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CAPITOLO VIII
Ah! se sapesse il mondo il cor che egli ebbe.
In una giornata d'inverno lugubre, quando tutti gli oggetti paiono tinti in colore di cenere, e dal cielo piove acqua e fastidio, il generale Paoli, solo nel suo studio, stava scrivendo una lettera; e' pare che si trattasse di faccenda seria, perchè risparmiando l'opera del segretario, ei si piegasse contro il suo costume a scrivere da sè; questo giudizio poi avrebbe raffermati due cotanti il doppio, quale avesse visto il generale rimpiattare precipitoso il foglio sotto altre carte, appena sentì girare la stanghetta della porta: quindi voltando un po' risentito la testa, domandò:
- Chi è? - E stava per aggiungere qualche parola di rimprovero, ma al comparire che gli fece davanti la placida faccia del signor Giacomo Boswell sempre vestito color di piombo, sempre dondolante la sua tabacchiera nelle mani, sempre atteggiato dalla perpetua sua curiosità a punto d'interrogazione, sentì, nonostante le cure, passare nella propria anima l'aura soave che spirava dall'anima dell'inglese dabbene.
- Orsù, incominciò il Boswell, io vengo a dirvi addio, e certamente sarebbe questa l'ora più trista della mia vita se vi lasciassi senza la speranza di rivedervi in breve e di operare durante la mia breve assenza in pro' della vostra patria e di voi.
Il Paoli tentennato il capo, rispose:
- Ah! mio caro, ormai io temo la sia spacciata per la mia patria....
- Come questo? Mi parve all'opposto che ella non provasse mai miglior fortuna, nè fama più grande di adesso....
- Può darsi in quanto a fama; rispetto a fortuna, o Dio! ella si disfà nelle sue vittorie....
- Non capisco, voi avete vinto al Borgo, a Migliaia, a Olmeta, all'isola Rossa, a Murato e in cento altri scontri; ciò reca animo a voi, sconforto ai nemici.
- Ogni scontro ci apre una vena, e il sangue gronda da tutto il nostro corpo; ai Francesi poco nocciono le morti, meno le ferite: per uno che ne muoia ne surrogano quattro vivi: se vincono, pigliano baldanza, se perdono, raddoppiano la pertinacia e le forze. Tutte le nostre vittorie non impattano la presa di Barbaggio.
- Bene; vorrete darmi ad intendere disperata la fortuna côrsa perchè espugnarono un villaggio e fecero forse un 250 prigioni?
- Cotesto villaggio apre e serra il Capo côrso; i 250 prigionieri sono i migliori soldati ed ufficiali che possedesse la Corsica. Ogni giorno noi ci stremiamo e i Francesi su 38 vele scortate da tre fregate e due sciabecchi hanno a questi giorni spedito otto battaglioni di rinforzo; segreti avvisi mi annunziano prepararsi per la primavera una spedizione con il conte di Vaux a capo, e 40 mila uomini di accompagnatura; munizioni copiosissime, tesoro infinito; premio dell'impresa il bastone di maresciallo al capitano. E come tanto non bastasse ad assicurare la vittoria, dopo impugnate le armi dei forti non trascurano le vili, comprano il tradimento, forse anco l'omicidio; certo è che spingono a prezzo d'oro il fratello a insanguinarsi con la strage del fratello.
- Benissimo. Ciò contrasta a quanto mi venne referito, che il reggimento real côrso al soldo di Francia, avendo dichiarato che non patirebbe combattere contro la patria, ne ottenne scusa.
- Anzi plauso: vecchie lustre, che presero e prenderanno fino al terminare dei secoli i credenzoni; intanto i Buttafoco, il Boccheciampe arrolano compagnie côrse in Bastia, il Capitano Cannocchiale in Tavagna, i Fabiani nella Balagna.
- E voi che fate?
- Io? Chi posso impiccare, senza misericordia impicco; altri a cagione delle grandi aderenze e del pericolo d'inimicarsele bandisco: chi non arrivo, lascio stare - insomma mi trovo al verde; appena faceste rumore all'uscio mi prese vergogna e nascosi un foglio; ora mutato consiglio io ve lo vo' mostrare, perchè giudichiate a che termine siamo ridotti, e perchè mi sembra che ciò faccia più scorno al mondo che a me.
Qui cavò il foglio e lo pose sotto agli occhi del Boswell, che si schermì un pezzo da leggerlo; vinto poi dalla curiosità propria e dall'insistenza del Paoli lesse: «la prego farmi il solito gioco alla benefiziata con la estrazione de' numeri praticata altre volte. Alla signora monaca suora Maria Domenica Rivarola a Livorno. Corte, 9 gennaio...» - Il signor Giacomo levando il capo, soggiunse: «e questo cosa vuol dire?»
- Vuol dire, che mi bisogna confidare al giuoco del lotto la salute della patria.
- O le prese del capitano Lazzaro Costa?
- La prima volta su le spiagge di Provenza s'impadronì di una tartana con 334 barili di polvere e qualche cento schioppi; la seconda qui presso Aiaccio di un'altra tartana che portava sei ufficiali, 64 mila franchi, e non so che altre masserizie d'oro, una fava in bocca al leone.
Il Boswell rimase pensoso, e dopo avere picchiato due o tre volte la tabacchiera, disse:
- Io vado in Inghilterra; non vi prometto troppo, perchè dopo il mantenere poco, il promettere troppo sia ciò che massimamente detesti; ma se il governo non vi aiuta, non istarà certo nè pei miei amici, nè per me: solo vorrei che voi figurando entrare nei miei piedi mi suggeriste un po' che cosa avessi a dire.
- S'io fossi in voi, parlerei così: Inglesi, voi vi date vanto di emulare i Romani; e certo lo dovete, imperciocchè non si arrivi senza il consenso di Dio alla suprema altezza, la quale impone obblighi alla stregua dei doni; dove il popolo fatto grande trascuri il debito di difendere il debole, di promuovere il bene degli uomini, di schermire la libertà, commette peccato, diventa inutile, distrugge le cause della sua vita, prendono a combatterlo di fuori l'odio, dentro lo sfinimento, e languisce maledetto come le cose maligne abbandonate dalla potenza. Volete vedere, aggiungerei, come si comportassero i Romani coi deboli minacciati da ingiusti potenti; leggetelo nel capit. VIII del libro I dei Maccabei. Il Paoli prese la Bibbia e ad alta voce lesse: «e Giuda ebbe contezza dei Romani e della loro possanza, e come concedessero quanto loro si domandava e pigliassero in protezione chiunque a loro si accostasse; - sentì delle loro guerre e delle imprese fatte nella Galazia, la quale vinta avevano sottoposta a tributo; - e le grandi cose operate nella Spagna e come si fossero insignoriti delle miniere dell'oro e dell'argento governando il paese colla pazienza e col senno - terre lontanissime soggiogassero, rompessero re mossi a danno loro dalla estremità della terra, gli stritolassero, con fiera battitura li percotessero; gli altri poi avessero accolto a patto di tributo annuale; Filippo e Perseo re dei Macedoni scopertisi nemici prostrassero in battaglia; - e con pari ventura mandassero Antioco il grande re dell'Asia sceso in campo con 120 elefanti, cavalli, carri e potentissimo esercito; e preso che l'ebbero ordinarono pagasse un grosso tributo in perpetuo e desse ostaggi secondo il convenuto; le provincie conquistate, copiose di beni, donarono a re Eumene.
«Ora quei della Grecia avendo disegnato di abbatterli, essi lo seppero e andarono sotto il comando di un capitano a fare battaglia con loro, molti ne uccisero, le mogli e i figliuoli ridussero in ischiavitù, disertarono il paese, occuparono le terre, sovvertirono le mura, i superstiti fecero servi come anco adesso sono. Con quelli poi che loro amici si protestavano e alla loro fede si commettevano mantenevano lega, regni prossimi o lontani donavano, perchè dovunque giungeva il nome di loro li temevano forte. - Quelli che essi consentivano a lasciare sul trono regnavano, gli altri cacciavano, sicchè in ogni parte gli esaltavano; e non pertanto veruno tra loro portava diadema, nè porpora per pompeggiare con quelli; bensì avevano eletto un senato dove ogni dì 320 persone deliberavano le faccende del popolo per fare quanto credevano spediente; a capo di anno conferiscono il maestrato ad un uomo perchè regga lo stato: gli obbediscono tutti senza invidia nè gelosia fra loro. Allora Giuda deputò Eupolemo figliuolo di Giovanni, e Giasone figliuolo di Eleazaro per mandarlo a' Romani a stringere lega d'amicizia con essi; affinchè gli liberassero dal giogo dei Greci, considerando come questi s'industriassero a ridurre in servitù il regno d'Israele. E quelli andarono a Roma, che fu lungo cammino; dove entrati in senato favellarono così: Giuda Maccabeo, i suoi fratelli ed il popolo dei Giudei ci mandarono a voi per fermare lega e pace con voi, e perchè ci scriviate tra i confederati ed amici vostri. E la proposta piacque. Ecco il rescritto il quale inciso sopra lastre di bronzo spedirono a Gerusalemme perchè vi stesse pei Giudei monumento di questa pace e confederazione: «Felicità ai Romani ed alla gente giudea in mare e in terra eternamente: lungi da loro la spada e il nemico; che se i Romani o taluno dei loro confederati si troveranno primi in guerra, la gente giudea darà soccorso con pienezza di cuore secondo la ragione dei tempi; e ai combattenti Giudei non somministreranno armi, nè danaro, nè162 navi, così essendo piaciuto ai Romani, e quelli obbediranno senza pretenderne soldo. Parimente se prima la gente giudea avrà guerra, i Romani la sovverranno con animo pronto, giusta la qualità dei tempi; e agli aiuti romani non somministreranno i Giudei armi, danari o navi, così piacendo ai Romani, e gli aiuti obbediranno senza frode. Questo è il patto fra Romani e Giudei. - Oltre a ciò rispetto alle ingiurie arrecate loro dal re Demetrio gli abbiamo scritto di questo tenore: «per quale cagione hai tu reso più duro il giogo ai Giudei amici e confederati nostri? Se dunque essi ricorreranno di nuovo a noi, noi faremo loro giustizia movendoti guerra per terra e per mare.»
Tali i Romani favellavano, tali erano; non basta gridare: civis romanus sum; bisogna sentirsi nel cuore e nelle braccia romano; queste cose dite ed altre che saprete aggiungere di vostro, e forse vi ascolteranno.
- Bene; e voi sperate che in questo modo verremo a capo coll'Inghilterra perchè pigli andatura degna?
- Ho detto forse; certo non mi nascondo punto che i nobili vi sono superbi, le plebi abbiette ed i borghesi intenti ai guadagni, ma non tutti così; e poi anco i pessimi colà amano il vivere libero; ora la libertà non è, come i borghesi pensano, un bel cappone da metterlo in istia e mangiarselo a Natale in famiglia.
- Sì bene la libertà non è un cappone per metterlo in istia....
- E fate loro toccare con mano che la libertà, fra tutti gli astri bellissimo, per diffondere di raggi non iscema luce; la sua vita sta in questo, ricevere lume da Dio e tramandarlo ai mortali. Il giorno nel quale le impediranno il santo ministero, ella ripiglierà il cammino del cielo come l'operaio terminato il lavoro torna a casa; e la notte della tirannide calerà su tutto il mondo.
- Addio dunque, signor Paoli: il tempo stringe così che far subito non mi parrebbe presto abbastanza; vi prego dei miei saluti al rispettabile vostro signor fratello Clemente e a tutti gli altri egregi uomini e dilettissimi amici, massime al signor Altobello, - e già da un pezzo teneva in mano la destra del Paoli e la squassava con forza bastante a stiantare una imposta dalle bandelle; finalmente si staccò, e il Paoli comecchè si sentisse indolenzito fino alla spalla, pure facendo bocca da ridere si ammaniva ad accompagnarlo in istrada per metterlo a cavallo, quando di botto il signor Giacomo si voltò a Nasone e gli disse:
- Mi rincresce proprio, Nasone, di andarmene senza lasciarvi un pegno che valga a rammentarvi la stima in che vi ho, e lo amore che vi porto. La natura avendo pensato a farvi le spese in quanto a vestiario, qualcheduna delle mie spoglie non sarebbero al caso. - Intanto aveva stesa la mano, e il cane intendendo ottimamente che si cercava la sua zampa, gliela porse; così stretti insieme faccia appuntata a faccia, il Boswell proseguì: - Anelli non sono adattati per le vostre dita, e poi non convengono ad uomo, nè a cane libero; rispetto ad ore voi vi servite del sole, sicchè avente in tasca gli orologi di Doddy figlio e compagno di Londra con tutti i fabbricanti di orologi nel mondo. A tutte queste cose il cane rispondeva; come rispondeva? Sì signore, ei rispondeva in due maniere, e però con una più che non saprebbe fare l'uomo, con uno schiattìo e con uno agitare della coda; ora questo ultimo è fuori della potestà dell'uomo. - Ma, riprese il Boswell, affatto affatto senza ricordo non vo' che ci separiamo, prendetevi queste che ordinai apposta per voi - e rovesciatosi le tasche ne versava una pioggia di ciambelle di farina e mele; il cane non assuefatto a cotesto lusso, stette da prima in forse s'e' fossero per lui; poi rassicurato da un cenno, svincolata la zampa, ci si avventò sopra infuriato menandone strage, mentre che il signor Giacomo con voce melanconica terminava il suo discorso: - Tutto passa nel mondo, le nostre sensazioni, i nostri affetti e noi, e nondimeno desidero, Nasone, desidero e spero che serberete memoria di me anche quando avrete mangiato e digerito le vostre ciambelle che ho impastate colle mie mani, e fatte cocere sotto i miei occhi.
Quantunque la parte finale della orazione fosse senza dubbio la più commovente, bisogna confessarlo a scapito della fama dei cani in generale, e di Nasone in particolare, fu la meno ascoltata; il Paoli, che pure non aveva costume di ridere, si sentì costretto a mettersi una mano su i labbri perchè non si aprissero; però nel tempo stesso ei fu obbligato a levarla fino sugli occhi, parendogli che qualche cosa, come sarebbe un bruscolo, stesse sul punto di farglieli lagrimare.
Difatti Altobello d'Alando era stato preposto col comandante Carlo Raffaelli alla custodia del Borgo; cotesto luogo come un calcio in gola molestava i Francesi, imperciocchè oltre a tenere difesa tutta la Corsica, offeriva posta unica per vigilare le mosse del nemico, sorprenderne le frazioni, apparecchiargli imboscate; insomma con ogni maniera di fastidii tribolarlo; non pareva spediente al comandante francese tentare di ricuperarlo, ma d'altra parte studiavasi il modo di rintuzzare la baldanza del presidio; su tutti preso di mira Altobello, come colui che le arti della milizia unendo agli audaci accorgimenti della guerra guerreggiata arrecava danni quotidiani e insopportabili.
La madre Francesca Domenica, affermando che starsene lontana dal figliuolo le pareva rimanere senza cuore, aveva tenuto dietro al figliuolo al Borgo, e Serena considerandosi e considerata ormai sposa di Altobello ci seguitava la socera; le donne si erano accomodate in certe stanzette dove sembrava loro albergare come in paradiso, dacchè Altobello quasi ogni dì andasse a passare parecchie ore con esse loro. Bene o male che facesse, egli costumava tacere le fazioni, che era per imprendere, le raccontava compite, sicchè quelle donne cominciavano a sentirlo rabbrividendo, e diventando bianche come panni lavati; quando poi giungeva in fondo del racconto il cuore palpitava più forte, e il sangue sobbolliva loro nelle vene, nell'orgoglio di avere un tanto figlio e un tanto amante.
