicesse, e allora non andrei immune dal rimprovero di cervello leggero, o forse di coscienza prevaricatrice. - Sicuro... Sicuro! Tuttavolta voi m'insegnate, che senza tradire la coscienza il giudice in via privata può benissimo dare ad intendere... in certo modo da qual parte propenda l'animo suo... non già che questo sia obbligo... molto meno contratto... vorrei che mi capiste. - Io vi ho capito benissimo, e penso che questa vostra distinzione tra giudice e privato non abbia luogo, tuttavolta voglio contentarvi, e alla ricisa vi dichiaro che se le cose stanno come le contate voi, avete ragione da vendere.
- Io l'ho sempre detto, che voi per la Corsica siete homo missus a Deo; peccato non vi chiamiate Giovanni. Adesso bisognerà vedere se ci vuole stare Altobello. - A questo io l'ho già disposto. - E sopratutto importa comporre il compromesso in modo che non si lasci adito a scappatoie, e di un sol colpo tagli la testa al toro, perchè voi m'insegnate... - Io non potrei insegnarvi cosa, che voi non sappiate più e meglio di me; ecco qua il compromesso; io ho procurato insinuarci tutte le clausole più estese; nondimanco voi esaminate se vi paia a dovere; avvertite ancora che, a scanso di arzigogoli, feci che il signore Altobello lo scrivesse tutto di suo carattere.
Mariano lesse e rilesse la carta: - e' sta a pennello, - finalmente disse, e presa la penna, la quale tenendo sospesa aggiunse: - dunque vi pare che io abbia proprio ragione?
- Vi ho detto, e vi ripeto, che se le cose stanno come me le avete esposte voi, la ragione è vostra.
- Eccovi il compromesso firmato; adesso vado a pigliare i contratti.
Mariano uscendo disegnava, è vero, recarsi a casa per cercarvi i contratti, ma voleva provvedere in un punto ad altra faccenda della quale tacque, e questa era di consigliare prete Stallone a svignarsela mettendosi al soldo dei Francesi come spia; gli troncò la pensata il Paoli, che mettendosegli traverso alla porta disse:
- Dove andate? - Vado per le carte. - Non importa; rimanetevi: padre Guelfucci!
Il servita segretario subito comparve, e il generale gli disse: - siatemi cortese di recarvi al convento di San Francesco, e pregate il padre guardiano, che per amor mio voglia venire fin qui portando seco la immagine miracolosa del Crocifisso che si adora all'altare dei santi Pietro e Paolo. Voi signore Mariano, intanto che Cristo viene, potete impiegare il tempo utilmente leggendo questo volume - e gli pose in mano la istruzione criminale dove venivano descritti i delitti e le pene con le quali si vendicavano. Il Paoli sempre passeggiando prese ad esaminare un fascio di100 fogli annotandoli con lapis velocissimamente sui margini. Il guardiano non venne, bensì reputò bene confidata alla religione del padre Bonfigliolo la immagine miracolosa del Crocifisso; il Paoli ordinò al frate che la scoprisse, e depositasse sulla tavola, poi gli fece cenno che andasse via. Chiusa la porta, chiamò:
- Altobello di Alando, comparite davanti il giudice.
Altobello uscì dalla stanza palpitando per la commozione ricevuta, e per quella che stava per ricevere. Il generale in piedi, con una mano sopra la immagine, solenne negli atti e nel suono della voce severo, favellò:
- Mi vergogno, ed ho ribrezzo a rammentare, come faccio, a due côrsi, figliuoli della più illustre casata dell'isola, giuramento che sia e che cosa importi: mi scusi presso voi l'ufficio di giudice. Il giuramento è atto solenne in virtù del quale invochiamo Dio in testimonianza della verità delle nostre parole: allo spergiuro per legge divina spetta nell'altro mondo l'inferno, in questo per legge umana la galera. Altobello, giurate di non aver mai ricevuto da veruna persona in tutto nè in parte il prezzo dei beni da voi posseduti per eredità paterna.
- Lo giuro.
- Ora a voi, Mariano, giurate aver pagato il prezzo di questi beni a persona, o a persone, al fine che lo facessero pervenire nelle mani di vostro fratello a Venezia.
- Vi chiedo perdono, signor generale, non già che mi metta paura giurare, che non un giuramento io posso prendere, ma mille, bensì per non pregiudicare i miei diritti vi osservo, che i contratti parlando chiaro per me, io non devo essere obbligato a giurare. Io non farò il torto di credere che il figliuolo di mio padre abbia giurato il falso, no davvero, ma in fine di conto se prete Stallone si è mangiato il danaro che ci ho a fare io? Quanto a me basta avere eletto a suo procuratore un uomo reputato generalmente onesto, e prete Stallone è tale, e per di più prete.
- Voi dimenticate i termini del compromesso; io sono facoltato a procedere come meglio mi parrà senza obbligo di osservare forma alcuna di giudizio.
- Io non lo nego, ma voi siete per insegnarmi che qui non si tratta di forma, o vogliamo dire di procedura, sibbene d'jure, ovvero di sostanza.
- Io sono per insegnarvi, che l'uomo onesto non fa scudo della sua probità un pezzo di carta, ed invitato a porgere testimonianza in qualsivoglia modo della rettitudine delle opere e parole sue, lo fa con animo volenteroso e fronte serena.
- Dunque voi volete che giuri?
- Di avere pagato il prezzo dei beni di vostro fratello a persona o persone col fine che glie lo recassero a Venezia.
- Lo giurerò.... e levata la mano già la calava sul Crocifisso, e le sue labbra già componeva all'atto di pronunziare le parole sacramentali, quando Altobello con la manca fermatogli il braccio, e con la destra aperta turatagli la bocca gridò:
- Sangue di Alando!... e sottovoce aggiunse: - le ossa di nostro padre! - poi comecchè disfatto in volto, e per le membra tremante, disse con voce pacata:
- Signor generale, giusto adesso mi venne in mente come persone degne di fede mi abbiano accertato che questo mio fratello pagò veramente il prezzo dei miei beni al prete Stallone; certo questi non mi fece pervenire mai uno scudo del denaro riscosso, forse lo tiene in serbo; forse gli fu portato via, ad ogni verso questo è negozio che distrigherò col prete, onde non merita che ne pigliate altra briga, pregandovi frattanto a perdonarmi il disturbo che vi ho dato fin qui; dichiaro che la lite quanto a noi è finita.
Il Paoli, come colui che ormai non poteva più frenare l'impeto dello sdegno, abbrancato Mariano, e scotendolo forte gridò:
- Chi è che nega la trasmigrazione? Ecco qui la prova che nel costui corpo trasmigrò l'anima di Caino: no, no... questa sarebbe troppa cosa per lui: Caino fu fratricida, ma non si legge che rubasse la sussistenza al suo fratello a tradimento, sarà l'anima di Giuda, o di altro anco più tristo. Queste infamie non si hanno a tollerare; e qui meno che altrove: ringrazia il tuo Dio che non ti posso giungere senza ferire lo immacolato onore della tua famiglia. La mia sentenza è questa, che io procurerò ridurre in forma legale; entri Altobello nel possesso di tutti i beni Alando, e gli usufrutti interi per tanti anni quanti li tenne il suo indegno fratello, spirati questi torni Mariano a possederne la metà; ciò varrà meglio di un rendimento di conti che sarebbe scandalosamente ladro. Tu, Mariano, sgombrerai da Corte, e ti ridurrai a vivere nel procoio di Biguglia, che ti costituirono in dote quando conducesti in moglie la infelicissima donna, che hai imbestiata. Danari, bugiardo, tu non avesti da lei nè accattasti d'altrui; quivi rimanti fastidioso a te, abominato da tutti. La peste, allorchè non possiamo estinguere, vuole essere isolata. Il giorno di domani non ti ha a vedere in Corte, e bada che il Paoli non usa replicare i comandi più di una volta: ora levami il tuo odioso aspetto davanti agli occhi.
Mariano rimase sbalordito; uscì facendo angolo coi ginocchi, e strascinando i piedi così, che l'uno urtava dentro l'altro: tanto era il suo terrore che non ebbe balìa non di profferire, pensare nè manco ad una imprecazione: entrato in casa si mise a sedere su la cenere del camino come una cosa balorda, e alla moglie, che gli strillava dintorno: - che hai? che hai? non rispondeva, e forse non la sentiva. Ad un tratto dandosi un pugno nel capo urlò:
- Presto, scappiamo, che non mi abbia a mettere le mani addosso; presto, bisogna scansarci...
La donna spaventata rispose accorrendo alla finestra col grido: - al fuoco! al fuoco!
- Taci là, scema, il tuo cognato non ieri sera come fingeva, ma oggi mi ha portato doni veramente fraterni; si è messo di accordo col Paoli, già i birboni s'intendono all'odore... come i cani, e adesso mi trovo condannato ad esiliarmi da Corte prima di domani, e a lasciare i miei chiusi, le mie terre e le mie case in podestà di Altobello: ma giuro alla Immacolata, tal bove crede andare all'aratro, e va al macello, e la somma si tira a fine del conto. Orsù, donna, io vado pei muli; forse mi acconcerò con quelli che hanno menato qui Altobello; chi mai lo avrebbe creduto che avessero a condurre lui, e levare me! Dovrebbero pretendere poco perchè sono muli di ritorno, e il ragazzo pare fidato. Ora fa tosto, donna, e metti insieme il buono e il meglio da caricarsi sopra le bestie.
E borbottando uscì. La donna dalla crudele miseria del marito era rimasta così percossa nello intelletto, che ormai aveva perduto il giudizio intorno alla diversa importanza delle cose. Appena costui si fu allontanato, prese un sacco e con quello alla mano incominciò a rovistare per la casa: ci mise dentro il mazzo dell'esca, la matassa degli stoppini, non omesso101 quello che aveva mezzo consumato, un mozzicone di candela di sego, non so che trucioli, e alcuni pochi cannelli di carbone; poi stovigli, su gli stovigli la batteria religiosa, la palma e l'olivo benedetti, l'agnus dei, un Gesù bambino di cera, e una sant'Anna visitante la Madonna accartocciata, per ultimo un gatto e una gallina. Buon per tutti che il gatto e la gallina erano conoscenze antiche, e ognuno di loro, nella propria specie, d'indole angelica: altrimenti Gesù o sant'Anna avrebbero avuto un saggio della pena ordinata dalla legge pompea su i parricidi. Pieno un sacco, diè di piglio a un altro dove mise chiodi, spaghi e sciarpe di ogni maniera. In questa rientra Mariano, e vista la squisita diligenza della massaia, tanta ira lo assale che avventandosele contra le mena una recchiata così solenne, che il muro gliene rende un'altra.
- Maledetta da Dio, non so chi mi tenga che con queste mani non ti ammazzi! Ti pare ora questa da badare a siffatte ciammengole?
La donna piagnucolando rispondeva al marito indracato: - prima mi picchiavi perchè non teneva conto delle bazzecole, adesso mi batti perchè le ho raccattate; se continui così so io quello che farò....
- E che farai?
- Che farò? Ti lascerò solo, oppure quando dormi ti ficcherò un chiodo negli occhi.
- Vien qua, scempia, e aiutami a cavare fuori i quattrini.
- Quattrini! E da quando in qua hai quattrini? E ce ne hai di molti? E perchè non me l'hai detto?
Mariano non rispose, ma andato nella latrina, sconficcò un asse dal pavimento, e dal vano che ivi sotto comparve trasse fuori a manciate molta quantità di moneta. La sua sospettosa avarizia lo aveva persuaso a tenere celato cotesto nascondiglio perfino alla propria moglie, e quando gli cascava nelle mani qualche danaro, sotto pretesto di bisogno corporale chiudevasi nello stanzino, dove mediante una fessuretta praticata nella tavola gittavalo dentro. La donna alla vista di tante monete saltava, e batteva le mani e strillava: - quanti quattrini! quanti quattrini!
- Sta cheta, che tu possa cascar morta, aiutami a portarli sulla tavola.
Allora incominciò un via va, un via vieni del marito e della moglie a raccattare danari di per la terra, e portarli su la tavola: siccome in cotesta fatica presto incominciarono a grondare sudore dalla102 faccia e con le mani sozze dal maneggiare metallo se l'erano asciugato, divennero orribili a vedersi. In effetto la moglie fissando all'improvviso il marito proruppe in altissimo strido, e si fece il segno della croce.
- Scema! che ti frulla pel capo adesso?
- Santissima vergine, che paura! mi era parso mi fosse apparito il diavolo.
- A te è parso vederlo, ma io lo vedo di sicuro. - Mettiti accanto a me, separiamo le monete di rame da quelle di oro e di argento, dacchè tutte non le possiamo portare.
Ed uno allato dell'altro, rischiarati dal lucignolo di un lume a mano, presero a fare tre mucchi di queste diverse monete. Chiunque gli avesse veduti conci com'erano, anima e corpo intenti a cotesto travaglio, non so se più avrebbe pianto o riso sopra la miseria umana. Mariano che con un occhio guardava il gatto coll'altro la padella sospettò la moglie gli avesse involato una moneta, onde brontolando disse:
- Qual moneta?
- Quella che tenevi poc'anzi fra le dita.
- Al monte.
- Non è vero nulla; mostrami la mano, - eccola. - Mostrami quell'altra. - Bada bene di non rubare, perchè altrimenti tu andrai all'inferno, e poi io ti spaccherò la testa con questo pietrone.
Compita la cerna, Mariano favellò:
- L'oro porteremo addosso noi, l'argento caricheremo su i muli: il rame appiatteremo in qualche sito, perchè capisci ci tocca a camminare per luoghi deserti dove non so se sia da temersi più degli amici o dei nemici.
- Tu sempre mi chiami scema, Mariano, e veramente mi pare esserlo pur troppo, ma tu sei più scemo di me e non te ne accorgi. Hai distinto le persone, nelle quali ci accadesse d'imbatterci, in amici o nemici; ma dove mai noi possiamo avere amici? E poi ci vorranno frugare e svaligiare, e a che giova la separazione delle monete? Avremo di catti se ci lasceranno la camicia addosso. O salvi tutto, o perdi tutto, però rimescola l'oro coll'argento, e non lasciarti dietro il rame. O piuttosto senti il parere di una folle: guardati dal metterti in viaggio in tempo di guerra con danari addosso; e se ti venne in uggia la vita va nell'orto, e impiccati al primo fico che trovi, che così la farai più spiccia.
- Hai ragione, hai ragione; a lasciarlo mi si stacca il cuore, ma a portarlo mi può strappare la vita; sarà meglio lasciarlo; ma dove? Chi lascia la via vecchia per la nuova spesse volte ingannato si ritrova; lo rimetterò colà donde io l'ho tratto.
- Là non lo metterai perchè è luogo frequentato, e il rumore del vano può facilmente palesare il nascondiglio.
- Hai ragione, hai ragione; dunque che cosa si stilla?
- Rimpiattiamolo sotto la catasta delle legna.
- Va via, matta, queste saranno le prime che il maledetto fratello adoprerà.
- Buttiamolo dentro il tino del vino.
- Sta zitta, scema, questo sì che piglieranno all'assalto.
- Sotterriamolo nell'orto.
- Sei una bestia, le zolle smosse di fresco daranno indizio dello scavo. O Signore, dove celerò io questo mio sangue? Mi viene in mente di confidarlo a mamma; donna segreta ella è; adesso Altobello non si trova in casa, nè temo che glielo volesse dare: resta a vedere se non lo pigliasse per sè.... perchè no? La madre ladra del figliuolo! Nella sacra Scrittura Rebecca non invola gl'idoli al padre Labano? Se la figlia ruba al padre, la madre può rubare al figliuolo. Maledetto l'uomo che confida nell'uomo: ti lascio considerare moglie mia, che diavolo egli avrebbe detto se discorreva di donne; e lo Spirito Santo, capisci, se ne ha da intendere, capisci?
- Capisco.
E si rimasero lungamente in silenzio costernati: per ultimo dopo molto torturarsi il cervello, Mariano non trovò di meglio che sotterrare il danaro in un angolo del giardino, e quivi sopra ammucchiare pietre; ancora volgervi pruni lì oltre cresciuti, e vitalbe, cosicchè paresse che da tempo antico non fossero state rimosse. - Quando rifinita di forze dopo quattro ore di dura fatica la moglie domandò se adesso si giudicasse sicuro, egli rispose:
- Come posso reputarmi sicuro se ho confidato il mio segreto ad una donna.... a te? Bisognerebbe ch'io ti tagliassi la lingua.
- O le mani non indicano? Gli occhi, i piedi non accennano?
- Certo, certo, adesso che ci penso, era più sicuro sotterrarti co' quattrini.
- Nè anche questo, perchè dopo un'ora ti domanderebbero: che hai tu fatto della tua moglie? Per sicuro costui l'ha scannata.
- Ouf! non avrei mai creduto che fosse tanto difficile sbarazzarsi della moglie e conservare i danari.
Quando declinato il sole all'occaso il signor Giacomo Boswell si recò alla mensa del generale Paoli, non ebbe a maravigliarsi mediocremente nel considerare intorno alla tavola raccolti di ogni generazione frati e preti; eranvi parecchi soldati, e tali apparivano piuttosto che dall'assisa, dalle armi che scinte avevano deposte in un canto. Il generale spogliate le vesti pompose vi compariva co' suoi abiti consueti alla côrsa; seduti tutti, un domenicano lungo e ossuto, di faccia bianca come la cera, l'occhio grigio, recitò con voce cupa il Benedicite, e dopo ognuno attese a cibarsi in silenzio come nei refettori di frati. I romanzieri e i poeti, non esclusi gli eroici, ossia in virtù della memoria, ossia in virtù della speranza, molto si talentano a raccontare come e quanto si cibassero i propri eroi; io non gl'imiterò in questo: basti dire, che il pranzo fu parco, e i commensali da venti; nè già si creda che gli spesasse il Paoli; all'opposto la patria nutriva anco lui; e la Corsica, costumando passare gli alimenti a parecchi magistrati, risparmiava e provvedeva alla concordia, e ad altri, che non importa dire, beni, raccogliendoli intorno alla mensa del generale.
- Anche questa è fatta, disse il Paoli gittando il tovagliuolo su la tavola: arrivò finalmente l'ora mia, e la dico mia, perchè le altre spettano alla patria, eccetto alcune, che si piglia la morte, o il sonno, che è tutto uno, e come sarebbe a dire marito e moglie. Io dico poi mia quest'ora, perchè ragionando con gli amici conduco il corpo e l'anima ad esercitarsi sanamente in pro' loro. Il corpo, a cui se dopo il pasto torna nocivo il moto violento, gli giova il moderato qual è appunto il leggere a voce alta, o il disputare con modi cortesi, con amici cortesi: così almeno la pensava il buon Plutarco, che ci lasciò nove libri di dispute convivali, ed io di leggieri consento con lui: l'anima, come quella che per ozio non si irruginisce, e tratta alacrità dal rinnovato vigore del corpo prova con seco, o con altrui, concetti e partiti prima di metterli in pratica. In effetto le dispute tra gli amici si possono paragonare alla scherma con la quale il soldato si addestra alle vere battaglie. Platone, Aristotile, Epicuro e i Greci tutti, assai si piacevano di cosiffatti colloquii; Plutarco ne formava sua delizia, nè i Romani rimasero a dietro di loro, e quando Plutarco racconta che Cornelia, orba di marito e di figliuoli in cotesta sua villa nel Miseno, dopo il convito consolava la sua vecchiezza discorrendo di Tiberio e di Caio Gracchi, della indole, dei concetti e delle imprese loro con labbra severe da disgradarne quelle della storia, io ho pianto di molte lacrime, e volentieri lo confesso. - Intanto per incominciare da me (che il primo prossimo è se stesso) io desidererei che mi diceste, signor Boswell103, donde avviene che voi non mi chiamate mai generale? Fu per caso, ovvero con intenzione che voi mi avete chiamato sempre signor Paoli?
- Io lo feci apposta; il titolo di generale dichiara una qualità che possedete comune con infinita schiera di uomini, e di per sè non significa niente, mentre il nome Paoli mi rappresenta un uomo meritevole dello amore dei buoni e dell'ammirazione di tutti.
- Cospetto! riprese il Paoli sorridendo, pensava dovervi fare un serio rabuffo, ed ora mi tocca a ringraziarvi.
- Che dite mai, mio signore? Sono io che devo ringraziare voi, imperciocchè stanziando a Roma io con infinito sconforto contemplai in quali miserabili rovine può traboccare un popolo, e più delle stesse rovine mi umiliò l'aspetto della brutta ellera che le ricopre.
- Io non ho mai visto l'ellera di cui parlate.
Il signore Giacomo esitò alquanto, ma all'ultimo animosamente continuò: - intendo dire la Corte romana. - Egli dubitava dover sostenere un rovescio di riprensioni, forse d'ingiurie per parte dei preti e dei frati quivi adunati, ma con suo stupore essi non fecero cenno pro' nè contro, non altramente che se fossero stati santi dentro le nicchie. - Bene! qui all'opposto l'anima mi si riaperse alla speranza purificata dallo spettacolo di un popolo che risorge per l'aiuto prima di Dio, e poi di un grande uomo.
- Voi altri Inglesi vi rassomigliate al metallo che quanto più tarda ad arroventarsi, tanto infocato più ci arde. Troppo tratto corre tra questo popolo e il romano; altri i tempi e i fini, i quali anche potendo aborrirei si proponesse pari, dacchè i romani intesero vincere e dare leggi al mondo, e a noi basterebbe non si frastornasse nessuno, paghi di fare leggi per noi soli. Quanto a me il cuore mi palpita come a romano, ma il mio petto è angusto; se io vi paio grande non è merito che mi appartenga, bensì colpa dei tempi; io sono grande come le ombre diventano lunghe al tramonto del sole; grande della piccolezza altrui; in vile secolo eroe. Se grande io fossi e metuendo davvero, i sovrani come Caterina di Russia e Federico di Prussia non si trastullerebbero meco come con ninnolo strano.
- Bene; non poteva essere a meno che voi mi favellaste così, dacchè la modestia formi massima parte della grandezza.
- V'ingannate, io la penso come la dico, e se mi paragono co' vivi mi sento grande, ma io mi metto in confronto co' morti, e lo sgomento mi assale. Lascio da parte Cesare ed anco Alessandro, il quale reputo migliore assai della sua fama; che a parere mio lo denigrarono i suoi generali per farlo meno desiderabile ai Greci dopo averlo ammazzato, e messo in brani l'impero: misuratemi con Epaminonda, con Pelopida, con Trasibulo, mi troverete più corto chi sa quante spanne, anzi neppure con Aratro io mi posso mettere a petto, che a lui riuscì impadronirsi dell'Acrocorinto, mentre io non giunsi per forza o per ingegno a superare giammai una terra murata.
- Mi pareva avere udito che espugnaste San Fiorenzo.
- Non io, bensì i generali Andrea Colonna e Luigi Giafferi; io ne fui ributtato, e se volete udire come, Clemente mio fratello ve lo racconterà.
- È breve storia, incominciò a dire un uomo che molto arieggiava il generale, senonchè la complessione e la statura sua erano tutte avantaggiate, le sembianze non si poteva conoscere ad un tratto se più malinconiche o più rigide, ma forse ci entrava un po' dell'uno e un po' dell'altro, - è breve istoria, e poco gloriosa. Indettati con Francesco Arena e i Gentili, mio fratello ed io movemmo il 7 febbraio 1760 all'acquisto di San Fiorenzo: sessanta uomini condotti da Giovanni Rocca buon'anima, fiore di valoroso, si accostarono a mezza notte su due barche ai bastioni dalla parte del mare; le acque trovarono basse per via del rovaio che si era messo a soffiare forte di prima sera, e le scale trovarono corte al bisogno: l'accidente cagionò perdita di tempo, ma a nessun cadde in mente di abbandonare la impresa. Su i bastioni stava, e sta tuttavia appoggiato il muro di una casa dentro la quale giaceva un infermo custodito da certa femmina del luogo: ora nel punto che i nostri salivano, a costei venne voglia di votare non so che vaso, per la quale cosa affacciatasi alla finestra gli scoperse di botto, e prese a rangolare: battaglia! battaglia! - Le sentinelle trassero, e il povero Giovanni rotolò giù in mare gridando: su, figliuoli. I nostri si arrampicarono come gatti, e messo il piede in sodo si stringono a zuffa manesca co' soldati; sopraffatti dal numero riparano in alcune case prossime alla porta, e quinci attendono a difendersi da uomini. Io me ne stava co' miei quatto di fuori, ma sentendo le grida non mi parve tempo di gingillare; dato di piglio alle accette in breve ora con lo aiuto di Dio mandammo in fascio le imposte accorrendo in aiuto dei pericolanti. Il comandante genovese non si rimase ad aspettarci, ma rinchiusosi nel castello incominciò a fulminarci con la batteria dei cannoni: tanto è, i cannoni non ci facevano paura, e volevamo ad ogni modo spuntarla. Alla provvidenza piacque altrimenti; trecento soldati genovesi spediti a dare la muta al presidio di Bastia, sbattuti dal vento avevano preso terra in Capogrosso, dove udito il caso di San Fiorenzo mossero a marcia forzata, ed occuparono il posto di Santa Maria fuori delle mura: di assedianti diventammo assediati di mezzo a due corpi, ognuno dei quali superava di numero il nostro, e per più avevamo di fronte una fortezza. Conobbi che ostinarmi più oltre sarebbe stato tentare Dio, chinai il capo ai divini voleri, e mi ritrassi.
- Troppa più lacrimevole vicenda fu quella di Aiaccio, soggiunse Pasquale Paoli, Giuseppe Masseria, il quale come avvocato dei poveri aveva facile accesso nella cittadella, e nel maschio dove si custodivano i carcerati, mi fece sapere essere disposto a darmi nelle mani la città: esitando io di seguitare il trattato per colpa della fortuna sperimentata nemica in simili avventure, egli per pegno di fede e per conforto alla impresa mi mandava in ostaggio la moglie con due suoi figliuoletti: allora, gettato via ogni dubbio mi accostai con duecento soldati regolari, e un corpo di volontarii co' quali mi fermai a 10 miglia da Aiaccio nel convento dei Francescani alla Mezzana; quinci spedii un corpo ad Alata con ordine che occupasse i conventi dei francescani e dei cappuccini per istornare l'attenzione dei Genovesi, mentre commetteva al colonnello Buttafuoco, che con molto maggior punta si accostasse ad Aiaccio, e sentito il tiro del cannone desse la scalata. Il Masseria per mandare a compimento il disegno si era confidato nello aiuto di certi banditi côrsi i quali gli mancarono non per difetto di volontà, bensì perchè la sentinella negò lasciarli entrare in fortezza; obbligato allora di rimediare alla meglio condusse seco due preti e il suo figliuolo maggiore, con questi entra nel maschio, investe con le coltella le guardie, e lo occupa; subito dopo con l'accetta rompe le porte delle carceri, libera i prigioni, e con parlare succinto dice loro, che se hanno cara la vita lo sovvengano nella impresa recandosi a difendere le porte del maschio; quinci ancora invia un soldato al commissario genovese, affinchè lo ammonisca che non si attenti movere passo, altrimenti appiccato fuoco alle polveri manderà sottosopra la terra con quanti ci rifiatano dentro; lui volere restituire la patria alla libertà; cercasi la chiave della polveriera al magazziniere, che col ferro alla gola confessa averla confidata alla moglie, la quale o fedele o maligna se la cava di tasca ed in un attimo la sbalestra nel mare; non per tanto sbigottisce il Masseria, che spinto il figliuolo e un prete in cima al maschio per dare il segno col cannone al Buttafuoco, affinchè tentasse la scalata, resta coll'altro prete a rompere l'uscio della polveriera. Il figlio Masseria accosta la miccia al focone, e il colpo non parte; tenta da capo, e invano; specolato il pezzo lo trova scarico; adesso mentre quei grami, poveri di consiglio si baloccano lassù, un nugolo di palle sparate di casa il commissario, ammazza il Masseria, e ferisce il prete. I prigioni, liberati, vista ogni cosa a rovescio, inviliti disertano la porta, che viene sforzata dai Genovesi irrompenti. Il Masseria che si adoperava intorno alla polveriera, la quale, oltre alla estimativa, ai suoi supremi conati resisteva, ferito a morte casca; nondimanco messo ai tormenti, incolpò sè e il figliuolo, i preti disse ignari di tutto, e da lui condotti per diporto lassù; indi a poco moriva. Uomo degno di memoria nelle storie per l'ardimento, per la fine generosa, e per la magnanimità sua, dacchè nel mettersi a tanto sbaraglio, niente aveva chiesto per sè; solo qualche privilegio pei suoi concittadini. Tentai anco sorprendere il forte di San Pellegrino e non l'ebbi; all'opposto vi perdei Felice Valentini, soldato di valore e mio parente; la presa della torre della Paludella non vale il pregio di essere rammentata, sicchè voi vedete che io non posso in coscienza venire a contesa di fama col Demetrio Poliorcete104 nè con Ambrogio Spinola espugnatore di fortezze.
- Benissimo; ho avvertito nel vostro discorso che avete ragionato di milizie regolari e di volontarii; a me la fama riferì che di soldati fermi non conoscevate in questa isola la mala semenza.
- Porgete ascolto; tanto è volere sfondare il cielo con un pugno, che presumere di vincere le guerre co' volontarii soli: lo ammiraglio di Coligny lasciò detto amare meglio di condurre mille diavoli che cento volontarii, ed io consento con lui. Senza disciplina, gente armata saranno masnadieri, guastatori, tutto quanto vorrete, tranne milizia atta a vincere battaglie; i volontarii desidero per segnarsi soldati, da questo in fuori devono pareggiarsi agli altri. Quanto al soldo sarebbe lodevole poterne fare a meno; Roma per 374 anni non ammise milizia pagata, allora la introdussero i patrizii per gratificarsi il popolo, ma i tempi ed i costumi nostri non concedono questo; ho ordinato due reggimenti a cui assegnai istruttori svizzeri e prussiani, e questi pago; se i casi persuadono a tenere le altre genti oltre lo stabilito, retribuisco a ragione di venti soldi per giorno, e ci stanno volentieri; ma il nostro Achille Murati, che in coscienza di cristiano si è guadagnato sette volte con le sue imprese il nome di Achille, vi chiarirà intorno agli ordini delle nostre milizie.
- E' sono ordini semplici, mio caro signore, prese a parlare l'eroe della Capraia, uomo che al guardo, al naso, alle forme spigliate rassomigliava all'aquila; da diciotto a sessanta anni ogni Côrso ha da combattere; dei preti, i curati soli esclusi; dividonsi in due terzi; ogni terzo va al campo e si ferma otto giorni a spese proprie, gli altri succedono di mano in mano: si chiamano i più prossimi al luogo dove si tiene il campo; i rimasti a casa si addestrano; massime la domenica, e tanto riescono capaci, che Ambrogio, guardia del generale, non è il solo che con un colpo abbia ammazzato due Genovesi. In ogni paese stanzia un capitano, in ogni pieve un commissario di cui lo ufficio consiste nel levare e istruire le reclute; ci sono i due reggimenti dei quali vi ha parlato il generale, la sua guardia, quella dei magistrati, e qui finisce; tutti insieme possono sommare a quarantamila uomini, ma da farci proprio assegnamento sopra, un venticinquemila.
- E i bagagli, le artiglierie, gli ospedali, le munizioni al bisogno?
- I cannoni, abbiamo quelli presi ai nemici, o pescati in mare dai legni perduti; circa agli ospedali vi racconterò la risposta data testè da un Côrso ferito a Barbaggio ad un Francese: il Côrso muore volentieri all'aria aperta. Per ciò che spetta alle munizioni, ogni uomo porta le sue per una settimana; dove mancassero, la carità patria supplirebbe a ribocco, e perchè non la crediate jattanza io vo' che sappiate come gli abitanti del piccolo casale di Altipiani nudrissero per bene otto giorni tremila uomini ricusando qualunque compenso.
- I bagagli sono guaio per le spedite mosse degli eserciti, osservò il Paoli; i Romani solevano chiamarli impedimenta, ed avevano ragione; io penso che i bagagli i quali si strascica dietro adesso un esercito di cinquantamila uomini sarebbero stati di avanzo a tutte le legioni romane; ma se l'averne troppi reputo guaio, certo mancarne affatto non giova. Lo stesso dicasi delle artiglierie; qualche pezzo ho ordinato a Livorno, altri promette allestirne in breve Settecervelli col bronzo delle campane donate. I nostri preti, signor Giacomo, hanno creduto che in tempo di guerra per la patria il bronzo glorificasse meglio Dio ridotto in cannoni che in campane, però ogni chiesa ha donato la sua. Settecervelli è il nostro Archimede: quando prima fondai la zecca a Murato ci proposi certo maestro svizzero assai pratico nell'arte, e Settecervelli lo aiutava per garzone; un bel giorno il male del paese pigliò lo svizzero, e Settecervelli rimase solo, e nondimeno tanto per la bontà del suo ingegno istruito, che non pure manda innanzi la zecca, ma getta artiglierie, fabbrica ordigni di nuova invenzione che fanno maraviglia a vederli. Quello di cui non so darmi pace è la mancanza di ospedale e di cerusichi: la risposta del mio compatriotta ricordata da Achille palesa la costanza côrsa nel soffrire, ma per la Immacolata, questa costanza non è ragione perchè soffrano, colpa la povertà nostra, di tante angustie. Ah! che non darei io per essere ricco; il vostro Shakspeare, signor Giacomo, mise in bocca a certo suo personaggio queste parole: - mi conierei anco il cuore! - io farei di più, piglierei moglie....
- Come! aborrireste voi il matrimonio?
