Francesco Domenico Guerrazzi
Pasquale Paoli ossia la rotta di Ponte Nuovo
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CAPITOLO X. I Proscritti.

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CAPITOLO X.

 

I Proscritti.

 

Costumavano i Côrsi, per poco essi fossero provveduti di beni di fortuna, e tuttavia molti fra loro costumano fabbricare in luoghi appartati dei propri tenèri, cappelle funerarie, e quivi di intorno recinto di muro, alquanto spazio di terra destinarlo per le sepolture della famiglia. Talora, ma raro, ne fanno parte ai clienti di casa benemeriti per diuturni uffici e chiari di fama: perchè essi hanno per cosa sacra le tombe.

Vagando per la campagna, e quando te lo aspetti meno, dove più folti intralciano i rami gli olivi per riunire le forze contro la tempesta, arte che gli alberi hanno appreso e gli uomini no; dove i cipressi accostano fra loro mollemente le cime come innamorati che si pieghino a dire e a sentire una dolce parola, e la rosa silvestre anco lo inverno tratto tratto fiorisce quasi a esplorare se la primavera anco nasca; dove il mandorlo non perde mai le foglie, e l'alloro mantiene sempre verdi le sue per incoronare forse la fronte del Messia della libertà, che su questa terra infelice aspettiamo da molti secoli e non viene mai; in mezzo dico a tanta pompa di natura, ti comparisce davanti un sepolcro. In questi recessi ombrosi, mentre tutto è silenzio intorno a te, sembra che la Provvidenza ti voglia mettere come in mano un libro, che nel numero del mondo tu dimentichi spesso di leggere. La vista delle cose dilettabili, che la natura in tanta copia creò, rallegra eccessivamente l'uomo, e troppo lo amica alla vita; quella poi del sepolcro ignudo di ogni conforto, lo deprime troppo col rammentargli sempre ch'è polvere; all'opposto queste tombe rallegrate dalla vegetazione dei campi temperano l'anima nostra a giusta misura: per loro meglio che per ogni altro insegnamento s'impara che lo spirito dell'uomo è crepuscolo di un giorno che muore e di un giorno che nasce; il suo intelletto, baleno che può nella breve durata segnare una parola di Dio nella faccia del firmamento; la stessa materia trasformandosi merita querimonia o almeno sì grande, se è destinata a crescere la massa delle cose capaci a giocondare la vita, di chi viene dopo di noi.

Anche Bastia, città che più delle altre sente l'alito che le viene dallo straniero pel mare, conserva la religione delle tombe e ne mostra gremita una valle che prolungandosi per le coste di Santa Lucia e di Gardo arriva fino su l'alture dell'antica pieve di Pietra a Bugno; anche di giorno non si contempla senza venerazione, ma nelle notti divinamente serene di state quando la brezza chiusa nella forra rende vocale ogni pianta, e gli usignuoli empiono l'aere di note e le lucciole di splendori, sicchè tu pensi che il canto accenda l'aria la quale giubilando mandi faville; e la luna consola con la sua luce benedetta le tombe dei defunti e l'anima di chi affettuosamente gli rammenta, se mai ti avvenga affacciarti dall'altura che sta alle spalle della tomba degli Arena, ben sei feroce se non ti sentirai commosso da religioso terrore, ben duro se non ti parrà vedere uscire pallide larve dai sepolcri e udirle scambiarsi miti colloqui, ben selvaggio se non comprenderai come la salute di un popolo non è mai disperata finchè conservi così profonda la reverenza pei morti.

Visitano le tombe i congiunti e spesso gli amici, ma in troppo maggior copia donne che uomini. Le parenti aprono le porte e chiudonsi dentro sicchè di rado si vedono; le amiche poi s'inginocchiano su la soglia col capo appoggiato alle porte di ferro e quivi pregano intensamente, così fervidamente, che passo di viandante di somiero vale a scoterle, anzi neppure gridi scomposti o strepito di cosa che accenni a danno avvenuto, o li minacci; e di questo io faccio fede perchè l'ho sperimentato. O come ama la donna, quando ama davvero!

La famiglia Alando possedeva le sue tombe nel procoio della Restonica o di Santa Colomba; però parve plausibile la causa che trattenne la Francesca Domenica, molto più che si diceva, ed era naturale, che l'angoscia di trovarsi sola superstite di tutta la famiglia le avesse alterata la mente: per ultimo senza grave pericolo non si sarebbe potuto trasportare la Serena che ormai presso a morire tornava in chiave non si allontanasse dalla tomba; vi fu anche taluno che ripetendo queste novelle aggiungeva per via di arguzia che la signora Alando nel perdere il cervello ci aveva guadagnato un tanto, perchè era da dubitarsi se sana avrebbe saputo eleggere così savio partito.

Altre sventure, che non sono queste, sprofondano nel mare morto dello interesse umano con minore scompiglio della triste superficie: così per qualche giorno la commiserazione del caso sonò universale; in capo ad una settimana le opinioni si divisero e parecchi cominciarono a dire ch'era doloroso comprare a questo prezzo la pubblica tranquillità, ma che pure la proviamo tanto necessario elemento all'ordinato vivere, che qualsivoglia prezzo non si può stimare mai troppo; altri poi si attentarono predicare addirittura ch'ella era stata grazia di Dio, e avrebbero dovuto appendere il voto, dacchè la rabbia si era manifestata fra i cani, e il paese veniva a purgarsi dai banditi senza scapito incamminandosi bel bello a quel grado di civiltà che stava in cima dei pensieri di sua maestà cristianissima, che era Luigi XV, il quale per avventura a tempo avanzato ne favellava con la madama Dubarry.