- Buona sera, Altobello, scotendosi giù dal pilone copia di neve fioccatagli addosso, disse un uomo dalla soglia del quartiere del giovane ufficiale verso l'un'ora di notte di una rigidissima giornata di gennaio; buona sera; dove diavolo siete? O perchè non avete acceso il lume?
- Chi siete, e perchè m'importunate? A me piace stare al buio.
- Via, accendete la lucerna, mi ravviserete alla faccia, giacchè della mia voce non vi ricordate più.
Altobello appena ebbe fatto lume esclamò:
- To', Bastiano, come sei qui?
- Con le mie gambe, padrone; prima di tutto ecco qui un broccio che ho fatto proprio per voi; una volta vi piaceva tanto, e spero che i viaggi non vi avranno fatto pigliare in uggia la roba di casa.
- Adesso di poco lontano; ma fin qui stetti pei poggi a pascolare le bestie di casa, or fa due giorni mi mandò a chiamare sciò Mariano, perchè si sentiva male e credevano che morisse; stamane parve si sentisse un po' meglio, e chiamatomi mi ha consegnato una lettera perchè ve la portassi al Borgo; io per rivedervi, dopo tanto tempo, ve l'avrei portata a casa del diavolo; però ho preso un paio di brocci tanto per non venire con le mani in mano, mi son messo la via tra le gambe ed eccomi qui co' brocci e con la lettera.
- Dà qui la lettera, e i brocci porterai a casa, perchè mamma Francesca Domenica è venuta a tenermi compagnia a Borgo.
- Veramente sciò Mariano mi ha raccomandato di consegnarvi la lettera senza che persona se ne accorgesse, ed anco di non farmi vedere da alcuno, ma certamente egli ignorava che si trovasse con voi la Francesca Domenica.
Altobello aperse la lettera, la lesse di un tratto; tornò quindi a leggerla a riprese, soffermandosi per pensare sopra ogni periodo; alla fine disse:
- Bastiano, e ti è parso veramente che mio fratello si trovi a mal termine?
- Io l'ho sentito lamentarsi notte e giorno.
- Bastiano, ma dal viso, dalla persona, questo suo gran male apparisce?
- In quella sua faccia gialla si legge come in cotesta lettera mentre era sigillata, quanto a mangiare, per quanto mi sia accorto io, non ha mangiato, ma sciò Mariano fu sempre di poco pasto, sia che voglia acquistarsi il paradiso in virtù di digiuni non comandati, o che altro; bisogna dunque starci a quello che dice; e quello ch'ei dice è che si sente vicino a comparire davanti a Dio, e che ha commesso di peccati grossi, massime contro voi, e crede fermamente che andrà dannato dove non vi abbia chiesto e voi datogli perdono; poi non so altro, e d'altro non m'intendo.
- E in casa ci hai tu visto gente?
- Nessuno; però date retta, mentre usciva per venirmene a voi, una maniera163 di scimmia, una sconciatura di zitella, o donna che fosse, grama e colore di foglie di castagno quando cascano, mi passò d'accanto montata su di un cavallo; andava via come una saetta e per poco non m'investì; intanto che mi volto per dirle; a rotta di collo, la vedo ferma dinanzi la porta di casa sciò Mariano, scende, getta le briglie sul collo al cavallo, che rimane lì come impietrito, ed in un attimo entra; altro non so.
- Bè; fatti insegnare la casa di mamma, tu troverai con lei un'altra persona; salutale ambedue, e di' loro, che se per istasera non mi vedono non istieno in pensiero; tu puoi fermarti finchè non ritorno.
Bastiano uscì; egli era il pastore di casa Alando; fino a pochi dì innanzi erasi trattenuto con le mandre su i poggi lasciando mano a mano i più alti per ridurle secondo il solito nel core del verno alle marine; del successo fra i fratelli Alando non sapeva molto; però estimavasi sempre uomo di tutti e due; poco si sentiva propenso verso Mariano, e dalle sue parole si è potuto argomentare; pure lo riveriva come il maggiore di casa, e la poca pratica che teneva con lui non gli dava balìa di conoscere i suoi vizii ed abborrirli.
Altobello, riponendosi la lettera in tasca, disse: - quello che si vuol fare facciasi presto; i primi pensieri dell'uomo, se seguitati, lo menerebbero al Campidoglio; se aspetta, gli ultimi lo spingono alla forca; - scese e sellò il cavallo sempre ragionando tra sè: - l'anima in questo rassomiglia il suo astuccio, ch'è il corpo; l'uno va tre miglia o quattro, al quinto non arriva; l'altra basta a due colpe, basta a tre; la quarta, come troppo pesa, non può portare; ladro, e spergiuro già è molto, e tra spergiuro e traditore, tra ladro e assassino pure gran tratto ci passa: a ogni modo andando subito non si dà tempo alla insidia. Però, deciso di rendersi alla chiamata del fratello, non gli parve poi dovercisi fidare tanto da dissuaderlo di pigliare lo schioppo, e tentare se la polvere nello scodellino delle pistole andasse a dovere.
Ratto si pose in via, e correndo per sentieri a lui e al cavallo conosciuti, presto fu giunto: parve non lo attendessero, perchè dopo aver domandato chi fosse, lo fecero aspettare un pezzo; alfine la cognata aprì strillando:
- Siete voi! siete voi! siete voi!
E in mano teneva un lume in agonia; Altobello con molta ansietà domandava:
- Come si sente? Adesso vado a domandargli che cosa vi devo rispondere.
E lo lasciò al buio: dalla stanza accosto si sentiva un rammarichio incessante e smanioso come da persona presa da colica: ad Altobello parve ancora sentire aprirsi una finestra, e romore di cosa che si gitti via e poi richiudersi con prestezza pari; ma questo scarico dalle finestre della camera di un infermo non era cosa per un Côrso da badarci, poichè essi sani od ammalati giudichino la finestra come la via più naturale di buttare fuori di casa tutto quanto non può convenientemente farci dentro dimora. In questa tornò la cognata, e disse: - Male, male, ma ora capite non vi può ricevere - e fatto un cenno, soggiunse: - Avete capito?
- Sfido a non capire: ho inteso perfettamente, aspetterò.
Allora la donna, sempre in chiave di falsetto:
- Avete fame? Volete pane? Volete cacio? Volete micischia? Volete lonzo? - E senza attendere risposta uscì portandosi il lume, tornò dopo tratto non breve con una mezzina di acqua, e postala sulla tavola disse:
- Intanto rinfrescatevi; l'acqua della mia cisterna porta il vanto su tutte le cisterne di Corsica.
E via da capo col lume, che dibattendosi contro l'agonia quasi per miracolo si manteneva vivo. Altobello non poteva astenersi da sorridere alla vista di tanta miseria; egli era chiaro, che da quel lume in fuori in casa non ne accendevano altri, egli già incominciava a spazientirsi, quando la cognata aperse l'uscio della camera dicendo:
- Venite Altobello, fatevi pure avanti, che Mariano ha finito.
Entrando si fece di posta una stincatura dentro una seggiola, da tanto che mandava luce la lanterna; un odore insopportabile gli assalse a un punto il naso e la gola; pure andò innanzi a tastoni guidato dal guaire del fratello. Vuolsi credere che con molta tenerezza non gli avrebbe favellato mai, ma ora sbalordito dalla puzza travagliato dal dolore acuto del ginocchio percosso, egli quasi latrando gli domandò:
- Vedo che venni in mal punto; non mi pare tempo di discorrere adesso; tornerò un'altra volta, intanto vi manderò un medico dal Borgo con Bastiano.
- No, no, non ve ne andate, gridò vivamente Mariano levandosi a sedere sul letto; questi atroci dolori cominciano a passarmi, un po' d'acqua, Lucia... dov'è andata quella donnaccia? Dove sei, maledetta da Dio?
- Mariano, Mariano, oh! non lo vedi che ti sto accanto: la colpa è del buio, vuoi che accenda un altro lume?
- Sta ferma; mi vorresti acciecare, neh! la luce mi offende gli occhi come ferro rovente: e poi nel bello stato in cui ci troviamo, scialacquare l'olio, eh! sciattona...
Ebbe l'acqua, bevve a centellini, tornò a guaire, tacque, si riposò tanto che Altobello incapace a tenersi più a lungo:
- Orsù, disse levandosi in piedi, tornerò domani.... o domani l'altro.
- No, potrei morire sta notte, fermatevi.
Altobello rimase; allora Mariano incominciò, come se si confessasse, ad esporre in qual modo il peccato dell'avarizia prendesse a mettergli le barbe nel cuore, e come aumentasse, a quali deplorevoli fatti lo spingesse; aveva un bel ripetergli Altobello confiderebbe queste cose con più frutto al confessore; Mariano voleva dire, e dicendo s'infervorava così, che agli accenti mostrava non essere in termine di moribondo; poi giù giù scese a descrivere minutamente le infamie di Corte, e al fratello, invano ripetente saperlo anch'egli pur troppo, non importare nè giovare rinfrescarle adesso, se ne tacesse per sempre, o meglio ancora si obliassero; volle dirle e ridirle; chiese perdono in più modi e in tutti gli venne facilmente concesso. Da questa parte non ci era più nulla; allora si attaccò a ragionare dei lasciti, dei funerali e delle messe, ma Altobello gli troncò riciso le parole in bocca osservandogli, che di questo potria ragionare a suo bell'agio nel testamento. - Qui entrò su le difficoltà di avere il notaro, e Altobello gl'impose silenzio accertandolo in qualunque modo avesse rinvenuto scritte le sue volontà le avrebbe osservate punto per punto. - Di botto gli capitò in mente un trovato, ma prima dando di un gomito nelle costole di Lucia urlò - Va su, scimunita, a vedere se l'uscio è ben chiuso.
- Ohi! Ohi! è chiuso sicuro...
- Va cionostante a vedere, e richiudi prima.
Altobello tra irritato e avvilito disse:
- Parmi che abbiate ripreso lena: il male non sarà grave come temevate; il mio perdono lo avete avuto, lasciatemi andare a vedere mamma, che per la mia prolungata assenza adesso sta in pensiero.
- Fratello, non mi basta il vostro perdono; io voglio ricuperare la benevolenza dell'inclito nostro concittadino il generale; la fortuna me ne ha porto il destro, ma senza voi non posso far nulla; non importa, io mi sento davvero letificato di spartire con voi la gloria di questo fatto; voi ne accrescerete la vostra, io salderò col nuovo onore la vergogna vecchia.
- Or bene via, spicciatevi, che l'ora si fa tarda, e udite... questo tuono minaccia pioggia.
- E vi accorgerete, che quando ne va della salute della patria pregio il danaro meno della pula del grano.
- Dunque?
- Voi avete a sapere come il signor conte di Marbeuf, volendosi vendicare a ogni patto dell'archibugiata sparatagli contro da padre Bernardino, ha deliberato di tendergli una trappola quinci oltre, dacchè il frate dabbene bazzica per questi luoghi più che non dovrebbe; però mi ha fatto ricercare d'imprestargli la mia casa per rimpiattarci venti granatieri: egli stesso verrebbe a capitanare la fazione: voi capite bene, Altobello, che bisogna concedere a colui che può pigliare; nondimanco ho chiesto tempo a riflettere, e del tempo mi valgo per consultare la vostra opinione.
- La mia opinione è, che se mi aiutate ad arrestare questo carnefice di conte io vi regalo di mio cinquanta luigi di oro.
- Cinquanta luigi di oro! Che dite? Ma proprio in verità! Lo giurereste da cristiano battezzato? Oh farebbe il doppio....
In questo si udì strepito di arme, e lo scatto di molte molle di acciarino quando s'incarca: al punto stesso sonò lugubre tre e quattro volte lo scuccolo. Altobello traballando di orrore non già di paura mandò un urlo straziante:
- Gesù mio, ch'è questo mai?
Si spalanca l'uscio, otto o dieci moschetti sono appuntati sopra di lui; dietro a questi si attengono altri granatieri; ogni resistenza sarebbe non pure temeraria, ma stolta. Un sergente dei granatieri così gli parlò:
- Su da bravo, fortuna di guerra; voi siete prigione di Sua Maestà.
Altobello non rispose parola, si voltò per fulminare con lo sguardo il fratello rimasto sul letto; ma egli era scomparso senza che ei potesse indovinare il come. Lo frugarono, privaronlo dell'arme e del danaro, poi lo incatenarono per la mano destra e per la gamba sinistra; egli si lasciava fare come smemorato; così lo aveva percosso l'inaudito tradimento che non gli pareva sentirsi più uomo. Finalmente dalla camera venne tratto nella prima stanza, e quivi con nuova meraviglia, al lume di uno dei lampioni portati dai granatieri francesi, contemplò intorno alla tavola posta nel mezzo quattro strane figure; il suo fratello Mariano che contava monete di oro, un ufficiale francese che gliele contava, la cognata Lucia che batteva le mani e strillava: - Quattrini! quattrini! per ultimo il pastore Bastiano che girava il capo dalla destra alla sinistra spalla a mo' di pendolo da orologio. Altobello lanciò su Mariano gli occhi acuti quanto coltelli, ma costui co' suoi fuggiva pauroso che gli fossero feriti; non aveva membro che gli stesse fermo, e tuttavia ostentando petulanza diceva:
- Bisogna pure rifarci, caro fratello; - questi luigi mi pagheranno la pigione di casa donde mi avete fatto cacciare via, e le spese dello sgombero.
- Come! esclamò l'ufficiale francese restandosi dal contare con una moneta in mano, questo uomo che ci consegnate è vostro fratello?
- Già; da ciò vedete che lo rubate mezzo per venticinque luigi... quanti ne avevamo contati?
- Ventidue...
- E non saranno nè manco se voi non ci rimettete quelli che avete rubato e che ora tenete in mano, e la vostra degna consorte non cava fuori gli altri che si è rimpiattati in tasca. -
- L'aveva fatto per distrazione sapete! perchè la Dio grazia casa Alando ha onore da vendere...
- Si vede; e voi signora perchè avevate grancito il luigi?
- Io? distrazione... Dio grazia... casa Alando... onore da vendere... rispose singhiozzando la donna.
- E tre venticinque, si affrettò a dire l'ufficiale schifato da tanta sozzurra; ma poi ravvisandosi e prendendo un'aria carezzevole, posta la mano su la spalla di Mariano, riprese: - voi mi piacete; siete uomo fabbricato a prova di bomba; la vostra casa sembra fatta a posta per tendere la tagliola; se vi garba e vi garberà di certo, continuare ad esercitarvi nel mestiere in cui avete tanto bene incominciato, io vi prometto di farvi pagare per ogni ufficiale prigioniero dieci o quindici luigi secondo il merito.
- Toccate qua; è affare fatto, e se - disse pigliando tra il pollice e l'indice un luigi per l'estremo contorno - e se non sapessi quanto i Francesi procedono alla grande, e come amino piuttosto dare che ricevere, sempre splendidi... sempre generosi, io vorrei darvi questo luigi in senseria del mercato fatto... promettendo e obbligandomi pel seguito di darvene mezzo (e come l'ufficiale strabuzzava gli occhi, costui pauroso si riprese dicendo) di darvene uno per ogni affare che mi procurerete.
