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CAPITOLO IX.
La battaglia di Pontenuovo.
Dentro il memore petto i sacri affanni
Va rinnovando il tuo gorgoglio, o fiume:
Però che il giorno io mi riduca a mente
In cui l'onda cruenta i forti corpi
Menò travolti, e le spoglie infelici.
Veggo morti giacere, e vedo le armi
Sparse per la campagna, e le ferite
Tabe stilanti. Oh! degli eroi gli spirti
Debitamente supplichiamo. Molto
Poi nel cor sospirando, e molte a Dio
Di tratto in tratto Pasquale Paoli metteva fuori il capo dalla camera che abitava nel convento di Murato, terra grossa nel Nebbio, e con impazienza sempre crescente domandava ad Altobello ed agli altri che stavano fuori; non si è anco visto nessuno?
- Nessuno, gli rispondevano sempre.
Per ultimo comparve un vecchio, cui crederono parecchi raffigurare, ma così alla confusa, che postisi appena sur un sentiero ne smarrivano la traccia; infatti com'era possibile mai riconoscere padre Bernardino172 da Casacconi senza barba, con due baffi formidabili, una parrucca infarinata, ingessata e per di più vestito da soldato? Da soldato in verità, nè basta; da soldato nemico, da soldato traditore, in breve da soldato delle compagnie côrse composte da Matteo Buttafoco e messe sotto il comando di Ferdinando Agostini, del cavaliere Lazzaro Costa, di Orso Campana e di Angelo Luigi Matra, le quali furono il colpo di grazia alla libertà della Corsica. Egli si presentò con un certo fare insultante e beffardo che unito alla nappa bianca francese appuntata al cappello gli avrebbe fruttato disgustoso saluto se di subito non chiedeva del generale. Questi, a quanto parve, stava con le orecchie tese, imperciocchè spalancò in un attimo la porta esclamando:
- Ben venga il nostro venerando in Dio, padre Bernardino; stavo sui ferri arroventati non vi vedendo arrivare.
- Ed io finchè non arrivava mi sentiva molto vicino al piombo bollente; ma eccomi qua come piace al Signore, ed è faccenda finita.
Entrati nello studio dove era distesa per terra una carta geografica della Corsica, padre Bernardino incominciò: - voi già saprete lo sbarco a S. Fiorenzo del generale comandante conte De-Vaux; il Marboeuf fu promosso all'ufficio di capo civile: come però egli duri sempre a mestare nei negozii soldateschi non saprei: fatto sta, che ci si mescola. Voi conoscete questo De-Vaux, che altre volte militò in Corsica lasciandovi fama di poco valore e di molta ribalderia; or bene i suoi amici affermano, e dove bisogna anco con giuramento173, che il tempo gli ha logorato il poco di buono e cresciuto a dismisura il cattivo. Il duca di Choiseul non ha trovato di meglio a cui appoggiarsi adesso che traballa: dicono che dove vinca presto, gli abbia promesso in fede di gentiluomo il bastone di maresciallo di Francia, ma dicono eziandio che senza pregiudizio della fede di gentiluomo, perda o vinca non gli darà nulla. Lo precede la reputazione di lunatico, di beone e di crudele per ferocia e per bizzarria: e già taluno ha provato che la fama non mentisce. Poichè, come voi sapete meglio di me, non manca mai in Francia qualche persona che a parole non ti sovvenga174, massime se la parola buona per te trafigga altrui; così nell'udire la commissione del conte De-Vaux, il quale nei suoi colloquii si dimostra troppo più perito di forche e di ruote che di battaglie, corse sul conto del duca di Choiseul il motto: prima comprò le pecore, ed ora manda il macellaio a spellarle; dalla quale rampogna desiderando il duca schermirsi gli mise a canto non so quale ufficiale affinchè lo temperasse, ma gli è stato un buttare polvere negli occhi; in vero per altra parte gli raccomandò si riportasse ai consigli del Sionville...
- Sionville! Quel vecchio feroce che insanguinò la Corsica sotto Teodoro, e rese odiosissimo ai Côrsi quest'uomo il quale si era presentato come liberatore?
- Per l'appunto lui. Il De-Vaux afferma a chi non lo vuole e a chi lo vuole sentire, che fa caso di ridurre a partito la Corsica come di bere un uovo; anzi ha giuocato dopo pranzo con Lord Pembroke dodici dozzine di bottiglie di vino di Canarie di averla ridotta alla devozione del re prima della rinfrescata.
- Jattanze francesi che si potranno verificare pur troppo se manchi ai Côrsi la consueta virtù; - ora ditemi quante forze di certo il nuovo capitano può adoperare contro noi?
- La paura, e andiamo franchi, anche la prudenza che conta vi direbbero molte anzi troppe: danno per sicuro, ch'egli possa campeggiare con 50 battaglioni non comprese le artiglierie che sono un subisso, e più dei battaglioni e delle artiglierie, assai mi fa paura un'altra cosa.
- Ed è?
- Parecchi milioni di lire in luigi d'oro e la facoltà di conferire impieghi militari e civili; i francesi medesimi fanno le stimate non sapendo donde la corte abbia potuto cavare tanti quattrini; ma purchè il duca di Choiseul duri al governo, non rileva se per ammazzare mille Côrsi bisognerà che duemila francesi muoiano di fame.
- Ah! padre mio, da questa parte la patria disarmata riceverà il colpo mortale. Dio ci assista - e il Generale, chiusi gli occhi piegò dolorosamente la testa.
Il generale rinfrancato l'animo nel raccoglimento interrogò di nuovo:
- E non vi è venuto fatto di penetrare nulla intorno all'ordine col quale intendono condurre la guerra?
- Ve lo dirò per disteso, anzi ci sono venuto a posta per questo, altrimenti mi sarei rimasto. Quando mi fui acconcio come mi vedete, talchè specchiandomi non ravvisava più me stesso, me ne andai difilato dal conte di Marboeuf, e gli dissi voler pigliare soldo per Francia; interrogato del nome io glie lo dissi: Bernardo da Casacconi; sarei volentieri entrato nel corpo delle guide, che agli altri servizi io mi sentiva inetto, o per lo manco meno atto: egli mi rimandò a Matteo Buttafoco che si dimena come il diavolo nell'acqua santa a portar fascine per bruciare la sua Patria; a me che non garbava punto questo andare da Erode a Pilato, fatto del core rocca risposi: che non mi ci entrava; volere servire la persona del conte; se così gli piaceva mi accettasse, diversamente mi lasciasse stare, perchè ogni uccello sa il suo verso, ed io intendeva fare il mio.
Il Conte di rimando: la si potrebbe accomodare, ma sacco vuoto mal si giudica, ed io se non ti conosco non ti maneggio. Voi siete un signore prudente, risposi io; e in questa come a Dio piacque entrò Ferdinando Agostini; certo mi fece e per più cagioni un tuffo il sangue, ma mostrando il viso alla fortuna replicai: ecco qua qualcheduno che potrà darvi buona contezza di me, e volto all'Agostini ripresi: compare, dite senza rispetto al signor conte qual è il mio nome nè più nè meno, e se mi credete capace a insegnargli le vie che menano a Corte. L'Agostini mi guardava come uomo che riconosce la voce, ma poi non gli corrisponde alla sembianza, e tra il sì e il no si confondeva; io gli ammiccai degli occhi, ed egli rabbrividì: tenni che stesse per denunziarmi e non lo fece; forse la mia audacia lo mise sottosopra: forse la coscienza del bene che altre volte gli aveva fatto lo rimorse; può darsi che la paura dei miei vendicatori lo stringesse, o piuttosto, come ho potuto conoscere confessando, Dio ordinò che nei cuori più tristi restasse sempre una particella sana, non fosse altro, perchè sentissero la diversità che corre fra le opere buone e le ree, e trovassero per così dire sempre aperta una porta alla penitenza, fatto sta che rispose asciutto; costui si chiama Bernardo; ed è de' Casacconi senza dubbio! quando voglia, non troverete uomo più adatto di lui per condurvi a salvamento per tutti i tragetti dell'isola.
- Non occorre altro, voi starete a posta mia e questi vi dono per gaggio.
- Così disse il Conte e mi dette sei monete d'oro, che eccole qui - diss'egli frugandosi in tasca e mettendole sul tavolino.
- E che me ne ho a fare io?
- Pigliarle e spenderle in vantaggio della Patria, voi che lo sapete, io non le posso tenere, che ho fatto voto di povertà. - Dov'eravamo? Aspettate; non m'interrompete più; o che io perdo il filo. Uscito l'Agostini sopraggiunse un uomo corto e grosso, che fin dalle scale gridava; Conte! Conte! dove diavolo siete, Conte? Il signor di Marboeuf gli si fece incontro col cappello in mano, dandogli della Eccellenza, ed egli a lui; però presto mi accorsi ch'egli era il De-Vaux, imperciocchè spiegando un involto di carte continuò ad urlare; - corpo qui; sangue là; insomma bestemmie da staccare i travicelli dal muro; chi credereste voi di avere per generale? forse il Conte de Vaux? Voi v'ingannate. Il generale sta a Parigi; di là si vedono meglio le cose, e soprattutto ci si vedono più riparati; il generale è il duca: lo spirito santo gli ha versato sul capo le virtù a catinelle; in breve voi lo sentirete creato cardinale, forse anche papa, - ecco qua - aggiunse rabbiosamente gettando l'involto su la tavola - egli mi manda da Versaglia bello e fatto l'ordine della guerra; egli comanda e vuole che in due punti si abbia a campeggiare; uno nel Nebbio per mettere fuori il Capo Côrso, e l'altro nella Casinca per penetrare nell'interno dalla parte di Aleria: questo come vedete è perfettamente assurdo; tra me e il capoluogo delle operazioni metto un paese intero, mi dilungo senza sapere dove troverò il nemico, mi espongo ai disastri di una marcia arrisicata, ed offro campo di proseguire a nostro danno la guerra di avvisaglie che sperimentarono così acerba i miei antecessori: no, signore io non la intendo così; la colonna nel Nebbio sta d'incanto, ma sostenuta da corpi vicini, i quali operino di concerto con lei; una colonna manderemo anche in Casinca per tenere in rispetto il nemico, e torgli il ruzzo di raccogliersi in massa: ma la terza colonna che mi dispongo a comandare io voglio che s'inoltri per la sponda sinistra del Golo e faccia capo sotto le costiere di Lento, dove congiunta coll'altra che scenderà dal Nebbio mi concederà potere da un lato di occupare la Balagna, dove ci aspettano a braccia aperte, dall'altro, sforzato il passo del fiume, correre fino a Corte e così darmi di un tratto vinta l'impresa...
- Chi è quell'uomo là? - a questo punto scorgendomi domandò il De-Vaux.
- Non dubitare è dei nostri; l'ho preso ai miei stipendi per guida.
- Sta bene, ma mandatelo al diavolo: e poi cotesto furfante sapete voi che aggiunse? Aggiunse: e se la sua faccia non mentisce, mi sembra che mandandolo al diavolo lo abbiate a mandare proprio a casa sua. - Andate via, Bernardo, mi disse allora il Marboeuf, buttate su di un fico cotesta pelle di orso per vestire la divisa di S. M. cristianissima. - Dopo una licenza così inchiodata e ribadita non vedeva verso di potere fermarmi: andai a vestirmi e mi trattenni finchè ieri notte, colto il destro, me ne sono venuto via con armi e bagaglio.
Appena frate Bernardino ebbe chiuso la bocca, che Altobello entrò avvisando un frate domenicano che partito in fretta da Calvi chiedeva conferire col generale:
- Venga il padre domenicano.
Il padre comparve come uomo sgomento: disse mandarlo a furia il suo superiore ad avvertirlo che si vedeva bordeggiare tra il capo di Alga e quello di Spano un'armata francese industriandosi a pigliar terra.
- Grazie in nome della Patria a voi e al vostro superiore; i Francesi lo possono fare; possiedono naviglio e soldati più che bastevoli a questo. Andate a riposare, che morite di stanchezza. Ambrogio, pigliatevi cura di questo degno sacerdote.
- Generale! affacciandosi di su la porta disse Altobello, un altro frate, ma questa volta dei servi di Maria, partito da Ajaccio, fa istanza di essere accolto da voi.
- E parrebbe che questi padri si fossero dati la intesa per confessare e amministrare il viatico e la estrema unzione alla Corsica: entri il servita. - Il servita ammesso alla presenza del generale espose arrivare ratto a chiarirlo come grossa mano di soldati francesi sbarcata ad Ajaccio si fosse sentita dire che rifatte appena le forze del travaglioso viaggio si sarebbe messa in cammino per pigliare i Corsi alle spalle. Impallidì leggermente a tale annunzio il Paoli e raccomandò anco il servita alle cure di Ambrogio. Appena uscito il frate, il Paoli portando la manca mano su gli occhi esclamò con voce cupa; - Noi non possiamo più vincere...
Padre Bernardino stava lì lì per fargli175 un rabbuffo, quando venne annunziata una femmina la quale piena di angoscia in vista recava un foglio che dichiarava non volere consegnare in altre mani eccetto quelle del signor generale: facilmente accolta, ella disse averle dato il foglio a Olmeta un soldato, ordinando portasselo a Murato, e avvertisse darlo proprio al Paoli; se nol facesse, guai; i suoi figliuoli e la sua casa pagherebbero per lei; onde la scusasse se per caso avesse fallato. Il generale confortò la povera donna, e donatole alquanto di danaro l'accommiatò; gittato l'occhio, su la carta ebbe a meravigliarsi non poco considerando com'ella fosse straccia e sgualcita; presago in cuore che contenesse cose vituperevoli, la porse al Guelfucci perchè la leggesse; e il segretario con voce che mano a mano procedeva nella lettura si mostrava alterata lesse: - «Sua eccellenza il comandante generale delle forze terrestri e marittime di S. M. cristianissima al capo dei ribelli Corsi: che S. M. il re avendo comperato dalla serenissima repubblica di Genova l'isola di Corsica per più danari che non vale, e però appartenghiate alla Francia pel sacrosanto diritto di compra e vendita, voi già sapete e non importa che io vi dica: quello che importa che sappiate è che noi siamo cinque volte tanti in maggior numero di voi; misericordia ci consiglia a tenere tuttavia levato il pugno sul vostro capo; approfittatevi del momento per inchinarvi alla bandiera di Francia e meritarvi perdono: vi si concedono due volte ventiquattro ore, le quali trascorse senza ridurvi a consigli migliori, potranno ben cercare, chi ne ha voglia, i tritoli delle vostre ossa, ma non li troveranno.»
Assai prima che la lettura cessasse, il Paoli si aggirava per la stanza a mo' di lione dentro la gabbia; le mani apriva e chiudeva quasi intendesse stringere l'elsa della spada; squassava il capo: in breve da tutta la persona spirava, non che ira, furore: di botto sta, si stringe con la destra le tempie e del piè pestando la terra comanda:
- Buonfigliuolo, scrivete; no, no di quella carta, bensì dell'altra papale dove registransi le deliberazioni del regno.
Il padre Guelfucci preso un foglio e adattatoselo dinanzi con molto magistero, speculata prima traverso la luce la penna di cui le punte andavano a sesto, pose la manca aperta sul foglio, con la destra intinse la penna nel calamaio, e stretti i labbri, levato il capo in su aspettò.
- «Eccellenza, dettava il Paoli tremando a verga e agguantandosi al tavolino, - se veramente vi sentite cinque volte più forte de' Corsi, voi dovreste comportarvi cinque volte più generosamente di loro. Se la Francia, la quale un giorno ci sovvenne per liberarci dai tiranni, oggi si mette nei piedi di loro, questa è sventura nostra ed anco vostra non poco, nè credo possa somministrarvi argomento a inorgoglirvi troppo. In ogni caso se a voi servitore sembra onesto obbedire i comandi del vostro padrone176, non dovreste trovare reprensibile che io uomo libero obbedisca alle leggi della Patria mia. Minacce e oltraggi tra gente valorosa non usano: ho sentito dire che i gentiluomini francesi una volta se ne astenevano. Con le parole non ci possiamo dire più nulla: noi vi attendiamo su i campi dove vincendo ci aspetta gloria immortale, e perdendo non troveremo vergogna, perchè avremo combattuto con Francesi, e cinque volte, voi lo affermate, più numerosi di noi.» - Fin qui l'egregio uomo dettava, poi tolta la penna segnò il suo nome fulminando a zig zag come si dipingono le saette.
- Se non sono scoppiato, egli disse piegando la lettera, posso garantire il mio petto di acciaio. Orsù, Ambrogio, mettiti il tuo meglio vestito, e voi, signore Altobello, invitate a mio nome il signore Stein a portare nella qualità di parlamentario questa lettera al generale in capo dei Francesi; lo troverà in Oletta; spedita la faccenda tornate, che ho da commettervi cose di molta premura.
Quando il conte De Vaux ebbe letta la risposta del Paoli si sentì umiliato e nel profondo; ma all'incontro di accogliere cotesta mortificazione come castigo o come ammenda, se ne valse per alimentare la ingiusta ira; però sorse in piedi quasi fuori di sè urlando: - S'impicchi! s'impicchi!
I circostanti, qualunque fosse la buona voglia loro per obbedirgli, non sapevano che farsi, dacchè non rammentava alcun nome; onde egli mirando cotesta loro inerzia vie più si arrovellava; per buona ventura capitò il conte di Marboeuf, che vistolo con gli occhi strabuzzati, e pavonazzo in viso da fare temere imminente un colpo di apoplessia, essendosi informato della cosa licenziò tutti, e quando fu rimasto solo con lui così gli parlò:
- Signore, i Corsi meritano quello e peggio che minacciò loro con tanta giustizia vostra eccellenza; ma come sapete bisogna lasciare andare tre pani per coppia, per amore delle convenienze: e il parlamentario per di più non è punto corso, bensì prussiano, gentiluomo177 e inoltre colonnello di S. M. il re di Prussia.
- Diavolo! Allora è un altro paio di maniche; ma vedete un po' dove si vanno a ficcare i gentiluomini? Questo travagliarsi dei nobili in pro178 della plebe e farla comparire qualche cosa non può condurre a bene, assolutamente non può...
- Voi parlate d'oro, signore, ma che farci? Intanto vi piacerà senz'altro di accogliere il parlamentario?
Il colonnello fu inondato di convenevoli, e non sapea che per poco non lo avevano appeso: la superba arroganza del De-Vaux pensava emendare adesso con la copia degli ossequii la malcreata villania di dianzi. Anche ad Ambrogio, venuto come trombetto, toccò il benefizio del vento mutato, sicchè invece di un nodo scorsoio ebbe in regalo dieci bei luigi nuovi di zecca, che fece proposito depositare nella cassa pubblica, ma poi in onore del vero gli rimasero in tasca; tutta colpa, già s'intende, della cattiva memoria.
Altobello compito il comando tornò in camera del generale scorato; così appariva nel sembiante disfatto, che il padre Bernardino non potè astenersi da domandargli se si sentisse male.
- Ohimè! rispose Altobello, noi non possiamo più vincere...
- Già, proruppe il frate dabbene, nei decreti della Provvidenza, per Dio Santo, dacchè me lo fate dire, non ci ha anco letto nessuno; e dei miracoli se n'è visti anche ai dì nostri; non ci è stato un David solo che abbia rotto la testa a Golia; ed un popolo, fermo davvero a non lasciarsi vincere, sovente opera miracoli da per sè senza incomodare Dominedio: ad ogni modo ci rimane morire...
- Morire! morire! riprese Altobello facendo spallucce, e il frate crucciandosi più che mai gridava con quel suo fare avventato:
- Certo! morire. Per la Immacolata! così disse Leonida alle Termopili ai suoi trecento, e nessuno fece spallucce; e chi era Leonida? Un pagano; e che disse ai suoi trecento? Sta sera cenerete meco, domani ceneremo tutti a casa del diavolo. - Mentre io posso assicurarvi, Altobello, che morendo per la Patria voi andrete a cena con gli Angioli diritto come un cero.
E Altobello: - E non è per questo che io parlo; bensì perchè pensava che la Patria si aspettasse da noi qualche cosa meglio che morire.
- E ancora io lo penso; però, figliuolo, io vo' che tu sappia non essere cosa di piccolo momento lasciare a cui viene dopo una vendetta da compire; i figliuoli non possono davanti agli uomini, e nè davanti a Dio ripudiare la eredità sanguinosa. E datagli una grande stretta di mana se ne andò pei fatti suoi.
Altobello quando entrò nello studio del Paoli lo rinvenne sempre inteso sopra la carta geografica; appena ei lo avvertì rizzossi in piedi, e tale prese a parlare:
- Io non comprendo niente nell'ordine di guerra del nostro nemico: affermano moversi in tre colonne, una nel Nebbio, e sta bene; l'altra per la forra del Golo; finalmente l'ultima contro la Casinca; e' pare che non sappiano, forra del Golo che sia, e non temano incontrarci ostacolo, onde scorrendo fino alla costiera pigliarci alle spalle se contrastiamo nel Nebbio, tagliarci la ritirata se indietreggiamo; meglio così. Se il tradimento non ci consegna a mano salva in potere dei Francesi, potremmo anche sgarrarla; accostatevi, Altobello; se mai venissi a mancare, perchè i casi della guerra importa prevedere tutti, e per me non sono i soli che io deva temere, giova che voi conosciate i miei disegni e procuriate mandarli a compimento. Bisogna che i patriotti sgombrando subito il borgo si affrettino a ingrossarsi al ponte in foce di Golo, e quivi alzando bastie e terrapieni adoperino ogni industria a ributtare il nemico dalla Casinca. Da ciò due sequele; o il corpo nemico si ferma in capo al ponte, o si ritira in Bastia, e tanto minori forze avremo a combattere noi: ma questo non sembra verosimile; bensì reputo certo ch'ei si unirà alla colonna la quale per la forra del Golo avvisa pigliarci alle spalle; se ciò avviene, erat in votis. Ora passiamo al Nebbio: qui andranno più gagliardi, perchè per primo scopo con lo stare forti in Patrimonio e in Barbaggio vorranno separarci dal Capo Côrso, e questo dubito che sia per venire loro conseguito con molta agevolezza; e poi mireranno a spazzarci via dal Nebbio cacciandoci dalla costiera di Lento e Canavaggia giù per la vallata del Pontenuovo. Le forze non ci bastano a tutto; intorno a Patrimonio e Barbaggio, dopo avere sostenuto il nemico irrompente quanto desidera l'onore della milizia, i nostri si ritirano su Rapate e Murato, e si uniscono agli altri di San Pietro per difendere le bocche di Tenda: alzino terrapieni, asserraglino strade, mettano travate alle case, i ponti rompano; ad ogni costo si sforzino sostenersi; avendo a cedere, riparino al campo trincerato di Santo Nicolaio; non si potendo reggere nè meno a San Nicolaio, scendano giù per la costiera gettando rinforzi in Lento e Canavaggia. Qui poi bisogna tenere fermo o morire; però studiate mandarci in fretta le robe e gli uomini che vi ho minutamente distinto nell'ordine di numero 9. Quanti non capiranno là dentro si riducano a valle, e passato il fiume a Pontenuovo riparino sopra la destra sponda del fiume. Per ora basta così: commetto il mio quartiere generale a Murato, dovendo lasciarlo lo trasferirò a Rostino, laddove ci possiamo mantenere nel Nebbio meglio che mai; se non possiamo, ecco la massima parte dell'oste francese stipata nell'angusta e dirotta valle del Golo: ora la Corsica la tiene nel palmo della mano: solo ch'ella stringa le dita con l'usato valore ed eccola soffocata; dalla destra le rovescio addosso i popoli di Casacconi, Ampugnani, Santo Antonio e Santo Angiolo co' circostanti paesi; a sinistra quelli di Bigano, Campitello, Scolca, Valpaiuola e Vignale; Lama, Pietralba e Ortenga di faccia; tutta la Casinca alle spalle. Padre Bernardino è già in via per tenere bene edificati i popoli di Casacconi e delle pievi convicine; ora voi pigliate tutti questi ordini e spediteli; procurate affidarli a giovanotti dalla gamba destra e dall'occhio acuto; sapete a cui potete fidare?
- Quanto a ciò non dubitate - e così rispondendo Altobello pensava a tali di cui il nome dovrebbe leggersi nel calendario dei santi dei popoli liberi e che pur troppo non vi si leggono, imperciocchè i popoli di Europa fin qui libertà che sia veramente non sanno e calendario non posseggono; per ora è fuoco di paglia, forse avverrà diversamente più tardi; e si avviava; senonchè lo trattenne sopra la soglia il Generale e dolcemente richiamandolo aggiunse:
- Altobello, il dovere di cittadino o la stima di amico mi persuadevano prima della spedizione di cotesti ordini a domandarvi se al vostro giudizio si fosse affacciato partito che vi paresse migliore per salvare la patria.
- Risponderò leale come merita la lealtà vostra. Ho sovente udito dire dal mio zio ed anco rammento avere letto, che Sampiero, il quale fu eccellente maestro di guerra ai tempi179 suoi, diceva che le vere Termopili della Corsica erano alla stretta di Omessa.
- Ed è così, ma Sampiero non si trovava con cinquantamila uomini su le braccia da combattere: le artiglierie si trattavano allora con poca industria, massime nei monti; nè aveva la180 Corsica intera a difendere; per sostenermi a Omessa contro il de Vaux mi occorrerebbero venti cannoni, munizioni in copia e artiglieri capaci; tutta la181 parte della isola lasciata scoperta cedendo alle corruttele francesi, perderebbe l'amore della libertà, di amica la sperimenteremmo nemica: a Sampiero non capitò mai di vedersi così com'io ricinto da tutte le parti: finalmente Omessa ci rimarrà sempre per ultimo partito, quantunque io tema forte che questa sia l'ultima battaglia che combattiamo, se la fortuna ci si mostri contraria.
Il conte de Vaux con 24 Battaglioni di fanti e tutta la cavalleria, eccetto la legione di Soubise, stanziò ad Oletta, dove avendo convitato il 3 maggio a festivo pranzo gli ufficiali superiori, levate le mense commise che con le artiglierie facessero gazzarra in segno d'allegria per la vicina battaglia. Invero all'alba del giorno veniente egli mosse con parte delle milizie ad assalire Rapale, altre ne mandò verso San Pietro e altrove a scarrozzare il paese per prendere lingua delle opere di fortificazione costruite dai Côrsi, e dei difensori di quelle. Certo pertinace fu la resistenza dei capitani Colle e Pelone a Rapale, però non si deve credere che sarebbero stati bastanti a ributtare i Francesi dove questi avessero deliberato di spuntarla; al contrario deve credersi che il de Vaux, uomo rotto agli scaltrimenti guerreschi, a questo modo operasse per indurre i Côrsi nella fallace opinione ch'ei tornerebbe ad assalirli in quel punto nel giorno veniente e così divertirli da Murato dove intendeva operare ogni suo sforzo. Però non si deve tacere che il Paoli, sia che si accorgesse dello stratagemma182 del nemico o no, difettava di forze per fronteggiarlo in due luoghi; anzi dove quegli appariva più debole, pure era tanto da vincerlo tre volte di numero. La mossa di Murato minacciava di tagliare il Paoli fuori del centro dell'isola ricacciandolo nel Nebbio, nel Capocorso e verso Bastia in mezzo al nemico grosso e padrone delle terre fortificate; non ci era tempo da perdere; dato dunque il segnale della raccolta, si ritirò con solleciti passi al campo di San Nicolaio, dove potendo avrebbe voluto sostenersi; ma il capitano di Francia inseguendolo stretto non gliene diede abilità; e poi il campo di San Nicolaio, ottima positura per chi può campeggiare ad armi uguali al nemico, non apparisce fornito da veruno dei naturali vantaggi, onde, si reputa dai maestri di guerra un luogo atto alle difese: pertanto il Paoli ebbe anco di lì a sgombrare e tosto: per questa mossa si trovò separato dal Nebbio e dal Capocorso, dove i popoli stavano in aspettativa per sollevarsi; se non che, vista poi la mala parata, cagliarono; le milizie rimaste fuori si sciolsero sperperandosi per evitare la prigionia e forse peggio: soccorse ai capi una nave d'Inghilterra usa fino da cotesti tempi ad accorrere dove accadono naufragi per raccoglierne le reliquie; la quale imbarcati Antonlionardo di Belgodere, Achille Murati, il capitano Pelone, un Pizzoni con altri 176 compagni li trasportò a Onelia, donde tornarono, ma tardi. Un altro danno troppo maggiore per lo scoramento fu questo, che avendo spedito gente a Pietralba, affinchè si aprisse l'adito in Balagna e quivi reprimesse le scorrerie183 dello Arcambal, la incontrò trista e curiosa, perchè i terrazzani in parte spauriti dai progressi del nemico, in parte sobillati dalla fazione fabiana avversissima al Paoli, le avevano contrastato i passi: ond'ella per non dare al nemico gradito spettacolo di guerra cittadina, se n'era tornata. Dall'altro lato a conforto dell'animo sbattuto del Paoli soccorreva il pensiero, che sgombrato il Nebbio, di poca importanza alle fortune della guerra appariva la Balagna; e più di questo la vista delle bandiere côrse che scendendo giù dalla vasta costa conobbe sventolare prima su Lento, poi su Canavaggia: deliberato di stabilire questi due punti quasi perno delle mosse future fece alto mostrando francamente la faccia al nemico tanto che ottenne risposta ai messaggi in tutta fretta spediti agli uomini di cotesti due paesi a domandare se di soldati o di munizioni desiderassero rinforzo.
Reduci e messaggi gli riferirono, che i Lentini e i Canavaggesi lo ringraziavano; avere a sufficienza di tutto, vivesse tranquillo, terrebbero fino all'ultimo fiato per lui. Allora scese giù in valle di Golo, in sembiante allegro, ma chi gli avesse visto il cuore avrebbe esclamato: Oh Dio che passione184! In vero la risposta dei popoli della costiera lo aveva trafitto più che tutto: egli pensava amaramente come lui non più considerassero una cosa con la Patria, bensì colle parole lui oggimai distinguessero dalla Patria: il quale linguaggio palesò sempre a chi intende, che altri già si decise a tradirli o prese a prestare le orecchie credule od interessate ai sobillatori, che sempre intenti alla rovina di un popolo danno ad intendere come la causa della patria sia diversa da quella del suo custode. Giunto a valle gli occorse un corriere che lo ammonì da parte del Serpentini avere il Marboeuf tentato il passo del fiume, ma respinto con perdita non pareva disposto per ora a rinnovare la prova. Questa fu buona novella e se ne rallegrò; sicchè il suo volto riapparve sereno, e' sembra che la Provvidenza pei suoi arcani fini volesse provare la tempra di cotesta anima con l'assidua vicenda del dolore e della gioia capace ad abbattere anche le divine non che le umane nature; lotte ineffabili sono coteste; qualcheduno ne scampa e il Paoli fu tra questi; ma pari a quella che Giacobbe sostenne coll'Angiolo, chi n'esce, ne rimane tocco per tutta la vita.