- Certo nella condizione in cui mi trovo lo aborro sopra tutte le cose, dacchè il matrimonio scemi la passione per la patria, o la diverta, e a me ha da essere moglie la Corsica, figliuoli i Côrsi, pure sposerei una moglie oltre modo facoltosa per convertire la sua dote in sollievo dei miseri feriti nelle difese della patria.
- Bene!
- Affinchè divampi il fuoco che arde nel cuore dei Côrsi ricercai gli spedienti adoperati nei tempi antichi e nei nuovi: piacquemi sopra tutti quello degli Spartani i quali non accettavano nella legione il milite se non a patto che presentasse la sua amante, essendosi attestato dagli storici come queste o per paura di vedere ferito l'amato compagno, o per smania di vendicarlo morto, combattessero da leoni: ora tali amori non consentendo i costumi, mi industriai ottenere il medesimo fine con più diritto amore, epperò composi le compagnie per quanto potei di parenti e di vicini, trovando giusto il proverbio che dice mezza parentela la vicinanza. Sto dietro a raccogliere, avendo perciò spedito lettere circolari ai parroci, i nomi dei morti in guerra dal 1729 in poi, e questi intendo stampare, e tener fissi dentro una tavola in ogni chiesa; avranno elogio funebre annuale; degli altri, che sortiranno non so se io mi abbia a dire grazia o sventura di cadere combattendo, di ora in avanti ne sarà cavato il ritratto per essere esposto nella sala del consiglio qui in Corte; i figliuoli di questi eroi fu statuito che per dieci anni vadano immuni da qualsivoglia gravezza; ricevano istruzione gratuita; arrivati alla età legale siedano di pieno diritto nelle consulte, affinchè, dichiara il decreto, - il sangue degli eroi venga con pubblici onori solennemente distinto.
- Ma con quali leggi vi governate? Non chiamaste Giangiacomo Rousseau a dettare per voi uno statuto, un codice?
- Invitai Rousseau di riparare in Corsica, mosso da compassione delle sue sventure, e gli avrei anche concesso di dettare la storia di questo paese; intendiamoci però la storia epica, quale compose Erodoto, che parla alla passione del popolo e commovendolo lo migliora, non già la storia dell'uomo di Stato, che stillata dal cervello si volge al cervello, e conviene meditare notte tempo, al lume di lucerna, seduti sopra un gradino di marmo a canto della statua della Patria. Certo, ingegno, e grande possiede costui, ma bizzarro, inquieto, e presuntuoso al pari del Voltaire; uno chiama l'altro povero uomo, questi quello garzone, e veruno di essi ha torto di disprezzarsi così quando nel mutuo orgoglio si reputano capaci di dettare leggi co' ghiribizzi loro ad un popolo che non conoscono. Di rado i letterati intendono di Stato; in effetto il Macchiavelli passava piuttosto per uomo non senza lettere, che letterato. Però tutti i governi abbisognano di uomini periti delle lettere e nelle scienze, decorandoli troppo meglio che le pompe, e le orerie, di ogni onore degni quando accreditano i reggimenti benevoli della umanità, vituperevoli quando onestano la tirannide, e nondimanco luce sempre, comechè in un caso conduca allo scampo, e nell'altro a perdizione.
- A quanto sembra voi reputate assai il Macchiavello; non so se sappiate che i Francesi vadano dicendo, che voi lo portate sempre in tasca.
- Passiamo le grullerie francesi, troppo spesso essi giudicano senza verità, e senza conoscimento. Non porto in tasca il Macchiavello chè darebbe incomodo, bensì nella mente dove arreca beneficio; anche il re Federico di Prussia senza conoscerlo lo sprezza, o piuttosto finge, e fa, secondo il motto arguto del Voltaire, come colui che sputa su la vivanda, perchè altri schifato la lasci stare ed egli possa mangiarsela tutta. Del Macchiavello è somma l'arte di considerare; e se volge la mente ai suoi tempi, la materia infelice gli somministra argomento a tristi pensieri, se ai fatti degli antichi ne cava precetti di ottimo vivere civile. - Questo vi chiarisca; da lui si mette la religione base principalissima dell'umano consorzio; anzi con forti raziocinii ed acconcissimi esempi dimostra che venuto meno ogni altro vincolo, dove questo uno rimanga saldo, basta a salvarlo; all'opposto Federico nelle lettere al maresciallo Keit ostenta l'ateismo. Bella consolazione davvero per un guerriero moribondo sentirsi dire: tra poco voi non sarete più nulla!105 Con tali insegnamenti non si possono sperare uomini grandi, sopratutto buoni. Dalla setta di Epicuro un solo uomo degno, la scuola degli stoici ne fu semenzaio. - Il signore Giuseppe Maria Massesi, cancelliere del governo, vorrà essermi cortese d'informare l'ospite nostro delle leggi, e del modo di amministrare la giustizia.
- I Genovesi (così prese a favellare un grave personaggio, che al sembiante arieggiava un po' il bue, un po' la faina, tipo assai facile a incontrarsi nella classe dei magistrati), ci lasciarono certi statuti, i quali contengono ordinamenti generali quanti bastano per incamminare a fine uniforme lo esercizio della giustizia; comporre codici a noi non importa, nè giova; questi reputano miglioria, e sono impedimento; in effetto essi sommano i beni partoriti dai buoni costumi, e poi si parano come la steccaia in mezzo al fiume, la quale trattiene il flusso delle acque finchè non arrivino a soperchiarla: così il codice impedisce la immissione quotidiana e regolare dei buoni costumi nelle leggi fino al giorno che la discrepanza diventi massima e ostile. Nè il codice per quanto prolisso tu lo immagini può comprendere la descrizione dei casi speciali, epperò ad ogni codice fa coda la faraggine della giurisprudenza; donde avviene, che quanto sarà più concisa la legge meglio ti troverai; pensate a Dio; con soli 10 comandamenti provvede più che tutti i legislatori con i codici loro. - Posta la regola, il cuor sincero e la mente retta ti faranno più giudice che il Baldo ed il Bartolo non saprebbero. Furono fabbrica di curiali i codici non semplici e non compiti, ma così ammezzati e difficili, per ridurre la giustizia a mestiere privilegiato. No, signore, la giustizia entra nel pane quotidiano dell'uomo, ed ognuno deve sapere allestirla per sè, e ministrarla agli altri. - Ogni paese elegge annualmente un potestà, e due padri del comune; il potestà giudica senza appello le liti fino a dieci lire, unito ai padri del comune fino a trenta, e senza appello: in qualche paese nominano due podestà, in tale altro eleggono padri del comune fino a dodici. Prima di entrare in ufficio i magistrati provinciali li confermano; talora il governo commette ai medesimi le incumbenze dei magistrati provinciali; non hanno paga. Le cause di merito superiore giudicano essi ancora, ma le sentenze si possono appellare alla ruota composta di tre giudici: brevi i giudizii, non graditi gli avvocati, in arbitrio del giudice le chiusure del processo: le decisioni non si raccolgono, nè si allegano, chè andiamo persuasi come ogni sentenza motivata da casi speciali non può estendersi, se non per via di garbugli, ad altri casi non mai pari; questa è la nostra giustizia civile.
- La quale, salvo il vostro onore, mi sembra un po' parente della giustizia turca.
- Ditela addirittura sorella, riprese il Paoli, e dubitando offenderci voi ci avrete lodato: ora ve ne dirò la ragione: educato al foro ho potuto osservare come nei paesi che si chiamano civili, le sentenze proferite dai tribunali di prima istanza vengono almeno per la metà revocate dai superiori; ora se ciò avvenga o perchè siasi fatto errore, o per causa della contradizione che corre nelle vene dell'uomo, poco rileva; la cosa sta: - conceduto adesso che anche i Turchi sbagliassero per metà, avremmo di risparmio gli avvocati, le spese di giustizia, le disperate lungaggini106, e quella turba di giudici mestieranti, che si abbarbica vera pianta di passione sulla facciata del tempio della giustizia. Quanto a noi vi so dire che di rado si appellano, e delle cause appellate, nè manco un quarto se ne baratta; onde vi accorgete, che non abbiamo punto vaghezza di cercare miglior pane che di grano.
- Questo concerne la giustizia civile, e la criminale come si amministra ella?
- Eh! rispose il Massesi come se gli fosse andata una lisca per la gola, vostra signoria capisce che in tempi torbidi, minacciati da nemici interni ed esterni, la non si può guardare tanto al sottile.
- Esponete liberamente, soggiunse il Paoli, affinchè107 non accada che dove non meritiamo lode di bontà non ci neghino anco quella di schiettezza.
- Or bene, da prima fu conferita alla Ruota la facoltà di giudicare al criminale, ma poi, crescendo i pericoli, l'ebbe una giunta di guerra composta di dieci ufficiali, presieduta dal generale; e quando la setta dei Matra istigata dai Genovesi si sbracciava a mandare sottosopra l'isola, commisero al Antongiulio Serpentini il potere di far sangue nella provincia del Verde, e in pari casi la confidarono anche ad altri ufficiali di armi: di presente può condannare a morte un tribunale composto di uno del supremo consiglio e di uno dei magistrati provinciali, referendone però al supremo consiglio per conseguire la conferma del giudicato. La confisca e la tortura furono mantenute; prima fucilavano i rei, ora gl'impiccano, e ragione vuole che aggiunga che tutte queste provvidenze furono prese a mia insinuazione.
- A vostra insinuazione! esclamò il Boswell108 allontanando spaventato la seggiola da quella del Massesi, che gli sedeva accanto. Questi crollò il capo, e sorrise; poi ripigliò:
- Che volete dirmi? Forse questi essere partiti barbari? Lo so meglio di voi; ma i tempi e gli uomini in mezzo ai quali viviamo non ne consentono migliori. Il Côrso, che fa caso della sua vita quanto di un sorso d'acqua, trema al pensiero di lasciare la famiglia nella indigenza e si astiene dal tradire la patria. Se il terrore della corda non fosse, bisognerebbe renunziare a sapere la verità; ed avvertite bene, la conservazione della tortura ci dispensa dall'adoperarla, imperciocchè il Côrso reputa infamia patirla, e la minaccia di applicargliela basta perchè confessi. Opinano i filosofi, l'uomo non possedere diritto ad uccidere l'uomo, ed è vero; però non ad ucciderlo solo, ma a imprigionarlo altresì, a tribolarlo in qualunque altra guisa, imperciocchè, leviamo la maschera, distruggerlo in linea retta, o per via obliqua, egli è tutt'uno. Zitti dunque a potestà, e dichiariamo che le pene nascono dalla necessità della difesa: chi afferma, che la pena vendica la offesa non ha discorso; i legislatori la statuirono affinchè l'esempio trattenga altri da offendere; ora la fucilazione del colpevole tra noi non otteneva altro scopo che la vendetta, e questo era barbaro e di poco profitto, non ispaventandosi punto i Côrsi di tal genere di morte; all'opposto al pensiero di morire appiccati battono i denti come se il freddo li gelasse nell'ossa. Tuttavolta avendo avvertito che il nostro boia è mal pratico, e fa patire troppo i pazienti, io ho inventato un arnese, che non iscemando il terrore al supplizio ne agevola la esecuzione: datemi ascolto, che m'ingegnerò darvelo ad intendere con esattezza.
- Ve ne dispenso, ve ne dispenso.
- Spero, disse il Paoli, che vi garberà sapere come in tutta la Corsica non si trovò chi accettasse il mestiere del boia, e convenisse pigliarlo fuori: in effetto egli è siciliano.
- Pregiudizii! riprese il Massesi, il boia dovrebbe tenersi in pregio quanto ogni altro magistrato: per me più ci penso e meno raccapezzo la ragione dell'odio che gli porta la gente. Sarebbe forse perchè uccide gli uomini per premio? Ma i giudici non tirano anch'essi salario? Essi infornano il pane, egli lo cuoce. Prima che il suo capestro strozzi il colpevole il magistrato lo ha ucciso con la penna. Che giudizio è questo pigliarsela col sasso, e non con la mano che lo ha tirato? Anzi se il giudice fa bene, il boia opera meglio; se quegli fa male, questi non ne ha colpa, essendo uno strumento cieco. Se poi si aborre perchè ammazza persone che non gli nocquero mai, e a cristiani, e inabili a difendersi, i soldati che pure reputiamo onoratissimi non fanno lo stesso? Nè mi si opponga, che questi ammazzano i nemici della patria, perchè nelle guerre civili da una parte e dall'altra si stimano tali; e il boia leva dal mondo per ordinario facinorosi che sono il flagello dell'umanità: e nè anco i soldati uccidono sempre gente che loro contrastino con le armi alla mano; per lo contrario senza scapito di onore godono il privilegio di farsi la festa in famiglia. Potrei aggiungere altre cose, ma queste paionmi sufficienti ad affermare, che negli Stati civili si avrebbe ad assegnare al boia il posto tra i più cospicui magistrati.
- Negli stati civili io spero che non occorreranno carnefici, nè giudici che condannino a morte; ma voi, signor Paoli, come non vi studiaste con le arti e con le lettere ingentilire i costumi di questi isolani?
- Padre Mariani, sta a voi rispondere.
- Ed io lo farò, generale, se non con dottrina, certo con piena convinzione. Distinguo tra arti e lettere; queste, spirituali essendo, quanto più si perfezionano e allargano tanto meglio sublimano lo spirito; quelle versandosi sopra cose fisiche io non dirò che lo disamorino dalle spirituali, bensì lo affezionano oltre il giusto alle materiali: e questa è la prima ragione per cui io le ho per sospette. Le arti quando crescono, se non hanno bisogno dei vizii per alimentarsi, per lo meno vivono di lusso e lo promuovono: ora il lusso sappiamo per esperienza essere stato il verme roditore degli Stati più potenti: e questo allego per seconda ragione di curarle poco. La perfezione delle arti segna il principio della decadenza dei popoli e il fine della loro virtù; in Italia ne porgono testimonianza i secoli di Augusto, di Lorenzo dei Medici, di Leone decimo; in Grecia il secolo di Pericle; in Francia quello di Luigi XIV; degli antichissimi, io taccio. I popoli o perfetti nella civiltà come pretendono alcuni, o corrotti dalle morbidezze come sostengo io, diventano sempre conquista dei barbari: e questa è la terza ragione che mi allontana dal culto delle arti. Non nego, che troppo più spesso che non si vorrebbe le lettere apparirono vili, corrompitrici, e venali e ribalde; ma noto, che a ciò non le spinge necessità, bensì la malattia, da cui non vanno esenti in questo mondo le cose più sane; mentre le arti si trovano condotte per bisogno di vita a piaggiare i ghiribizzi dei potenti, e a soddisfarne le voglie. Per secolo non breve la religione sostenne le arti, ed in quel tempo a mantenerle in fiore contribuì eziandio il culto degli uomini grandi: e questa fu per loro la bella stagione; ma anche in tale periodo per lavorare fecondarono con offesa della religione la superstizione, e furono complici a propagarla nelle menti dei mortali; e per una statua di Socrate ne scolpirono trecento a Demetrio Falereo. Le lettere nocquero alla umanità, ma con la medesima agevolezza ripararono l'errore; un esempio mi valga a chiarire il mio concetto. Plinio racconta che Teodoro gettò la statua di Nerone alta 110 piedi, e che un pittore gli dipinse il ritratto dell'altezza di 120 piedi; immaginiamo che lo scultore e il pittore, vergognando delle opere loro intendessero per ammenda fondere il simulacro di Cristo, o dipingere la immagine di Bruto con la dimensione della statua e del ritratto di Nerone, lo potrieno essi? Non lo potrebbero, per lo più scarsi come sono di facoltà. - Dove all'opposto se un letterato inciampa, di lieve si raddrizza, e con un quinterno di carta, un po' d'inchiostro ed una penna, può edificare eterno monumento al suo nome. - Forse sarà che le arti splendano l'ultimo raggio di un popolo, e se così è, io come vedete ho buoni motivi per desiderare che venga tardi, e per ammonire che, venuto, gli si tenga l'occhio addosso perchè non faccia guasto. D'altronde sarebbe strano che ad un popolo inetto a cucire scarpe e giubboni avesse a insegnare dipingere quadri: par quanto poi appartiene a lettere, i Côrsi abbisognano piuttosto di freno, che di sprone, chè gli stessi Francesi, parchi lodatori altrui, confessano questa propensione dei nostri ad ogni maniera di letteratura: nè ciò era sfuggito agli antichi, avendo, fra gli altri il Grevio, nel suo Tesoro delle antichità, dichiarato come - sub lingua Corsi... cum lacte et mele habent aculeum, ideoque foro nati sunt109. - Ciò sia detto quanto ad eloquenza; rispetto alla poesia voi non troverete pastore che non legga i nostri sommi poeti, massime il Tasso, e se vi affermassi che in capo all'anno si vendono più volumi della Gerusalemme liberata che lunari, voi non potreste appuntarmi di menzogna. Pressochè tutti qui improvvisano versi, e le donne altresì, anzi più degli altri le donne, e vi so dire che tremenda cosa sono i loro voceri sopra i corpi dei congiunti ammazzati. Ma posti da parte i naturali talenti del popolo, auspice il nostro generale, per coltivarli in regola abbiamo fondato una università.
- Università? Il signor Bournaby mi consegnò una cassa di libri da offerire in dono alla scuola di Corte, però di università non mi tenne parola.
- La scuola è diventata Università; poca cosa invero, pure bastevole per ora, e coll'aiuto di Dio crescerà. I professori tutti frati; io indegnamente la reggo, ed insegno istituto civile, e canonico, etica, e diritto di natura e delle genti. Padre Leonardo da Campoloro, che mi siede accanto, minore osservante come me, espone filosofia e matematica; i cappuccini Angelo da Venaco e Giambattista da Brando leggono il primo teologia morale, il secondo rettorica; l'instancabile nostro padre Bonfigliolo Guelfucci servita, che vi sta rimpetto, segretario del generale, ammaestra gli scolari nella teologia dommatica e nella storia ecclesiastica; e come fosse poco, trova tempo di dettare storie; e mantenere corrispondenze coll'Accademia della Crusca di cui è socio. Viviamo insieme, e con esso noi venti scolari educati e nudriti per l'amore di Dio, oltre i figliuoli dei morti per la patria. La istruzione costa nulla, e fu provveduto affinchè gli altri scolari trovassero in Corte vitto ed alloggio con piccolissima spesa; di più sappiate che nè anche allo Stato l'Università costa. Noi, memori del detto del Vangelo gratis accepistis, gratis date distribuiamo altrui senza guadagno il sapere che ricevemmo senza spesa; agli altri bisogni vien supplito così: ogni pievano contribuisce con lire 18 all'anno, ogni curato 9, i canonici 6 a testa: ancora noi abbiamo molte confraternite nell'isola, le quali, quante volte muore un fratello, danno lire 20 in denaro o in candele per onorare il mortorio, onde dicemmo loro: Fratelli, sta bene la luce ai morti, ma sta meglio ai vivi; figurate avere un morto di più per anno fra voi, e date venti lire per ognuna alla Università; e come le supplicammo fecero. Nati dal popolo, stiamo con lui; quanto possediamo gli diamo così di sostanza come d'insegnamenti e di sangue, però se egli ci chiama padri, e noi figliuolo, questi non escono suoni vani dalle nostre labbra. Siamo una stessa famiglia deliberata a vivere o a morire nello amore di Dio e della libertà.
- Bene, signor minore osservante, bene, superlativamente bene, e vi so dire che se in Inghilterra i frati avessero rassomigliato voi e i vostri degni compagni, ella a questa ora si manterrebbe sempre cattolica.
- Ed ora del governo vi ragguaglierò io, prese a favellare il Paoli; quando la consulta di santo Antonio della Casabianca nel 1755 mi elesse a reggere la Corsica, volle conferirmi assoluta potestà, la quale ostinatamente rifiutai, imperciocchè sebbene io non mi sentissi legno da tagliarci il tiranno, pure mi parve che meritasse più lode di prudenza chi si astiene dal pericolo, che di costanza chi ci resiste, e la occasione, voi lo sapete, fa l'uomo ladro: istituii pertanto senza indugio un consiglio supremo di nove uomini animosi e savi, i quali governassero meco standomi al fianco tre per volta ogni quattro mesi; questi fanno l'ufficio che presso a poco esercitano da voi i ministri della corona; io presiedo a vita il consiglio, ed ho la condotta delle armi; questo mio potere come eccessivo, ha da mutare: in parte è più, in parte è meno di un re inglese; forse si rassomiglia meglio allo statolderato di Olanda. Poteva come Mosè, Licurgo, Romolo ed altri parecchi, dettare solo le leggi; non volli, sembrandomi che il popolo partecipando alla composizione di quelle le avrebbe amate e rispettate di più: ancora, il dispotismo rinfaccia al popolo la sua inettezza: ipocrisia! imperciocchè se tieni sempre il fanciullo stretto in fascie, come imparerà a camminare? Ora veruna scuola di libertà supera il pubblico dibattimento su le faccende della patria. Il principe vero della Corsica è la consulta: da tempo antico costumavano i padri nostri assembrarsi in congressi cui appellavano Vedute, per lo più nella valle di Morosaglia; andate in disuso con la tirannide, rinacquero con la libertà. Così si compongono110 oggi; ogni villa elegge un procuratore di comune, e gli confida il mandato per mano di notaro; finchè sta fuori di casa il comune del paese lo paga a ragione di una lira al giorno; anche qui va emendato, dacchè in taluna villa la popolazione non arriva a 40 persone, in altre supera le 400. Prima eleggeva tutto il popolo e da sè senza che se ne mescolasse il governo, ma riuscendo le elezioni scompigliate sempre, e le più volte inani, fu provvisto così: il podestà e il padre del comune proporrebbero i cittadini da eleggersi a procuratori; quali dove non uscissero eletti, toccherebbe ai padri di famiglia designarli; e se nè anche questi restassero approvati, cotesta villa o comune per quell'anno perderebbe il dritto di mandare procuratore: resta eletto chi raccoglie più voti, che devono superare la metà degli elettori. Nè questi soli compongono la consulta, chè in prima c'intervengono tutti i consiglieri supremi usciti in carica, poi i figli dei morti per la patria, per ultimo i procuratori dei magistrati provinciali di cui vi chiarirò fra poco. La consulta convocata da me si riunisce ordinariamente una volta l'anno in Corte; occorrendo più, volte, e in altri paesi; appena adunata essa nomina due procuratori comunali, ed uno dei magistrati di provincia: i tre eleggono il presidente, e l'oratore dell'assemblea; il primo presenta le leggi a nome del governo, il secondo a nome del popolo; mandate a partito, una volta si vincevano con due terzi di voti, ora ne bastano la metà; la legge del governo appena vinta si eseguisce, quella del popolo può restare impedita dal governo, ed allora fino alla consulta dell'anno seguente non può riproporsi. Vi parrà questo eccessivo, ed è; ma io desidero il popolo libero affinchè meco concorra e mi aiuti a fabbricare la sua libertà; ma procurai che, poco esperto e facile a rimanere carrucolato, non avesse le braccia libere di scombussolarmi di una mala legge ogni cosa; io e gli amici miei come il profeta Eliseo stiamo distesi su questo popolo per infondergli la libertà col nostro alito; questo vogliamo, questo faremo, ma oltre questo ministero di vita, ecci forza armare la mano di spada per dare in testa a chiunque con violenza e con frode si argomenta ricondurre la Corsica in ischiavitù. Oltre discutere o votare le leggi, la consulta elegge i magistrati provinciali e i sindacatori; però nella nomina dei primi pigliano parte unicamente i procuratori delle provincie, nella nomina dei secondi tutti. Sono i magistrati provinciali composti di un presidente, due consultatori, un auditore, un cancelliere; si rinnovano ogni anno; lo stipendio scarso, sono nudriti dal pubblico; sta agli ordini una guardia pagata: questi sono dieci, quante le province nelle quali si scompartisce l'isola: 6 cismontane e 4 oltramontane; giudicano le cause civili di qualunque importanza oltre le lire 30, e criminali; le sentenze di morte e di esilio non si eseguiscono se il supremo consiglio non le approva. I sindacatori dicono istituisse Carlo Magno; certo è che la Repubblica Genovese li ebbe: ufficio loro raccogliere le lagnanze del popolo, inquisire i magistrati, non escluso il capo supremo dello Stato, conoscere le colpe e ripararle o punirle. Qualche volta mi elessero sindaco, non sempre, diverso in ciò da Andrea Doria che si fece nominare dal sindacato a vita, onde fra per questa autorità esorbitante, e per conservare forze proprie capaci da opprimere chiunque lo contrariasse, che razza di libertà intendesse egli donare alla sua patria a me non riuscì mai di comprendere. Dimenticava dirvi, che mentre dura il dibattimento, e il voto delle leggi, il generale e supremo consiglio hanno da uscire dalla sala della consulta.
Arrivato a questa parte del suo ragionamento, chiesta prima licenza, entrò una guardia del generale, che gli presentò lettere sigillate: egli stava per metterle in tasca e leggerle a bell'agio, quando la guardia gli disse: - Avvertite! - Allora il generale guardando meglio vide scritto nella sopraccarta: - preme. Scusatosi con la compagnia, lesse una volta, e due, poi ripiegati pacatamente i fogli, senza mutare sembianza soggiunse: - va bene; e licenziò la guardia; dipoi voltosi al Boswell continuò: Fin qui non vi ho detto il peggio; nella coda sta il veleno, io posso di mia autorità far arrestare sospetti, posso anche mandarli a morte... non vi spaventate; questa è tirannide, ma come vi hanno tiranni che curvano i popoli nella servitù, così la dura necessità vuole che talora abbisognino tiranni per raddrizzarli alla libertà. Ai popoli corrotti, o imbestiati dalla oppressione, per purgarsi fa mestieri a modo del Dante di passare per lo inferno e forse ha meno pericoli il nostro mare nelle bocche di San Bonifazio, che il diritto del suffragio universale, e pure in questo fuoco bisogna ritemprarsi. Se da una mano io pongo un pugnale atto così a difendere come ad uccidere la libertà, importa che io tenga armata l'altra mano per riparare in tempo; lasciamo da parte i privati cittadini e supponete un procuratore comunale, uno del magistrato provinciale, che più? uno del supremo consiglio, che io sappia per sicuro macchinare tradimento a danno della patria, ma il tempo manchi al giudizio, anzi riesca impossibile procacciarsi prove legali, e il pericolo si versi nello indugio: aggiungete, che nelle cause di Stato se aspettiamo che il delitto sia compito, allora la patria è venduta, la libertà spenta, il giudice in catene. Quando il traditore può in un momento sovvertire la patria, deve potere la pubblica vendetta colpirlo improvviso come la folgore di Dio; ed io stringo nella mia destra questo fulmine pronto sempre ad avventarlo quando occorre. Poteva conferirsi questo diritto al consiglio intero; ma oltrecchè sarebbe sembrato sanzionarlo con legge, enorme cosa, i consigli procedono sempre lenti, di rado concordi, almeno sulle prime, e i casi piuttosto si indovinano, che si dimostrino, nè può definirli nelle moltiplici specie la legge, mostrandosi ordinariamente la malizia più feconda al nocere, che la sapienza a riparare. Io rabbrividisco per questo diritto di sangue che possiedo, e non lo depongo, disposto a renderne conto a Dio ed ai sindacatori; voi però non crediate che meco stesso non vada ravvolgendo la contingenza, che quello che a me parve necessità suprema ad altri tale non paia; ed anco confesserò di più, che temo mio malgrado la passione più o meno non entri a sprigionare dalla volontà la parola che apre alla creatura una tomba infame. Ahimè, spesse volte - troppe volte - questa ragione di Stato rassomiglia alla croce che l'uomo porta sul calvario dove lo crocifiggeranno la ingratitudine dei popoli, l'odio dei nemici, e le perfidie della fortuna...; non importa, perocchè io sia uno di quelli, che fermamente credono essere l'anima nostra un angiolo smarrito, che ritroverà il suo paradiso per la via del dolore. - Qui il valent'uomo versò alquanto di vino nel bicchiere, e levatosi in piedi disse con raccoglimento: - Quando anco questo fosse sangue del mio cuore, io non lo berrei meno volentieri alla salute della Patria: viva la Patria!
Tratti da un medesimo spirito, i convitati assorgendo risposero: viva la Patria!
- Avrei voluto, comecchè voi, signor Boswell, non rassomigliate l'eroe troiano, ed io assai meno Didone, avrei voluto, soggiunse Paoli, che qualche Jopa côrso vi avesse dato contezza della musica e della poesia côrsa: ciò sarà per un'altra volta. Intanto suadent111 cadentia sidera somno, e assai fatiche ci toccarono in questo giorno perchè non dobbiamo più oltre rifiutare riposo alle stanche membra.
Qui, fatto e ricevuto ogni maniera di cortese salutazione, presero il Paoli e i suoi compagni commiato.
Aura di maggio, oh! come divina quando il sole abbandona il nostro emisfero; per lei le chete superficie delle acque s'increspano in così dolci pieghe, che rammentano il sorriso della vergine quando l'amante le diventa sposo, o quello della madre allorchè le presentano la sua prima creatura dicendo: ecco, un figliuolo ti è nato; - all'aura di maggio dall'aperto calice commette intero il suo profumo la rosa, quasi fanciulla, che, combattuta l'ultima battaglia del pudore, lascia andarsi in balìa dell'affetto che la vince; - al soffio di lei le foglie del pioppo ora ti mostrano il lato colore di cenere, ora quello di smeraldo come per ammonirti, che neanche l'inferno possa spegnere amore, e i cipressi custodi dei sepolcri, mossi da lei tentennano l'uno verso l'altro le cime bisbigliandosi in loro favella, che ciò che l'uomo chiama morte è trasformazione; l'amore feconda anche le fosse, e da una vita cessata sgorgano innumerevoli rivi di vite che incominciano; - le stelle ai fiati di lei corruscano più somiglianti a mo' di fiaccole, le quali ventilate divampano; e quando dall'acque si leva la luna, e a lei piace sospingerle incontro qualche nuvola, par che Febea corra a precipizio pei bruni campi del cielo alla caccia delle fiere del firmamento, come ella già le selve correva su le orme delle belve terrestri. Pei lidi ricurvi, per gli aperti piani, per le arcane foreste, in terra, in cielo, in mare suona un misto di voci, che ad alcuni parve sospiro, ad altri riso, ed è l'una cosa e l'altra, imperciocchè riso e sospiro scintillassero su l'animo dei mortali col medesimo baleno, e spesso si confondono112 scambiandosi tra loro forma ed ufficio; così la gioia sovente sospira, e il dolore, esaurita la fonte delle lagrime, ride. Gemito e riso, alfa ed omega della vita umana!
E poichè non ci ha festa senza musica, una famiglia di rosignoli, aspettato che il fragore delle opere divine cessasse sopra gli olmi della piazza di Corte, conveniva ai canti alternando le armonie alle melodie con note così infinitamente alte, che incominciate sopra la terra sembrava che non si rimanessero finchè non erano giunte lassù in fondo dei cieli, dove si mescolavano ai cori degli angioli; però in cotesta sera tacevano; anzi gli usignoli avevano disertato l'arbore diletto; spandendosi per la campagna con istridi acuti ammonivano gli altri a torcere altrove le ali perchè qualcosa di spaventoso li minacciava lì presso. In verità i poveri uccelletti avevano ragione; poco discosto dall'olmo appeso alla traversa della forca dondolava il cadavere di Giovanbrando impiccato. All'ultimo palpito del sole corrispose l'ultimo del cuore, quello s'immerse nel mare, questo nella eternità; e lo lasciarono appeso in obbedienza dell'ordine del generale; non posero sentinella a guardarlo, reputandolo abbastanza vigilato dalla giustizia inesorata ma retta che percoteva indistintamente umili e superbi.
I Côrsi in quei tempi non consumavano olio per risparmiare sole, onde si coricavano a buon'ora: ordinariamente prima delle due di notte andavano a giacere, se qualche occorrenza non li persuadeva a vegliare; sicchè chi si fosse aggirato per le vie di Corte avrebbe, meravigliando, veduto dopo assai cotesto tempo due lumi accesi in due case diverse. Per cui manca di discorso gli obietti estremi passano a un dipresso come acqua piovana per la doccia; chi poi costuma notare, da tutto piglia argomento di speculazione, e quindi causa di conoscenza; per la quale cosa non parrà strano se affermo che dal modo con che la luce dei lumi viene riflessa fuori dai vetri delle case tu puoi distinguere in quale stato si trovino le famiglie. Calda e, per così dire, petulante è la luce che rischiara i conviti e i festini; però, se da imposta allo improvviso aperta essa prorompe, ti parrà che insulti la notte, anzi pare che la provochi e la ferisca. Più modesto, non pertanto meno sicuro splende il lume compagno agli studi della sapienza, come quello che sa essere luce in traccia di luce; ma il lume acceso della tribolazione trema, e supplica che al suo dolore non si aggiunga il dolore della tenebra: abbastanza la travaglia la vita delle miserie circostanti, perchè non vengano anche i fantasmi della notte a crescerle il peso.
E non sarebbe stato difficile indovinare che i lumi, i quali in cotesta notte scaturivano dalle finestre delle due case di Corte, erano stati accesi dalla tribolazione: per verità uno ardeva nella casa del padre di Giovanbrando, l'altro in quella di Orso Campana.