L'ufficiale si morse le labbra; Mariano, senza avvertirlo, nella ingenua sfrontatezza della sua infamia gli aveva ribadito uno schiaffo su l'una e l'altra guancia e non ci era modo di risentirsene.
Non sovvenendo partito migliore all'ufficiale, cavò dalla sua borsa due luigi e quelli dando a Mariano soggiunse: - pigliate, io sono uso a regalare, non ad accettare mancie.
Mariano non se lo lasciò dire due volte, ed acciuffò a volo i due luigi; nel riporseli assieme agli altri in tasca, riprese: - ve li menerò buoni sui prossimi mercati tenendoli in conto di caparra.
- Io ve li dono, urlò l'ufficiale pestando i piedi, cioè non ve li dono, vi saldo l'ingiuria che mi avete fatto pigliandomi per sensale di tradimento.
- E voi costumate pagare le ingiure a luigi di oro?
- Non ho trovato migliore partito in difetto di potervela pagare con un colpo di spada.
- Caro mio, non lo dite ad altri che a me, perchè voi mettete troppe anime in tentazione di dirvi ingiure.
- Eh? caro mio, non ci sarebbe mica il gran male che immaginate, perchè presto mi troverei in fondo co' quattrini, e allora, per vostro governo, farei da' miei soldati rompere le ossa all'insolente e lo salderei a bastonate.
- Allora vi chiedo perdono, ma davvero proponendomi voi di comprare per conto altrui i prigionieri che mi capitasse mettervi in mano, credeva in coscienza potervi reputare sensale. Non ci è stata malizia per parte mia; facciamolo giudicare e vedrete che avete torto: se poi vi siete avuto a male che vi abbia offerto poco, non andate in bestia; ci accomoderemo da onesti amici; dove ci hanno uomini ci ha modo.
Mariano aveva torto nel considerare l'ufficiale parte accessoria del tradimento, mentre tutti quelli che vi partecipano sono principali in faccia a Dio che tiene l'archipendolo in mano della vera ragione, gli uomini si governano con altro passetto; tanto vero questo che l'ufficiale per lo zelo messo nel servizio del re fu eletto cavaliere di San Luigi, mentre se capitava nelle mani del Paoli lo avrebbe impiccato, e il generale in coscienza si sarebbe persuaso, come se ne persuase il re, di avergli regolato il conto giusto.
Uscirono i granatieri traendo Altobello, che levando il capo si vide di un tratto davanti a sè Bastiano; lo fissò dentro gli occhi con isguardi taglienti pensando costringerlo ad abbassare la faccia svergognata; ma Bastiano aggrottò a volta sua le ciglia e rispose colpo per colpo. Non dissero parola, veruna voce fu udita, e pure Bastiano capì benissimo che Altobello gli aveva domandato: Anche tu Bastiano? E Bastiano aveva risposto: - Ed osi tu pensarmi traditore? Allora la sembianza di Altobello si fece mansueta e Bastiano abbrancandosi con la destra il petto dalla parte del cuore parve volerselo staccare e metterglielo sotto gli occhi perchè si sincerasse.
Rimasero Mariano, il quale non si dette pensiero di seguire nè manco con gli occhi il tradito, e la stupida consorte intorno alla tavola. Mariano disse:
- Mira, Lucia, i Francesi ci hanno lasciata una lanterna; anche questo è tanto guadagnato, oltre la candela che facendo a miccino può bastare per quattro sere od otto.
- Anche dodici, notò Lucia, basta non accenderla mai.
- Va via, grulla; intanto ripassiamo un po' la moneta per vedere se va bene.
- Per questo sarebbe tempo perduto, che la festa è fatta, ma rallegra tanto il cuore la vista dei quattrini.
E quattro mani tremanti presero a maneggiare i luigi, ora sparpagliandoli su la tavola, ora ammucchiandoli in gruppetti di cinque, ora di nove; in chiunque gli avesse visti a quell'ora in cotesto atto, avrebbero richiamato in mente i due porci del Boccaccio, che presi gli stracci impestati prima col grifo e poi coi denti squassandoseli su le guancie a sè dettero morte e furono cagione che la morìa si distendesse sopra Firenze. Forse chi sa fino a quando avrieno protratto il turpe diletto, se Lucia non fosse saltata su a dire:
- Ma di questa maniera, amore mio, la candela non durerà nemmeno quattro sere.
- Hai ragione, Lucia, e infuriato dall'avarizia soffiò sul lume e rimasero al buio. Intanto che a tastoni cercavano il letto, Bastiano il pastore, che non si aspettava trovarsi così di posta licenziato, cercando l'uscio di casa e trovatolo, di su la soglia gridò:
- Oh! chi è? ladri! assassini!
- Sono Bastiano.
- Ouf! sei tu?
- Sono io; e vi ho detto: addio Mariano; ho sbagliato, doveva dirvi: addio Caino.
- Tu sbagli, rispose Mariano piegando il ginocchio su la sponda del letto, Caino ammazzò il fratello...
- Voi l'avete tradito soltanto, dunque: addio Giuda.
- E anco qui pigli un granchio, soggiunse Mariano infagottandosi nelle coperte. Giuda tradì il suo maestro e Altobello non mi ha insegnato mai nulla: altra differenza; Giuda vendè Gesù trenta sicli di argento ed io ho venduto il mio fratello venticinque luigi d'oro; per ultimo Giuda s'impiccò ad un albero di fico ed io mi stendo bello e lungo dentro al mio letto; buona notte, Bastiano.
- E da questo momento intendo di non istare più con voi.
- Sta bene, adesso che non siamo più padrone nè servo, ve la dirò io una diversità tra voi e Giuda, che voi non avete saputo indovinare.
- Giuda s'impiccò da sè, e voi, se altri non v'impicca, v'impiccherò io. Buona notte, Mariano.
La notizia dello arresto di Altobello arrivò presto a Corte come costuma delle disgrazie; i particolari del caso però, secondo il solito, vari; e ciò era quello che meno importava al generale il quale pensando a mille spedienti per riscattarlo, conobbe se non il più certo almeno il manco pericoloso essere questo; chiamato pertanto a sè Matteo Massesi gli disse:
- Matteo, tu sei164 un giovane di giudizio e capisci per aria le cose; avrei pensato di mandarti a Bastia.
- Di contrabbando? interrogò il giovane balenando di allegrezza negli occhi.
- No davvero, che ti potrebbe cogliere qualche disgrazia, e se ciò accadesse non ne avrei mai pace; andrai col salvacondotto di parlamentario.
- Oh! voi mi amate sempre?
- E perchè non dovrei amarti? disse il generale fissandolo in faccia.
- Non so.... mi pareva, rispose il giovane arrossendo ed evitando incontrarsi con gli occhi del generale.
- Vien qua ragazzo, e sì dicendo gli vezzeggiava il volto, assèttati al tavolino e scrivi quanto ti detterò. «Eccellenza. Voi mi avete richiesto di fare a buona guerra con voi; parmi, per parte mia, avere operato secondo il vostro desiderio rimandandovi fin qui i prigionieri senza riscatto; ho atteso invano voi mi restituiste i miei. Questo a parere mio non si chiama fare a buona guerra dalla parte vostra; pure mettendo per ora questa discussione da parte, devo partecipare a V. E. come ieri notte fosse condotto non a modo di prigioniero di guerra a Bastia, bensì come persona rubata da ladroni, il signor Altobello....
- Ahi! ahi! urlò il giovane lasciando cascare la penna.
- Ch'è? che ti avvenne?
- Ahimè! Da parecchi giorni un dolore reumatico di tratto in tratto mi piglia il braccio da cavarmi il fiato.
- Ebbene, lèvati di costà e scriverò da me. - Il generale riprese la lettera con la quale in sostanza ammoniva il marchese di Chauvelin come la cattura dello Alando fosse fuori di ogni ordine di buona milizia: la stima che faceva di lui persuaderlo a credere che ancora egli pensasse così; se mai s'ingannasse avrebbe barattato il comandante Alando con due colonnelli ritenuti già a Corte per curarli delle ferite, e adesso prossimi a guarire.»
Scritta la lettera la lesse a Matteo, nè intento come era alla presente faccenda, si accorse del giovane che con alterna vicenda impallidiva, arrossiva, sudava e qualche lagrima rara ed ardente versava dagli occhi; poi chiudendo la lettera aggiungeva: - Matteo, tu te ne andrai a Bastia dove ti presenterai al marchese di Chauvelin per consegnargli questa lettera ed aspettarne la risposta. Se mai t'interrogasse, gli dirai che il signor Altobello è ufficiale degno della estimazione di ogni uomo dabbene; aggiungi che lo fanno degno di riguardo l'essere figliuolo unico adatto a soccorrere la madre vedova, parlagli della sposa novella che lascia in casa e finalmente non gli nasconderai amarlo io e stimarlo oltre ogni termine... che hai che batti i piedi?
- Una buona sudata ti guarirà, e però chiarirai il marchese che oltre il cambio, il quale mi sembra superiore a quello che si pratica ordinariamente, io gli professerò sempre obbligo infinito. Eccoti dieci luigi che ti basteranno e ce ne sarà di avanzo, rammenta che la patria è povera ed io più di lei.
- Signor generale, rispose il giovane con voce alterata, io non voglio andare.
- Non vuoi andare? urlò il Paoli con tale un grido da fare arricciare i peli dallo spavento.
- No, più stizzito che mai, replicava il giovane.
La guardia fedele comparve sopra la soglia.
- Ambrogio conducete in prigione il signor Massesi.
- In prigione io? Io che prima voi amavate unicamente?
- Vi amai finchè vi conobbi buono, ora...
- Ora?
- Non vi amo più; voi siete invidioso, e peggio ancora, se peggio può darsi, voi esultate del male del prossimo.
- Signor generale, non mi mandate in prigione, non mi discacciate da voi, mia madre ne morirebbe di dolore; se non lo fate per me fatelo per mio padre.
- Orsù dunque, partite; tra un quarto di ora a cavallo, e procurate farmi dimenticare ogni trista impressione col ricondurmi il signore Alando. D'ora in poi, giovane sconsigliato, porrete il vostro studio in emulare, non già ad invidiare chi vale troppo meglio di voi.
Matteo Massesi, figliuolo del gran cancelliere fu bellissimo giovane: di persona tanto bene formato che meglio non avria potuto tratteggiare valoroso pittore; e nella faccia non aveva parte che non sembrasse ritratta da modello greco, lenemente squadrate le guancie e il mento, dove a ciocchette qua e là si arricciava la rada calugine; le labbra rosse ranuncolo, tumide e semiaperte, traverso le quali, per così dire, splendeva la candidezza dei denti, e gli occhi limpidi e bruni come notte di state senza luna; i capelli neri e lustri da digradarne l'asfalto; una forma divina che vista appena ti padroneggiava la mente, così ti sforzava ad amarla, e nondimanco quanto più si pigliava usanza con lui, tanto sentivi scemare l'affetto che ti aveva vinto da prima, non ad un tratto, no, e neppure con diminuzione di momento, ma a poco a poco, a piccoli frammenti come il tempo nell'orologio a polvere si consuma in atomi di sabbia; infatti a considerarlo sottilmente, la sua persona incedeva con un certo ciondolío quasi non sapesse imprimere salda orma sul terreno; ancora gli occhi pure oscillavano paurosi di fissarsi in qualche obbietto, e più di essere fissati da altri occhi; le mani sempre fredde mettevano, toccandole, ribrezzo non altrimenti che di morto si fossero; la fronte bassa, la vece varia; ciò in quanto al corpo; per lo spirito facile ad amare con trasporto, e facile del pari a disamare come povero di alimento a nutrire la divina fiamma dello amore; ma i primi trasporti tanto più furiosi quanto meno durevoli; nella invidia pertinace, perchè la virtù di amore sia operosa, mentre la invidia si distrugga inerte; però come la vipera la quale stuzzicata allunga i denti e avvelena, la invidia in lui inasprita diventava odio immortale e inevitabile. Il generale Paoli in parte aveva conosciuto, in parte indovinato l'animo del giovane; pure gli aveva diminuito, non però tolto l'affetto, e ciò a cagione delle qualità buone e non buone, consuete alle forti nature; l'uomo egregio a male in cuore s'induceva a supporre tristo altrui, e supposto triste, gli talentava crederlo incapace delle ultime scelleratezze, aggiungi che gli doleva confessare di essersi ingannato molto di faccia ai suoi famigliari, molto più di faccia a sè, perchè165 se lì ne pativa più la sua superbia, qui gli pareva sentirsi spezzare il cuore.
Non impedito da cosa che gli si parasse per la strada molesta, il Massesi arrivò a Bastia, dove chiese parlare col marchese di Chauvelin, se non che questi, di salute infermo e su le mosse di partire per Francia, lo rimandò al conte di Marbeuf. Era disegno accogliere acerbamente il messaggiere di Paoli, fargli un rabbuffo di male parole, e senza leggere lettere, nè udire ambasciate, respingere il tapino oratore; quando poi gli fu davanti il bellissimo giovane, e in modesti atti, soffuso il volto di rossore, gli porse il foglio, gli mancò l'animo di mostrarsi scortese. Tanta virtù esercita la bellezza anco nei più duri! Onde prese la lettera, la lesse e poi incominciò a interrogare Matteo con parole oneste. Da prima è da credersi che il facesse senza cattiva intenzione, ma procedendo nel colloquio presentì poterne cavare qualche costrutto pei suoi fini; almeno gli parve, che valeva il pregio tentarlo; allora disse: trattarsi di negozio grave, non potergli rendere risposta senza avere consultato prima il consiglio di guerra; fermassesi: qui volto ad un giovane cornetta dalla fisonomia maligna da vincere una scimmia, gli disse: Signor Tilly, io lo confido a voi; adoperatevi perchè questo giovine gentiluomo non si annoi troppo.
E il cornetta senza cerimonie intrecciando il proprio braccio col braccio di lui: - Vien meco, il mio caro orsacchiotto côrso, gli diceva, tu stai per bubbolarmi la ganza, ma non importa; a ciascuno tocca la sua volta; quando verrò a Corte ti ruberò la tua; - e via via con la vivacità consueta ai Francesi, massime se giovani e allegri, capaci a far tacere il più assordante passeraio che mai s'udisse sopra olmo, accanto alla fontana del villaggio. - Ei lo condusse a pranzo in compagnia di ufficiali più o meno scapestrati di lui, ma scapestratissimi tutti. Quali fossero i costumi di Francia, allora i libri francesi dissero, e ogni giorno ricordano tuttavia; a noi sarà bello tacerlo; solo tanto ne basti che il Voltaire poteva scerre ad argomento di poema lubrico la sacra magnanimità, e il martirio della vergine orleanese liberatrice della Francia, nè solo il poteva, ma erane lodato. Non pure ai tempi di cui favelliamo sapevano i Francesi decorare il vizio con l'eleganze delle grazie; bensì ora saccheggiavano le antiche e moderne scuole di filosofia per confermargli il regno, ed accrescergli dominio. Matteo, sobrio per usanza non per volontà, casto per costume, non per desiderio, si trovò di punto in bianco tra le commessazioni di un Mirabeau giovine di ventiquattro anni, del Dumouriez, figaro della monarchia francese, e di altra gente di siffatta risma; immaginate che torrenti di lava infocata dovevano sgorgare dalle labbra del Mirabeau a ventiquattro anni, pensate alla girandola de' motti arguti che scoppiettava su la bocca del Dumouriez! Ci era da fare fuggire la virtù rossa come una fravola, con le mani su gli orecchi, e, corsa a rimpiattarsi tra le pieghe della santissima Vergine, non si trovare nè manco in mezzo a quelle sicura.