Francesca Domenica si conduceva quotidianamente e spesso anche più volte al , non meno che la notte, a visitare la tomba del figliuolo; chiudevasi nella cappella ed attendeva a fare colletti di vettovaglie di facile trasporto: e col continuo portarvi robe, la cappella aveva preso l'aspetto di una canova, senza, per mio avviso, dispiacere dei santi colà dentro dipinti. Ella poi per ripararsi dal freddo o per altre cause si era vestita di una cappa nera col cappuccio parimente nero: sebbene non avesse dato più in ismanie come il giorno della morte del figliuolo, all'opposto assunto un fare malinconico, non per questo sembrava le fosse tornato il cervello in sesto; ed invero ella procedeva sempre col cappuccio tirato giù su la faccia, e borbottava parole senza discorso, sicchè all'ultimo i fanciulli avevano preso a impaurirsene, e le mamme per farli stare cheti non trovavano meglio che minacciarli così: «ecco che viene la donna nera!» Siccome la superstizione di sua natura è male attaccaticcio, le mamme nell'applicarla altrui la svegliarono in stesse, onde se qualche faccenda andava loro al rovescio, subito ne incolpavano il mal di occhio della donna nera; se incinte la incontravano per via, sputavano subito per gittare il fascino per terra, gli uomini vennero più tardi, pure vennero anch'essi non mica per affannarsi della244 moglie o dei figliuoli, bensì per la vacca, il vitello, il cavallo e le capre, perchè vivono rari ma rari bene i villani i quali tutte queste creature non antepongano alla moglie, ed anco un tantino ai figlioli. Crebbe il terrore per averla veduta, come affermavano, nella stessa ora in più luoghi; tali gli atti, il sembiante il borbottìo e le vesti: un paesano giurava averla incontrata a pie' dei colli di Tiventoso dond'era partito la mattina all'alba su di un cavallo che volava, ed essere rimasto di sasso quando traversando la strada che passa davanti al procoio di santa Colomba le apparve in procinto di uscire di casa quieta e composta come se fosse uscita allora dal letto.

Senza incontrare molestia così durarono fino agli ultimi di gennaio. Ferrante vestito di una cappa nera col cappuccio tirato su gli occhi imitando i passi e i gesti di Francesca Domenica si recava ogni lunedì alla posta dov'essa lo aspettava e date e ricevute le salutazioni, ei metteva su le spalle e pigliava sotto le braccia i colletti delle provvisioni recandole su la cima delle rupi; a sollevarlo da tanta fatica lungo la via più erta rinveniva i compagni, e tra di loro nascevano sempre liti intorno al volerla portare fino alla grotta Ferrante, e al volergliela torre i compagni, e sempre finivano col levargliela e lasciarlo addietro stanco com'era. A quei giorni Ferrante richiesto le centinaia di volte si adattò ad appagare un desiderio di Francesca Domenica dal quale egli aveva tentato dissuaderla invano, ed era di voler ad ogni costo salire sul monte per refrigerarsi un po' il cuore con la cara vista del figliuolo suo: andò pertanto il Canale la notte del lunedì, si tenne nascosto nella cappella tutto martedì mattina, e come battè l'un'ora di notte si mise con la Alando in viaggio: avevano lungo tempo discusso fra loro se giovasse meglio mutare vesti o andarsene ambedue con la cappa ed il cappuccio neri: dopo avere ventilato bene il guadagno e lo scapito, decisero mostrarsi ambedue con la cappa e imbacuccati, imperciocchè se occorreva che qualche Côrso li vedesse insieme, avrebbe creduto incontrare i battutoli e sarebbe fuggito via peggio che se lo cacciasse il Trentadiavoli.

Il giorno gli sorprese a piè dei colli, giorno infermo, promettitore fino dal suo nascere di uggia e di guai; sembrava rovesciato l'ordine della natura per modo, che il cielo non mandasse più la luce sopra la terra, bensì questa illuminasse il cielo; infatti le pendici coperte di neve spiccavano di luminosa bianchezza sul fondo grigio dell'orrizzonte. Nel mettersi dentro l'angusto calle Ferrante, e' sembra che gli occorresse cosa che lo inquietasse, perocchè non valse a frenare un moto di fastidio, il quale avvertendo la sua compagna gli domandò:

- Ch'è ciò, che vi molesta?

- Nulla.

- Che serve! Vuolsi serbare segreti con me?

- Mirate! Mi mettono malumore addosso queste pedate qui...

- Mi sembra, che non ci sia ragione da ombrarvene; e' posseno essere scesi fin qua, e poi risaliti...

- Ma allora perchè non appaiono punto orme all'ingiù?

- Forse quando scesero non nevicava, o forse tanto si trattennero giù, che la neve novella ha coperto le traccie della vecchia.

- Dio ci aiuti, ma camminiamo con precauzione.

Il sentier di cotesto monte, o piuttosto di quello ammasso di roccie si avvolgeva per contigui giri, ed ora saliva, ora scendeva per erpicarsi da capo.

Ferrante nell'avvicinarsi a certa vetta udì parole, che gli portava il vento, però accostandosi con maggiore studio, ficcò il capo in mezzo alla spaccatura di uno scoglio e declinati gli occhi vide quello, che pur troppo temeva di vedere, i micheletti del provinciale, i quali ad argomentarne dagli atti, andavano in su di malavoglia. Dietro tutti il capitano Orso Campana che, ormai vecchio, e di persona grave, si era fermato a discorrere, e quasi avrei a contendere con un officiale francese: difatti così alto favellava, che il Ferrante, tra altre molte, ebbe abilità di udire queste parole: - Per me, le mi paiono cose da matti, mio padrone riverito, perchè, stia qui col cervello, o e' ci sono, o e' non ci sono; se non ci sono, corriamo il rischio di morire stecchiti innanzi di arrivare lassù; e se ci sono, posto che vinciamo la prova del freddo, rimane a superare quella del fuoco: veda che i soldati non possono camminare eccetto che ad uno per volta, sicchè un uomo solo in qualche giravolta può fare testa a tutti; oltre questo ci è un altro pericolo da non disprezzarsi punto, e consiste in un nuvolo di pietroni, che già sento piovermi addosso. Ora, padron mio, è chiarito, che in Corsica capi a prova di pietre non ne sono mai nati.