Passò il ponte che ha nome di nuovo, lungo ben cinquanta braccia; lo trovò benissimo in ordine, munito di trincere e fortini; uno dei quali a metà del ponte: poichè tutta la sua gente lo ebbe passato ed egli ultimo, chiamò a se il conte Gentili preposto al comando dei prussiani e degli Svizzeri messi a custodia del ponte, e gli disse che l'esito della guerra dipendeva nella massima parte dalla difesa di cotesto ponte; confermasse i soldati nella ottima mente; con ogni partito più acconcio li persuadesse a tenere il fermo. Cotesta gente rude, ma fida, udì con lieto animo le parole del generale e rispose farebbe il debito: allora il Gentili su la fede di soldati e di cristiani la richiese di giurare che avrebbero senza rispetto, finchè l'anima le bastasse, sparato adosso a qualunque si fosse ardito passare. Appena passato il ponte, il Paoli scrisse lodando Saliceti, Cottoni e Serpentini, strenui mantenitori della foce del Golo, e raccomandò loro che operassero in modo che durante la notte gli spedissero di rinforzo quanta più gente potesse, senza però mostrare di sguernire il ponte. Giunto a Rostino, appena scese da cavallo, prese penna e calamaro e di suo proprio pugno vergò sopra un foglio d'ordine al comandante delle compagnie côrse stanziate al ponte alla Leccia: pigliasse sul far del giorno mille uomini fra i più gagliardi e valicato il Golo a Ponte Rotto per via di traghetti s'insinuasse nelle macchie di Canavaggia, donde ingaggiata la battaglia avesse ad irrompere improvviso percotendo il nemico di fianco o alle spalle. Dopo questi ordini parve più quieto, e proseguì a mandare comandi da ogni parte e a riavere ragguagli; i corni côrsi non cessarono mai tutta notte di rispondersi da valle a valle, e più che di uomini parvero voci delle foreste secolari, di vetusti dirupi che si dessero la posta per la prossima battaglia; però come se il cielo volesse chiarire le sue sinistre intenzioni, ad un tratto si ricoperse di nuvoli e quindi a breve il vento precursore della tempesta, scotendo gli alberi fronzuti di foglie185 novelle, empì la campagna di un segreto rammarichio, di un suono di piante come se le anime dei morti per la Patria da quarant'anni in poi uscissero dalle antiche sepolture per lamentare il prossimo infortunio, poi scoppiò il fulmine e il tuono lungamente ritronante di forra in forra terribile come la voce dell'Angiolo che sveglierà i morti di tutta la terra e dirà: - sorgete, o morti, e venite al giudizio! - Durò la tempesta poco più di due ore; ma la sconcia pioggia empì fossati, ingrossò i torrenti, e alle tante voci di terrore il Golo aggiunse il suo brontolìo mentre menava torvo le gonfie acque: passate due ore le stelle tornarono a scintillare più vivide come se avessero terso i raggi nei lavacri del cielo. Il Paoli ora si affaccia ad una ed ora ad un'altra finestra, impaziente di scernere su l'estremo orizzonte quella lista di luce grigia foriera del giorno; ma non vedendola comparire, scende e montato il cavallo s'inoltra solo per la via che da Rostino mena a Ponte Nuovo; il poggio sul quale si era cacciato ingombravano186 allora macchie di cornioli e qualche sughero, onde poco si poteva scorgere di giorno, molto meno di notte. All'improvviso il cavallo si ferma e il Paoli scorge due uomini armati ognuno da un lato tenergli il morso; veramente non si può nè manco dire che la costanza in lui fosse virtù; piuttosto qualche qualità naturale del suo temperamento; tuttavolta si tenne giunto alla sua ultima ora e non gliene increbbe; chiuso in sè, sdegnoso di profferire parola stette ad attenderla: però rimase poco in cotesta ansietà dacchè una voce amica rompendo il silenzio disse:
- Ecco, per un capo di esercito questo è trascuratezza degna di biasimo.
- O padre Bernardino, chi vi può riconoscere sotto le fogge che ogni giorno mutate, è bravo davvero!
- Mi sembra che non vi abbia a tornare nuovo che i frati trattino le armi in Corsica, e chi crede altrove che le virtù del chiostro chiudano la porta in faccia alle virtù della Patria ha torto marcio; ma ciò non monta adesso: tornate indietro, Pasquale e spedite i vostri ordini da Rostino, procurando di non mostrarvi fra i soldati, perchè vi ha tra essi non uno ma più Giuda, che hanno venduto il vostro sangue e già riscosso il prezzo.
- E come ardite affermare questo?
- Perchè lo so, essendomi stato rivelato in confessione, e veniva appunto per avvisarvene.
- I traditori quali?
- Si palesa il peccato, non il peccatore; io lo ebbi in confessione, e basta.
- Dunque il popolo pel quale ho sofferto tante fatiche e tanti dolori mi rinnega adesso?
- Il popolo non vi rinnega, prese a dire l'altro personaggio, il popolo non sa tradire; se vi avesse preso in odio vi ammazzerebbe, non vi tradirebbe; chi vi tradisce sono gl'incipriati; come hanno imparato a mentire il colore dei capelli, così mentiscono adesso la qualità dell'anima.
- E voi chi siete?
- Io sono Orsone di Tavera, che voi non conoscete; ma egli conosce voi, e alla vostra chiamata lasciò quattro figliuoli maschi (le femmine non si contano) a casa, per fare il debito come patriotta e come cristiano.
- Sto col popolo dei Casacconi, che di esso sono i parenti miei dal lato della moglie; e vado qui con fra Bernardo per fare il debito come patriotta e come cristiano.
- Andate e rammentatevi e rammentate altrui, che per cosa che vediate o che sappiate, veruno, per quanto amore porta alla Patria, si attenti a passare il fiume della destra sponda alla sinistra se prima non ne abbia ricevuto segno, Dio sia con voi.
- E con voi altresì, rispose il frate, avete le vostre pistole?
- Le187 ho.
E mentre il frate col compagno scendeva verso il Ponte Nuovo, il Paoli rifacendo i passi s'incamminò sopra la via di Rescamone; giunto forse tre miglia lontano del Ponte Nuovo non gli bastò il cuore di proseguire, e non curando il pericolo lì scese, lì si pose a sedere sopra un greppo col capo appoggiato al tronco di una sughera; l'aurora lo sorprese colà.
Bella fu oltre ogni credere cotesta mattina, e i poeti l'avrebbero paragonata meritamente a Venere quando emerge dalle onde: imperciocchè come la Dea ridesse e come la Dea stillasse acqua, la natura l'aveva dapprima circumfusa di una tenue nebbia, che poi diventata più vermiglia abbandonò all'appressarsi del sole, pari alla sposa novella, che arrossendo si spoglia l'ultima zona all'appressarsi del talamo nuziale. La natura vagheggiando la sua diletta figliuola aveva di propria mano appeso copia infinita di gemme ad ogni foglia di albero, ad ogni pianta, a ogni fiore, poi commise alla brezza e alla luce di ministrare come ancelle, e quella le penetrò nelle intime fibre scotendo di un tremito di voluttà le foglie, le piante e i fiori, i quali parvero piangere per eccesso di piacere, e questa le mise su la faccia gli splendori di Dio; - stupendo tutto e divino, senonchè il lamentìo delle acque grosse che il Golo menava a rompersi per gli scogli del suo letto, a mo' dello scheletro ai festini dei re di Babilonia, ti ammoniva che la sventura è figliuola della gioia, la morte starsi accanto alla vita; dopo la libertà succedere la tirannide. Terribili trapassi e non pertanto fatali!
E sopratutto empiva di affanno la vista di una quercia fulminata; la sua frasca, che fatto meriggio a venti generazioni, eccola in terra sparsa, i rami cionchi in parte inceneriti, in parte riarsi; il merlo cercando il noto nido scoteva alquanto le ale sopra il luogo dove fu l'arbore, e non rinvenendo le amate frasche vibrava nell'aere un gemito e fuggiva via: tutti avevano abbandonato il povero percosso; dal suo casolare lo guardava il boscaiuolo, e intanto che aspettava occasione di metterlo in pezzi senza disturbo, affilava l'accetta. Non vi ha dolore al mondo che uguagli a questo, avvegnadio finchè dura la tempesta o la battaglia imperversa, il tuo spirito si mescola all'uragano, brontola col tuono o si lascia in balìa del lampo, ovvero ancora aspira l'odore delle polveri fulminanti, alle fiere armonie delle zuffe trasale; ma dove si presenti a te pacato dinanzi in mezzo ai fiori il cadavere di un bambino colto anco lui fiore dalla mano della morte, e il raggio mattutino del sole di maggio gli vesta la faccia mentre tutto d'intorno rinnova la vita e ne gode persino l'importuno moscone che non rifinisce mai di zufolare ronzando intorno alle labbra e agli occhi del caro defunto, oh! allora se il tuo cuore non sanguina, va, tu sei più o meno di un uomo, ma cento volte su di una anche meno di una bestia.
Passate con inestimabile ansietà le prime ore del giorno, ormai il sole era arrivato a mezzo del suo cammino; dal ponte della foce di Golo arrivato a gran fretta Giancarlo Saliceti con mille uomini occupava i posti assegnati: tutta quella gente colà raccolta, circa a 4000, anelava come una persona sola; la mano sul grilletto, l'occhio alacre, il piede impaziente. Clemente Paoli dalla sua esaltazione cavava argomento di esaltarsi; voleva parlare e non gli riusciva, le parole cozzavano urtandosi fra i denti donde prorompevano in fremiti, pure scorrendo per le fila co' gesti concitati, gli occhi leonini e le chiome irte ispirava terrore e furore. Di repente dai poggi che menano alla volta di Bigorno balena un lampo, poi due, poi cento; era la vanguardia della colonna francese che sboccava nella valle di Golo. Clemente la vide e immemore dell'ordine di battaglia e della disciplina di cui egli pure fu osservatore piuttosto rigido che scrupoloso, immemore di sè, gittato un urlo, col gesto accennò voler assalire il nemico; chi lo ama il seguisse, e tempestando si slanciò sul ponte. Difficilissima cosa era tenere con le ammonizioni e con gli esempi l'empito dei Côrsi; immaginate chi avrebbe potuto attraversarsegli adesso che gittava legna sul fuoco il meglio reputato dei loro capitani; i Prussiani e gli Svizzeri messi a guardia del ponte non lo tentarono nè manco, massime perchè la consegna portava a impedire la entrata non già l'uscita del ponte. Scoppiarono fuori i Côrsi dal ponte angusto come spirilli di acqua compressa e senza assembrarsi, senza ordinarsi si avventarono a mo' di gatti salvatichi contro i Francesi: questi erano buona e cappata gente in Francia, distinta allora meritamente col nome di granatieri; imperciocchè oltre fare uso delle armi ordinarie, come fu avvertito altrove, costumavano gettare granate nel folto della mischia.
A Clemente teneva dietro frate Bernardino come il tuono al baleno. Poemi, storie e racconti vanno pieni di fatti di guerra, sempre ai medesimi colpi seguitano le molteplici forme della morte, tutte terribili, tutte cause di pianto sconosciuto o non curato; però anco in quest'arte (alcuni la dicono scienza) lo ingegno umano ogni giorno supera sè stesso: verranno tempi nei quali due popoli strapperanno il fulmine dal cielo, non al modo di Franklin, bensì per armarsene le mani ed avventarselo contro: allora potranno, se vogliono, sterminarsi in un minuto. Lo faranno essi? La speranza crede di no, ma la esperienza le tentenna il capo dopo le spalle dicendo: - povera folle!
Noi non esporremo i vari casi di questa battaglia: diremo solo che i Côrsi a saltelloni e alla scoperta corsero incontro ai reggimenti francesi; parte per trovarsi più spediti gittarono gli schioppi, avventaronsi contro le baionette, con le mani agguantarono le sciabole; giocarono di stiletto. I Francesi a cagione dell'asperità del terreno non poterono ordinarsi come avrebbero voluto, dacchè possiamo supporre che se fosse loro riuscito mantenere il fuoco, i Côrsi non avrebbero retto.
Frattanto arrivati sopra un po' di piano si strinsero e adoperandovi ogni sforzo rigettarono i Côrsi; i quali tornarono addietro sì, ma come uomo che per islanciarsi con maggior foga piglia campo; i Francesi riguadagnando le alture, fosse accorgimento di guerra o necessità, questa volta si divisero, ed una parte di loro si ritirò a Lento l'altra a Canavaggia; i Côrsi anch'essi si separarono ed inseguendo i nemici mettevano l'orma dov'essi la levavano; questo dicasi dei fuggenti, fra i pertinaci accadevano duelli; dove mancate le armi guerresche, il furore ne ministrava altre inusitate; si finivano a morsi, o a colpi di pietra sul capo; gli aliti fumosi dell'assalito e dello assalitore si confondevano; sentiva l'uno il palpito del petto dell'altro; spesso esalarono ad un tempo l'anima, bocca accostata a bocca. - Misericordia non si domandava nè si concedeva; preghiere non ne furono dette, o se dette, assunsero il suono delle bestemmie; pianti, urli, minaccie, singhiozzi, tutto pigliava un rumore confuso pari al bramito della fiera che dopo lungo digiuno azzanna il carcame. La gente di Francia si giudica perduta imperciocchè ritirandosi su le alture di contro alle terre di Lento e Cavanaggia, munite di arme copiosissime e di uomini decisi a menare le mani da disperati, stretta così fra due fuochi non sembra che abbia più scampo.
Cotesta mossa avventata, comecchè favorita fin qui dalla fortuna, potrebbe partorire inestimabile danno, forse anco la perdita della impresa; ma la può essere sostenuta dalle compagnie côrse le quali fino dall'alba devono avere lasciato il ponte alla Leccia. Si sono elleno mosse? Non si sono mosse, e ciò per colpa del capitano, che, compro con premio presente e speranza di onori futuri, oggimai si era venduto alla Francia. Il nome di costui si conosce e potremmo rammentarlo, ma a noi giova tacerlo; imperciocchè ai traditori dalla loro stessa infamia venga pure qualche fama; e le cose buone sieno rammentate, le triste no. Costui appartenne a stirpe inclita per delitti, per tradimenti e per isventure da un lato, dall'altro per gesti magnanimi e per morte gloriosa; onde meritamente potè dirsi la famiglia degli Atridi di Corsica; però compensando il molto di cattivo col molto di buono, ragione vuole che le siamo cortesi di oblìo; e ciò tanto più che oggimai rimane di lei un vecchio solo, foglia secca di ramo morto; di breve egli cascherà, se a quest'ora non è caduto nelle tenebre eterne, e il suo nome dopo essersi propagato tuttavia per tre generazioni o quattro cesserà dalla memoria nella guisa che sopra il sasso cascato nel mare, poichè si succedono quattro ruote o sei, torna gelida e unita la faccia delle acque.
Paolo Luigi Nasica ufficiale delle compagnie côrse stanziate al ponte alla Laccia, consapevole degli ordini mandati, dal generale, vedendo il sole alto senza che apparisse o desse il segnale della partenza, a ciò sospinto eziandio pei conforti dei più zelanti fra i suoi compagni salì risoluto le scale della casa dov'era albergato, e fattosi alla porta della camera chiese licenza di entrare; la quale venendogli tosto concessa egli entrato disse:
- Signor comandante, voi senza dubbio vi rammentate che giorno sia questo?
- Lo so.
- Oggi forse si decide della libertà della Corsica... forse adesso i Côrsi stretti corpo a corpo co' Francesi combattono l'ultima battaglia.
- Mi sembra molto verosimile.
- Il Generale ci comandò di moversi alla punta del giorno e accorrere al Pontenuovo.
- È così.
- Posso domandarvi perchè dunque non siamo in cammino?
- Innanzi tratto costumo secondo le regole della buona milizia dare discarico della mia condotta ai miei superiori, non già ai sottoposti.
- E va bene, ma io a nome di parecchi compagni non pretendo, imploro.
- Che compagni? Tre o quattro cervelli balzani come il vostro.
- Domando perdono, signor comandante, saremo dugento e più.
- Dugento! come può essere questo? ad ogni modo vi voglio dire che l'ordine del Generale dichiarava: partissi all'alba e dopo che fossero arrivate le vettovaglie le quali egli spediva: ora non avendo vista la vettovaglia ho dovuto argomentare che il Generale non giudica più necessaria la nostra mossa.
- Vi domando perdono, signor comandante, ma il vostro argomento nè meno conclude a star fermo; perchè o ci moviamo o no, il vivere bisogna pure procurarcelo.
- Cotesta è la vostra opinione; io la penso diversamente.
- Inoltre osservate che l'ordine del signor Generale va distinto in due parti; una principale, l'altra accessoria; la prima sta nel trovarci sul campo di battaglia, la seconda nel procurarci la munizione.
- Io non sono teologo ed obbedisco gli ordini come li leggo: obbedienza cieca e passiva è la prima virtù del soldato.
- Nè qui si tratta di teologia, bensì di carità patria e di amore della libertà; partiamo, vi supplico, per via troveremo di che nutrirci, e poi per ventiquattro ore senza pane non morì mai nessuno.
- Non posso: la obbedienza cieca e passiva è la prima virtù del soldato.
- Facciamo una cosa; lasciamo qua un picchetto il quale arrivando la vettovaglia la scorti dietro noi.
- Non voglio. Obbedienza cieca e passiva!
- Accomodiamoci in quest'altra maniera: mezzi dei nostri rimangano qui con voi, e mezzi mandatene meco contro il nemico.
- Peggio che mai. Obbedienza cieca e passiva!
- Ma come fate a starvi così tranquillo a quest'ora? Come calmare il sangue che bolle?...
- Aspettate; or ora scendo e giocheremo insieme una partita alle piastrelle.
- Alle piastrelle! Per durare così su le brace bisogna essere san Lorenzo, e nè manco quel santo ci stava volontieri.
- Forse presumeresti disobbedirmi?
- Se potessi io vi fucilerei su' due piedi, signor comandante.
E uscì impetuoso urlando ch'erano traditi; quanto a partirsi subito chi gli voleva bene o piuttosto chi amava la Patria lo seguisse.
Circa ducento lo seguitarono; gli altri della famiglia del comandante, o cognati di lui, si rimasero; più tardi i Francesi promossero al grado di generale colui che non aveva voluto combattere.
I giovani snelli e animosi corsero via, e camminando tutto di un fiato arrivarono al Ponte-rotto dove sentirono lo strepito delle moschettate che si ricambiavano i combattenti: si sentivano rifiniti, ma bevuto alquanto di acqua che col cavo delle mani attinsero dal fiume si riposero in via cacciandosi per le macchie che vestono il colle a mezzo-giorno di Canavaggia. Di botto cessa lo scoppio delle armi; che significa questo? - Abbiamo vinto, abbiamo perso? Prima che sbocchiamo allo aperto ci vuole un secolo. Vien qua Zembo, tu che ti arrimpichi come una scimmia salisci su cotesto albero, e mira un po' che cosa si veda. Il Zembo che non per una, ma per molte qualità si assomigliava alle scimmie, in meno che non si dice comparve su in vetta all'albero. - E bene che vedi? - Vedo - Presto! ti pigli un accidente - Vedo Canavaggia... sì, è lei... è Canavaggia - E poi? Ma non si scorge mica tutto, alcune case più soprane e i tetti di altre sottane. - E chi ha vinto? - Aspettate... Ecco vedo una bandiera... - Côrsa? - Non mi pare - Ha la testa di Moro? - Non ha la testa di Moro - Oh! che angoscia, o che bandiera ella è? - Bandiera bianca, per la Immacolata, bandiera francese! - Va via, traditore, morte al traditore!...
E al medesimo punto lo circondò un nuvolo di sassi; da taluno si schermì, altro lo colse; per buona ventura la palla di moschetto, che gli sparò contro il suo patrigno, gli portò via il berretto. Il gobbo, lasciandosi scivolare giù a guisa del ragnatelo per un filo della sua rete, strillava: All'inferno quanti siete!... su gli alberi non mi fate salire più; che colpa ho io se la bandiera è francese?
Anelanti, invasi di furore e di spavento ecco sboccano allo scoperto e innanzi ai loro occhi si palesa un molto infelice spettacolo. I Côrsi a furia di sangue avevano respinto i Francesi fino a piè delle trincere costruite per la difesa di Canavaggia, e si tenevano oggimai sicuri della vittoria, che da un punto all'altro aspettavano vedere irrompere fuori i Canavaggesi a farne strage, quando... oh! tradimento, oh! dolore... sul campanile della chiesa fu inalberata bandiera bianca e dalle aperte trincee sortirono freschi e ordinati parecchi battaglioni francesi, i quali presero a sparare con tanta maestria, che i tiri di tutti parvero uno scoppio solo. La moltitudine dei Côrsi dalla lontana parve un arbore, che per impeto di vento piega a destra e a mancina, e investito a un tratto dalla gragnuola semina il terreno di foglie; pure si riebbe e fece vista di resistere; se non che per darle il colpo di grazia, il medesimo tradimento nella medesima guisa operavasi nel punto stesso a Lento, donde il nemico prorompeva più grosso, traendo seco qualche artiglieria da montagna. I Côrsi sotto le trincere di Lento non poterono tentare nè manco le difese e furono respinti, rotti come il flutto iemale, che si avventa contro la rupe della spiaggia. I Francesi rovinando giù procellosi accennano percotere di fianco le milizie côrse, che tuttavia si ostinavano a contrastare il colle di Canavaggia, e se venga loro fatto, circuirle e prostrarle di un colpo.
E' bisognò pensare a ritirarsi se non volevano rimanere tagliati a pezzi. Le ritirate, quando non sono fughe, stroppi sono sempre: sogliono celebrarsi la ritirata antica di Senofonte e la moderna di Moreau, e sta bene; ma come a cui cascando da tre piani invece da fiaccarsi il collo si rompe una gamba si dà il mi rallegro; chè in altro modo non pare ragionevole. Ora poi la ritirata dei Côrsi doveva riuscire tanto più disastrosa in quanto che si operava dall'alto al basso; sicchè agl'inseguenti ogni oggetto offeriva materia da offesa, e lo impeto della velocità cresceva la forza; nè compariva per tutta la china ostacolo o schermo, dove i respinti potessero attestarsi a rintuzzare l'ardente foga dei persecutori: per ultimo il tradimento dei paesi di Costiera aveva scorato l'universale, e anco i più arditi sentivano tremarsi l'anima dentro. Pure a Clemente venne fatto osservare due rialti quasi in fondo della salita, i quali comechè poco rilevati e di piccola mole, nondimanco potevano per un po' di tempo difendersi, e fra tanta confusione, fra un turbine di ferro e di piombo il prode uomo senza punto scomporsi, chiamò ad alta voce parecchi dei più strenui compagni; taluni risposero, tali altri no; ma questi, eccetto quella degli angioli, ormai non udiranno più altra voce nel mondo: ai rispondenti ordinò si addossassero ai poggiuoli; quanto potessero tenessero fermo; pareva a lui, ed era così, che se i Côrsi riuscissero a passare il Ponte, e a mettere tra loro e i Francesi il Golo ingrossato per la sconcia pioggia, forse le fortune della Patria non erano anco perdute.
Egli poi scelse il rialzo a destra come più pericoloso, e quivi lo seguitarono venti frati col padre Bernardino in capo. Quello che cotesti frati operassero certo non troverebbe posto adatto nel Flos sanctorum, bensì potrebbe registrarsi nei libri che insegnano a venerare il sangue versato per la Patria; combatterono come gente che sa di compire un dovere ferendo finchè il fiato la regga, ed è convinta, che la palla nemica le varrà quanto l'eucarestia e l'olio santo per biglietto d'ingresso in paradiso. Le varie morti io non posso raccontare e nè anco ridire i nomi degli uccisi: la storia tutto non registra, ed anch'ella non si mostra troppo parziale pei vinti: la tradizione, fuoco domestico conservato sotto la cenere, anch'egli viene meno, se allo straniero padrone del paese rincresca e al compatriotta servo ammansito non garbi che tu ci soffi su: ma il supremo dispensatore del premio e della pena li vide, li notò, e adesso riposano nel suo seno, dov'è Washington, e dove non è Napoleone di certo, quantunque il primo non credesse nel papa, ed il secondo sì.
Clemente e padre Bernardino, con l'anima legata negli occhi e nelle mani, non avvertivano la strage che intorno a loro menavano le scariche nemiche: morti o feriti tutti i compagni, rimanevano soli: feriti recavansi un lembo della tonaca188 in bocca e quella mordevano per frenare i lamenti, affinchè altri preso da compassione di soccorrerli non si distogliesse da combattere. Quando Clemente e padre Bernardino volsero intorno gli occhi consapevoli a mirare tanto eccidio, si fecero bianchi; l'uno vide l'altro, ma non dissero parola e l'anima loro si oscurò; ma e' fu nuvolo che passa, onde Clemente disse:
- Padre Bernardino, avete carico lo schioppo?
- Sì, l'ho.
- Prestatemelo in cortesia; quel capitano sconsagrato con la spada tesa aizza come un mastino la sua gente; gli ho tirato una volta e non l'ho colto.... ma non lo sbaglierò la seconda.
- Dov'è il maledetto? Lasciate fare a me...
- Non di grazia, l'avrei di coscienza...
- Tiratevi in là; dov'è egli? Ah! Eccolo là... è fatto, rotola nella polvere: requiem aeternam dona ei Domine...
- Et lux perpetua luceat ei, rispose Clemente. Bravo frate!..
- Se bravo, porgetemi lo schioppo che vedo là un granatiere in procinto di gittare la granata.
- Lo vedo anch'io... Lo vedo anch'io. Faccio da me.
- Eccoti saldato il conto; granata in questo mondo non getterai mai più, cane rinnegato.
- Bel colpo! ecco la granata cadutagli di mano scoppiò... e come scappano! pare, che ne abbia feriti parecchi e morto qualcheduno.
E così continuavano alternando i ragionamenti come nelle Egloghe costumano Titiro e Melibeo se non che conchiudevano la parlata con un colpo di moschetto, morte sicura di qualcheduno dei nemici, i quali potevano bene essere offesi, ma non trattenuti da cotesto ostacolo, tanto scendevano poderosi ed arditi; non per anco essi aveano circuito i poggioli, ma ormai spuntatigli a destra e a sinistra gli fulminavan di fianco; le palle fioccavano fitte come grandine. Il poggiolo a manca era deserto o piuttosto taceva non a cagione della fuga, bensì della morte dei suoi difensori. Clemente, all'improvviso sentendo padre Bernardino allontanarsi a passi precipitati, urlò:
- Padre Bernardino, o che ve ne andate sul più bello?
- Clemente, riprese l'altro balbuziendo, credo di sì... io me ne vado all'altro mondo...
- Oh! come mai signore?...
- Ma... per virtù di un'oncia di piombo qua nel petto.
- Non sarà niente... vediamo... e si accostava intantochè finiva di caricare il moschetto.
- Non importa vedere; lo sento; però vorrei morire da cristiano come spero essere vissuto... udite la mia confessione...
- Che avete a confessare voi, povero uomo di cui la vita fu tutta un martirio per la Patria... e poi a me?
- Sì a voi, perchè camminate diritto nel sentiero del Signore... e per di più siete mezzo ecclesiastico.
- Vi ascolterò dunque per santa obbedienza; in nomine Patris, Filii, et Spiritus Sancti. Di su, - e in questa alzata la martellina inescava lo scodellino.
- Clemente, io penso in questo mondo avere peccato assai di orgoglio, d'ira, di avventatezza, peccati gravissimi in tutti massime in un frate...
- Padre... abbiate pazienza di aspettare un po' prima di morire... vedo un cane che ha conficcato la spada in corpo a un giacente, certo era ferito non morto...
- Fate il fatto vostro, figliuolo...
- È stato pagato... potete continuare, e Clemente teneva gli orecchi intesi al moribondo, gli occhi al nemico, e con le mani intanto meccanicamente caricava da capo l'archibugio.
- Ma voi non mi badate...
- Vi bado benissimo, ma fo un viaggio e tre servizii.
- L'altro grosso peccato di cui sento dover chiedere perdono a Dio è di non avere avuto carità del prossimo odiando, i Genovesi e i Francesi come se non fossero stati carne battezzata...
- Oh! questa per Dio santo non si può sopportare.
- Come non la sopportate?... Ma mi pare che voi gli abbiate odiati due cotanti più di me...
- Scellerati! O non hanno tagliato la testa a un côrso morto e fitta su la lancia della bandiera?... il sangue colando giù l'ha battezzata...
- E non è giusta, Clemente, che riceva il battesimo del solo sangue côrso; fa, o fratello in Cristo, diceva il frate moribondo, di mescolarvici un tantino di sangue francese.
- Giusto stava per domandarvene licenza... aspettatemi... è vero, che mi aspetterete finchè non ritorni?
- In quantum possum, figliuolo, in quantum possum.
Tre furono i colpi sparati da Clemente, e tre le anime, che spinte fuori con violenza dai loro corpi vendicarono il truce fatto: allora egli in parte placato tornò al frate, che oramai se ne andava; il velo della morte di mano in mano s'infittiva sopra i suoi occhi, le labbra pavonazze susurravano appena le parole attraverso la spuma del sangue.
- Padre, avete altro da aggiungere?
- No, figlio mio, assolvimi, e vattene.
- Io vi assolvo a nome di Dio... e per penitenza reciterete venti rosarii alla Immacolata... ed una volta per settimana fino a tre settimane digiunerete...
- Che diavolo farnetichi? O non lo vedi che mi avanzano dieci minuti a vivere.
- Perdonate; io non ci ho proprio garbo a confessare: allora raccomandatevi la vostra anima da voi, che in verità è in buone mani...
- Di tutto cuore... di tutto cuore... Ora vattene Clemente: mettiti in salvo; salva la Patria... io sono uomo morto... in questa estrema ora bastano l'uomo e Dio, un terzo ci è di troppo.
- Ma che vi pare, che io voglia lasciarvi prima che siate spirato?
- Io non vi obbedirò, non ho mica fatto voto di obbedienza io.
- Anzi lo hai fatto perchè sei terziario.
- Ma voi non conosco per superiore:
- Addio Clemente... salva la Patria... un saluto a Pasquale... Gesù, Giuseppe, Maria, vi raccomando l'anima mia... ouf!
- Povero padre... è morto... beato lui, che non vedrà la ruina della patria.
Lo baciò e fuggì via, perchè il caso non consentiva davvero dimora, nè querimonie più lunghe; le palle percotendo dintorno aravano, per così dire, il suolo, ed aveva ricoperti ambedue di terra; parecchie ancora schiacciandosi di contro allo scoglio e rimbalzando gli ammaccarono in più parti; fu proprio miracolo, che in quel rovescio di moschettate nessuno li cogliesse in pieno. Clemente non riportò nè manco una scalfittura; il padre Bernardino, eccetto quella ferita, fin qui non fu tocco da altre. Padre Bernardino non era anco morto; lo finse il generoso, per indurre Clemente a partirsi, sapendo, che nè per preghiera nè per minaccia lo avrebbe potuto allontanare, tanto era pertinace costui; ora parendogli che avesse a trovarsi lontano sospirò e disse:
- Sia ringraziato Dio che Clemente si è posto in salvo, ed adesso se ti piace, Signore, abbrevia la mia agonia. Nunc dimitte servum tuum in pace.
Mi guarderò da affermare che Dio lo esaudisse; fatto sta che un gruppetto di palle fin lì sviate trovarono maniera di ficcarsi tutte di un tratto in corpo al nostro frate Bernardino, il quale ne rimase come di peso portato un par di braccia più in là: egli non ebbe tempo di proferire altre parole, eccetto queste:
- Ora le sono buone mosse.... in manus tuas Patriam.... animam...
Tali i frati novant'anni addietro in Corsica, perchè nati dal popolo, non si reputavano divisi da lui. Roma allora non gli arrolava docili arnesi da mettersi al servizio della tirannide, come la Svizzera ci manda i suoi montanari. Il frate poi, in obbedienza a Roma, divenne il tarlo della libertà; non vi ha dubbio, egli arrivò pur troppo a bucherarla alquanto: ma come il tarlo egli è vicino a morire nel buco che ha fatto.
Ma il tema incalza: egli è amaro, ma pure bisogna compirlo. Le compagnie côrse, lacere non disfatte, correndo verso la testa del Ponte-nuovo, già lo toccavano con immenso anelito, come àncora di salute; arrivano a piè la porta della torre in mezzo al ponte, che speravano trovare spalancata, e invece la rinvengono chiusa, nè malgrado gli schiamazzi pare che la vogliano aprire; intanto sopraggiungono altre genti continue, impetuose come onda sopra onda; le ultime arrivate non sapendo o vedendo le cause della sosta infuriano e spingono; le prime strette dalla pressione di mille corpi urlano, bestemmiano, adoperano sforzi disperati invano; prese come dentro una morsa cascano infrante a piè della porta; in breve colà fu visto un lago di sangue, un mucchio di membra cionche e di ossa stritolate; pure alla fine la porta tentennava su i cardini minacciando stiantare. Allora le due compagnie di tedeschi messe alla custodia della torre e del ponte, senza punto avvertire se l'ordine di passare fosse dato per cacciarne nemici o amici, non sapendo o non volendo rendersi capaci della terribile necessità che premeva coteste genti, presero a bersagliare quelle masse stipate senza misericordia. Quali lo spavento, la strage e imprecazioni, è impossibile esporre, ed anco difficile immaginare; molto più, che la credenza di essere traditi adesso veniva a ribadirsi nella mente paurosa: recederono quei che furono in tempo, dal ponte lasciandolo fino alle spallette ingombro di cadaveri, e si posero a correre di su e di giù lungo le sponde del fiume, che menava a sbalzelloni grossi volumi d'acqua rompentisi fra i massi, simili alla criniera arruffata di lioni in furore; costoro parevano anime, che i poeti finsero vaganti su le rive di acheronte, le quali implorano invano di valicare la riviera infernale. Disgrazia volle, che uno dei più atterriti e manco gagliardo si attentasse passarlo; senonchè giunto appena a un terzo di cammino il flutto lo travolse, e di lui, dopo che due volte si videro le gambe e due il capo non comparve più altro; si strinse il cuore di affanno anco ai più animosi e ripresero a correre ululando lungo le sponde: non che udissero la voce dei capi, per poco non gli sbranavano; e questi taciturni circondavano Clemente Paoli, taciturno anch'egli. Intanto i Francesi si ordinavano su le Costiere, e mandando i varii corpi nei luoghi più adatti si ammannivano a investirli con una cintura di fuoco; fingete un antico anfiteatro, ponete i Côrsi in luogo degl'istrioni, e i Francesi in quello degli spettatori, e voi avrete immagine giusta del misero stato in cui si trovavano ridotti. I capi côrsi miravano la bufera addensarsi su le alture, e da un punto all'altro aspettavano il tuono; difatti non si fece aspettare; incominciò un'archibugiata, poi due, e altre e altre, rade da principio a modo delle prime stille della tempesta, poi spesse; per ultimo furiose.