Si frequentavano è vero le chiese, ma non si credeva in Dio, donde nacque la generazione dei preti, che dette quel Lomenie Brienne il quale proposto a Luigi XVI per arcivescovo di Parigi fece dire quel meschino: - ahimè! bisognerebbe almeno che l'arcivescovo di Parigi credesse in Dio. - Gli antichi, conducendo i Numi sulla terra, certo avevano concesso alla materia troppa parte a scapito dello spirito, ma i Francesi mettendo la materia in cielo e in terra vennero a creare unico Dio il piacere: e parvero allora anacoreti quelli che emendarono la dottrina di Aristippo così; sia Dio il piacere a patto che non abbia per sacerdote il delitto. Vennero bocce di vino di Sciampagna, vennero donne, donne e bocce spedite di Francia; e due di codeste cortigiane si posero in mezzo Matteo, e piacque ad ambedue: ma egli che potrà vincere il rimorso, non seppe vincere il pudore, e si svincolò dalle braccia delle male femmine, con dispetto loro, ilarità di tutti, che vedendo il giovane menare calci e sergozzoni ne smascellavano dalle risa, urlando: - Due volte Giuseppe! due volte! - Per ultimo i giovani sazii di bere e della invereconda petulanza delle femmine, cacciarono fuori di finestra le bocce, e fuori della porta le femmine per dar luogo però a vizio peggiore, il giuoco. Questo veleno che senza rimorso si propinano a vicenda gli amici, tramandato a noi dalle barbarie rude, ed amaro, la civiltà seppe addolcire e ingentilire così, che a' tempi di cui parliamo nessuno poteva presumersi cavaliere compito se non avesse rovinato almeno un paio di amici, e barare non faceva caso; anzi se ne tenevano; della quale cosa ce ne porgono testimonianza le memorie del cavaliere di Grammont. Matteo stimolato a giocare, vergognando di comparire povero, mise fuori i suoi dieci luigi, e li perse in un soffio; allora si rimise, ma punto sopra la sua parsimonia, vergognando passare per avaro, accattò danaro che il cornetta gli profferse, ed anche questo andò dietro all'altro; adesso pensò mancargli assolutamente il potere di restituirlo, e vergognando partirsi da Bastia in voce di truffatore, se ne fece imprestare ancora, il quale finì come il primo, come il secondo e come due altre partite, che cieco ormai, prese da chiunque gliene volle dare.
- Diavolo! costui accatta danari come se l'avesse a fare coi nostri padri, i quali si contentavano essere rimborsati dei presti nell'altro mondo.
Gli occhi di Matteo non videro quale avesse proferito le amare parole, ma i suoi orecchi le intesero, e allora lo assalse la buona vergogna, la vergogna che doveva venirgli prima ed in tempo, mentre adesso era tardi e inopportuna, quella cioè d'ingolfarsi in debiti, che ormai non sapeva come avrebbe pagato; uscì che il capo gli pigliava fuoco, si ridusse a casa e si gettò vestito sul letto: aveva perduto sessanta luigi, dieci suoi o piuttosto del generale, e 50 tolti in prestito; ed ora come li pagherebbe? Di tratto in tratto sbalzava su da letto e si bagnava le tempie, che gli battevano come se volessero rompersi, con l'acqua diaccia; insomma e' fu notte cotesta quale anime dannate possono patire pari, più affannosa non credo. Quanto prima si fu messo un po' di albore, improvido di consiglio uscì di casa; i marinari e gli operai usi a levarsi prima del sole, scorgendo quel giovane pallido errare così mattutino, si fermarono a rimirarlo per maraviglia; ond'ei che se ne accorse, per sottrarsi agli sguardi altrui, trovandosi presso alla chiesa di San Rocco, vi entrò. La vasca dell'acqua benedetta era posta in prossimità della porta maggiore accanto al battisterio dove mantenevano i devoti perpetuamente accesa una lampada; quivi egli intinse le dita chinando il capo, e mentre rialza la persona per segnarsi, di rimpetto a sè gli apparisce, in atteggiamento eguale al suo, Lella Campana. Gli occhi grigi di costei mandarono un lampo:
- Voi qui? susurrò a fior di labbra, e quegli: - pur troppo!
- Vi accadde qualche disgrazia? Venitemi dietro, che vi menerò a casa.
Matteo obbedì senza nè anco pensare a quello che facesse; giunti in casa il giovane lasciò cadersi sopra una seggiola trambasciato, allora Lella vedendolo così gramo esclamò:
- Porgetemi per carità un bicchiere di acqua, ohimè! mi si sfianca il cuore - e bevve l'acqua; poi riprese - ho.... ho.... che mi abbisognano ora.... subito.... cinquanta, anzi sessanta luigi, altrimenti sono un uomo morto.
- E dove volete, che trovi sessanta luigi? tra beffarda e rabbiosa rispose Lella; ma come siete qui? e disperato, e bisognoso di tanto danaro?
E Matteo a pezzi e a bocconi glielo disse, dando la colpa di ogni cosa al Generale che lo aveva sforzato a venire in Bastia: aggiunse, ogni giorno più lui allungare gli ugnoli da tiranno; oggimai non gli si poteva più reggere accanto; avere reso a tutti manifesto il suo cuore ingrato e maligno: ai vecchi amici preferire qualunque nuovo avventuriere; quelli che lo amarono tanto, e tanto patirono per lui, messi in non cale; prima essersi innamorato di quella statua di cera del Boswell166, adesso impazzire dietro quel fastidioso arrogante dello Alando; lui, una volta ad ogni altro preferito, adesso posposto a tutti; non adoperarlo in ufficio più degno che quello di staffiere; la sua bocca non aprirsi più per lui a confidenze di sorte alcuna, al contrario se sopraggiunga inaspettato mentre egli con altri ragiona, tacersi come davanti a sospetto; a queste querimonie ne aggiungeva altre infinite accendendosi, e per così dire inviperendosi col suono della propria voce nel modo che il cavallo inferocisce allo squillo delle trombe di guerra. Lella lo agguardava fisso dentro gli occhi mentre egli favellava: dapprima le pupille del giovane sfuggirono cotesto ardente sguardo; per ultimo ne rimase vinto e tacque come ammaliato; la fanciulla cominciò a guardarlo e a pensare; ad un tratto rompendo il silenzio disse:
- I danari si potrebbero trovare....
- Ah! e come?
- Sposandomi.
- Ma questo sarebbe a toccare la cima dei miei pensieri. Voi sapete, Lella, quanto vi abbia amato; s'ebbi a renunziare a voi fu colpa mia, Lella?
- Certo fu mia; io non volli ascoltarvi, e nè anco adesso vi ascolterò.
- Dunque mi desiderate morto e infamato?
- No, io intendo essere vendicata. Sul corpo di Giovan Bruno giurai che non avrei tolto a marito se non quello che avrebbe vendicato il suo sangue.
- Io lo vendicherò.
- Voi?
- Io.
- Ci avete pensato?
- Ci ho pensato.
- E ne sarete capace?
- Vedremo.
- E farete quello che vi ordinerò?
- Tutto.
- Allora venite.
E presolo per un braccio lo spinse dietro la stanza dove dormiva il padre suo Orso, gridando: - babbo! babbo! - e al punto stesso spalancava le finestre.
Il vecchio scombuiato a cagione del sonno rotto, dell'urlo, e della luce improvvisa che gli feriva gli occhi, balzò a sedere sul letto, strepitando a sua volta.
- Demonio di figliuola, non si può chiudere un occhio con costei.
- Li terremo tanto chiusi quando saremo morti, babbo! E poi ho furia; vi ho condotto un uomo, che mi vuol essere marito, e al quale io voglio essere moglie.
Orso strofinandosi gli occhi esclama:
- E l'altro? E l'altro?
- Perchè vendica l'altro, e voi e me...
- Ah! come si chiama costui? E donde viene?
- Viene da Corte e si chiama Matteo Massesi.
- Il figliuolo del gran cancelliere? Questo è un tradimento.
- Babbo; fin qui avete condotto voi la trama della vendetta e avete rovinato voi e me; adesso lasciate un po' che mi ci provi io: ciò che non valse a fare granfia di leone lo potè dente di topo. Dunque acconsentite voi che io lo sposi?
- Piglia il diavolo che ti porti, ma a quel patto.
- Siamo d'accordo.
- Ma come ti assicuri ch'ei te lo mantenga?
- Questo è mio pensiero.
- Ma egli ti sposerà?
- È pensiero mio: scrivete il vostro consenso e sbrigatevi.
Il vecchio sopra di una tavoletta, che Lella gli posò su le ginocchia, scrisse e firmò il suo consenso; il quale Lella dopo avere letto ripose in seno; allora si fece a richiudere le finestre e le imposte dicendo: buttati giù, babbo, e piglia sonno contento nel pensiero che, mentre dormi la tua vendetta cammina: quindi agguantato Matteo pel braccio riprese: - su via andiamo.
Dove andassero, che cosa statuissero sarà chiarito altrove; intanto importa sapere che Matteo tornato al ridotto del gioco pagò come un banco i suoi creditori; invitato alla rivincita si scusò allegando la sua partenza avere a succedere da un momento all'altro ed usci: però in tutto quel giorno abbandonava Bastia, e fu visto aggirarsi per le strade a mo' di trasognato in compagnia sempre di uno zitello lesto e vispo come una scimmia; non lo riconoscendo persona, pensarono fosse venuto con esso lui; il dì appresso essendosi recato dal conte di Marbeuf per domandargli la conclusione del negozio pel quale era venuto, lo rinvenne focoso, lo guardò truce, gli porse un plico sigillato, ed oltre questa non gli fece altra parola: - qui dentro è tutto. -
Lo zitello, che non si scompagnava mai da Matteo, allora si accostò al conte, il quale fissatolo lo riconobbe e sorrise: - O damigella, voi siete proprio una Maga!
- Or bene, riprese Lella, spero che non mi dissuaderete da accompagnare il mio novello sposo...
- Quantunque mi pesi vedere il nostro cielo vedovato di uno dei suoi astri più belli, tuttavia mi professo troppo buon cristiano per contrariare al precetto: quello che Dio unì l'uomo non separi.
- Fin qui non ci ha unito Dio; voi lo sapete, ciò sarà più tardi, e con migliori auspici, spero; intanto provvedeteci di due passaporti.
Avutili, tolsero commiato dal conte, che rasserenatosi gli accompagnò sino alla porta, colmandoli di carezze e di promesse tra le quali mesceva per via di giocondità la preghiera di essere scelto testimone alle nozze, e compare del primo figliuolo.
Bene tornò ai viaggiatori la provvidenza di Lella, imperocchè ad ogni piè sospinto s'imbattessero in pattuglie che gl'interrogavano dell'essere loro, e del dove andassero, e perchè si movessero; alle quali tutte domande non avendo Lella punto voglia di rispondere, si toglieva d'impaccio cavando da tasca il passaporto. Anche Matteo ebbe a patire simile minuta inquisizione e a liberarsene gli valse l'esempio di Lella. Usciti alla fine fuori delle porte di San Giuseppe presero a trottare difilato verso il Golo per la Cansica. Arrivati che furono sotto Furiani, Lella pregò Matteo che andasse oltre pian piano intanto ch'essa si recava a salutare certa sua conoscenza, e gli teneva dietro. Tornando a Corte ella aveva fatto disegno di avvisarne Mariano, caso mai volesse commetterle qualche incumbenza; al volgere di una siepe ella pensava scorgere il tetto di casa sua: per questa volta non vide niente, onde ella incolpò la propria memoria che, distratta da tante faccende, le serviva così infedelmente da farle sbagliare la strada; affretta il passo, arriva in altra parte dove per sicuro si scopriva la casa, ma anche adesso non mira nulla: curiosa a un punto e commossa precipita il corso, e all'improvviso le percuote la vista un mucchio di sassi affumicati. Ristette come impietrita, poco dopo quasi volesse sgombrare la mente di pensieri molesti si fregò la faccia a più riprese: proponendosi di chiederne notizie al primo che le capitasse davanti, già voltava briglia quando di dietro le macerie vide sbucare un uomo che portava una croce tinta di nero dove appariva scritta in bianco qualche leggenda. Lella trattenne il fiato per non dare a sospettare la sua presenza e di dietro la siepe vide cotesto uomo, che scavò un buco fra i rottami, e piantatavi la croce la fissò dritta mercè di sassi collocati in torno a contrasto; allora potè leggere lo scritto che in caratteri più grossi diceva: - Casa di traditore: - e in più minuti aggiungeva: - sotto questa rovina giacciono i corpi di Mariano, indegna stirpe di Alando, e della sua moglie Lucia: le anime andarono dannate nell'Inferno.
Cotesto uomo era il pastore Bastiano, che aveva mantenuto la promessa, senonchè gli era parso bene d'introdurci qualche variante, invece d'impiccare aveva appiccato fuoco alla casa, e invece di mandare Mariano solo all'inferno ce lo aveva spinto in compagnia. Lella scappò a precipizio e allorquando ebbe raggiunto Matteo, quantunque usa dissimulare ogni più fiero turbamento, tanto non potè sopra sè medesima, che non comparisse stravolta: quegli lo notò e glielo disse, ma Lella pronta rispose: - era andata a salutare un cugino da parte di madre ed ho trovato, poverino! che gli amministravano l'estrema unzione. - Poi tacque e Matteo rispettando il nuovo dolore non si attentò moverle altre domande.
A molta distanza da Corte Lella si divise da Matteo, e scesa la notte, andando, per giravolte a lei conosciute si ridusse alla casa paterna, senza che persona avesse avvertito la sua partenza, o ne notasse il ritorno, costumando lasciarsi vedere di rado per Corte e facendo correre voce, che giacesse inferma nel letto.
Matteo smontò al palazzo del governo e intromesso subito nella camera del Generale, contro la sua aspettativa lo rinvenne ilare; anzi egli prima incominciò:
- Già me lo immagino, tu mi ritorni con le167 pive nel sacco: non sei riuscito neh? Già i Francesi sogliono dire, che ciò ch'è buono a pigliare, è anche meglio a tenere, e co' fatti lo dimostrano; sentiamo un po' che cosa dichiara cotesto foglio che ti ninnoli tra le mani: rompi il sigillo e leggi:
Matteo aperse il plico e lesse: - Signore. Voi siete astuto ma badate: anche delle volpi se ne piglia, e ride bene chi ride all'ultimo. Vostro servitore, Conte di Marbeuf.
- Ah! Ah! se l'è presa a male; ma in verità io non ci ho merito. Matteo va a riposarti, che devi sentirti stanco, domani parleremo del resto.