- Ed in Francia neppure, signor capitano. - Dunque come avremmo a comportarci?

- Veda! con modi assai destri disfacendo il fatto; tornarcene a basso, mettere un picchetto in fondo alla salita, entrare in qualche casa di pastore per asciugarci e riscaldarci; mangiare un poco, bere un tantinello di più, riposarci fino a domani, che il tempo sarà senza dubbio migliore: allora esploreremo il colle, e vedremo se oltre questo offre altri sentieri; se gli ha vi ordineremo sentinelle raddoppiate: insomma convertiremo l'assedio in blocco.

- Pure quel leggere il proprio nome nel rapporto al re, che il capitano Lepitre, in mezzo ai turbini della neve, e a un nuvolo di palle, acqua e fuoco come vedete, ha scalato una rupe retta a perpendicolo, dove ha reciso l'ultima testa all'idra della ribellione, bisogna convenire che sarebbe superbo, magnifico!

- Il blocco però è più certo; e dubito forte se della nostra impresa vorranno farne rapporto al re; più forte dubito se riputeranno glorioso un assalto contro banditi; credo poi, che il re non leggerà nulla, e quando leggesse, è sicuro che gliene importerà anche meno.

- E pure mi sembra che ad assalire queste rupi ci sia pericolo quanto a montare su la breccia di Anversa o di Bergop-Zoom.

- Avete proprio trovato il tasto; il pericolo ci è anco maggiore; ma a morire qui equivale a recitare la Fedra del vostro Racine sur un teatro di fiera anzichè sul teatro di Versaglia: a tutte le cose bisogna scegliere il tempo opportuno; anco a morire.

- Addietro, comandò il nostro capitano Lepitre; voi mi avete dette cose, che rasentano molto il senso comune.

- Raccomandatevi a Dio di udirle una volta l'anno almeno, come la chiesa comanda la confessione, e allora può darsi che ci facciate conoscenza.

Prima assai che questi officiali ponessero fine ai loro ragionamenti agro-dolci, Ferrante si era ritirato dal fesso e persuaso la Francesca Domenica a volgere le spalle. Le parole che mutarono fra essi furono rade ed amare: venuti in fondo, Ferrante si raccomandò alla donna tornasse a casa; egli avrebbe fatto prova di trovare qualche calle che lo guidasse fino su la cima; par quanto amore portava alla Madonna, porgesse ascolto ai suoi consigli.

- Vi ho detto, che voglio vedere mio figlio.

Queste parole furono profferite con la voce della disperazione che dopo aver pianto le sue lacrime siede sopra una pietra in mezzo della via, guardando il cielo senza pregarlo 245 maledirlo. Ferrante tacque, e le prese a camminare avanti.

Codesto ammasso di roccie va come la più parte dei monti dell'isola composto a strati, talora perpendicolari tal'altra pendenti a destra o a sinistra, sovente ti sembra che la natura, volendo spaccarli, dopo averci fitto dentro il cuneo ci picchiasse sopra due o tre martellate, e poi distratta smettesse il lavoro in tronco senza ripigliarlo più; così quelle aperture si presentano ad angolo, e per dirla alla povera, a modo di V: le acque piovane scolando per questi canali ci hanno scavate buche, dentro le quali puoi mettere un piede, e così andare su su inosservato anche da cui stesse dieci passi discosto, come per una scala: se non che sovente gli scavi cessano, la pietra casca giù a perpendicolo e a te non avanza far altro che dopo mirato due volte o tre quel lavoro condotto coll'archipendolo, tornartene addietro.

Ferrante si cacciò dietro uno di questi fessi e sentiva dietro a la madre di Altobello mettere il piede nell'orma ch'ei lasciava: non profferiva parola, e gli pareva non avere mai palpitato di speranza e di terrore come adesso; però fin non avevano incontrato intoppo che non avessero potuto superare con mediocre fatica; anzi parve a Ferrante discernere qua e qualche vestigia di opera di uomo, sia per allargare, sia per assicurare il cammino; già la gioia gettava su la sua anima un raggio sbiadito sì quanto il crepuscolo di autunno, pur sempre affetto diverso dall'angoscia, quando, quasi per fargli scontare codesto atomo di contentezza, lo percosse il fragore del torrente: gli corse lungo i reni il sudore freddo, presagendo che in breve si sarebbero trovati su l'orlo di una fenditura impossibile a passarsi. Raddoppiò il passo come uomo a cui l'incertezza pesi più insopportabile del danno; si era punto ingannato: in cotesta parte delle roccie, in mezzo ad una apertura, rovinava uno dei cento torrenti della montagna. Ferrante si sentì mancare il respiro, la vertigine un momento lo prese; un momento, perchè fu uomo d'anima e di nervi di ferro: allora esplorando meglio conobbe, comecchè la neve caduta li coprisse, che nel fianco del dirupo erano stati a forza di scalpello condotti incavi dove poteva appoggiare il piede per discendere; certo col precipizio da un lato, il monte quasi a perpendicolo dall'altro, e cotesti buchi dalla neve resi sdrucciolevoli e ciechi, non presentavano cammino gran fatto dilettabile; ci voleva occhio, piedi e cuore saldi, Ferrante e Francesca Domenica li possedevano.