Ed ogni palla colpiva il suo uomo, sicchè in breve il terreno venne coperto di morti: allora Clemente levando la voce esclamò - Signore, ci hai tu destinati a morire come coniglioli?
I capi lo udirono, e preso consiglio da codesta voce subitamente urlarono: - Uomini côrsi, moriremo noi come conigli?
La quale voce superando lo strepito della moschetteria, ed il fragore delle acque del Golo, percosse i Côrsi, che parvero destarsi da un sogno pieno di spavento; diversi gli atti, e singolari tutti: chi guardava in alto come se la voce fosse uscita dal cielo, chi si faceva delle mani conca e se le accostava agli orecchi per raccogliere meglio le parole, chi si stropicciava gli occhi quasi per detergerne la molesta caligine, chi una cosa chi l'altra: finalmente come un uomo solo corsero a ripigliare le armi sparse sul terreno; e subito dopo, senza che veruno lo comandasse, unicamente per virtù del senso di conservazione che natura pose in ogni animale, si sparpagliarono per la campagna mostrando faccia risoluta al nemico.
Questo fu il più disperato combattimento che avvenisse nel secolo passato e forse nei189 secoli antecedenti; il quale mostrò, o che i Côrsi non sapevano misurare o non sapevano temere il pericolo: soverchiati da numero quattro volte maggiore del loro, circuiti da ogni lato, sfolgorati da luoghi sicuri, parvero fiere ridotte in parco per le facili caccie dei baroni; e lì per la stretta valle non sorgeva argine, non pietra, non albero, non casa, non muro dove potersi riparare dalla furia della moschetteria; cadevano in copia spaventosa non altramente che le olive mature nei patrii chiusi quando il demonio del libeccio rovina scatenato giù dai monti del Niolo, e macina, non iscuote le piante. Ecco tu chiudi gli occhi sur un drappello di uomini forti che combatte nella sicurezza delle sue forze, riaprili e quel drappello non è più: la neve che si strugge al raggio del sole di giugno, la cera che si liquefà al calore del fuoco, l'arena che casca dall'orologio a polvere non davano immagine sufficiente di quella subitanea e terribile distruzione della specie umana.
E non pertanto vi fu un'ora di resistenza dovuta a tale trovato, che a pur pensarlo mette ribrezzo più della stessa strage. Un padre cadde di ferita mortale; indi a poco si levò a stento appoggiato al gomito per combattere non fosse altro col guardo contro il nemico, e a figlio, che gli dolorava accanto, improvvido del come potesse sovvenirlo disse: - Di me lascia il pensiero al Signore, tu rannicchiati dietro il mio corpo e riparato così attendi a combattere: innanzi di spirare fa che veda un po' di vendetta.
E il figlio addossato alle spalle del genitore caricava e traeva facendo esultare l'anima di lui nella certezza che molti lo precedevano per la via sanguinosa nel regno della morte.
Notarono la inventiva; e conosciutala buona la misero subito in pratica e la migliorarono; dacchè di materiali non si pativa penuria, accatastarono cadaveri umani, e in breve ebbero costruito parapetti e trincee di carne umana. Dirò cosa incredibile, se non fosse vera, e confermata dalla testimonianza degli stessi scrittori francesi: sia per ribrezzo o piuttosto, come credo, per pietà, esaminando i Côrsi diligentemente i corpi innanzi di ammucchiarli, quante volte trovavano che un filo di vita gli animasse li lasciavano stare; alcuni dei meno feriti sorsero, e da per sè stessi trassero a mettersi in cumulo, i più percossi sporte le mani imploravano per Dio e per i santi, che gli accettassero a rendere cotesto ultimo ufficio alla Patria, e poichè videro riuscire vane le loro parole, carponi, adoperandovi le mani e i piedi segnando per la terra larga striscia di sangue, o versando dai fianchi squarciati le viscere, arrivarono ad aggiungersi alla massa; dove arrivati schiusero le labbra pavonazze al sorriso quasicchè avessero conseguita cosa di contentezza suprema. Questo non occorre nelle antiche nè nelle moderne storie; tanta costanza pare che superi la natura umana, e la nostra mente ne resta sbalordita: non di manco appena ne avanza memoria. Ora voi che leggete, dite, vedeste mai più rea e più vile piaggiatrice della gloria? Anch'essa, anzi ella principalmente seguita vassalla il carro della cieca fortuna.
I Francesi da prima sostarono fidenti che i Còrsi curando la raccolta dei morti ormai avessero deposto ogni proponimento di resistenza; e s'ingannarono; imperciocchè assestati alla meglio i ripari prese a scoppiare da loro un fuoco impetuoso, che spazzò via quelli i quali punti dalla curiosità si erano fatti più da presso; oltre al volgo dei morti per questa scarica uscirono di vita gli ufficiali francesi Segur, Chamisso, Bezon ed altri parecchi tenuti meritamente in pregio di valorosi; quindi riarse il furore nei petti già inacerbati per le perdite sofferte, nè lo spediente a cui ricorsero i Còrsi, bastevole a fare più sanguinosa la vendetta, era atto a lunga difesa, molto più che di minuto in minuto arrivavano sul campo le colonne nemiche ordinate lungo la via; sparve il terreno, il cerchio si strinse, e ormai i più infuriati avventandosi mandavano in pezzi a colpi di baionetta, di sciabola, e di accetta quei baluardi di carne: allora incomincia la miserabile rotta, non di tutti però, che molti prescelsero incontrare a piè fermo la morte dei forti e l'ebbero; e chi prima giacque potè estimarsi fortunato; imperciocchè quelli che furono tardi a morire ebbero a sopportare immani strazii, e forse degli strazii peggiori assai gli oltraggi, ma la massima parte si sbandò incalzata ai reni dalle punte nemiche: parecchi urlando precipitaronsi nel Golo, che, accettato quel sagrifizio di anime, dopo molto errare ne consegnò i corpi al mare Tirreno; taluno però, fortuna fosse o prestanza, attinse la riva opposta comecchè ammaccati nella persona; altri ripararono nei boschi; ma togli gli avventurati cui toccò in sorte valicare il fiume, agli altri non giovarono fuga o nascondiglio: furono scovati coll'ardore del cane da caccia e spenti senza pietà; se la resistenza inviperiva, non placava chiedere mercede; alla preghiera rispondeva lo scherno; la empietà e la strage gavazzavano pel campo di battaglia come Menadi prese dal vino: e di vero ebbre esse erano, ma di sangue. E perchè la rabbia umana lasciasse, mercè dei gesti francesi, la prova del grado infernale a cui ella può giungere, come in quel giorno i Còrsi mostrarono a quale apice possa toccare la carità di Patria, i soldati di Francia si dettero a cercare, tra i corpi che avevano formato il memorabile baluardo, chi serbasse qualche reliquia di vita; e questo facevano toccando ai trafitti le mani, le quali se trovavano tuttavia calde, tirato fuori pei capelli il moribondo, con tagli e punte dolorosissime ne inacerbivano l'agonia!
A rendere più lugubre la scena, scesa la notte, i poggi d'intorno s'illuminarono con la sinistra luce di pini accatastati quasi pira funerea della Patria defunta; e si sparse dintorno un suono di pianto, un singhiozzare dirotto, sicchè pareva che ogni macchia, ogni cespuglio piangesse; intantochè il fragore delle acque del Golo rotte fra i sassi, empiva di affanno come se la Corsica intera si lamentasse sopra i suoi figli caduti, ancora, le braccia delle donne infelici tese verso il cielo e lumeggiate dai medesimi fuochi offrivano sembianza dell'isola infelice, che nuovo Briareo levasse le sue cento braccia per implorare da Dio la maledizione sopra la stirpe scellerata, che non contenta della infamia del servaggio a casa sua veniva a ministrare con violenza il tossico della tirannide.
Anche il fango quando vi batte in mezzo il raggio della luna par di argento: così l'uomo, il quale per nascita o per altro caso tiene la suprema potestà di un popolo, è levato a cielo, anzi più in alto del cielo: finchè nella destra di lui sta chiusa la speranza, e nella sua sinistra la paura dei mortali, la turpe e famelica genia, che si avventa alle mammelle dello Stato come le mignatte si attaccano alla vacca scesa a pascere nel palude, si lima giorno e notte il cervello per trovare sgangherate adulazioni. Gli stessi uomini grandi non valgono a liberarsene; qualcheduno dopo esserne rimasto per tempo più o meno lungo offuscato, se ne distriga simile alla bella faccia degli astri, che sviluppa dai vapori notturni, mentre i più ne restano contaminati, imperciocchè fino dall'antichità osservassero come anche le statue degli Dei per troppo fumo d'incenso diventassero nere.
Però il grande genera il grande; e questo dura: il potente solo provoca l'immane che rovina sotto il peso della folle sterminatezza. Nessun tiranno al mondo ebbe immagini più sperticate di Nerone; Zenodoro gli gittò una statua di bronzo alta 110 piedi; lui morto le mutarono il capo e dedicaronla al sole; altri gli dipinse il ritratto dell'altezza di 120 piedi e fu arso nei giardini di Mario. La modesta immagine di Bruto fu conservata alla coscienza dei popoli dai magnanimi pochi i quali non giudicano le opere dal successo, e Tiberio, che la bandiva dalle mostre pubbliche, non osò stenderci sopra la mano.
E poichè con ali mentite non si vola o poco, e a voli esiziali: quando la potenza abbandona gl'Icari redivivi, questi imperatori di terra cotta, questi re di carta pesta, la pietà si maraviglia come deve compassionarli mai tanto, chè i loro stessi delitti ella conosce essere stati partoriti dalla insania, e gli sperimenta a prova così misere, così inette creature, che spogliate del mestiere di tormentatore non sanno procacciarsi tanto da sostenersi in vita, anzi incapaci perfino a guadagnarsi l'acqua da lavarsi le mani e il viso. Lo scherno umano che si accosta per beffarli, dopo averli sotto e sopra squadrati, diventa serio, e si parte pensando se più meritino riso costoro, o la stirpe degli uomini che gli ha adulati, maledetti e sofferti per tempo sì lungo.
Però se l'uomo, spogliato dalla potenza, possiede tanto di suo, che molti tuttavia lo riveriscano, qualcheduno lo ami e la calunnia non si attenti ferirlo eccettochè larvata, nel cuore della notte, allo svoltare del canto, di' pure: - costui meritò migliori destini, - e non isbaglierai di certo. E tale fu il Paoli; i suoi nemici non ardirono morderlo, solo per biasimarlo si velarono la faccia con la menzogna del bene della Patria, ma non fecero frutto, che il velo era rado e sotto ci traspariva l'interesse o l'agonia di giustificare il tradimento; sicchè come da impresa disperata si posero giù. Per questa, come per altre volte mancò piuttosto la Italia al suo Washington, che il Washington all'Italia. Se mai la fortuna ti menasse nella illustre isola di Corsica, tu osserva come il ritratto dell'ottimo cittadino di rado s'incontri nelle città, ma per l'opposto lo troverai sempre nei casolari e negli alberghi, nello interno dell'isola a canto a quello del Sampiero; il popolo ha riconosciuto i suoi padri e se gli stringe al seno. Io lo notai, imperciocchè una voce soave mi bisbigliasse dentro: - la coscienza del popolo per passione propria o per inganno altrui spesso forvia, ma il tempo la riconduce su la strada. Molte cose fanno scienza; però il senno umano si compone di solo queste due: persistere ed aspettare. - Questi consigli mi educavano alla pazienza, che negli anni giovanili da me derisa, oggi m'insegna com'essa non solo sia virtù; ma che senza la sua compagnia veruna virtù si fermi dentro al petto degli uomini; però intendi bene pazienza con le mani tese; e non già rassegnazione con le mani giunte. Pazienza che si fruga in tasca per pigliare il coltello, non già pazienza che cerca in tasca per trovarci il rosario.
Sopra l'uomo egregio non pertanto si posa un biasimo che affermato dalla malavoglienza e dalle sbadataggine, e non contraddetto a bastanza, piglia col tempo fondamento, e questo si versa circa al non essere comparso nel giorno della rotta sul campo di battaglia; onde in Francia misero in dubbio il suo coraggio come uomo e l'attitudine come soldato. Da quanto esposi fin qui fu chiarito come credibili avvisi di assassinio meditato lo dissuadessero da condursi sul campo di battaglia; e le insidie più volte tesegli dai Francesi, e dagli stessi storici loro confessate, basterebbero a giustificare l'assenza del generale; ma egli non era uomo da ristarsi per questo, e la passata come la successiva sua vita lo palesarono incapace non pure di terrore, bensì di esitanza. Egli non si mosse da prima, perchè aspettava gli annunzi del comparire dei Francesi, deciso allora di spingersi al ponte per sostenere le difese, dacchè per veruna cosa al mondo avrebbe consentito i Côrsi passassero dall'altra sponda e ingaggiassero battaglia col nemico all'aperto senza riparo. Troppo ci correva tra i Côrsi e i Francesi per ordini militari perchè potessero cimentarsi insieme con isperanza di buon successo pei primi; e il Paoli animoso era molto, non però temerario.
Quando un messo speditogli dal comandante prussiano posto a guardia del ponte andò a ragguagliarlo che i Côrsi erano passati tutti su la sinistra sponda del Golo sentì trafiggersi da dolore e da sdegno inestimabili; non senza tremito considerò come quando l'ora della maledizione colpisce popolo od uomo torna tutto funesto, e le dimore e gli ardori; mentre quando Dio vuole, Fabio e Marcello stavano entrambi; comecchè considerasse che da questa mossa fosse per uscirne danno gravissimo, egli era ben lontano da presagire la rovina che ne venne; però si affrettava a riparare, quando per via gli sopraggiunse la notizia del tradimento di Lento e Canavaggia: poco più oltre quella del comandante della milizia del ponte alla Leccia, il quale come a suo luogo raccontai, sotto pretesto di manco di vettovaglie non aveva mosso un passo; cotesto suo avvicinarsi al Pontenuovo si rassomigliava alla via del Calvario; ad ogni piè sospinto inciampava dentro un nuovo affanno; messi su messi gli portarono Caccia avere accolto per opera di un traditore i Francesi e così essere rimaste rotte le comunicazioni con la Balagna; la Casinca anch'essa per tradimento allagata dal nemico, il quale accennava ferire di fianco; forse anco tagliare la ritirata oltre monti; che più? le pievi di Vallerustie, di Giovellina e di Orezza oggimai disperate, avere spedito uomini a posta al generale di Vaux per sottomettersi ed essere ricevute in grazie del Re. Mentre i dolori della passione contristavano cotest'anima afflitta, una mano di superstiti alla strage di Pontenuovo laceri e mezzi, perchè dopo avere salvato la vita dal fuoco avevano dovuto contrastarla all'acqua, gli si fecero incontro schiamazzando:
- Dove andate? Dove andate? Perchè volete farvi ammazzare come un cane?
E Orsone da Tevera, ch'era tra questi, ma non poteva così di leggieri riconoscersi a cagione di una fascia che gli bendava il capo mezzo sfracellato gli soggiunse:
- Ah! generale, ve lo aveva pur detto, che i vostri190 incipriati avrebbero venduto la Corsica e noi come Cristi.
- Orsone, siete voi? E padre Bernardino?...
- In paradiso, rispose Orsone levando le braccia al cielo.
- E...? soggiunse esitando il Paoli qual chi a un punto trema e si strugge di sapere una cosa.
- E chi?
- Il mio fratello Clemente? alfine egli disse.
- Io l'ho veduto combattere da per tutto e sempre: quanto al fuoco non lo può offendere, perchè gli è ciurmato; se non rimase nel Golo ve lo vedrete comparire dinanzi.
Allora il Paoli raccolse quella maggiore gente che potè, e fu poca, donde ebbe campo di argomentare la gravità della rotta, e si condussero a Corte. Di uno sguardo conobbe, che non si poteva fare capitale su i pochi che lo avevano seguitato pur troppo sbigottiti e male in arnese; posti alquanti soldati in castello, passò in Vivano nel concetto di ritentare la fortuna della guerra coi terzi di oltremonti.
Clemente Paoli rispettarono il fuoco e l'acqua: uscito grondante dal Golo non si rivolse nè manco a dietro a contemplare il fiume pauroso dal quale era scampato; senza pigliare cibo nè riposo, nella notte picchiò di casa in casa e strappò i mariti dalle braccia alle mogli, i figli alle madri, li garrì, li spaventò colla paura della maledizione di Dio; la quale non può mancare a cui lascia nelle angustie desolata la Patria, e la mattina si presentò pronto a combattere i Francesi, che dopo occupato Rostino moveano a Corte; e di fatto a piè fermo gli attese presso san Pietro di Morosaglia e per più ore contrastò loro il passo; quando poi seppe lo sgombro di Corte e il nemico stringerlo dentro una rete, poderoso e rinforzato con le riserve di Bastia, colto il destro disparve come un fantasma davanti agli occhi dei Francesi.
I quali progredivano non pure in virtù delle armi strabbocchevolmente superiori alle côrse, quanto dell'oro che sparnazzavano come si costuma la fiorata dinanzi alle processioni: nè questo si reputi inventiva côrsa per iscemare l'onta della disfatta, però che noteremo in breve quale somma di pecunia ci spendessero attorno i Francesi: che se taluno versato nelle storie di Francia maraviglierà come potesse profondersi tanto tesoro in Corsica, mentre tanto si penuriava in Francia, che gli stessi valletti di corte chiedevano la elemosina, cesserà da stupirsi quando pensi che la impresa côrsa si combatteva per sostenere il credito vacillante del ministro Choiseul, il quale voleva dare ad intendere che con l'acquisto della Corsica la Francia sarebbe stata compensata con usura delle perdite sofferte durante il suo ministero; ora è manifesto, che quello, che carità di Patria, amore di parenti e compassione del prossimo non sanno trovare o non possono, troverà sempre l'ambizione. Che importava allo Choiseul, che a Parigi morissero di fame e i servi del suo re accattassero, purchè egli potesse mantenersi in officio? E nondimanco il Voltaire celebrò cotesto uomo, dando nuova prova, che le lettere scompagnate dal gran cuore sono pessime dispensatrici così del biasimo come della lode. Napoleone giovanetto alla scuola di Brienne, narrasi, che vedendo il ritratto di questo duca appeso in una sala, agguardatolo torvo, gli dicesse: - tu mi renderai ragione del sangue côrso e delle nostre libertà manomesse! - Beato lui se fosse morto mentre florida gli santificava a quel modo l'anima la virtù, però che egli vivendo confermasse la verità della sentenza, che Dio a cui vuol bene manda presto la morte; di vero le grinze sul cuore vengono più spesso e più brutte che sulla fronte, ed egli morendo a tempo non avrebbe nudrito la sua fama col sangue e con la libertà dei popoli. Per colpa di questo uomo, che parve un Bruto in erba, la umanità si strascica sempre come colombo che abbia rotto l'ale sul cammino della libertà.
I ricordi dei tempi pertanto hanno tenuto nota, che furono largite dugento ottanta lire a testa a quei del presidio del Castello di Corte affinchè lo consegnassero senza contrasto, e al tempo stesso mandarono un bando, il quale diceva: i villaggi privi di trincere che si attentassero resistere sarebbero arsi, le terre devastate, gli abitanti spediti a mo' di misfattori in Francia, se dopo essersi sottomessi fossersi rinvenute armi presso gli abitanti, sarebbero mandati irremissibilmente191 in galera; anche dei non sottomessi quelli che portassero armi senza permesso dei superiori militari, in galera; chi piega il collo beato lui!
Malgrado la disposizione vecchia che i Francesi avevano e la necessità presente di esagerare le cose, essi non poterono cavare materia d'iattanza da cotesta conquista: abbiamo notato, come vi adoperassero un cinquantamila uomini, della migliore gente che possedesse la Francia, e ce ne rimasero 10,721, se meritano fede i registri del ministero della guerra, di cui 5,949 morti all'ospedale e 4,334 in campo: fra questi, 539 uffiziali; ma il sangue, nota il Dumouriez, giusto in proposito della guerra presente, nei calcoli della politica non conta; però parliamo del danaro; tutta la impresa costò 80 milioni, somma per quei tempi di troppo maggiore importanza, che a' nostri, compreso il credito che la Francia teneva verso la repubblica di Genova pei soccorsi somministrati, sicchè le spese proprio per la guerra del 1767 e 1769 si trova appunto ammontare ai 180 milioni di franchi. Al De Vaux, dopo averlo scarrucolato un pezzo, negarono dare il promesso bastone di maresciallo, bisbigliandogli nelle orecchie: la smettesse e dello avuto si contentasse; bella forza! vincere con cinquantamila uomini provvisti di ogni maniera munizioni di guerra, poderosi di artiglierie, un'armata quale da molto tempo non era uscita dai porti di Provenza di rinforzo e per ultimo il terreno spazzato davanti a furia di luigi d'oro. Il De Vaux non fiatò più: ma se tacque egli, altri volle dire la sua; per l'Italia ne corsero le pasquinate ed anco qualche cosa peggio: così menò rumore un certo distico latino che pronunziava arditamente questa sentenza:
Gallia vicisti! profuso turpiter auro;
Armis pauca, dolo plurima, jure nihil.
Dicono lo componesse un Giuseppe Cambiasio presidente del regio senato di Nizza; e questo ho voluto rammentare perchè si veda come novant'anni addietro in Italia ci vivessero uomini di toga che avevano cuore di dire verità, le quali adesso non basterebbe l'anima a palesare, anco a un democratico dei buoni; e poi negano il progresso; se questo non si chiama avvantaggiarsi nel servaggio, che cosa sia progredire io non lo so davvero.
Ma più che tutto strano parrà a cui per poca pratica non è uso a meditare su i cervelli degli uomini e i ghiribizzi loro, che i Francesi tre anni dopo conquistata la Corsica non sapessero più che cosa farsene: pigliatala in fastidio proffersero restituirla a Genova pel prezzo di 28 milioni di lire, ma i Genovesi che per averla tenuta nei tempi addietro si sentivano anche piene di pruni le mani, e il tempo gli aveva condotti a consigli più giudiziosi, risposero che poichè se la erano presa la conservassero; allora la misero all'incanto, ma non trovarono chi ci volesse dire sopra; e il nostro eroe scrivendo da Londra il 30 luglio 1771 prorompeva in questo grido, tanto più straziante quanto più semplice. - Ahimè! dunque noi siamo quel povero cencio, attualmente posto all'incanto fra i potentati della Europa?
Più tardi il tedio della Francia per la Corsica crebbe; forse era presentimento, e nell'Assemblea costituente l'abate Charrier propose indurre il duca di Parma di cedere il Piacentino al Papa e dargli in compenso la Corsica col titolo di Re; non ne vollero sapere nè l'uno nè l'altro. O non sono curiosi questi liberaloni di Francia, i quali non sanno smettere il vezzo di considerare la gente umana come bestie vaccine a cui si possa far mutare padrone secondo che piace? La Corsica, agguantata, agguanta; cani e uomini côrsi fanno buona presa. L'hanno voluta, se la tengano; Ercole non potè strapparsi la camicia di Nesso, se non sul rogo: ma io ho precorso gli eventi; ne domando perdono e torno a raccontare la storia per filo e per segno come conviene ad uomo che proceda con la calma pensosa tanto amica ai tranquilli amatori dell'ordine.
Le cose e le creature si amano più pei dolori e pei travagli che costano, che pei piaceri che procurano; però i padri ben vogliono ordinariamente i figli assai più che non ne siano benvoluti: onde non è da dirsi se il Paoli mettesse a tortura anima e corpo per trovare spediente capace della salute della Patria che amava e per la quale aveva patito mai tanto. Il giocatore non si alza dal tavogliere se prima non abbia avventurato il suo ultimo scudo; ora le ree passioni dovranno essere più tenaci delle buone? Il patriotta mostrerà a prova minor costanza del giocatore? Ciò a Dio non piaccia.
La parte cismontana dell'isola non fu lasciata senza l'estremo contrasto. Clemente Paoli addentrandosi nel bosco di San Pietro occorse in Antongiulio Serpentini e nella moglie sua Rossana che con una mano di gente si aggiravano per quelle parti smaniosi di vendetta quanto più disperati della vittoria: poco più oltre rannodarono il capitano Pilone: insieme uniti, pei conforti massime di Clemente, si apparecchiavano a tentare un colpo ardito; si rammenta che alla opera egregia si aggiungesse anche Giancarlo Saliceti, come per miracolo rimasto illeso sotto un mucchio di cadaveri alla battaglia di Pontenuovo, donde uscì a notte alta e scampò con meno pericolo degli altri, perchè il nemico si fosse disperso nelle vicinanze, e il fiume, che molto tiene del torrente, in quelle ore avesse scemato assai dalla sua turgidezza: racimolati da 500 uomini penetrarono nel Niolo dove sorse sempre la prima aurora e si spense l'ultimo crepuscolo della libertà côrsa; sopra coteste aspre giogaie la gente semplice e forte pare che abbia agio di favellare più d'appresso con Dio che in loro ispira carità indomita di Patria. I Niolini senza tanti ragionari si dissero parati a tutto; richiesti di vettovaglie, non ne avevano: proposero andarne alla cerca a Giussani, Asco, Muttifao ed in altre terre prossimane, e andarono, ma tornarono co' sacchi vuoti; i popoli atterriti dalla vista dei Francesi stracorridori, i quali avevano192 incominciato a mostrarsi fin là, gli supplicarono a non gli esporre a sicurissimo eccidio: col nemico così inviperito e così grosso su gli occhi, non essere a tentare cosa che valesse; gli uni e gli altri si riserbassero a fortune migliori. Allora passarono i monti; e qui si rinfocolò la guerra.
A Fritzlar conte di Narbona, uomo superbo e di natura feroce, fu commesso opprimere la parte oltramontana; reputandola impresa appena degna del suo valore uscì veramente grosso e munito ottimamente di artiglierie da Ajaccio, ma procedeva alla sbadata, sicuro di non incontrare veruno intoppo per la via; ma giunto che fu a Mezzana ecco occorrergli Clemente Paoli, ch'egli credeva rimasto morto a Pontenuovo, a contrastargli il passo: salito il buon conte in furore perchè si attentassero resistergli, raccolse le sue forze per levarsi, com'egli diceva, per sempre d'intorno quel fastidio d'insetto, ma intantochè il tafano lo pungeva or qua or là dolorosamente, ed ei menava invano le mani, ecco arrivargli notizie, che i Côrsi comparsi a Peri facevano le viste di piombargli alle spalle: di vero erano accorsi ai suoi danni con quanti avevano potuto trarre seco l'Abbatucci, l'Ornano e il padre Paolo Roccasserra buono a predicare, meglio a combattere. Il conte obbligato a riparare al nuovo pericolo smezzò le forze, ma respinto da ambe le parti si strinse nel fiuminale di Celavo dove riparò in forte positura munendola di terrapieni e di artiglierie, deposta poi ogni intempestiva baldanza, invece di assaltare attese con diligenza a difendersi assalito.
I capi Côrsi esaminata bene la faccenda vennero nel parere di non arrisicare battaglia, bensì circuire tutta cotesta gente, bloccarla e ridurla a darsi prigioniera per falta di viveri. Il conte di Narbona a prezzo d'ingordo premio trovò modo di avvisare il conte di Vaux delle angustie in cui si trovava ridotto, onde questi, che ormai credeva vinta la impresa urlò, bestemmiò e poi piuttosto con ismania febbrile, che con sollecitudine soldatesca, si dette ad ammanire corpi di milizie spingendole con parole accesissime e con larghe promesse a correre e impedire lo smacco; da prima spedì il marchese della Valle, e ce n'era di avanzo; ma dopo poco gli avviò dietro con altro distaccamento il barone di Bamenil; e tuttavolta parendogli che fossero pochi ci aggiunse tre corpi di milizie côrse, comandate da tre capitani côrsi, il nome dei quali per rispetto altrove discorso non mi giova ricordare, nè altri ha da mostrarsi voglioso di apprendere. Tutte queste milizie per la Biguglia, la Casinca e le pievi del Verde e di Aleria, dovevano penetrare nel Fiumorbo e quinci per vie montane giungere in tempo per bloccare i bloccatori. E' sembra, che gl'impedimenti naturali stimassero poco, quelli degli uomini nulla, perchè più pericolosa via non era dato immaginare: di fatti piccola mano di montanari tra Poggio e Isolaccio arrestarono tutte queste milizie.
Pasquale Paoli non posava giorno nè notte per rianimare, eccitare, ordinare: e in qualche parte gli veniva fatto con buon successo, più sovente no; non mica che all'aspetto di lui non si accendessero, od alle sue parole non fremessero, ma a mano a mano, ch'egli si allontanava, essi si sroventavano; il pensiero ripigliava il sopravvento alla passione, e lo schioppo testè carico ponevano da parte non senza un sospiro.
Dal paese dove nacque e morì Sampiero d'Ornano, dalla terra bagnata dal sangue dell'eroe, vennero, e non poteva fare a meno, cinquecento uomini improvvidi magnanimamente del poi, non volendo nè sapendo guardare nulla oltre il dovere, e si offersero al Paoli per la vita e per la morte. Per quanto tu ci pensi sopra, tu non verrai a conoscere tutti i benefizî che una grande anima largisce alla contrada dove per grazia del cielo ella comparve, i presenti sono meno, nè i più importanti, perchè le generazioni, che la circondarono non la compresero, o se compresa, non ebbero virtù d'imitarla; ma ella partendosi lasciò quasi un modello ai futuri, affinchè i pensieri e le opere loro ci adattassero; ognuno del popolo si reputa erede di un frammento di cotesta anima, quale come un santuario riposto dentro di lui lo fa sacro, ed ogni senso di viltà, di bassezza ne allontana, quasi sozzurra che valga a inquinarlo: e non fie vana fede quella che ti fa credere, che cotesta anima indefessamente stemperandosi nell'aere mandi aliti sani al tuo corpo e affetti sani al tuo spirito; beata la terra, che vanta per genio del luogo un'anima grande!
In Ornano pertanto stavasi Pasquale, e circondato così da gioventù feroce, fremente arme, che dimenticata la realtà dei casi consolandosi con la speranza del futuro o con la memoria del passato. Gli pareva potere ritentare la prova, anzi pensava vincerla e di un colpo ardito opprimere il nemico: il suo spirito pregustava la esultanza della patria consolata, i gaudii della gloria, la commozione della gratitudine: davanti a sè teneva aperta la carta geografica dell'isola e accennando col dito i sentieri per valli e per poggi, sempre più infervorandosi esclamava:
- No, non può mancare; coraggio, Côrsi, la stella della Corsica non è ancora tramontata.
E quasi coro Altobello, Canale, Ugo della Croce, Romano Colle e Rutilio Serpentini con altri dintorno ripetevano! - no, non è ancora tramontata.