Matteo baciò la mano al Generale ed uscì, ma quale non fu la sua maraviglia quando nella prima persona, che gli si fece incontro, riconobbe Altobello di Alando, che lo salutò molto cordialmente, e motteggiando gli disse: - caro signor Massesi, sebbene io avessi buona opinione nella vostra abilità diplomatica, voi non mi porterete il broncio se ho preferito di fare un po' da me stesso i fatti miei.
Matteo rispose a strappi, e si allontanò strofinandosi gli occhi incerto se vegliasse o se dormisse.
E adesso racconterò per qual guisa Altobello si liberasse dalla prigione francese. Egli venne menato in gran fretta nella cittadella di Bastia, e quivi chiuso dentro il carcere della fortezza di San Carlo, il quale fabbricarono i Francesi sopra uno scoglio altissimo, che domina l'imboccatura del porto. Il prigioniero nuovamente spinto in carcere, per primo, anzi per unico pensiero bada subito come riuscirà ad affrancarsi: tanto l'ansia del vivere libero governa i petti mortali, che questo studio si fa sentire più forte allora appunto che sembrano costretti a doverne deporre perfino la speranza.
La cosa che prima agguarda il carcerato (ed io lo so per molta sperienza fattane) è la porta, parendo a lui che la via ordinaria per uscire abbia ad essere quella per la quale egli entrò, ma in breve con caratteri di chiavistelli e di bandelle viene chiarito, che all'opposto, senza la volontà di cui ti ci ha messo, la porta quasi sempre presenta la via meno facile per uscire di là; allora si volta ad esaminare le inferriate, poi le pareti, il pavimento, per ultimo il soffitto: e se l'uomo possiede forza, volere, coraggio e prudenza, sopra dieci volte nove scamperà: vero è però che queste tre ultime doti raccolte in un'anima, e la prima in un corpo, fanno l'uomo grande, e la più parte delle anime uscite di mano a Dio appaiono piccole e i corpi fiacchi, quindi quelli che rimangono a morire in carcere si contano a migliaia, gli altri che se ne affrancano, su le dita.
Bisogna confessare però che Altobello men che ad altro, quando entrò in prigione, pensava a liberarsene; sentiva forte la necessità di trovarsi solo, e posare in qualche parte il capo che gli pesava indolenzito per la immanità fraterna: bocconi sul materasso, stretta con le mani la faccia, girava e rigirava questo pensiero dentro il cervello, lacerante peggio di un chiodo; non ira, non orrore lo agitavano, non ribrezzo, nè vergogna, nè paura, nè nulla insomma; queste o talune di queste cose verranno dopo; per ora soffre; e così lo travaglia il patimento che non ascolta lo stridere dei chiavistelli intorno agli anelli, nè il cigolare delle bandelle intorno agli arpioni: e fu proprio mestieri che più volte una mano lo scotesse per le spalle perchè tornasse ai sensi della vita: allora lo percosse una voce nota che in suono piacevole gli diceva:
- Caro signor Altobello, non vi lasciate disfare dalla malinconia: ricordatevi che la morte ci ha da trovare vivi.
L'Alando di un tratto voltandosi si mise a sedere e rispose:
- Capitano Rinaldo, ben venuto.
- Mi rincresce non potere dire lo stesso anche a voi.
- Non importa; la sventura è la pietra di paragone dell'amicizia: senza questo accidente non avrei indovinato la eccellenza del vostro cuore di accorrere spontaneo a consolare...
- Certo... non ci ha dubbio... però non affatto spontaneo, perchè... avete a sapere come io sia il comandante della fortezza.
- Voi?
- Io in persona; la maledetta palla, ve ne ricordate? che mi colpì sotto al ginocchio nella battaglia di Borgo mi ha rattrato un nervo, per la qual cosa zoppico, e i medici giudicano che arrancherò per qualche mese ancora: il signor conte di Marbeuf, a cui venni raccomandato dalla sorella del cocchiere del parrucchiere della marchesa du Barry, amica del re, mi ha preposto alla custodia della cittadella per non troncarmi i progressi della professione, e mantenermi nell'attualità del servizio.
- Tutte le quali cose insomma significano, che voi siete il mio carceriere?
- Fortuna di guerra, signor mio; certo voi potreste dirmi, che non foste preso con le armi alla mano; ma armato o no, quando capita, giova sempre pigliare il nemico; potreste anco osservarmi, che vi tesero un tranello e voi c'incappaste dentro, ma vincasi per virtù o per ingegno fu sempre lodato il vincitore: voi potreste dire...
- Manco male: ognuno a sua volta dunque, e allegramente. Non vi accomoda la stanza? ve ne darò un'altra; or ora vi manderò biancherie, legna e quanto occorre; già ebbi ordine di provvedere a tutto; pure sapete che io ho obbligo di esservi amico, mancasse l'obbligo, mi sentirei inclinato verso voi per simpatia... comandate dunque... non vi prendete della soggezione... figuratevi essere in casa vostra...
- Signore, io non vi domando nulla....
- Ho capito via... e vi compatisco... per ora vi dura la rabbia in corpo, vi rivedrò più tardi; se le faccende non lo impediscono desineremo insieme.
Tornato nelle sue stanze ormai tra la lettura dei giornali venuti di Francia e il motteggiare tra gli amici, aveva dimenticato Altobello, quando verso sera l'usciere gli annunziò una donna instare di essere presentata al signor comandante.
- M'immagino che non sarà vecchia nè brutta, in caso diverso le avresti detto e alla occasione giurato che non era in casa.
- Difatti è giovane ed anco bella.
- Presto dunque falla passare, che la noia m'ammazza.
Ma il giocondo capitano fece viso da funerale allorchè si vide comparire davanti la severa, malinconica sembianza di Serena: nondimeno le andò incontro con quella maggior grazia che seppe, e disse:
- Già ci era da aspettarcelo: preso il tortore non può mancare la tortora: ah! perchè non si vede in voi disposizione alcuna di praticare coll'esempio il detto italiano: morto un papa se ne fa un altro.
- Signor Rinaldo, dunque Altobello è veramente qui? rispose Serena senza badarlo, o fingendo di non badargli - non ha ferite addosso?
- Figurate! gli è sano come una triglia pescata adesso.
- Dio ve ne renda merito: permettete che io m'assetti un po'....
- Scusate, ma non mi avete nè manco dato tempo di offrirvelo: - Onorato! Onorato! presto, portate vino, aranci, zucchero.
- Non ho bisogno di nulla, mi batteva il cuore dall'ansia e dalla fatica....
- E venite?
- Dal Borgo, donde mi sono mossa ora fanno due ore....
- E volete vedere il vostro sposo?
- No, signore....
- Come, non lo volete vedere?
- No, lo voglio liberare; sono venuta per chiedervelo, persuasa che non vi parrà vero di saldare la partita dell'obbligo che avete con una vostra nemica.
- Oh! signora Serena, che cosa mai dite? voi non sapete che la vostra proposta mi mena diritto in piazza San Nicolaio a ricevervi otto palle nel petto, le quali naturalmente mi troncherebbero ogni aspettativa di promozione, mentre la mia famiglia ed io nudriamo speranza di vedermi elevato al grado di maggiore, colonnello, ed a suo tempo di generale, maresciallo di campo, e poi anche, chi sa, al grado di maresciallo di Francia. Questo è impossibile, madama, ve lo dico col cuore in pezzi; chiedetemi tutto, pigliatemi la vita, le mie sostanze, non ve lo contrasto; ma che io mi esponga ad essere tratto in piazza San Nicolaio.... voleva dire mi esponga a vedere troncare il corso della mia fortuna, questo è impossibile, assolutamente impossibile.
La vanità è feroce quanto il delitto e più, Serena lo guardò in viso, e conobbe che tornava lo stesso che picchiare alla porta d'una tomba: non si smarrì per questo che a molto animo accoppiava ingegno pronto; onde dissimulare il cruccio e il disprezzo, con aria ingenua riprese:
- Mira un po'! ed io la faceva facile. Potrò almeno vederlo?
- Circa a questo, cara madama, soggiunse il capitano, sollevato di un gran peso, chè aveva temuto rimbrotti, ingiurie e peggio per la sua ingratitudine, ed ora esultava nel vedere come ei si fosse con tanto bel garbo accomodato, - circa questo, certo ci trovo intoppi non meno gravi; ordini espressi lo vietano (e non era vero, ma lo affermava per dare ad intendere che un grave pericolo gli pendea sul capo, e che per amor di Serena sfidava); ma che non ardirei per voi? Ogni Francese per compiacere alle dame si sente addosso un po' del duca della Rochefocauld, il quale cantava in rima alla principessa di Longueville: per meritare il vostro cuore, per piacere ai vostri occhi ho fatto la guerra ai re, e l'avrei fatta anche ai numi. Voi lo vedrete, madama; quando anco dovessi attirarmi sul capo la indignazione di sua maestà cristianissima, lo giuro. - E qui stese la mano in atto poco diverso da quello di Annibale quando il padre Amilcare gli fe' giurare su le viscere palpitanti della vittima odio eterno ai Romani.
- Conducetemi dunque.
- Non io, madama; voi capite quanto sarebbe scortese indiscretezza cotesta; un cavaliere francese si rispetta abbastanza per astenersi da mettersi in terzo nelle conferenze - senza dubbio - tenere, fra sposo e sposa.
- Fate come volete, ordinate che mi conducano al suo quartiere. Spero che uscendo vi potrò salutare.
- Anzi vi dichiaro espresso che se partiste privandomi dell'onore di baciarvi la mano, ne porterei lagnanza alla cancelleria della urbanità; quella dello amore non mi ascolterebbe.
Serena non porse orecchio a coteste sguaiataggini; era proprio roba buttata via; l'accompagnò Onorato, il quale confidatala al carceriere disparve; questi giusta gli ordini le aperse la prigione.
Serena come le consiglia l'affetto stava per abbandonarsi nelle braccia del suo sposo, imperciocchè sia natura degli animi gagliardi frenarsi nel manifestamento delle mediocri passioni, traboccare nelle supreme; quando ad un cenno di Altobello si trattenne e girando intorno paurosa gli occhi vide il carceriere ritto sopra il limitare della porta: presa da vergogna e da dispetto gli disse acerbamente:
Il carceriere, che francese era, comprendendo più dai gesti che dalle parole le domande, rispose: che ci stava perchè ci doveva stare, essendo suo ufficio avvertire quello che dicessero i visitatori ai prigionieri, e sopratutto quello che gli portassero. Ognuno può immaginare che la presenza dell'importuno custode abbreviasse di molto il colloquio dei giovani; anzi a propriamente dire Altobello non fiatò; quella che fece le carte fu Serena, la quale presto presto nel dialetto più puro di oltremonti gli frullò non so che parole, cui egli acconsentì accennando col capo. Il carceriere, trovando contro le regole di non capire, uscì fuori ad osservare, che era cosa inaudita servirsi, per discorrere, di lingua diversa dalla francese: ciò dare indizio della ignoranza e sopratutto della barbarie dei Côrsi: parlassero in francese, ovvero tacessero, correndo loro il dovere di farsi intendere. Serena che aveva terminato di dire quanto le importava, strinse la mano allo sposo e quindi voltasi al soldato gli disse:
- Voi siete un insolente; andiamo....
E fingendo una grossa collera si fece a trovare il capitano Rinaldo querelandosi della grosseria del carceriere.
- Capisco, riprese il capitano ghignando, capisco la zotichezza di questo gaglioffo, e capisco quanto abbiate dovuto stridere a non potervi trovare sola col vostro marito; davvero ne soffro più di voi.... io non posso mica dare ordini contrarii ai regolamenti; certe cose bisogna che il carceriere comprenda da sè o piuttosto bisogna glielo facciano comprendere i prigionieri o quelli che vanno a visitarli....
- Insomma poichè non mi è riuscito parlargli, spero che non sarà caso di stato potere mandare al mio sposo la provvisione da casa....
- Circa a questo poi, madama, io mi sono detto: è possibile, capitano Cassagnac, che la legge ti stringa così duro da non lasciare in qualche modo che la tua profonda riconoscenza non si dimostri? No, deliberai meco stesso, il signor Alando pranzerà alla mia tavola.... cioè farò portare il mio pranzo in camera sua.
Serena impazientita percoteva col piede la terra, sicchè non si potendo più reggere proruppe:
- Per carità non vi dite più nulla... e rispondete a me: posso o no mandare provvisioni da casa al mio sposo? Voi comprenderete che noi gente semplice non siamo abituati alla cucina vostra; e poi, sia superbia, sia dignità, un Côrso non consentirà mai di mangiare alle vostre spalle.
- Vi chiedo umilmente perdono, madama, ma questo, mentre per me sarebbe grandissimo onore, non penso che apporterebbe scapito alla dignità del gentiluomo: ma poi fate quello che volete e mandate pure ciò che vi piace.
Fu portato un paniere per parte di Serena pieno di robe buone a mangiare e a bere; e parve che di stupendo appetito fosse provveduto Altobello, ovvero la rabbia glielo avesse cresciuto, perchè il giorno appresso lo rese vuoto. Serena sul mezzogiorno tornò a visitare Altobello; memore dello insegnamento del capitano lo mise in pratica, ed ebbe a lodarsene, imperciocchè il carceriere sebbene non arrivasse fino a lasciargli nella prigione inosservati, pure si mise colle spalle fermo alla soglia fischiando senza punto badare alle parole che si dicevano, e mostrando in certo modo che codesta prima concessione poteva considerarsi come uno scalino della lunga scala, che a un bisogno gli dava l'animo di scendere: però anco in quel giorno il colloquio fu breve; e Serena uscendo si recò dal capitano per questa volta assai pacata in volto; chi l'avesse avuta in pratica l'avrebbe giudicata gioconda.
- Capitano Rinaldo, ella disse, voi avreste a farmi un grosso piacere.
- Madama, voi sapete che il piacere lo fate a me quando mi mettete a prova di rendervi servizio... potendo.
- Ma sì che lo potete; anzi me lo avete profferto ed io sconsigliata lo ricusai; mi accorgo con amarezza che Altobello si lascia pigliare dalla malinconia; procurate di tenerlo un po' lieto con la vostra amabile conversazione...
- Diavolo? Oh! non mi era esibito a pranzare con lui....
- Giusto! fate così; mettete in comunella i vostri pranzi, e state allegri più che potete.
- Magari! Solo mi rincresce non potere incominciare oggi; domani senza fallo daremo principio.
- Bò; e siccome domani ricorre l'anniversario della mia nascita, io intendo regalarvi di una pietanza côrsa... di un bel fiadone.
- Fia?..
- Fiadone; eccellente roba in verità; dopo averlo gustato vo' che me ne diciate le novelle. Però ordinate a quel brutto zotico del carceriere che non me lo guasti, come fece ieri il broccio che lo spampanò tutto per frugarlo dentro. Misericordia! O che temeva il villano, che avessi rimpiattato un cannone in corpo ad una ricotta? Che bestia! pare impossibile che di siffatti tangheri nascano in Francia.
Il capitano, che aveva proprio con la sua bocca imposto cotesto ordine, diventò rosso fino alla radice dei capelli, ed impicciato più di un pulcino nella stoppa, rispose:
- Certo... sicuramente... da qui innanzi voi non frugherete la sporta di madama Serena...
- Se mi era fatto lecito di frugare la sporta di madama Serena ciò fu perchè...
- Zitto! mezzo giro a sinistra... marciate...