A mezza costa cessava il sentiero, se sentiero può dirsi, sopra uno scoglio sporgente in fuori dal fianco della rupe, e dal fianco opposto si osservava sporgere uno scoglio uguale, quasi due mensole lavorate dal terremoto quando egli si mise a fare da maestro muratore nel mondo, o piuttosto due gheroni laterali di ponte, che o non compì, o compito per ghiribizzo ruppe. Da molti secoli stavano l'uno contro all'altro senza potersi più riunire, pari a due fratelli, che l'odio abbia divisi; invano ravvisiamo in loro la origine comune, invano i segni del medesimo grembo che li portò; del medesimo seno che porse il latte ad entrambi; le loro anime mostrano le ferite insanabili, che si sono recate scambievolmente; se ambedue avessero ad essere accolte in paradiso, una delle due supplicherebbe in grazia la precipitasse Dio nell'inferno. Anche quando dello amore di tutti gli angioli potesse tessersi un laccio, non varrebbe ormai a rilegare due cuori pei quali l'odio divenne la più acuta delle gioie, il più spasimante dei tormenti, la sorgente unica della vita.

Il torrente stretto fra codesti scogli urlava come lupo preso a mezza vita dalla tagliuola; le acque compresse si avventavano contro la rupe con rabbia impotente, pari alla vipera dardeggiante la lingua contro il villano, che gli spezzò i reni; quantunque di mole più angusta non era questo spettacolo meno tetro di quello notato da Altobello; così l'Averno antico traversavano parecchi fiumi nella difformità loro tutti ugualmente terribili.

E pure l'uomo perseguitato dall'uomo aveva conteso quei luoghi agli uccelli rapaci, imperciocchè oltre il sentiero scalpellato su la parete della rupe apparisse un nuovo segno della presenza di lui in due tronchi di albero gittati sopra le mensole che abbiamo descritto, e stretti insieme con corde di spartea. Da quanti anni durava costà codesto ponte? Erano fradici i legni e tuttavia capaci di sostenere il peso di un corpo umano? Cotesta spartea che pure pendeva giù sfilacciata avrebbe bastato a tenerli uniti? Chi lo sapeva? Chi poteva saperlo? Una cosa era certa, che verun ponte del mondo somigliò tanto quello che Maometto immaginò attraversare l'inferno. Ben è vero, che Maometto sotto l'Al-sirat mette fuoco, e qui rovina l'acqua, ma di qualunque caschi di sotto a quello od a questo, la perdizione sarà del pari sicura.

Occorrono casi nella vita, intorno ai quali se tu, sebbene animoso, pensi più di una volta, rifuggi sbigottito: il passo di questo ponte poni addirittura tra quelli, e Ferrante non avrebbe mai pensato a traversarlo se non ci si fosse trovato sopra senza sapere come: appena giunto in cima dall'altra parte, provò rimorso della sua audacia, immaginò l'affanno della povera madre rimasta su l'altra sponda senza potere a posta sua varcare, sentì quale cuore in codesto punto doveva essere il suo nel sospettarsi abbandonata; e allora si volse d'impeto per gridare alla madre stesse sicura, ch'egli lo ripassava subito per andare fino a lei; ma con meraviglia pari allo spavento egli la vide pallida e sicura venuta fin'oltre a mezzo del ponte. Egli non ardì dirgli una voce di conforto, non mormorare una preghiera per lei; le facoltà della sua vita rimasero sospese; si peritò perfino a porgerle la mano per aiutarla. Ella pose il piede dall'altra parte senza dare a conoscere paura del passato pericolo, o allegrezza di averlo vinto; solo a Ferrante, che s'inchinò dinanzi a lei per baciarle l'orlo della veste, ella sollevandolo disse:

- Voglio vedere mio figlio.

La via dall'altra parte, tenuto di conto delle asperità incontrate fin ora, poteva dirsi agevole, non perchè piana, ma perchè gli scalini i quali tornavano a salire erano scavati con abbastanza larghezza; mentre ascendevano notarono parecchie grotte, che avevano aspetto di più comode delle altre fin abitate dai proscritti, e talune apparivano difese da un po' di muro e da un assito a mo' d'imposta per ripararle dal vento, adesso logore per vetustà. Di sopra le grotte tornarono i mali passi, ma nel presagio che fossero gli ultimi, si fecero cuore; di vero questa volta la speranza non li deluse, e dopo averci adoperato un po' le mani ed i piedi, si trovarono su la spianata in cima al monte.

I proscritti voltavano tutti le spalle dalla parte dove sboccava la via consueta, e intenti miravano, sia che fosse giunto fin lassù qualche insolito rumore, sia che si struggessero nella impazienza di vedere arrivare Ferrante: erano tutti a un dipresso della stessa statura, le vesti o piuttosto gli stracci in tutti pari, e pure Francesca Domenica non isbagliò a riconoscere il figliuolo suo. Non lo chiamò perchè il tremendo anelito non concedeva l'adito alla parola, ma egli la sentì, però che ei volgesse come presago, e per ben due volte con suono di voce, che non può ridirsi, esclamò:

- Mamma! mamma!

Mamma, e non madre, chiamano i Corsi, dacchè come per proverbio ripetono spesso gentilmente, che per mamma s'impiccicanu e labre duie volte, cioè si baciano due volte le labbra. Coteste due povere creature si abbracciarono, si strinsero, la bocca incollarono sulla bocca, un medesimo alito fatto di due fiati respirarono; pareva volessero confondersi co' corpi come con la respirazione; non parlarono, o piuttosto si parlarono coi palpiti, cuore sovrapponendo a cuore; e certo troppe più cose, e troppo meglio si dissero con un palpito solo che con la favella. Il corpo è carcere così dell'anima come della intelligenza; e il pensiero schiavo della materia non può riscattarsi dall'avaro carceriere se non gli lascia in mano massima parte del tesoro dei suoi concetti.