Ad un tratto si aperse la porta della stanza e fu visto entrare un soldato, il quale prima di ogni altra cosa si volse addietro a richiuderla: era Clemente Paoli mandato a chiamare e venuto in obbedienza agli ordini del suo generale: dopo la battaglia di Pontenuovo dove fu così funesto il suo ardore, o ira contro sè o coscienza lo rimordesse, non si attentò più comparire davanti al fratello: ed ora oh! quanto si mostrava diverso dal prode guerriero, che rimasto per fortuna intatto dalle palle nemiche aveva fama di essere ciurmato: la faccia sordida di colore oscuro, le labbra nere del continuo mordere le cartuccie, la congiuntiva degli occhi ingombra di sangue e di bile; di persona l'ombra appena di sè stesso, le vesti gli cascavano di dosso, non più Clemente, bensì lo scheletro di Clemente Paoli; e quasi la fortuna volesse fargli perdere tutto ad un tratto anche la sua invulnerabilità, adesso appariva fasciato alle braccia e alle gambe: anche nel capo era stato percosso e gravemente; e nondimeno si conosceva, che questa rovina gli veniva meno dalle ferite del corpo che da quelle dell'anima.
Entrò, fece il saluto militare e stette davanti il suo fratello, il quale a vederlo si sentì commosso da un tumulto di affetti: voleva abbracciarlo, voleva rimproverarlo: quel suo stato così gli strinse il cuore, che per poco non iscoppiò in pianto; pure facendo forza a se stesso, e tentando con la voce del corpo vincere il grido dell'anima, con molto impeto disse:
- Venite Clemente. Dio ci ha flagellati, ma non ci vuole oppressi; egli nella sua misericordia ci dà campo da vendicare mille offese in un punto, e ciò che più importa ristorare le fortune inferme della Patria. Altobello si reca (guardate su la carta) a Zicavo, e fatta raccolta di gente accorre in aiuto dei Fiumorbini i quali hanno già arrestato i corpi di milizia spediti dal de Vaux in soccorso del Narbona: tra quei gioghi, in mezzo di coteste foci può presentarsi il destro di sterminarli; ad ogni modo basta che li trattenga; questo deve farsi; se si avventurano nella foresta dei pini non ne escano più. - Io piglio il comando del campo di Mezzana e vi prometto non farmi uscire di mano questo tracotante del Narbona: a voi Clemente, il periglio e la gloria maggiori; prendete con voi Serpentini e Saliceti, attraversate193 il Niolo dove vi aspettano a braccia aperte, quindi scendete194 in terra di Comune, assalite improvviso i Francesi alle spalle nei monti del Fiumorbo, separateli da Bastia, e per fame o per ferro voi sterminate il marchese della Valle e il barone di Bomenil, io il conte di Narbona: non domando cose strane da voi; solo che mostriamo la consueta celerità, la vittoria è sicura....
Clemente, mentre il fratello infervorato favellava, fu visto tentennare a modo di albero che il boscaiolo a grandi colpi di accetta cerca di abbattere; ora non si potendo più tenere cadde di sfascio nelle braccia del fratello e proruppe in pianto; le bende scomposte per quel moto smanioso lasciarono grondare la piaga del capo, sicchè scendendo giù sul volto al desolato sangue e lagrime, parve che piangesse sangue. Pasquale anch'egli avrebbe pianto se non restava atterrito dallo stato del fratello: egli non lo aveva mai visto piangere, e le lacrime dell'uomo forte sbigottiscono appunto per questo, che l'animo nostro pensa quanto grave ha da essere il cumulo dei mali che valse a vincere coteste indomite nature. Lo stianto della passione dolorosa aveva tolto a Clemente la favella, e si temeva peggio; onde dopo averlo adagiato sopra una seggiola, Altobello corse verso la porta per uscire in traccia del medico; ma Clemente tentato di levarsi su ritto per impedirlo e non lo potendo, con le mani, con gli occhi, con tutta la persona sembrava supplicarlo a non aprire la porta; ma non lo intesero; e ad ogni modo non sapendo darsi ragione di codesta strana fantasia non l'avrebbero atteso; però Altobello venuto più presso la porta l'aperse.
Dalla porta semiaperta sbucarono fuori due mani: ho detto due mani, e doveva dire granfie che pelose erano tanto e armate di ugnuoli da disgradarne quelle della jena; e subito dopo tenne dietro alle mani una maniera di ceffo orribile per enorme naso adunco e il mento sfuggevole verso la gola; gli occhi piccoli, tondi e immobili, il cranio calvo con pochi peli dietro la nuca, che parevano venuti a lite fra loro, gli davano aria dello avoltoio monaco che muta le195 penne; comparve al fine la persona scarna, ossuta, figura proprio da cataletto. E' sembra, che la natura nei momenti di mal umore crei siffatti animali, perchè servano di annunzio alle sciagure come i gabbiani al cattivo tempo: di vero tu li trovi dove qualche infortunio, o peggio ancora, qualche iniquità sta per consumarsi; nella stanza dell'infermo avvisano che il prete coll'olio santo è per le scale, in casa all'inquilino precorrono i famigli che vengono a gravare i mobili pel debito di pigione: nel fondaco del mercante precedono il sindaco del fallimento accorrente ad apporre i sigilli; nelle famiglie danno cenno, che quivi la carità nel partorirci l'odio vi è morta per l'operazione cesarea: però il marito sta in procinto di repudiare la moglie, il padre di diseredare il figliuolo; nelle assemblee notificano prossimo il partito, che torrà la reputazione al popolo, o spegnerà la libertà del paese. Nudriti di disprezzo trasudano malignità da tutti i pori del corpo. Tito, passate ventiquattro ore senza avere beneficato persona ebbe ad esclamare ho perduto un giorno! questi non lo diranno, ma sentiranno averlo perduto se nel medesimo periodo di tempo non mettono alla disperazione ventiquattro povere anime. Dopo lui si mostrarono due faccie pecorili come si trovano in maggioranza per tutti i municipii, che paiono destinati ad ospitarle a mo' dei presepii i bovi; facce stupide, facce grulle le quali, se la demenza possedesse case da affittare ai matti, metterebbe sopra le porte pei appigionasi.
Costoro entrarono e soffermatisi al cospetto del generale attonito per simile novità, il caporione che dalla servile domestichezza e dalla paurosa petulanza dimostrò appartenere alla razza degli azzeccagarbugli, vergogna del fòro e peste delle città, squadernato un foglio leggeva:
- Eccellenza! I padri del comune Delle Vie, di Sartene, Scopamene, Garbini e generalmente di tutti gli altri della provincia della Rocca, essendo venuti in cognizione come V. E. sia decisa di sostenere la guerra contro le armi di S. M. cristianissima, hanno dovuto considerare come qualmente essi non trovino in questo il tornaconto loro e nè anche nel sottosopra il diritto. Non il diritto, perchè non una, ma parecchie volte i Côrsi invocarono gli aiuti della Francia, onde non sembra ben fatto rifiutarli adesso, che ce li profferiscono; non l'interesse....
- Concludete, chè il tempo e la pazienza196 mi mancano di sentirvi leggere cotesta filastrocca; che volete da me?
L'oratore piegò il foglio, se lo ripose in tasca e disse:
- I comuni della provincia della Rocca, protestando il dovuto rispetto alle virtù di V. E., dichiarano, che innanzi tratto le raccomandano di cessare le ostilità, e di gettarsi, com'essi fanno nelle braccia di S. M. cristianissima; caso mai, che V. E. per sostenere il punto, o per qualche suo particolare interesse s'incaponisse a tirare avanti la guerra, allora la supplicano a uscire dalla provincia per non renderla immeritevole della grazia di S. M. cristianissima; di più conoscendo a prova l'amore, che l'E. V. ha portato sempre ai grami Côrsi, e porti, umilmente implorano che dove prescelga (che sarebbe il meglio) di abbandonare l'isola, si astenga imbarcarsi a Sartene, non mancando nella costa orientale golfi e cale assai più adattati, che non è il porticciuolo.
Il generale fu visto impallidire: ma fu un momento; poi rilevò maestoso la persona sicchè parve ingrandito, e con voce forte rispose:
- Non io venni spontaneo come il barone Teodoro di Newhoff chiedendovi per compenso di poco soccorso il regno; chiamato obbedii alla voce della Patria la quale in dieci, in venti consulte mi commise difendessi la sua libertà; e questo ho fatto con la fede di cittadino e di cristiano. Separare adesso la causa mia dalla vostra, fingere privata querela ciò che i nostri avi sostennero, è viltà. - Dite piuttosto, che renunziate alla eredità dei vostri maggiori; dite, che rinnegate quarant'anni di martirii, di sangue, di gesti gloriosi e di sciagure: dite che vi venne in fastidio la libertà, che vi piacque farne danari, come di cosa che non si usa più... questo dite, chè la menzogna aumenta la infamia e non può giovarvi in nulla.
In premio dell'opera voi mi date l'esilio, e certo pensando alla inopia che mi aspetta in terra straniera, al tedio continuo e alla mancanza di ogni consolazione, dovrei affliggermi molto per me se il presagio della miseria a cui siete riservati, e al disprezzo di voi stessi, ultima sciagura! non mi togliesse al senso dei miei mali per desolarmi con ogni fibra del mio cuore per voi. Ah! avessi potuto lasciarvi miseri, non avviliti; la speranza avrebbe potuto ricondurre un'altra aurora per tutti.
Se la bandiera côrsa strappata da mani repugnanti fosse caduta sul campo di battaglia, la Immacolata che vi sta dipinta sopra avrebbe raccolto il sangue sparso per la Patria e portato al trono dello Eterno implorando vendetta per lui; ma adesso di che volete ella supplichi Dio per voi? La viltà si detesta così in cielo come in terra: disertata dalla Beata Vergine, ecco la vostra bandiera diventò tutta bianca, potete usarne come mandilo per asciugarvi le lacrime, potete servirvene come lenzuolo per involtarci dentro la patria, perchè la patria è morta; ella va a raggiungere dentro i sepolcri i suoi figliuoli, i suoi veri e legittimi figliuoli che hanno combattuto, e sono morti per lei; finis, (e qui prese con ambe le mani la carta geografica della isola che gli stava davanti, sbarrò le braccia e fecene due pezzi, aggiungendo con voce tremante) finis Corsicae.
Poi con un gesto ineffabile di disprezzo e d'imperio comandò agli odiosi oratori gli sgombrassero davanti.
Se ne andarono l'avoltoio e i pecori municipali, i quali usciti all'aperto, il primo disse agli altri:
- Ringraziamo Dio, la è ita a finire meglio ch'io non pensava; ad ogni momento io temevo, che dato di piglio al bastone non ce ne avesse amministrato un carpiccio delle buone.
E gli altri due, tuttochè pecori comunali, risposero:
- Magari! che con un po' di tempo e qualche empiastro si poteva guarire, ma egli ci ha battuto il cuore, e a questo noi non potremo trovare rimedio mai.
Sul fare della notte secretissimi messi partirono portatori di lettere ai comandanti delle milizie a Mezzana, al ponte di Peri, al fiuminale di Celavo, ai boschi del Verde in Fiumorbo, colle quali s'ingiugneva cessata ogni resistenza tornassero di quieto a casa nascondendo le armi in luogo sicuro per ripigliarle in migliore occasione: per ora impossibile tenere fronte al nemico: non clamori, non minaccie; si conservassero a fortune migliori. Giunse a tutti oltre ogni estimativa amaro cotesto ordine, come quelli a cui, ignorando la diserzione dei compagni, pareva poter resistere con vantaggio; celarono le armi per grotte montane, taluni vollero portarle seco loro, e male gliene incolse; prima però accesero i fuochi anco sopra il consueto, perchè il nemico accorto del partirsi che facevano non si fosse mosso a perseguitarli. Alla mattina le sentinelle avanzate dei Francesi non udendo i soliti rumori, nè per quanto aguzzassero la vista vedendo comparire persona, si attentarono trascorrere più oltre e conobbero i Côrsi avere abbandonato il campo: ciò riferirono subito ai superiori, che sospettosi d'insidie dettero il comando di moversi, ma adoperandovi tutte le precauzioni costumate dai cautissimi capitani quando si inoltrano in paese doloso. - Dopo due o tre miglia, ebbero a persuadersi che i Côrsi erano affatto scomparsi, e facilmente attribuirono il caso alla gran paura che avessero preso di loro; essi che stremi di viveri già avevano incominciato a parlare di resa per non rimanere morti di fame nel fiuminale di Celavo! - Allora non contenti di essere così per miracolo liberati e nè manco di vincere a man salva, parve loro non avere fatto nulla se non riuscivano a mettere le ugne addosso al generale Paoli: lui bramavano, lui spasimanti agognavano per rendere più splendido il trionfo a Parigi di cinquantamila Francesi gente cappata, sopra poche migliaia di Côrsi mal vestiti e peggio armati.
Senza ostentazione e con modi semplici secondo la sua natura gli dettava, il Paoli chiamati gli ultimi compagni della sua fortuna, disse loro:
- Amici miei, i Francesi cercano di me ed io non credo giusto invilupparvi nelle mie venture; fate una cosa, tornatevene in famiglia ed anco voi cedete a tempo per conservarvi a sorti migliori.
- Che vi abbiamo fatto per meritarci questo oltraggio? Noi saremo con voi in vita e in morte: voi padre, voi madre, voi moglie, voi figliuoli, voi tutto.
Il Paoli si strinse gli occhi con la mano, e ce la tenne un pezzo; poi a strappi soggiunse:
- Vi domando perdono. Partiamo.
Fatto gomitolo si avviarono pei gioghi di Bavella, e quando scopersero il mare sostarono per vedere se sopra il lontano orizzonte si scoprisse qualche naviglio con la prua rivolta a coteste sponde; non197 nube in cielo, non vela in mare, l'uno e l'altro deserto nella magnificenza dello azzurro sterminato. Allora ristrettisi a consiglio determinarono sbandarsi sì per procacciarsi alla spicciolata il vivere per cotesti luoghi montani, sì per isfuggire più facilmente alle ricerche del nemico; e convennero altresì, che quale primo scorgesse qualche bastimento ne avrebbe porto avviso ai compagni, se di giorno con tre fumate, se di notte con tre vampe, coll'intervallo di un quarto di ora di uno dall'altro, affinchè potessero esserne avvisati tutti e accorrere alla posta.
E bene incolse loro il partito preso, imperciocchè indi a pochi giorni comparvero stracorridori Francesi i quali si dettero a frugare di qua e di là come bracchi alla campagna: ventura fu che le compagnie côrse agli stipendii del nemico venissero adoperate a battere i boschi di foce di Verde e di foce di Vizzavona che giudicarono più atte a' nascondigli, però che altramente non sarebbe stato lieve fuggire; pure parecchie notti il Paoli ebbe a passare dentro tane da volpi, di cui l'apertura copersero con pruni intralciati a piante selvatiche, da allontanare qualunque sospetto; ed una volta, narra la fama, che la passò a cavalcione su di una sughera nascosto dalla spessa fronda di quella; intantochè una squadra di Francesi sdraiati a piè dell'albero andavano trattenendosi fra loro del guadagno che ne sarebbe loro toccato se lo avessero preso e degli onori (giudicavano a quei tempi i Francesi degno del rimerito di onori agguantare a mo' di facinoroso un difensore della patria libertà), come pure degli strazii che avrebbero fatto a quel brigante del Paoli traendolo incatenato traverso la Francia.
Il Paoli però la più parte della notte passava in compagnia di Altobello e di Nasone lungo la spiaggia a speculare se qualche legno giungesse; la notte del 12 giugno prima assai che il sole cascasse dietro ai monti si era levato uno scilocco fresco, che in breve ora aveva sommosso la superficie delle acque; per quanto l'occhio si spingeva lontano si vedevano miriadi di ondate spumanti simili a cavalli bianchi sfidati a gara di corsa verso la riva; parecchi di questi ad occhi meno esercitati avrebbero potuto parere vele, ma quelli del Paoli e dello Alando non si potevano ingannare; e poi non dirò la sfiducia, ma un senso di avversità si era per modo insignorito della loro mente, che non si avventuravano a credere le cose prospere se non si manifestavano certissime. Pure non seppero lasciare il lido finchè non sorse alta la notte; allora Altobello rompendo primo il silenzio, favellò:
- Signor generale, parmi, che sarebbe bene andarcene; quest'aria non è sana, e col vento che tira, non pare verosimile che sia per approdare veruna nave alla spiaggia.
- Vi ringrazio, Altobello, perchè questo fiotto di onde che si rompono sul lido mi sonava come il pianto delle migliaia degli eroi defunti venuti a lamentare la rovina della Patria. L'anima mia ne rimaneva inebbriata di amarezza, e non sapeva staccarsene. Voi avete rotto l'incanto: andiamo.
Lenti, silenziosi ripresero la via lungo la costiera che ha davanti a sè gli scogli di Facina e delle Capricaglie: di un tratto parve loro squittire Nasone, ma non ci porsero troppa avvertenza perchè appunto in quel momento Altobello quasi rammaricandosi, esclamasse:
- Gran che! manco una vela: gli amici si sono proprio dimenticati di noi?
- Figlio mio, nel pellegrinaggio che imprende la sventura talora ho veduto accompagnarsele la pietà, di rado l'amicizia.
- Voi avete calunniato una virtù come Bruto a Filippi le calunniò tutte... - Fu sentita una voce, che al Paoli parve, e veramente era quella del signor Giacomo Boswell, il quale spietatamente soggiunse: - e salvo vostro onore, con maggior biasimo di lui, perchè egli era pagano, mentre voi siete cristiano.
E il signor Giacomo lo abbracciò con tutta la tenerezza di cui si sentiva capace; ma siccome l'ossatura, per così dire, della sua anima andava composta alla rettitudine, continuò:
- E con tanto maggior biasimo, perchè oltre l'astratto voi oltraggiaste immeritamente il concreto, dacchè qui meco sono il capitano Angiolo Franceschi e Achille Murati, e il vostro parente Antonleonardo Belgodere.
Il Paoli tacque, sia perchè, parlando, sentiva avrebbe aggravato i suoi torti, sia perchè la gioia l'opprimeva, tanto più intesa quanto più inaspettata.
Calmati i primi affetti il signor Boswell espose in brevi accenti il governo di S. M. Brittannica comecchè la impresa côrsa stimasse la più giusta del mondo, e il Paoli, che la sosteneva, mettesse in paradiso con tutte le sue simpatie (fino da quei tempi gl'Inglesi prodigavano le simpatie, specie d'indulgenze politiche imitate dalle indulgenze sacerdotali di Roma), pure non ci trovando per quel quarto di ora il suo conto, non gli mandava nè uno schioppo nè uno scudo: gli amici della libertà avere noleggiato due navi, ed empitele di munizioni, avviate nel Mediterraneo: avvertito della rovina delle cose di Corsica egli sbarcò a Livorno le munizioni, richiamò da Oneglia i Côrsi che vi stavano rifugiati dopo la occupazione del Capocorso; ad una nave prepose il capitano Angiolo, al comando dell'altra mantenne il capitano Smittoy, persona da farcisi sopra capitale: difficile l'approdo perchè l'isola perlustrata intorno intorno da un nugolo di sciabecchi corseggianti di certo per agguantare il generale. I capitani dopo avere veleggiato più giorni senza potere approdare a cagione dello avvertito ostacolo, essersi prevalsi della buriana di cotesta sera per accostarsi, e averlo fatto: però il tempo non patire indugio, che le àncore adesso a mala pena tenevano, e per poco rinforzasse il vento e' gli avrebbe spinti a rompersi sul lido.
Posero subito mano alle stiappe e alle frasche, e accesero la fiamma: prima che si accendesse la seconda quasi tutti convennero: non ci fu mestieri accendere la terza. La storia rammenta il nome di alcuni generosi i quali con forte petto anteposero gli affanni dello esilio alla servitù; a me parrebbe, e voglio sperare che sembri anco altrui, sacrilegio tacerne; dolendomi non avere potuto rinvenire il nome degli altri. Di qui taluno toglie argomento di proverbiare la gloria, come quella che procede a ghiribizzi peggio della fortuna, questo senza perchè levando in alto, quello senza perchè tuffando in Lete; noi caviamone all'opposto il conforto, che oltre questa via dove sono eterni i premi, e li dispensa chi tutto vede, ed è fonte di giustizia, nessuno rimarrà senza il meritato guiderdone. A noi mortali pare una gran cosa questa del sonare un tempo in venti secoli o trenta; ma che sono mai i secoli di fronte all'eternità? Sassi gettati dentro un abisso noi gli sentiamo urtare rimbalzando sopra a quattro roccie o sei, e poi silenzio. Il mio regno non è di questo mondo ha detto Gesù Cristo, così ai laici che lo intendono poco come ai preti che lo vogliono intendere anco meno.
I seguaci di Pasquale Paoli furono il suo fratello Clemente, Antongiulio Serpentini, Giancarlo Saliceti, Nicodemo Pasqualini, il conte Gentili, Giovanfrancesco Giafferi, Pietro Colle, Francesco Pietri, Masseria, Giacomofilippo Gafforio, Carlo Raffaelli, Francesco Petrignani; gli altri rammentati sopra, e trecento più tra uffiziali, preti, frati e soldati.
Raccolti insieme presero a deliberare come si avessero a distribuire sopra le navi condotte dal generoso inglese e assai di leggieri vennero nella sentenza che per metà si spartissero sopra ognuna delle navi; ma il signor Boswell impetrato silenzio tirò da prima una presa di tabacco, poi disse:
- Bene, io aveva previsto ma per mio avviso sarebbe un partito pessimo, e lo provo. Qui presso costeggiano parecchi sciabecchi di S. M. cristianissima per darci la caccia: è molto probabile che non rispetteranno la bandiera di S. M. brittanica, perchè conoscono che non si romperà la guerra per una nave visitata contro le regole; scriveranno da una parte e dall'altra due risme di carta, sciuperanno dieci libbre di cera di Spagna e faranno come la nebbia che lascia il tempo come lo trova. Benissimo: ora divisi sopra sopra due navi, veruna di questa si troverà equipaggiata in guisa da resistere ad uno sciabecco francese, caso mai volesse usare prepotenza; e lo faranno, perchè nella composizione di questi Francesi che Dio danni, ci entra carne, ossa e prepotenza. Bene; dunque una delle navi bisogna si salvi per forza, l'altra per astuzia: ora voi tutti imbarcatevi sopra la nave del nostro bravo capitano Angiolo, e se vi si para davanti qualche sciabecco francese mandatelo a picco; ai pesci piacciono molto i Francesi per cena. Benissimo; io piglierò su la mia nave il signor Paoli e vi prometto sopra la mia anima di condurvelo sano e salvo a Livorno; in qual modo non domandate; ciò è mio segreto; questo vi basti che visitata o no la nave non ci starà meno sicuro il nostro amico. Bene, molto bene, benissimo.
Come il signor Giacomo consigliò, essi fecero; quantunque di malavoglia i Côrsi dettero spesa al cervello e acconsentirono: più difficile era persuadere Nasone, per la qual cosa il Paoli pregò Altobello che lo recasse in disparte, raccomandandoglielo con parole caldissime, e aggiungendo:
- Addio non vi do, perchè ci rivedremo domani o domani l'altro a Livorno; affido a voi quel mio povero Nasone.
- Vivrà o morirà con me: quanto allo addio, datemelo signor Pasquale, e un bacio; sono tanti i casi... voi lo sapete.
E così dicendo gli si gettò nelle braccia baciandolo con immensa passione. Il Paoli agitato da molti pensieri non pose mente a cotesta smania, la quale gli sarebbe parsa soverchia per momentanea separazione, onde un po' così alla leggera gli disse:
- Animo! Altobello, ci rivedremo in breve, e un giorno, spero, ci sentiremo felici.
- Oh! anch'io lo spero, e per non separarci mai più - e si allontanò turandosi con ambedue le mani la bocca per non prorompere in singhiozzi.
Le navi ebbero diversa fortuna. Quella guidata dal capitano Angiolo o perchè fosse più carica o per altra ragione, non potè durante la notte staccarsi molto dalla spiaggia. La mattina quando sorse il sole si videro davanti la Corsica tutta smagliante pei raggi del pianeta emerso dalle acque tirrene proprio di faccia a lei, sicchè pareva una Madonna vestita della pienezza della sua gloria. Metteva al cuore pietà infinita vedere tutta quella gente ammonticchiata a poppa con le mani tese in varii atteggiamenti verso la terra natale, mentre le lagrime si versavano dagli occhi sopra coteste faccie riarse, come acqua traboccante da un vaso troppo pieno. Invano il capitano Angiolo bociava, che mettendo a quel modo tutto il peso da un lato la nave non poteva fare cammino; non gli davano retta, e la sua voce di quando in quando gli restava chiusa nella gola. All'improvviso si udì198 il suono della cetera côrsa; e le anime dei circostanti tremarono. Perchè i popoli massime meridionali confidano le gioie, le glorie ed i dolori all'armonia? Certamente perchè dentro di noi fu posta l'armonia come l'anima. Questa uscendo dai petti mortali vola a Dio, quella al cielo dove ha sede perenne; sicchè gli uomini, commettendo i loro messaggi alle ale dell'armonia, sperano e non isperano invano, che fedelmente e celeremente saranno ricapitati al cospetto del Creatore.
Cotesti furono suoni pieni di dolce mestizia, ma quando vi si accompagnò il canto, il capitano Angiolo non potè reggersi in piedi; si pose a sedere su la tolda, rannicchiò le ginocchia, se le strinse con le braccia e dopo averci nascosta la faccia, pianse.
Il canto fu questo: avrei desiderato metterlo in rima e mi ci provai come feci pel vocero di Lella Campana, ma io ebbi sempre in uggia le rime e i giandarmi, perchè le prime menavano il pensiero ed i secondi il corpo dove nè il pensiero nè il corpo volevano andare: i miei lettori saranno contenti, che io ne riporti loro il concetto in prosa e credo ci guadagneremo tutti e due. Il canto dunque diceva così;
§ 1.
- Mia madre talora mi ha sgridato e mio padre qualche volta mi ha percosso: ma tu, o Patria, sia che da te mi partissi, ovvero a te ritornassi, mi hai sempre riso. Mia madre mi ninnò dentro la culla cantando, ma io piangendo le recitai il Miserere sopra la fossa. Mio padre mi addestrò le mani ai primi tiri, ma io quando la morte lo chiamò gli composi sul petto in croce le sue prima di chiuderlo dentro la cassa. Tu poi o Patria, appena uscito al mondo mi consolasti con la luce e col calore: vivo mi nutrisci col tuo seno e nel tuo seno sazio di giorni mi raccoglierai. Perpetua madre, tu non ti stacchi in verun tempo i tuoi figliuoli dalle braccia: tu doni sempre e non ricevi mai.
§ 2.
- Bella la patria mia! Tu in grembo al mare rassembri quasi un mazzo di fiori messo in fresco dentro un vaso di cristallo. Satana stesso passandoti allato, nel contemplarti tanto divina per forza di amore, ti ebbe a salutare come l'Arcangelo fece a Maria: Ave Italia piena di grazia! furono udite dire le labbra del diavolo; ma lo straniero è venuto, ha visto le magnificenze del tuo valore, la gloria delle tue antiche libertà, e la vipera dell'astio gli morse il cuore: allora egli adattò sopra il suo arco due strali: con uno, che gli dette Giuda, ti ferì l'ala destra; con l'altro, che gli porse Attila, sotto l'ala sinistra. O nobile falco pellegrino, ecco tu giravi in terra e del tuo sangue è rossa l'aria, intantochè un grido corse di valle in valle pei tuoi casolari; la Patria è spenta! - Lo straniero si ammanisce a strapparti ingegno, libertà, figliuoli e favella e memoria, come il cacciatore costuma con le penne dello uccello poichè lo ha morto.
§ 3.
- Oh! nò, la Patria non è spenta ancora. Che cosa vuoi per riaverti, o Patria? Il nostro sangue? Gli è poca cosa; l'uomo sparnazza questo liquore delle sue vene peggio del liquore della vite. Vuoi la nostra vita? La è poca cosa; ella quotidianamente si disperde come spuma di cavallone rotto, sopra la costiera della morte, Vuoi la nostra fama? Ella è poca cosa; fumo d'incenso, che il fuoco abbruciando consuma. Noi ti daremo anco l'anima quando pure dandola a te la togliessimo a Dio, ma questa la è una stolta parola; Dio e la patria sono una cosa sola.
§ 4.
- Vuoi tu sapere dove sia la reggia dello straniero? Quando cominci a vedere costole e stinchi rotti, di': io sono sulla via che mena alla reggia dello straniero. Quando ti occorreranno cumuli di teschi come davanti l'apertura dell'antro di Polifemo, fermati: cotesta è la reggia dello straniero. Vuoi ammirare il tempio delle glorie dello straniero? Eccolo là; riconoscilo ai trofei di donne appese, di vecchi lacerati, d'infanti percossi alle pareti. Vuoi sapere che cosa semini tra i Còrsi lo straniero? L'odio e la morte. Quello che egli vendemmia e che miete? Maledizione e sangue. Vuoi tu leggere la storia dello straniero? Ecco, ei la stampa dove passa con caratteri di fuoco e di rapina. - Guardate le mura fumanti dei paesi del Niolo, ha detto lo straniero; noi le abbiamo guardate ed abbiamo gridato:
§ 5.
- Ma benedetta la Patria! Benedetta nel cielo che la copre, esultanza nei giorni di gioia, consolazione in quelli della sventura Benedetta nel mare che la bagna; benedetta nelle nevi dei suoi monti e nell'erbe delle sue valli; benedetta nei suoi laghi e nei suoi rivi; benedetta nella eterna primavera, che la fa parere gemella con ogni alba che nasce; benedetta nel verde immortale dei suoi aranci, dei suoi mirti e dei suoi allori che le procaccia il titolo di sempre giovane.
- Benedetta la Patria, benedetta!
Fosse perchè tutti quelli che si trovavano a bordo così marinari come passeggieri, intenti al mesto addio, trascurassero il governo della nave, o fosse per altra cagione, essi piegarono a mano manca, onde non potendo più agguantare il vento si trovarono spinti fino in Sardegna; dopo parecchi giorni di navigazione travagliosa toccarono Portoferraio, e il 22 luglio approdarono a Livorno, termine del loro viaggio.
La nave condotta dal capitano Smittoy al contrario bordeggiò a mano destra e le riuscì schivare il vento e il mare grossi; ma per compenso si trovò tra Capo Côrso e la Capraia, appunto dove il signor Giacomo incontrava altravolta gli sciabecchi, o poco discosto. La fortuna sovente si compiace con bizzarra insistenza rinnovare i medesimi casi; almeno in questa occasione accadde così; di punto in bianco si videro venire incontro di sopravento due sciabecchi armatori, di cui uno, vedesse o no la bandiera inglese, sparò il tiro che chiamava ad obbedienza: comecchè il capitano Smittoy ci patisse e attaccasse più Dio mi danni che non occorrono santi nel calendario, pure in sequela dell'ordine del signor Boswell, calò il caicco in mare ed in compagnia di lui si recò a bordo dello sciabecco francese.
Appena messo piede sul ponte, il signor Giacomo si trovò proprio davanti la faccia porporina del capitano Torpè di Rassagnac questi di porpora diventò pavonazzo come se gli balenasse sul volto un lampo di vino; l'altro rimase tranquillo, con la sua inalterabile aria di bontà, anzi schiuse le labbra ad un mezzo sorriso e sporse verso lui la scatola profferendogli tabacco; ma il capitano Rassagnac la respinse con un gesto che aveva imparato al teatro di corte, quando Ippollito rigetta Fedra, la quale gli esibì quello che gli esibì.... e l'altro non lo volle.
- Ah! siete voi? finalmente balbuziendo proruppe il capitano Torpè.
- Proprio io, ai vostri comandi.
- A cui appartiene la nave?
- A me.
- A voi? E voi chi siete?
- Ma, gentiluomo inglese e membro del Parlamento inglese, come potete chiarirvi esaminando queste carte. E la stava appunto come la diceva; sicchè il capitano rendendogliele soggiunse con molta amarezza:
- Però non mi sembra azione da gentiluomo ingannare un ufficiale onorato ed esporlo a perdere la grazia del suo Re.
- Bene: voi dite unicamente - soggiunse il Boswell pigliando tabacco con la sua aria più ingenua: onde il capitano Rassagnac stizzito esclamò:
- Trono di Dio? e pare, che non si dica nè manco a voi.
- Innanzi tratto, capitano, salvo vostro onore, mi permetto osservarvi, che a gentiluomo, suddito di S. M. cristianissima, a soldato, massime di mare, esposto ogni minuto a molteplici maniere di morte e tutte inopinate; non istà bene profferire bestemmie come fate voi.