Vi rammentate di Lellina la figliuola di Orso, che doveva esser moglie di Giovanbrando? Ebbene, essa è quella che veglia. Bisogna che voi impariate meglio a conoscerla, diventando d'ora in poi parte importante della nostra storia; e perchè vi entri bene nella fantasia io ve la vado a descrivere con parole succinte. Di statura è breve, e di membra asciutte, però mirabilmente disposta a sopportare le fatiche; forte come l'acciaio, destra quanto i muffli dei suoi paesi; la pelle pallida le imbrunì il sole, chè il padre usava menarla sempre seco pei monti a caccia, o ai procoi per vigilare le faccende di villa: giusta il costume côrso le vela il capo un pannilino bianco fino alle sopraciglia curve in bell'arco, ma quasi invidiose; gli occhi sempre teneva mezzo chiusi e bassi forse per modestia, o piuttosto perchè sapesse che mettevano paura: in effetto le sue pupille apparivano chiazzate di nero, di celeste chiaro e di giallo, ma, quietando essa, quest'ultimo colore non si distingueva troppo; e gli altri due componevano un cotal grigio scialbato assai somiglievole al piombo polito; quando poi qualche passione l'agitava, il giallo si estendeva, si accendeva; insomma i suoi occhi allora diventavano pari a quelli del gatto salvatico; il volto ovale con sì perfetto contorno che meglio non avrieno disegnato le Grazie: la bocca ombreggiata dalla caluggine del labbro superiore mostrava due margini stretti, e rovesciati in dentro, indizio sicurissimo di animo deliberato e costante.
Questa fanciulla stava seduta sopra una panca dinanzi al camino per abitudine, non già perchè la stagione invogliasse a scaldarsi; da parecchio tempo erasi recata in mano le molle, e percotendo con quelle di tratto in tratto il pavimento, ne aveva scheggiato un mattone; di contro a lei giaceva in terra la serva, vecchia côrsa con gli occhi, il naso e le mani uguali agli occhi, al becco e agli artigli del falco, e forse la somiglianza di lei col falco non finiva qui; teneva le spalle appoggiate, o come i Côrsi dicono, arrembate alla parete, le gambe su ritte, e con le braccia tese e le mani aggruppate si agguantava i ginocchi; anima propria, o piuttosto volontà ella non aveva; bensì con l'occhio fisso nel volto della fanciulla spiava quello che avesse a fare o non fare; il cane in mezzo a loro, aggomitolato a modo di chiocciola, pareva che dormisse; però di tanto in tanto squittendo dava ad intendere sè essere pronto ad avventarsi dove la padrona ordinasse.
Lella, riposte le molle su gli alari, si levò, e dalla cantera della tavola in mezzo alla stanza trasse fuori un trinciante: avendone tentato il taglio col dito le parve ottuso; prese allora la cote, e premendovi sopra la lama con le dita incominciò a strisciarvela obliquamente: poi lo tentò da capo, e trovatolo affilato lo avvolse dentro una salvietta, e lo ripose in tasca. La serva l'agguardava senza far motto, e quando Lella le disse: - andiamo! - si levò su tutta di un pezzo mettendosele dietro, non interrogando dove s'incaminasse, nè per quale causa, nè nulla: il cane sorse a sua posta, e scotendo il pelo parve si accingesse a seguitarle, senonchè la fanciulla fattogli cenno col dito gli ordinava: - tu rimarrai - e il cane mandato un guaito tornò a cucciarsi.
Le donne uscirono e si avviarono difilate alla casa di Matteo Brando. La Lella battè un colpo solo - ma forte e risoluto così da significare: apritemi presto: tuttavolta aspettò e dopo convenevole spazio di tempo ne percosse un altro; - poi un terzo, un quarto: quei di dentro pareva non sentissero, o non volessero sentire; finalmente fu visto il lume mutare luogo, e poco appresso una voce domandò: qual siete voi?
- Aprite. - Schiuso l'uscio Lella entrò, e alla donna che tenendole dietro con la lucerna ripeteva: qual siete voi? non rispose niente, bensì andava tuttavia. Arrivata nella camera soprana la perlustrò con gli occhi, e vide in un canto Matteo Brando genuflesso davanti la immagine della Madonna dei sette113 dolori; le mani teneva giunte sopra una sedia, e su le mani declinato il capo doloroso. Lella lo tocca lieve lieve su la spalla e il vecchio solleva la faccia domandando: chi siete? che cercate?
- Matteo, voi avete un figliuolo?
- Lo aveva.
- Sta bene; ma ora resta di levare il suo corpo di forca.
- Chi di coltello ammazza conviene che muoia; se l'è meritato.
- Se l'è meritato?
- Certo; era corsa inimicizia tra i Brando e gli Albertini ma non ingiuria, non offesa accadde mai tra noi; egli ha sparso sangue umano senza vendetta, nè odio.
- Ha fatto meglio; lo ha sparso per amore. Orsù, volete venire a dare al vostro figliuolo sepoltura cristiana?
- Lo lascerebbero forse esposto al vento ed alla pioggia?
- Ne sono capaci: e ai corvi, che gli beccheranno gli occhi, e agli avoltoi che gli strazieranno le carni.
- Oimè! lo ha meritato.
- E le sue ossa andranno in bocca ai cani, nè saranno riposte nella tomba dei suoi antenati.
- La tomba dei Brando non raccoglierà mai le ossa di un impiccato.....
- Di certo?
- Di certissimo.
- Ebbene allora le raccoglieranno le tombe dei Campana. Il padre si è vergognato del suo figliuolo, ma la sua promessa gli rimarrà fedele anche alla forca. Addio vecchio. Io vi venni a cercare non mica per bisogno di voi, ma come padre del mio sposo volli adoperarvi questo atto di rispetto. Addio.
Senza ira, come senza fretta uscì al modo stesso col quale era entrata, e seguìta dalla serva riprese il cammino per la piazza delle forche. Non aveva mutato ancora cento passi, che vide venirsi incontro un uomo; la luna si era levata, e sebbene non fosse anco giunta al sommo del cielo, pure spandeva tanta luce da lasciare poca speranza a Lella di potersi nascondere fra le ombre della via angusta: deliberò guardare in faccia la fortuna, e procedè oltre: quando le venne vicino il notturno camminatore, lo riconobbe pel giovane Matteo Massesi, il quale con la cetera in mano pareva si affrettasse a qualche posta: senza per ciò smarrirsi di animo la fanciulla gli accolse salutandolo:
- Buona notte, Matteo, e dove andate a questa ora, in tanta prescia con la cetera in mano?
- Voi non me lo avreste a domandare, Lella; adesso posso tornarmene.
- In verità, non m'indovino niente.
- Ah! Io veniva sotto le vostre finestre.
- A farmi la serenata per l'allegrezza avuta?
- Le corde sono come chi le suona; piangono o ridono e la voce canta così il Tedeum come il Miserere.
- Ma voi non me lo potete negare, ci avete avuto gusto alla morte di Giovà?
- Io? Dio me ne liberi; io vi amo...
- Sì; ma alla morte di Giovà ci avete avuto gusto.
- Vi ripeto di no; solo costui m'impediva la speranza che voi un giorno pensaste a me.
- Arzigogoli! Una volta che la sua morte ha levato l'impedimento il vostro cuore ne deve avere esultato.
- Lella mia, deh! non andiamo tanto a squattrinare col cuore io non ho pensato ad altro, che a voi.
- Dunque voi mi amate molto, Matteo?
- Non ve lo ho io detto?
- Detto sì le mille volte, ma provato mai.
- Provate.
- Avvertite alle parole che vi escono di bocca, Matteo: potrebbe venirmi voglia di mettervi al cimento.
- Provate.
- Vi provo. Voi non mi avete domandato perchè a questa ora io mi trovassi sola per le strade; ve lo dirò io; vado a levare di su le forche Giovanbrando; se mi amate davvero, venite meco, ed aiutatemi...
Matteo si sentì mancare sotto le gambe, e gli fu mestieri appoggiarsi al muro.
- O Lella mia, qual diavolo vi tenta. E non sapete il bando che minaccia del capo chiunque si attenti di toccare lo impiccato?
- Lo so: per questo v'invito; se ciò non fosse, bella forza sarebbe levare un morto; allora basterebbe il becchino.
- Ma il segretario del generale deve essere per lo appunto quegli che ne trasgredisce i comandi?
- E se preferite i comandi del generale ai desiderii miei, sposatevi il generale.
- Sentite, Lella, pensate che io sono figliuolo del gran cancelliere, e quanto ne accadrebbe scandalo se si venisse a scoprire che le leggi furono rotte dal sangue di colui che la nazione elesse a farle custodire.
- Matteo, voi mi parete ottimo segretario, eccellente figliuolo, ma pessimo amante - e scivolò via lasciando il giovane tutto confuso.
Eccola giunta a piè della forca: sosta alquanto, e contempla il derelitto che al vento notturno dondolava; la serva anche essa guardando in su non sapeva in qual guisa la fanciulla avrebbe salito in alto; per lei tanto non ci trovava modo: senonchè Lella la cavò presto di dubbio: di botto ella con le cosce e con le braccia aggavigna l'antenna; poi datosi un tratto con la persona si arrampica un sommesso; distende da capo in su le braccia; ma all'improvviso sdrucciola per quanto è lungo il palo battendo terra così aspro, che ne rimase intronata: ripresa lena ricomincia la salita, nè per questa volta la seconda meglio la fortuna; imperciocchè mentre stende la mano alla traversa, e già l'agguanta, torna a scorrere giù a precipizio. Si sentiva le braccia rotte, le cosce e il petto indolenzito, le bruciavano le mani: mentre alla serva pareva perduta la prova, sovvenne Lella un nuovo consiglio; china per terra si bagna le mani e le braccia con la rugiada caduta su l'erba, e braccia e mani s'imbratta poi d'arena: così allestita ritenta, e la ruvidezza dell'arena le vale; abbrancata la traversa ci si appoggia con le costole restando con le gambe penzoloni; penoso le riuscì moversi di traverso, ma aiutandosi con le braccia e col petto arrivò in breve sul capo all'impiccato: senza perdere tempo allora cavò di tasca il trinciante, e di un colpo recise il laccio orribilmente teso: il corpo tracolla con infelice rovina; dietro a lui giù di piombo la fanciulla, che sciolto il laccio se lo cinge intorno alla vita.
- Su presto, intantochè si avvolge la fune alla persona, favella alla serva; so che a tela ordita Dio manda filo, tu piglialo da capo sotto le ascelle, che sei più forte e meno affaticata di me; io lo agguanterò per le gambe e via.
E come disse fecero; la serva passò le proprie sotto le braccia di lui, lo strinse forte, e se lo recò sul petto; l'altra si mise tra mezzo alle gambe recandosene una per braccio, e si allontanarono gambettando leste come pernici inseguite. Arrivate a casa, stesero il morto su la tavola; ciò fatto Lella ordinava alla serva:
- Ora va a casa da i parenti miei, batti forte ma senza furia, e aspetta tanto che ti abbiano sentito. Quando qualcheduno si sarà affacciato alla finestra gli dirai: - in casa Campana evvi un morto - e te ne andrai subito senz'altre parole, capisci? senz'altre parole.
Partì la serva; ella rimase sola col morto; prima di tutto gli ricacciò gli occhi in testa perchè gli erano schizzati fuora, e come meglio potè glie li rinchiuse. Che Lella possedesse anima e nervi di bronzo, non importa ch'io dica, nondimanco cotesti occhi penzoloni le mettevano paura; lo lavò col vino, lo pettinò; con molto stento lo vestì della cappa della confraternita di San Francesco del padre suo; gli coperse le faccia di un mantile bianco su cui ella medesima aveva ricamato il nome di Maria; gli sottopose al capo il guanciale ripieno di paglia fresca; tra le mani gli adattò un Cristo, quantunque non le riuscisse a piegare le dita irrigidite del morto tanto, che sembrasse le tenessero strette; e ai quattro lati della tavola accese quattro candele di cera. Ciò fatto s'inginocchiò da piedi sul terreno ignudo, e aperto il breviario prese a dire l'uffizio dei morti.
La serva in questa si aggirava per Corte dando l'avviso alla parentela dei Campana: grande sbigottimento si faceva in coteste case, imperciocchè chi fosse il morto non sapevano. Orso a quell'ora si trovava a Bastia; i fratelli e i nepoti di rado si recavano a Corte; rimaneva Lella, ma lei non poteva essere, dacchè era ella che li mandava ad avvisare: temevano di qualche tranello, e per altra parte sembrava enormezza non rispondere alla chiamata in tanto estremo; scelsero pertanto una via di mezzo, mandarono le donne a scoprire marina; chiariti da loro del come si mettevano le cose, sarebbero andati ancora essi.
Le donne una dopo l'altra arrivarono, e, chi è morto? domandavano esse, Lella in piedi accanto alla tavola rispondeva: - il mio fidanzato. Allora le donne avvicinandosi alla fanciulla una dopo l'altra ne prendevano il capo con ambedue le mani, e fronte accostata a fronte così restavano per circa un minuto; poi traendo dolorosi omei non senza percotersi il seno e il volto, e taluna anche stracciandosi i capelli, andavano a porsi ritto lungo la parete. - Questa cerimonia i Côrsi chiamano Scirrata.
La lettera ricevuta dal Paoli conteneva queste parole: - Eccellenza. Adesso adesso ci giunge l'avviso, che il corpo di Giovan Brando è stato rapito; stiamo dietro a rintracciare i trasgressori.
E forse per questa causa il generale abbreviò le sue quistioni convivali troppo più presto, che non avrebbe desiderato. Rimasto solo diè forte del pugno sulla tavola ed esclamò:
- Sarebbe stato meglio non fare quel bando; ma una volta fatto si deve obbedire: altrimenti ritorna la Babele genovese; e il punto va raccattato sotto pena di vedere andare a male tutta la calza.
E calcatosi il cappello sul capo uscì: menò seco Minuto Grosso ed Ambrogio; il cane Nasone non invitato precorse. Anche il signor Giacomo, che confuso per le tante vicende accadutegli nel giro di ventiquattro ore, e dalle cose che aveva udito si sentiva il cervello proprio in istato di caldaia bollente, si era posto alla finestra per mettere un po' di sesto a quella matassa arruffata dei suoi pensieri, appena ebbe scorto, che il generale invece di dormire se ne andava attorno, scese e si pose a seguitarlo come Simon Pietro quando menavano Gesù Cristo al Pretorio. Non ci ha dubbio, la curiosità lo spingeva, nè cotesto suo contegno poteva reputarsi discreto, ed ei lo sentiva; ma appunto perchè lo sentiva, lo spirito di contraddizione che dentro noi regna e governa aveva in un subito accumulato tante ragioni per farlo discredere, che un avvocato con metà meno avrebbe vinto in una causa più spallata di quella.
Il Paoli con la sua comitiva arrivato sotto la forca prese a speculare sottilmente il terreno e ci vide là orme di piedi scalzi, ma poche: invece moltissime di piedi calzati brevi così che appena si addirebbero a fanciullo; le quali accanto lo stile della forca si moltiplicavano in più versi e con diverse profondità. In questa sopraggiungevano una dopo le altre le guardie mandate alla scoperta, che interrogate in proposito rispondevano tutte nella medesima maniera: niente. Il Paoli allora levata la faccia scorse un pannolino rimasto appeso alla traversa, e sicuro di avere in mano il bandolo ordinò salissero e glie lo portassero: recata una scala eseguirono il comando. Cotesta era la salvietta dentro la quale Lella aveva avvolto il trinciante, adesso per inavvertenza rimasta lassù. Appena il Paoli l'ebbe in mano, la spiegò esaminandola su i quattro canti, certo di trovarci marcate le iniziali del nome del proprietario, ma gli fece fallo il presagio; la salvietta era senza marca.
- Qui bisogna venirne a capo. Nasone! gridò guardandosi attorno, e non lo vide perchè gli stava accanto - Nasone! qua114 - e gli mise sotto il naso per parecchie volte la salvietta; - poi gli disse: - cerca. Il cane col muso in terra cominciò a fiutare ora declinando a manca ora a destra, pure proseguendo sempre dietro una traccia; e tanto fece, che si condusse dopo breve ora per lo appunto alla porta della casa di Orso Campana.
Stando la porta chiusa, e disegnando il generale penetrare nella casa inaspettato, disse sotto voce qualche parola a Minuto Grosso, che rispose affermativamente accennando col capo; subito dopo guidati da lui si avviarono dietro la casa dove giaceva il giardino circondato da un muro a secco, che fu agevole cosa scavalcare; ed avendo, come speravano, rinvenuta socchiusa la porta, che dalla casa menava al giardino, all'improvviso comparvero in mezzo della stanza del morto.
Se fosse stato il luogo aperto, le donne al comparire di costoro sarebbero fuggite via porgendo materia alla similitudine di colombe spaventate, ma chiuse così rannicchiaronsi in un canto e fecero grappolo a guisa di api, che cacciate dal bugno si rifugiano a fretta su di un ramo di albero.
- Qual è che ha rapito dalle forche l'impiccato? domandò severo il Paoli. - Io, rispose a occhi bassi, e con voce velata Lella. - Perchè lo avete tolto? - Vivo me lo toglieste voi, ed io me lo ripigliai morto per dargli sepoltura. - Questo toccava al padre, forse, e non a voi. - Ed io andai a persuaderlo al padre, ma chiuso in Dio, egli non pensa più ad affetti terreni. - E voi chi siete per togliervi questo carico? - Io sono... vo' dire doveva essere la moglie di Giovanbrando.
- Avete compagni? riprese il Paoli con un suono più mite.
- No; gli avessi, non ve li direi, e a voi non istà bene domandarmelo. - Perchè no? Quando il popolo intero fa la legge corre a tutti il dovere obbedirla; e il pregiudizio che sia infamia a rivelare i malfattori ha da perire: chi era il vostro compagno dai piedi scalzi? - Sono io sua nudrice una volta, adesso compagna per servirla. - Fu un giudizio di quanti la udirono che la nutrice di Lella in tutto il tempo della sua vita trascorsa non si era arrisicata mai a discorso tanto lungo, e dicono ancora, che, in quella ch'ebbe a vivere poi, non ci si attentò più. - Voi per certo ignoravate il bando, che sotto severissima pena vietava si toccasse il cadavere del giustiziato - riprese a dire il Paoli volgendosi a Lella con manifesta intenzione di porgerle il filo alla scusa, ma la fanciulla pronta: - Anzi lo sapeva, - Dunque sapete che tocca morire anche a voi? - Sarete pietoso a riunire la sposa col suo sposo come foste spietato a separarli. - Non io, fanciulla, non io vi separai, ma la legge del popolo, e il suo delitto. - E questa corda - aggiunse Lella scingendosi il capestro dalla vita. - Forse credete che io senta gusto a condannare a morte i miei simili? Potete rimproverarmi di parzialità? Il primo che mettessero a morte per omicidio non era mio parente? - Oh! nessuno vi contrasta la fama di spietato. - Sta bene, spietato; ma la mia severità ridusse nè manco a dieci gli ammazzamenti che una volta sommavano in ogni anno a mille; ora fate conto se costa più lacrime la mia asprezza o l'altrui clemenza. La pena bandita contro il rapitore del giustiziato non pose la legge; che in questo caso potrei compiangervi non già salvarvi; bensì il governo, e posso rimetterla, e la rimetto. Povera tinta! io vi perdono: onorate il morto col costume patrio... capisco... rispetto a voi, egli periva in virtù del grande amore che vi portava; solo fate che venga sepolto prima di giorno nel camposanto della parrocchia.
Così ordinando il Paoli era mosso dal pensiero, che la pietà del caso della fanciulla poteva per avventura scemare lo abborrimento115 al delitto, ed il terrore alla pena; sicchè erano da evitarsi le peregrinazioni, e le fiorate alla tomba del giustiziato, le quali quantunque non si potessero vietare affatto, pure nel cimiterio comune avrebbero mantenuto modo più comportabile. Al Boswell116, mancato ogni pretesto per dimorare più oltre là dentro, toccò uscire dietro al Paoli; tuttavolta avendo avvertito, come egli assorto ne' suoi pensieri non lo badasse, si ristette nella strada in aspettativa117 di quanto fosse per accadere. - Nè andò guari, che i parenti e gli amici incominciarono ad accorrere alla casa di Lella Campana a due, a tre, e a quattro: imperciocchè gli uomini, simili ai ranocchi, finchè dura il pericolo per ordinario si tuffano sott'acqua rimpiattandosi chiotti nella belletta: quando poi uno di loro o più improvvido o più animoso degli altri torna a galla, e dà il segnale altrui che non ci è più da temere, allora tutti ficcano il capo fuori dello stagno, e chi più ebbe paura più gracida. Il signor Boswell, osservato come adesso i parenti lasciassero la porta aperta, credè non commettere indiscretezza rientrare in casa alla coda di loro; cacciatosi in un cantuccio egli vide gli uomini anch'essi farsi incontro alla fanciulla, ed uno per volta abbracciatala disporsi lungo la parete di faccia alle donne senza però o piangere o favellare. Poichè dopo qualche dimora non giunse altra persona, le donne una dietro l'altra si mossero pigliando a circuire la tavola, e intanto che giravano chiamavano pietosamente il morto, rammentando le virtù poche che possedeva, e le moltissime che non aveva mai posseduto: di grado in grado, nei moti e nella voce s'infervorarono così, che le donne parvero menare proprio una ridda frenetica. Intanto Lella nel mezzo accanto al morto lo guardava con occhi socchiusi tenendo verso di lui tesa la destra con le dita aperte: di repente si caccia via dal capo il mandile lasciando giù correre per le spalle i capelli quasi criniera di polledro; spalanca gli occhi e ne vibra dintorno le pupille fiammeggianti come spada in mezzo alla strage.
- Silenzio! dissero gli uomini, cessate il caracolo; sta per cantare.
- Attente al vocèro - risposero le donne, e tacquero. Lella con voce velata, e da prima tremula, tenendo sempre la mano tesa incominciò a cantare:
- Giovan Brando a che vi state
Non lasciatemi qui sola.
Ci è concorso, ci è splendore!
Sta su l'uscio e porge il fiore118.
Curciarella119! ava' tu gli hai
E la rocca infrisciulata121
Prima vedova son fatta
Dietro l'urlo: dàlli! ammazza!
Ti perseguita feroce;
Non ritrovi in cielo e in terra
Non pai carne battezzata,
Ma da tutti maladetto
La tua sposa? Ahimè! dal petto
Lo mio core hanno schiantato;
Giace in terra insanguinato;
La fanciulla come spossata si abbandonò con le braccia e con la testa sul cadavere; dalla scossa convulsa delle spalle soltanto si faceva manifesta la tremenda agitazione dell'anima; certa vecchia, che aveva vanto di cantatrice, pigliò da cotesto istante di quiete il destro di profferire i suoi consigli in questa maniera:
Giovan Brando adesso è in cielo
Fissa gli occhi in questo Cristo,
Abbastanza è torbo il mare:
La fanciulla leva d'un tratto la testa: aveva la bocca contratta e il guardo truce più che non abbia tigre che si avventi, e fra singulti rispose alla malavvisata consigliatrice:
Oh! potessi con un soffio
Le sue case, e gli suoi armenti,
Gli occhi miei ti hanno abbastanza
Resta là, finchè io non ti abbia
Se io sarò troppo crudele
Che per far la tua vendetta
Sta sicuro, basta anch'ella123.
Quando tacque, il sudore della morte le imperlava la fronte; traballò per cadere, ma agguantatasi alla tavola le riuscì mantenersi in piedi; tacevano tutti col capo basso, le labbra strette, i sopraccigli aggrondati, finchè riavutasi la fanciulla esclamò: - su gente, portiamolo al camposanto, poichè così ha ordinato il vostro padrone e mio.
E come ella disse, eglino fecero; e la povera salma fu portata alla sepoltura senza lume, senza croce, e senza canto, in silenzio, con sospetto come i contrabbandieri costumano i frodi; bene incontrarono il becchino, ma questi stava dietro a scavare un'altra fossa e non ci fu modo di farlo smettere prima che l'avesse terminata; allora ne cominciò un'altra accanto; a coloro che lo ricercavano cedesse la prima, rispose caparbio non potersi fare perchè era stata pagata, e non gli rompessero il capo, se non volevano che lo rompesse a loro; e in così dire alzava con tutte e due le mani la zappa. Intanto, consumandosi il tempo ora in questa, ora in quell'altra cosa, spuntò l'alba, e fu udito il canto del Miserere accostarsi vie via sempre più al cimitero; - interrogato il becchino che novità fosse cotesta, rispose: che non ci capiva novità, essendo un altro morto, il quale veniva a pigliare possesso della sua ultima casa; in questo modo uno accanto all'altro terranno compagnia. Come si chiamasse il morto non domandarono; imperciocchè in quel punto la compagnia sboccò dal canto e videro Serena figliuola del colonnello Albertini. Le due fanciulle si scorsero, e non avendo lo stiletto addosso si ricambiarono una occhiata; veramente un colpo di coltello avrebbe fatto più danno, non però svelato odio maggiore. Il prete chiese a Serena se avesse desiderato seppellissero altrove il corpo di suo padre ma ella rispose:
- No; così, stendendo la mano, piglierà pei capelli il suo assassino, e lo trascinerà al tribunale di Dio.
Lella dal canto suo diceva al becchino: - lasciate la terra accanto a Giovanbrando vuota fino al muro, che appena basterà per coloro che hanno da pagare la sua morte.
Il signor Giacomo condottosi fin là per osservare ogni cosa, picchiando alla disperata sopra la scatola esclamò:
- Che gente! Che gente! A che cosa vanno a pensare invece di porre mente ai decreti della Provvidenza, la quale ordinò l'assassino scendesse nella sepoltura prima dello assassinato, e tremare della giustizia, che fece tenere la pena dietro al delitto come tuono al baleno.
Pel buio della notte i colli circostanti a Corte si rimandano l'èco delle conche marine, e paiono scolte che si eccitino mutuamente a vigilare su la Patria. Quando prima si fu messo un po' di raggio si videro calare giù da mille sentieri i popoli accorrenti alla consulta in sembianza di cascatelle di acqua piovana le quali arrivate in mezzo alla valle si uniscono senza confondersi: però che la confusione delle genti impedissero le vesti, e le bandiere diverse: rispetto a queste ogni drappello costumava adoperare i suoi colori, che stavano attaccati a mo' di fiamma su lo stendale in cui tutti portavano dipinta la immagine della Immacolata. Veramente muove a ira vedere come gli uomini non abbiano mai saputo smettere il vezzo di prendere Dio a complice delle mattie e delle ferocie loro; pure se è lecito invocare il cielo quando avventiamo le armi omicide, o lo possiamo nelle guerre per la salute della Patria, o mai. - Dapprima venivano i commissari delle armi, seguitati dalle compagnie addestrate dai medesimi; portavano il moschetto a bandoliera, e pistole, e pugnale; la carchiera della polvere e delle palle davanti, dietro lo zaino; nessuno aveva loro ammannito le provvisioni, nessuno l'alloggio; nello zaino recavano pane e cacio, nella zucca vino, e tanto bastava per tempo non lieve: circa alle stanze, l'erba verde e la fronda di un'elce o di uno olivo era quanto sapessero desiderare; per loro i locandieri potevano impiccarsi dalla disperazione alla soglia dello albergo. Certo non presentavano l'aspetto delle milizie ordinate, pure assai composte procedevano nei moti, e quello che massimamente importa, sembravano decise a mettere in isbaraglio anime e corpi. Talune compagnie erano comandate da frati; altre da preti; fra i primi terribile di aspetto il padre Paolo Roccaserra, che con la spada in mano rammentava proprio san Paolo quale stampavano a Venezia nei frontespizii del Testamento nuovo; per amore di Patria e per prestanza, pari, se non superiori a lui, venivano dopo i frati Serafino, Venanzio, Sammarco, e Agostino; dei secondi erano mirabili Domenico Leca vicario di Guagno, anima di ferro in corpo di ferro, e il prete Mugghione grave e solenne, cui faceva contrasto il nostro conoscente prete Settembre. Inseparabili in vita, come poi lo furono in morte, il prete Piscione e il pievano Astolfi. Con quali argomenti questi preti e questi frati si schermissero dai sacri canoni non so, e non m'importa sapere; questo altro conosco, e mi piace che altri conosca, come oltre al Natali vescovo di Tivoli, il quale scrisse con San Tommaso potersi anzi doversi ammazzare il tiranno, e il padre Lionardo da Campoloro, che nel suo trattato dei primi rudimenti affermò martiri i morti per la Patria, il frate Filippo Bernardi addirittura sostenne degno di assoluzione colui che in qualsivoglia maniera un nemico spegnesse. Onde non è da maravigliarci se i Còrsi, commettendosi a loro, fossero certi di rimettersi in buone mani. Oltre cinquanta frati e preti furono deputati; cinquecento combatterono, terrore dei Francesi, che alcuni in guerra col ferro, i superstiti in pace con la corda barbaramente trucidarono; nè ciò bastando ad assicurarli degli altri, i quali pure erano rimasti all'ombra dei chiostri, mandarono in Corsica una frotta di frati francesi, affinchè gli educassero alla servitù, appunto come nella India si servono degli elefanti ammansiti per pigliare i selvatichi.
Co' frati e co' preti gareggiavano le donne, nè tutte a modo di gregario, bensì taluna in vista di capitano; e queste furono Rossana Serpentini, la moglie di Bartolo da Barbaggio già famosa in guerra, la moglie di Giulio da Pastoreccia, ed altre parecchie, tra le quali degna d'immortale memoria la nepote del vicario di Guagno onde l'inclito amico nostro Salvatore Viale con patrio orgoglio cantava:
- Coll'archibugio in mano, e in sen lo stile
Donne vedeansi valorose e ardite
Che abito assunto al par che alma virile
San le maschie emular vergini scite124.
E prima di lui Ottaviano Savelli con nobilissimo carme latino il quale recato nel volgare nostro suona così:
- Quanto femmina possa, a prova impara.
Forza ho nel corpo sano e nelle vene
Il patrio sangue, e la virtù nel core,
Nè sola o prima ch'io mi cinga al fianco
La spada, e porti in su la spalla l'arme,
E di sandali cinga il piè veloce:
Emularono molte i gesti aviti,
Adesso teco agli ultimi cimenti
Io mi commetto, e le più ree fortune
E' pare, non vo' negarlo, che alle donne si addicano studi più miti, ma le côrse use alle fatiche, nelle quali si travagliavano troppo più degli uomini, trattarono le armi non per andazzo di tempi, o per muliebre vanità, bensì, perchè ci si sentivano atte; di vero parecchie imprese vinsero sole; tutte poi sostennero stupendamente.
Dietro gli armati veniva la varia moltitudine di vecchi, di fanciulli, e di donne, e in mezzo a questa il deputato, o vogliamo dire il procuratore del comune; i più pedestri, vestiti come gli altri, che lo stipendio di una lira al giorno non consentiva lusso maggiore; i troppo vecchi procedevano sopra piccoli muli, e taluno di loro davanti si recava un tenero ragazzetto, in groppa una donna mingherlina; tale altro stava seduto in modo da permettere che dal basto pendessero attaccate due ceste, dentro le quali uno per parte giacevano due pargoli; le madri seguitavano filando, e al primo gemito recatisi i bambini in collo porgevano loro la mammella: avrebbero voluto a un punto filare, camminare, e allattare, e ci si erano provate; ma conosciuto il pericolo, non senza rammarico erano rimaste da filare. Forse di queste cose taluno sorriderà, e tuttavolta, in fino d'ora, lo avverto, che se lo universale dei Côrsi avesse praticato costumi non diversi da questi, la Francia sarebbe126 venuta meno contro la virtù di quel pugno di gente.
Intanto dal palazzo del generale uscirono Damiano, Minuto Grosso, Ambrogio, ed altri famigliari di lui, i quali andando attorno, e mescendosi ai varî capannelli, assai destramente pigliavano lingua dei nomi, stato di famiglia, casi; insomma più che potevano dei caporali di cotesta moltitudine; in simile faccenda sopra tutti sbracciavasi frate Damiano con quel fare procaccevolone, che nei frati diventa natura; egli porgeva ai fanciulli la mano, alle donne la croce della corona a baciare; agli uomini poi lo scatolone di tabacco, che senza empietà si sarebbe potuto mettere a petto con la misericordia di Dio, imperciocchè come quella pareva non dovesse avere mai fine. Quando ebbero fatto sufficiente raccolta, se la svignarono andando a riferire ogni cosa al generale, che, dopo averli ascoltati per bene, si dispose a scendere a sua posta in istrada, e mescolarsi fra il popolo. Ora vuolsi sapere come il Paoli possedesse memoria non affermerò superiore a quella di Giulio Guidi suo compatriotta da Calvi, che ebbe il soprannome dalla grande memoria, e mandò trasecolato il Mureto nella università di Padova, ma certo da stare a pari con Temistocle, Teodosio, od altri famosi dell'antica e della moderna storia; però bisognava, che per imparare le cose a mente qualcuno gliene dicesse; e tale incombenza appunto commetteva ai suoi famigliari; onde egli poteva salutare a nome infinite persone mostrandosi eziandio ragguagliato di molte particolarità concernenti alle medesime. Questa pratica gli conciliava benevolenza, e credito inestimabile, reputandosi ogni uomo col quale entrava in parole conosciuto da lui specialmente, e sempre più confermando la opinione, che per volontà di Dio a lui fossero rivelati i più riposti segreti. Se i tempi lo avessero consentito è da credersi, che egli avrebbe osato di più, che senza un po' di meraviglioso gli ordinamenti dei legislatori tra popoli rozzi non attecchiscono, ed ei lo sapeva; e nè anche andava del tutto immune da certe sue superstizioni alle quali pure partecipò Napoleone Buonaparte; sia che la Provvidenza lasciando insinuare negli alti spiriti simili debolezze voglia insegnarci come niente di perfetto esista su questa terra, sia, come credo piuttosto, che i primi germi della educazione ci rimettano nostro malgrado il tallo nell'animo; e i Côrsi allora erano superstiziosissimi, ed anche oggi, comecchè molto meno, sono. Pertanto il Paoli qua e là aggirandosi, con maraviglia pari al contento di cotesti fieri isolani, quale chiamava a nome, quale col suo nomignolo, e a quello chiedeva contezza del padre infermo, della moglie incinta, del garzoncello spoppato, a questo del pastino, degli olivi piantati, della vigna potata, ad altri altre cose, e poi ad un tratto li tastava di scancio intorno ai casi imminenti; imperciocchè sapesse, che il suffragio universale si rassomiglia assai a cavallo sfrenato cui fanno mestieri un po' di briglia e un po' di sprone, e se fosse vissuto ai giorni nostri egli lo avrebbe paragonato volentieri alle carrozze a vapore, le quali, finchè corrono incastrate nelle rotaie, vanno d'incanto su per erti argini e per cieche botti, dove prive di guide ruzzolerebbero, o darebbero di cozzo dentro le muraglie: ond'egli si era tolta quella fatica nel concetto di persuadere gli avversi, sostenere i vacillanti, i risoluti confermare; ma non n'ebbe bisogno; che da tutte parti sentì rispondersi su questo punto: fate il vostro dovere, e noi faremo il nostro. Egli allora, attentandosi più oltre, interrogati costoro che cosa intendessero per suo dovere, gli udiva replicare alla recisa: voi comandate la guerra, e noi per Dio santo la combatteremo. - Fino all'ultimo? - Fino all'ultimo. - Allora siamo a cavallo, disse fra sè il Paoli, e ritornò in palazzo per mutare vesti, che l'ora per la Consulta stringeva.