Che cosa è mai il tempo per coloro, che lo vorrebbero spento? E questi sono di due maniere enti; o i troppo felici o i troppo miseri; ai primi qualunque durata pare meno di un baleno, ai secondi rincrescono i minuti come la eternità; Altobello e Francesca Domenica per doppia cagione potevano avere smarrito la misura, ma in quel momento si sentivano felici. Ferrante fu quegli che, osservando declinare il giorno, si attentò mettersi fra mezzo a quei santi affetti, e ricondurre le anime immemori ai tristissimi uffici della vita, e:

- Signora, diceva, la luce presto vien meno sul fianco orientale della montagna, e voi correte risico di restare quassù.

Francesca Domenica di tanto non potè tenersi, che non facesse spalluccie. Altobello, il quale conobbe tosto quella non essere la via per venire a conclusione con sua madre, soggiunse:

- Mamma, osservate, che voi siete l'unico legame, che ci unisca al mondo; se voi aveste a restare chiusa qui con noi, voi perdereste la vita, e questo non vi importerebbe gran fatto, ma con la vostra perdereste anco quella di questi valorosi giovani... ed anco la mia.

- Tu parli da quel savio figliuolo che fosti sempre, Altobello; affrettiamoci, via; accompagnami fin qua oltre che la via non è troppo dirotta, e ragioneremo scendendo.

Fu allora, che Altobello pose mente al nuovo sentiero donde erano venuti la madre e Ferrante, e maravigliando interrogò perchè avessero tenuto cotesta inusitata via per salire, e perchè trascurassero la vecchia per discendere: saputane la cagione, osservò non parergli cosa da farne caso, anzi ci spese sopra un motteggio, o due; e tuttociò per non apportare giunta di angoscia alla madre, mentre in fondo dell'animo vedeva con terrore stringersi il cerchio come quello in cui viene preso lo scorpione, al quale non avanza altro scampo che uccidersi per non restare ucciso. La madre interrogata da lui intorno a Serena, e che facesse, e come si portasse, e se la infermità le dava tregua, a sua posta con pietosa menzogna lo accertava non andare di peggio, correre per le malattie di petto la stagione, oltre l'usato rigida, veramente dannosa, pure aversi a sperare che presto rimetterebbe della sua asprezza; certo la povera Serena al primo alito di primavera si sentirebbe ricreata; intanto ella pensare sempre a lui; da mattina a sera non rifinire mai raccommandarlo alla beata Vergine, a Dio e a tutti i suoi Santi; ed anco a raccomandarsi a lui affinchè non si cimentasse senza necessità; per ora stesse quieto; quando finirebbero mai cotanti affanni? E ancora io, ti supplico come sorella in Gesù Cristo, e come madre ti comando a non esporti. A questo pensa, che tu ti metterai a pericolo di vita forse una volta in capo al mese e noi ti ci tremiamo dieci volte all'ora; pensa che nell'ardore del combattimento tu non puoi e tu non devi ricordarti di noi, ma noi non cessiamo un minuto di averti dinanzi gli occhi.

Così di parole in parole scesero su la parte avanzata, che faceva risega alla montagna dove stavano appoggiate le teste degli arbori. Altobello non s'immaginando pure per ombra che sua madre avesse quinci a passare, esplorava attorno come procedesse la via: quando seppe non presentarsene altra eccetto quella del fiero ponte si volse alla madre per impedirle con preghiera il passo, ed esperto della ferrea volontà della madre sua, disposto ad usarci anco la forza; ma non fu a tempo perchè Francesca Domenica già ci avea messo sopra il piede; allora egli si chiuse gli occhi per non vedere; quando gli riaperse avvisò la madre in salvo dall'altro lato che gli mandava saluti col cenno della mano; subito dopo disparve nelle ombre del crepuscolo che moriva.

I proscritti tornavano taciturni alla grotta; tanto gustarono di cibo e bevvero vino, quanto bastava a mantenerli in vita; quasi per tacito accordo cotesta sera non alterarono ragionamenti; mesti, scorati giacquero su la massa di foglie, che serviva loro di letto, e come poterono meglio si schermirono dal freddo con le pelli di capra; fingevano dormire, ma la vigilia dell'uno si palesava all'altro col frequente crosciare delle foglie peste dallo spesso dare di volte sull'uno e l'altro fianco ch'essi facevano, con gli sbadigli convulsi, ed anco con qualche gemito comecchè soffocato.