- Spero che vi rammenterete non correre adesso tempo di quaresima e ci risparmierete la predica.
- Stava appunto per finirla, e poi intendeva aggiungere, che se la vostra memoria vi serve bene io, altro non dissi, nè di altro vi assicurai, ch'era vera del discorso del capitano côrso quella parte che spettava alla mia persona, e vera la mantengo. Tanto bastò alla mia coscienza e deve bastare alla discretezza vostra, sul rimanente avrei dovuto farvi la spia, e se voi siete uomo onorato, e la croce che vi vedo in petto mi persuade essere voi onoratissimo e valorosissimo, penso che non immaginerete manco per ombra ch'io potessi rendervi cotesto servizio.
- Però quando si tratta del'interesse del Re non si chiama fare la spia se riveliamo notizie in pro' dello stato.
- Può darsi; materia ardua a districarsi, signor cavaliere, materia ardua; però pregovi considerare che io sono suddito di S. M. brittannica.
- È giusto, - riprese il cavaliere Rassagnac tutto addolcito, perchè quel buffo calido di lode aveva avuto possanza di far salire dieci gradi199 in su il mercurio nel termometro della sua buona grazia: - tuttavolta, soggiunse, mi permetterete ch'io possa visitare la vostra nave.
- Sentite bene: come inglese io scerrei mille volte mandare per occhio la nave, che permettere di visitarla a voi se presumeste farlo con violenza: come amico e voglioso di compiacere vostra signoria, io vi pregherò di venire co' vostri ufficiali al mio bordo; molto più che mi corre l'obbligo di ricambiarvi le vostre finezze, e in questa occasione voi rovisterete a beneplacito ogni cosa.
Andarono e misero sottosopra ogni cassa, ogni ripostiglio sul ponte e nelle stanze; nello entrare in dispensa si fermarono dinanzi due botti sopra una delle quali era scritto rum, sull'altra porter; sotto la cannella ad entrambe stava posto un boccale per impedire lo stillicidio imbrattasse il pavimento.
- Adesso, incominciò il Boswell, è ragione che beviate alla salute del nostro re Giorgio, com'io bevvi a quella del vostro re Luigi: questo è liquore nazionale, e del meglio che si possa trovare; gustatelo e poi me ne direte le novità.
E data volta alla chiave della cannella ne proruppe una maniera di minestra mora che levò nel bocale un flagello di schiuma rossiccia, ne superò gli orli e si precipitò di fuori allagando il tavolato: distribuito tosto il liquore nei bicchieri, lo ministrarono al capitano Rassagnac e ai suoi degni ufficiali. Non ci si poteva trovare eccezione; birra era e della perfetta, chiamata appunto porter perchè a cagione della sua forza sogliono berla i facchini; i Francesi non assueti a cotesta dannata bevanda torcevano la bocca e strabuzzavano gli occhi come se avessero il diavolo in corpo pure sopportavano in pace cotesta cortese tortura, finchè200 il capitano Rassagnac con una specie di mugolio depose il bicchiere mezzo vuoto su la tavola, esclamando:
- Ouf! Io non ne posso più; signore, non potremmo bere alla salute di S. M. brittannica con altro liquore meno che con la birra, eccellentissima come inglese, ma che a noi altri che non abbiamo l'onore di essere sudditi di S. M. brittannica scortica il palato? per esempio questo rum farebbe il caso, ed osservo che si può considerare anch'egli inglese, perchè vi viene dalle vostre colonie.
- Benissimo, come vi garba, signor cavaliere.
E come dissero fecero: della birra non si tenne altramente discorso: del rum poi bevvero in tanta copia, che nè anco la metà di quella avrebbono trovato nella botte di birra, quantunque in apparenza più capace, imperciocchè il signor Boswell nella sua previdenza l'avesse fatta fabbricare col doppio fondo, e presso alla cannella contenesse circa un barile di birra della più gagliarda che avesse saputo rinvenire: ogni altra rimanenza era vuota, e aveva un coperchio che per via di congegni combaciava con le doghe, mentre uno dei cerchi di ferro ne nascondeva ai riguardanti le commettiture. Qui dentro stette celato Pasquale Paoli: il caso è sicuro, e tradizioni e ricordi manoscritti e stampati lo accertano del pari: merita non lo dimentichi la storia, affinchè per esso si comprenda come novanta anni fa avesse a scampare dalle mani dei Francesi l'uomo che sarebbe stato il Washington della Italia, se come lui avesse avuto non solo la libertà a difendere, ma un popolo altresì più numeroso sparso per terre sterminate, meno povero e tutto di un cuore.
Nel primo capitolo di questa storia ho promesso far toccare con mano come circa un secolo addietro i miei concittadini Livornesi si mostrassero zelatori della libertà: adesso cade il luogo acconcio di mantenere la promessa. Riporto scritture, se non isciatte del tutto, almeno rozze; non importa; avvertesi al fatto, non al modo col quale lo raccontano.
L'abate Giovacchino Cambiagi nel suo libro chiamato (Dio lo perdoni) storia, IV, pag. 209 scrive: «la nave poi che aveva a bordo il Generale era approdata a Livorno il 16. Siccome gli uomini di sommo merito sanno cattivarsi l'amore ancora di chi non li conosce, così il Paoli appena giunto a Livorno talmente trovò gli animi di quelli abitanti in favor suo prevenuti, che tanto mi sia permesso il dire non esigerebbe un nuovo sovrano dai suoi sudditi, correndo il popolo quali frenetici or qua ora là per dove doveva passare non mai saziandosi di vederlo, venendo acclamato dai più sensibili e ammirato dai più riflessivi e finalmente da altri compianto per la sua poca buona fortuna in questi ultimi incontri, avendo dato bastantemente a conoscere le di lui operazioni quanto aveva saputo adoperarsi per rendere libera e alta una nazione stata per lo addietro serva e ignorante.»
Il buono abate aggiunge che lo accolse anco benignamente S. A. R. Pietro Leopoldo, il quale generosamente concesse agli esuli côrsi asilo nei suoi felicissimi Stati, a patto però che Pasquale lasciasse loro un assegnamento per mantenersi onestamente. Il che suona che il Granduca non gli mandò via purchè si facessero le spese co' proprii danari: la qual cosa se non arriva alla carità di Don Tubero che biasciava lo zucchero agli ammalati, ci corre poco. Ma a quei tempi i principi, quando non portavano via, parevano donare.
Il Paoli fece come ordinò l'ottimo principe, lasciando il fratello Clemente ad amministrare le relique della fortuna pubblica; e questi per assottigliare le spese si ridusse a vivere nel monastero di Vallombrosa compiacendo alla sua severa natura: gli altri Côrsi per la medesima causa si sparsero nei piccoli castelli della Toscana. Come vi stessero, quali memorie vi lasciassero si ricava dal libro di un altro abate chiamato Francesco Ottavio Renuccini: egli nel libro V del tomo I della sua Storia (Dio perdoni anco lui) di Corsica, narrando come Pasquale Paoli dopo lunghi anni di esilio ritornasse in patria, ci chiarisce; «come buon numero di Toscani, «che trovandosi a Bastia gli presentarno i loro omaggi appalesandogli in nome della patria la più profonda venerazione, ringraziando nel tempo stesso gl'illustri esuli così per lo esempio delle virtù che avevano dato alla Toscana durante il loro soggiorno in quella. Paoli graziosamente rispose loro, e tra le altre cose disse: che la Corsica, non mai dimentica dello asilo accordato dalla Etruria ai suoi figliuoli, avrebbe riguardato sempre i Toscani come suoi concittadini ed anche con maggior predilezione».
Ai giorni nostri i Toscani non lo avrebbero ringraziato di nulla, perchè delle virtù ne hanno da vendere, almeno così ci porgono i discorsi, gli scritti, i manifesti, gli avvisi, le leggi e i moniti delle pubbliche magistrature; la civiltà poi possiedono in copia maggiore che non l'Australia l'oro; onde ne fanno uno spreco che è una passione. Comunque ora ciò avvenga, mettiamo in sodo anco questa, che i Toscani novanta anni fa sentivano gratitudine a cui porgesse loro esempio imitabile di valore, e avevano la modestia di manifestarglielo.
Il nostro Pasquale in compagnia del conte Gentili s'incamminò alla volta di Londra, togliendosi il carico di essere la provvidenza dei suoi compagni di esilio: passando in Germania lo vide e gli fe' vezzi Giuseppe II; dietro lo esempio del Sovrano grosso glieli fece tutta la varia gradazione dei principi alemanni, che salvo il rispetto, arieggiano assai alle canne di un organo dove la demenza prova le sue sinfonie pel di delle feste.
Allora correva l'andazzo fra i principi di dilettarsi della libertà come dei mostricini di bronzo che ai dì nostri usano tenere sopra le tavole per calca-lettere; certa volta parve loro si movesse e veramente si moveva; allora gl'invase una sconcia paura e corsero a pigliare le molle per agguantarla e buttarla sul fuoco come si costuma agli scorpioni: senonchè voltando le spalle essi se la trovarono addosso così ad un tratto gigante che col capo toccava il soffitto minacciando salire anche più in su: si attentarono mostrarle la porta perchè uscisse, ed ella mostrò loro la finestra perchè la saltassero; staremo a vedere come l'andrà finire, perchè per ora nè ella è salita dove voleva andare, nè i principi saltati dove li voleva scaraventare: staremo a vedere.
Ora è di mestieri raccontare due fatti degni di commemorazione successi uno poco prima della partenza del Paoli, l'altro il giorno dopo. Comincierò dal primo: quando si sparse la fama del prossimo arrivo dei francesi a Corte i Côrsi che sapevano come quantunque un popolo butti in faccia ad altro popolo gli omicidi, le rapine e gli stupri, sull'entrare dentro terre vinte, pure in verità la batte tra il galeotto e il marinaio, eccetto gli Austriaci201 che in fatto di bestialità stanno in cima dalla scala senza dire al calcagno viemmi dietro, uomini e donne vecchi e fanciulli presero a fuggire alla rinfusa verso il Monterotondo.
Lettore mio, per poco il cielo ti abbia largito immaginativa, fingi un monte altissimo perpetuamente incoronato di neve, orrido per selve e per dirupi di gioghi moltiplici, dove occorrono laghi e cascate di acqua, e in mezzo a questi orrori ti rappresenta una donna giovane di severa bellezza col grembo grave di crescente prole salire affannata di greppo in greppo sotto la sferza dei raggi solari; ella dissimula così la interna ambascia, che di tratto in tratto muove parole di conforto al suo compagno sbigottito; e qualche volta presa da pietà per la stanchezza di lui, ostentando forze che non ha, gli porge il braccio soccorrevole. Cotesta è Letizia Ramolina che porta in seno il castigo di Francia, l'uomo è Carlo Bonaparte, quell'avventato giovane che udimmo sul poggiolo di casa Gafforia favellare al popolo gagliarde parole.
Ora, Lettore mio, non immaginare più nulla, bensì pensa come l'uomo per virtù propria condotto in alto, se è primo ad essere rischiarato dai raggi del sole e della gloria, per compensare si trova esposto a tutti gli strali di offesa e d'ingiuria che gl'indirizza il volgo senza nome, non però senz'astio, che vede rappresentata in lui una ingiustizia tanto più aborrita quanto meno facile a ripararsi; per la quale cosa tra molti e meritati biasimi contro Napoleone, fatto tiranno del mondo, i rigattieri delle sconcie parole ve ne mescolarono altre così turpi come bugiarde. Di vero in parecchi libri Napoleone trovasi infamato come figliuolo adulterino del conte di Marbeuf, ed è falso; la Letizia Ramolina era da sette mesi incinta di lui mentre si arrampicava sui gioghi di Monterotondo fuggendo l'ira francese. Carlo Bonaparte si mantenne fedele alla causa della libertà, anzi mordeva gli apostati, e condendo tuttavia il vezzo di aombrare gli eventi con le allegorie pastorali, ripigliò la Corsica della sua voltabilità con la canzone satirica: Pastorella infida sei; ma durò poco; povero e vanitoso di breve cesse ai tempi. I Francesi a cui stende la mano non rifiutano il tozzo, ed ei se l'ebbe: morì lungi della famiglia a Montepellier sempre male in arnese. Più tardi quando la destra della fortuna agguantò pei capelli Napoleone, il municipio di Montepellier propose erigergli uno sbardellato monumento composto delle statue della città di Montepellier, della religione e di altre parecchie; la città di Montepellier con una mano aveva da alzare il coperchio della tomba, e con l'altra additare la base dove si dovevano leggere le parole «esci dalla tomba; il tuo figliuolo ti leva alla immortalità».
Napoleone allora console rispose: «non turbiamo la quiete ai defunti; alle ossa loro pace; anche mio nonno è morto e il mio bisnonno altresì; perchè dovrebbonsi essi trascurare? Ciò andrebbe per le lunghe. Se avessi perduto ieri mio padre, la cosa potrebbe andare che il mio dolore si manifestasse con qualche segno di onoranza: ma ora corrono venti anni dacchè è morto; il pubblico pertanto non ha parte in questo caso: non ne parliamo più.»
Questo fatto dimostra tre cose almeno: che il pecorume municipale a un di presso in ogni tempo e dappertutto si rassomiglia; che Napoleone forse non volle al padre quel bene che portò sempre alla madre sua; per ultimo che l'adorazione di sè non era per anco in lui diventata tanta, che la troppa vampa dell'adulazione non gli facesse aggrinzare il naso: e in vero, non anco tolto il titolo di padrone assoluto, come Console la trinciava tuttavia di popolesco.
L'altro fatto, che si congiunge dolorosamente al fine della nostra storia, merita di essere riportato proprio nel vero modo in che avvenne. - Domenico Leca, o da Leca, curato di Guagno, il giorno dopo la partenza di Pasquale Paoli, che fu il 14 giugno 1769, la mattina a mezzogiorno raccolto nella chiesa di Sovrinsù quanti erano rimasti di là dai monti fedeli fino alla morte alla causa della Libertà, celebrando la messa, quando fu sul punto di comunicarsi, lasciata l'ostia su la patena si volse agli assistenti e con piglio truce, così prese a parlare:
- Dilecti in Cristo fratres. - «Quando i peccati degli uomini sforzano la bontà divina, Dio memore del patto non manda più il diluvio, bensì manda i tiranni. Ora a questi parrebbe quasi essere felici se Dio gli segnasse su la fronte della stimata di Caino; Caini senza segno ogni uomo può ucciderli senza incorrere nell'ira del Signore; ecco la paura e l'omicidio come due vipere mettono il nido nel cuore del tiranno; egli educa metà del genere umano negl'istinti del mastino, le dà denti, le dà collare di spunzoni e l'avventa contro l'altra metà; egli piglia il ferro, e fattene due parti, quella che tocca a lui foggia in arme da punta e da taglio per tormentare, e in ceppi per incatenare; l'altra che tocca al popolo lavora in vomeri e in badili, e gli dice: con questi arnesi apri la terra per seminarvi il grano per me ed anco per te, o seppellirvi i tuoi corpi; e non pertanto il terrore gli dura: allora chiama un sacerdote (non più sacerdote, che tale non rendono la veste e il rito, bensì l'anima conservata tempio degno della divinità) e gli sussurra dentro gli orecchi: mettimi a parte del cielo, ed io spartirò teco i beni della terra, circondami di spavento, distendi intorno a me l'inferno a modo di vallo come lo mettesti intorno a Dio; fammi terribile, sbigottisci le anime, e persuadile che sono parte di Dio, che egli mi impose con le sue sante mani sopra la terra, chi tocca me tocca lui; il medesimo fuoco immortale arderà chi ardisce levare non che altro un pensiero ostile contro la sua divinità e la mia. Il sacerdote non sapeva, o non volle rammentarsi delle parole del Redentore: Satana, è scritto che tu non mi tenterai. Strinsero insieme il patto, e quando il tiranno salì su l'altare, Dio lo disertò. - Ma la paura durava, se il tiranno vestiva la corazza la paura s'immetteva fra la sua carne e le piastre di ferro; nella notte sul letto solitario atterrito dai sogni stendeva la mano sotto il guanciale per tema di un ferro; paventò prima il ferro in mano al barbiere, e barba e capelli si fece accortare co' tizzi ardenti; gli mise ombra lo spillo della moglie, e orribile a dirsi! volle che ella si nudasse prima di entrare nella stanza del talamo: e nè anche questo bastando a quietare la febbre dell'apprensione, mandò per un dottore; voi sapete, o diletti fratelli in Cristo, come i dottori in ogni tempo abbiano sostenuto coi sofismi202 loro il tiranno; uno ne visse il quale richiesto dallo imperatore di giustificare in senato la strage del fratello, rispose: «è più facile commettere il fratricidio203, che difenderlo204», e basta; dicono di tratto in tratto ve ne fosse degli altri buoni, e sarà; però tutti insieme e' si possono contare su le dita. Il tiranno dunque disse al dottore: io ti metterò a parte della mia potestà di uccidere e spogliare, a patto che tu la dimostri intangibile; il dottore scese agli accordi e scrisse: «il bene del consorzio umano volere, che si ubbidisse ai principi accettati col consenso espresso o tacito dei popoli (consenso tacito è la paura del boia); occorrendo certi casi (e li dicevano); stare nella comunanza dei sudditi il diritto di muovere rimostranze al Principe ed anco di bandirlo; ammazzarlo mai; il singolo in verun caso potere levare la voce e molto meno la mano, dacchè la volontà altrui non s'interpreta, e bisognerebbe ad uno ad uno farsi conferire il mandato. Chi opera altrimenti, il consorzio umano deve giudicarlo perturbatore dell'ordinato vivere civile, e degno così del supplizio in questa vita come d'infamia eterna nell'altra.» - Ipocriti! In qual modo potrebbero profferire siffatto consenso labbra sigillate dalla paura? Come andare in giro a raccogliere i voti l'uomo cacciato dai segugi205 del tiranno peggio che belva in bosco? In questo modo, come poterono, hanno creduto provedere alla propria sicurezza i tiranni; alla forza aperta contrappongo centuplice forza e ordinata; alla violenza segreta lo spavento religioso, il clamore dell'interesse, il sofisma dello intelletto pervertito o confuso; e nondimanco il pallore regna su la faccia dei re; e ciò che ormai non valgono ad ottenere giustizia o pietà, la paura vale. Nel naufragio del diritto, quando il tiranno aveva comune con l'uccello di rapina il nido su la rupe, l'istinto ladro, le voglie crudeli e gli artigli sanguinosi, la giustizia abitò le catacombe al pari dei discepoli di Cristo, e attese a difendere l'umanità. Sopra la terra di Vestfalia venne prima istituito il tribunale della santa Vema, segreto e terribile, che giudicava i delitti dei potenti e li puniva. Le medesime cause partoriscono naturalmente i medesimi effetti; la nostra forza fu infranta davanti a forza maggiore, il diritto è calpestato, i lamenti derisi, le acque dell'amarezza ci annegano. Che fare? Dileguarci nei sepolcri sarebbe il meglio; ma a i figli, alle donne, a tutti quelli insomma che per infermità o per natura si sentono pusillanimi, come provvederemo noi? Repugna l'animo nostro dal partito estremo adoperato dai Giudei quando Tito Vespasiano espugnò Gerusalemme; e non lo praticheremo noi. Costituiamoci a posta nostra Tribunale, invisibile tutela degli straziati, e vendicatori dei misfatti. Omai servire bisogna, tra noi e i Francesi Dio ha giudicato, e davanti a cui egli ci atterrava, forza è pur troppo che ci atterriamo noi, e se lo stato dei nostri non inaspriscono vivremo, e lasceremo che vivano: noi non pretenderemo, che nelle nostre piaghe infondano olio e vino come adoperò il Samaritano, ma nè anco patiremo, che ci stillino veleno. Se poi ci ridurranno alla disperazione noi cadremo improvvisi come il fulmine e terribile come lui. Ottenga allora la paura quello che non poterono procurarci la giustizia nè la misericordia: e veruno straniero commetta colpa senza tremare continuamente il vendicatore che lo colga. A me è parso che in questa guisa possiamo sempre benemeritare della Patria e della umanità; ci ho meditato sopra nella notte quando il silenzio e le tenebre schiudono la mente ai casti pensieri della tomba, ci meditai a piè degli altari: mi consigliai col mio angelo custode, implorai Dio che m'illuminasse, e non sentii niente che mi dissuadesse, anzi tutto mi confermò nel proponimento. Gli è molto facile, che la mala morte ci colga, ma io ho considerato che ogni setta, anco la più empia, ebbe martiri, la Patria, che pure si reputa nobilissima fra le religioni, non vanterà i suoi? Può darsi che il mondo ci chiami infami, ma a cui sprezza la morte, che importa il mondo? Dio che sente i nostri cuori ci darà premio o pena: ed io vi accerto, che ci aspetti il premio eterno in paradiso.»
Così orava fervosamente Domenico da Leca curato di Guagno: s'egli avesse ragione a me riesce arduo giudicare: questo ben so, che i Francesi ebbero torto, gli acerbi gastighi meritarono, e a questi più che ad altro furono debitori i Corsi se la immane ferocia degli stranieri oppressori pigliò col tempo andatura più umana. Queste cose si rammentano non in odio dei Francesi, bensì della tirannide, che gli angioli stessi renderebbe demonii. Per fermo tu provi generosi gl'Inglesi, ed alacri soccorritori delle miserie altrui, pure coteste generosità e misericordia loro difettano di un certo tepido alito, che consolando blandisce; si sente sempre un braccio che dall'alto si stende al basso, un'anima che sa, senza menomare la copia della sua felicità, potertene far parte; insomma non è l'inglese il ricco epulone che lascia languire alla porta del suo palazzo Lazzaro affamato, bensì gli manda a ribocco i rilievi della mensa, forse anco qualche vivanda intatta; i Francesi poi ti aprono il penetrale domestico, ti mettono a parte della famiglia, ti accostano al proprio cuore e ti ravvivano, eglino, arguti nella beneficenza, arrivano a persuaderti essere la sventura, come l'ingegno, come il valore, e le altre nobili facoltà, pregio desiderabile della specie umana. La cavalleria nacque in Francia, e colà più che altrove fu educato questo fiore della barbarie, il quale propagandosi diventò la civiltà dei tempi moderni: ciò non pertanto i Francesi si comportarono in Corsica tali, che le belve più feroci non possono somministrare sufficiente paragone alla efferatezza di loro; e ciò per la ragione avvertita, che l'uomo messo su lo sdrucciolo del tiranno e del cagnotto, per quanta virtù possieda, forza è che diventi tormentatore.
Quanto affermo suona grave, io lo comprendo ottimamente, e non lo avrei scritto se non fosse per rifrescare dinanzi agli occhi degli uomini una esperienza che troppo spesso li proviamo disposti a mettere in oblio, e per altra parte siccome senza buone autorità non sarebbe creduto, reputo obbligo chiarirlo con carte in mano. Incominciando dai generali, innanzi tratto pongo un frammento di lettera scritta da Napoleone Bonaparte ventiquatrenne, la quale Nicolò Tommaseo giudica per probità, per calore di eloquenza e per feroce ironia, degna di Gian Giacomo Rousseau. Questo frammento voltato in italiano, imperciocchè la lettera comparisca scritta in francese, suona così: «parte dei patrioti propugnando la libertà della patria periva, parte abbandonava proscritta la terra fatta ormai nido di tiranni, ma troppi più non erano morti, nè fuggivano e diventarono segno di ogni maniera persecuzioni. Coteste forti anime corrompere non si potevano, e dall'altro canto il dominio francese, se le non si sperdevano, non poteva attecchire. Ahimè! Questo partito fu troppo bene portato al compimento; taluni perirono vittime di accuse falsamente apposte: tali altri, traditi dalla ospitalità e dalla fiducia posta in uomini venduti, espiarono sopra i patiboli i sospiri e le lacrime sorpresi alla loro passione: molti ammonticchiati, dal Narbona Fritzlar nella torre di Tolone, avvelenati col cibo, tormentati dalle catene, oppressi dai bistrattamenti, vissero, vita affannosa, e furono distrutti da morte atrocemente lenta.»
Che se si opporrà, che la età della bollente giovinezza, e la temperie della stagione (correndo in quel torno l'anno 1793) potevano partecipare colore esagerato alle scritture, e noi confermeremo la verità dello esposto con la sentenza di Giovan Carlo Gregorio, uomo maturo e grave magistrato, scritta sessanta anni dopo della lettera di Napoleone Buonaparte. Sul finire del libro per me ricordato, nella prefazione egli dichiara: «poi cominciò il governo dai servi tremanti, adulatori e ribaldi chiamato felice, ma la Consulta di Orezza del 1791 lo qualificò il più infame, il più esecrando di tutti i reggimenti! governo che durò lunga pezza, sopra del quale non hanno gli storici, come ne correva loro l'obbligo sacrosanto, disacerbato la ignominia amarissima che meritava, contenti di prorompere in vilipendii codardi contro la dominazione genovese, che dalla tomba ove giace, erano sicuri che non sarebbe più uscita a infierire contro i numerosi e sazievoli detrattori di lei» E questo si chiama scrivere bene col cervello e col cuore!
Delle promesse di gravezze diminuite anzi renunziate non si parlò neppure; come suole aumentaronsi. Bene si parlò subito, che sarebbe messo a morte irremissibilmente qualunque fosse rinvenuto con le armi addosso, e poichè questo partito non approdava, poco dopo mandarono fuori ordini rigidissimi contro chi, possedendo armi, non le consegnasse al governo. Chi non piegava la cervice giurando fedeltà al re cacciavano per boschi e per pendici non altramente che belva si fosse: in vero ci adoperarono cani e cacciatori e questi la più parte côrsi: aizzando così fratello contro fratello, onde il misfatto di Caino, mercè le virtù dei Francesi cessando di comparire delitto, fu reputato quasi opera meritoria; più di 500 tra preti e frati di mala morte finirono: fu gloria non avere pietà, e vanto la frode sanguinosa. Racconta la storia, come parecchi, tra gli altri un Pace Vincenzini e varii uomini della famiglia Franchi essendosi arresi, per le persuasioni di Monsignore Guernès vescovo di Alearia, al Marbeuf che gli assicurò della vita, questi appena gli ebbe in mano, gl'incatenò e mandò in galera; e al vescovo a cui parendo incomportabile tanta enormezza se ne rammaricava, rispose: «di che guaite voi? La vita promisi e la vita hanno.» Al sacerdote Salvatore Stappanova fu promessa libera l'andata insieme col suo nepote, però che egli disperando, vecchio com'era, di mai più rivedere la Patria, fatto danaro di ogni sua sostanza s'imbarcò per a Livorno, ma appena allargatosi dalla costa un miglio, ecco abbrivarglisi addosso a voga arrancata due barche regie di cui la ciurma urlava: «ferma! ferma!» Lo imperterrito sacerdote, senza esitare nè manco un attimo, tolse a sè l'occasione della morte ignominiosa ed ai persecutori la causa scellerata del tradimento, imperciocchè legatosi il sacco dei danari al collo si precipitò nel mare gridando al nepote: «vienmi dietro!» e questi lo faceva, ma pietà insensata fosse, o piuttosto prodizione, lo tennero, ond'ei di lì a poco col laccio fu tolto di vita.
Lo dico lo taccio? Lo dirò pure in conferma, che gli Urban e gli Haynau non sono mica bestie esclusivamente austriache, bensì comuni ad ogni popolo che imbestia nella oppressione di altro popolo.
I Francesi messe le mani addosso ad un famoso bandito, il quale per lungo tempo aveva menato strage di loro, tanto furono acciecati dal furore, che non si tennero contenti prima che l'ebbero segato vivo. I Côrsi per non restare in debito di ferocia, preso un francese, mandarono a invitare i compagni di lui andassero a vederlo bruciare vivo: la crederono celia e non si resero alla posta: i Côrsi, che non celiavano, ci furono e vivo arsero il meschino. Certo mio maestro mi sgrida e forte per avere io in qualche parte affermato, che se le bestie avessero senso dei torti che vengono loro fatti quando si sentono paragonate con gli uomini, potrebbero sporgere querela d'ingiurie con buona speranza di ottenere ragione. Il mio maestro non sa quello che si dica, cosa che gli è come naturale; di fatti veruno nega all'uomo il volere, ed anco il potere d'inalzarsi sopra la sua creta accostandosi alle sostanze divine, ma ad un punto con questo volere e potere egli possiede facoltà di avvilirsi sotto le bestie; in lui ci è il verme, in lui ci è Dio, e troppo più spesso le nobili facoltà sue egli adopera pel secondo che pel primo intento. Così vero ciò, che non si lesse mai di un branco o vogli lupi, o vogli jene, i quali abbiano profferto le zanne e gli ugnoli loro a un lupo, o ad una jena incoronati, per istraziare altre bestie, massime della loro specie, mentre questo negli uomini tutto giorno accade; il lupo e la jena per istinto lacerano e per fame divorano, leccano non irridono il sangue, le membra strappate portansi nelle tane o quivi se ne pascono chete, di nascosto, brontolando al contrario se altri li disturbi, non ne menano vanto, non chiedono medaglie, non ne ottengono, croci nemmeno, benedizioni nè206 anco per ombra, non passa a loro pel capo di millantarsi sostegni del trono e dell'altare, per ultimo non hanno mai cantato il Tedeum.
Tali e peggiori enormezze commisero gli Svizzeri a Napoli ministri della più atroce tirannide che da parecchi anni contristasse il mondo, se ne eccettui quella dell'Austria; tali e più inumani ne hanno commesso pur dianzi in servizio del prete cortese, padre dei fedeli, immagine vera di Cristo redentore venuto al mondo per sigillare col sangue il patto di fratellanza fra gli uomini.
La Corsica ebbe a sostenere in quei giorni il tipo, per così dire, di perfezione ideale di uomo siffatto: costui, come altrove esposi, venne prima con Teodoro, e combattè crudelissimamente per la libertà, poi s'ingaggiò co' Francesi, ed anco più trucemente mise le mani nel sangue per la tirannide, gli fu patria la Lorena; due amori egli ebbe nel mondo: sangue e vino, nè metteva differenza o poca a versare dell'uno come dell'altro; la sua spada profferiva come il carnefice la mannaia; percoteva senza saperne la causa, nè si curava saperla; niente gli premeva conoscere chi avesse torto o ragione e nemmeno lo domandava; mascagno e maliziato partecipava della jena e della scimmia; come Margutte professore solenne di cose inique, le quali a lui sembravano, come diceva, una minestra senza sale, un'insalata senz'olio, se non le condiva con le sue facezie più strazianti delle sue medesime atrocità. Costui, avuta carta bianca dal governo di Francia, per ridurre la isola a devozione, la correva di su e di giù portando da per tutto la miseria, ma non gli bastava, che avrebbe voluto eziandio spargervi il terrore, e questo non gli riusciva; sovente qualcheduno dei suoi mancava alla chiamata, e se ne chiedeva ai paesani, nessuno lo aveva visto: finchè frugando qua e là lo trovavano sforacchiato da una palla, raramente da due, più spesso non trovavano nulla, chè la terra lo aveva coperto col suo mantello di zolla: talora qualche palla a costui portò via il cappello di capo, e una volta lo spallino: non passava sera che non sentisse fischiarsi intorno agli orecchi tre o quattro palle, che piacevolmente appellava zanzare côrse: da tutto questo comprese, che se non si levavano le armi di mano ai Côrsi non si veniva a capo di nulla, fermo in simile disegno, il quale per avventura era il più razionale di ogni altro, vi lascio figurare s'ei mettesse a tortura il cervello per pescare trovati capaci di farglielo conseguire: sopraggiungeva in un paese alla sprovvista e notturno, e inondate le case di sgherri, rovistava ogni luogo per rinvenirci armi: niente era salvo dalle sue ricerche; rompeva muri, scassinava mobili, rivoltava il terreno e maritali letti sfondati e laceri lasciava in mezzo della stanza, e per mettere fine dirò che nè le gole dei camini, nè altre più immonde andavano esenti dalle sue investigazioni: costumò ancora occupare uno o più paesi e quivi prendere stanza campando con la sua gente a spese dei paesani, finchè non gli avessero portato le armi; e bene egli potè vedere l'ultimo pane di cotesto popolo, non già uno schioppo solo: mise in pratica anche questo altro spediente; entrato sopra una pieve minacciò disertarla col fuoco se non rendevano le armi, incominciando ad ardere gli olivi, le viti e ogni albero fruttifero sopra la decima parte del contado, e promettendo che ogni giorno avrebbe operato altrettanto su l'altro decimo se non gli consegnassero le armi, e i Côrsi videro con dolore inestimabile ridotti in cenere quegli olivi, testimonianza della benevola sollecitudine dei padri verso i figli, in cenere la vite sola capace ormai di portare un raggio di gajezza sopra il loro cuore contristato, e i frutti idonei ad addolcire alquanto le loro labbra amare: li videro ma non consegnarono uno schioppo. Di un tratto egli mutò registro a modo dei sonatori degli organi: a cui facesse la spia bandì avrebbe dato di grosse mance e poi perfino rimessione di ogni pena a quale spontaneo consegnasse l'arme, e tanto di danaro che valesse quattro volte il prezzo dell'arme consegnata, ed anco questo non gli valse. Merita particolare menzione quello che fece a Castirla ch'è paese di tratto non lungo discosto da Corte: il Sionville prese tempo per entrarci dentro, allorchè il popolo era in chiesa alla messa: circuita la parrocchia dai suoi sgherri, egli inosservato quatto quatto salì la scala che metteva al pulpito e quivi rannicchiandosi rimase senza farsi vedere, finchè il Pievano finita la messa si volta al popolo che benedicendo accommiata con le parole: ite missa est. Allora egli sbalza su ritto come un di quei diavoli di saltaleone scappano fuori dalle scatole di finto tabacco, e voltosi al popolo favellò:
- Neh! dilettissimi, neh fratelli, avete a sapere, che io sono venuto a farvi la predica.