Deposti gli abiti di panno côrso, vestì la sfoggiata assisa di velluto verde gallonato di oro, cinse la spada, dono di Federigo, e con in mano il cappello del pari gallonato e piumato s'incammina verso la chiesa di San Marcello dove era convocata la Consulta; teneva la mano su la maniglia della sua stanza quando gli si schiuse con impeto la porta davanti, cosicchè per poco stette, che non gliela sbatacchiassero in faccia:
- O padre Bernardino siete voi? che novità portate? voi mi parete torbo.
- E lo sono, disse il frate agguantando il Paoli per un braccio, e sbarrandogli negli occhi due occhiacci da spiritato. Le novità le fate voi, e non ho a contarvele io; chiaritemi un po' che significhi là in chiesa quel baldacchino di damasco rosso? sareste per avventura diventato il Santissimo Sacramento? se così è ditemelo, perchè mi possa inginocchiare dinanzi a voi, e venerarvi come meritate. Ancora, che importa quel seggiolone di velluto chermesino con la corona reale ricamata nella spalliera?
- La è chiara; in trono siede il principe, o chi lo rappresenta; qui la nazione è principe, ed io ne sostengo le parti, però in luogo di quella mi assetto in trono. - La corona reale, voi avrete osservato, che sormonta l'arme del regno di Corsica; veramente questo titolo non va bene; bisogna mutarlo; ma per ora si mantiene a fine che la Europa non creda sia rovinato in Corsica il finimondo.
- No, io ho osservato, che la spalliera del seggiolone fu fatta alta per modo, che la corona viene per lo appunto ad adattarsi sul capo di quale ci si ponga a sedere.
- A questo non badai.
- Ci ho badato io.
- Orsù via di che temete voi? Che io mi faccia tiranno?
- Pasquale, nelle anime rette la rea passione non entra mai per la porta maestra, ella piglia per dietro, e si caccia per la gattaiola; penetrata in casa, in un attimo diventa in guisa gigante, che non la puoi buttar fuori dalle porte nè dalle finestre.
Pasquale, io ho veduto perfino le immagini della Immacolata diventare nere per troppo incenso. - Te lodano ogni giorno, e lo meriti; se ti lodassero meno farebbero meglio, e tu saresti savio se a coteste lodi sbardellate ponessi modo; e se, come credo, aborrisci veramente farti tiranno, non pigliare nè manco usanza con le apparenze della tirannide.
- Ma io non mi sono accorto di avere offeso così la temperanza dei padri nostri di lasciare adito a sospetti: in casa mia alla Stretta si adoperano ancora posate di bossolo, e le impannate coprono le finestre.
- Sì, ma qui le usi di argento; e questi, che vedo alle finestre, sono cristalli; nè il velluto, per quanto io sappia, fu mai lavorato in Corsica.
- Come privato vivo secondo l'osservanza antica, ma come magistrato supremo mi parve degno della nostra nazione mostrare alquanto più di decoro.
- E vi parve male. Pensate voi, che Pirro e i suoi legati stimassero più o meno il popolo romano e Fabrizio perchè lo trovarono a cuocere rape?
- Oh! volgevano allora altri tempi; in cotesti giorni di virtù repubblicana la povertà tenevasi in pregio; adesso si reputa colpa; certo la non si legge scritta in verun codice, ma la trovi scolpita in luogo troppo più dannoso, nel cuore umano.
- Pasquale! Pasquale! Picchiatevi il petto, e dite mea culpa; perchè concedeste i passaporti ai francesi? Perchè permetteste i mercati in prossimità dei presidii? L'oro francese serpeggia come veleno nelle vene dei Côrsi; e il lusso non entra mai solo nei paesi, bensì a braccetto della corruzione.
Il Paoli divampò in volto; senza dubbio perchè senti mordersi il cuore: cotesto rimprovero che adesso gli moveva il frate ad alta voce, sovente, come in altra parte fu avvertito da noi, glielo sussurrava sommesso la coscienza; onde piuttosto acerbo rispose: - Voi, usi nei chiostri, delle faccende umane intendete niente. La Corsica difettava di danaro, e per sostenere guerra giusta contro i nemici faceva di bisogno procacciare artiglierie, di ogni maniera, armi, munizioni e simili altri monimenti: ora a tutte queste cose provvidi coi denari del nemico: e senza i mercati concessi, in quale guisa io glieli avrei potuto cavare di tasca? In verità se voi non me lo insegnate non saprei indovinarlo io. I partiti politici presentano sempre molte facce: ogni diritto ha sempre il suo rovescio, e la necessità costringe i cimenti; gli uomini poi non possono prevedere tutte le sequele, di qui, padre Bernardino, di qui, la fortuna buona è la rea. D'altronde ho fatto esperienza di questi fieri fratelli nostri, e non li trovo punto corrotti.
- Oh! qui sui monti no, perchè sui monti si vive più da presso a Dio, ma per le città e le campagne circostanti temo che sia diverso. - Ad ogni modo piaccia alla Provvidenza, che i quattrini francesi rechino minore danno a noi che a loro il ferro che ne abbiamo comprato.
- Padre Bernardino, uditemi: voi per fermo sapete come Marco Aurelio assunto allo impero consegnando la spada al prefetto del palazzo gli dicesse: - Tu con questa difendimi finchè osservo la legge; quando la trasgredissi ammazzami con questa; - e io dico a voi: - pigliate questo pugnale; ve lo do con le medesime intenzioni di Marco Aurelio, pigliate.
- No, Pasquale: vogliate non essere nè manco Marco Aurelio; egli si professò filosofo, ma a fine di conto rimase imperatore; onde a ragione Epitetto evitava disputare con lui, reputando cosa da matto venire a litigio anche di parole con tale che teneva al suo comando sessanta legioni. Coteste erano chiacchere; se Marco Aurelio avesse temuto del prefetto questi avrebbe finito come la giustizia di Arragona. Persuadetevi, giova più per tutti procurare che il male non accada, che rimediarci accaduto.
- Ma adesso che questo benedetto trono sta su ritto, io non so a qual santo votarmi.
- Non vi date travaglio per ciò, ecco, che io vi profferisco un partito bellissimo: assettatevi accanto al trono, e se taluno interroga, perchè usiate così, e voi rispondete: il trono fu eretto per la libertà della nazione, la quale, comecchè sia ente astratto pure noi tutti dobbiamo estimare presente alle nostre deliberazioni, affinchè ella ci infonda partiti degni di lei.
- Mi piace; così farò, siete contento?
- Sì, sono; ma vorrei un'altra grazia da voi; la ricuserete all'amico di vostro padre?
- Parlate.
- Vorrei, che mi diceste proprio col cuore se vi siete avuto a male di quanto vi discorsi?
- Datemi la mano: ecco io ve la bacio come quella di mio padre quando mi castigava per mio bene.
- Ed io, soggiunse il frate liberando la sua mano e ponendola sul capo al generale, vi benedico, come avrebbe fatto la grande anima del povero signor Giacinto, nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo.
Il presidente della Consulta, Paolo Luigi Vinciguerra, poichè tutti si furono assettati, in mezzo al silenzio universale, volto al Paoli gli disse: - Esponete.
Il Paoli parlò in piano stile, e disse delle pratiche tenute, mediatrice la Francia, con la repubblica di Genova per la pace, essere state respinte le offerte del tributo annuo di lire 40 mila pel feudo di Bonifazio e per Capraja, le franchigie commerciali, e le cerne di soldati côrsi in tempo di guerra: allora, poichè ai repubblicani genovesi coceva tanto la perdita del titolo di re, avere proposto che sel tenessero, e la Corsica, purchè sgombra di loro, avrebbe retribuito un omaggio annuale a mo' che il Re di Sicilia costumava con Roma: in oltre (e questo era quel più, che da lui si fosse potuto consentire) tenesse Genova presidio in qualche città litoranea della Corsica: nè anche questo avere potuto attecchire. Fra tanto i gesuiti spinti fuori di Spagna essere stati accolti dai Genovesi in Calvi, Ajaccio, Algajola, dalla qual cosa inalberati i Francesi votarono codesti presidii; noi stavamo a un pelo di occuparli; si posero fra mezzo i Francesi, perchè fino al termine della lega gli lasciassimo stare; allora se Genova non si fosse composta con esso noi ci chiarivano liberi di tutelare i nostri diritti come la intendessimo. Desideroso tenermi bene edificata la Francia, obbedii. Di un tratto la Francia, o piuttosto il suo ministro duca di Choiseul, pari all'amico che frequentando la casa dello amico ne concupisce la moglie, promette lasciare libera la Corsica di governarsi a suo senno, a patto che gli concediamo noi San Fiorenzo e Bastia con tutta la contrada, che da queste due città si distende fino a Capo Côrso. E' parve pretensione strana, perchè in breve spazio due governi diversi e per necessità ostili non potevano durare; massime se potentissimo l'uno, e l'altro si sente ed è in effetto debole; la pignatta di ferro accanto a quella di coccio; per ultimo, popoli da evo immemorabile congiunti, di repente lacerati; dissi: amare meglio ci sottomettessero interi, che pigliarci a questo modo divisi. Onde non lasciare intentato spediente per vedere se umiltà vincesse superbia, offersi altresì che il re di Francia assumesse titolo e ufficio di protettore della libertà Côrsa, per difendere la quale presidiasse Bastia, San Fiorenzo e Capo Côrso. Risposero smettessero i Côrsi l'audacia di presumere che il Cristianissimo volesse accettare di simile sorte confederati. Subito dopo corse una voce molesta, che la Francia avesse comprato noi altri da Genova; da Genova, contro la tirannide della quale un giorno ci somministrò armi e sussidii; da Genova, contro la tirannide della quale ai tempi nostri stette per difenditrice; da Genova, che sa non potere vantare su di noi potestà se non convenzionata, e però tale che senza il consenso delle parti contraenti non possa mutarsi; e compra noi altri che da quaranta anni ci travagliamo nelle lotte sanguinose della libertà, come il macellaio costuma un branco di montoni. La Francia è potente, troppo potente per noi, onde potrebbe astenersi dagli inganni; ma no, le piace approfittarsi anche di questi, e mentre il duca di Choiseul mi manda a dire, che delle nuove milizie spedite in Corsica io non mi adombri, ecco che il conte di Marbeuf appena sbarcato m'intima a rimettergli in mano senza indugio San Fiorenzo, Bastia, Algaiola, Isola Rossa, Macinaggio, e Gornali. Risposi breve: averli i Côrsi acquistati col sangue; senza sangue non li avrebbero lasciati. Il marchese di Chauvelin, capitano della impresa, da Bastia ha pubblicato il suo bando; voi lo conoscete; promette farvi del bene assai, e confida di non avervi a trattare da ribelli; e voi dovete estimarvi avventurosi di essere cascati nella servitù della Francia, perchè la libertà non temperata da buoni ordinamenti mena i popoli alla servitù. Frattanto si rompe slealmente la guerra prima che spiri la tregua, e, malgrado la resistenza dei nostri, parte del Nebbio, molti luoghi di Casinca e di Capo Côrso vengono espugnati da loro. Già la gazzetta di Francia ridonda delle iattanze consuete intorno al valore ed alla fortuna delle armi del Re. È inutile che io v'informi come la mia fama sia fatta segno di vituperii; dove io, essi affermano, dove io non insidiassi la libertà vostra, forse avrei avuto virtù per governarvi con gloria; i cieli vi destinano a sovrano Luigi XV il quale possiede certo le virtù di reggervi con gloria serbando intatta la vostra libertà. A me poi se lamento la iniqua oppressione rispondono: colpa vostra; perchè quando volevamo mutilare la Corsica del Capo Côrso, di San Fiorenzo e di Bastia, voi urlaste meglio è che le tolghiate addirittura la vita; noi abbiamo visto, che voi avevate ragione e l'ammazziamo. In questa guisa si ragiona in Francia. Adesso che vi ho esposto lo stato delle cose nel quale ci versiamo, deliberate voi liberamente se vi piaccia accordare o piuttosto respingere la forza con la forza: se vi garbi la pace, io tornerò in esilio dispiacente di non aver fatto per la mia patria quanto poteva, e senza dubbio poi quanto voleva, pure sempre obbediente ai voleri del popolo, sia restando, sia partendo; se all'opposto sceglierete la guerra, considerate se l'abbia ad amministrare io od altri; se giudicherete altri, dirò come la madre di Brasida diceva del figliuolo: esulto, che la patria abbia cittadini migliori di me; se io, sarò una spada nelle vostre mani, la quale percoterà sempre, finchè o non vinca o si rompa.
Così avendo parlato si disponeva a partire, quando Marco Aurelio Rossi oratore della Consulta saltò su a dire, non doversi a verun patto permettere, che in faccenda tanto grave il generale si allontanasse: rimanesse, e quasi anima dell'assemblea con i suoi consigli la ispirasse.
- Che piacenterie sono queste, oratore? proruppe sdegnoso il padre Bernardino Casacconi, il quale giusto sedeva nella Consulta come procuratore del Comune di Casacconi. - Non vi vergognate? chi fece la legge primo la obbedisca: fuori il generale.
- E ciò, soggiunse pacato il Paoli, tanto più importa che sia in quanto che restando non mancherebbero di bociare su pei canti avere io con rigiri strascinata la Consulta alle mie voglie. Il procuratore di Casacconi ha ragione; concedete, che io vi lasci liberi a discutere il partito desiderando, e sperando, che riesca quale la dignità della Patria aspetta da voi.
Uscito di chiesa con piccola accompagnatura intendeva tornarsene a casa per aspettare costà il partito della Consulta, ma il capo gli bolliva così, che gli parve bene rimanersi alcun poco all'aria aperta. Intanto che andava pensieroso s'imbattè nel colonnello Valcroissant, il quale in compagnia di certo suo ufficiale di ordinanza, e di Altobello Alando datogli in quel giorno di guardia, percorreva le strade notando diligentissimamente i casi che si succedevano. Appena il colonnello ebbe scorto il generale gli si fe' incontro, e dopo alternati i saluti, gli domandò:
- Or come avviene, signor generale, che non vi troviate a presiedere la consulta?
- A me non tocca.
- Sia pure così: ma almeno dovreste stare presente alle deliberazioni, massime quando scottano davvero.
- La legge mi esclude giusto perchè il negozio è serio; mi pareva avervelo già avvertito...
- Sicuro, ma io credeva, che voi...
- Avessi dato ad intendervi una bugia; ecco a che siete ridotti voi altri Francesi; chiunque vuole ingannarvi d'ora in poi non avrà a fare altro, che dirvi la verità.
- Vorrei domandarvi un favore, signor generale.
- Parlate.
- Desidero, che mi permettiate visitare il castello.
- Venite meco; io non ci vedo alcun male, perchè quando la guerra si ridurrà attorno al castello, e' sarà come la vita, che si stringe al cuore, per cessare.
Innanzi di porre piede dentro al castello venne fatto al colonnello di osservare una casa tutta piena di cicatrici fattevi dalle palle di carabina, e di spingarda; quelle di cannone erano state murate; pure se ne osservano tuttavia le toppe. Pertanto il colonnello, preso da vaghezza di sapere che fosse, interrogò:
- Qui si fece battaglia a quello che pare?
- E terribile, rispose il generale. Questa fu casa di Giampiero Gaffori: allorchè il commissario Giustiniano gli fece rapire il figliuolo, la moglie sua ch'è donna feroce gli andò incontro forsennata urlando: Giampiero, rendimi il figlio! - E Giampiero, condotte notte tempo bertesche e feritoie intorno casa sua, cominciò su l'alba a fulminare quanti Genovesi si affacciavano ai baluardi; il commissario ordina gli si sfasci la casa con le artiglierie; ma provò che questo era più agevole a dirsi che a farsi, imperciocchè quanti artiglieri comparivano a maneggiare il pezzo tanti colti di punto in bianco andavano a gambe all'aria. Allora il diavolo agguantava per i capelli il commissario, il quale ordinò pigliassero il figliuolo del Gaffori, lo legassero sul piano della cannoniera, intantochè riparati da lui potessero gli artiglieri ammannire con sicurezza il pezzo. Ai nostri atterriti da simile vista cascano le braccia, e si volsero al Gaffori senza far motto, ma in atto di domandargli: e ora che pesci si piglia? - Sicuro, uno strettone se lo sentì dare il Gaffori, ed anche dei buoni, ma scosse il capo disse: badate a tirare diritto: - magari! se possiamo scansarlo! - Se Dio non vuole noi generiamo i figliuoli appunto perchè muoiano per la Patria.
- E questi fu quel Gaffori che poi i Côrsi assassinarono? domandò malignamente il Valcroissant.
- Cioè due o tre Côrsi a istigazione del diavolo, e dei Genovesi.
- E ci abitano sempre i Gaffori?
- No, di presente l'abita un giovane, assai cosa mia, di Aiaccio, originario di Toscana, che si chiama Carlo Buonaparte con la moglie Letizia Ramorino.
Esaminato ch'ebbe il Valcroissant il castello disse: certo deve essere stato costruito quando non si conoscevano le artiglierie.
- Si adoperavano, ma a stento; le memorie avvertono lo fabbricasse Vincentello d'Istria sul principio del 1500.
- Di fatti, oggi con quei monti a ridosso, che lo pigliano a cavaliere non potrebbe fare resistenza contro a nemico munito di artiglierie.
- Ed io non avrei mancato di fortificare coteste alture se non sapessi, che non sarà decisa qui la causa della libertà côrsa. Oh! ecco qui; questa è la cannoniera dove fu attaccato il figliuolo del Gaffori.
- Perchè non ci mettete un marmo, che rammenti il fatto?
- Le memorie di marmo e di bronzo sono mute quando il cuore degli uomini dimentica. I Côrsi non hanno mestieri sveglie per ricordare le prodezze dei loro padri; e poi troppo marmo ci vorrìa per indicarle tutte. - Se non vi gira il capo, colonnello, mirate un po' che precipizio!
Il colonnello agguantandosi al parapetto sporse la testa per vedere il pauroso dirupo su cui sta il castello, e lo ricinge da tutti i lati, tranne il settentrionale dove pure la strada appariva sì stretta, che due persone ci si potevano erpicare a gran pena.
- Sta bene; lo trovo proprio quale lo descrive il Tuano: - arx Curiæ saxo fere undique prærupto imposita; - e da che nasce quel ribollimento di acque laggiù in fondo, che anche di qua mette paura a vederlo?
- Colà le acque della Restonica si azzuffano con quelle del Tavignano, ma fatta subito la pace procedono poi di amore, e d'accordo fino al mare. La Restonica, forse per menare un'arena fina possiede la virtù di forbire ogni maniera di metalli, massime il ferro; onde noi altri vi lasciamo immerse canne da schioppi e ferramenti per pulirli dalla ruggine. Il balzo come voi dite fa rabbrividire a mirarlo, e nondimeno non una, ma parecchie volte i Côrsi prigionieri dei Genovesi ci si misero giù a repentaglio, e si salvarono sempre.
Intanto nella chiesa di S. Marcello si faceva un gran tramestio tra i procuratori intorno al partito da vincersi per la pace o per la guerra: e colà come altrove coloro che in fondo volevano che la guerra spuntasse, più degli altri sembravano avversarla, però i difensori della pace, mentiti, o veraci, di petto ai contrarii erano pochi, e le ragioni non facevano frutto. Ormai le voci discordanti ogni momento più si accordavano nel grido: Guerra! guerra! quando il padre Mariani detto il Rosso da Corbara levandosi con impeto esclamò: - Guerra! guerra! Se a farla fosse agevole come a dirla adesso chi più di me sentireste arrangolato a gridarla? Contro cui di grazia combatteremo questa guerra? Contro il re di Francia, tra i potentati di tutta cristianità potentissimo? Avete forse Mosè, che divida le acque del mar Rosso con la verga? O forse contate fra voi Giosuè che valga a fermare il sole? Qui ci vogliono miracoli; perchè co' partiti ordinarii dove possiamo riuscire, io davvero non comprendo. E noi che siamo? Un pizzicotto di gente seminato su di uno127 scoglio in mezzo al mare, senza quattrini, senza fortezze, senza munizioni, senza soldati esperti nei modi della moderna disciplina. Coraggio possediamo, anzi di questo ce ne ha di avanzo; ma questo basta per morire, non basta per vincere: e qui entrando in confronti prolungati, e minuti gli riusciva facile mostrare a prova, che la guerra era partito da gente disperata; per la qual cosa consigliava si piegasse il capo alla fortuna, non rendendo pessimo con la resistenza uno stato a bastanza lacrimevole; come conforto della libertà perduta pigliassero quei beni che la coscienza estorceva di mano al non giusto dominatore.
Al frate Mariani rispose un altro frate e fu padre Lionardo Grimaldi da Campoloro; le parole di costui non andarono esenti da passione, anzi ce ne entrò di molta, ma così parvero allora persuadenti, che la storia in parte e la tradizione ce le conservarono: vale il pregio riportarle, non fosse altro per conoscere come or fa quasi cento anni sapessero i frati favellare in Corsica.
- Quando gli Ateniesi ammazzarono Licida persuasore di accordi col barbaro, male provvidero alla fama e agl'interessi loro. Noi permettendo, anzi lodando le libere parole ci mostriamo assai più civili degli Ateniesi, e meglio esperti nei governi dello Stato. Di fatti uditi diligentemente i difensori della pace abbiamo sommato questo, che dobbiamo astenerci dalla guerra, perchè la perderemmo di certo. Veramente non possediamo Moisè, ma ne anco gli Ateniesi lo ebbero; ed entrambi questi popoli o non conobbero fortezze, o le abbandonarono, chè il mare, i monti, e i petti degli uomini sentirono essere fortezze di bontà supreme, e pure vinsero in mare e in terra eserciti, e armate piuttosto immani che grandi, fugarono re potentissimi, nè contarono i nemici tranne per seppellirli. Ma lasciamo in disparte gli esempi antichi, veniamo ai moderni, anzi ai nostri: se Federigo re di Prussia invece di combattere i nemici si fosse giù gittato a confrontare il numero di quelli col numero dei proprii soldati, all'ora che corre se gli restava il marchesato di Brandeburgo era bazza. E sì che gli Svizzeri quando superarono i Tedeschi si avvantaggiarono dei monti, gli Olandesi per annegare i Francesi apersero le cateratte dei dicchi, ma Federigo non potè approfittarsi di monti, e nè di dicchi; forse opponete che il re di Prussia eredò dal padre copia di danari, e di omaccioni alti sei piedi e più, ed io rispondo, che i quattrini non erano tanti e poi li spese, e che gli uomini non si misurano a canne, e noi sortimmo dalla natura corpi infaticati, anima sicura, e combattiamo per la libertà, mentre quei bestioni Prussiani si battevano pel padrone. Ma, santa fede! oh! che sarebbe la prima volta questa che i Còrsi combattano contro forze tre, quattro, e sei volte superiori alle loro? Veramente prodi soldati sono i Francesi, ma le vecchie fanterie spagnuole di Carlo V non ebbero vanto fra le prime del mondo? La Francia annovera parecchi illustri capitani, ma il principe Andrea Doria passava forse per un castrato della cappella del Papa? - Non siamo più buoni a quello che seppero fare i nostri vecchi? Forse Dio ci levò il senno, la forza? Oibò; queste cose se non le buttiamo via da noi altri nessuno può levarci. Le nostre madri hanno smessa l'arte di partorire Sampieri? - Ve lo dirò quello che manca a noi, e non128 ebbero i padri nostri. Manca la concordia, manca l'animo deliberato in un proposito: tre fratelli, tre castelli, e questo perchè? Perchè smesse le virtù avite ci piace poltrire negli ozii lascivi, e nelle mollizie del lusso. Troppo più del ferro temo l'oro francese.
Qual'ebbe dalla Francia grado nella milizia, o carico nella magistratura trova il massimo dei beni nella dependenza francese, e già di amico diventò avverso, di lodatore, detrattore, in breve aspettatelo Caino, e Giuda. Per altra parte non vi crediate che la Francia si metta coll'osso del dorso in questa impresa; io so che la piglia a malincuore aggirata dal ministro, che dà ad intendere l'acquisto di Corsica compensarla con usura del Canadà, e di altri luoghi perduti, e ciò per allontanare la disgrazia che minaccia cascarle tra capo e collo; lo stesso re non ci va di buone gambe, uggito delle miserie del popolo, e corrucciato, che altri vada a scombuiarlo nella vita che mena; io so che a dare la balta al ministro ci si è messa con le mani, e co' piedi l'amante, dico male, l'amica, peggio che mai, la donna, ma costei è sfregio delle donne di garbo, insomma quella cosa che il re tiene ai suoi piaceri, e si chiama la Dubarry, di balla col duca di Aguillon il quale da un anno a questa parte dice allo Choiseul: - levati di costà che ci voglio entrare io - e questi fa orecchi di mercante. Per ultimo io vi accerto, che lo Choiseul non chiude mai occhio pel sospetto, che la Inghilterra ci abbia a pigliar parte. Santa fede! si avrebbe a vedere anco questa, che la prima volta che si trovano d'accordo fosse in pregiudizio della povera Corsica; e poi ci va della sicurezza della Inghilterra a impedire che la Francia si allarghi nel mediterraneo, nè si deve credere che voglia attendere, che la pietra sia cascata nel pozzo per darci soccorso. Cotesti Inglesi, più sottili degli aghi che fabbricano, non hanno mestieri imparare da noi, che mentre il cane si gratta la lepre scappa. Mettiamo tutto alla peggio, e meniamo buona la sentenza del padre Corbara; perchè dubiteremo noi del miracolo se sfidati di ogni aiuto terreno porremo ogni nostra speranza nel cielo? Forse non l'operò allorquando Filippo II mosse con la grande armata contro la Inghilterra? Ecco il re spagnuolo già pensa al discorso col quale accoglierà il sindaco di Londra, che gli porta le chiavi della città e in questo mentre Deus afflavit et dissipati sunt; Iddio soffia e vanno tutti al diavolo. E non si obietti che gl'Inglesi essendo eretici questo soccorso non viene da Dio, perchè chi dicesse così mostrerebbe avere poco giudizio: in effetto tra eretici, che difendono la propria libertà, e cattolici, che vanno ad abbacchiarla, la giustizia di Dio non può tentennare. Tuttavolta, amici e fratelli miei, non giace qui il nodo; la questione deve proporsi in quest'altra maniera: supposto, che la Corsica non possa durare contro la potenza di Francia, dobbiamo piegare il collo spontanei alla oppressione, ovvero più che ci è dato resisterle? Patirla, o accettarla? Chi si abbandona Dio abbandona; e l'uomo libero che acconsente alla servitù, non può in seguito tentare di affrancarsene senza taccia di ribellione; sopra tutti dura, e tenace, e meritata la tirannide quando può mettersi la larva della giustizia. Cotesta lanciata nel costato del Diritto è sorella dell'altra che Longino avventò contro Gesù Cristo. - Al contrario la tirannide, la quale ebbe bisogno di far sangue per reggersi, ad ogni piè mosso sdrucciola, e non riesce a camminare; il Diritto ha accompagnato i difensori della Patria nella tomba, e non poteva fare a meno, anzi ci si è rinchiuso con loro; ma non ci sta mica morto per questo, e di tratto in tratto alza il coperchio con la testa e fa capolino per vedere se gli capita dare negli stinchi alla tirannide con un osso di morto, e traboccarla giù in terra. Cento anni di prepotenza, di tirannide e di oppressione non valgono un minuto di Diritto: non lo spengiamo dunque con le nostre mani: procuriamo che sventoli finchè possiamo glorioso sul candelabro; poi quando il temporale soverchia nascondiamolo sotto il moggio, affinchè a tempo debito il popolo trovi dove accendere la fiaccola che propagata di lume in lume lumen de lumine torni a rischiarare la terra. Ah! si muoia una volta, ma in libertà su la patria terra, ed apprendano gli oppressori della nostra Patria che i Côrsi sanno esserci qualche cosa preferibile alla vita; onde tremino anco vincendo129.
La consulta mareggiava muggiando come onda130 flagellata dal vento, ma vedendo che padre Bernardino Casacconi tutto131 aggrondato recavasi in mezzo della chiesa, nel presagio di udire cose singolari si tacque. Il cappuccino levata la mano impetrò l'attenzione degli uditori, e di leggieri l'ottenne, allora con voce sonora e lentamente disse:
- Mi vennero riportate di taluni di voi altri infamie sacrileghe; mi affermarono come vi ha taluno fra voi, che scoperchiata la sepultura di sua madre grida a chi passa: entrate signori, a vedere le ossa di una meretrice: mi accertano, che taluno fra voi così si vanta: io giuro per la Immacolata, che stilla di sangue di mio padre non mi corre nelle vene. Voi fremete tutti d'ira e di rabbia; sta bene, ed io pure, se non mi tratteneva la reverenza dell'abito che porto avrei di un coltello spaccato il cuore all'empio calunniatore. Però in siffatte sventure l'ira non rimedia nulla, nè le pugnalate si ricevono per prova: voi però tanto Dio ama, che vi ha conservato uno spediente di ridurre in cenere con una parola... una parola sola cotanto vituperio. - Qui trasse fuora dalla manica un rotolo di carta il quale, dopo avere spiegato, con molta solennità, lesse: - «il nostro attaccamento, e il nostro rispetto pel Re di Francia sono sempre più umili e inalterabili, e a lui affidando le nostre speranze non avremo più luogo a dubitare in appresso della sua compassione; ma se per disgrazia tanta fiducia ci venisse a mancare, non ci rimane altro che abbandonarci nelle braccia del Dio degli eserciti, e noi ci armeremo di una disperata risoluzione di morire piuttosto gloriosamente in guerra, che ignominiosamente servire, ed essere spettatori dei mali innumerabili che si tramanderebbero alla nostra posterità: laonde termineremo col sentimento dei Maccabei: melius est mori in bello quam videre mala gentis nostræ.»
Così i padri vostri decretarono nel 1733; ora chiunque accetta questa eredità si manifesta figliuolo pietoso e degno cittadino; chi la ricusa dichiara, che intende essere tenuto e chiamato bastardo.
E' fu come mettere fuoco alla mina; dallo scoppio degli urli, fu visto tentennare il Cristo dall'altare maggiore, come se volesse scendere giù dalla croce e mettersi a parte della difesa della libertà; gli stendardi appesi al cornicione presero ad agitarsi violentemente quasi drappellati da mani invisibili; le immagini dei santi, le lapidi delle sepolture si circondarono di un nuvolo di polvere, i campanelli della chiesa scossi dall'aria rotta suonarono; l'acqua santa si spinse impetuosa di contro gli orli delle pilette, e li superò; le fiammelle delle lampade accese davanti il sacramento ventilate sfavillarono; insomma cose animate e inanimate al sacro grido di libertà palpitarono.
La più parte dei procuratori proruppe fuor dalla chiesa, esultanti come gli apostoli uscirono dal paracleto, e come gli apostoli si diffusero fra la moltitudine a bandire l'evangelio; imperciocchè ai montanari côrsi l'annunzio della guerra sonasse proprio lieta novella; taluno però staccate le bandiere dal cornicione della chiesa si fece in fretta a drappellarle su in cima al tetto; altri si attaccò alle funi delle campane tirando giù alla disperata, anzi vi fu tale che tratto fuori dalla passione, dimenticando mollarle andò a dare di picchio col capo al palco quando la campana volse la bocca impetuosamente all'insù; ventimila labbra presero a cavare suoni dai colombi da cacciare i morti dalle sepolture a dieci miglia dintorno, e ventimila dita al punto stesso toccato il grilletto spararono ventimila tra schioppi e pistole a marcio dispetto del padre Casacconi che arrangolava: risparmiate la polvere; ma non lo sentivano, a giudicarne dai gesti furibondi lo pigliavano per lunatico. Non era da credersi, che il castello di Corte fra tanto fracasso eleggesse starsene zitto; in vero appena mirò sventolare le bandiere sul tetto di san Marcello prese a esprimere la sua contentezza a cannonate. Il bombardiere o fosse uomo di poca creanza, ovvero la soverchia gioia gli facesse dare la volta, sparò il cannone dietro le spalle del Paoli e del Valcroissant senza avvertirli, ond'essi spiccarono un salto come caprioli.