Il carceriere uscì bestemmiando sotto voce. La panierata all'ora solita venne, e l'onesto capitano fece in guisa di trovarsi sul pianerottolo della scala, dove preso il paniere e scopertolo come per vaghezza di vedere che cosa vi fosse di bello, ad alta voce disse: - E' non sembra che la sobrietà entri nel numero delle virtù dei Côrsi; e sommesso: anco stamani l'ho visitata: in seguito non importa, io pranzerò con lui. - Come vedete, il capitano non mangiava il pane a tradimento a S. M. il re di Francia.
Il giorno appresso il paniere era più grosso; conteneva parecchie bocce di vino smagliante, triglie, che parevano ci fossero sguizzate dentro dal mare allora, una mezza dozzina di pernici e il famoso fiadone; a chi nol sapesse si fa noto come il fiadone sia una maniera di broccio manipolato con zucchero, uova ed altri ingredienti che messo a cuocere in forno rigonfia formando sopra una crosta spessa: però raffreddandosi la crosta casca: ma in questo non era andata così, che o per via di carta o di cerchio di staccio l'avevano tenuta su ritta in guisa che presentava per l'appunto la forma di un coperchio di forno di campagna.
Serena sopraggiunse dopo; intromessa subito nella prigione di Altobello, per prima cosa gli domandò dove avesse posto il paniere, e rispondendole quegli che non lo aveva per anche visto, caddero ambedue in grande perplessità; ricambiatesi appena alcune parole Serena scese nelle stanze del comandante dove trovò il paniere coperto, e il capitano Rinaldo giocondo al solito. Questi le disse che si dava premura di assestare tutti i negozî per non venire disturbato ingratamente quando pranzava col caro amico Altobello; avrebbe quanto prima portato egli stesso il paniere; volere con le sue proprie mani imbandire la mensa. Di questo suo proponimento forte lodò la donna, aggiungendo che la presenza dei servitori mette sempre in soggezione, nè allora possono gl'interni pensieri prorompere fuori liberi, ed anco un po' scapestrati a giocondare la brigata.
- Certo voi parlate di oro, soggiunse il comandante, però non ci terremo appresso altri che Onorato.
- Onorato! e non è egli il vostro servitore?
- Onorato non è un servitore, bensì un cameriere.
Serena non istette a perfidiare, diede volta, entrando su diversi particolari, e quando fu sull'andarsene, si accorse di essersi dimenticata del suo mandillo nella prigione; allora chiese licenza di andarselo a pigliare, la quale agevolmente ottenuta si fece ad avvertire Altobello dell'intoppo; questi levò le spalle, e disse:
- State di buon animo, Serena; il bisogno fa bravo, e tempo darà consiglio.
Verso le quattro dopo mezzogiorno Altobello udì la voce del comandante pel corridoio; subito dopo si spalancarono le porte e furono visti parecchi soldati portare lumi, fiori, il paniere di Serena e con esso un assortimento di vivande che il capitano ci aggiungeva di suo, bastevole ad ogni grande corredo. Dimessi i soldati, rimasero Altobello, Rinaldo e il cameriere, che proverbiandosi con urbane arguzie presero ad apprestare il convito come persone a cui torni benvenuto ogni accidente capace a far perdere il tempo. Sonavano le sei, quando si assettarono a mensa, non prima però che Rinaldo si fosse scinta la spada e spogliata la divisa militare, vestendo in vece sua la palandrana: secondo il solito da prima tacquero, ma saziato appena il più urgente desiderio di cibo, ricominciarono il giocondo favellio, a cui Onorato servendo sempre da scalco e da donzello pigliava parte; così mangiando e bevendo, ma molto più cicalando, arrivarono alle ore otto della sera, e quasi al termine del pranzo.
- Ed eccoci, disse il capitano, prossimi ad assalire il famoso fiadone...
- Sicuramente, ma prima di metterci le mani sopra mi parrebbe bene che Onorato se ne andasse ad ammanire il caffè...
- Non ci è mestieri che ei corra troppo lontano; corri, Onorato, nella mia stanza, prendi l'occorrente sul cammino e lo faremo bollire qui...
- Di grazia no; cotesto odore nella stanza mi offende i nervi...
- Mi pare che lo facciate bollire tutte le mattine...
- Già, per questo bisogna che non ce lo faccia bollire anco la sera, perchè, capite; la mattina si aprono le finestre e si dà aria, benefizio che non può godersi la notte, almeno senza danno; e poi giusto, voleva pregarvi ad ordinare che mi bollissero il caffè anche la mattina fuori di stanza.
- E così faremo di certo, che intendo e voglio che tornato in libertà voi abbiate a desiderare la prigione francese...
- Credo che già siate a mezza strada. Oh! soggiunse Altobello percotendosi della mano la fronte, lo scemo che sono; e i liquori?
- Non vi buttate via, che giù in camera ci devo avere una boccia di vecchio cognac da resuscitare un morto.
- Per amor di Dio non mi parlate di cognac, che al solo sentirlo rammentare casco in deliquio: poichè assolutamente bisogna terminare regalmente un convito così bene incominciato e con tanta solennità fino a questo punto condotto, io vi prego, amico carissimo, di mandare Onorato con un mio biglietto a Serena, perchè ci mandi una boccia di liquore di ginepro stillato in Corsica: voi non sapreste immaginare di che bontà, di che eccellenza sia il ginepro di Corsica; bastivi tanto, che Plinio il vecchio lo rammenta con onore nella sua storia naturale!...
- E dove alberga madama Serena?...
- Qui sotto al Pontetto...
- E che ora fa?
- Le otto come sonano...
- Sono sonate, interruppe Onorato, ma se piace al signor capitano in due salti vado e torno.
Allora Altobello scrisse un motto, e indicò il numero della casa; poi lo porse al capitano, il quale senza leggerlo lo consegnò ad Onorato, ordinandogli magnificamente:
- Partite...
Ora è da sapersi che durante il pranzo molto si erano trattenuti favellando di carceri e di cose a quelle attinenti, come morti, torture, liberazioni; Rinaldo aveva narrato la fuga maravigliosa del Latude dalla Bastiglia, ed altre dei tempi suoi; per converso Altobello parecchie, che pareano impossibili, dai Piombi e dai Pozzi di Venezia: ma più curiosa di tutte fu reputata tra noi, continuò a dire Altobello, la fuga di un Gafforio dalla cittadella di Corte: egli aveva detto, poi era stato interrotto da vari accidenti testè esposti; adesso, che le faccende ripigliavano il corso ordinario, il capitano Rinaldo vago di novità instava:
- Dunque, come l'andò a finire quel caso del Gafforio?
- Sentirete, che so che ci avrete gusto. Il Gafforio prigioniero invitò a pranzo il Commissario genovese, al quale parve dovere accettare; essendo egli venuto di fresco, gli prese voglia del fiadone, ed ebbelo. Lo aveva ordinato grande perchè bastasse a cibare il presidio della cittadella e per qualche altra cosa: venuto il momento d'imbandire la vivanda sopra la tavola, il Gafforio si levò come faccio io, la pose in mezzo della mensa in questa medesima maniera....
- E poi? domandava il capitano ridendo.
- Poi, mutato il volto di piacevole in feroce, aggiunse Altobello, dato uno scappellotto alla crosta mise mano al ripieno, e appuntatolo al petto del castellano gli disse: - zitto! o sei morto.
E queste cose aveva l'Alando non solamente detto ma fatto, onde il capitano Cassagnac quando se lo aspettava meno si vide appoggiato al cranio due bocche di pistola; egli per certo era animoso molto, e vuolsi credere che nonostante il pericolo avrebbe gridato; senonchè Altobello gli tolse il tempo di riscotersi dalla sorpresa e dal terrore, e di una spinta rovesciatolo a terra, gli mise le ginocchia sul petto, la destra su la bocca, mentre con la sinistra si cavava in fretta di tasca certi tovagliuoli ammaniti all'uopo; con questi gli cinse il capo per modo che non un gemito avriasi potuto sentire di lui; nè sicuro a tanto, lo voltò bocconi e con altre salviette gli strinse le mani.
- Se vi pare bello, signor francese, tormi la libertà a tradimento, spero che non troverete brutto ch'io la recuperi con ingegno e con valore.
E intanto che diceva queste parole vestì la divisa militare del capitano, si mise in capo il suo cappello, prese dal grembo del fiadone una matassa di corde di seta intrecciate a scala, ed un paro di guanti imbottiti di cotone, che ci aveva nascosto la provvida Serena; usci franco, e data volta alla chiave se la mise in tasca lasciando il carceriere incarcerato. La notte era fredda ma limpida, sicchè le sentinelle invece di starsene appiattate nei casotti correvano su e giù lungo i battuti per iscaldarsi le membra intirizzite: anche questo dava impaccio, e non poco; però non bisognava gingillarsi; infatti Altobello va difilato dalla parte orientale della fortezza, dove declinando si distende sopra l'estremità dello scoglio; colà stavano poste in batteria due colubrine in custodia di un soldato, e Altobello accostandovisi spera non gli domanderà il santo scambiandolo pel comandante della cittadella, e s'ingannava, imperciocchè la guardia prima gl'intimò si fermasse, poi le desse il nome; frattanto Altobello erasi avvicinato fino a tre passi, e la guardia abbassava lo schioppo per respingerlo. La necessità in cui versava l'Alando gli ferì il cervello, ma fu breve, quasi stretta di mano, e via: teneva la pistola inarcata, gliela sparò nel petto, adoperando quasi senza accorgersene la pratica imparata dal signor Clemente di recitare una prece giaculatoria in pro' dell'anima dello ammazzato. In meno che non si dice amen legò la cima della scala alla corona del cannone, che sporgeva fuori delle mura, e lasciò andarsi giù talora trovando appoggio e talora no; ad un tratto col piè tocca lo scoglio, dacchè e' facesse un po' di cornice intorno alla base dei muri della fortezza: cercare al buio la scala rimasta lì su aggrovigliata, calarla di nuovo, commettercisi poi era lo stesso che darsi al disperato; Altobello come giovane di subiti partiti spiccò un salto tuffandosi in mare quanto meglio potè lontano dallo scoglio; mentre fendeva l'aria pensò che i panni mezzi gli avrebbero arrecato non lieve impaccio al notare, quindi si provvedeva di prudenza per risparmiare le forze, di costanza per durare; con sorpresa pari al contento egli non ebbe a mettere a prova queste due virtù, dacchè tornato a galla si sentì acciuffare da una mano di rovere pei capelli, e subito dopo da un'altra nel collo, e scaraventare dentro la barca come un sacco. Ciò fatto s'intese sfrenellare due remi, che si misero in voga alla dirotta; in questo la fortezza di San Carlo sembrò aprire gli occhi, chè lungo le feritoie apparve una lista di fuoco, e insieme al fuoco piovve una grandine di palle; non avvertimento fu dato, non preghiera profferita, un gemito lieve, seppure era gemito, parve che movesse dalla parte di poppa. Bastarono poche palate per mettersi fuori del tiro del fucile, in quanto al cannone non faceva caso, chè pretendere colpire per la notte una barca con le artiglierie era lo stesso che cercare un cece in mare. Allora in un medesimo punto due voci chiamarono Altobello, e questi riconobbe la madre e Serena. Francesca Domenica animo e corpo di ciocco menava il remo meglio che mai facesse il bonavoglia, Serena teneva il timone, Bastiano era il terzo. Le donne, presaghe dei sinistri che potevano per avventura accadere, avevano portato seco vesti che servirono ad Altobello per mutarsi in fretta; poi mise la madre al timone, egli e Bastiano ripigliarono la voga, Serena mandarono a riposarsi delle fatiche sofferte e più delle agitazioni, ed ella si giacque a prua senza farsi pregare.
La fortuna ora da sè discorde volle favorire questa impresa, onde sani e salvi arrivarono alla punta di Arco; trovarono muli allestiti su i quali salendo, presero, senza mettere tempo fra mezzo, la via del Borgo. Furono ricevuti a braccia aperte: qui accadde che Altobello stringendo improvviso al suo petto Serena fu cagione che questa gettasse un strido, per la qual cosa cercando premurosamente se e come le avesse fatto male, conobbe lei essere stata ferita da una palla nel braccio manco; la poveretta quantunque se lo sentisse passato fuor fuora non n'aveva mosso parola, anzi perchè curando lei non perdessero tempo si era accocollata a prua mordendo il fazzoletto, e così in silenzio si era posta una fascia intorno alla ferita. Appena le sfuggiva il grido, vergognando di avere mostrato paura, diede della mano destra su la spalla ad Altobello e con un tal suo sorriso tutto amore, lo rimproverò:
- Se nei vostri garbi voi metteste un po' più di grazia, mamma Francesca non avrebbe saputo che io era stata ferita.
Francesca Domenica, quando si trattava vegliare infermi, medicare feriti, in breve, consolare qualunque afflizione, pareva chiamata a nozze; nudò il braccio di Serena prima che se ne accorgesse, staccò senza farla troppa penare il panno ingommato di sangue dalla piaga, la quale diligentemente esaminata trovò che non aveva offeso l'osso nè parte alcuna d'importanza; nondimanco dopo averla medicata le impose di andare a riposarsi.
Rimasti soli Bastiano e Altobello, il primo disse al secondo:
- Quando venni al servizio di vostro padre, Altobello, gli promisi che egli avrebbe spellato me od io lui: difatti io gli scavai la fossa: con voi non ho patti. Ora ditemi se per tutto il tempo che vi ho servito vi mancai in parole, in opere o altrimenti.
- O Bastiano; per te solo, finchè vivemmo piccoli orfanelli, quasi non ci accorgemmo ci mancasse il padre.
- Bò; dunque datemi un bacio e addio.
- Tieni Bastiano, pigliane anche tre; ma non capisco che cosa tu voglia significare.
- Ecco io voglio tornare alle mie montagne di Niolo, e da qui innanzi non obbedire altro padrone che Dio.
- Come può esser questo, Bastiano? Ti avrebbe qualcheduno offeso in casa mia?
- Sì, e molto, e l'offensore siete voi.
- Io?
- Si, voi avete dubitato di me; voi avete sospettato un momento Bastiano traditore; non lo negate; lo so.
- E tu sai male; io non ti ho mai creduto traditore.
- E con quel vostro sguardo in casa Mariano che mi chiedeste voi?
- Lo vedi; se ti avessi reputato traditore avrei potuto domandarti se mi avevi tradito?
- E se mi credevate fedele come avreste potuto interrogarmi se ero di balla con Mariano? No, tanto è, ho deciso, Altobello, il cuore rotto non si rincolla; l'odio mio è contro colui che adoprandomi per zimbello mi fece supporre complice del suo tradimento. Addio dunque! salutate per me Francesca Domenica, perchè non mi basta l'animo di dirle addio.
Altobello si avventò al collo di Sebastiano piangendo: parole non disse che ben sapeva più facile smovere Monte Rotondo che quel feroce petto, e Bastiano con lagrime punto meno dirotte baciò e abbracciò lui. Pareva che non si potesse staccare; si sarebbe detto che non sarebbe partito, ma di repente si asciugò gli occhi, aggrondò le ciglia, schiuse le labbra e recatosi lo schioppo in ispalla si avviò fuori della porta. Quando si trovò fuori, come se vacillasse per ebbrezza, si appoggiò ad un muro e si pose la mano sul cuore: il forte Côrso sentiva come sia affanno peggiore di ogni morte sopravvivere ai propri affetti.