E siccome i Côrsi scandalizzati da tanta profanazione mostravano volere uscire con segni manifesti di orrore, egli continuò.
- Sicuro! bella come il Pievano io non ve la posso dire, ma siccome mi preme che la sentiate in fondo, così vi avverto, che quale si attenti uscire sarà ricacciato in chiesa a calci di fucile, sicchè disponetevi ad ascoltarmi con benevolo orecchio.» E questo a fè di Dio mi sembra un bellissimo esordio a cui i maestri di rettorica non hanno pensato dalle mille miglia. Sputò e ripigliò a ragionare. - Ora dunque voi avete a sapere, che ieri notte dormendo sul manco lato io mi sono fatto un sogno: mi pareva vedere la testa di Moro, che è la vostra impresa, con una bellissima corona reale in capo e la benda cavata dagli occhi, la quale prima mi rise mostrandomi da coteste sue labbra grosse due fila di denti, che sembravano fagioli bianchi e poi disse: «maresciallo, buona sera; tu vedi che io porto corona reale e fui sempre arme di regno, figurati se mi adattava di cuore a servire d'impresa ad un villano nato e sputato com'era quel coso di Pasquale Paoli! però della mia reverente fedeltà pel Cristianissimo tu non hai a dubitare, questa benda che i Côrsi mi avevano messo su gli occhi io me la sono levata per vedere i fatti così come vanno in servizio di S. M.; avendo pertanto esaminato con diligenza le faccende ho conosciuto, che nella pieve di Talcini, e precisamente nel paese di Castirla, ci vivano mucchi di briganti, che bisognerebbe ardere di un bel fuoco di pruni secchi, fa presto a visitarla che ci troverai armi, munizioni ed altri testimoni dell'odio implacabile che cotesti ribaldi portano al prediletto loro padrone e signore: Io; che credo ai sogni, ho dato retta alla testa di Moro, ed eccomi tra voi.»
A queste parole quella povera gente sbigottita, consapevole come fosse stato dichiarato il possessore dell'armi reo di morte, con voci rotte si mise a gridare:
- Signore maresciallo, credete per la Immacolata Santissima, che vi hanno ingannato, la è pretta calunnia messa fuori dai nostri nemici che ci vogliono condurre al macello: vi pigli carità di noi; noi non abbiamo fatto male a nessuno e fin qui fummo fedeli e vi promettiamo conservarci per lo avvenire obbedientissimi sudditi del nostro reale signore e padrone, come dite voi.
- Zitti! riprese il Sionville, zitti! non urlate tutti assieme, che non siete mica colpevoli... taluni non accuso, ma altri stanno lì lì per ribellarsi, e ne sono sicuro; i primi facciano una cosa, si separino dagli altri raccogliendosi qui sotto il pulpito, e così sceverata la zizzania dal buon grano, vi lascio in pace...
- Nessuno signor maresciallo, qui nessuno è reo, tornò a gridare con una sola voce il popolo presagio di guai.
- Olà, zitti! voi mi avete fradicio. A questa toppa io proverò un'altra chiave. A voi, signor podestà, sbugiardate questi saracini, e ditemi su, quali sono le persone, che qui in Castirla congiurano contro la legittima autorità del re nostro sovrano, e la quiete della isola.
- Io conosco il popolo di questo paese, rispose il podestà alquanto turbato, fedele e devoto; se avessi avuto odore, che ci si nascondessero armi, io mi sarei già dato premura di scoprirle e vi avrei tolto il disturbo di salire fin qua. Vivete tranquillo, signor maresciallo, io vi assicuro, che potete proprio contare sopra i sentimenti di fedeltà di questo popolo.
- O sentiamo via, signor dottore, e come hanno ad essere secondo voi i sentimenti di fedeltà al sovrano?
- Parmi agevole dirlo: il dovere del suddito sta nell'obbedire con anima volonterosa alle leggi, e amare e venerare il principe...
- Così asciutto asciutto senz'altra giunta?
- Che abbia a fare di più io non saprei, se vostra eccellenza non me lo insegna.
- Sicuro, che ve lo insegnerò io, pezzo di somaro. Si ama il proprio sovrano davvero quando ci mostriamo disposti a fare per lui quanto gli può riuscire di servizio, invigilando i suoi nemici, spiandoli, rivelando ai magistrati le trame, le insidie e le intenzioni loro, non portando rispetto ad amici, a conterranei, a parenti, anzi nè anco a mariti, a genitori, a figliuoli, ributtarli di casa, non visitarli, non nudrirli, unirsi al reggimento provinciale207 côrso per isterminarli; ed anche non basta: bisogna ingegnarci a scoprire e denunciare al Governo le persone con le quali i sospetti mantengono usanza, quello che in generale si pensa, in quali luoghi, in quali case sogliono adunarsi e quando, e in quanti, se hanno armi, e dove le appiattino; se riesce, le portino via essi, se no vengano a farne il rapporto. Ricordinsi i buoni sudditi, che qualunque impegno di onore viene meno all'onore di servire il proprio sovrano, i beneficî non tengono, nè promesse, nè speranze, perchè veruno può beneficare più di lui, vincolo alcuno di tanto può reggere ch'egli non valga a sciogliere; desiderio che persona possieda più facoltà di lui di soddisfare. Questi obblighi crescono pei magistrati, ed anco per loro aumentano via via, che occupano ufficio più sublime.
«Ai parrochi in particolare, e ai confessori in generale corre dovere di provocare le confessioni piene e circostanziate, e rivelarle, che non ci ha segreto che tenga, quando si tratta d'impedire che i malvagi arrechino danno a colui che dopo Dio, e come Dio, merita il profondo omaggio della reverenza vostra. Di fatti, credete voi, parrochi e confessori, di essere istituiti nell'interesse di Dio? Ma' mai lo credeste, vi fareste canzonare, imperciocchè egli non abbia punto bisogno di voi, l'occhio di Dio ti è sopra anche nella tenebra e vede di notte più dei gatti; il suo orecchio ti sta sul cuore e sente venir su i pensieri appena nati, anzi anco prima che nascano, ergo Dio non ha bisogno di voi; i vostri occhi e i vostri orecchi o non sono buoni a nulla, o sono buoni in quanto gli mettete al servizio del re, ed ecco per qual modo un buon suddito senza taccia di temerarietà può sostenere di nutrire sentimenti di fedeltà verso il proprio sovrano.
Il parroco, offeso nella sua religione e nella sua onestà da cotesti scempi discorsi, esclamò dall'altare:
- Signor maresciallo, voi operereste assai meglio dando voi stesso lo esempio del timore di Dio, levandovi da un luogo che non vi spetta, e cessando discorsi pieni di scandalo.
- Come pieni di scandalo? Oh! non lo ha detto San Paolo, che le podestà furono messe da Dio, e che va dannato chi le disobbedisce? Dunque, che vi ribolle? Lo so io da che nasce questo, egli è perchè voi siete Paolista, nemico del buon governo, dell'ordine, anche voi perturbatore della dignitosa tranquillità dei popoli, un commettimale, uno avversario della concordia; insomma un repubblicano, un parricida, e vi mettete in quattro per ricoprire le colpe di questi vostri briganti.
- Io sono sacerdote e voi soldato, però non potendo, nè dovendo vendicarmi, badate, i vostri oltraggi fanno come le processioni; io vi attesto pel sangue di Gesù Cristo redentore, che tutti questi miei parrocchiani sono innocenti della colpa di cui gli accusate.
- Ohibò! Non istà bene a un prete dire bugiarderie: e ve lo provo...
- Siamo innocenti! urlava il popolo, siamo innocenti!
Intanto il Sionville aveva staccato il Cristo dalle staffe dentro le quali lo collocano a manca del pulpito, e recatoselo208 accanto all'orecchio diceva:
- Vien qua, dolce Gesù Cristo, signor mio, e bisbigliami dentro l'orecchio il nome dei traditori del re di questa terra, mostrando così che fra me e te siamo pane e cacio assai più che questi rinnegati non credono.
Ormai quello che non aveva avuto la virtù di operare la propria salute operava l'amore della religione: la rabbia vinceva la paura, e già usciva dai petti anelanti la voce cupa e minacciosa furiera delle procelle umane: ogni uomo aveva adocchiato o candegliere, o scranna, o arnese altro qualunque, che il furore converte in arme, quando il Pievano, persona prudente, considerando che il nefandissimo atto non avrebbe menato a danno di persona, come colui ch'era consapevole non trovarsi armi nel paese, supplicò a mani giunte il popolo a quietarsi tanto, ch'egli avesse potuto parlare, la quale cosa avendo a stento ottenuta, egli disse:
- Or via, finitela, e diteci quali voi accusate colpevoli.
- Eccomi subito, e raccostato il Cristo all'orecchio disse: i rei che mi sono stati rivelati, quei che tengono armi nascoste nelle loro case sono: Filandro Vinciguerra ed Imperio Castineta ambedue di questo paese.
- E qui presenti, soggiunse il Pievano additandoli e disposti, io penso, a somministrarvi tutte le giustificazioni che stimerete più convenevoli.
- Sì, signore, risposero ad un tempo cotesti due onesti cittadini, la nostra coscienza non ci rimprovera delitti di veruna specie e sopra il santo evangelo possiamo giurare...
- È fiato perso, perchè per non farmi credere una cosa basta giurarmela; se sarete innocenti lo vedremo tra pochi minuti, e così dicendo scese dal pulpito. Venuto in chiesa egli barattò non so quali parole col podestà, spinse il Pievano in sagrestia e ce lo chiuse dentro: guai a lui se si attentasse uscire, lo avrebbe fatto portare a Corte legato come un Cristo, ci pensasse, poi aperte le porte della chiesa andò difilato alle case Imperio e Filandro; le scombussò, mise sossopra, fece il diavolo e peggio, e non trovava nulla; si mordeva allora lo sciagurato le labbra per la rabbia, davasi dei pugni nella fronte, un po' pregava Dio, un po' lo bestemmiava: mentre la sua smania cresceva al punto da rompere in convulsioni, ecco accostarsegli un uomo, che a guisa di bracco gli strisciò da lato e fuggì via: di un tratto si placò il furore del Sionville; che trapassando a gioia smoderata, si mise a sghignazzare, spiccò salti, battè forte le mani gridando:
- Le ho trovate! le ho trovate!
E seguito da tutti corse a certa stalla, che appartata dalla casa del Castineta e del Vinciguerra, possedevano in comune fra loro; quivi dopo poco rivoltare di paglia rinvennero tre o quattro schioppi rugginosi e in malo arnese, che non avrieno preso fuoco nè manco a metterli in forno. Il Sionville con fronte di bronzo, fingendo una grossissima collera, riprese a tempestare peggio di prima.
- Briganti! Traditori! Mi aveva detto il giusto Gesù Cristo neh? Quando s'incomoda egli dal paradiso a fare la spia, credete che ci si metta per canzonare un pari mio? Incatenateli, a Corte, alla forca, marche!
Gli urli, i pianti, le disperazioni, ed anco le minacce potevano sul Sionville quanto il suono del mandolino sopra un lupo affamato: quei miseri furono carichi di catene e circuiti dagli sgherri, che a furia di armi contenevano appena il popolo, erano tratti a Corte.
Partirono, e forse un miglio era il paese rimasto loro dietro le spalle, quando un ufficiale di età assai provetta mise il suo cavallo accanto a quello del Sionville, che cavalcava cantando in quilio certa sua canzone da taverna, e così gli disse:
- Maresciallo, già siamo d'accordo, che non eseguirete mica sul serio la pena di morte sopra cotesti due poveri grami.
- Non siamo d'accordo per niente, io gl'impiccherò bene e meglio appena arrivati a Corte.
La fama, come suole, precorittrice delle tristi novelle (quella delle buone arriva sempre zoppicando) empì Corte del fatto del Sionville, onde gli animi se ne sgomentavano, e un pezzo stettero in dubbio di andare a vedere se fra i tratti a vituperio al supplizio vi fosse alcuno dei loro cari; alfine vinse la pietà, e s'incamminarono a incontrarli; prima di tutti fu vista Francesca Domenica, la quale allo accostarsi del carro sentì sfinirsi dentro e le convenne con ambedue le mani coprirsi gli occhi, ripreso cuore, separò un pocolino un dito dall'altro e per quel filo di luce agguardando le parve non distinguere il contorno della sembianza del suo povero figliuolo; allora risoluta buttò giù le mani, e vide che tra gli incatenati sul carro non era il suo figliuolo: pensando alla disperazione che l'avrebbe invasa se le compariva davanti la cara faccia, se ne tornava quasi lieta, quantunque altri affanni non meno strazianti l'aspettassero a casa.
Chè quivi da parecchi giorni giaceva inferma Serena. Vi ricordate la giovane baliosa, la quale si mesceva tra i combattenti e si cimentava alle prove più perigliose? Ohimè, adesso quanto apparisce mutata da quella! Il suo cuore come arco troppo duramente teso si ruppe. Noi andiamo soggetti a due maniere di malattie, la prima maniera esterna nabissa il corpo, onde l'anima è costretta a uscirne come l'inquilino dalla casa aperta alle intemperie delle stagioni; la seconda muove dall'anima, la quale a guisa di pugnale troppo affilato, taglia il fodero; quelle sovente guariscono, queste non mai. Troppo cumolo di affetti si era precipitato su di lei: la strage paterna, l'atroce vendetta che ne seguitò, l'amore per Altobello, la sua prigionia, il caso di Mariano, il quale tanto non si potè celare, che qualche odore non ne arrivasse anco a lei, le acute trepidazioni per la vita che si era condotta a menare l'uomo da lei scelto a sposo, le vicende infortunate della guerra, la fuga del Paoli da lei riverito come secondo padre, i mali presenti, il presagio dei futuri, tutte queste passioni a troppo largo palpito avevano dilatato quel povero cuore, perch'egli avesse potuto durare senza sfiancarsi. Da prima l'assalse una quiete stanca, una mestizia assidua che la chiamavano al pianto; ora le pareva mancarle sotto i piedi la terra ed ora un ronzìo molesto le zufolava dentro le orecchie; di un tratto vide più soli, o il sole spezzarsi in milioni di faville che le ferivano gli occhi; un po' più tardi ad ogni subitaneo rumore, o di porta che sbatacchiasse, o di masserizia che cadesse, ella rabbrividiva battendo a verga tutte le fibre da capo a' piedi; le lacrime che avevano preso a versarsi non piante dagli occhi suoi, e anche gli sguardi si succedevano uno più lungamente lucido dell'altro a mo' di lampada presso a morire; la vita le fuggiva per tutti i sensi incessante, minuta come l'arena d'orologio a polvere: la voce sonava a mo' di strumento scordato, e il riso appariva su le sue labbra simile alla viola tra i fiori. Durante questo periodo della sua infermità, per attutire alquanto l'arsura che le avvampava le viscere, ella prese a vagare per la campagna209 ma i suoi piedi si voltavano sempre al camposanto dove al fianco; del padre assassinato dormiva l'omicida; qui stava ore e ore, e per tempo lunghissimo nel medesimo atteggiamento, sicchè di leggieri chi passava poteva supporla una statua sepolcrale; sopra tutto le piaceva considerare le spoglie della natura, che il verno soprastante le rapiva pari al conquistatore entrato in paese nemico, e sembrava consolarsene; un giorno la fermò una foglia la quale sola sul tronco si dibatteva al soffio gelato di novembre; dopo averla fissata un pezzo la staccò, e pian piano la depose su la terra dicendo:
- Abbi pace anco tu in compagnia delle tue sorelle già secche; che giova contrastare al destino? Per le foglie e per gli uomini cascati non si rinnova la primavera.
E sempre e più sempre crescendo in lei il talento delle cose lugubri, incominciò visitare gl'infermi e ad assisterli, senonchè migliorando essi cessava ella di andarli a trovare, tuttavia sovvenendoli con robe o con denari; se si aggravavano non gli lasciava più giorno nè notte; spiava i moti dell'agonia, le guise di esalare l'anima, e se la morte fosse scienza da impararsi, certo ella non ebbe scolare più diligente di Serena alle sue fiere lezioni. Quando il morto si trovava in là con gli anni, ella nel chiudergli le palpebre diceva:
- Beato te! di cui gli affanni sono finiti.
E se per lo contrario giovane, rendendogli il medesimo ufficio con pari affetto, esclamava:
- Beato te: di cui i dolori non incominciarono mai.
Quantunque il vento della fortuna avesse portato via parecchi amici della famiglia Alando, pure la reverenza vetusta e lo amore indomabile gliene aveva conservato qualcheduno; tra questi un vecchio dabbene, medico del luogo, il quale aveva veduta nascere Serena, e non sapeva darsi pace di averle a sopravvivere. Egli la visitava mattina e sera e le ordinava posasse l'animo, non si tribolasse con pensieri funesti; dopo il tempo cattivo venire il buono; Dio misericordioso avrebbe sentito pietà di tutti, massime di lei innocente come Gesù, pura quanto la Vergine Maria; con altre più cose che le anime afflitte non possono fare e che durando sono capaci a trapanare il granito nonchè il cuore umano; e poi la dieta di latte e i sughi di lichene e le altre cose che le si possono fare e si fanno, ma non giovano a nulla. Nè egli punto s'illudeva considerando alla inferma gli occhi diventare ogni giorno più acutamente fulgidi, quasi la Provvidenza li disponesse alla dignità delle visioni spirituali, e sul sommo delle guance infoscarsi il colore vermiglio, ultimo addio dell'astro della vita che tramonta; per la quale cosa ogni volta che Francesca Domenica l'accompagnava all'uscio interrogando come l'andrebbe a finire, e se ci fosse punto di speranza, egli sempre rispondeva:
- Mia signora, i rimedii per coteste infermità gli speziali non tengono nei barattoli, bensì Dio nei tesori della sua misericordia; la gliela raccomandi a Dio nelle sue orazioni, signora Francesca Domenica, chè quella povera tinta in coscienza lo merita.
- Oh! davvero; ella è una santa; e par che il cielo la richiami a casa; ed anco voi, signor dottore, pregate per la mia cara figliuola...
- Si figuri! Ma le orazioni di un vecchio peccatore, come sono io, credo che poco possano giovare ad un'anima benedetta come la sua: ad ogni modo non mancherò, signora Francesca Domenica, non mancherò...
Francesca Domenica per non destare sospetti nell'animo di Serena, tornando a casa ebbe la precauzione di salire le scale, senza scarpe, ma le tornò inutile, imperciocchè appena questa la vide le disse:
- Mamma, a questa ora dove siete stata?
- Io?... Io?...
- Ho sentito il rumore dei vostri passi fin giù su la strada... Perchè volete negarlo? Voi fate male, mamma, a non dirmi la verità...
- Io non ho negato, Serena, nè sono usa a mentire; vi dirò, ma non vi turbate; era andata a vedere se caso mai fosse venuto Altobello, ovvero persona che me ne portasse le nuove...
- Se lo confidavate a me non avreste sciupato i passi, perchè ho saputo qui che non è anche giunto, ma non tarderà ad arrivare.
- E chi può averlo detto, figliuola mia?
- Chi me lo ha detto? Veramente tale, che lo può sapere: dopo che siete uscita voi, una voce mi ha chiamato: Serena! Serena! - Io stava in forse di rispondere perchè non riconosceva la voce, e mi sembrava non averla mai udita, ma la voce replicò da capo: Serena! Serena! Allora mi sono fatta cuore, ed ho risposto: Chi è che mi chiama dalla parte di Dio? Sono io, mi ha risposto la voce, sono il tuo babbo, che vengo ad annunziarti, che ti aspetto in luogo di salute, ma prima di morire rivedrai il tuo sposo Altobello. Dopo ciò non ho sentito più voce, bensì le ha tenuto dietro lo scuccolo con istridi così assordanti, che mi pareva proprio la nottola si fosse posata sul davanzale della finestra.
Francesca Domenica tacque e pensò tremando al presagio di prossima morte, che i Côrsi reputano infallibile quando la voce dei defunti chiama gl'infermi, o piuttosto quando sembra a questi esserne chiamati; nè meno atterrì lo scuccolo, sfida di vendette che non avea cessato mai di perseguitarla, e da un pezzo in qua si faceva sentire più frequente di prima: certo le sembrava respirare un'aria pregna di sciagura.
Adesso parliamo di Altobello: talvolta unito, talvolta210 separato dal piovano di Guagno aveva scorso in tutte le parti dell'isola rendendo a misura di carbone il male che i Francesi commettevano; senza dubbio il disegno loro non era andato del tutto fallito, imperciocchè, come avvertimmo, sebbene le persecuzioni durassero ardenti, tuttavia nella mente dei più speculativi era caduto il pensiero correre stagione che cotesto rigore cessasse o almeno si temperasse e si provvedesse alla pace con più miti consigli. Ho detto che le persecuzioni duravano ardenti come prima, ma in verità infierivano maggiori, e ciò perchè ogni moto in fondo è più veloce, e innanzi di comparire mansueti, i Francesi studiavano opprimere pienamente i banditi, sia per non mostrare di farlo per paura, sia per impedire che cotesto tizzo lasciato acceso non rinfocolasse.
Cacciati di pieve in pieve i banditi si erano ridotti nei monti della Bavella e di Cagna, e per le boscaglie dell'Aitone e del Coscione traendo giorni pieni di patimenti e di pericoli: difficile, per non dire impossibile, diventato lo scendere ai paesi per procurarsi tanto che gli sostenesse in vita; e dopo essere calati, più di una volta ebbero a tornarsene con li zaini vuoti, perchè i paesani non possedessero bene di Dio da spartire con loro o perchè la paura delle asprissime pene minacciate li trattenesse da soccorrerli. Raccolsero quanto poterono castagne, cibarono corbezzole; che più? Non abborrirono dalle stesse ghiande; ma omai questo misero frutto mancava; arrivava il dicembre e il verno si metteva rigido oltre l'usato. Da qualche giorno tacevano, timorosi di accrescersi il peso dei mali partecipandoseli; da parecchio tempo stentavano, ora poi pativano di ogni necessità, trenta ore non avevano gustato cibo, e già in alcuno cominciava a farsi sentire la stiracchiatura convulsa allo stomaco preludio degli spasimi della fame, allorchè all'improvviso un mufflo, assicurato senza dubbio dal silenzio e dalla immobilità loro si avanzò in mezzo ad essi: parve lo mandasse Dio; Altobello, Ferrante e gli altri giovani che avevano stretto fra loro sviscerata amistanza, come più destri degli altri, inarcato lo schioppo sgrillettarono e a veruno fece fuoco; essi tutti o la più parte di loro avevano viaggiato in Italia, militato ai soldi di Principi grandi, avevano ingegno ed anco coltura non ordinaria, e pure si sentirono scorrere il gelo per le ossa a causa della superstizione côrsa, che crede i morti impedire lo sparo dei moschetti perchè il rumore gli sperderebbe, nè indi a dieci anni potrebbero più riunirsi; e tutti in un moto fecero il segno della croce sul guardamacchie, rimedio indicato come solo efficace a rompere lo incanto e ripetere il colpo, ma il mufflo non si rimase ad aspettare i loro agi, che scappò via pari a saetta volante.
Allora Nasone di tutta foga dietro, e così uno fuggendo l'altro perseguitando, arrivarono sopra il ciglione di un dirupo che al solo vederlo metteva i brividi addosso. Il mufflo presentendo forse il pericolo si fermò di botto puntando le zampe davanti e volgendo in un attimo il capo a destra e a manca quasi a speculare se avanzasse altra via di salute; parve che non la trovasse, e il cane intanto si accostava arrangolato; il mufflo ridotto agli estremi senza più esitare si precipitò giù col capo in avanti dalla balza; poco dopo sopraggiunse il cane, il quale o non avvertisse il pericolo, o avvertito lo disprezzasse, anch'egli si cacciava nel precipizio in un fascio col mufflo: ma con sorte diversa, però che il mufflo difeso dalle corna, se le ruppe entrambe e accosto alla radice e giacque alquanto tramortito, ma poi si rialzò e riprese la fuga come una cosa balorda, ma Nasone non si rilevò più; le sue ossa rotte in parte gli uscivano fuori della pelle, dalla testa fessa ciondolava il cervello, i denti schizzati dalle mandibole gli stavano sparsi d'intorno come le armi al guerriero caduto in battaglia. Altobello non potè dargli sepoltura; ed egli che ormai non aveva più lacrima pei patimenti dei proprii simili nè per i suoi torse gli occhi dal miserando spettacolo e pianse come un bambino.
Il piovano di Guanco sul ciglione della rupe preconizzò la povera bestia con queste parole:
- Noi siamo fatti simili a quelli che sgombrano la casa vecchia per tornare nella nuova; essi levano a mano a mano le masserizie dalla prima e quando l'hanno vuota, lasciano la chiave nell'uscio e si recano ad abitare nella seconda; non passa giorno che noi non depositiamo qualche affetto nella tomba: oggi toccava a te, Nasone, esempio di fedeltà, da far vergogna a molti uomini; poco più a noi rimane di qua di questa vita, Nasone, tu non ci aspetterai molto in seno della terra.... e forse... chi sa! anco nella vita eterna.
E dall'alto lo benedisse, memore che tutti siamo creature di Dio e Dio stesso versa senza distinguere la sua benedizione sul creato.
Ciò fatto il Pievano appoggiò alquanto il mento sopra la bocca dello schioppo come persona oppressa da pensiero molesto e che fra sè tenzona se debba o no manifestarlo, vinse il partito del sì, dacchè egli con piccola voce riprese:
- L'addio è sempre una parola che viene proferita col cuore chiuso anco tra la gente felice, la quale spera rivedersi presto.
Si abbracciarono e baciarono; poi si partirono facendo strada da più lati, senza parole, senza lacrime; il cuore stretto non dava adito nè anco a un sospiro; parecchi affrettarono il passo, altri lo rallentarono, taluno si coperse con le mani la faccia ed ebbe il refrigerio del pianto; ve ne furono di quelli, che mossi da un medesimo spirito voltarono nello stesso punto il viso e si videro e corsero a braccia aperte a rinnovare gli amplessi con quello intenso abbandono, con la infinita svisceratezza che due cose sole al mondo danno, l'altissimo amore e l'altissima sventura.
Altobello fu, senza che gl'invitasse, seguitato da Ferrante Canale, da Romano Colle, da Ugo della Croce e da Rutilio Serpentini; e poichè ebbero scorso insieme buon tratto di cammino, si volse loro e gl'interrogò:
- Non vi parrebbe bene separarci anco noi?
- No, rispose Ferrante dalle rade parole, se in molti riesce difficile vivere, l'uomo solo dall'altra parte male si può aiutare.
Allora Altobello da capo: - o dove andiamo noi?
E Ferrante di rimando: - Tutta la Corsica è patria, ma in Corte nacqui e fui battezzato; ci serva di bussola il luogo del nostro nascimento: quando anco non ci fruttasse altro che deporre le nostre ossa nella terra dove dormono quelle dei nostri padri, ci condurrà sempre bene.
- Tu di' santamente; le tue parole, Ferrante, sono rare ma preziose come le perle; e poi io per me credo, che su le montagne prossime a Corte noi ci batteremo con meno pericolo che altrove, però che i nostri persecutori non si potranno mai immaginare che abbiano posto stanza tanto vicini quelli ch'eglino stimano ormai disperati vagare per l'estremità della isola.
Arrivarono a piè dei colli di Corte attriti dal digiuno e dalla fatica; i piedi avevano sanguinosi; privi da molto tempo di scarpe si erano composti certa foggia di sandali con la scorza degli alberi; ma questa non bastando sola perchè feriva le carni, se gli erano fasciati con bende, le quali avendo dovuto strappare dalle vesti; ora così mezzo ignudi intirizzivano dal freddo: nella buona stagione non pensarono al verno o se ci pensarono ebbero speranza che Dio provvederebbe; ma non provvide, e gli uomini?
Taluno per le terre dove passavano vedendo comparire codesti strani aspetti credè che fossero anime dannate, e fuggì via riparando senza sangue addosso a battersi il petto ai piedi del Crocifisso; altri si accorse ottimamente di quello che gli era, ma per paura più vile gli evitò; l'abbietto interesse aveva di già insegnato ai Côrsi la lezione: che dove non si guadagna, la perdita è sicura; e lì con loro ci era da perdere moltissimo e in doppia guisa; però sarebbe ingiustizia tacere come parecchi li confortarono con parole e sovvennero co' fatti, massime fanciulli e donne, i primi perchè il tempo non gli aveva anco spruzzati con la tristezza degli anni, le seconde perchè su loro si posano meno così i forti come i tristi proponimenti; una cosa, dicono compensa l'altra; per me stimo che l'utile superi due cotanti il danno.
Da prima passarono per le terre lavorate, pei vigneti e pei chiusi degli ulivi; si lasciarono addietro castagneti e macchie di cornioli e di corbezzoli; nè anco lì si fermarono; continuando a salire traversano foreste di larici di faggi e di abeti; ma la lena a taluno di loro vien meno e avvilito domanda;
- Dove ci mena Altobello? Quando ci fermeremo?
- Avanti, avanti, rispose Alando, chè ci bisogna ire dove non è chiamato l'uomo a lavorare, a raccogliere o ad uccidere, Noi abbiamo adesso due soli protettori, il deserto e la morte.
Eccoli giunti dove massi enormi appaiono ammonticchiati alla rinfusa o sparsi pei fianchi del monte in tutti i sensi, parte su ritti, parte a giacere, screpolati o interi; pareva il campo di battaglia dove211 rimasero fulminati i Titani figliuoli della terra.
- Più su ancora, più su, gridava a tutti avanti Altobello212; le vette dei monti ci allontanano dai travagli degli uomini e ci avvicinano alle consolazioni del cielo.
Oramai erano in parte, dove chi va senz'ale più in alto non può arrivare: appena ci ebbero fermo il passo, un nugolo di falchi schiamazzando fuggì via spaventato: indi a breve si mise a girare con le sue larghe ruote intorno alla pendice; qualcheduno ancora si provò calare al vecchio nido, ma fu cacciato via con le grida e co' sassi; non per questo e' rimase, chè trovarsi così sfrattato dalle antiche dimore sembrava gli avesse a parere gran cosa. Certo, torto egli non aveva, perchè l'uomo, se felice, pigli le terre feconde dei tesori della natura, e se infelice, occupi i deserti e le rupi. Dove mai adunque avranno di ora in poi a vivere le altre creature di Dio?