- Che significa questa storia? domandò il Valcroissant tutto intronato.
- Significa certamente, che la consulta ha deciso doversi difendere dagl'ingiusti assalti fino all'ultima goccia di sangue.
- Non ci è rimedio, sono matti!
- Silenzio, signore, allorchè gl'Inglesi vinto in più battaglie132 il vostro popolo, scorse le vostre terre, occupato Parigi, una povera villana mosse a sollevare gli spiriti abbattuti, promettendo la vittoria in nome di colui, che esalta gli umili ed abbatte i superbi, la chiamaste matta voi altri? Ciò, che su le sponde della Senna considerate divino, con qual pudore oltraggerete come follia su quelle del Tavignano? Non fate getto di tutte le virtù che onorano i popoli; poichè buttaste fuori di finestra la giustizia, non le mandate dietro il giudizio, e se ad ogni modo vi garba vituperare, pensate prima chi meriti maggiore biasimo fra questi due, o il potente che intende commettere la ingiustizia, o il debole, che mette allo sbaraglio averi, e vita per non patirla.
Il Francese abbassò la coda come il cane il quale abbia assaggiato la mazza, ma per poco; e come la sua natura comportava, indi a breve comparve più baldanzoso di prima; onde nello scendere dal castello avendo veduto un capannello di gente intesa ad ascoltare un uomo che ritto sul muricciuolo delle case Gaffori favellava accompagnandosi con gesti accesissimi volle anch'egli accostarsi mescolandosi ai Côrsi. Invano ne lo dissuadeva il Paoli, e certo è da credersi che se fosse stata nei Côrsi minore o l'osservanza della ospitalità, o la reverenza pel generale, cotesto era mal giorno pel colonnello Valcroissant. Pertanto da veruno offeso e nè meno proverbiato potè mirare un giovane di sembianza gentilesca, di vestire eletto che orava alle turbe in questa sentenza:
«I popoli cultori della libertà avere sofferto strane vicissitudini, le quali però valsero a renderli famosi nella storia. Per isgarare133 il punto tutte le virtù buone, ma la pertinacia suprema. Se a conseguire la libertà bastasse il desiderio, qual gente incontreremmo adesso serva nel mondo? Però se un tanto acquisto costasse così poca fatica non sarebbero giudicati pari alle divinità gli uomini, che la patria loro condussero, o restituirono a libertà. Sciaguratamente la esperienza dimostra come gli stati liberi movano in altrui non ammirazione sola, bensì ancora invidia, ed odio, onde se una parte di Europa affila il coltello per segarci le vene, e l'altra mostra volersi stare neghittosa a vedere la strage, voi non anderete lontani dal vero se pensate ch'elleno facciano tutte così per levarsi davanti gli occhi una nazione, che avendo il cuore più grande della fortuna sotto ruvidi panni rinfaccia al mondo la sua viltà. Prodi uomini! adesso siamo giunti alle134 strette davvero; ora vedremo di che qualità fossero i nostri padri, e di che noi; e se queglino sopportarono fatiche ed affanni e l'anima sdegnosa versarono solo perchè alla prova noi avessimo a comparire indegni perfino dell'acqua del battesimo, che ci fu data, perfino immeritevoli della sembianza umana che ci compartirono. Io lo confesso; mi riesce duro a pensare, che quel medesimo re il quale s'interpose una volta affinchè i Genovesi non ci opprimessero, e da cui speravamo protezione e sollievo, ora intenda abbattere la nostra libertà; tuttavia se il cielo ha decretato, che il monarca più potente della terra venga a combattere il popolo più piccolo, accettiamo con franco petto la prova, imperocchè ci si para la occasione di vivere o di morire ugualmente gloriosi. Prodi uomini! Si pretende, che gente assoldata stia sul punto di mettere a repentaglio la vita per interessi non suoi, e per vantaggio della tirannide, e a noi mancherà il cuore di esporre la nostra per interessi proprii, e per la libertà? Fate dunque di vincere con la vostra prontezza la comune aspettazione, affinchè il nemico si persuada, che altro è volere, ed altro potere ridurre in servitù un popolo libero.»
Questi concetti dell'oratore ci ha conservato la storia e tanto parvero onesti allo stesso francese, che si sentì invogliato di sapere il nome del giovane oratore. Il Paoli interrogato da lui rispose:
- Egli è il gentiluomo di Ajaccio assai mio familiare, che si chiama Carlo Buonaparte135 ed è quel desso, che ora abita la casa Gaffori; i suoi maggiori avendo esulato di Toscana per causa della libertà, è naturale che da pari suo continui ad amarla.
- Costui per certo non verrà mai a vivere in Francia.
- Chi sa, che il destino non ce lo meni a morire.
Accostandosi vie più al centro della terra occorse loro una frotta di donne stipate intorno alla croce della chiesa di san Marcello come pecore sotto la sponda dei castagni quando diluvia; solo ne appariva una ritta a canto la croce in atto di parlare.
- Forse reciteranno il rosario, osservò il Valcroissant.
- Penso, che non la indovinate, rispose il Paoli, affrettiamo il passo; avvegnachè le donne sieno di poco più mansuete degli uomini: spero che non correremo pericolo ad accostarci.
In effetto si accostarono, e giunsero in tempo per ascoltare le ultime parole della zitella su ritta accanto alla croce, le quali furono:
- E siccome non ci ha dolore al mondo, che vinca il dolore di madre nel contemplare i suoi figliuoli intisichire nella servitù, così votiamo a' piedi di questa croce, a Gesù Cristo, che ci ascolta, che veruna di noi si congiungerà in matrimonio se non dopo finita la guerra.
Assentirono tutte non senza gemiti di dolore, o accenti d'ira giusta l'indole di ciascuna di loro; e il Valcroissant quinci torcendo il cammino, tentennato il capo, diceva: - ecco un voto ch'è più facile profferire, che osservare.
Non lo udì il Paoli, che conosciuta la zitella si volse a salutarla: ella era Serena, figliuola dell'Albertini assassinato. Il generale, prima di entrare in casa, si fermò sopra la soglia, dove, dopo avere fatto non so quale cenno a Minuto Grosso, che salì lesto le scale prese a favellare in questa sentenza:
- Signor colonnello, voi avete udito la deliberazione della Consulta, e qualora vi piaccia potete aggiungere se spontanea o provocata da me. Adesso la vostra presenza qui non gioverebbe più a noi, e nè a voi. Iddio assista la causa migliore, Altobello, pigliate una dozzina di guardie, e scortate l'oratore francese, e la sua compagnia a qualche miglio fuori di Corte; voi Ambrogio gli servirete di guida fino alla foce del Golo per la via di Accia procurando non deviare mai dalla strada battuta. - In questa scese Minuto Grosso con un foglio stampato, e una penna; il Paoli prese l'uno e l'altra, scrisse il suo nome, e poi consegnata la carta ad Ambrogio aggiunse: - questo è il passaporto: dove occorra mettetelo subito fuori, e minacciate da parte del Supremo Consiglio, a cui si attentasse toccare a questo ufficiale pure un capello, severissime pene...
- Come? correrebbe forse pericolo un ambasciatore di S. M. Cristianissima? Così osservano la fede quaggiù? Di questa sorte è dunque la vantata lealtà côrsa?...
- Col riprendere aspramente i vizî altrui voi siete usi di onestare i proprii, cavaliere Valcroissant. Voi foste i primi a violare la fede assaltando a tradimento Patrimonio, e Barbaggio...
- Signor generale, questo è tale oltraggio che un soldato di Sua Maestà....
Ma il generale trattolo in disparte con voce turbata, quantunque sommessa, soggiunse: - Tacete, e ripigliatevi questi danari e questi arnesi co' quali voi, ospite, che invocate il diritto di ospitalità, tentaste corrompermi i miei servitori. Se voi altri conservaste in cuore uno scampolo di quelle virtù di cui tenete fondaco su le labbra, beati voi! felice il mondo! Partite, e più presto tra me e voi porrete il tratto che giace tra Corte e Bastia, tanto meglio farete. Addio.
Il cavaliere Valcroissant, quantunque rotto ad ogni sfrontatezza cortigiana, sentì salirsi le vampe alla faccia; appena ebbe balia di salutare il generale, e mogio mogio tornò a casa. Colà ridotto, la mortificazione testè ricevuta non ebbe, a quanto sembra, valore di sconcertarlo in guisa da impedirgli di aprire l'involto per vedere se alcuno mancasse dei danari o degli arnesi donati. Bisogna confessarlo a malincuore: non ci erano tutti; onde il Valcroissant ebbe ragione di fregarsi le mani in atto di compiacenza; non l'ebbe ad esclamare: - siamo a cavallo!
Ebbe ragione di rallegrarsi perchè non sentirsi soli dà fiato anche ai tristi; sarà se volete allegria di dannati, ma la cosa sta come la conto; ebbe torto, perchè un diavolo, ed anco due non fanno l'inferno, e prima di venire a capo della libertà della Corsica e' sarà forza mandar giù pane pentito, e di molto.
Si affrettò pertanto il cavaliere a partire; Ambrogio gli camminava dinanzi ad esplorare la strada, poi veniva il cavaliere solo assai torbo in vista; dietro la sua compagnia, e con la scorta condotta da Altobello di Alando, formava parte della comitiva del colonnello Rinaldo Cassagnac, purissimo sangue guascone, che le sparava grosse come campanili, ma da questo difetto in fuori, mettici un po' di prepotente e un tantino di bue, era la miglior pasta di giovane che vivesse in Parigi; egli e Altobello a voce sommessa alternarono lungo la via discorsi pei quali si sentirono tratti a stimarsi scambievolmente: sicchè quando furono in procinto di lasciarsi, l'Alando gli disse:
- Voi siete un giovane dabbene, signor Rinaldo, e al tutto degno di combattere per una causa migliore.
- Potrebbe darsi; ma non importa; voi capite bene, signor Alando, che io non posso presentarmi in corte per dichiarare al Re, che sta in bilico di commettere una solenne castroneria; a noi bisogna obbedire.
- Sarà...
- Come? ne dubitereste?
- Adesso non fa caso ragionarne; forse la non vi parrà sempre così. Intanto pregovi di accettare questo pugnale côrso in ricordo di me...
- Un pugnale! un milione e mezzo di grazie; noi altri non usiamo di cotesta generazione d'armi.
- Eh! via pigliate; adoperato alla scoperta il pugnale desidera più cuore della spada, e circa a maneggiarlo alla sordina, caro signor Rinaldo, o che credete, che non leggiamo libri noi? Di quale arme morì Enrico III? E con quale arme trafissero Enrico IV? Anzi il prediletto Re, che adesso vi regge, non corse pericolo di trovarsi stilettato dal Damiens? Su, su, pigliate, ve ne stuzzicherete i denti. Di un altra cosa io vo' pregarvi, se mai ci avessimo ad incontrare sul campo di battaglia promettiamoci di scansarci.
- Voi mi chiedete un terribile sagrifizio; ma non importa, ad ogni modo ve lo prometto, perchè capisco che a trovarsi nella necessità di ammazzare uno dei migliori amici che abbiamo deve essere una cosa... una cosa da fendere il cuore.
- Sta bene; io vi supplico per pura amicizia di non essere ucciso dalle vostre mani.
- Toccate qua, disse Rinaldo, porgendo la destra ad Altobello, intanto che con la manca si lisciava le basette: - è negozio conchiuso.
L'Alando licenziandosi con assai cerimonie dal colonnello lo lasciò alla condotta di Ambrogio, il quale prese a studiare con più diligenza il passo, andando su e giù e sovente internandosi nei macchioni da parte come costuma il cane inteso a levare le starne: in effetti egli ne aveva cagione perchè ad ora di sopra le siepi, o di mezzo le fronde dei cornioli si vedevano scaturire canne da schioppi e berretti appuntati da mettere il ribrezzo addosso anco ai più audaci: se non che Ambrogio accorreva pronto agitando dalla lontana sul capo il foglio sottoscritto dal generale, arragolando: - Salvacondotto! - Parlamentario! - Passo libero sotto pena di forca.
E il Valcroissant, che capiva non doversi scherzare coll'orso, non risparmiava scappellate nè baciamani, salutando anche quando non vedeva nessuno: amici miei! miei figliuoli!
Come Dio volle verso sera arrivarono alla Foce di Golo, e Ambrogio fermatosi in capo al ponte disse:
- Signore, finchè venendo con me voi correvate pericolo vi ho accompagnato; adesso che inoltrandomi con voi il pericolo sarebbe mio permettete che vi lasci con la buona sera.
- Gran mercè, signor Ambrogio, mille complimenti al signor generale e accettate questo per bere - e così parlando gli cacciò in mano un bellissimo luigi doppio nuovo di zecca. Ambrogio monete d'oro non ne aveva mai viste, sicchè guardava questa con infinita curiosità; il Valcroissant covava con gli occhi Ambrogio a mo' che fa il rospo all'usignolo; all'ultimo questi domandò; ed a che è buono questo coso signore?
- A che è buono? Ti senti fame, egli ti darà da mangiare. Hai sete, ed egli ti porgerà da bere. Vuoi amore? Te ne comprerà a sporte. Desideri amici? Mettilo dicontro al sole e gli amici ti cascheranno addosso al pari delle allodole attirate dallo specchietto. Ti stucca un nemico? basta che tu consenta a perdere questo pollice di oro, tu gli farai consegnare un palmo di ferro nella pancia o nella gola a tua scelta. Secondo a te piaccia egli ti spalancherà a due imposte le porte del peccato o della grazia; i tuoi pensieri possono fargli crescere l'ali come ad un cherubino e trasportarti in paradiso, o granfie da diavolo che ti traboccheranno nello inferno: piglia la moneta di oro... ella può tutto.
- Io credo che sbagliate, ed è chiaro; spesso mi trovo su i monti in mezzo ai boschi, e colà se mi chiappa la fame do una squassatina ad un castagno, ed egli mi piove di desinare; se la sete faccio con le mani scodella alla prima cascata del torrente ed ecco la bevanda; di questi miracoli non opera il vostro luigi di certo: lo amore quando era giovane me lo dava l'amore; allora e adesso l'amicizia mi genera amici: quanto a nemici me li aggiusto da me; le mie devozioni si trovano da sè la via del paradiso, Dio mi salvi da quella dello inferno. Forse nelle vostre città la moneta d'oro partorisce tutte le belle cose che voi dite: qui non ha corso; e poi perchè mi date questa d'oro?
- Perchè mi avete scortato fin qui; ogni servizio merita136 premio.
- Curiosa! Mostrare la strada lo chiamate servizio: per noi è dovere, come dare acqua, fuoco ed anco un po' di pane quando ne abbiamo; rispetto a servizio, badate bene, io non ve lo avrei reso nè anco a patto di diventare re; e lo feci per obbedire ai comandi di Sua Eccellenza, e non parliamone più. Prima di rendervela però vorrei che mi diceste che sia questo segno qui sopra.
- Cotesta è la sacra immagine di S. M. Cristianissima il re di Francia - rispose il Valcroissant, levandosi il cappello.
- Il re di Francia è vostro padrone, n'è vero? - Padrone, e signore. - Ma sarebbe egli forse parente della Immacolata, che voi vi levate il cappello?
- Certamente, e perciò gli fu concessa la facoltà di operare miracoli, come sarebbe guarire scrofole solo a toccarle col dito grosso del piede.
- Oh! guarda via, ma allora perchè non ci segnarono il piede, mentre su la moneta io non vedo altro che il capo?
- Ci effigiarono la testa come quella che è la più nobile parte del corpo.
- Ma sapete, signore, che io vi trovo mal fatto mostrare così ad ogni momento il capo del vostro padrone, cugino della Immacolata, separato dal busto; anche noi abbiamo per arme la testa di Moro; però qui ci sta a capello, perchè un giorno una gentaccia avara venne di fuori per impadronirsi della isola, e i nostri padri che non volevano padroni, a quanti di questa gente, che era saracina, cascavano loro nelle mani a tanti tagliavano la testa; poi la pigliarono per impresa a fine che i loro discendenti senza tanti discorsi imparassero l'arte, caso mai si rinnovasse il fastidio.
- Stupenda in verità! Dai vostri discorsi potrebbe inferirsi, che la testa del re mostrata ai Francesi potesse far venire in essi il ticchio di tagliargliela. Curiosa!... Curiosa!... merita proprio che la noti al taccuino.
- Oè, urlò Ambrogio al colonnello, che spronato il cavallo si allontanava, oè, e di questa moneta che ho da farne?
- Quello che vuoi; un cavaliere non ripiglia mai quello che ha dato.
- E nè manco un Côrso serba quello che non ha accettato - e la scaraventava dentro le acque del Golo aggiungendo: - Così potessi buttarci tutte quelle che ci portaste, insieme con coloro che ce le portarono.
Poichè ebbe percorso di galoppo un buon tratto di via, il colonnello Valcroissant mettendo a passo il cavallo disse a Rinaldo:
- Capitano Cassagnac, ho paura che S. M. comprando questa isola abbia fatto un negozio da figliuolo di famiglia. - Era quello che pensava ancor io; ricusano l'oro. - Non tutti però. - E regalano il ferro; guardate, mi hanno donato questo stiletto; non so perchè mi dà cattivo augurio. - Chi ha da mangiarla la lavi; quanto a me basta poter dire sempre come ogni altro buon francese: viva il re. - Viva il re, rispose il capitano, ed ambedue rilanciarono i cavalli al galoppo.
La natura dei Francesi è inchinevole alla iattanza, e per questa volta, considerata la facilità con la quale avevano fatto impressione nell'isola, non sembrava fuori di luogo nella più parte di loro; se nonchè quelli che eran pratici del paese tentennando il capo dicevano: prima di vendere la pelle dell'orso aspettate ad averlo preso. Intanto al Paoli ogni dì più si rendeva necessario percuotere un gran colpo, sia per dare animo ai suoi, sia per rintuzzare la baldanza nemica; a questo fine tu vedevi un insolito affaccendarsi intorno al palazzo: chi andava, chi veniva a piedi e a cavallo; preti, frati, montanari, pianigiani, gente insomma di ogni generazione; e chi portava rapporti dai posti avanzati e chi esplorazioni proprie. Fu detto, e bene, che presso i medici la menzogna si converte sovente in virtù, e tuttavolta l'amore di Patria possiede maggiore prestanza; imperciocchè in grazia sua la spia in ogni tempo e in ogni luogo obbrobrio della natura umana, diventa sacra come quella che senza gloria corre supremi pericoli; talora senza premio di sorte, e sempre senza premio condegno dei rischi ai quali si espone. Taluni partivano con ordini, altri con inviti o preghiere o istruzioni; brevemente, contemplando cotesto brulichio, e l'altro che sotto la sferza del sole facevano allora le formiche, tu non avresti saputo se quello a questo, o questo a quello potevasi con maggiore convenienza paragonare.
Altobello in compagnia degli altri ufficiali da mattina a sera attendevano ad ammaestrare giovani e vecchi nelle mosse militari: da principio incontrarono difficoltà e quasi disperarono; ma quando, cessati gli esercizii a solo, i militi si agglomerarono, si spiegarono in ordinanza e condussero sul terreno tutti gli altri movimenti che sono massima parte dell'arte soldatesca, non è da dirsi il gusto che ci pigliavano; anzi non trovavano verso di farli riposare nè manco nelle ore più calde: ritiratisi gli ufficiali, i soldati continuavano da per sè soli mettendosi a capo quelli che si palesavano meglio prestanti. Clemente Paoli, come gli altri, contemplava da prima quei giri e rigiri, e rideva a fior di labbro quasi sprezzando: anch'egli insegna, ma a spaccare una noce messa su di un ramo di larice a sessanta e più passi di lontananza: e i più vecchi stavano con lui. Altobello, guardando i tiri maravigliosi di Clemente, notò come dall'acciarino, quando egli scattava il cane, oltre la vampa e il fuoco della polvere accesa prorompesse un lampo che abbarbagliava gli occhi, e non sapendo a che cosa attribuirlo era voglioso di domandarglielo; la occasione non si fece troppo aspettare, dacchè Clemente considerata la solerzia del giovane, e preso in buon concetto gli esercizii militari, quando ebbe a confessarne la efficacia incominciò a ricercare la compagnia di lui: a vero dire Altobello da parte sua non sentì per qualche giorno minore repugnanza per Clemente; gli mettevano ribrezzo quel viso truce riarso dal sole, gli occhi chiazzati di bile e di sangue, ora socchiusi e come coperti di velo ed ora sbarrati e fulminanti; ma poi gli piacquero quel maneggiare disinvolto che Clemente faceva dello schioppo come se fosse un giunco, e il tiro infallibile; la modestia, il valore celebrato da tutti ed anco il suo ragionare, però che egli usasse armare la mente di sillogismi taglienti come il suo stile; e battagliava feroce con le argomentazioni del pari che con le ferite. La gente côrsa, che non temeva nulla, pigliava soggezione di Clemente; onde appena lo mirava comparire soleva susurrare: - bada alla burrasca, il signor Clemente è alle viste! - Per ultimo l'affetto di Clemente traboccò per così dire sopra Altobello, allorchè un giorno quegli avendolo pregato di attendere tanto che ei potesse recitare le sue orazioni, Altobello gli rispose: - e non potrei pregare con voi? - Ed egli: con tutto il cuore, figliuol mio, con tutto il cuore. Da quel momento in poi il signor Clemente si compiaceva ripetere che il Signore in sollievo della sua vecchiaia gli aveva donato un figliuolo. Allora come è da credere Altobello trovò il destro d'interrogare Clemente da che cosa nascesse il lampo che balenava dal suo acciarino: sorrise a tanto il vecchio; e soddisfacendo volentieri al desiderio dell'Alando gli disse: - mirate un po'; che cosa vi parrebbe che fosse questa pietra focaia?
- Non so; mi sembrerebbe137 a prima vista cristallo.
- Giusto; avete indovinato; è cristallo di rocca, e la natura lo foggia pentagono, che meglio non potrebbe il lapidario; lo trovano sul margine del lago Ino, ed anche talvolta nelle montagne d'Istria: ridotto a pietra di archibugio lo sperimento unico in bontà, e quando in lui si rinfrange la vampa della polvere, come avete notato, balena: ne ho in serbo parecchi pezzi e ve ne donerò uno o due; consento gli adoperiate, perchè non vuolsi trascurare nulla di quanto vale a incutere nei nemici terrore e negli amici reverenza: solo tenete in voi, perchè chi dice quello che sa e niente serba, può andare con le altre bestie a pascere erba; - così almeno m'insegnarono i vecchi.
Ora accadde certa sera, che Clemente e Altobello uscendo dal generale, il primo dicesse: - la sera è proprio quale deve essere comparsa a Dio dopo che ebbe attaccato al posto loro le stelle; e che altri ne pensi, a me piace più la notte serena con le stelle sole che con la luna: in effetto questa, vestita per così dire delle spoglie del sole, non mi commove coi suoi splendori accattati, mentre il numero infinito delle stelle mi attesta la magnificenza di Dio come il mare di luce che piove giù dal sole: moviamoci dunque per queste ombre; odoriamo l'odore dei mucchi, rinfreschiamoci alla brezza che tira dal monte, godiamo i doni di Dio.
Assentiva Altobello, e così di ragionamento in ragionamento, di passo in passo si trovarono dinanzi al camposanto in custodia dei padri capuccini; lo circondava un muro a secco, ed anco un cancello lo chiudeva, però senza serrame, impedimento alle bestie, non ai visitatori che potevano aprirlo solo che lo avessero sospinto. Clemente si soffermò e disse:
- Oh! mira un po' dove ci siamo condotti, forse non senza permissione di Dio; entriamo a pregare pei nostri se vogliamo che altri preghi per noi. La natura manda la rugiada ai fiori, ma il suffragio alle anime spetta mandare ai vivi; - e la preghiera giusto è la rugiada pei defunti.
- Volentieri, signor Clemente; perchè la maggiore contentezza ch'io abbia provata nel mondo, mi venne dal pregare pei morti; ciò fa bene a due; alle anime, che, sentendosi ricordate con amore, sicuramente devono esultare; a noi che ne pigliamo speranza di non essere a nostra volta obbliati, e con questa speranza ci viene l'ardire delle belle cose. La preghiera io credo che sia l'unico tesoro, che mentre arricchisce chi lo riceve non depaupera chi lo dà.
Ed entrarono nel camposanto, in fondo al quale stava una capella col portico di un arco solo e due finestrelle di qua e di là dalla porta donde uscivano raggi dalla lampada che ardeva dentro dinanzi al sagramento, e si prolungavano pel campo dei morti.
Serena, la figlia desolata dell'ucciso Albertini, mossa anche ella dall'ora mesta e dalla dolce stagione, sentì desiderio di visitare la tomba del padre suo; però ne la dissuadevano il trovarsi sola ed anche il timore di qualche pericolo; non pertanto come quella che animosa era molto, dopo breve dubbio si cinse sotto le faldette la carchiera paterna con le pistole e lo stile, e si avviò al camposanto. Senza che alcuno l'avvertisse andò oltre; inosservata da tutti s'inginocchiò sopra la fossa del padre, intorno alla quale aveva fatto condurre una rosta per proteggere cesti di salvia e spigo e rose piantatevi; quivi si genuflesse e pianse col cuore. Mentre che si tratteneva in cotesta opera pia, ecco sente lì presso levarsi un sospiro profondo, uno di quei sospiri, che chi per prova dolore intende sa come traggono seco grande parte dell'anima.
- Qual è chi geme? interrogò Serena.
- Ohimè! le fu risposto, un infelice che piange sopra il suo figliuolo defunto.
- Ed io piango il padre perduto.
- Certo anche questa è grande sventura, ma la Provvidenza ordinò che il nostro pellegrinaggio in questa vita avesse un termine.
- Pur troppo, ma non volle la Provvidenza, anzi vietò che questo pellegrinaggio fosse abbreviato dalla mano dell'uomo; ed io mi trovo innanzi tempo orfana e sola.
La voce che moveva certo da persona giacente dall'altra parte della rosta si rimase alquanto di tempo, poi riprese più fioca di prima: - ma pure è scritto che i figli sopravvivano ai padri, se voi sapeste, o piuttosto possiate non sapere mai, come sia acerbo pei genitori raccogliere le eredità dei figliuoli! Voi troverete consorte quale si merita la bontà vostra, mia figliuola, e in lui avrete sostegno della vita, e poi la prole che vi consolerà e ricondurrà la gioia nell'anima contristata; ma io non ho più alcuno al mondo; l'albero tagliato giace in terra co' suoi frutti e le sue fronde.
- Ma voi chi siete? Forse?....
- Io sono il padre di Giovan Brando.
Così è; questo misero nelle vigili notti, fra la solitudine della casa aveva sentito rimorso per la durezza dimostrata al suo figliolo; pensò come gli avesse armato la mano non l'odio, bensì l'amore, e ciò se non poteva fruttargli scusa alcuna al cospetto del mondo, almeno il padre doveva sentirne un po' di compassione: ancora la superbia del nome intemerato, l'affetto immenso di Patria vediamo formare in parecchi una seconda natura che ad ora ora soffoca la vera natura; ma questa quando te lo attendi meno manda dal profondo un grido che il cuore dell'uomo è costretto ad ascoltare; però il padre di Brando obbedendo a questo grido nel buio della notte, prosteso sopra il monticello senza croce e senza nome che copriva le reliquie del suo figliuolo, gemeva e pregava. Dopo avere aspettato un pezzo che Serena gli rispondesse, non udendo parola, il vecchio riprese: - dunque voi non avete nulla a dire al desolato Matteo?
- Che dovrei dirvi? Voi avete data la vita a colui che la levò al padre mio.
- E ne siete stata vendicata pur troppo!
- Che fa a me la vendetta? Forse mi rende il padre?
- Pure la desideravate coll'ardore del cane che perseguita il cervo. E non sapevate, che la vendetta dà meno di quello che promette, anzi non dà nulla o male? Io lo appresi da molto tempo: voi lo apprendete adesso: fatene senno, figliuola mia, e perdonate.
- Io? Al padre di chi mi ha ammazzato il padre?
- Perdona il padre di cui fu impiccato l'unico figliuolo: - considera; tuo padre fu onorato e compianto, il mio figliuolo portarono al sepolcro senza lume e senza croce: veruno lo rammenta senza ribrezzo; il padre stesso lo condannò.
- Io non vi odio, Matteo; ma la memoria del vostro figliuolo mi sarà sempre argomento di maledizione.
- Senti, figliuola, nè io, nè questa terra che già fu mio figliuolo abbisogniamo di perdono; non io, perchè mi senta immune di colpa; se i padri confidassero ai figliuoli l'anima come lettere chiuse ai condottieri di navi, le quali aperte nei luoghi indicati impongono loro quello che si abbiano a fare, certo che il mio figliuolo continuerebbe ad essere adesso la gioia della mia vecchiezza: e di vendetta non temo, che vendetta è conservarmi non tormi la vita, la quale in breve io renderò al mio Creatore in mezzo a maggiori spasimi che i miei nemici non saprebbero immaginare ed anco credo desiderarmi. Nepoti non ho; congiunti, remoti ed ignorati o conosciuti poco; tutta la mia stirpe porto meco nel sepolcro; la mia casa mi rovina addosso; fra pochi anni andrà dimenticato perfino il nome dei Brando - nel modo che alle prime brezze di autunno cessa di farsi sentire questo singulto della notte.... questo canto di cuculo.... o in questi pochi anni lo terrà vivo nella memoria degli uomini un delitto commesso, un supplizio patito, un padre morto di dolore. Del tuo perdono molto meno ha mestieri il mio figliuolo, se, come spero, il suo pentimento gli fruttò quello di Dio; e se così non è, ed io a pensarlo inorridisco, e se così non è, che cosa può aggiungere, o figliuola, il peso della tua ira al furore dello Eterno? Io lo faceva per te.... per te che vedrai suscitata la tua stirpe nella benedizione del Signore.... per te, felice se potrai dire con onesta baldanza nel tuo cuore; non ho demeritata la bontà di Dio; per te, se misera, che potrai levare il capo al cielo senza rampogna sì, ma ed anco senza paura, e dire col santo David: e tu Signore fino a quando? - Se al tuo consorte, se ai tuoi figliuoli accadesse mai di offendere, tu moglie e madre avrai diritto di chiedere perdono, perchè tu figliuola avrai perdonato.
- Cessate, signor Matteo, io non posso perdonare; il dovere mi obbliga ad avere in odio la memoria dei Brando eternamente.
- La giustizia umana ha percosso in questo mondo; la giustizia divina percoterà, se crede, nell'altro; e tra queste due giustizie come fa ad entrare il tuo odio sconsigliato? Sono convenienti a dirsi queste parole sopra le fosse dei morti? Stanno bene a cristiana?... a zitella?
- O signor Clemente, per poco non sono cascata; tanto la vostra improvvisa comparsa mi ha rimescolato il sangue. Dunque voi che foste amico del mio povero padre, mi confortate a buttar giù l'odio? - E nello accento di Serena traluceva l'esitanza di persona che tuttavia difendendosi desideri rimanere vinta.
- Ma sicuro.... non ci ha dubbio: o con cui vorreste prendervela? Forse con le ossa del defunto? Coteste sono voglie di cani affamati, non già di cristiani battezzati. Forse con questo vecchio? Per Dio santo, o non vedete che l'odio stesso se lo incontrasse per via rintascherebbe il coltello, e passandogli da canto gli direbbe: Dio ti dia pace. Il Côrso mette vanto nel vendicarsi; egli si dà ad intendere, che ci vada del suo onore, persuaso che la storia intingerà la penna nel sangue che egli ha versato e ne tramanderà il nome alle tarde generazioni. Fosse almeno così! una scusaccia l'avrebbe, ma no, i nomi di questi uomini sanguinarii si buttano nella spazzatura, e vivono soli così nella memoria come nella reverenza delle genti coloro che perdonarono, massime donne; in effetto non dà argomento a storie e canzoni Marianna Pozzo di Borgo cui essendo stato ucciso il figliuolo vestì abito virile e trasse con la sua gente ad assediare la casa dell'omicida, la quale avendo espugnata, e lui preso, mentre legato ad un albero aspetta la morte, ispirata da Dio, salva? Non vive eterna nei ricordi Dariola di Appietto, che avendo sorpreso con molti dei suoi ad una fonte l'uccisore del proprio marito, poichè il sopraffatto non volle arrendersi ad altri fuori che a lei, ella abborrì comparirgli minore della fiducia che aveva posta in lei; onde gli disse: va, ti dono alla tua moglie, per vendicare una vedova non voglio farne due? Però se vi garba la fama, se desiderate la benevolenza altrui e la grazia di Dio, perdonate.
Serena ascoltava Clemente, ma piegata la faccia nel palmo della manca mano guardava Altobello, a cui, posto ch'ebbe termine alle sue parole il Paoli, ella domandò: - e voi, signore Alando, perdonereste?
- Io! Per me penso che rimettere la ingiuria al potente sia tanto vile quanto non perdonarla al battuto da Dio e dagli uomini; - e tacque, ma pur tacendo col moto dei labbri e col guardo soave pareva ripetere: perdona.
Serena non fece motto; si accosta al vecchio e postegli ambedue le mani sopra le spalle, declina il capo e glielo appoggia sul petto, mormorando: - la pace sia con voi e il perdono col vostro figliuolo.
Il vecchio a sua volta strinse il capo alla donzella, la baciò in fronte e disse: - Dio ve ne rimeriti, figliuola.