Alla dimani poi seduti sopra i loro giacigli tennero parlamento; molti e varii i pareri e concludenti poco come accade nelle estreme angustie; piacque su le altre la opinione di Ugo della Croce, la quale fu, non aversi punto a credere che la guardia della costiera dovesse durare; cotesta essere una scorriera passeggera del provinciale, se già a quell'ora non era cessata; parergli impossibile che i soldati lungamente si trattenessero costà, massime nella perversa stagione, molto meno volessero stanziarvisi, privi di asilo per ripararsi dalle intemperie; e questa opinione piacque non mica perchè fosse più giudiziosa delle altre che furono emesse, ma perchè meglio delle altre garbava, chè l'uomo comunque sagace è fatto così, e di colta crede sempre a tutto ciò, che più lo lusinga, o che l'offende meno. Così anco in mezzo alla procella un raggio di sole trova la via tra nuvolo e nuvolo per dare agli uomini speranza, che cotesto scompiglio della natura cesserà presto; ma come quel raggio in breve si dilegua così disparve da cotesti cuori la fiducia ricadendo nel buio della disperazione. Tuttavolta statuirono che Ugo sarebbe andato a specolare se il suo presagio rispondeva al vero, e Ferrante per la nuova strada a vedere se da cotesta parte fosse rimasto sgombro il passo. Ugo tornò fedele come la colomba dell'arca, ma non portava come lei fronda di olivo; contro la sua previsione i soldati del provinciale avevano preso stanza a piè della salita, e fabbricataci una capanna per dimorarci la notte. Ferrante venne più tardi, ma non recò migliori novelle; egli si era arrisicato fino alle case dei montanari, e mentre si avvisava penetrare dentro la più appariscente, averla con somma meraviglia rinvenuta aperta cioè senza traverso alla porta, perchè su i monti le case non abbisognavano a quei tempi serrame più solido di un segno qualunque, che attestasse la volontà del padrone, che nessuno s'introducesse in casa sua; non dimanco entrato egli scorse un uomo in atto di rovistare: temendo di essere scoperto, senza punto pensarci si trovò ad avere inarcato il moschetto pigliando di mira il malcapitato montanaro: quegli però non mostrando cenno alcuno di viltà avergli detto: - giovane, non fa caso, alzate su lo schioppo che io non fui mai traditore, incomincierò adesso. Alla voce sicura, alla sembianza onesta essersi arreso, e quegli, cavato di seno l'abitino della Madonna, averlo scucito e trattone fuori una cartuccia gliela porse dicendo «Sapete leggere?» ed egli lesse così: «Noi Pasquale Paoli, generale del regno di Corsica, facciamo fede come Asone di Tavera meriti la riconoscenza della Patria e la riverenza di tutti i buoni patriotti; nelle condizioni in cui ci versiamo non ci è dato, oltre questa, largirgli altra ricompensa: ella basterà al suo cuore generoso, non basta all'obbligo mio e alla gratitudine dei suoi concittadini. Vivario, 10 giugno 1769. Pasquale PaoliDopo ciò, deposto ogni ritegno Ferrante avergli aperto lo stato suo e dei compagni, e quegli così averlo ammonito: - figliuolo mio, la è una matassa arruffata; credete, il meglio sarebbe seguitare il consiglio della signora Alando, recarvi a San Bonifazio cogliendo il tempo opportuno, e ripararvi in Sardegna; ma, poichè mi dite questo esservi tolto dalla religione del giuramento, io vo' che sappiate aspettarvi sicurissima prigionia e morte, se mai vi attentaste avventurarvi verso Corte: piena dei soldati del provinciale la campagna; veruna capanna, verun casolare senza micheletti o spie: ogni viandante sottoposto a sottili indagini; a lui pastore, tornato a casa a pigliare certo danaro sepolto per comperare bestiame, che, stante la rea stagione, molti del piano gli offerivano a grato prezzo, non essere stato concesso arrivare fin senza passaporto e mallevaria di due notabili bastiesi, senza andare soggetto a quattro visite lungo il cammino. Ferrante allora, interrogato Asone se, tornando in Casinca, piglierebbe per Corte, e quegli rispostogli di sì, averlo pregato di porgere avviso di tutto l'accaduto alla signora Alando, e quegli avergli promesso; di più sarebbe andato in cerca per quei luoghi di castagne, e, se gli venisse fatto raccoglierne, le avria portate in casa, dove Ferrante a bello agio poteva andarle a trovare.

Asone mantenne la promessa, portò circa un sacco di castagne in casa sua, e passando da Corte, tentò fare l'ambasciata alla signora Alando; visitarla non gli pareva ben fatto, e poi non gli sarebbe ad ogni modo riuscito; allora prese lingua del confessore della Francesca Domenica, e, conducendosi da quello, sotto pretesto di confessione lo supplicò ragguagliasse la signora Alando di quanto concerneva il suo figliuolo: poi l'uomo dabbene andò pei fatti suoi, ed il Pievano adempì anch'egli il carico preso.

La ragione, per la quale il pastore da Tavera non si era attentato visitare la madre di Altobello, fu questa, che il governo ormai deciso di sterminare il seme dei banditi, ordinò si sostenessero i parenti più prossimi di quelli, e ai più lontani, come pure gli amici, si minacciassero asprissime pene, caso mai ardissero provvederli di vettovaglia; sperando in questa maniera gli avrebbe spenti la fame. Francesca Domenica, compassionando altrui, confidava immune da cotesto bando, ma non accadde così, imperciocchè, o cominciasse a sospettarsi la verità della morte del suo figliuolo, o quale altra ne fosse la causa, comecchè ritenerla prigioniera non si attentassero, pure le misero sentinella alla porta, con ordine di vigilarla dovunque avesse indirizzato il passo, e pigliare nota di quanti la visitassero; onde, se togli il pievano e il dottore, gli altri tutti, per paura di perdere, o di non acquistare, si rimasero da frequentarla.

Dopo la partenza di Francesca Domenica, una maniera di smania febbrile invase i nostri proscritti, e li condusse a rifrugare tutte le latebre della costiera per vedere se, oltre le due conosciute, offerisse qualche altra via di scampo; ci si affaticarono attorno per più di un , aggrappandosi ai rocchi con le mani, ovvero calandosi agguantati a qualche fune, e sempre invano, perchè di botto si parava loro davanti uno scoscio formidabile tagliato a perpendicolo, dove le corde non bastavano, ovvero una seguenza di scogli appuntati e taglienti, dove avrebbero lasciato a frusto a frusto la carne e le ossa senza venirne in fondo. Allora, cadendo la febbre, prese a impossessarsi di quei meschini una tristezza grave, infinita, che in breve doveva condurli ad amare la morte come l'amica più fedele della loro vita.