Ma questo affanno, richiamandogli alla mente la causa che lo aveva partorito, sollevò nel cuore un'altra tempesta e più truce.
Taluno affermò che i Côrsi odiano molto perchè molto amano: sembra sofisma, e pure così estimando non si va lungi dal vero. Sebastiano, poichè si fu diviso da Altobello, corse difilato a incendiare la casa di Mariano; - Dicono che non fosse sua intenzione arderne gli abitatori, ma veramente sembra non se ne possa dubitare, se pogniamo pensiero alla iscrizione che piantò sopra le rovine, e più all'avere prima di appiccarci il fuoco remosse le scale, le quali erano due; la prima pubblica dove passavano tutti, l'altra secreta che metteva capo a certa apertura praticata sotto il letto di Mariano, donde lo vedemmo sparire alla fine del colloquio che tenne con Altobello. Tali a quei tempi erano i Côrsi.
Quando i Romani stavano in procinto di profferire le sentenze assettavansi, e lo starsi seduto dicono confacesse molto alla eccellenza del giudicato come alla dignità del giudice; e può darsi; l'uomo però ha bisogno di aprire la dura mano della necessità per pigliarvi i presagi del futuro, deve starsi a modo di lottatore. I pensieri talora scoppiano in mezzo ai rumori del giorno simili a baleni di raggio ripercosso sopra lo scudo; tal altra nella pace della notte scendono spessi e luminosi al pari delle stelle cadenti, ma e nell'un caso e nell'altro, dove la facoltà intellettiva non venga mossa dal sangue agitato, impadula come acqua morta. Per questo il generale Paoli, abbandonata per tempo la mensa era sceso nel giardino per meditare su le faccende della Patria; quantunque il vento dai monti soffiasse gelato, aveva scoperta la testa e di tratto in tratto ne scompigliava i capelli, affinchè l'aria fresca vi si rinnovasse per entro. Il suo sangue bolliva, e dalla bocca gli scoppiavano parole rotte appunto a modo di sonagli che saltino su da un liquore che bolle.
- Perchè tanto odio contro la libertà?... Egli diceva. Fin qui i governi della terra si modellano su quello di Polifemo, mungere e mangiare il gregge.... Però Ulisse comechè nano dirimpetto a lui gli cavò l'occhio; sta bene, ma gli Ulissi vennero sempre rari nel mondo, massime ora. Adesso la viltà del gregge supera la ferocia dei Ciclopi; se restassero gli uomini un giorno privi di padrone, urlerebbero alla fine del mondo... Dicono la forza tenere il popolo pei capelli, mentre gli introna gli orecchi col grido: io sono il diritto: non è vero, la forza non può tanto se non la aiutasse la paura... Il carro del diavolo tirano queste due bestie; forza e paura... Ah! uomo di poca fede, perchè dubitasti? Questo sconforto nasce dal desiderio ingeneroso di essere sortito tra quelli che raccoglieranno e non tra quelli che arano, tra i trionfatori e non tra i combattenti... Per mezzo alle tenebre, da schiavi ignudi, tra le feste che la prepotenza ubbriaca concedeva alla disperazione digiuna, una fiaccola sola trasmessa velocemente di mano in mano passava il Reno, passava il Danubio ad infiammare alla vendetta il sangue dei barbari, saliva per monti, scendeva per valli finchè non arrivasse; così la libertà passa di generazione in generazione nella corsa desolata che esse menano traverso i secoli, finchè non arrivi agli eletti che con questo fuoco acceso nell'ira e mantenuto dall'odio inceneriranno il rogo della tirannide: nè i tempi paiono lontani... e come? Non so, ma l'aria che respiro mi sembra pregna di tempo nuovo: certo poca cosa sono io.... e non uso a pescare nelle acque dove si cova il destino dei popoli, lontano dal mondo, in mezzo ad un'isola; che importa questo? Quando l'uomo del settentrione vuole accertarsi se il diaccio ha messo crosta sul Boristene da reggere il passo dei suoi carri e di lui, manda innanzi la volpe; il disprezzato animale origliando il minimo rumore di cretti invisibili dà all'uomo quella sicurezza che questi non può procurarsi con le sue facoltà. Tra cento anni saranno spariti dal mondo la casa di Borbone, la casa di Austria e il pontificato di Roma, i tre chiodi che tengono fitta in croce la umanità...
Intanto che il Paoli molinava simili concetti, in un luogo remoto del giardino lungo il muro, si vedeva strisciare pian piano su la terra un mostro immane; però la Corsica non contiene serpi grandi nè piccoli, almeno così credono, e il nuovo mostro presentava la mole del massimo dei boa per grossezza; ancora costui sembrava allungare e ritirare branche proporzionate al corpo, e spesso sostava quasi che impaurisse dallo scroscio delle foglie secche che si sgretolavano sotto i suoi passi; sovente levava il capo e lento lo volgeva dintorno come sospettoso di vedere oggetto di che non avesse paura. Scopo dei suoi passi sembrava veramente che fosse il Generale, ma si comprendeva chiaro che ei non ardisse cimentarsi troppo; però era da credersi che il Generale, vagando come lo menavano le gambe nelle frequenti giravolte, pigliasse il verso da codesta parte: quindi il meglio era aspettarlo a piè fermo: questo parve appunto deliberare la strana figura e rannicchiata dietro un tronco di albero attese.
Il cane Nasone non si scompagnava mai dal suo signore, in ispecie quando usciva fuori di casa; ma quella sera lo trattenne Matteo Massesi che pronto si mise tra il cane e la porta, e mentre ne chiudeva l'uscio, con un pezzo di zucchero tirò a sè Nasone. Nasone capiva trovarsi in buone mani, andava tranquillo che ciò non fosse punto preordinato a fin di male, ed anche lo zucchero lo tirava; egli non aveva il lusso dei sette peccati mortali come l'uomo (e taluno ne possiede anche otto), ma la gola era la sua pecca; tuttavia trangugiato ch'ebbe lo zucchero si voltò gagnolando alla porta e quivi raspava e col muso s'ingegnava ad aprirla. Matteo poneva ogni studio a quietarlo; ma era niente; gli pose altro zucchero, e' tornò invano: di un tratto il cane si ferma allungando le gambe davanti e le posteriori raggruppando, leva il capo come fa il bracco quando punta, e subito dopo tese le orecchie, aggrovigliata la coda, tutti i peli irti si avventa contro la porta con un furibondo latrato; al tempo stesso fu udito dal giardino un colpo di pistola; e' parve che ne restasse ferito Matteo, imperciocchè vacillasse, e dati indietro due o tre passi percotesse con le spalle nella opposta parete; ma si riebbe presto, e asciugandosi il sudore colla manica del vestito aperse l'uscio donde precipitò con Nasone in traccia del Generale. Lo trovarono fermo e sereno, senonchè entrambi, cane ed uomo, essendogli con furia saltati al collo, poco mancò che non cadessero giù tutti in un fascio: frattanto con lumi ed armi traeva gente da ogni luogo, per la quale cosa il Paoli si vide circondato da una frotta dei suoi; richiesto, appagò l'ansietà loro dicendo come passando presso all'albero lì vicino un uomo posto in agguato gli sparasse contro una pistola; a parere suo molto avere a costui dovuto tremare la mano perchè il colpo era stato a bruciapelo e non si poteva sbagliare, ma la Provvidenza anche per questa volta essersi degnata salvarlo. Rientrò in casa dopo queste parole accompagnato da molti; e più prossimo di tutti gli procedeva accanto il Massesi, il quale sembrava non potersi saziare di baciargli la mano e domandargli se veramente non l'avessero colpito e se si sentisse male. Molti furono i ragionari intorno all'accaduto che non importa riferire; il Paoli giudicò che il colpo partisse senza dubbio dai Francesi, e su tale proposito disse queste parole dure:
- La vanità dei Francesi è più crudele della ferocia dei cannibali; se traverso la via che mena al Campidoglio incontreranno il cadavere del padre, ogni francese si sentirà il cuore di Tullia per passargli sopra e correre a coronarsi d'infamia e di alloro.
Maravigliando poi di non vedere il cane fidato e parecchi dei suoi che pure gli erano comparsi nel giardino, lo chiarirono come fossero corsi dietro le traccie dell'assassino; allora il Generale osservò:
- Gli è tempo perso; il male lo abbiamo in casa....
Aveva appena finito di parlare che il cane entrò tenendo un foglio in bocca, il quale si fece a depositare su le ginocchia del Paoli: - ed ora, che significa questo? interrogò; poi preso il foglio e gettatovi sopra gli occhi: curiosa! aggiunse, è una lettera indirizzata a te Matteo.
- A me? Ah! forse nella confusione mi sarà cascata di tasca.
- Senza dubbio, senza dubbio, e sarà, io gioco, di qualche tua dama: ecco dunque spiegata la causa per la quale ti vedo meno frequente intorno a me: quasi quasi mi piglierebbe vaghezza di conoscere la bella che mi fa concorrenza.
- Oh! voi non lo farete.
- Perchè no? Anzi dovrei; perchè se dritto amore, mi toccherebbe promuoverlo, se illecito reprimerlo.
- Per amore di Dio rendetemi la lettera.
- Io non sono geloso; spero che non sia affetto del quale tu abbia ad arrossire; ecco la lettera, e tu Nasone torna a cercare, per questa volta l'hai fatta corta; - e così dicendo porse la lettera a Matteo il quale stese la mano pronta come un baleno, ma così tremula che girava intorno al braccio del Generale senza poterlo toccare; quando fu per pigliarla, un altro braccio sporto fra mezzo, la portò via dalle dita del generale esclamando:
- Questa lettera ci manda la Provvidenza per iscoprire qualche nero tradimento.
- O padre Bernardino, eccovi qui sempre co' vostri eterni sospetti; rendete via la lettera allo zitello: non vedete che con quegli occhiacci da spiritato lo fate morire di paura.
- Questa è sfrontatezza fratesca; come ci entrate voi? Rispettate i miei segreti o che io... la lettera... per Dio!... la lettera - e Matteo si slanciava destro come un gatto sul frate, il quale steso un braccio col pugno chiuso, respinse il giovane intanto che diceva senza punto scomporsi:
Non vi confondete, figliuolo; io sono confessore, e la conoscenza di molti altri peccati sta sepolta quaggiù: dove si tratti di fragilità umane resteranno fra voi e me; nessuno ne saprà straccio, in fede di sacerdote; e senz'altro aspettare spiegò la carta: appena scorsa con rapido sguardo alzò gli occhi e vide Matteo che quatto quatto si accostava alla porta tentando nel suo folle pensiero di svignarsela inosservato.
- Altobello, gridò il frate allo Alando che in quel punto si trovava più vicino al Massese impeditegli di fuggire, perchè quanto è vero Dio, il traditore è costui.
- Traditore! gridò balzando in piedi il Generale, e poi ricadde a sedere facendosi in viso pavonazzo come se lo avesse colto la gocciola; con la mano accennava aprissero le finestre per lasciare libero l'ingresso alla corrente dell'aria. In quanto a Matteo non importava reggerlo! egli era cascato disfatto su le braccia all'Alando.
In mezzo ad un silenzio di sepolcro venne letta la lettera funesta, la quale diceva così:
«Matteo!
«Il tempo stringe e tu mi giri nel manico: caso mai ti ripegliasse la solita vigliaccheria, ti avviso che ti perdi senza prò. Se lo scellerato si troverà vivo di qui a otto giorni egli leggerà la ricevuta che in doppio originale, uno per me, l'altro pel signor conte di Marbouef, scrivesti e firmasti di tua mano, la quale se per avventura avessi dimenticato, ti copio per tuo governo e dice così: - io sottoscritto ho ricevuto da S. E. il signor conte di Marbouef luigi sessanta da lire 28 l'uno che tanti mi paga a conto dei luigi cento costituiti in dote da S. M. cristianissima alla nobile donzella Caterina figliuola del nobile signor Orso Campana; la quale signora Caterina ha promesso pigliarmi per suo legittimo sposo a patto che nel corso del corrente mese di febbraio 1769 io abbia a consegnare vivo o morto, in mano dei Francesi Pasquale Paoli tiranno della Corsica, patto da me acconsentito e accettato; ed in fede io Matteo Massesi mano propria. - Tu vedi dunque che siamo in buona regola: però volendo, com'è dovere di sposa venire in aiuto del marito, ti mando questa lettera per uomo fidato che si è profferto di ammazzare il Generale, purchè gliene sia dato il comodo, e questo tu potrai molto agevolmente fare consegnandogli la chiave della porta del giardino dove il maledetto da Dio si reca a passeggiare talora dopo pranzo. Se ci capiterà solo od anche in poca compagnia il nostro uomo assicura ch'è affare finito; e ammazzato ch'ei l'abbia scapperà per la medesima porta alla campagna salvandosi sopra un buon cavallo per la via di Aleria o dalla parte che gli tornerà più destra. Tu partirai il dì dopo od anche la notte medesima. Sbrigati dunque, se è vero che il mio amore ti prema e se vuoi guadagnarti le grazie che ti sono state promesse. Tua affezionatissima sposa Caterina Campana.»
Giuseppe Maria gran cancelliere di stato, padre di Matteo, uomo di partiti rigidi ed inventore di nuove maniere di supplizio conobbe vano supplicare misericordia: in cotesta medesima notte risegnò la carica, e consegnati i sigilli si ridusse in sua lontana campagna a nudrirsi di dolore e di veleno. I Francesi, più tardi, divinando il tesoro di odio contro gli uomini che si doveva essere accumulato in cotest'anima, lo chiamarono a pigliare parte al festino di sangue, ed egli accorse come dicono che costumi l'iacal, a rodere le ossa della gente sbranata dal leone.
Matteo però fu giudicato con tutta la solennità dei riti forensi e comecchè nè egli nè altri sapessero addurre scusa la quale valesse se non a torre, almeno a scemare la colpa, non dimanco ebbe la difesa. Gli uomini a quei tempi chiamavano ed anco adesso chiamano coteste formalità osservanza ai sacri diritti dell'uomo, ma in effetto e' sono grullerie o ipocrisie, e bene spesso l'una cosa e l'altra, quando la colpa è manifesta, e il reo non la nega: o quando il principe vuole la tua morte, e i giudici tirano salario per servirlo del loro mestiere, che montano tante storie? Fuori il carnefice addirittura; sarà tanto tempo risparmiato; e il tempo, pensateci bene, è moneta; così predicano quotidianamente168 gl'inglesi principali economisti del mondo. La storia infama come crudele Sisto V, che volendo s'impiccasse subito quel giovane fiorentino che ammazzò uno sbirro, e sentendosi opporre che bisognava innanzi giudicarlo rispose: giudichisi pure a patto che s'impicchi prima di desinare, e stamane rammentatevi che ho fame; e Cosimo de' Medici, che sotto i ragguagli del fiscale scriveva asciutto: s'impicchi: se gli Spartani avessero posseduto la forca non potevano adoperare concetto più laconico; e finalmente quel Ferdinando di Napoli, delizia del Romano Pontefice Pio IX, che mandò una compagnia di moschettieri al Presidente di una Corte di giustizia facendogli sapere che si sbrigasse a giudicare gli accusati perchè i moschettieri avevano ordine di fucilarli prima di rientrare nei quartieri, la quale cosa importava accadesse prima di vespro; crudeli certamente furono e molto, ma bisogna confessare che furono eziandio molto sinceri. Matteo Massesi fu condannato a morire strangolato con lo strumento paterno.