In questa si udì stridere sinistro come l'urlo della civetta lo scuccolo, il quale era un suono gutturale costumato dai Côrsi per vantare la vendetta fatta o per annunziarla da farsi. Il vecchio e Serena si strinsero spaventati come colombi che sentano rombare sul capo le ale del falco, e Clemente in un attimo inarcato l'archibugio con voce alta esclamò: - quale è che vuole vendetta metta fuori la faccia.
Però nessuno rispose, onde Serena avvertì:
- Consoliamoci di questo, che il triste urlo non si rivolge a noi - e involontariamente conchiuse le parole con un sospiro.
Il vecchio Matteo scioltosi dalle braccia di Serena, disse: - Clemente, accompagnate a casa un vecchio amico; io non mi reggerei solo, e poi ho parecchie faccende da consultare con voi.
E si avviarono seguitandoli a breve distanza Altobello e Serena.
- Clemente, incominciò il vecchio; poichè a questo mondo oramai non mi attacca più altro vincolo che il dolore, ho fatto proponimento di consacrare il restante de' miei giorni a Dio.
- Avete pensato santamente.
- Clemente, voi sapete, che alla usanza del paese io posso stimarmi ricco.
- Lo so.
- Ora vorrei che voi che siete tanto religioso, mi consigliaste un po' sul modo di disporre delle mie sostanze.
- Per me, in verità, credo, che il miglior modo di essere accetto a Dio sta nello amare dopo lui con tutte le viscere la Patria; per la quale cosa promovendo coi vostri averi la sua libertà, penso che sarete a buon porto per ottenere la remissione dei vostri peccati e di quelli del vostro figliuolo.
- E questa è proprio la vostra fede, Clemente?
- Per Dio Santo da quando in qua altri può dubitare che Clemente Paoli una cosa ne dica e un'altra ne pensi?
- Non vi arrabbiate, Clemente, mi aspettavo altro consiglio da voi.
- In primis chiedo perdono a voi dell'impazienza e a Dio di avere rammentato il suo santo nome invano; poi vi domando quale consiglio aspettavate da me.
- Ma! immaginava m'aveste suggerito a lasciare il mio a qualche convento per la celebrazione di messe quotidiane in suffragio dell'anima del mio figliuolo e della mia.
- Avete immaginato male, anzi malissimo; e vi confermo che adoperando il vostro patrimonio alla difesa della Patria voi provvederete meglio ai casi vostri, e a quelli del defunto, che con le messe; quantunque, intendiamoci bene, che voi non mi pigliaste per qualche eretico, anch'esse siano utilissime e santissime. Ma, badate bene, non ci ha cosa che guasti tanto gli ordini religiosi quanto di simile maniera lasciti che furono loro fatti o fanno: adesso noi proviamo preti e frati, se non perfetti buoni, della Patria e della libertà zelatori sviscerati, e ciò perchè essendo poveri si trovano costretti a stare col popolo, a vivere con quello che il povero loro largisce, ad essere carne della sua carne ed ossa delle sua ossa: affinchè si facciano amare bisogna che lo amino, con lui piangano, delle sue gioie si rallegrino, padri insomma si mantengano e fratelli, o se altro ci ha vincolo più forte e soave di questi lo cerchino e lo adoperino: allora saranno, come i nostri sono, veri medici dell'anima. Anche san Giovanni Grisostomo lo ha detto: finchè la chiesa usò calici di legno, i sacerdoti si conservarono d'oro; all'opposto se diventassero ricchi voi li fareste superbi, dacchè la superbia sia la ruggine del benefizio nè qui cadrebbe il peggio: da prima metterebbero ori, marmi fini e gemme nella casa di quel Dio che nacque nel presepio e morì in croce; e dopo averla fatta teatro, le cerimonie auguste convertirebbero in rappresentanze da scena; canterini ormai, e istrioni, non più sacerdoti. Il lusso in chiesa mena la morbidezza in convento, e i vizii in cella. Se questo avvenga, guai! Il mondo non conoscerà nemico a gran pezza più pericoloso del frate; difficile pigliarlo in fallo, perchè la ipocrisia da mattina a sera gli fabbrica una corazza delle virtù di quei santi che invoca sempre e non imita mai; con le parole rinfaccia altrui il peccato che intende esercitare solo, come se lo avesse in appalto con patente regia, e le opere palesi le adopera per coonestare le occulte a mo' del pastrano che il ladro si tira su la faccia per non essere riconosciuto, impossibile percoterlo, dacchè niente niente che tema si rifugia dietro la croce, e quivi canta salmi; onde tu non puoi vibrare il colpo per paura di mettere in pezzi la croce, e ai semplici sembra empio rompere le ossa al cane che abbaia in suono del Tantum ergo; celatamente corrompe; la codardia battezza per carità, saluta gli uomini fratelli, affinchè senza rimorso quelli siano tiranni, senza ribrezzo questi durino servi, ed ammannisce impunità e leva infamia al tradimento; diventato ignorante odia ogni lume di scienza, che spento un giorno egli riaccese; - e così viziato, ignorante, imbelle e schiavo diserterà il popolo per arrolarsi al soldo del re il quale metterà il frate in mazzo allo sbirro, alle manette, al giudice, al boia e agli altri arnesi di governo. Però voi, Matteo, non renderete questo cattivo servizio alla Patria; deponete il vostro disegno perchè davvero e' sarebbe come se alla Corsica voi voleste dare il male per medicina. - Matteo Brando si attenne al consiglio di Clemente Paoli, istituendo erede delle sue sostanze la patria, con l'obbligo però di fare in capo all'anno celebrare non so che messe in suffragio dell'anima del figliuolo e della sua. Indi a breve scomparve, nè s'intese più oltre favellare di lui; dicono si riducesse a menar vita romita in Olmetta di Capo Côrso: la verità è che in codesta pieve su di un poggio vediamo anco ai dì nostri una torre, mezzo rovinata, che i terrazzani chiamano la torre dell'Eremita.
Alando e Serena tennero un pezzo dietro ai signori Clemente e Matteo, ma considerando come, impegnati nel discorso, a loro non ponessero mente, piegarono ad una svolta per guadagnare le proprie case. Tacevano, e nondimanco sentivano che un medesimo pensiero occupava lo spirito di ambedue; un poeta avrebbe detto che le colombe di Venere sentono a quel modo il giogo stesso che le allaccia al carro138 della Dea, e non l'odiano. Sempre in silenzio arrivarono a casa della Serena, e lì si dissero: buona notte, un cotal poco alla trista; e si volsero le spalle turbati, ma Serena troppo più di Altobello, e con maggiore ragione; infatti ella pensava: a lui spettava parlare; anche quando mi sentissi scoppiare il cuore, la verecondia insegna così, e sta bene lasciarci vincere, ma nessuno ci ha da pestare peggio che schiave. Altobello dal canto suo ragionava alla medesima guisa; pure ella avrebbe dovuto dargli un cenno, alla lontana se vuoi, pure tale che lo animasse, perchè, signore Dio! se avesse sbagliato ei ne sarebbe morto di vergogna e di dolore. All'incontro, Serena, presaga di codesti pensieri opponeva: oh! non ci sono quei pericoli, ed egli doveva saperlo, non glieli ho dati io questi segni per quanto è permesso a fanciulla dabbene, e vie più là che il mio stato angoscioso non consentiva? Quante volte in chiesa piegai il capo, ed una volta fingendo sedermi lo voltai del tutto per ricercarlo con gli occhi, e trovatolo, cogli occhi gli sorrisi; certo due o tre volte mi aspettò davanti la porta sperando che lo guardassi, ed io non lo guardai; ma il rossore che mi avvampò la faccia doveva pure chiarirlo ch'io lo sentii. - Quel giorno ch'egli le porse l'acqua benedetta deve essersi accorto che la sua mano tremava come foglia di castagno al vento di dicembre, e l'altro quando ella entrò in casa Filippi, e allo improvviso le apparve dinanzi Altobello, non proruppe in un grido, che s'ingegnò giustificare dando ad intendere che aveva battuto il piede sopra la soglia? Ancora non si rammentava egli, che andando ella per la via, egli la salutò levandosi il cappello, ed ella che in cotesto punto teneva l'anima tutta compresa in lui sopra pensiero rispose: - Buon giorno, Altobello - come che ripigliandosi tosto aggiunse: sciò Alando? E tutto questo non basta? O da quando in qua le fanciulle hanno da palesare i dubbiosi desiri con lettere da appigionasi? Signore! per mantenersi così gabbiano valeva proprio il pregio che Altobello lasciata casa se ne fosse ito fin oltre a Venezia.
Qui taluna leggitrice (me lo sento piovere dietro le spalle) obietterà: ma voi dimenticate, signor Francesco, che lasciaste il giovane in istrada, e la giovane sul pianerottolo, mentre per fare tutti questi discorsi anche col pensiero ci vorrebbe tanto tempo quanto ne occorre per iscorrere almeno quattro miglia di strada. - No, signora: il pensiero degli innamorati, vostra signoria ha da sapere, va più veloce di Maometto quando viaggiò pei sette cieli; egli non conosce tempo nè spazio; in meno che palpebra non percota palpebra, trasvola non le diecine, ma le migliaia di idee; alza venti torri più alte di quella di Babele, scava altrettanti pozzi più profondi di quello di san Patrizio; fa, disfà e rifà da capo, s'incupisce, si eclissa, sfavilla più abbagliante di prima, piange, ride; mesce in un bicchiere veleno, poi lo butta al diavolo, lo risciacqua, lo riempie di vino di Chianti e se lo beve cantando; o introduce il capo al capestro o accosta il rasoio alla gola; indi a poco attacca la corda a due rami di albero e ci fa l'angiroccolo; col rasoio si rade la barba per apparire più bello; insomma la è una strana, ma strana potenza quella dell'amore, signora mia: e quando l'avrà provato, sono sicuro che ella mi darà ragione: capisco, ella mi ha contradetto perchè si mantiene sempre ingenua; non me ne sono mica arrecato, solo la prego a ricordarsi del proverbio: chi non prova non crede; - provi e poi ci riparleremo.
Pertanto affermo, che i pensieri da me ricordati con la compagnia di cento altri si affollarono allo spirito di Serena, prima che la sua mano (a vero dire lentamente) avesse fatto girare su gli arpioni la porta di casa un quarto di quadrante; onde Altobello, di subito voltatosi e chiamata Serena, fu a tempo a impedire che una imposta della porta s'incastrasse nell'altra come si stringono due labbra dopo che hanno detto: addio. Allora egli si allentò più oltre, e pose un piede su lo scalino, mentre lasciava l'altro sopra la strada; Serena rimase appoggiata con la spalla alla soglia dell'uscio. Così atteggiati non potevano durare gran pezza in silenzio, ed in vero non ci durarono, chè Altobello continuò:
- Signora Serena, mi parrebbe... crederei che non istesse bene che vi rimaneste in casa a questo modo sola... voglio dire senza sufficiente difesa...
- Oh! chi mi deve offendere? Non non ho nemici che io sappia.
- Avete udito nel camposanto lo scuccolo?
- E qual può dire che sia stato per me?
- Se ho da confessarvela intera, soggiunse Altobello bassando la voce, io tengo in mano prove più manifeste che qualche occulta vendetta mi perseguita.
- O Signore, anche voi? - e si strinse vieppiù ad Altobello, chè nulla vale a destare il mutuo affetto quanto la minaccia del comune pericolo.
- Ieri l'altro passando di sotto casa Campana precipitò dall'alto un sasso il quale per poco non mi schiacciò la testa; e' fu proprio fortuna che mi battesse un palmo davanti ai piedi dove sbrizzandosi mi cacciò nel volto un nuvolo di schegge. Guardai subito in su; le finestre erano chiuse; presi lingua nel vicinato chi mai ci abitasse di presente e mi risposero essere vuoto, che l'unica figliuola del Campana lo aveva abbandonato e si credeva si fosse ridotta a vivere in villa, o avesse raggiunto il padre alla Bastia.
- Signore Altobello, questo vi viene per me; una furia invisibile si è attaccata alla mia vita, nè sembra che voglia risparmiarmi, quantunque femmina.
- Oh! di grazia, che cosa vi avvenne?
- I miei castagni furono accintolati; parecchi olivi e molte viti recise; al mio cavallo dentro la stalla tagliarono gli orecchi: mirate qui; vedete questo buco sul sommo dell'uscio; stamane ci ho trovato confitto un coltello; ieri...
- Ieri?
- Oh! ieri se rimasi viva e' fu proprio miracolo; io me ne andava a dare un'occhiata alla vigna del pignone, quando arrivata al ponte di legno, a un tiro di schioppo dalla casa, il cavallo mi si ferma in quattro: io che avevo premura vado a frustarlo, ma egli duro come un masso; stizzita scendo, e avvoltemi le briglie intorno al braccio metto il piede sul ponte; e' parve che le tavole ci stessero attaccate con la pece, dacchè a quel tocco leggero rovinarono, ed io sarei andata giù a catafascio con esse se le briglie erano meno salde o il cavallo men forte non avesse puntato le gambe dinanzi tanto da tenermi su ritta.
- Serena, qui non ci è caso, voi abbisognate di qualcheduno che vi difenda.
- Non pensate che mi troverebbero sprovvista, Altobello, - e remossa un cotal poco la faldetta gli mostrò la carchera con le pistole e il pugnale.
- Sì, ma in due ci difendiamo meglio, cara Serena.
- Questo non si può negare.
- E poi... e qui tacque alquanto per ripigliare lena come costuma torre campo chi intende spiccare un gran salto, - e poi che la stirpe degli Albertini si ha da spegnere? Respingerete un reverente amore che vi venisse offerto? Vi condannerete a vivere sterile nel mondo! Voi, che sapete, anche senza porci mente, ispirare amore, non vorrete sentirlo mai? E... e...
Oh! che sgomento invase allora l'anima del giovane, però che Serena presa da forte pensiero forse non lo udiva, od anche udendolo lo lasciava dire senza porgergli filo: ond'ei si smarriva, e le sue parole gli cascavano dalla bocca rotte, e rade come le prime e le ultime gocciole della pioggia. Ad un tratto Serena gli pose la mano sopra la spalla e favellò pacata.
- Altobello, voi mi vorreste per moglie?
- Ah!
- Ed io vi accetto per marito; e vi accetto perchè una voce qui dentro mi dice: Serena, fallo: tuttavolta io sono orfana e potrei errare: per la qual cosa mi bisogna sentire il signor Pasquale; egli ha detto che si mantiene scapolo per servire di padre a tutti i Côrsi.
- Ed in effetto lo è; dunque pigliate il mio braccio e andiamo.
- Dove?
- Dal generale.
- A questa ora? Così su due piedi?
- Che monta l'ora? Forse il tempo governa il Paoli? Egli in un modo o in un altro è sempre occupato di noi; - per ultimo chi tempo ha, tempo non aspetti.
- Ma le nozze non possono farsi se non dopo passato il lutto; ancora, io ho giurato, e meco fatto giurare le fanciulle di Corte astenersi dal matrimonio finchè dura la guerra.
- Dispensi il papa, non io; o questo patto o niente. Caduta la Patria le nostre nozze faremo sotterra; io non intendo lasciarmi dietro figliuoli superstiti alla servitù; questo giurai alla Immacolata, e questo confermo.
- E sia così; come fidanzati potremo mutuamente soccorrerci e difenderci.
Il generale, comecchè la notte fosse avanzata, vegliava. Nasone cucciato fra le gambe di lui, annunziò lo appressarsi dei giovani con un lieve schiattire, senza moversi nè schiudere gli occhi. Accolti nella sua camera da letto essi parlarono sentenze così piene di generosità, di amore santo di Patria, che il generale per non piangere ebbe a levarsi e correre piuttosto che camminare su e giù per la stanza. Gli abbracciò, li benedisse a più riprese, e tanto erano tutti al dipartirsi profondamente commossi, che il generale in veste da camera con un candelliere in mano gli accompagnò fin giù in istrada senza accorgersene, e eglino pure se ne avvidero allorchè non ci era più tempo impedirlo. Solo Nasone, sempre presente a sè stesso, lo accompagnò inosservato sia all'andata che al ritorno, per cento prove oggimai era stato chiarito come nessuna commozione avesse potenza di distrarre il cane da addentare un osso e da custodire il padrone.
Se mai visse popolo al mondo il quale meritasse che uomo mettesse a repentaglio anima e corpo per lui, veramente fu il côrso di un secolo fa. In effetto il maestro di campo Grandmaison, rompendo contra la religione dei patti la tregua, aveva occupati Patrimonio e Barbaggio, che sono in certo modo le porte del Capocorso; e con essi tutta questa provincia; dall'altra parte il marchese di Arcambal ridusse a devozione pressochè intera la Casinca; il marchese Chauvelin sostenuto dal conte Marbeuf partendo da S. Fiorenzo si era spinto fin sopra Murato, ed espugnatolo, pareva che volesse pigliare Corte come dentro una rete. Sopra i teatri fa maraviglia non piccola lo ingegno dei macchinisti i quali così presto sanno mutare le scene che l'occhio appena se ne avvede, e non pertanto anco più veloce operavasi il cambiamento delle fortune della guerra appena si mossero le139 compagnie côrse al comando del Paoli. Dappertutto140 i Francesi tentarono resistere, ed anche in parecchi luoghi con molta costanza, ma non valse, che si sentivano portati via a modo di foglie dal libeccio.
Decio Cottoni, in compagnia del capitano Guiducci, si avventa nel Nebbio, e sgombrati davanti a sè i Francesi ripiglia Murato, impadronendosi di armi, di provvisioni e di non pochi prigionieri tra ufficiali e soldati.
Di breve Giocante Grimalti, Francesco Gafforio e il dottore Acquaviva sboccando con le loro genti, e fatta massa con quelle del Cottoni e del Guiducci, corrono contro il Grandmaison accesi nel desiderio di fargli scontare la tregua tradita. Il Grandmaison da una parte non si sentendo capace di resistere a tanta furia, e dall'altra fatto per avventura meno animoso dal sentimento del grosso debito che presto gli avrebbero fatto pagare, non istette ad aspettarli, lasciando per la precipitosa fuga in Oletta tende, bagagli e due cannoni.
In Casinca, dove aveva fatta maggiore impressione il nemico, convennero Clemente Paoli, Antongiulio Serpentini, Nicodemo Pasqualini, Domenico Buttafuoco; raccolti a Tavagna deliberarono le difese estreme, e già si ammannivano a metterle in atto, quando sopraggiunse un Taddei di Pero spaventato in vista, il quale schiamazzando affermava la resistenza vana, ogni cosa perduta, doversi rifuggire tutti a Campoloro. Clemente che conosceva l'uomo capace di fare di ogni lana un peso gli voltò la faccia verso mezzogiorno141, e datogli una spinta nelle spalle gridò: scappa presto a Campoloro prima che t'agguanti qualche palla di mio - e costui che era corrotto dalla pecunia francese non se lo lasciò dire due volte. Allora accadde una guerra arrabbiata, alla rinfusa, con vicenda di sconfitte e di vittorie; per ultimo la fortuna arrise ai Côrsi: il Serpentini andò a Orezza e la riprese; il capitano Colle vinse a Vignale. Clemente Paoli con gli altri di prima colta riscattò Sant'Antonio; donde scorrendo il paese gli venne fatto penetrare in Vescovato, e comecchè la terra si fosse mostrata parziale ai Francesi, in quale maniera incominciassero a conciarla non è da dire; sopratutto la rabbia dei Côrsi si avventò contro le case di Matteo Buttafuoco traditore, a sovvertire le quali adoperarono ferro e fuoco; ma i Francesi si rannodarono, cacciarono i Côrsi, e giunsero a spegnere le fiamme; i Côrsi per altra parte fermi a sgararla, ripigliata lena, tornarono: dopo lungo accapigliamento, dove i coltelli giuocarono più dei moschetti, riaccesero l'incendio, nè si ristarono finchè videro pietra su pietra.
Matteo Buttafuoco, per comune consenso dei Côrsi, Napoleone Buonaparte compreso, viene reputato traditore. Ai giorni nostri il suo figliuolo Antonio Semideo, togliendo occasione dal libro dettato dall'abate Giammarchi intorno alla vita di Pasquale Paoli, si è sbracciato a purgare la memoria del padre: meritano reverenza la pietà filiale, e compassione i tempi durante i quali siffatta difesa può farsi e accettarsi. Matteo Buttafuoco tradì perchè oratore presso al duca di Choiseul per la Corsica, vinto dalla ingordigia del premio, si mutò in promotore della dominazione francese in Corsica; di ciò lo incolpano le parole, molto più le opere; nè si nega, ma il suo figliuolo sostiene come questo non si chiami tradire, bensì amare la Patria, imperciocchè i Côrsi non potessero sostenersi contro le forze della Francia; matta impresa ed esosa, piacendo ai Côrsi assoggettarsi alle leggi di quella; ed a ragione, chè per questa via essi arrivarono a tal grado di prosperità e di gloria, che in altro modo sarebbe stato follia sperare. - A ciò si risponde, che affermare i Côrsi volonterosi della dominazione francese dopo novanta anni di conquista non è onesto; d'altronde la storia lo bugiarda, perchè il Paoli non governava tiranno, bensì col voto delle Consulte liberissimo, e quando ogni altro testimonio mancasse durano i campi, le pendici e i fiumi consacrati da tanto sangue cittadino nelle disperate lotte contro la oppressione. In quanto a prosperità e gloria quello che non potrebbe un côrso diremo alla recisa noi: se la fortuna della Corsica avesse prevalso, oggi ella possederebbe meno accattoni e più lavoratori, meno cavalieri e più contadini; non avrebbe quello che si costuma chiamare civiltà alla francese, la quale le casca di dosso come veste non sua, bensì propria; non presenterebbe adesso un mostro non francese nè italiano, bensì paese sano e gagliardo di sangue naturale; e per dire tutto in poco, non servirebbe di pollaio alla Francia donde cava marinai per le sue navi, soldati per i suoi eserciti, sbirri per i suoi bargelli... per rimandarli poi (quando ce gli rimanda) stroppi di corpo, o, quello ch'è peggio, nabissati142 nell'anima, a rosicchiare un tozzo di pane, spesso, ah! troppo spesso impastato d'infamia e di rimorso. Questo non affermiamo di tutti, che non sarebbe giusto, ma di molti, ed è vero. - Ancora si può domandare come mai Matteo Buttafuoco, se credeva la opinione sua partecipa dai più, s'industriasse a tutt'uomo di procurarle fautori per via di corruzioni inique, e di peggiori scandali? Perchè la Francia gli compartiva il titolo di Conte, e gli donava lo stagno di Chiurlino? E perchè il figliuolo imprendendo la difesa del padre ostenta questo titolo il quale sarebbe stato senno nascondere come uno sfregio sulla faccia? Questo, in buon latino, significa negare il paiuolo in capo. Ma queste parole bastano, anzi a taluno parranno anco troppe; però importa chiarire come la stirpe dei Buttafuoco, se ebbe macchia dal tradimento di Matteo, lei resero veneranda nella memoria dei posteri Giambattista che vendè massima parte del paterno retaggio per sovvenire ai bisogni della Patria, e per ultimo le diede anco la vita; Domenico, che con le proprie mani contribuì a rovinare le case del parente fellone, ed altri parecchi che sarebbe soverchio rammentare.
Più grave zuffa avvenne a Loreto, dove i Francesi assaliti da quattro parti sostennero per sette ore furiosissimi assalti; ormai disperati dal vincere tentennavano tra il rendersi, ovvero aprirsi colla spada la via, quando con inestimabile maraviglia videro i Corsi fuggire per la campagna; non sapevano a che ascrivere il caso; però decisero valersi della buona fortuna e rafforzarsi per durare con esito migliore; ma presto appassirono coteste speranze dacchè i Côrsi non fossero mica fuggiti, bensì andati a provvedersi di nuova polvere, avendo logorata la prima, in certe macchie dove l'avevano nascosta; allora dolse ai Francesi non avere colta l'occasione, e non gli sovvenendo migliore partito tornarono a volersi ritirare combattendo; dicono che sommassero a 150 quando uscirono da Loreto. I Côrsi dietro ai fianchi a mo' di canatteria sguinzagliata; certo come il cervo i Francesi, di tratto in tratto voltata la faccia, qualcheduno sventravano, ma subito dopo bisognava fuggire, e sempre in peggio arnese di prima. Stracchi e trafelati arrivarono circa mille al fiume Golo gonfio per pioggie recenti; nè questo gli annoiava, anzi se ne confortavano, imperciocchè non si sentendo perseguitati così da vicino giudicavano passare il ponte, e subito passato rovinarlo; onde le acque grosse invece d'impedimento a loro avrebbero trattenuto i nemici. Ed anco qui nel conto non entrò il lupo, perchè il signor Clemente cheto cheto, presi seco duecento uomini, aveva passato il Golo sul ponte del Lago Benedetto, e colà messo su in fretta alcune trincere faceva mostra di finire quanti si attentassero di avventurarci il piede: e poichè nei Francesi non è per certo l'ardire quello che manca, ci si provarono, e non una volta, nè due: però toccarono troppi morti per non invilirsi; al fiume non avevano avvertito molto; che sguazzarlo mentre lo cavalcava un ponte parve inonorato; adesso lo arieno fatto più che volentieri, ma lo videro terribilmente gonfio, nè minacciatore di morte meno sicura, che il ponte; e il tempo a deliberare stringeva; perchè dai parapetti côrsi fioccavano moschettate fitte come grandine. Scelsero la via del fiume o perchè la credessero meno perigliosa di quello che provarono, o perchè sperassero poterne più facilmente venire a capo. Il Golo li passò veramente, non tutti però; chè si risovvenne essere côrso, e contro lo straniero doversi industriare tutti, così uomini come cose; mille entrarono nelle sue acque e ne rese seicento; e a quelli che toccarono la sponda non parve caro il nolo.
I Francesi cacciati da tutte le parti della Casinca fecero testa al borgo di Marana dove comandava il signor de Ludre, soldato vecchio di buona rinomanza: scrivono taluni che la sua gente sommasse a 550, altri la stimano a 700; ma errano entrambi, perchè se prima fu 550, sembra certo che dopo la congiunzione dei cacciati della Casinca, anco contando solo gli sfuggiti dal Golo, a meno di 1150 non montavano.
Il borgo è paese costruito su di un colle di figura conica che si solleva sopra un piano inclinato, il quale a oriente confina col mare, a mezzogiorno lo chiude il Golo, a tramontana lo stagno di Chiurlino; dalla parte di ponente gli sta sopra la Serra di Stretta, che per la via di Oletta e di Olmetta comunica con la pieve del Nebbio; una volta colle e pianura ebbero fama di ferocissimi, e forse anche adesso sarebbero, ma la malaria funesta il piano; e il colle quantunque non ingiocondo pure dalla passata prosperità differisce assai. Narrano che Mario vicino al mare vi stabilisse una colonia, e sarà; ai giorni nostri non ne rimane nè anche orma; avanzano alcuni ruderi nè romani nè143 pagani, bensì cristiani e a quanto può giudicarsene pisani. Il luogo comparisce facile alle difese, e malgrado che trent'anni prima i Francesi ci rimanessero rotti per modo, che il conte di Boisseux, nipote del maresciallo di Villars, ne morì di dolore, eglino non trascurati o immemori statuirono tenerlo ad ogni costo. A tale effetto circondarono la sommità del Borgo con terrapieni e palizzate; e mandati a prendere a Bastia nuovi cannoni gli adattarono in varii fortini, i quali comecchè fossero fabbricati di terra e di pietra senza calcina non parevano men acconci alle offese come alle difese.
Pasquale Paoli, secondando il vento, che gli spirava favorevole, decise ferire un gran colpo, il quale, se non bastasse a dargli vinta la impresa, gli porgesse almeno l'adito agli accordi, o alla più triste respiro fino al nuovo anno, ricordevole di quello antico dettato, che cosa fa cosa e tempo la governa: convocati pertanto i capitani dell'arme su le alture della Stretta a consiglio, non discrepando nessuno, di comune accordo venne statuita la impresa del Borgo. Clemente chiudendo il parlamento aveva detto: qui i padri nostri cantarono ai Francesi i vespri côrsi (che così ebbe nome la disfatta del Boisseux), adesso tocca a noi a dire compieta.
Per quanto le memorie dei tempi ci tramandarono, questo fu l'ordine; Saliceti, Grimaldi, Raffaelli e Agostini dovevano investire il Borgo da ponente con cinquecento uomini; Gaffori e Gavini da levante con altri cinquecento; Clemente Paoli con Altobello, Canale e trecento, fiore di bersaglieri, su la strada del Nebbio: Antongiulio Serpentini doveva starsi con duecento alla Stretta; Pasqualini con altri duecento sul pendio di Luciana; se nonchè il Serpentini, che assai avventato uomo era, e la sua moglie Rosanna la quale non iscompagnandosi mai da lui metteva senza posa legna sul foco, visto arrivare il generale su le alture di Luciana accompagnato da Decio Cattoni e Giantommaso Arrighi, tanto seppe dire, che fu lasciato andare con gli altri a combattere il Borgo: corse giù di furia con la sua gente, e trovando come nulla anco fosse incominciato, Rosanna prese a tempestare urlando che si dovesse assalire subito subito, e che a lei, quantunque donna, bastava l'animo di mettere sottosopra le trincere francesi in meno che non si recitava un credo. - Perinotto Agostini, soldato vecchio d'inestimabile prodezza fece spallucce e replicò:
- Se le donne non furono create per dannarci, io proprio non so vedere a che altro sieno buone. State in costà, signora Rosanna; che dei denti francesi quelli che compariscono fuori non sono i più mordaci; o non sapete che dietro alle trincere hanno messo in batteria tre cannoni?
- Lo so benissimo, soggiunse la donna petulante, ed appunto per questo giudico che bisogna assalire senza indugio; se ci gingilliamo con le mani in mano usciranno i soccorsi di Bastia e ci troveremo in mezzo a due fuochi.
- Per non mettere tutta la posta sur un tratto di dadi fa mestieri che noi pure attendiamo a munirci di terrapieni, e fossati; se di assedianti diventeremo assediati, vedrete che scoppierà quella nuvola rimasta là sull'altura della Stretta, la quale se non m'ingannano gli occhi, di ora in ora s'ingrossa.
- Qui non si tratta di occhi, ma di cuore; mirate un po' come si fa.
E l'arrabbiata donna, presa una scala in ispalla, moveva ad appoggiarla ai parapetti francesi.
- Per Dio santo, gridò Perinotto, non sia mai detto che le donne prime salissero su le trincere del Borgo, e respinta Rosanna le tolse la scala, correndo poi con quella in braccio ad appoggiarla ai muri; ma non era anco giunto a mezzo cammino, che il cannone balenò, fumò, ed indi a breve una grandine di mitraglia flagellando la terra, e spingendo all'aria polvere e sassi, ricoperse il povero Perinotto.
Rosanna cacciò uno strido, e accorse per sovvenire il Perinotto immemore del pericolo a cui si esponeva. Perinotto non dava segno di vita, non gli mancarono cure chè la Rosanna gliele prodigava con ismanioso affetto, lacerata dal rimorso che ciò fosse accaduto a cagione della sua protervia; e se questa dolesse anco al marito non è da dire, perchè gli pareva meritarsi il biasimo che più di una volta aveva sentito apporsi, di lasciare troppo lenta la briglia sul collo della moglie; però vista allestita la lettiera per trasportare fuori di battaglia Perinotto, con mal piglio disse:
- Donna, seguiterete il ferito alla Stretta continuando a curarlo come ve ne corre il debito. - E siccome Rosanna disusata dall'obbedire faceva bocca da rispondere, Antongiulio infuriato riprese: - Per la Vergine! ed anche ricusi rammendare gli strappi che hai fatti; esci di qua in tua malora, o ti rimando legata a casa con le mani e co' piedi.
E non si può negare che siffatti modi sentissero poco della prelibata urbanità che sogliamo adoperare noi verso il sesso gentile; ma che farci? I Côrsi costumavano così, e non per questo amavano meno le donne loro, o n'erano riamati; anzi solenni professori di proverbii essi solevano dire: che donne, cavalli e noci vogliono le mani atroci; ma di ciò lascio giudicare a cui se ne intende.
La vasta tela che ho per mano non mi consente che io possa, come pure vorrei, esporre minutamente la storia di Perinotto. Giuseppe Mattei lo ha fatto, e se all'ottimo volere rispondeva l'ingegno, a veruno sarebbe lecito toccare questo pietoso argomento; altri se ne invoglierà perchè davvero lo merita; intanto giovi sapere come Perinotto ferito nelle tempie e per la fronte salvasse la vita, non gli occhi. Visitato dal generale al convento di Luciana, dov'egli lo aveva fatto trasportare, lo consolò con amorose parole, lo baciò più volte, e quantunque di sostanze non copioso, il Paoli gli assegnò sopra il suo patrimonio la pensione annua di trecento lire, che finchè visse e in ogni sua fortuna procurò fosse religiosamente pagata. Questo è bello, ma questo altro più tenero; egli erasi fidanzato con una zitella di Ortiporio, di nome Elisabetta, la quale, appena si fu messo in piedi, andò a visitare: arrivato davanti la casa senza mettere il piede sopra la soglia chiamò con gran voce: Elisabetta! - e quando dal rumore dei passi la riconobbe, con voce tremante aggiunse: Elisabetta, voi vi sposaste ad un illuminato ed ora sono fatto cieco, - Elisabetta, sono venuto a rendervi la vostra promessa. Ma questa santa fanciulla, rispose ingenuamente: - Perinotto mio, guardateci due volte, che ora di moglie avete bisogno troppo più. di prima; tenetevi la mia promessa e sposiamoci nel nome di Dio. - E così fecero. Perinotto finchè visse, e visse molto, fu il cantore e lo storico del paese; dicono che i suoi canti avessero virtù maravigliosa di accendere gli animi, e ci credo, perchè le muse noi tutti abbiamo dentro di noi e le sortimmo da madre natura, solo che la fiamma del cuore arrivi a riverberare sul cervello, la luce del canto sgorga a rivi dalle labbra umane. I nuovi signori lo presero in sospetto e gl'imposero tacesse; ma egli si oppose allegando che dei vivi costumava non dire bene nè male, unicamente celebrare i morti; ora parergli invidia peggio che barbara impedire la lode ai defunti, ed eglino, lo ricordassero vantarsi promotori di civiltà in Corsica: si vergognarono, e lo lasciarono cantare; il giorno nel quale egli non cantò degli altri, altri cantò per lui, ma questa volta fu il Miserere.