Primo a cascare sotto il peso del tedio fu Rutilio Serpentini, che ricercato il giorno appresso a levarsi dal suo giaciglio di foglie di castagno, rispose:

- Non mi annoiate, mi sento le membra e l'anima stanche.

Coteste parole erano profferite con voce pacata, e pure contenevano in tanta preghiera e sconforto e minaccia, che i compagni ne rimasero scossi; e lasciaronlo stare; ciò poi accadeva perchè con echi simili tutto il loro ente ripeteva cotesto grido. Uscirono i quattro più perseveranti e spesero il giorno come gli altri; la notte passarono vigili e non pertanto silenziosi: quando un poco di raggio si fu messo, non senza sforzo, sorto in piedi Altobello, disse agli altri:

- Andiamo.

Ferrante, appuntellandosi sul gomito ed aiutandosi con le mani, giunse a mettersi diritto, non così gli altri tre, e Ugo della Croce ponendosi ambedue le mani sotto il capo, e le gambe tenendo rannicchiate una soprammessa all'altra, sbarrata la bocca a lungo sbadiglio, disse:

- Io vo' dormire.

Romano da Colle, scosso più volte, non rispose meno.

Come il vento trasporta i semi da una pianta all'altra, così la inerzia del Serpentini durante la notte si era appiccata ad Ugo della Croce ed a Romano, nei quali avendo rinvenuto il terreno disposto vi aveva prodotto germogli e frutti. I due rimasti si strinsero le spalle e uscirono soli; perchè? Ritentare le cose disperate è supplizio che si legge imposto nello inferno ai perduti; si consigliarono pertanto scendere il monte per la via ultima scoperta e spiare se ci fosse modo alcuno allo scampo. Il ponte, che prima mise spavento ad Altobello, ormai per frequenza ei non curava; quando non fosse stato così, ei si sentiva tale da non reputare sventura precipitarsi di sotto. Pervenuti al lembo del bosco si divisero, pigliando questi da un lato e quegli dall'altro, dopo molto errare si riunivano, e ricalcando la sera avviliti la strada, quasi sempre si ripetevano le medesime novelle: avere scorto la campagna gremita di picchetti, parte fermi in case o capanne, e parte in giro; ora si erano potuti sottrarre alle costoro esplorazioni celati dietro il fusto di un larice girando via via che i micheletti procedevano, ed ora rannicchiandosi dietro un sasso: tale altra dovevano lo scampo all'essersi ficcati sotto la neve: impossibile pertanto pareva loro scivolare da cotesta catena; si sentivano presi non come uccelli in gabbia, bensì come belve nei parchi, e destinati a cadere inevitabilmente sotto i colpi del carnefice: di fatti, con quale speranza, sfuggiti dal primo picchetto, avrebbero evitato il terzo ed il quarto? Come traversare inavvertiti tanto spazio di via? Come senza sospetto entrare e stare nelle terre? Almeno possedessero qualche panno da travestirsi, ci era da correre il rischio! ma non avevano altra veste eccetto i cenci che portavano addosso, e la cappa nera, uguale a quella che usò per lo addietro Francesca Domenica, ormai nota e presa appunto di mira: non ci pensiamo più: abbiamo lottato quanto a forza umana era concesso: contro il destino non vale dare il cozzo; e noi sortimmo dalla natura nervi di ferro, Dio ci dotò della sua potenza per poterlo vincere.

Ultimi giacquero disfatti dalla empia virtù del tedio, epperò il tracollo di loro fu più duro di quello degli altri. Sentirono farsi pese le membra, a fatica sollevarono le mani non altramente che se fossero di piombo, appena le stendevano a pigliare cibo o bevanda molestati dalla fame; e bisognava che gli stringesse suprema qualche altra necessità perchè si movessero da giacere; l'aria stessa provavano greve e sul petto una sbarra di ferro come anticamente ponevano in Inghilterra su quello dei traditori. Da prima gli stimolò continuo il bisogno di stirare le braccia, sbadigliare, allungarsi con la persona, poi parve loro più giovevole lo starsi rannicchiati senza muoversi; spesso gli pigliava un languore di stomaco, cui tenevano dietro due o tre boccate di acqua; di breve i languori si mutarono in granchio, e il vomito dell'acqua in sete; ad ora uno zufolìo increscioso fischiava dentro le loro orecchie, e davanti agli occhi turbinavano nuvoli di faville. Tale il corpo; la facoltà intellettiva non sonnecchiava, bensì si struggeva in opera inane, imperciocchè la tenesse assorta la contemplazione di un punto fosco dal quale, invece di spicciare luce, o idea o immagine, usciva, spandendosi246 ed infoscandosi vie più sempre, il buio; gli era un tormento di sepolto vivo, o di anima condannata alla custodia del suo corpo morto: per ultimo cotesto punto diventava doloroso quanto una capoccia di chiodo ardente ma non infocato, e allora un gemere vario empiva cotesto luogo già miserabile per tanta sciagura. Se il cuore in loro vivesse non si accorgevano, ci badavano; forse se quelli che li cercavano a morte fossero saliti a scovarli fin lassù, mossi dall'istinto che domina ogni animale per la propria conservazione, si sarebbero difesi, ma per andare ad assaltarli eglino stessi anche con la certezza di vincerli, per certo non avrebbono fatto un passo; il più mortale nemico loro poteva passargli da canto senza paura, perchè lo avrebbero bene agguardato alle spalle finchè non fosse scomparso, ma veruno avrebbe posto il dito sul grilletto per isparargli dietro lo schioppo. Foglie secche, rimaste a mezzo dicembre su l'albero della vita.