Tutto il giorno fu triste; rossi nuvoloni andavano in volta sul cielo rombando con un tuono continuo come se i demoni dell'aria se gli strascinassero dietro; verso sera si abbassarono; e squarciandosi con folgori terribili e spaventoso fracasso mandarono acquazzoni a diluvio e bufere di grandine: pareva che cascasse giù il cielo; il vento penetrò le case spazzando la polvere del pavimento, strappando i ragnateli dai palchi, sbatacchiando porte rompendo vetri e sfondando impannate, poi dagli usci socchiusi mandò fuori gemiti, urli, stridori, che suscitavano negl'inquilini giusta le più recenti avventure patite, o la ricordanza della moglie morta fra le angosce del parto, o quella del rantolo della lunga agonia del padre, o il rammarichio del pargolo che si dibattè tra gli spasimi, o il vagellamento del fratello che traboccò nell'altra vita delirando vendetta; ancora il vento indiavolato si avventa a spire su per la cappa del camino spingendo innanzi a sè faville sommovitrici di lontani incendii: allo sbocco rovina l'angolo dei tegoli murato su la cappa per riparare il fumo, schianta pietre e lavagne mulinandole attorno a mo' di foglie secche. Guai a cui in quel punto passa per la via! che contro cotesta pioggia schermo di ombrello non vale. Inoltre si infilò nei campanili, si erpicò per le scale e prese ad agitare le campane a strappate, le quali di tratto in tratto cacciarono169 uno squillo che pareva un singhiozzo; quinci si spinse su la cuspide arrovellandosi intorno alla banderuola, scotendola a destra, a sinistra, poi ravvolgendola velocissimamente intorno all'arpione: adoperando insomma l'estremo di sua forza per iscassinarla di costà quasi in vendetta della testimonianza ch'ella di cotesta altezza faceva agli uomini della sua incostanza e della sua cattività; scendendo entrò in chiesa, e menando remolino per le colonne, per gli altari e su per le cupole ci destò diverse voci e tutte paurose, perchè sul pavimento fischiava come se dalle sepolture i peccati mortali dei sepolti ne prorompessero in forma di serpenti, dagli altari come se i santi corrucciati rimproverassero agli uomini le sempre cresciute offese al Signore, e pel vacuo delle cupole reboando gelava il cuore per paura, che gli angioli sonassero le trombe per la chiamata dei morti al giudizio universale. Tutte le cose avevano un gemito sotto il flagello della natura presa da furore; gli alberi rovesciavansi gli uni su gli altri stridendo come soldati di esercito sconfitto, e le acque stesse dei fiumi e dei fonti schizzando percotevano a mo' dei flagelli, delle furie.
Il Paoli chiuso nella sua stanza, seduto contro al suo solito stringendosi con la manca mano le tempie, la bufera infernale o non sentiva o non ci badava; così durò fino a notte avanzata; allora si levò e apparve scolorito; non si sarebbe potuto dire se avesse pianto; certo gli si vedevano gli occhi infiammati; prese un coltello, si coperse con un gabbano e uscì di casa.
Aveva mutato appena due passi nel corridore dove metteva la prigione di Matteo Massesi, che si vide venire incontro la burbera faccia del padre Bernardino, il quale disse:
- Il cuore me lo porgeva che sareste venuto quaggiù.
- Però mi aspettavate? rispose il Generale aggrottando le sopracciglia,
- No; io non aspettava voi; bensì aspetto che ei si svegli - e col dito accennava la carcere di Matteo - come per me la morte corporale lo colpisce, vorrei che anche per me la vita dell'anima gli si schiudesse. Ma e quando anco avessi aspettato voi, il merito non sarebbe stato minore.
- Frate! io non amo che si guardi così al sottile nella mia vita, ve ne avverto, e la vostra vigilanza mi pesa, abbiatelo per inteso.
- Pasquale, figliuolo mio, non lasciarti sopraffare dal demonio della superbia; io ti rammento che fui l'amico di tuo padre; epperò immagina che per la mia bocca ti parli cotesta anima benedetta. Soffri le mie parole; esse sono amare come la medicina, ma apportano la salute come quella. Tu sei venuto a salvare lo sciagurato.
- E che fa a voi cotesto?
- Che fa? quando, e Dio non voglia, a te non importasse più della tua fama, la tua fama appartiene alla Patria, ella è nostra e noi dobbiamo averne cura.
- Oh! ma allora io diventai il peggiore dei servi; io sarei lo schiavo di tutti.
- Non si va in alto senza portare seco molti doveri, e non ci si mantiene senza molti dolori. L'uomo rettore di popoli si rassomiglia in tutto a san Bastiano: egli è esposto a chiunque vuole scoccare la freccia contro di lui; ma come il santo in premio del martirio acquistò le glorie eterne del paradiso, tu per breve fastidio godrai rinomanza immortale, mentre noi perduti dentro il tuo raggio non lasceremo memoria della nostra comparsa nel mondo, nè manco nella famiglia da cui nascemmo. La tua gloria divorerà tutte le nostre glorie, a modo che il serpente uscito della verga di Mosè si mangiò quelli che nacquero dalle verghe dei maghi di Faraone.
- Tuttavolta non vedo come da salvare un condannato me ne abbia a venire scapito di reputazione; all'opposto sempre fra gli uomini fu benedetta la clemenza.
- Ci è tempo di clemenza e tempo di giustizia. La tua giustizia ha lavato la Corsica del sangue fraterno pel quale era infame; la tua giustizia ha ricondotto la osservanza delle leggi e la pace nel paese, la sicurezza nelle famiglie; perchè dunque di un tratto ciò che prima ti piacque ora t'incresce?
- Non m'incresce, ma mi percuote la mente la sentenza del Montesquieu, la quale dice: la grazia compone il fiore più bello della corona dei re.
- Può darsi dei re, perchè i fiori di queste corone sono spine nel capo dei popoli; fatto sta che la grazia è l'opera dell'uomo il quale si costituisce superiore alla legge; la grazia rompe l'ordine della uguaglianza sovente in prò di cui se lo merita meno, per ultimo la grazia converte la giustizia in ingiustizia tanto di faccia a coloro a cui si concede, quanto agli altri a cui si nega. I nostri statuti ti conferivano per errore simile facoltà, e tu accorgendotene non te ne prevalesti mai. Più tardi potranno mitigarsi le pene; quella di morte abolirsi; la legge meno acerba esattrice dovrà contentarsi di essere pagata in ragione di 15 soldi per lira, ma ognuno ha da pagare.
- Signore! E' troppo duro che muoia cotesto sciagurato appena giunto al ventiquattresimo anno.
- E quanti anni contava di più Giovanni Brando? Tu non salvasti amici nè parenti; che mai diranno se salvi questo? - Diranno - ed abbassò la voce; che chiuso ad ogni affetto di sangue e di amicizia il tuo cuore sostenne offendere la giustizia per passione sconsigliata.
- Questo non diranno; amai cotesto giovane; forse lo amo ancora, non però oltre la giustizia e il debito. Nell'ora suprema, che per lui si avvicina, abbia, dacchè dargli alcun altro sollievo mi è tolto, le mie consolazioni; lasciatemi andare, io voglio vederlo per cinque minuti.
- Generale, vogliatemi favorire il vostro orologio.
- Che volete farvene?
- Ci guarderò sopra il trapasso dei cinque minuti e ve li rammenterò; voi non ce li guardereste di certo: adesso cotesto arnese non può giovare a voi che ponendolo nelle mie mani.
Il Paoli tenendo un candeliere acceso in mano si accostò al letto di Matteo: egli dormiva, e dal sembiante giocondo pareva che in quel punto lo allietassero sogni soavi: il capo egli inchinava appoggiato al destro braccio sporto penzoloni fuori del letto; i capelli copiosi inanellati gl'inquadravano la bella faccia; un madido rossore gl'imporporava le guancie; le labbra aveva socchiuse e frementi come se dessero un bacio o favellassero parole di amore. Il Paoli non ne sostenne la vista; riportò il candeliere su la tavola e prese a passeggiare incerto se dovesse svegliarlo o se partire senza avere ricambiato motto con lui: lo tolse di dubbio un sospiro, e dopo il sospiro un grido.
- Ah! disse Matteo levandosi, io n'era sicuro, e il sogno me lo accertava pur dianzi. Il signor Generale non ti lascerà morire, no: egli ti ama tanto! Certo io l'ho offeso, non lo nego; non mi state a dire che merito castigo; lo so: non mi rimproverate la mia ingratitudine; io la sento: non mi avvilite con obbrobrio; voi non potreste vituperarmi come mi vitupero io. Così, signor Pasquale, non ponete in me più fede, ritiratemi il vostro affetto, fate quello che volete; ma non mi lasciate morire, non è questa l'età in cui si muore; io vi parerò il sole col mio corpo; vi farò schermo contro le palle nemiche; servitevi di me come di piumaccio per riscaldarvi i piedi, o di poggiuolo quando salite a cavallo; ma non mi lasciate morire.
- I cinque minuti sono passati - si udì ammonire la voce del padre Bernardino traverso la porta.
- Ah! rimescolandosi tutto, gridò Matteo, e poi con accento più spedito soggiunse - che se non vi degnate tenermi più accosto a voi, ebbene me ne andrò lontano, mi bandirò dal paese, andrò in terra straniera ad espiare la mia colpa col rimorso.
- O piuttosto, sentite, compenserò con altrettanto utile il danno che stava per recare al paese: vi pagherò il tradimento tramato in tanta vendetta compita; mi condurrò a Bastia, dove dimostrerò il colpo essere andato fallito per difetto del sicario: mi farò dare altri denari e ve gli manderò: m'ingrazierò presso di loro, ne spierò i segreti e i disegni, e ve ne ragguaglierò ora per ora; m'introdurrò nella cucina del conte di Marboeuf il giorno che metterà tavola agli ufficiali dell'esercito, e gli avvelenerò tutti....
- Sciagurato! proruppe il Paoli col pugno levato come se volesse schiacciargli il capo, e chi ti ha dato il diritto di giudicare così malignamente di me?
- O Dio! O Dio! non mi lasciate morire...
Il Paoli si tenne a mezzo l'atto: intese a ricomporsi per alcuni momenti; alla fine con voce ferma aggiunse:
- Matteo, voi dovete morire...
- Grazia, per carità! E allora che cosa ci siete venuto a fare?
- Ecco, rispose il Paoli, cavandosi di tasca il coltello e buttandolo sopra la tavola - capisci - altro non posso darti: addio.
- Ah! è questo l'ultimo dono che Pasquale Paoli serbava per Matteo Massesi?
E intanto che il Generale allontanandosi da lui s'immergeva nel buio in che stava sepolta la parte estrema della prigione, con suono via via più languido disse:
- Madri tenerissime e magnanime a figliuoli illustri e amatissimi, quando non poterono sottrarli da morte, di pari doni presentarono, affinchè fuggissero la infamia del patibolo.
- No... così non ha da essere... voi con una parola potete salvarmi la vita... e voi avete a dirla questa parola... o non ne direte più altre: e, gittandosi sul coltello ne butta via il fodero correndo in furia colà dove era scomparso il Generale; dopo pochi passi gli riapparve l'ombra davanti, ne muove alcun altri e gli sembra... anzi di certo gli sta davanti una persona diversa.
- E voi chi siete? urla disperato.
- Io sono il Confessore - rispose il padre Bernardino.
Dopo un'ora padre Bernardino bussava alla porta della camera del Generale che trovò levato, col medesimo gabbano fradicio addosso col quale era stato alla prigione; lo salutò, e posto il suo coltello sopra la tavola:
- Vengo a riportarvi il coltello dalla parte di cotesto sciagurato - disse; e dopo alcuna esitanza, con suono che difficilmente poteva conoscersi se fosse sincero o beffardo, aggiunse: - egli piglia la infamia del patibolo in parte di espiazione del delitto commesso, e intende farsene merito presso a Dio.
- Ho capito; gli manca il cuore d'ammazzarsi. - Buttò via il gabbano e assestatosi al tavolino scrisse alcune righe che consegnò al frate.
- Anche questa carità, padre, e attendete che venga adempito questo mio desiderio; in quanto occorre comando.
Questi levando minaccioso il dito, soggiunse:
- Zitto! Importa che sia così: la vista del patibolo somministra argomento di curiosità agli stupidi, e scuola di ferocia agli scellerati.
Quando fu riaperta la porta del carcere, dopo le spalle del frate entrarono due altre persone che portavano qualche cosa di peso e rimasero lì presso la porta; la candela oramai consumata mandava più fumo che luce. Matteo giaceva bocconi sul letto traendo di ora in ora focosi sospiri: appena sentì stridere il chiavistello si mise a sedere sul letto, gridando:
- Padre, m'avete ottenuta la grazia?
E siccome quello metteva alcuna dimora alla risposta.
- Almeno una proroga?
- Senti figliuolo; dopo che ti ho lasciato, sarebbe un impossibile che tu in pensieri, opere od omissioni non ti sia tornato ad imbrattare l'anima che io ti aveva resa proprio bianca di bucato: ora prima di tutto riconciliamoci con Dio.
- Sì, qualche altro peccatuzzo avrò commesso, sì voglio riconciliarmi con Dio, ma la grazia me la fa? Me l'ha fatta?
- E batti lì: ti aveva lasciato coll'ali all'anima, e ora mi sei ricascato giù nel170 pantano. Vieni qua... dimmi, figliuolo, hai bestemmiato Dio?
- Sono da voi Padre; ma che vi ha detto il Generale; dove siete, chè non vi vedo?
- Sono qua... da questa... porgetemi la mano, non tremate, figliuolo... su coraggio...
- Sedete... voi siete per mancare...
- Sì la terra mi scappa di sotto - e tastato all'intorno, trovò un seggiolone e vi si pose a sedere.
- Figliuolo riconciliatevi con Dio...
- Oh!
- Dite: Gesù, Giuseppe e Maria, vi raccomando l'anima mia....
- Perchè è arrivato l'ultimo momento della vostra vita.
La fune gli cinse il collo, che stretta subito sui buchi della spalliera venne dalle mani del carnefice aggrovigliata con un nottolino; invenzione, come avvertimmo, di Giuseppe Maria Massesi. Questo trovato parve buono, e nella Spagna gli fecero buon viso, e tutta via glielo fanno: in Francia no, perchè ai Francesi parve scapitare di reputazione, se non mostravano, che anco nei supplizi possedevano immaginativa da rivendere italiani e spagnuoli: difatti il medico Guillottin trovò la ghigliottina, che dapprima non valse la seggiola del Massesi o la garotta spagnuola, come quella che operava mediante un ferro tagliato a mezza luna; e' fu proprio Luigi XVI, il quale coll'occhio esperto, che i re sortono dalla natura per siffatte bisogne, esaminata la macchina disse, che il dottore, eccellente fisico se si voleva, era un asino calzato e vestito in fatto di meccanica; imperciochè l'arnese non sarebbe mai perfetto se prima al ferro non si mutasse forma riducendolo, invece di mezza luna, a ugnatura. I Francesi fecero sentire più tardi al re Luigi che egli aveva avuto ragione.