Il signor Ludre, vista la mala parata, mandò messi sopra messi a Bastia, affinchè si affrettassero a soccorrerlo, avvisando il marchese di Chauvelin trovarsi minacciato dai mali del blocco e da quelli dello assedio, i primi però più terribili degli altri essendo stremo di viveri e mancando di modo per provvederne, quantunque anche i secondi dessero a pensare, considerando come i Corsi attendessero a munirsi di opere quali avrebbono potuto condurre i più esperti ingegneri.
Il marchese de Chauvelin dopo gli ultimi fatti considerava la guerra e il paese diversi da quelli che a prima giunta gli era parso vedere; e come nelle nature eccessive lo sgomento corrisponde alla esaltazione e la supera, così ora scriveva in Francia lettere su lettere non bastargli i sette reggimenti, le legioni Soubise e reale, gli artiglieri e i micheletti, che prima lo avevano accompagnato in Corsica; volerci bene altre forze per resistere al clima pestilenziale e allo strazio della continua persecuzione per greppi e per bricche di un nemico che non si incontrava mai, comecchè vi molestasse sempre da ogni lato. Questo non era, dacchè il nemico egli avesse incontrato più sovente che non desiderasse, ma gli parve più bello confessarsi vinto dalle gambe che dalle braccia del nemico. Luigi XV, che teneva in delizia questo marchese, provvide gli spedissero da Tolone otto nuovi battaglioni i quali arrivarono a Calvi e a S. Fiorenzo sopra 38 navi scortate da 3 fregate e da due sciabecchi; in questa bisogna si affaticò con tutti i nervi anche il ministro Choiseul, dacchè avendo fatto strombettare sopra la Gazzetta di Francia le prime vittorie francesi, ebbe a patire la umiliazione di leggere nella più parte dei diarii europei le allegrie che si menavano per le sconfitte in ultimo rilevate. Però il querulo generale non si rimase per questo e continuò a ragguagliare la corte, come quello che Seneca aveva scritto intorno alla Corsica non raggiungesse il quarto del vero: terra sterile, aria maligna, popoli salvatichi e posseduti dal diavolo della cupidità; non basterebbero 200 milioni a ridurla in termini comportabili; non avere commesso peccati tali da meritarsi lo inferno; ad ogni modo non essere anco morto per andarci. Queste ed altre cose egli mandava scrivendo a tutti, massimo al suo fratello abate, gobbo irrequieto e procacciante, il quale metteva a screditare la impresa côrsa e far sì che il fratello si richiamasse quel medesimo ardore col quale perseguitò in Francia la compagnia dei gesuiti: nondimanco il marchese di Chauvelin avrebbe dato, sto per dire, un occhio, per provare che se consigliava a smettere la conquista della Corsica non era per mancanza di virtù, bensì proprio perchè la carne non valeva il giunco: però accolse con inestimabile contento il destro di combattere i côrsi col peso di tutte le sue forze vicino a Bastia, donde potevano ricavarsi sicuramente a mano a mano rinforzi, caso mai pigliasse mala piega la faccenda: onde ristrettosi col conte di Marbeuf in breve rimasero d'accordo sul da farsi; tra le altre provvidenze spedirono ad avvisare il marchese di Grandmaison, il quale stanziava grosso ad Oletta, che per tragetti, senza che persona lo subodorasse, dal Nebbio si trasferisse in Marana, percotendo improvviso i Côrsi ai fianchi e nelle spalle. Messi in ordine i soldati e le munizioni partirono da Bastia sicuri di vincere; e menavano seimila soldati, tra i quali tutti i granatieri; quei di Ludre, come fu detto non sommavano a meno di 1500; altri 1500 tenevano per certo gli avrebbe condotti il Narbona, e così in tutto 9000, più che bastevoli, considerato il numero, la perizia e la qualità delle armi, a sgarare la puntaglia.
Arrivati su i luoghi a mente tranquilla reputarono prudente, ed era, levare su alcuni ripari di terra e quindi bersagliare i Côrsi tanto, che questi difettando di cartocci cessassero i tiri, dando campo ai granatieri avanzarsi a man salva, ma i Côrsi si accorsero presto dalla malizia e si rimasero dallo sparare. Allora i granatieri francesi trascinati dall'èmpito ed anco dalla necessità proruppero fuori alla scoperta, e s'ingaggiò battaglia; la vera scarmigliata battaglia piena di urli, di minacce, di gemiti e di morti. Le144 case côrse avevano preso tutte sembianze della chimera favolosa, la quale vomitava fuoco da ogni spiraglio della sua faccia: piovevano le palle come grandine, nè i Francesi potevano andare capaci per qual ingegno i Côrsi mantenessero cotesto fuoco non interrotto mai, quasi gli schioppi contenessero venti o trenta cariche. Ma quello che ai Francesi appariva miracoloso era naturale pei Corsi; imperciocchè le donne di casa così giovincelle come vecchie quasi decrepite, e i ragazzi di sette ed otto anni (quei di dieci sparavano) dietro ai parenti caricavano gli schioppi e li porgevano a chi aveva tratto. Tra la moltitudine dei gesti degni di storia non fia grave udire quello di Orso Lusi vecchio ormai giunto alla tarda età che chiamiamo decrepitezza; costui fu del pari valente agricoltore e soldato; fra gli altri pregi ricordarsi essere stato il primo che nella sua pieve di Biguglia coltivasse la saggina. Da parecchi mesi egli stava seduto sopra un seggiolone a braccioli, donde non si moveva che a stento ed aiutato; appena udì lo strepito della moschetteria quasi per miracolo si levò in piedi, e disse: lo schioppo! - Il quale avuto egli si fece a canto di una finestra per trarre145; dallo altro si mise il suo minore nipote e per un pezzo attesero alle loro faccende, però il nipote considerando che il vecchio per debolezza della vista impiegava troppo tempo a pigliare la mira, e con molto pericolo rimaneva scoperto oltre il dovere gli disse: - Caccaro, per la Immacolata Vergine vi supplico ritiratevi di qua; aveva appena finite le parole, che il vecchio cacciò fuori un singhiozzo e il nipote lo vide barcollare e subito dopo spumargli la bocca di un licore sanguigno; represse l'angoscia il forte giovane, e gittategli pronto le braccia a mezza vita perchè non cascasse gridò ad alta voce: - no, Caccaro, no: bisogna assolutamente, che vi togliate di qua: e sollevatolo lo trasportava; a coloro che li dimandarono che cosa facesse rispose: qui il Caccaro è troppo esposto, vado metterlo nello abbaino dove meno osservato aggiusterà i tiri a comodo. La confusione orribile in cui si versavano tutti non permise che badassero troppo a quello ch'ei facesse o dicesse, e il giovane portato il nonno nella sua stanza lo depose sul letto, gli chiuse gli occhi, lo baciò e poi asciugandosi col rovescio delle mani il pianto susurrò: - Caccaro! dormi in pace, io vado a vendicarti. Gli altri parenti seppero cotesto loro antico congiunto morto a un tempo e vendicato e questo ne rattemprò alquanto l'angoscia.
I Francesi chiusi col Ludre adesso conoscono che se si vogliono liberare, importa mettersi allo sbaraglio per congiungersi a quei di fuori; la quale cosa se venisse loro fatto di conseguire poteva senza dubbio dirsi vinta la prova; parte comandati e parte volontari, un cento irruppe fuori dei ripari per fare impeto da un lato in quelle case, le quali dall'altro in quel momento stesso assaltavano i granatieri; i Côrsi che videro cotesto tentativo lo giudicarono, se fosse riuscito, tale da saldare ogni conto; onde passandosi voce da una casa all'altra per via delle finestre o dei pertugi praticati nei muri laterali, stabilirono adoperare gli sforzi supremi per mandarlo a vuoto: in effetto quando se lo aspettavano meno, dopo una scarica universale, si apersero violentemente gli usci di parecchie case e ne rovinò fuori una torma di gente che con le pistole incarcate in ambedue le mani e lo stiletto ignudo fra i denti, si avventò balenando, e trasse così di concerto che fu inteso un colpo solo; i nemici stramazzarono in un mucchio alla rinfusa chi morto, chi ferito, chi sano, ma strascinato dagli altri; i Côrsi, gittate vie le pistole, impugnarono il coltello e giù di botto su cotesta massa di carne menando colpi disperati. I Francesi rimasti dentro i ripari presi da terrore e paurosi di sfolgorare i compagni in quella zuffa mescolata stettero inerti e i Côrsi approfittandosi dello sbigottimento saltano indietro e si rinchiudono in casa; di loro pochi ne rimase feriti: nessuno morto; dei Francesi (incredibile a dirsi se i ricordi de' tempi non lo accertassero senza screzio fra loro), soli sedici sopravvissero ed anco malconci, gli altri ottantaquattro giacquero spenti; miseranda strage, operata in un attimo, come dal fulmine di Dio.
I granatieri i quali dall'altra parte del caseggiato avevano bensì inteso il grido di baldoria dei compagni, ma non vista la fine, instavano più fermi che mai per aprirsi il varco; gittarono da prima le granate a mano, le quali cagionarono strepito molto non danno; poi o muniti di scale o armati di scuri si affrettarono a salire per le muraglie e a spezzare le porte; spingendosi innanzi con la veemenza che fa quasi sempre invincibile l'assalto francese, erano giunti sotto le feritorie dei Côrsi, ai quali ormai di poca utilità riusciva lo schioppo; ma allora posero mano a nuova maniera di difese, che giù dai pertugi incominciarono a piovere acqua ed olio bollenti. Se riuscissero atroci coteste scottature, pensatelo voi, e nondimeno quei bizzarri cervelli ne celiavano: - e largo, dicevano ai compagni, largo che i Côrsi pigliano i gatti a pelare. - Subito dopo il sole rimase oscurato da un nugolo di masserizie domestiche; talune, a vero dire, incapaci a recare grave danno, altre poi lo portavano gravissimo, come conche, catini, mortai di pietra ed altri siffatti; ed anco qui la giocondità francese trovò ad incastrarci la sua, che l'uno all'altro diceva: - tè questa mestola, camerata, e' sanno che tu ti sei fatto sposo e vogliono aiutarti a drizzare su casa. - Un uffiziale ebbe il capo malamente rotto da una culla, e nel sovvenirlo il suo compagno tra serio e faceto gli diceva: - in fè di Dio, non si è mai visto peggio; anche Golia rimase vinto da un bambino e pazienza! ma da una culla senza nè manco bambino riesce dura a trangugiarla. - In questa rovinando una madia fracassa la spalla al motteggiatore e l'altro comecchè con la faccia piena di sangue ridendo rispondeva: chi avrebbe creduto che la morte stesse a pigione nel luogo dove si fa il pane? - Ma piangendo e ridendo si muore del pari, e intanto per le mirabili difese non si poteva spuntare. Il Marbeuf sputava fuoco, allo Chauvelin pareva di sognare; però ambedue ordinate nuove colonne di attacco le sguinzagliavano contro le combattute mura; già si sa, agli assalti la faccenda cammina diversa che a mensa dove si salutano beati i primi: a quell'ora dovevano avere votata la casa di arnesi e logori l'acqua e l'olio, sicchè era a sperarsi avventuroso il nuovo sforzo; pertanto si spinsero cantando e schernendo; tacevano i moschetti con augurio felice; le scale appoggiano, salgono, le braccia stendono, già le mani toccano i davanzali delle finestre, quando giù dai tetti rovinano camini, lavagne e pietre con le quali le difendono dagl'impeti del vento; nè questo solo, che seguitarono travi, travicelli e brani di muro. Sarebbe sazievole del pari che tetro narrare il vario e nondimanco sempre terribile spettacolo delle morti infinite: fuori delle macerie qua sbucava una mano sola, là un capo; di ossa e viscere schizzate, infame il terreno, la strada fatta lago di sangue; indietreggiavano i Francesi, e tuttavolta non ismentivano l'indole festosa, chè ci fu tale che disse: - eh! chi l'avrebbe creduto? mentre io vedendo i casamenti levarsi il cappello m'ingannava volessero salutarci per signori e padroni.
Il conte di Narbona Fritzlar arrovellava come un mastino vinto, e non ci volle manco del comando espresso del marchese di Chauvelin perchè ristasse dallo avventurare un nuovo assalto; sicuramente i granatieri avrebbero obbedito, ma stanchi ed anco sgomenti egli era come cimentarli a morte certa; quasi per tacito consenso delle parti combattenti furono sospese le ostilità verso il mezzogiorno.
Il Grandmaison ricevuto il comando ad Oletta, conobbe come senza molto accorgimento non lo avrebbe potuto mandare ad esecuzione, imperciocchè gli Olettesi meno che offenderlo con la forza (che questo per essere tenuti in rispetto dai suoi soldati non potevano), con ogni altra maniera cercavano farlo capitare male; nascosti pertanto messaggio e messaggiero, dette lingua volere andare a mantenere in devozione il Capocorso; per ultimo quando trasse i soldati dai quartieri bandì ad alta voce che voleva menarli ad esercitarsi nei dintorni; maggiore astuzia non gli avrebbe giovato, ma le troppe precauzioni gli nocquero. Ora dopo avere menato i soldati per buon tratto di via verso Barbaggio, il Grandmaison comandando si voltassero dalla parte di Rutali li pose dentro certe macchie che rasentavano il torrente, che sbocca allo stagno di Chiurlino; da principio le cose camminarono d'incanto; però via via che s'inoltravano la macchia si faceva più spessa, i sentieri più rotti: onde a fatica potevano andare innanzi: il Grandmaison sicuramente non si aspettava incontrare destri cammini; pure trovandoli adesso così scellerati non si poteva rimanere da borbottare: s'intende acqua ma non tempesta! Potevano avere trascorso una diecina di miglia, ed omai procedevano con lena affannata, tutti molli di sudore e co' piedi indolenziti, allorchè il capitano giudicò necessario si riposassero alquanto: non è a domandarsi se se lo facessero dire due volte; ridotte le armi in fasci chi qua chi là giacque sul terreno quale per riposarsi e quale per ripigliare conforto di cibo e di bevanda.
Davvero non fu carità sturbare cotesto riposo, e nondimanco i Côrsi lo disturbarono, e di che tinta! Da prima s'intese uno scoppio lontano e un sibilo vicino; poi dieci, poi cento; assursero i soldati ed imbracciate le armi attesero gli ordini dei capi: non era facile darli nè eseguirli; le angustie dei luoghi; e i colli dirotti non presentavano campo a verun provvedimento di milizia; penetrare nelle macchie peggio, tirare contro le frasche inutile; il nemico sentivano da per tutto e non lo trovavano in verun luogo: in breve l'uragano imperversò nella sua furia; ogni foglia di sul capo sgocciolava una palla, disotto ogni sasso avventava una palla, palle vomitavano i cespugli da ogni lato, insomma non un cerchio bensì una sfera di fuoco e di piombo li circondava; e questo accadeva perchè i Côrsi si appollaiavano su gli arbori come scoiattoli, dietro le macchie o dietro i sassi si rannicchiavano come vipere.
Clemente Paoli capitanava questa imboscata, e davvero in male branche erano capitati i Francesi: costui appiattato dietro una sughera in compagnia di Altobello non mandava colpo se prima non si accertava del fatto suo; ora accennando al compagno con la canna del moschetto un giovine uffiziale: - peccato! disse, cotesto sembra un prestante giovane; oh! quanto orgoglio ne deve avere cavato sua madre; oh! quanto dolore sta per recarle; me chi gli ha detto di cacciarsi146 qua dentro? Requiem æternam dona eis Domine - scattò il grilletto, e il giovane stramazzò giù a capitomboli sul terreno; Clemente col medesimo suono di voce continua: - et lux perpetua luceat ei.
Contemplando cascare il giovane, certo ufficiale più provetto proruppe in orribili bestemmie e gli si gittò addosso147 a speculare di che sorte fosse la ferita, ma accortosi che la povera creatura era spacciata s'inviperì più che mai urlando che cento, mille Côrsi non reputava bastanti a vindicarlo. Intanto Clemente aveva ricaricato lo schioppo - e' mi dispiace proprio, disse, che cotesta anima deve comparire davanti al suo Creatore fuori dello stato di grazia; ma ci ho colpa io, se con la morte in bocca si comportano così poco cristianamente148? Ora pro eo. - Al fine delle parole il vecchio andò a far compagnia al giovane; di loro la storia non ricorda il nome, e non importa investigarlo, conciossiachè la maggiore carità che possiamo adoprare per coloro che sono morti a sostenere la causa degli oppressori consiste appunto a lasciarli nell'oblio nel quale s'immersero interi. Ad un tratto venne al pensiero di Clemente il salmo 143 del santo re David, il quale, a quanto sembra, in parecchie cose buone arieggiava con lui e incominciò a cantare: Benedictus Dominus meus qui docet manus meas ad prœlia et digitos meos ad bellum - e al fine del versetto il suo schioppo ficcava una palla di oncia o nel capo o nel petto di un Francese. - Veramente pochi canti di guerra possiedono virtù di eccitare l'odio dello straniero fino al delirio come quel salmo meraviglioso; però appena può immaginarsi non che dirsi la veemenza con la quale Clemente urlava:
«Signore abbassa i tuoi cieli e scendi: tocca i monti e fa che fumino.
«Vibra il folgore e dissipa quella gente; avventa le tue saette e mettile in rotta.
«Stendi le tue mani dall'alto e riscotimi, e trammi fuori, dalle grandi acque, di mano degli stranieri, la cui bocca parla menzogna e la cui destra è destra di frode.
Acciocchè i nostri figliuoli sieno come piante novelle bene allevate nella loro giovanezza, e le nostre figliuole sieno come cantoni intagliati dell'edificio di un palazzo.
E le nostre celle sieno piene e porgano ogni spezie di beni, e le nostre greggie moltiplichino a migliaia e a diecine di migliaia nelle nostre campagne.
Ed i nostri buoi sieno grossi e possenti e non vi abbia nelle nostre piazze nè assalto, nè sortita, nè grido alcuno.»
Ventura fu pei Francesi che Clemente non ricordasse il salmo 120 o non lo credesse adattato all'uopo, perchè chiudendo ogni versetto con la morte di un uomo, cotesto salmo contando versetti 176, avrebbe menato uno scempio di loro, mentre il 143 annoverandone sol 15, la sua recitazione non costò troppo caro ai Francesi.
Il Grandmaison si accorse presto, che o per previdenza, o per avviso ricevuto in tempo il nemico gli aveva tese insidie; ignorava il numero degli assalitori; ma o pochi o molti era chiaro che dei Francesi non ne sarebbe scampato un solo; e fu mestieri dar volta. Mesti per tante morti e avviliti per non averle potute vendicare, forse non si riduceva persona nei quartieri di Oletta, se il vento che soffiava da levante non avesse portato agli orecchi di Clemente un suono di rombo e voci che domandavano aiuto.
Lasciamoli andare, disse allora questo Aiace côrso, che hanno avuto il loro compito; io penso che quelli che arrivano al quartiere appiccheranno i voti alla Madonna, dacchè da questa parte non ci è da temere più nulla, su da bravi, figliuoli, un sorso di vino, e via difilati al borgo.
Alle ventidue il marchese Chauvelin avendo riposato la sua gente ed ingrossatosi co' rinforzi che di ora in ora gli arrivavano con celeri passi da Bastia statuì tentare un altro assalto. Pasquale Paoli dalle alture di Luciana avendo avvertito il nuovo turbine che si andava formando, comandò a Decio Cottoni e a Giantommaso Arrighi pigliassero tutta la gente che gli stava dintorno e scendessero a investire di fianco i Francesi; avendogli Decio avvertito ch'egli rimaneva solo, e in caso di bisogno su che pensasse appoggiarsi, Pasquale rispose: - non fa caso; vi dirò come Abramo: Dio provvederà, qui non ci ha tempo da perdere, partite.
Vi rammentate di frate Bernardino da Casacconi? Voi ve ne ricordate di sicuro; ora non vi potrete dare pace com'egli che sapeva così bene movere la lingua, non menasse meno valorosamente le mani. Sentite; non è colpa sua, bensì mia, che nè tutto nè di tutti io posso dire; però egli si era chiuso con i più valorosi de' suoi compagni nel convento dei cappuccini del Borgo e quinci dispensava in copia moschettate come in tempo di pace benedizioni: il nostro padre Bernardino durante la tregua era salito in campanile condotto dalla medesima causa, che teneva il generale ritto sopra le alture di Luciana a specolare il paese; ed egli pure aveva notato uno dopo l'altro arrivare i rinforzi da Bastia, ordinarsi e certamente allestirsi a rinfocolare la battaglia; onde messo da parte il moschetto aveva preso un martello e con quello picchiava con garbo sopra la campana più grossa procurando cavarne lo squillo maggiore; avrebbe pure desiderato imprimere a quel suono un accento di dolore, di agonia, di scongiuro, d'istanza smaniosa, di rabbia furibonda, in breve di tutte le passioni, che in quel punto scompigliavano l'anima del frate; e ci si arrovellava dintorno per ottenere al meno l'equivalente. Indi a poco gli risposero da una valle un'altra campana e un corno marino: allora il cuore del frate esultò, perchè era riuscito a far sentire ai Côrsi la voce della madre che li chiamava; e questi furono i suoni che percossero anche Clemente Paoli, troppo discosto dal Borgo per sentire il martellare del padre Bernardo. Questo fu nuovo trovato per trasmettersi le chiamate nei pericoli; in antico però, secondo che testimonia Pietro Cirneo, si partecipavano notizie di ogni maniera, in guisa che il moderno telegrafo elettrico più poco seppe aggiungere di velocità, e senza la spesa di un quattrino. In effetto taluno per ordine del Comune saliva sul più alto colle della pieve dove, dopo avere sonato il corno, gridava con quanto gliene poteva la gola: «gente del tale e tale luogo, sappiate ch'è accaduto la tale cosa nel tale e tal altro paese; fatela sapere intorno a voi.» E il popolo accompagnava il banditore coll'immenso urlo: «viva il popolo! viva la libertà!»
L'agonia del149 frate Bernardino si calmò alquanto allorchè su le pendici dei monti di faccia e a mano destra aguzzando gli occhi vide comparire e subito sparire alcuni punti neri a mo' di muffli, che dopo aver saltato da una roccia all'altra si rinselvano. Allora lasciato il martello riprese lo schioppo ed abbassò gli occhi giù nel paese fuori delle trincere dei Côrsi; colà vide il brulichìo dei granatieri in procinto di avventarsi da capo; dai gesti argomentò i proponimenti feroci; tanto pareva ai Francesi delitto che le vittime non cantassero alleluia a sentirsi sgozzare dalle armi del Cristianissimo, e non levassero le mani ai suoi gloriosi carnefici? Gli ufficiali parlavano ai soldati accese parole, massime il conte di Marbeuf, che ritto su di un rialzo di terra gli arringava tutti e col dito accennava i deboli ripari dei Côrsi; pareva gli rimproverasse, e certo gli rimproverava, di non avere saputo espugnare cotesti deboli ripari di terra, abborracciati da gente ignorante di ogni arte guerresca. - Sul più bello del suo discorso sentì chiamarsi a nome:
- Ohè! signor conte Marboffe, ohè! - Il conte si guardò, meravigliando, dintorno, e non vedendo persona ripigliava la orazione, ma la voce continuò:
- Signor conte, non miri di qua150 e di là; si volti in su al campanile; veda, son io che le parlo, frate Bernardino da Casacconi indegno servo di Dio: le pare carità questa di aizzare carne battezzata contro carne battezzata come se fossero altrettanti mastini? O che gliel'hanno rubata la Corsica perch'ella si arrovelli tanto a conquistarla? Eh! si vergogni; queste non sono opere da cristiani nè da gentiluomini...
- Che gracchia quel corbaccio lassù? proruppe il conte; Luigi fagli per la sua predica l'elemosina di una palla di oncia nel capo.
Luigi ch'era fante del Marbeuf non intese a sordo, e di un colpo portò via una ciocca della barba al cappuccino.
- Per Cristo! esclamò il frate, e subito dopo si morse le labbra, ma ormai era ita e di un salto agguantato lo schioppo con gran voce aggiunse:
- Signor conte, io le baratto il suo scudo in moneta côrsa; badi s'ella è di buona lega.
- Ah! frate - disse il Marbeuf cascando - mi ha morto.
I Francesi, per le vecchie e per le nuove ingiurie infelloniti tornarono ad avventarsi con furore impossibile a descriversi; i Côrsi non avevano perduto tempo ad allestire altre difese; da capo scalate, da capo olii ed acque bollenti, ma per questa volta pareva si facesse di tutto, imperciocchè dietro ai liquidi buttavano i vasi; da capo gambe infrante, uomini capitombolati e rotti su le selci, ferite di ferro e di fuoco, membra lacere sotto il continuo rovescio dei sassi e di muri; sempre più terribile l'aspetto delle molteplici151 morti.
Decio Cottoni arrivato su i luoghi si appostò in uno dei rialzi di terra abbandonati dai Francesi e si diede subito a trarre; Clemente pure giunse dall'altra parte e omai di ripari non voleva sapere niente, bensì fare impeto alla scoperta: più cauto Altobello ne lo dissuase confortandolo ad imitare il Cottoni; dai ripari ammazzarono a man salva, e comecchè i Côrsi non isbagliassero il colpo a volo vi avete a figurare se a fermo, onde pareva la morte vendemmiasse; chè gli uomini cascavano giù stretti insieme da parere propriamente grappoli. Nè i bersaglieri si contentavano di volgari ferite; al contrario volevano scegliere; così colpirono i colonnelli del reggimento Rovergue e del Sassone, e dopo questi la più parte degli ufficiali. Il marchese di Chauvelin non anco disperato di vincere chiamava a sè il marchese di Tilles e il visconte di Beauve, ed ordinò, che preso un distaccamento dai reggimenti Medoc e Brettagna, si recassero a sloggiare i Côrsi dai fortini: i valorosi colonnelli partirono ad eseguire il comando; non li trattennero la pioggia delle palle, non i morti che seminavano per la via; per essere i parapetti bassi saltarono i ripari e quivi incominciarono a trucidare, con le baionette in canna, i Côrsi si provarono resistere co' pugnali, ma conosciuto subito impari il gioco fuggirono e si sbandarono; i Francesi stando raccolti in manipoli, appena usciti perderono il loro vantaggio: sarebbe stato sano consiglio anco per loro tornare indietro alla guardia dei fortini; ma non seppero o non vollero; fatto sta che continuarono il Tilles a perseguitare il Paoli verso Biguglia; il Beauve, il Cottoni verso Luciana.
- E adesso, che come generale non mi resta a fare più nulla, andiamo a sostenere le parti di soldato - disse Pasquale Paoli - rispetto a voi, signor Boswell, restate qui, chè non è giusta, che ne abbiate a toccare per fatti non vostri; addio; - Nasone andiamo.
- Con vostra buona licenza, signor Paoli dacchè abbiamo passato tanta parte di giorno assieme, permettete ch'io lo finisca.
- Ma voi non siete armato...
- Di fatti io non mi presento alle palle francesi in qualità di soldato, bensì d'invaghito.
- Non praticate da savio, signor Giacomo; arrosto che non tocca lascialo andare che bruci, dice il nostro proverbio - e mentre il Paoli così favellava correva, e il signor Giacomo dietro sbuffando.
- Bene, il proverbio non manca di senno, ma ora che sono diventato mezzo Côrso mi tocca più che non credete.
Intanto che andavano Nasone percorreva fiutando la terra; di repente lo videro fermarsi, poi raspare, dimenare forte la coda, poi squittì dando segni di sorpresa e di allegrezza.
- Fermi: qui dietro ci ha qualche cosa di nuovo, notò il Paoli; in effetto di lì a pochi secondi ecco dai cespugli uscire a diecine, a ventine, cani meno grossi, ma della razza di Nasone, quale grigio quale rossigno, i quali si ricambiarono quei convenevoli, che il Galateo dei cani diverso da quello di monsignor della Casa predica onesti; dietro i cani naturalmente vennero i padroni, i quali mirando, ed essendo mirati dal generale, corsero ad abbracciarsi di cuore, erano montanari delle Costiere e li guidava Vinciguerra da Canavaggia. In breve spiegarono, che, quantunque non comandati, sapendo come la battaglia andasse per le lunghe erano venuti a dare una mano ai fratelli, e menavano seco certi compagnoni, dai denti dei quali si ripromettevano quanto dalle proprie mani se non di più. - Raccolti insieme sommavano a cento uomini ed a sessanta cani. Il generale ripigliando subito il cammino disse a Boswell:
- Lo aveva presagito che Dio provvederebbe.
Già erano venuti in parte dove le palle passando via zuffolavano, od abbattevano i ramoscelli degli alberi, allorchè un pedone tutto affannato venne loro incontro agitando da lontano un foglio; si fermarono, e quegli fattosegli più presso correndo disse:
- Ah! signor generale, siete voi? Manco male che vi ho trovato subito; non ho potuto esentarmene; eccovi la lettera consegnata in proprie mani secondo il desiderio del moribondo, e152 adesso addio.
E ratto com'era venuto andava via; al generale che gli urlava dietro: dove vai? dove vai? - Rispose: - torno a battermi.
Il generale spiegò e lesse lo scritto, vergato con mano tremante, il quale diceva così: «Signor generale, raccomando mio padre a voi, la mia anima a Dio. Fra un'ora sarò con gli altri valorosi morti per la patria. Vito Savelli.» Ah! quel caro giovane pareva se la sentisse piovere addosso.
- Bene, prese a dire il Boswell; benissimo; che manca a questa lettera per essere bandita sublime in tutte le scuole del mondo, se non essere scritta alle Termopili da uno dei trecento di Leonida?
- Chiedo perdono, rispondeva il generale tuttavia correndo; Leonida e i suoi si consacravano morendo agli Dei infernali. Vito rende la sua anima a Dio di cui si sente parte. La differenza mi sembra enorme.
- Bene; voi parlate sempre bene.
Erano sul punto omai di sboccare dall'estremo lembo del bosco, allorchè videro venire incontro a loro un uomo fuggendo, il quale ne teneva un altro in collo quasi intendesse rapirlo. Il generale che se lo trovò addosso, lo abbrancò pel petto gridando:
- Ah! dall'altra parte è il nemico e tu fuggi?
- Non fuggo, no, rispose trangosciato il Côrso; lasciatemi andare; Cristo! o non vedete che questo che io porto è morto; mi fu ucciso accanto; no in verità, signor generale, finchè il mio povero fratello mi sta davanti, non mi riesce levargli gli occhi di dosso; e non mi posso battere... vado a seppellirlo e torno subito.
Allora il generale mettendo una mano su la spalla dell'uomo:
- Tu sei di Alesani parmi, e dei Tommasi: non piangere....
- Io non piango.
- Va, torna indietro; chi ti comanda?
- Bè; aspetta (e scrisse sopra un foglio col lapis: fa quello che ti dirà il Tommasi. P. P.) porta questo al capitano, ed ordinagli da parte mia, che ceda a poco a poco il terreno dilungandosi dal Borgo verso il lago Benedetto, e procuri tirarsi dietro i Francesi: in quanto a questo valoroso non darti pensiero a seppellirlo; lo riporrò io stesso con queste mie mani sotto terra; sei contento?
Il Côrso non potendo parlare gli baciò le mani; gli pose fra le sue braccia il fratello, e preso il foglio in un momento disparve.
In questo modo, sicuro il generale che il distaccamento francese non lo avrebbe molestato, con urli che andavano a cielo, suoni di cento153 corni e latrati di una torma di cani cascò improvviso154 alle spalle dei granatieri che operavano sforzi più che umani per rovesciare i parapetti côrsi e penetrati nel Borgo sovvenire la gente del Ludre; in parte si vedevano mucchi di cadaveri a piè della trincea senza che l'avessero potuto155 manomettere; in parte però compariva aperta, e lì dentro la rottura si battevano a baionetta, a coltello, nè le sassate mancavano, nè i pugni, nè i morsi; però il sudore si mescolava col sangue; per mancanza di forza le ferite sdrucivano piuttostochè trapassassero le carni; gli sosteneva la rabbia, la paura e la vergogna del perdere: ormai dall'una parte e dall'altra toccavano il punto in cui anco un grano poteva dare il tracollo alla bilancia; e veramente sessanta cani e cento montanari erano qualche cosa di più di un grano e lo provarono avventandosi con furore non più visto al mondo: terribili gli uomini, ma due cotanti più i cani; le gambe addentate e le cosce non le lasciavano più per ferite nè per colpi anzi nè anco morti, e fu mestieri con taluno aprire co' ferri i denti e liberarlo della testa mozza del cane.
I Côrsi visto il generale a loro tanto diletto, raccolsero quel po' di lena che si sentivano nelle braccia per non apparirgli minori dell'aspettativa ed anco delle promesse che gli avevano fatte: ed egli in mezzo alla tempesta e senza nè pure cavare la spada sereno e tranquillo diceva: - su da bravi, anche uno sforzo e abbiamo vinto!