Là su213 quel vertice, benchè il fiato gli uscisse affannoso dal petto e le tempie e i polsi gli battessero terribilmente, Altobello volse gli occhi dintorno per contemplare lo spettacolo che gli si parava davanti. Davvero desolazione maggiore egli non aveva visto mai; coteste vette ignude erano fatte a strappi, cosicchè meno acuti e taglienti appaiono214 i vetri rotti215 su recinti degli orti per allontanarne lo scarpatore; si conosceva espresso come la natura spasimante pel fuoco interno che la bruciava cacciasse le mani nelle proprie viscere e a brandelli le lacerasse per fare strada al vulcano; qua e là cespi di pruni e tignamiche e arbusti altri cotali che crescono in luoghi sterili, arruffati a mo' di chiome della disperazione; e quei fessi tutti erano vocali, sicchè il vento che perpetuo soffiava costà, rotto in mille punte zufolava in suoni molteplici e fastidiosi sinistramente, quasi che tutte le anime degli ammazzati a ghiado nella Corsica si fossero date la posta su cotesti scogli per querelarsi della mala morte. Da occulte scaturigini usciva e si sparpagliava in cascatelle moltitudine di acque, le quali precipitando giù si rammaricavano da prima come chi piagne basso, ma poi stringendo in meno rivi il volume diverso ed anche aggiungendone altro da sorgenti nuove, si aumentava lo strepito, sicchè pareva che il luogo echeggiasse di singhiozzi; per ultimo le acque ristrette in un fascio si avventavano giù nello abisso a mo' di chi prorompa in pianto irrefrenato. Su l'orlo della voragine l'acqua si rompeva, schizzava, rimbalzava e ora ravvolgendosi in sè stessa o ribolliva o mandava all'aria sonagli, e ora andava sbrizzata in minutissimi spruzzi, vera polvere di acqua; lì i fianchi della montagna tremavano; la Ninfa del luogo pareva essere Scilla dalla cintura dei cani, perchè un continuo latrato intronava le orecchie; gli scogli, quasi mostri animati, si minacciavano con gli urli pure aspettando il destro di potersi avventare l'uno contro l'altro e sbranarsi; in capo al giorno un raggio di sole si arrischiava di penetrare fin là dentro, e allora per un momento cotesta polvere, cotesti sonagli e coteste bolle si tingevano in colori dell'iride; ma indi a breve la paura tornava a impadronirsi del luogo, anzi pel contrasto vi dominava più terribile. Così l'angiolo del perdono si accosta fino alle porte dello inferno, pure tentando riscattare qualche anima; e quando privo di speranza ne torce l'ale, i dannati al pianto eterno sentono i loro tormenti oltre misura inaspriti dalla visione celeste. - Più lontano, nella pianura dove o entrano in qualche lago o si affrettano al mare, le acque si mostrano placide, simili al cuore dell'uomo, che logorato dalle passioni, quieta a misura che si accosta alla suprema quiete del sepolcro; egli dura in vita, ma la mano della morte si è stesa sopra di lui.
- Ecco il nostro regno, esclamò Altobello dopo avere lungamente specolato dintorno: peccato! che non ci si presenta un po' di tetto per mettere a riparo la nostra testa.
- Questo è ciò che vedremo; prima di biasimare, assicuriamoci se merita spregio.
E i banditi si misero alla cerca, nè si dilungarono troppo ch'ebbero trovato grotte e caverne capaci di uno, di più ed anco di moltissimi uomini, dove pararonsi loro dinanzi lembi di veste fradici, armi di tempi andati, alabarde o corsesche arrugginite ed ossa umane; miserabili testimonianze che cotesta terra era antica alla sventura; ma in coscienza qual terra può vantarsi nuova ai carnefici ed alle vittime? ogni secolo sperò, e spera vedere mutato il fiero ordine delle cose invano; il demonio vie vie si aggroviglia altro pennecchio alla vita e dura a filare la corda per la tortura della umanità: dicono che Noè maladicesse il solo Cam: io avrei gusto davvero che qualcheduno mi mostrasse in che cosa approdava la sua benedizione a Sem e ad Jafet.
Tutte coteste grotte funestate a quel modo non garbarono: e statuirono le avrebbero adoperate solo allorquando non trovassero meglio, ad uno di loro cadde in testa che tutto cotesto stormo di falchi doveva pure avere fatto costà i nidi, i quali non apparivano, e ci era da giocare che scoperta la caverna, l'avrebbero provata migliore di ogni altra; allora mettendoci un po' di attenzione, sentirono stridere dietro uno smisurato cespo di marruche che remosse lasciarono l'adito a capacissima grotta; e quivi dentro216 apparvero parecchi nidi di falchi di ogni maniera dallo implume uscito dall'uovo pure ieri, fino al piumato in procinto di affidare le penne al volo; questo apportò loro non mediocre conforto nella inopia in cui si versavano di cibo, e Ferrante osservò:
- Dio manda le quaglie ad Isdraelle nel deserto.
Sicchè egli e i compagni messo in un attimo mano ai coltelli si dettero a menare strage di cotesti uccelli i quali, almeno i più adulti, non si adattarono a lasciarsi sgozzare senza difesa, onde gli uccisori ne rilevarono parecchi graffi di artigli e di becco. Finchè durò la guerra, Altobello come gli altri si arrovellò nell'uccidere; compita la carnificina si battè della mano la fronte ed esclamò:
- Anco questo è presagio peggiore di tutti; abbiamo sparso il sangue della creatura invano: noi non ciberemo queste carni, perchè il fuoco col quale le avremmo a cocere ci scoprirebbe col fumo il giorno, e col chiarore la notte. Ora qualunque causa muova l'uomo a far sangue, o fame, o pena, o guerra, quando la necessità cessa il peccato incomincia; gittiamo lontano dai nostri occhi questi accusatori della nostra insania e della nostra ferocia.
Ed egli primo tolse una manata di cotesti uccelli e gli scaraventò fuori della grotta; imitaronlo gli altri, e giù per le roccie della rupe cadde una pioggia di falchetti sgozzati: maraviglia a vedersi, i padri le madri accorsero a tiro di ale per ripigliarsi le loro geniture e trasportarle in luogo men reo; ma conosciutele morte ruppero in istrida desolate, e andavano e venivano, si rimescolavano tra loro come chi percosso da immenso dolore non sa più quello che si faccia; di un tratto parecchi fra essi si dirizzarno alla grotta donde erano stati scacciati, e quivi librati su le piume stettero sul capo dei banditi, poi presero a scotere con inestimabile celerità le ale e prorompere in urli assordanti: certamente io penso che prima piovessero a modo loro la maledizione su gli scannatori, e poi gli sfidassero a battaglia; imperciocchè subito dopo rovinarono giù di piombo a ferirli. Non fu leggera fatica liberarsene, nè poterono venirne a capo, se, nonostante la repugnanza e il pericolo grande che correvano i banditi, non si adoperavano i moschetti.
Animosi erano tutti, e lo avevano provato e lo proveranno, e nondimeno i banditi, rosi dal tedio, sovente sorprendevano in se stessi con raccapriccio il tremito della paura. Questo avviene per ordinario quando il coraggio non rinfranca l'uomo come virtù dell'anima, bensì come forza di sangue, allora si vide chi affrontò il ferro e il fuoco su i campi di battaglia, gelare nelle ombre, abbrividire alla vista di un animale, e la storia ricorda Carlo V cui un topo bastava a mettere in convulsioni; io poi rammento eziandio di tale ai miei tempi, che per paura lontana di una specie di morte da lui abborrita, si uccise dolorosissimamente straziandosi le vene; per questo i banditi avvezzi a dare la morte e a patirla a cielo aperto e mercè di una palla piantata nelle regole nel cuore o nel cervello, si peritavano calare dalle pendici; e con mentite spoglie aggirarsi pei paesi in cerca di vettovaglia, ma necessità vince natura, e da prima ebbero la sorte di abbattersi in certi casolari pei castagneti che i montanari costumano abitare la estate per condursi coi greggi al piano durante l'inverno: povere robe, anzi poverissime trovarono là dentro, le quali a cagione della penuria che gli stringeva, parvero ad essi, e in vero furono, tesoro; però non durarono molto e alla perfine e' fu mestieri risolversi o morire di fame, o recarsi a procacciare i viveri nei paesi. Posto che qualcheduno di loro si avventurasse (postergato il pericolo quasi sicuro di cascare in mano agli stracorridori del provinciale côrso che indefessi frugavano in ogni cantuccio), senza danaro non avrebbero potuto provvedere i cibi; e possedendo danaro, se la prima volta riusciva passarla liscia, per la seconda non ci era a pensarci nemmeno, essendo cosa insolita nei paesi di Corsica, massime in quelli dentro terra comperare le derrate che ognuno raccatta sul suo, o serba in casa per sè e per la propria famiglia: onde non poteva fare a meno che dessero nell'occhio se ne contassero le novelle e mettesse loro sulla traccia i mastini del vincitore. Il Canale dopo averci su ruminato un pezzo, disse:
- Ci andrò io!
E Altobello allora punto rispose:
- Perchè non io?
- Perchè tu fosti in vista più di me. Io ci sono appena conosciuto, e poi bisogna che vada io a rompere il ghiaccio, poi andrai tu....
Ferrante a così parlare era mosso dalla paura che fosse accaduta qualche disgrazia ai parenti di Altobello, e che rovinandogli addosso improvvisa la nuova non fosse tratto dalla passione a precipitarsi.
- Ma dove vuoi andare? Qual'è il tuo disegno?
- Che ti preme saperlo? Tu non lo puoi aiutare: rispetto a consigli noi siamo a tale che tutti paiono buoni, tutti cattivi, e forse il più tristo può riuscire migliore. Lasciami andare; se non ci avessimo a rivedere, addio, ma non mi voglio intenerire... Solo mi di', Altobello, e voi compagni miei, parvi ch'io sia molto mutato da quello che fui?
- Ahimè! tutti siamo trasfigurati e come!
- Io non parlo di voi, parlo di me.
- Guarda noi, e fa il tuo conto per te.
- Allora questo è bene e male ad un tratto, ma al male ci ho trovato il suo rimedio e subito. Altobello, cavati dal collo quel crocifissino d'oro e prestamelo...
- Ah! ho indovinato... Ferrante!... ohimè! tu le dirai...
- Zitto! Io sento qui ottimamente nel cuore quello che ho da dire, e non vo' perdere tempo a sentirmelo ripetere peggio con gli orecchi. Se dopo due giorni non torno, ditemi un de profundis; però non vi affrettate troppo, ed anco se avessi a tardare, tu non disperarti.
Il giorno seguente un povero boscaiuolo fu visto entrare in Corte con un grosso fascio di legna verdi su le spalle sotto il quale ei vacillava; il suo sembiante non compariva, perchè parte glielo adombrava la frasca, e parte perchè procedeva curvo così, che ad ogni ora sembrava in procinto di cadere, nè veramente era finzione quella che faceva andare a quel modo Ferrante Canale, però che si sentisse rifinire di fatica e di fame: pure, come Dio volle, giunse al mercato dove lasciò andare giù il fascio asciugandosi con la manica del vestito il sudore che gli grondava dalla fronte, comecchè fossimo quasi a mezzo decembre, e lì rimase ad aspettare che qualcheduno andasse a comprarglielo. Ebbe ad aspettare un pezzo, dacchè fosse giunto verso il mezzodì, ora nella quale ogni buona massaia si è già provvista, nè mette più i piedi fuori di casa, in ispecie nella stagione invernale; pure venne alfine una fantesca, che viste le legna verdi levò le spalle e senza contrattarle se ne andò pei fatti suoi; e così due, e così tre.
Ferrante sentì cascarsi il cuore, pure volgendo attorno gli occhi vide più oltre la bottega di un fornaio, ond'egli abbrancato con forza convulsa il fascio della legna, lo gittò ai piedi del bottegaio; e gli disse con tal voce ch'era preghiera e poteva sembrare minaccia:
- Un tozzo di pane in baratto di questo fascio di legna... per carità.
- Che vuoi tu che mi faccia delle tue legna verdi? Mi guasterebbero il forno; e quanto al pane, la farina è cara; - e così dicendo si staccò dai panni la mano che Ferrante gli aveva posto addosso, e lo respinse da sè. Allora un baleno passò dinanzi agli occhi del reietto di cui la destra corse sotto le vesti, e senza sangue non finiva, se per somma ventura non entravano in quel punto due micheletti regi nella bottega, di cui la vista bastò a tenere in cervello Ferrante, che mordendosi le labbra fino a lacerarle, chiotto chiotto se ne uscì, e gli parve bazza.
Nello inverno presto arriva la sera, ma dal tocco alle ventiquattro tempo ci corre, ed egli poteva destare sospetto, molto più che i villani sbrigate le faccende ripigliano il cammino dei paesi: mentre ei sta perplesso sul partito da seguitare, vede una brigata di mendicanti avviarsi verso il convento dei Francescani posto in fondo al paese: gli parve ventura, e poichè le sue vesti stracciate gli servivano anco a questo uso, imbrancatosi con gli altri, arrivò al convento. Correva il dì che i frati dispensavano la minestra, e tu vedevi cento destre tese in garbi simili a quelli dei deputati dell'assemblea nazionale in Francia dipinti dal David nel famoso quadro francese del giuramento della palla a corda. Poichè ogni paltoniere aveva recato seco gli arnesi della sua professione, si misero all'opera. Ferrante, venuto senza, se ne stava lì come smemorato, non avendo motivo di fermarsi, ed a qual modo ritirarsi ei non sapeva; quando il frate laico levato in alto il ramaiuolo gridò:
- Porgi la scodella o te la rovescio sul capo.
- Io me la sono dimenticata.
- E tu allora rimarrai senza.
Un accattone, il quale strabuzzando gli occhi e piangendo dalla pena aveva ingoiato la minestra bollente, senza curare le scottature, borbottò a Ferrante:
- Se mi dai mezzo della tua parte ti presto la scodella.
- Magari! soggiunse Ferrante; ma il torzone sempre col ramaiolo all'aria esclamò:
- Non sia mai detto, che qui sulla porta del convento di San Francesco si abbia a commettere il brutto peccato dell'usura.
E ributtata la broda nella caldaia, sbatacchiò la porta in faccia agli accattoni, tirò strepitosamente il chiavaccio e non si fece più sentire. Ferrante tacque, solo levò gli occhi al cielo; io voglio credere che ei lo facesse per preghiera, però la lancia di Longino deve avere balenato a quel modo o poco meno sinistramente.
Costumavano, ed anco adesso non tutti, ma parecchi côrsi costumavano scendere dai paesi in città sopra certi somarelli grandi quanto i cani di San Bernardo, ai quali arrivati che sono, levano la cavezza e danno per profenda un calcio nella pancia: le grame bestiole si cacciano da per tutto per procurarsi un po' d'alimento; io ne ho visti ficcarsi fra le gambe dei soldati francesi mentre attendevano agli esercizi militari, e certa volta andando per visita da un personaggio dell'isola (già s'intende in giubba nera e in guanti paglierini), mi accadde incontrarne uno su per le scale del terzo piano. Ferrante, adocchiando uno di questi animali, gli si mise dietro nel pensiero che lo scorterebbe con più intelletto e certo poi con meno odio dell'uomo; quanto all'odio se indovinasse non so, ma quanto a giudizio prese errore, dacchè lo condusse in un campo di cavoli dove l'asino cominciò a menare scempio, il che vedendo l'ortolano proruppe fuori di casa con un cannocchio in pugno, tirando giù che pareva un maglio. Il somaro gustata la prima non aspettò la seconda; allora l'ortolano si spinse a Ferrante facendo le viste di rinnovargli la zolfa addosso, nè a questo bastava dire non appartenergli la bestia, nè affermarlo con giuramento, finchè inasprito, tratto fuori un coltello e sacramentando che gli avrebbe fesso il cuore se si attentava avvicinarsigli ancora di un passo, mise a partito il villano. La fortuna faceva addirittura al mal capitato giovane il viso dell'uomo di arme; ma egli tuttavia non si volle dare per perso: parendogli, non ostante la sua prudenza, anzi a cagione di questa, essere incappato in troppi casi per non dare nell'occhio, prese il partito di buttarsi in terra accovacciandosi dietro una massa di fieno.
Scese alla fine invocata la notte, ed egli cauto e guardingo si accostò alla casa di Alando; ben gl'incolse la sua previdenza, imperciocchè vide, dal canto dove si mise rannicchiato, un'ombra passare e ripassare dinanzi alla porta di cotesta casa, accostarsi il capo per origliare, poi venuto in mezzo della strada voltarsi in su per istudiare dai moti del lume, che cosa vi si facesse dentro, così non una, nè due, bensì parecchie volte. Egli era manifesto che stavano spiando la casa; Ferrante non ci trovava rimedio, e ormai si disponeva ad allontanarsi con ineffabile angoscia, quando codesta ombra strillò come la nottola e fuggì via. Ferrante comprese trattarsi di vendetta privata e gli parve faccenda da apprensionirsene assai più della vigilanza del governo; pure reputò per codesta notte la esplorazione non si sarebbe rinnovata, e questa si appose: ciò nonostante si rimase tuttavia in agguato e quando gli parve ogni cosa d'intorno sicura, egli incominciò a moversi stendendo e ritirando a vicenda le mani e i piedi, e strisciando col ventre sulla terra al modo stesso che la volpe mascagna si accosta al pollaio, intantochè la massaia fila cantando lì accosto e non se ne avvede. Rifinito di lena Ferrante arriva a piè dell'uscio della casa Alando e chiappa un ciottolo per bussarci dentro, ma non gli fu mestiere, che il cane di dentro, avvertito dall'odorato dello appressarsi dello sconosciuto, si avventa contro la porta col pelo irto su la schiena, abbaiando disperatamente; codesto fracasso tornava in più modo dannoso, sì perchè non dava adito a sentire il picchio, e più perchè poteva destare l'attenzione del vicinato; però Francesca Domenica come donna accorta, avvisando che qualche cosa covasse là sotto, aperse la finestra, e guardato in giù scorge un viluppo scuro che si movea; e subito dopo la percosse questa voce:
- Signora Francesca Domenica, portate via il cane e apritemi, ho da parlarvi per parte di Altobello; per l'amore di Dio fate presto.
Esitò la donna, ma non perse tempo, e scendendo a precipizio la scala diceva tra sè: di che ho da temere?
E tastatasi il petto conchiuse: va bene; forza non ne posso patire.
Il cane fu chiuso in cantina, la porta aperta, e Ferrante entrò carponi; appena entrato agguantandosi al muro si drizzò in piedi a stento e con piccola voce disse:
- Signora Francesca Domenica, voi non mi ravvisate neh? Mirate se riconoscete questo crocifisso?
La donna, gittato appena lo sguardo sul crocifisso, con orribile pacatezza domandò:
- Morto?
- Libero?
- Sì....
E così rispondendo Ferrante voltava dintorno gli occhi stralunati e feroci, onde Francesca Domenica gli ebbe a domandare non senza sospetto:
- Che avete? Che cercate? Chi siete voi?
- Bugiardo...
- Ah! pur troppo capisco, che devo parervi mentitore, e nondimanco io sono Canale... nè meglio ravvisereste il vostro figliuolo....
E così favellando sempre girava gli sguardi a mo' di ossesso, sicchè la donna da capo lo veniva interrogando:
- Ma che avete? Che avete? Vi sentite male?
- Nulla.... io muoio.
E vacillando cadeva, senonchè pronta lo sostenne fra le sue braccia Francesca Domenica, la quale conobbe subito che il giovane per commozione o per istanchezza fosse svenuto; lo trasse al fuoco, lo spruzzò con acqua di laccia, gli fece odorare aceto forte; insomma compì tutti gli uffici soliti a costumarsi in questi casi; lo svenimento durò un pezzo, e quando riaperse gli occhi memori alla vita Francesca Domenica con affetto di madre gli disse:
- Quando trova ghiande... si ciba.
La donna non profferì altre parole: tenendo sempre a cagione della inferma carni al fuoco, ristorò il giovane con alquanto di brodo e di vino, raccomandandogli, che così per un po' di tempo dimorasse, in breve si sarebbe più copiosamente cibato.
Attizzò il fuoco, e salì a custodire la inferma; la quale appena la vide così le favellò:
- Mamma, voi avete ricevuto notizie di Altobello.
- Io?
- Sì, voi; lo so, il mio sposo vive, e o Dio! qual vita!
- Ma chi vi dice tutte queste cose?
- Una voce qui dentro che non mentisce mai.
- E sia così; che ci è egli da contristarci in questo?
- Siete voi che parlate, mamma? E non sapete qual vita meni Altobello? Nè anco quella della fiera, però che a questa la natura faccia almeno trovare il cibo necessario a mantenersi217 viva.
La madre tacque; quando sentì potere mandare fuori la voce senza tremito soggiunse:
- Or bene; figliuola mia che cosa dobbiamo mandargli a dire?
- Da parte della sua sposa e di sua madre... mamma perdonate se mi metto innanzi a voi... l'uomo, voi lo sapete, ama la sua moglie sopra tutte le cose. Dio lo ha detto...
- È vero, ma la madre ama il figliuolo sopra il padre, e il marito, e voi Serena lo saprete un giorno.
- Io? Parvi stagione questa di lunsingarmi, mamma mia? Guardatemi queste braccia - ed ella se le guardò e riprese - in che differiscono dagli scheletri che mettono a piè dei catafalchi nella messa dei morti?
E dopo passato alquanto spazio di tempo senza che nè l'una nè l'altra donna potessero aprire bocca, Serena continuò:
- Da parte della sua sposa e di sua madre, vorrei mandargli a dire che partisse di Corsica e si riparasse in Italia ma egli non lo farà....
- Perchè non lo farà?
- Non lo farà, perchè pei cuori come Altobello non vi ha morte che eguagli l'angoscia di lasciare la Patria serva e infelice; perchè nessuna pena in lui pareggerebbe quella di starsi lontano dal mio sepolcro e dalla vostra casa; perchè non gli arride la fede di potere migliorare le sorti dell'uomo, ora che contempla la ingiustizia coprire intera la terra come un nuvolo nero: - egli è sopravvissuto a tutte le speranze, - egli non lo farà, non lo può fare.
Francesca Domenica non istette a contradirle temendo affliggerla, e poi simile paura si era insinuata ancora lei nell'anima; prese i ferri ed il bacchetto, e si mise a fare le calze di lana pel suo figliuolo; calze, camiciole, berretti di lana ella tutto tutto pel suo Altobello con le proprie mani lavorava; per sè le comprava; e mentre attendeva a infilzare maglie, il suo pensiero preso a cotesto filo non si staccava mai dal figliuolo, sicchè sempre l'era presente, le sue necessità immaginava, ci provvedeva, e verun caso mai, per quanto insolito, poteva sopraggiungerle improvviso, ch'ella non ci avesse di già trovato il suo partito. Adesso le femmine sanno condurre maestrevoli ricami ed ordire trine e dipingere fiori, ornamenti di lusso per sè, e per le camerette loro; più belli sì, ma non però più cari. Passato convenevole spazio di tempo, Francesca Domenica tornò a Ferrante e con buoni cibi ed ottimo vino lo rimise da morte a vita. Quando poi conobbe che il discorrere non gli poteva recare molestia, si fece dire a parte a parte i vari casi del figliuolo e dei compagni suoi; per ultimo gli domandò a che venisse, e Ferrante le espose come costretti a lasciare i monti più scoscesi dell'isola per penuria di viveri, e per essere con sottile solerzia esplorati, si erano ridotti a finire l'inverno nei colli prossimi a Corte per le medesime cause, che gli aveva persuasi a disertare dagli altri, perciocchè pareva a loro che quivi sarebbe riuscito più destro a procacciarsi vettovaglia, e forse non pensando i Francesi che tanto si potessero avventurare i banditi, li vigilassero meno; però non avere trovato fin lì persona su la quale potersi fidare, ed egli appunto essersi messo allo sbaraglio per venire a trovarla, e concertare il modo con esso lei di non morire d'inedia come pur troppo ne correvano quotidianamente il rischio. Posto ch'ebbe fine Ferrante al suo ragionare, Francesca Domenica incominciò:
- Voi per la difesa della Patria avete fatto abbastanza....
- Per la Patria veruno al mondo ha fatto tanto che basti...
- Quando Pasquale e Clemente Paoli con i loro218 famosi compagni hanno reputato spediente conservarsi a giorni migliori, mi sarà lecito senza presunzione supporre che i Côrsi abbiano per adesso compito l'obbligo loro.
- Per la difesa della terra io ne convengo, non già per la difesa e per la vendetta degli uomini....
- Anco per questa; dacchè si sente affermare dai magistrati fino alla sazietà, che il re di Francia intende consolarci, solo per farci sentire gli effetti della sua clemenza aspettare avere purgato il paese degli ultimi strascichi dei banditi....
- E voi lo sperate?
- Io da molto tempo non ispero e non temo nulla; lo dicono.
- Lo dicono come il lupo s'industriava persuadere al cane del pecoraio di disfarsi del collare di ferro per strangolarlo a tutto agio.
- Ferrante mio, mettiamo da parte la superbia; pare in coscienza a voi potervi paragonare al collare di ferro? A voi, che i travagli resero l'ombra di voi stessi? A voi che la necessità di ogni cosa conduce a morire d'inedia due volte almanco per settimana?
Ferrante, non sapendo che si avesse a rispondere, tacque mentre la donna continuò:
- E al pericolo di essere ad ogni momento presi e impiccati, pensaste mai?
- Ci pensammo.
- E i parenti vostri avete dimenticato affatto?
- No, mai, mai.
- All'aria aperta, su i monti, il moto, le cure della vita, gli stessi pericoli, anche senza volerlo fanno obliare ogni cosa più caramente diletta, ma noi povere donne chiuse, circondate da oggetti che ci parlano di voi, per voi lavorando, vegliando per voi, vi rammentiamo sempre, sempre.... e se poteste immaginare come talvolta l'amore o la paura vi ritraggono alla nostra mente... se lo poteste.... io non ve lo dirò.... non mi riescirebbe dirvelo.... avreste compassione di noi tre povere donne. Dunque tornate ad Altobello, e scongiuratelo per l'amore che porta a Gesù Redentore, alla madre sua, alla sua povera Serena, che il pensiero del suo pericolo strugge come la candela, che ripari in Toscana dove gli prometto di andarlo a raggiungere con la sua sposa... (qui la buona femmina dentro di sè aggiungeva a mo' di restrizione mentale: se però mi potrà accompagnare); glielo direte, Ferrante?
- Non basta; promettetemi che voi secondo il vostro potere lo persuaderete a partirsi.
- Anco questo farò.
- E voi lo accompagnerete, Ferrante?
- Questo non ve lo posso promettere, signora Alando.
- Chi è che vi possa impedire?
- Io.
- E voi perchè?
- Signora Francesca Domenica, rispose Ferrante facendo atto con la mano, che parve ad un punto preghiera e comando - è mio segreto; rispettatelo.
Francesca Domenica sapendo a prova, che incaponirsi a cavare di corpo ad un Côrso un segreto quando non lo vuol dire torna lo stesso che presumere di trapanare il porfido con un dito, tacque. Ferrante dopo breve ora soggiunse:
- Signora Alando, vi prego allestirmi la roba, che con vostra licenza io mi riposerei qualche ora perchè ho proprio bisogno; senza fallo verso le tre ore dopo la mezzanotte io sarò sveglio; scrivete le lettere tanto voi quanto Serena, e se piace a Dio porterò tutto a salvamento.
Ferrante non conosceva il cuore di madre; da molto tempo ella aveva ammannito il danaro, le vesti, polvere, piombo e cibi secchi e biscotto in parecchi fardelletti da stringersi insieme agevolmente e farne uno o parecchi maneggiabili, nè219 mancò di preparare fieno per fasciarli, affinchè il portatore porgesse sembianza di recare un fascio di strame a qualche stalla vicina; anche le lettere erano belle e pronte, non però sigillate, che ogni giorno ella ci andava aggiungendo un poscritto, ed oramai eravamo al quindicesimo; nonpertanto lasciò che Ferrante se ne andasse a dormire, ed ella si assettò al tavolino per iscrivere il decimosesto poscritto220. Con una mano già si posava su la lingua l'ostia per bagnarla e con l'altra teneva sollevato il margine del foglio per applicarcela, quando la prese il rimorso di chiudere la lettera senza intendere anco una volta da Serena se avesse qualche cosa da far sapere al suo sposo: salì pianamente la scala e accostatasi al letto la trovò assopita; come ella grondava sudore prese il pannilino e lieve le sfiorò la fronte, pure tanto valse a svegliarla, e:
- No, rispose Francesca Domenica, quasi dispettosa che Serena mostrasse così poca passione, ma subito dopo ne sentì pietà pensando quanta parte di vita avesse ormai abbandonato quel cuore; - no, anzi era venuta per dirvi se volevate che scrivessi qualche cosa da parte vostra ad Altobello.
- Sì, scrivetegli, mamma, che il penultimo mio pensiero sarà pel Signore, l'ultimo per lui.
Francesca Domenica, come colei che piissima era, tossì due volte o tre quasi le fosse andata qualche cosa a traverso per la gola; poi dubitò avere frainteso, onde riprese:
- Tu hai sbagliato, figlia mia; volevi dire che il tuo penultimo pensiero sarà per Altobello, l'ultimo per Dio: io tuttochè madre non potrei promettergli di più.
- Non ho sbagliato; scrivete addirittura come vi ho detto io.
- Dunque voi amate poco il vostro Creatore, Serena?
- Al contrario io lo amo infinitamente, lo amo pel bene che mi ha fatto e per le prove che mi ha mandato; lo amo pei conforti che mi prodiga al doppio dei dolori, su questo letto, lo amo per la prossima morte, ma se Altobello non era, io a quest'ora lo avrei rinnegato: egli dopo la morte di mio padre mi salvò dalla disperazione, prima col vendicarlo, poi consolando col suo amore questa anima desolata. Io ricorderò Dio dopo Altobello perchè ho obbligo a lui di amare sempre Dio.
Con persona travagliata a morte dal mal dell'etico s'imprendono intempestivamente davvero quistioni di teologia; e poichè quantunque cotesta chiosa non sonasse ortodossa a Francesca Domenica, pure nè manco del tutto le sgarbava, con la voce più dolce insistè.
- Null'altro, Serena?
- Se sapessi che fruttasse, Dio sa se mi rimarrei da implorare a mani giunte, che volesse abbandonare questa isola dolorosa; ma egli ne sono certa, non lo farà; pure ditegli... ditegli... che mi contento di rivederlo in paradiso... e purchè mi si conservi fedele... non dia il suo cuore ad altra donna... perchè il suo cuore è mio... e non intendo liberarlo nè anco dopo la mia morte... a questo patto renunzio, quanto a me, di abbracciarlo ancora una volta su questa terra.
Poco innanzi delle tre, e mentre Francesca Domenica si disponeva a entrare nella stanza dove dormiva Canale, questi surse di botto come se l'orologio gli fosse scoccato dentro la testa, e fregatosi alquanto gli occhi si chiamò disposto a mettersi in viaggio.
- Andate con Dio, pigliatevi questo bacio, che deporrete su le labbra di Altobello, disse Francesca Domenica, poi stata alquanto su di sè aggiunse, - voi tornerete con la risposta il giorno di S. Tommaso; non qui, che sarebbe tentare Dio, bensì al procoio di santa Colomba, dove mi recherò sotto qualche colore; conoscete il mio procoio della Colomba accanto alla Restonica? Voi lo conoscete. A rivederci; addio.
- Signora Francesca Domenica, di una cosa bisogna che vi avverta ed è, che qualche nemico vi tiene di occhio: guardatevi. Mentre stava in agguato per assicurarmi di battere alla vostra porta, inavvertito ho visto uno sconosciuto spiare la casa e dintorni, e per ultimo sparire dopo aver fatto lo scuccolo.
- Grazie; io lo sapeva, procurate guardarvi, che io dal canto mio farò lo stesso.
Il giorno di san Tommaso, Francesca Domenica si recò secondo il solito a vespero alla novena del Natale; comecchè usasse andare in Chiesa per tempissimo, quella volta ci si avviò un poco tardi, e mentre la folla degli uomini si trattiene più spessa lì su la porta maggiore per vedere passare le donne. Si sa, egli è costume vecchio coloro che vanno a portare il tributo di amore dentro il tempio a Dio possono senza peccato trattenersi di amor umano fino al limitare, anzi ce ne ha di quelli, che non lo depongono nè anco su la soglia, e io immettono con esso seco dentro; si è visto ancora con l'uno alimentare l'altro, a mo' dell'olio che versato nella lucerna partecipa facoltà al lucignolo di spandere la luce, questo poi se sia peccato io non lo posso dire, a cui preme può conferirne col suo padre spirituale: quanto a me mi basti ricordare, che Gesù Cristo perdonava molto a cui aveva amato molto; e le creature umane, massime le donne, sembra che assai bene se ne rammentino, e ci facciano capitale sopra per la loro eterna salute, sicchè senz'altro torno alla storia.