Mentre voltatosi al signor Boswell, il quale colla scatola in mano lo aveva seguitato, intendeva domandargli: - si può egli fare di meglio? - vide sparirgli il cappello di capo, onde temendolo ferito proruppe in dolorosa esclamazione, senonchè il signor Giacomo sorridendo rispose:
- Poca perdita, un cappello frusto, - e continuò a tirare su la presa di tabacco che aveva incominciato ad annasare - però indi a breve avendo scorto Nasone il quale corso dietro al cappello glielo riportava, soggiunse: - anzi guadagno, e grosso perchè il cappello intero prima costava due scudi o meno, ora forato in questa congiuntura acquisterà un valore venale di dieci sterline o più - forse anco venti.
Il generale non potè astenersi di tentennare il capo pensando come in Inghilterra156 anco i più generosi, in grazia del costume, ogni cosa ragguaglino a lira, soldo e denaro: ond'ei teneva, per certo, che quando con microscopii perfezionati si potesse speculare la materia del sangue della stirpe anglo-normanna, si sarebbe rinvenuto di certo come nella composizione del medesimo capissero moltitudine di cifre d'abbaco invisibili ad occhio nudo; e questo teneva per articolo di fede da mettersi addrittura in fondo al simbolo degli Apostoli, volgarmente detto il Credo.
I Francesi balenarono, e il supremo capitano non aspettando la disfatta, sonata la raccolta dava opera a provvedere che la ritirata si eseguisse col minore scompiglio possibile. Senonchè l'uomo propone e Dio dispone; dopo qualche cento passi i perseguitati perdendo animo e i persecutori acquistandolo, gli ordini scompigliaronsi, e nonostante le minacce e le preghiere degli ufficiali, i Francesi ruppero in fuga.
- Sarebbe bene, diceva un ufficiale francese ad un altro ufficiale mentre levavano a più non posso le gambe verso Bastia, sarebbe bene che la Francia provasse il capitanato di qualche plebeo, perchè da un pezzo in qua voi altri signori ci conducete come montoni.
- Non è così, rispose l'altro; gli uomini che combattono per la libertà valgono tre volte tanto i soldati del re, la più parte dei quali non sa quello che si fa; taluni come me lo sanno e lo detestano.
Il primo di questi ufficiali si chiamava Dumouriez, il vincitore futuro di Jemmappes e di Valmy; il secondo Mirabeau di cui la lingua scalzava il trono di Francia peggio che non avrebbero fatto cento leve di ferro.
Come si confusero gli ordini dei fuggenti, così e più si scompaginarono quelli dei persecutori pigliando ognuno di essi a spacciare il suo; anche i cani aizzati dalla fuga crebbero di rabbia sparpagliandosi per la campagna, e ne successero duelli che sarebbe sazievole riferire.
Non tutti i Côrsi uccisero, nè tutti i cani sbranarono; qualcheduno all'opposto salvò: basti di questi rammentare Nasone, a cui mentre scorazzava per le macchie, occorse un Francese giacente, si fermò in quattro, poi innanzi di accostarsegli fiutò e rifiutò157 il terreno quasi per ricordarsi: quando parve essersi rammentato, andò oltre spedito, venutogli dappresso si dette ad esplorare se fosse morto o svenuto; bisogna dire lo riscontrasse soltanto svenuto, imperciocchè allora s'industriò a scoprirgli la piaga, e trovatogliela nella gamba sopra il ginocchio, dopo avere strappato il panno, si pose a lambirgliela. Non rimase senza aiuto a lungo nella opera pietosa, che un giovanetto côrso sopraggiungendo, alle sembianza e alle vesti parve ravvisare il Francese; egli pure si affrettò a soccorrerlo; piegato il ginocchio a terra esaminò la ferita; la palla non ci era rimasta dentro ma aveva lacerato le carni e forte ammaccato l'osso; il dolore e la perdita del sangue avevano ridotto a tale cotesto infelice; il giovane trasse fuori della carniera un pugno di fila le quali intinte in certo suo unguento le appose a modo di faldella su la piaga, indi la fasciò: su quel subito non ci era da fare altro nè meglio. Tutto intento alla sua carità il giovane non si accorse che gli era caduto il berretto e molto meno che un altro arrivato lo stava contemplando in tacita adorazione: ad un tratto levando la faccia si vide davanti Altobello, onde subito l'abbassò rossa come la fiamma; Altobello già da parecchio tempo aveva riconosciuto Serena.
- Da quando in qua voi qui?
E Serena sorridendo: - Da quando ci siete voi; voi avete sparato le armi che vi caricava io, e porgeva per di dietro. Allora nel vostro cuore pieno di odio non ci sarebbe entrato di amore nè manco quanto è grosso un granello di panico; però non avete sentito, che io vi stava vicino.
Altobello le prese la mano con le sue, e premendogliela forte disse: - non mi rimproverate, Serena; se vi sapeva di faccia il nemico non avrei potuto fare altro che coprirvi col mio corpo.
In questa il Francese sciolto un fievole sospiro risensava, ed acquistata a pena conoscenza di sè, vedendosi accanto quella immane testa di cane, prese a supplicare così:
- Deh! ammazzatemi di una buona moschettata nel capo, non consentite che mi sbrani il cane.
- Fatevi animo, signor Rinaldo, voi siete fra amici.
- Ah! signor Bertovello...
- Altobello, corresse sorridendo l'Alando.
- Altobello sì, torna lo stesso; con voi può darsi, ma come mi trovi fra amici, con questo signore ch'io non conosco, e con questa bestiaccia che sembra voglia fare di me la sua colazione, non comprendo.
- Voi siete ingrato, capitano. Nasone ch'è il cane del generale vi ha riconosciuto amico tra i nemici, e questo giovane, nel quale non ravvisate la mia sposa Serena, tenendogli dietro vi ha tolto da morte sicura.
- Domando perdono, madama, e anche voi, signor Nasone; ma sapete, signor Altobello, che questo farsi accompagnare in guerra dalle donne e dai cani si rassomiglia assaissimo al costume barbaro altra volta praticato dai Cimbri e dai Teutoni!
- Mio signore, i Cimbri ed i Teutoni si reputano barbari, e furono, non mica pei modi di fare la guerra, bensì pel fine della medesima: in vero disprezzando la terra nella quale gli aveva collocati la natura uscirono per chiedere ai Romani terra italiana e l'ebbero: voi sapete come.
- Sta bene; ho capito; il paragone dei Cimbri con voi si attaglia come la luna co' granchi; ma che volete? Da un uomo che ricupera appena i sensi dopo quattr'ore di svenimento non si può pretendere una dose maggiore di buon senso: dicono che quand'anche il mio intelletto tocca il suo meridiano non si mostri guari più splendido: e mi calunniano: io vi posso assicurare, che quando mi ci metto, ragiono anche meglio di così.
- Malizioso! Ma non sarebbe opportuno esaminare un po' se ho qualche cosa in corpo che non ci dovrebbe stare, come per esempio una palla, inquilino incomodo e che per giunta non paga pigione...
- State tranquillo; Serena che vi ha visitato e medicato accerta che la palla lacerò senza fermarsi, cagionando ferita dolorosa, non già mortale.
- Mille grazie! madama Serena: questo è bello in verità, magnifico: con vostra licenza procurerò che venga stampato nella Gazzetta di Francia: di barbari che vi proclamavano m'impegno a farvi bandire fra un mese pei popoli più civili della cristianità per le quattro parti del mondo. - Rispetto al vostro nome, madama, egli sta per empire le bocche dei parigini per una eternità, la quale, come sapete, in Francia si compone di tutta una settimana e talora anche di un po' del lunedì.
- Non vi pigliate questo disturbo, capitano; in quanto a me desidero che il mio nome non esca dalle pareti domestiche: mi piacerebbe però che i vostri compatrioti assumessero della mia patria migliore opinione, e sopratutto consigliassero ad operare più giustamente.
- Come vi accomoda, madama, e adesso, signor Altobello, se non vi sembra troppa pretensione per un prigioniero, mi vorreste un po' ragguagliare per mio governo come intendete cucinarmi.
- A me non ispetta dirvelo; voi siete prigioniero di Serena.
- Oh! ma questo sta per diventare magnifico; il valore prigione della bellezza come nei tempi della cavalleria che in Francia piangono perduta, ed io ritrovo florida in Corsica: or dunque, madama nemica mia amica, fatemi trasportare nel vostro castello e tenetemi schiavo della vostra beltà.
- Se veramente a me tocca decidere su di voi, io considero che in casa mia manchereste dei comodi ai quali il vivere delicato vi ha forse assuefatto: inoltre non mi sembra offendere la patria restituendovi alla libertà, dacchè i suoi destini non penso che dipenderanno da un uomo di più o da un uomo di meno; in ogni caso la vostra ferita vi toglie la facoltà per parecchio158 tempo di trattare le armi. Signor capitano, voi siete libero; aspettate tanto che la notte infittisca, e procureremo mandarvi un uomo e un mulo per trasportarvi sino a Bastia.
- Mille milioni di grazie, mia generosa nemica; ma dite un po' quanto vi piace, voi non m'impedirete di pubblicare con la Gazzetta di Francia questo atto prodigioso, unico al mondo, e scriverne a mia madre.
- Voi ci disservireste, signor Rinaldo, disse Altobello, imperciocchè ci fareste cadere in sospetto dei gelosi patriotti per aver reso la libertà ad un prigioniero come voi; e co' sospetti ai tempi che corrono non si canzona.
- Che poi lo scriviate alla vostra signora madre io non dissento, anzi ve ne prego, soggiunse Serena; e le direte che ho pensato alla sua angoscia, e ne rimasi impietosita, dacchè tutte le donne che soffrono sono sorelle; ditele ancora, che presentandosele occasione di sollevare qualche mio povero compatriota ella lo avrebbe fatto in virtù del suo buon cuore senz'altro eccitamento, ma se la memoria dello aiuto prestato al suo figliuolo renderà più consolante la sua voce, più benevola la sua carità, io penserò che mi abbia rimunerato oltre il merito.
Il capitano Rinaldo a notte inoltrata, posto come si potè meglio su di un mulo, era condotto in Bastia: certo sofferse molto, e due volte svenne; tuttavolta la strada che mena alla libertà non sembra mai tanto dolorosa da dissuadere veruno dallo scorrerla sino in fondo.
Mentre il generale Paoli stava per mandare intimazione al comandante Ludre di arrendersi senza indugio, gli fu annunziato un parlamentario per parte dei Francesi; fattolo subito mettere dentro la stanza lo accolse secondo il suo costume in piedi e passeggiando. Il cane Nasone tornato a casa aveva ripigliato il suo ufficio standosene a giacere in mezzo alla sala. L'ufficiale dopo i consueti saluti espose con parole succinte, il comandante Ludre avrebbe reso il borgo se in capo a 24 ore non fosse stato soccorso: intanto gli mandassero i Côrsi provvisioni di bocca, che verrebbero pagate a prezzo corrente; passate le ore 24, senza che alcuno uscisse ad aiutarlo, gli fosse lecito abbandonare il Borgo con gli onori di guerra, le bandiere spiegate, tamburi battenti, e tornarsene con tutta la sua gente a Bastia, portando seco cannoni, bagagli e munizioni di guerra.
- Avete da aggiungere altro?
- Non ci è altro.
- Tornate al signor comandante, salutatelo in mio nome e ditegli: circa agli onori di guerra egli gli avrà tutti; le sue bandiere porti seco; millanterie nè iattanza garbano ai Côrsi, e chi abusa della buona fortuna dimostra non meritarla; le umiliazioni inaspriscono gli animi e piacciono ai barbari o ai vili. Rispetto alle armi e alle munizioni noi ne siamo privi; bisogna che ce le diate; non vi sarebbe nè manco onore vincere gente disarmata; gli arsenali di Francia poi ne possiedono a macca per rifornirvene fra giorni; potrei esigere il giuramento, che fino a guerra finita non ripiglierete più le armi, ma ci rinunzio perchè avendo veduto come per ordinario siffatte promesse non si osservino, voglio risparmiare a voi la vergogna di mancarci, a me il disgusto di punirvi, caso mai mi ricapitaste fra mano; tutti i Francesi con queste condizioni escano dal Borgo fra un'ora; gli altri rimangano. Andate.
- Signor Generale, rispose il parlamentario con voce alterata facendo sforzi infiniti per contenersi, signor Generale, voi ci trattate come se ci aveste messo i piedi sul collo; un'ora! ma ci vuole più tempo a sellare i cavalli. Questa condizione non palesa punto la cortesia che presumete mostrarci.
- Per Dio santo! urlò il Generale picchiando col pugno chiuso su la tavola, intanto che i suoi occhi balenarono - e chi siete voi per vituperare in altrui quello che voi stessi stimate potere fare con lode? Vi rammentate? Qui.... sono pochi mesi, quando contro la fede della tregua voi scorrazzavate per Capo côrso, il Nebbio e la Biguglia, mandai da Lento un messaggio al marchese Chauvelin perchè mi concedesse sei giorni di armistizio al fine di radunare i rappresentanti del popolo perchè sopra le proprie sorti deliberassero. Avete obliato quello, che mi mandò a rispondere? Noi lo ricordiamo: se vi piace sottomettervi sottomettetevi: tregua non vi si concede nè manco un'ora. E a ridurre un popolo fiero, che da quaranta anni combatte per la libertà, al giogo amarissimo del servaggio straniero, mi sembra, signore ufficiale, che ci volesse un po' più di tempo, che a poche centinaia di vinti per uscire da un ricinto di case. - Quando voi mi pagaste cotesta moneta la dicevate fatta di oro di coppella, perchè coniata da zecca francese; ed ora che io ve la restituisco tale e quale, non la riconoscerete più? Osereste sostenere ch'io ve l'abbia falsata? A cui sputa contro vento la saliva ritorna in faccia. Non una parola di più, partite.
E levandosi l'orologio di tasca lo pose sopra la tavola. L'ufficiale si partì pensando forse poteva darsi, tutto il torto non fosse del Generale côrso, e per la presunzione francese non era poco.
Il comandante Ludre radunò da capo il consiglio di guerra; veramente non s'intendeva a che fare: ma e nelle malattie non si manda pei medici ed anco più famosi quando l'infermo boccheggia in articulo mortis? L'uomo è schiavo legato alla catena dei costumi. La milizia francese indi a breve conobbe i patti della resa, e le parvero ostici: perchè la cosa che abbia virtù di percotere più forte le menti dei Francesi sia la umiliazione, e volentieri lo confesso, quella che sopportino meno, e vendichino più presto; ma la necessità gli stringeva con tanaglie di ferro.
Si trovava allora per caso tra i Francesi al Borgo un Mattei di Lota traditore e spia, il quale si era condotto al Borgo per rivendere l'anima sua a minuto indicando strade, scoprendo imboscate, e commettendo anco di peggio se di peggio avessero avuto i Francesi bisogno, ed egli protestò di farlo. Avvertito dei patti della resa se gli sentì appuntare al cuore come la cima d'una spada; però non mise tempo fra mezzo di condursi ai quartieri del Ludre per dimostrargli il debito, anzi la necessità di salvarlo ad ogni costo: respinto dal piantone schiamazzò, pregò e per ultimo minacciò: e furono parole perdute; convinto finalmente ch'ei diceva le sue ragioni agli sbirri, si apprese a nuovo partito il quale fu questo: salì sul tetto della prossima casa, e quindi arrampicandosi giunse a quello del quartiere del Ludre: qui rovesciò la lavagna murata ad angolo su la cappa del camino, e bravamente si cacciò giù per la gola fuligginosa. Mentre il comandante approfittandosi del tempo brevissimo stava per mettere fuoco ad un fascio di carte portate sul camino, ecco con molta paura rotolare giù una figura mostruosa, che non avrebbe così di leggieri riconosciuta, se non si fosse dato pensiero di gridare subito:
- Non dubitate di nulla, signor comandante, sono il vostro confederato Mattei: ho sentito cosa alla quale mi riesce impossibile159 credere, voglio dire che quel traditore del Paoli non vuole ricevere a patti che i Francesi soltanto, in quanto a lui, cotesto ribelle di S. M. cristianissima, lo conosco capace di questo e di altro, ma voi spero, signor comandante, che siete quanta lealtà e quanto onore vivono nel mondo, rigetterete di certo il vituperio di simili condizioni.
- Non istà in mio potere farlo: dopo la ritirata del marchese di Chauvelin non mi avanza scelta.
- Voi vi disonorate...
- Io? gridò il comandante, e gli si spinse contro con mano aperta per dargli uno schiaffo; poi si ritenne aggiungendo con ineffabile disprezzo; voi non meritate nè anco uno schiaffo; che debito ha con voi S. M.? Voi vi siete venduto, egli vi ha comprato, e a parere mio più caro di quello che meritavate; la è partita saldata. Uscite.
Il Mattei voleva ripetere, e dalle labbra frementi e dagli occhi che schizzavano veleno si poteva argomentare di che razza parole, ma due granatieri lo acciuffarono, e lui repugnante e sbuffante di un solenne spintone cacciarono a capitombolare giù delle scale fino a mezza strada. - Cotesto modo di palesare la propria intenzione parve anco al Mattei tale da dissuaderlo a tentare da capo col Ludre; si provò a procacciarsi miglior ventura co' soldati; aveva dimessa ogni petulanza, dalla procacia trapassando alla più abietta umiltà, supplicava lo ricevessero nelle loro fila, sopportassero fingerlo camerata; la carità non fa macchia, o fatta, ella stingerla con le proprie mani subito; deh! non impedissero che vestita l'assisa soldatesca, si mescolasse fra i granatieri.
La più parte di cotesti militi repugnava non comprendendo, o ricusando capire, che se il tradimento frutta infamia, metà appartiene a cui lo commette e metà a cui se ne approfitta; ma un sergente che già fu usciere di Parlamento, e risegnò lo ufficio affermando, che gli pativa meno l'anima di vedere ammazzare la gente colla spada che con la penna, chiesta ed ottenuta a parlare licenza osservò come il punto adesso stava nel ricattarsi; però più che mai abbisognare essi di gente devota che per un po' di danaro mettesse a repentaglio per loro anima e corpo: considerassero che incominciava allora la guerra: anco le spie comporre fra loro un'arciconfraternita, e di che tinta! questo rispettabile corpo si terrebbe offeso dello abbandono di uno dei suoi membri: non per lui certo, ma per proprio interesse persuaderlo a tenerlo bene edificato, non rifiutandogli l'ultimo rifugio nel quale confidava la sua salute. Cicerone non poteva orare di meglio nè persuadere più arguto: lasciarongli pertanto vestire la militare assisa e confondersi fra loro.
Dalla rottura di una trincera incominciarono a defilare i vinti; volevano160 passare a due e a tre, ma venne loro impedito; e fu mestieri adattarsi a uscire ad uno per volta; mala parola era questa pel Mattei, il cuore gli s'impiccolì; pure nelle sembianze si mantenne sicuro; sperava sempre non badassero tanto pel sottile. A mano a mano che si accostava però gli venne fatto di notare con terrore, che Minuto Grosso con una schiappa di pino accesa stava agguardando tra ciglio e ciglio chiunque passasse; ora per maledetta disgrazia egli aveva pratica con costui; lo avrebbe riconosciuto di certo, denunziato, tradito; e il sudore freddo gli gocciolava lungo la schiena; ma forse sotto altre vesti poteva sfuggirgli, e poi Minuto Grosso aborriva restare lungamente a gola secca e l'acqua detestava quanto la sete; non era da credersi che giusto in quel giorno ei si fosse astenuto dal bevere; e gli tornava il cuore in corpo: intanto egli si avvicinava; ora la coscienza tormentandolo da capo gli faceva toccare con mano che Minuto Grosso non era stato preposto costà per nulla, e quello specolare uomo per uomo chiariva espresso che qualcheduno cercava; e il Mattei tornava a sdilinquire; ma su coraggio, che non vorrà riconoscermi, e farà la gatta di Masino: diavolo! avevano bevuto insieme; egli era come mettergli la corda al collo; non si tradiscono così i compari, gli amici, i patriotti....
- Eccolo là; pigliatelo, costui è il traditore.
Queste parole tagliavano a mezzo le consolanti speranze del Mattei; e così stavano ammaniti a mettergli le mani addosso, ch'ei si trovò preso e legato quasi prima di essersene accorto. Qualcheduno dei granatieri francesi, certo spinto da indole generosa, fece atto di proteggerlo, ma in quel punto essendosi fatte sentire queste altre parole che pronunciò il capitano Decio:
- Anche questa si doveva vedere! i granatieri di Francia coprire con la propria divisa un traditore.
I granatieri rimasero impietriti; e dopo breve ora si allontanarono con celeri passi e fronte abbassata.
Il Mattei tratto davanti al consiglio di guerra si voltò a destra, e con istupore ravvisando un suo parente esclamò:
- Queste cose si fanno a un parente, Lorenzo?
E quegli gli rispose:
- Non ti si fanno come a parente mio, ma come una carne con Anton Francesco Gafforio, che vendè il sangue del fratello ai Genovesi.
Allora colui piegò a sinistra e riconobbe in chi lo teneva il suo fratello:
- E tu mi meni alla mazza, Liborio? Non sono più tuo fratello?
- Sì, come Caino lo fu di Abele.
- Compatriotti, ammiccando col capo in giro gridava, rammentatevi che sono dei vostri.
- Anche Giuda fu degli apostoli.
Breve il giudizio; riconosciuto e condannato.
Oltre la Relazione, il signor Giacomo Boswell lasciò scritte parecchie memorie intorno ai fatti degni di ricordo, ch'ei vide; tra queste occorre uno scritto su la tragedia del Mattei, il quale merita di venire riportato con le sue medesime parole:
«Condannato ch'ei fu, narra il dabbene inglese, immaginando che lo avrebbero spedito a suono di moschettate, e forse come era piuttosto da credersi con la corda, io aveva pensato di andarmene a cena e poi mettermi al letto, chè le fatiche della giornata mi avevano reso indispensabili il cibo e il sonno; dalle otto della mattina in poi non era entrato altro nel mio corpo che una libbra di pane, forse due dozzine di albicocche, un poco di lonzo (molto celebrato dai Côrsi, ma da farci poco capitale su), un tocco di formaggio di capra (delizioso in verità!) ed un pezzo di castrato arrostito, sicchè si poteva dire ch'io m'era quasimente digiuno: ricordo che, avendo voluto vedere l'ora che faceva, cavai l'orologio di tasca e postomelo sotto gli occhi mi balenavano così che non potei distinguere i numeri: allora compressi la molla perchè sonasse, e avrà sonato perchè nè allora nè poi lo rinvenni mai guasto, ch'egli era dei buoni, avendolo comprato a Londra da Doddy figlio e compagni, dieci lire sterline: ma non sentii nulla; tanto mi aveva intronato lo strepito della lunga battaglia; nondimanco al lume dei pini accesi scorsi consegnare il traditore a sei uomini, tra i quali un prete: essi lo legarono su la groppa di un mulo a mo' di sacco e lo ricopersero di una sargia nera; subito dopo montarono a posta loro a cavallo traendo sospiri e facendo atto di disperato dolore: - povera gente! gridava dietro il popolo, non meritavano questa angoscia. - La curiosità di sapere come andava a finire cotesta faccenda mi tolse per incanto il sonno e la fame: però considerando che se al sonno non poteva rimediare, lo stesso non era a dirsi della fame; andando sul cavallo mi empii le tasche di roba buona a mangiare; e comecchè perdessi qualche tempo, non mi fu difficile raggiungere la compagnia pel chiarore che mandavano da lontano le schiappe di pino; quando venni appresso di loro essi non mi salutarono: non m'invitarono a seguitarli, non mi respinsero; fecero le viste di non accorgersi di me: viaggiammo tutta la notte; l'alba ci colse in riva al mare dalla parte meridionale dello stagno di Chiurlino presso la punta di Arco. Scesero tutti e trassero il traditore da cavallo; già pareva fatto cadavere, ma la posizione diversa, la brezza mattutina o che altro si fosse gli ravvivò la faccia, onde ei rivolse attorno gli occhi consapevoli. - Nicolò, bisogna morire - disse uno della compagnia. - Come morire? rispose con fievole voce il traditore, io non mi vedo attorno che parenti; quei del mio sangue mi hanno menato qua per ammazzarmi? - I circostanti col capo accennarono di sì. - E voi pure, sacerdote di Dio, siete venuto qui per ammazzarmi? - Il prete lo guardò truce e non rispose nulla; però voltosi agli altri disse così: - Parenti miei pei meriti vostri e per quelli dei nostri illustri maggiori avete ottenuto che costui non morisse di corda, bensì fu commesso a voi farlo sparire dal mondo nel modo che paresse più onorato per noi, credete voi dopo ciò potergli lasciare la vita? - Agitarono tutti violentemente il capo da destra a sinistra. - Parenti, figli dei miei zii, fratelli miei, lasciatemi vivere; vi dono quanti denari tengo addosso, e quanti altri tengo sotterrati a Bastia. - Un potentissimo schiaffo gl'insanguinò le labbra mentre a coro urlavano d'intorno: - Taci.
Il prete riprese a parlare: - Parenti, io vi accompagnai disperato di salvargli la vita del corpo, ma con ferma fiducia di scamparlo alla morte dell'anima; fatevi un po' in là tanto che lo riconcilii con Dio.
- Questo non sarà, interruppe il più vecchio dei parenti; deve morire intero; anco Giuda rovinò disperato nell'inferno.
- Ah! Lucantonio che bestemmiate mai! La misericordia di Dio ha sì gran braccia, che piglia tutto ciò che con pentimento vero si rivolge a lei.
- Prete Barnaba, insistè il vecchio, io non costumo troppe parole: questo è il mio pensiero; voi mi siete nipote di fratello, vi ho allevato come figliuolo e più vi voglio bene; ora bisogna che scegliate a vedere me o lui in paradiso; perchè caso mai si salvasse, ed io lo avessi ad incontrare lassù, prima gli sputerei in viso, e gli spaccherei il cuore anche sulle ginocchia del Padre Eterno, poi direi a San Pietro, aprimi l'uscio, il paradiso non fa per me; vado all'inferno per vedere se ci tira miglior vento.
Il povero prete levava ambedue le mani giunte al cielo per supplicarne Dio a turargli gli orecchi per non sentire coteste immanità, o almanco condonarle alla passione di quel fiero vecchio vissuto per sè e pei suoi fino a quel punto incontaminato; non durò molto cotesta preghiera, e pure bastò perchè nello intervallo tra la prima e l'ultima parola un'anima fosse cacciata per violenza fuori del suo corpo mortale; il vecchio di un colpo in mezzo al cuore lo freddò; poi vedendo che gli altri parenti si allestivano di sparargli addosso i propri schioppi, ne rialzò la canna dicendo: - Basta; ei non valeva una carica; voi serbate le vostre pei nemici della patria.
Il prete a sentire lo scoppio era caduto in ginocchioni esclamando: - Signore, perdonalo.
Intanto i parenti dopo aver frugato sottilmente il cadavere, e levatogli da dosso tutto quello che si trovava di contante, lo avvilupparono dentro la sargia nera, e al collo e ai piedi gli legarono due enormi sassi; quindi cercata e trovata una delle barche che colà solevano ordinariamente dar fondo per la pesca dello stagno, in quella deposero il corpo, e dato mano ai remi andarono in alto mare dove lo precipitarono. Il vecchio ch'era rimasto sulla riva, mostrando allora accorgersi della mia presenza, mi strinse il braccio dicendo:
- Signore inglese, voi racconterete ai vostri come si puniscono i traditori in Corsica.
- Tuttavolta, io risposi, salvo l'onore vostro, mi pareva che un po' di sepoltura cristiana non avesse guastato nulla.
E l'altro con piglio severo: - No signore, sarebbe stata cosa indegna ch'egli dormisse nel seno della madre che aveva tradito: i traditori non appartengono a veruna religione - e mi voltò le spalle. Meditai profondamente su cotesto fatto; guardandolo con occhio inglese mi si aggricciavano le carni; mi provai considerarlo sotto altri aspetti e mi parve che potesse stare. Tanto è, i santi vanno veduti nelle loro nicchie; però quel danaro grancito addosso all'ammazzato mi tornava a gola; il sospetto dell'avara crudeltà guastava ogni più benevola interpretazione. Parecchi giorni dopo mi abbattei per le vie di Corte nel medesimo vecchio; vestiva a lutto, e camminava con la faccia bassa; scosso dal mio saluto la sollevò a stento; povero uomo! in pochi giorni aveva vissuto anni, e di quelli ultimi che mettono proprio capo al sepolcro: pensai di offrirgli una presa di tabacco per pigliarne occasione di scoprire marina; ma devo confessare a mia lode, che detestai subito lo spediente come ipocrito e ingeneroso, avrei voluto vincere la mia curiosità, ma non potei, che questa malattia mi ha messo il tarlo nelle ossa, onde scegliendo mostrarmi piuttosto che finto impronto, domandai:
- E oh! quanto grande!... quanto grande mio Dio! - e pianse come un bimbo battuto.
- Ormai mi sento in fondo di angosce e di consolazioni; tra breve Lucantonio terrà dietro al meschino Barnaba...
- Ohimè! quell'angiolo volò al paradiso, voglio dire ce lo hanno fatto volare, perchè se dipendeva da lui sarebbe rimasto a chiudere gli occhi ai poveri genitori.
- O come l'è andata? - mi scappò senza che la potessi agguantare, ma il vecchio riprese:
- Vi rammentate che pigliammo la moneta che trovammo addosso al traditore?
- E come! soggiunsi io, ed egli:
- La consegnammo al prete, perchè egli la riportasse ai compratori di cotesta anima dannata; e il prete a giorno alto si recò a Bastia dove chiese di parlare al generale; caso volle lo menassero dal conte di Marbeuf, il quale non rimase morto, bensì ferito nella spalla: e siccome la piaga lo costringe a starsi lungamente inoperoso, si arrovella come cane arrabbiato e giura d'impiccare con le sue mani quanti religiosi gli capiteranno sotto. Intromesso da lui il prete Barnaba gli disse, che gli riportava il prezzo del tradimento, e forse avrà anco aggiunto, perchè me lo promise, che ai popoli grandi se non piace la giustizia dovrebbero almeno astenersi dalla viltà: i Francesi avere a vincere col ferro non coll'oro; massime i Côrsi, che di petto a loro erano, si poteva dire, come una mosca accanto all'elefante. Gli uomini quando mancano di scusa rispondono con le ingiurie, però il Marbeuf stizzito favellò: - I preti sogliono col prezzo del sangue comperare campi; di fatti con quello di Giuda non acquistarono il terreno del pentolaio? Prete, tenetevi cotesto denaro: il vostro cugino se lo guadagnò in buona coscienza. Prete, il danaro non manda puzzo, e questo attestò l'imperatore Vespasiano a Tito quando gli pose sotto al naso la moneta del dazio su i cessi. - Il cugino Barnaba era un agnello di mansuetudine, tutto pazienza, tutto amore di Dio: ma Graziano, che gli stava accosto, lo vide alle provocazioni del malnato conte diventare bianco come il lenzuolo, e prima che lo potesse impedire, il cugino Barnaba gli allungò uno schiaffo così potente che dal seggiolone dove stava seduto il conte stramazzò in terra. Ne nacque un tafferuglio da non si potere con parole raccontare. Graziano si approfittò della confusione per svignarsela, e come a Dio piacque gli venne fatto; prete Barnaba rimase senza muovere passo nè mostrar paura: preso, bistrattato e battuto non fiatò; accusato non si difese, condannato non maledì; solo quando venne tratto sopra la piazza di santo Nicolaio, a voce spiegata intuonò il Te Deum; e poichè giunto sul luogo non lo avea finito; chiese in grazia glielo lasciassero cantare fino in fondo; la quale cosa ottenne; dopo il Gloria Patri piegò i ginocchi e le palle soldatesche ruppero quel petto dentro al quale l'amore di Dio e della Patria stavano come dentro al santo ciborio: ahimè! povero prete Barnaba, la tua morte mi ha rotto le ossa e l'anima: e adesso mi consumerò desolato per essere privo della tua cara faccia e più ancora per non poterti vendicare.»
Qui finisce su questo fatto il giornale del signore Giacomo Boswell161 intorno al caso del Mattei di Lota traditore della Patria.
Per la presa del Borgo vennero in mano dei Côrsi 1700 schioppi, tre cannoni, dodici barili di polvere, diciassettemila cartocci, oltre ad inestimabile quantità di attrezzi ed altre munizioni da guerra, le quali nelle angustie in cui si versavano i Côrsi, furono provvidenza di Dio.
I Francesi che vittoriosi avevano ricusato concedere tanto di tregua, la quale bastasse a consultare la volontà del popolo intorno ai provvedimenti di suprema salute, adesso, vinti, mandavano i padri serviti Caracciolo e Marazzani a chiedere sicuri i quartieri da inverno: rispose il Paoli, che sicurissimi e' li potevano avere tornandosene a casa, e lasciando senza invidia ai Côrsi poveri tugurii; ma poichè questo a loro non garbava, offerse starsene quieto, a patto che essi si ritirassero nei presidii; nè anche ciò piacque; onde la guerra durò moltiplice, varia di fortune, copiosa di morti, eccitamento a offese più acerbe.
- Tu invan col brando, ed io con penna invano,
Paoli, destar la Italia un dì tentammo;
Vedi or se accenna i sensi tuoi mia mano.
Se poi taluno volesse notare, che nel 1768 non ci erano tragedie dell'Alfieri stampate, dirò che ha ragione, essendosene fatta la prima stampa in Roma nel 1783, e non di tutte; mi si scriva a debito di anacronismo.