Francesca Domenica si mescolò assieme alle donne genuflesse imbacuccate con la faldetta, e poi bel bello si fece dappresso alla porta laterale della chiesa, donde quando il prete dà la benedizione, e tutti tengono il capo chino in atto di terrore per la presenza di quel Dio amoroso cui avrebbe ad essere suprema dolcezza della creatura contemplare faccia faccia, se la svignò movendo ratta i passi fuori della terra verso la posta dove aveva avviato il manente con la cavalcatura; raggiunto che l'ebbe salì spedita sopra la sella, ed ordinando all'uomo tornasse a casa per la via maestra, ella sotto non so qual pretesto si mise pei tragetti. Arrivata al procoio senza intoppi, accese il fuoco ed apparecchiò da cena, attendendo ferma in sembianza, ma col cuore palpitante, il Canale.
A notte inoltrata anch'egli venne e, dopo confortato col calore e col cibo, alla Francesca Domenica che lo interrogò dicendo: ebbene? - egli rispose:
- Signora mia, è stato fiato perso; Altobello non ne vuole sapere; egli dichiara, che non gli dà il cuore di allontanarsi dalle persone unicamente dilette nel mondo, che siete voi sua madre e la sua moglie Serena, tanto più che gli parrebbe quasi tradire questa ultima, ora che la conosce inferma.
- Ma egli non le può essere di verun sollievo... glielo avete detto?
- Io gliel'ho detto, ma mi ha risposto che se gli toccasse a morire lontano da lei e da voi gli parrebbe morire due volte; e poi ha osservato, che vale meglio finirla con una brava palla di moschetto a casa sua, che vivere nell'altrui come cosa disutile...
- E voi che gli avete contrapposto?
- Gli ho contrapposto ch'egli aveva ragione da vendere.
- O santissima Vergine, va, che io ho messo in buone mani i miei negozii!
- Sentite signora, noi abbiamo fatto già da parecchio tempo giuramento nelle mani del curato di Guagno dinanzi all'ostia consacrata di non parlare mai d'esilio, bensì qui fermarci, e spendere l'ultima stilla di sangue per la nostra patria.
- Signore! Signore! esclamò angosciosa Francesca Domenica levando le braccia al cielo: dunque non ci è verso di farlo ricredere?
- Siete côrsa e madre di Altobello; voi avreste a saperlo più di me.
- Avete ragione; andate a riposare, ci parleremo dopo.
Rimasta sola la madre côrsa meditava:
- S'egli possedesse un trono non lo vorrei partecipare con lui, ma la sua miseria non voglio partecipare con altri; sono vecchia, che importa? Amore di madre non conta gli anni. Imperversano i venti ghiacciati, nevi e grandine quasi ogni dì si rovesciano sopra la terra; speriamo che Dio vorrà intepidire il gelo e rasserenare il tempo alla povera madre: e dove il mio Creatore non credesse nella sua misericordia esaudirmi, io vorrei sapere in che consisterebbe il merito se andasse separato dal sacrifizio? Chi ha dato la vita all'uomo può solo senza paura, senza fastidio, anzi con gioia, affrontare la morte per lui; anche la sposa... sì, lo può... ma in caso supremo... due volte o tre... ed anco quattro o sei... poi se non si spenge rallenta... unico lo amore di madre si nudrisce di affanni... e più avvampa quanto più soffre... la moglie può pretendere al titolo di regina dello amore; quella di regina del dolore appartiene alla madre. E a chi mai la madre confiderebbe la cura di alimentare il figliuolo? Ai servi di casa? Poniamo, che per reverenza e per affetto ci si adattassero, ma essi hanno mogli, o figli, o padri, o madri e per portare il cibo al mio figliuolo correrebbero rischio di perdere la vita, e con essa ridurre alla disperazione tutta la loro famiglia; mentre io non corro un rischio al mondo; perchè quale nato da donna vorrà condannare a morte la madre la quale continua a esercitare il compito impostole dalla natura di nudrire la sua prole? Ed anco si trovasse questo servo fedele... chi mi assicura che durerà sempre così? Quante ansietà! Quanti sospetti! Tanto varrebbe ripormi in seno un nido di scorpioni... Ahimè! L'oro di Francia si è cacciato in mezzo ai cuori di fratello e di fratello, anzi di padre e di figliuolo e gli ha divisi, qual parte di Corsica si è conservata sana dall'influsso di questa maledetta febbre gialla? Maria santissima, tu fosti madre, tu conosci a prova tutti i dolori del cuore materno, nelle tua braccia si commette una madre desolata e non ti dice di più.
Ferrante dopo breve riposo si mostrò sollecito a partire; la Francesca Domenica oltre alla vittovaglia, gli consegnò un involto di carte dov'ella gli disse che aveva distintamente descritto quello che era da farsi; ne raccomandasse la esecuzione al suo figliuolo punto per punto, tornasse senza far capo alla casa, e si volgesse alla tomba degli Alando; avrebbe trovato la chiave del cancello in una fessura del muro accanto all'arpione destro da basso; entrato nella tomba aprisse la cappella con la chiave, che ella deporrebbe su l'architrave della porticciola, e colà troverebbe di che provvedersi; pel caso poi ch'egli per qualsivoglia accidente non fosse potuto venire, ella fu cauta di farsi insegnare da Ferrante ogni sentiero da lui fino a quel momento esplorato che conduceva in vetta ai colli; nè si rimase contenta alle semplici parole, che volle averne un po' di disegno sopra un foglio, il quale indicasse alla distesa ogni sasso e ogni arbusto, affinchè non si smarrisse; anzi per maggiore sicurezza, sopra i tragetti noti egli avrebbe avuto pensiero di porre di tratto in tratto mucchi di quattro pietre a mo' di calvario, su l'ignoti non avrebbe trovato verun segnale.
La vigilia di Natale, che fu giorno frigido e coperto, sicchè i Côrsi per lo insolito rigore della stagione se ne stavano rannicchiati intorno al focolare, poco prima che sonasse l'Angelus il piovano di santa Divota si recò a visitare Francesca Domenica. In casa sua, chè piissima donna fu all'usanza di quei tempi, epperò amica della gente ecclesiastica; convenivano parecchi preti, onde non ci era da maravigliarsi se ci si facesse vedere anco il piovano di santa Divota; però bisogna dire ch'egli ci usava di rado, in ispecie a cotesta ora. Tuttavolta Francesca Domenica lo accolse con la consueta reverenza, e quegli le domandò della nuora, e come stesse e quanta speranza ci fosse di rivederla sana, dalla risposta dell'Alando, che la infermità le pareva pur troppo grave, ed ogni giorno andava di male in peggio, sicchè se Dio non ci metteva le sue benedette mani, dei rimedii terreni ormai era disperata, il piovano prese argomento di deplorare questa nostra vita caduca; e dirla, come veramente ella è; un singhiozzo convulso tra la culla e la tomba; aggiunse che anche tra i pagani ebbe fede la sentenza che il Cielo ama chi libera presto dalle tribolazioni di questa vita; e lo stesso cristianesimo averla trovata tanto vera che la confermò tra gli articoli di fede. Felice chi muore presto! I nostri occhi di carne, che non hanno virtù d'infatuarsi piangono spesso come sventura ciò che Dio nella infinita sua bontà c'invia come grazia espressa. Insomma, il buon prete girava largo dal cantone; si vedeva chiaro che ad una conchiusione egli voleva venire, ma non trovava la via, e il filo gli si allungava fra le mani: ad ora ad ora volgeva il capo alla porta di casa come persona che abbia nel pigliare una impresa fatto capitale sopra il soccorso altrui e non lo veda arrivare; finalmente venne nella persona del medico di casa: povero soccorso in verità, perchè appariva chiaro, ch'ei si era rasciutto le lacrime, alle quali altre n'erano successe pronte a sgorgare, ma la compagnia dà coraggio, e il priore forse per la millesima volta allora chiuse l'argomento aggiungendo: - veri cristiani dinanzi alle disgrazie dovere imitare le vergini della scrittura che aspettavano lo sposo celeste con la lucerna accesa, e in fondo in fondo bisogna capacitarci che quando ci capita addosso qualche malanno ci guadagniamo un tanto, e più grosso ch'egli è, meglio che mai: - però non era da dubitarsi che la signora Francesca Domenica, persona tanto pia... tanto religiosa non fosse per ricevere con rassegnazione...
- Che mai?
- Una... una...
Il dottore proruppe in uno scoppio di pianto; la Francesca Domenica con faccia fosca compì la frase.
- Una grande sciagura. Poi si mise l'indice della manca su traverso le labbra e con la destra indicando la stanza dove giaceva la inferma, disse:
- Zitto! Andiamo altrove; cotesta desolata se vi sentisse rimarrebbe sul colpo.
Scesero nella camera terrena dove un po' il piovano, un po' il dottore la ragguagliarono come in prossimità del procoio di santa Colomba, appunto su la strada, che rasenta la Restonica, dov'è la cappella della Immacolata lì a piè del cipresso a mancina avessero trovato ucciso il suo figliuolo Altobello; la giustizia recatasi su i luoghi dopo avergli rinvenuto addosso il suo passaporto, il congedo amplissimo della repubblica di Venezia, con altre più carte assai, ed una lettera scritta da lei sua madre con la quale lo confortava a lasciare la compagnia dei banditi sconveniente al suo lignaggio, si tenesse nascosto per qualche giorno al procoio, ch'ella con la parentela avrebbe adoperato in modo che S. M. cristianissima lo avesse pigliato in grazia; e di questo nutrire buona speranza: dove mai fosse rimasta delusa, gli avrebbe procurato modo di riparare in Toscana, ovvero tornarsene a Venezia dov'egli avrebbe condotto vita più onorata, e certo poi più tranquilla.
Francesca Domenica lasciava dire, e metteva a un punto maraviglia e spavento nei suoi visitatori la terribile calma di lei; i quali affetti crebbero in loro quando di repente gl'interrogò:
- E gli hanno dato molte ferite?
- Eh! parecchie, a quello che ne dicono.
- Mortali tutte?
- Ma!... a quanto pare orribili221!
- E chi può averlo ammazzato sospettano?
- Tengono per fermo, che i suoi compagni inaspriti per essersi veduti abbandonati da lui lo abbiano222 raggiunto; e' pare che sien venuti a parole, dopo a fatti; e Altobello sia rimasto soverchiato dal numero non senza difesa nè senza vendetta...
- E come mai?
- A giudicarne dalla pozza del sangue sparso lì intorno troppo più copioso, che se fosse di un individuo solo, e da una ciocca di capelli strappati che gli trovarono fra le dita aggranchite.
- Oh! esclamò Francesca Domenica, e quasi un baleno di contentezza le illuminò il viso, poi senza aggiungere parola aperse furiosa la porta di casa, e fuggì via. Il piovano ed il dottore le trassero dietro con tardi passi, intantochè l'uno diceva all'altro: - Ahimè! Ahimè? povera signora, ho paura che la vampa dell'angoscia le abbia incenerito il cuore...
- E dubito anche il cervello, piovano mio...
- Oh! che sciagura, che grande sciagura!
Il popolo avvisato del caso, un po' per compassione, molto per curiosità, faceva gomitolo ingrossandosi alle spalle dei due desolati; i parenti così donne come uomini dell'amplissima famiglia Alando tanto non furono trattenuti dalla speranza o dal timore della nuova dominazione, che si restassero in cotesto caso supremo dagli uffici consacrati dal costume e resi più religiosi adesso, che con la morte di Altobello veniva a spegnersi l'ultimo fiato dell'inclita casa Alando.
La madre arrivò sul luogo dell'omicidio, e vi rinvenne il cappellano e parecchi dei manenti, i quali avevano messo insieme in fretta la cassa con alcune tavole sottili, e quivi dentro riposte le infelici reliquie dello ammazzato, poi chiuse col coperchio dipinto per tutta la lunghezza di una croce nera senza però conficcarlo; ciò compito, senza far caso della brezza gelata si erano messi col capo scoperto in ginocchioni intorno la cassa a pregare.
Arrivò la madre, e fece volare il coperchio, chinandosi giù genuflessa sul cadavere. Signore! Egli era spettacolo da rompere ogni altro cuore non che quello della madre: almeno alla madre di Cristo resero il corpo del figliolo intero, certo forato nei piedi e nelle mani, con la lanciata nelle costole; certo con la persona livida per truce flagellazione, e le tempia e la fronte lacere dalla corona di spine; certo con le labbra nere per l'ultima bevanda di aceto e fiele, ma pure intero: ora quale Francesca Domenica rivedeva la carne sua! e' sembra gli avessero sparato un trombone a bruciapelo nella testa, imperciocchè tutta la parte superiore della faccia era sparita; nell'angolo destro al sommo della cassa si vedevano con raccapriccio ammonticchiati i frammenti di ossi, i brani delle carni e del cervello raccolti sul terreno; traverso la bocca che conservava appena tre o quattro denti si vedeva l'aria; innumerevoli gli sdruci e le ferite per tutta la persona: su le mammelle come nelle altre parti più carnose del corpo si mirava, barbarissimo strazio! la impronta delle bullette delle scarpe di chi lo aveva calpestato; però fra le dita avevano insinuato un crocifisso senza però levarci la ciocca dei capelli, quasi testimonianza che la religione e la vendetta fossero due affetti del pari sacri pei Côrsi.
Il cappellano e i manenti, vedendo da lontano comparire il popolo, gli andarono incontro col Cristo grande e coi lampioni: intanto la madre si era messa a sedere in terra con la manca sulla sponda della cassa facendo l'atto di cullare, e con la destra armata di bacchio allontanava lo stormo dei corvi di già scesi all'odore del morto, i quali con istupenda insistenza secondo la natura loro improntamente ritornavano per beccare. Ben doveva essere crudele chi non piangeva contemplando così stranamente riprodotto lo spettacolo della madre, che dimena su gli arcioni il letticciuolo del suo pargolo e veglia a studio che non lo molestino le mosche. E non poteva cadere dubbio che in quel punto simile fantasia occupasse la mente della derelitta, conciossiachè con la solita cantilena idonea a conciliare il sonno, ella cantasse la nanna famosa composta nel dialetto della provincia di Coscione:
Li faceva l'annannaredra
E quand'ella l'annannava
E pe li to fratedroni
De li nostri montagnoli
Pecorai, e caprachioli.
Con tutti li mudracchieri233
Vi saranno tutti quanti
E bi arà presentatu
Le donne o congiunte o amiche, quando furono da presso si disciolsero le chiome, e con urli e pianti miserabili principiarono la scirrata, chiamando il morto co' nomi più soavi, rammentandone le virtù vere o supposte, e dolcemente riprendendolo perchè se ne fosse andato e si mantenesse sordo agl'inviti di tornare.
Una sola, una donna sola, e questa fu Lella Campana venuta anch'essa perchè parente della Francesca Domenica, e più per refrigerare l'anima assetata di vendetta, si chinò su la cassa col pretesto di piangere sul cadavere difformato, ma in sostanza per esplorarne sottilmente le parti rimaste intatte, in ispecie le mani: allora Francesca Domenica forse nel suo delirio gelosa di cotesto affetto, o quale altra più vera causa la movesse, di un tratto si rizza in piedi, forte stringendo la fanciulla la trascina seco; poi agguanta un'altra donna, ed ordinando che a sua volta questa ne impalmasse un'altra, diede il segno del caracolo intorno al morto. Guido Reni fece opera di bellezza immortale dipingendo a Roma il ballo delle ore in giro al carro del sole; Michelangelo solo avrebbe potuto ritrarre l'orribile caribo di vecchie e di fanciulle nel delirio del dolore turbinato a tondo quel misero corpo; gli occhi sfavillavano come spade percosse fra loro; urli più strazianti non lacerarono mai orecchi umani, i capelli bianchi, biondi e neri mescolavansi ventilati e sferzavano i volti; le vesti anch'esse scoppiettavano agitate dalla violenza dei moti; pallidi i volti come per morte a molte, a talune chiazzati quasi da vivido sprillo di sangue; gli atti vari e tutti paurosi: visione tremenda di spettri inebbriati di dolore. A crescere la selvaggia pietà della scena, alla mente inferma di Francesca Domenica si affacciò la voglia di mettere il ritornello ad ogni scirrota, pianta da talune delle donne: questo era inconsueto nei voceri, e solo costumavasi nelle allegre serenate o nei canti nuziali dove al termine di ogni strofa tutti gli astanti ripetevano in coro il ritornello da loro chiamata la succhiella, dopo la quale sparavano gli archibugi. Siffatta novità per questo appunto percoteva l'anima più tristamente, perchè una lieta usanza venisse tradotta a cosa piena di mestizia, nè il ritornello poteva essere scelto più lugubre; di vero, quando una donna finiva, Francesca Domenica con le altre tutte cantava o piuttosto ululava un versetto del salmo De profundis clamavi ad te, Domine: Domine, exaudi vocem meam.
Quantunque non si temesser disordini, pure il governator di Corte mandò il maresciallo di campo Sionville e il capitano Orso Campana con alquanti micheletti del provinciale a dare un'occhiata. Sionville si spazientava a vedere tutte codeste diavolerie; egli non sapeva darsi pace che per un morto si dovessero tribolare tanti vivi; il Campana gli stava dintorno raumiliandolo il meglio che poteva, e lo confortava a tollerare coteste vecchie usanze del paese; in tutto ciò che non tornava a disservizio del re lasciasse andare tre pani per coppia; ma l'altro arrovellato non lo voleva intendere, e tempestava che i morti si avessero a seppellire senza tante smancierie, e chi ha avuto ha avuto. Cotesto loro alterco da cattive parole sarebbe tralignato a peggio fatti, se una nuova apparizione non fosse venuta repentinamente ad interromperlo.
Fu vista spuntare dalla lontana una barella portata adagio adagio sopra le239 spalle di quattro uomini, come se dentro vi giacesse persona gravemente inferma, e pur troppo l'apparenza corrispondeva alla realtà, imperciocchè trasportassero la infelice Serena.
Poco dopo la partenza da casa di Francesca Domenica, un accattone che soleva frequentarvi per la elemosina, approfittandosi dello scompiglio salì su in camera della inferma, e le disse alla ricisa:
- Signora! Signora! La gran disgrazia ch'è successa a questa casa! La gran disgrazia? La sapete voi?
- Quale mai disgrazia? ricercò Serena facendosi in volto color di cenere.
- Madonna santissima, non vi spaventate.... hanno ucciso.... anzi crivellato di ferite il vostro sposo, signore Altobello.
E questo fu tiro della Lella Campana, la quale si valse della scempiaggine di codesto mendicante per dare del coltello nel cuore alla desolata Serena.
Serena resistè alla percossa forse per la medesima causa per cui la rovere si rompe all'avvicinarsi dell'uragano, e la canna no; rinvenuta dallo sbalordimento fece chiamare certe sue amiche, e mercè loro ottenne la trasportassero in barella sul luogo dove giaceva l'ammazzato per dargli l'ultimo addio. Contrastare a qualunque il compimento di queste voglie lugubri parrebbe peccato, molto meno si giudicava pietoso negarlo a lei, povera tinta! che oramai più pochi giorni aveva da passare sopra la terra.
Le fanciulle amiche della Serena, parte circondavano e parte precedevano la barella: queste ultime, quando la gente affollandosi dintorno impediva il cammino, dicevano: «fate largo, è la sposa dell'ammazzato, che viene a dirgli addio,» e tanto bastava perchè si ritirassero e facessero spalliera cavandosi il berretto.
- Certo, meritano lode i popoli presso cui la sventura offre argomento di commiserazione; i Côrsi poi in questa parte singolari, non solo compiangono i percossi dalla fortuna, ma li venerano; così gli antichi ebbero sacri i tocchi dal fulmine.
Appena dall'alto della barella potè scorgersi il luogo dove giaceva il morto, fu vista mettersi a sedere con grande stento una larva di donna, e stendere due braccia scarne più paurose degli ossi da morto, sì per fermo più paurosi, dacchè vedendo lo scheletro tu conosci averlo omai abbandonato la vita, e le ossa nude ti dicono essere diventata proprietà della morte; ma le braccia del tisico ti pongono dinanzi agli occhi la morte che ha messo il piè sul petto della vita e non l'ha anco uccisa, una lunga agonia da bere a sorso a sorso, e spasimi nuovi e più dolorosi di tutti perchè ultimi, - nel punto240 stesso in mezzo ad una maniera di rantolo s'intese singhiozzata una voce:
- Altobello!
Francesca Domenica tutta fuori di sè241 dall'agitazione della strana cerimonia che aveva provocata, non vide, nè sentì nulla fino a quel punto: ora colta all'improvviso da cotesto lamento si sciolse furiosa dalle braccia altrui, ed abbrancato il coperchio della cassa ne coperse precipitosamente il cadavere, poi ci si assettò sopra nascondendo la faccia su i ginocchi e agguantandosi il242 capo con ambedue le mani.
- Largo alla sposa dell'ammazzato, largo!
E la barella fra le teste del popolo ora appariva, ora spariva a guisa di barca sospinta dalla tempesta contro lo scoglio dove ha da rompersi. Per ultimo la barella fu deposta accanto alla cassa, e Serena potè dire con fiochissima voce:
- Mamma mia, non ci contrastate vedere anco una volta la faccia di Altobello! era mio sposo alla fine. Abbiate pietà di me, a cui da questa in fuori non avanza altra consolazione nel mondo.
Francesca Domenica levò la faccia e mostrò gli occhi pieni di sangue ma senza lacrime, e rispose:
- No...
- Oh! perchè no? Non era egli carne della mia carne.
- Portatela via... ella non ci ha più che fare...
- Questa è crudeltà, prese a dire un astante, non può negarsi alla moglie di baciare per l'ultima volta il suo marito. - La pietosa era Lella Campana; la riconobbe Francesca Domenica e la guardò: spesso avrete sentito affermare come gli occhi della creatura umana possiedano la virtù di atterrire i serpenti; non credete nulla; perchè se gli occhi nostri avessero questa potenza, sotto lo sguardo di Francesca Domenica, Lella Campana sarebbe rimasta fulminata.
All'opposto la feroce non se ne sentì commossa nè sgomenta, e continuò a schiamazzare:
- La è divenuta matta! Menatela in casa... e la poverina abbia il suo sfogo...
E fattasi più temeraria, forse con la speranza di essere sovvenuta, ella si attentò accostarsi a Francesca Domenica e metterle le mani addosso: questa balzò in piedi come arco scattato, e ghermitala per la cintura la squassò forte tre o quattro volte, poi la spinse con immensa rabbia a rotolare per terra lontano da sè: subito dopo tornò a custodire la cassa, ed imbattutasi a caso nei chiodi che il falegname aveva lasciati lì in terra, li prese e si provò conficcarli col pugno; accortosi che a quel modo si lacerava le carni e non veniva a capo di nulla, agguantò un sasso e con esso fece migliore opera. Questi casi tutti accadevano in minor spazio di tempo che non fu speso a raccontarli; però quantunque tra la gente radunata prevalesse la opinione che la ambascia avesse tolto l'intelletto alla signora Alando, pure si capì, che codesta sua ripugnanza a scoprire la cassa nasceva dalla pietosa voglia di nascondere agli occhi della inferma lo spettacolo dello straziato consorte; quindi biasimo della proterva Campana, e lode a lei e tenera premura di sollevarla nel tristo ufficio d'inchiodare la cassa del figliuolo ammazzato.
Francesca Domenica compita l'opera pregò il piovano, il dottore e gli amici di casa a portare, senza mettere tempo di mezzo, il cadavere nella tomba degli Alando e a dargli sepoltura; ai servi ordinò andassero con loro, ella basterebbe sola a confortare Serena...
Il maresciallo Sionville presente a tutte queste avventure metteva di tratto in tratto le mani sur una zucca piena di acquavite e se la recava alla bocca; da prima parvero gli spazi ragionevoli, ma l'ultimo si può dire ch'ei facesse una bevuta continua: quando ebbe a mettere la zucca proprio a perpendicolo nell'orizzonte e squassarla a più riprese per isgocciolarne l'ultima stilla, si sentì venire come un solletico sotto le mammelle, ch'egli battezzò per compassione a casa sua; onde afferrato il braccio del Campana:
- Orsù! gli disse, capitano bando ai rancori. Andiamo via; in verità le son cose a far piangere i sassi. Di ora in poi sua eccellenza il signor governatore, quando mi commette a simili spedizioni mi ha da restituire il soprassoldo di guerra e penso che quegli che ne andrà di sotto sarò io, perchè ci vuole, per durare, triplicata la provvista di acquavite... e voi ne potrete fare al bisogno buona testimonianza.
Orso si lasciò condurre; egli non pensava a niente, ma si sentiva il capo intronato; giunto a casa tardi non volle cena, e preso il candeliere, senza profferire parola si avviò alla sua camera; mentre stava sul punto di chiudere l'uscio, vedendo comparire la sua figliuola, le disse:
- Lella! Adesso che ti pare, la tua vendetta è soddisfatta?
- Forse - rispose costei; ed Orso stizzito traendosi dietro l'uscio con violenza imprecò:
- Quando andrai all'inferno ce ne troverai dei meglio di te.
Francesca Domenica adagiata ch'ebbe la povera Serena sul letto, la prese pel capo, la baciava e ribaciava, poi accostatale quanto più poteva la bocca all'orecchio di lei ci sussurrò sommessa:
- Perdono, figliuola mia, io vi domando perdono; Altobello non è morto, ma vive e vi ama, e vi supplica a pigliare animo.
- Come! Come! non mi hanno ammazzato Altobello mio? E quegli che era là morto...?
- Calmati, figliuola mia, bevi questo... il cuore ti palpita orribilmente sempre... la carne ti brucia... te lo racconterò un'altra volta... più tardi.
Se non che Serena, con la potenza della volontà dominando lo scompiglio del corpo, comparve quasi tranquilla.
- Mamma, dite pure senza sospetto, io sono quieta... vedete, io rido.
E rise, povera fanciulla! Francesca Domenica si fece all'uscio, speculò se alcuno stesse in ascolto, chiuse la imposta, e da capo china su l'orecchio di Serena, espose:
- Altobello averle mandato a rispondere anteporre all'esilio dalla Patria morire da presso alla sposa e alla madre, dilettissime sue, mettesse giù la speranza di fargli mutare pensiero, e lo perdonasse; eccetto che in questa lo avrebbe rinvenuto in ogni altra cosa obbedientissimo; e poi ad osservare simile risoluzione stringerlo il giuramento. Ora la madre di Alando patirebbe il suo figliuolo spergiuro? E' ci era da deplorare ch'egli avesse preso questo proponimento, e come! ma credere che lo potesse mutare, sarebbe243 stata follia. Altobello bensì prometteva di starsi quieto, e per quanto era in lui, industriarsi in modo che dimenticassero ch'ei fosse in vita; solo domandare lo provvedessero di quanto abbisogna puramente per non morire di fame; dolergli forte non potere esimere i parenti da questo carico, imperciocchè la montagna, dopo scesi i pastori con gli armenti alla pianura, era rimasta deserta. - Messami a considerare di proposito (Francesca Domenica continuava) la faccenda, conobbi che tale incumbenza non era da commettersi a persona, comecchè fidatissima; troppo il pericolo per altrui, e poi viviamo in tempi tristi, figliuola mia; se Gesù tornasse, non un traditore sopra dodici, ma undici e' ne conterebbe, e nel rimasto chi sa quanti carati troverebbe di mondiglia. Quello che la madre e la moglie possono fare per la salvezza del marito e figliuolo loro non devono confidare altrui. A sovvenirlo pertanto con efficacia bisognava ottenere due cose, la prima di condursi ad abitare la villa senza movere sospetto, e l'altra addormentare la persecuzione vendicativa che ci fa guerra, pensa e ripensa, mi cadde in mente un partito orribile, ma necessità non ha legge; innanzi ch'ei fosse stato messo a esecuzione sperai che Dio lo volesse perdonare all'anima disperata di una madre, ma ora dubito di aver creduto temerariamente, dacchè vedo che t'ho partorito tanto dolore, e siamo sul cominciare?
- Magari! che a furia di dolori si potesse salvare Altobello.... se fossero sette mi parrebbero pochi...
- Benedetta tu sia! Consigliai che pigliassero lingua se qualche giovane di statura non molto dissomigliante da quella di Altobello fosse venuto a morte nei paesi dintorno; lo cavassero dalla terra con diligenza; affinchè veruno sospettasse della sottrazione, lo deformassero in volto e trasportatolo presso al procojo di Santa Colomba lo esponessero alla pubblica strada; perchè la gente lo stimasse il corpo di Altobello, provvidi a suscitare subito la voce che i suoi compagni in vendetta di essere stati abbandonati da lui lo avessero ucciso; indosso gli feci porre il suo passaporto, il congedo della Repubblica di Venezia, con parecchie altre carte comprovanti l'essere suo, e per ultimo certa mia lettera nella quale con preghiere e ragioni e promesse lo confortava al passo che doveva parere essergli costato la vita. Nella tomba degli Alando divisava seppellirlo, e ce l'ho fatto seppellire per avere occasione di visitarlo spesso, io poi doveva fingermi ammattita, e così ho cominciato, e se Dio non ordina meglio così continuerò. Tu capisci adesso la causa per cui io pertinace ricusai mostrarti il cadavere - se tu non ti addavi del soppiantamento, dubitava che alla vista dell'orribile strazio (e davvero lo hanno concio da fare pietà) tu per la stretta del cuore rendessi l'anima a Dio; oppure ti apponevi, e allora temeva che la tua improvvida allegrezza non mandasse nell'aria tutta la trama, tanto più che molti nemici così pubblici come privati stavano ad esplorare con maligna intenzione. Se te lo tacqui, Serena non mi accusare, perchè lo feci a fine di bene, riserbandomi a dirtelo poco per volta, perchè la tua salute, che merita tanti riguardi, non se ne sentisse scossa. Ai servi ordinai badassero bene di non fiatare, ma l'uomo propone e Dio dispone, e tu sei venuta a saperlo per altra via, e male; però dubito non ci entri Dio, bensì il diavolo, o Lella Campana ch'è tutt'uno...
- E che le ho fatto io?
- Che le abbiamo fatto noi? Io madre, tu sposa di Alando che mise le mani addosso a Giovan Brando suo fidanzato... e tu domandi che cosa le abbiam fatto?
- Ahi! odio, odio, e sempre odio, esclamò Serena, cacciandosi le mani dentro i capelli; ma Francesca Domenica la venne consolando con queste parole:
- Però vedi, Serena, Dio non le concede tutte vinte ai maligni, anzi opera spesso che i loro tiri resultino in vantaggio dei grami che volevano perdere; e questa grazia ha fatto adesso a noi perchè la tua venuta quaggiù ci somministrerà causa onesta di rimanerci in campagna, dicendo e facendo dire la tua salute non permettere nuovo trasporto; non istenteranno a credere che dopo il colpo di stamattina non potrebbero moverti senza esporti a subita morte.
- Ed io voglio vivere... disse Serena di cui la fronte si rischiarava mano a mano che Francesca Domenica procedeva nel racconto, così alla brezza montanina si dirada il velo delle nuvole davanti la faccia del sole; ma ahimè! con fine diverso, dacchè dalle nuvole rotte prorompe il raggio che ravviva, mentre quando la fronte di Serena apparve pacata, ella prese la mano della socera; se la recò alla bocca, la baciò e cadde riversa sopra i guanciali.
Francesca Domenica sentendosi umida la mano se la mirò sbigottita e ci vide il contorno dei labbri di Serena delineato col sangue: la tenne spirata, e cadendo ginocchioni, esclamò:
- Ah! beatissima Vergine, accogliete questa povera martire nelle vostre sante braccia.
Exagitat memori sacros in corde dolores:
Tempus enim relego, quo fortia corpora volvens
Exuviasque virum, suffusa cruore, repressit
Unda pedem refluens panditque cadavera coelo
Arma fusa vadis et adhuc removentia tabem
Vulnera - Tunc animas heroum rite vocamus
Multaque cum gemitu memorantes, multa precantes
Digredimur...
Questa canzone è ricavata dalla raccolta dell'egregio vecchio consigliere S. Vitale, testè morto, che qui rammento per onoranza e per affetto.