Pure Altobello un giorno con supremo sforzo si levò su le ginocchia, e camminando carponi fino alla bocca della caverna, si rinfrescò la fronte inaridita con un pugno di neve; scosse potentemente le fibre del corpo gli dettero forza a rizzarsi, appoggiandosi ai sassi, ed a muovere due o tre passi fuori, l'aria vivida gli cagionò le solite vertigini, sicchè per poco non ricadde a terra, pure si resse; di breve acquistò vigore da sgranchiarsi le membra, si agitò, rifluì vivido il sangue nelle vene, la memoria e il pensiero tornarono nella consueta loro sede.

Qual sede e dove? Racconto storie, non detto trattati di metafisica: però basti al lettore sapere che la memoria e il pensiero tornarono nella sede dove, senza dubbio, stanno il pensiero e la memoria.

E con la memoria tornarono gli affetti eziandio, però che appena Altobello ebbe, per così dire, riscattato la sua anima, si fece indietro ed affacciandosi alla caverna esclamò:

- Chi vuol vedere il cielo? Chi lo vuol vedere?

Nessuna risposta, ed egli da capo:

- Chi vuol vedere il cielo?

- Io lo vorrei, ma non posso; rispose una voce, la quale quantunque roca, Altobello ravvisò per quella di Ferrante; allora quegli, come pauroso dell'influsso dell'aere maligno, entrò di corsa e preso Ferrante sotto le ascelle lo trascinò fuori della grotta: quivi gli stropicciò la neve in faccia, gli stirò gambe e braccia; lo sovvenne a rizzarsi in piedi, lo sostenne ritto; però parve che Ferrante non ne restasse gran cosa soddisfatto, dacchè guardava Altobello a squarcia sacco, e continuava a mostrare la sembianza stravolta come uomo a forza desto.

- Orsù, disse allora Altobello, andiamo a vedere, se gli antecessori nostri abitassero stanze più agiate delle nostre, perchè da questa caverna dobbiamo uscire per sempre; dal soffitto come dalle pareti sembra che stilli malinconia.

Ferrante gli tenne dietro senza rispondere; entrarono nelle grotte, e le rinvennero meno spaziose della loro, ma più asciutte e provviste di qualche comodità; ne avevano visitate tre e ne avanzava due altre: una di queste era chiusa da un assito; lo remosse Ferrante, ed allungando il piede per penetrarci inciampò in qualche cosa che gli dette molestia; abbassando lo sguardo vide essere un teschio umano, con altro ossame sparso la dentro; preso da subita stizza, sferrato un calcio lo colse in pieno scaraventandolo a capitombolare per le roccie; il teschio rimbalzando percosse su tre o quattro punte, e con un suono fesso parve brontolare; poi caso volle che al quarto sguizzo la scheggia di uno scoglio gli entrasse nel pertugio sotto la mascella, onde vi rimase ritto, e dondolando a destra e a sinistra per ultimo si rigirò, tenendo i fori degli occhi in su quasi per mirare chi gli avesse usato villania.

Altobello non si potea tanto reprimere, che non gli uscisse questo rimprovero di bocca:

- Voi non avete fatto opera buona, Ferrante?

- Che pretendereste voi? Forse che ad ogni teschio di bandito io mi cavassi la berretta e gli dicessi: eccellenza?

- I morti sono sacri.

- Non i banditi.

- E noi non siamo banditi?

- Tra bandito e bandito ci corre; costui quando visse, mise le mani nella roba altrui per cupidità, e nel sangue per vendetta privata, mentre noi se c'insanguinammo le nostre, e' fu per vendicare i torti della Patria.

- E chi vi ha detto che costui fosse bandito di questa ragione; o non piuttosto uno dei padri, forse un compagno di Sampiero, condotto quassù per la medesima causa per la quale ci riparammo noi altri? L'ossa di rado chiariscono se appartennero al carnefice o alla vittima, ma il luogo giustifica, e la storia, che c'insegna che la tirannide, vecchia inquilina del mondo, in Corsica poi ci avesse le sue proprietà. E posto anco che la cosa stesse come supponete, Ferrante, dove fossimo presi pensate voi che proponendo cotesta distinzione ai nostri giudici, ce la menassero buona, o piuttosto varrebbe a mandarci alla mazza più presto?

- Non so se mi varrebbe, perchè non la proporrei.

- io meglio di voi, ma si figura per amore di ragionamento. Il giudice apre il libro e legge: non ammazzare! - ma tu, ripiglia, hai ammazzato: dunque, conchiude, hai da morire. Le scuse non contano, o poco, perchè non mancano mai a cui non ne ha, e chi ne ha, sbigottito le tace.

- Può darsi, che così sia coll'uomo, ma con Dio non ci ha mestiere allegare scuse; egli conosce da le intenzioni.

- Voi dite saviamente, ma poichè non può conoscerle altri eccetto Dio, lasciamone a lui la conoscenza e il giudizio. Se costui fu ladro, chi sa quale stretta lo condusse alla colpa? La rabbia della fame, l'avarizia altrui, la pietà forse o di padre, o di figliuolo, tutte queste cause o distinte o congiunte insieme possono disarmare la giustizia divina; e così pure l'omicida che, o per veemenza di passione, o per irresistibile istigazione di parenti, o per necessità di vendicare il sangue paterno, troverà se non perdono intero, almeno benigno riguardo. La giustizia umana procede spietata perchè cieca.

- Voi avete più parole di un leggìo; a sentirvi dovrei vestirmi di sacco e percotermi il petto con una pietra per aver dato un calcio al teschio di un bandito.

- Non dico questo, bensì affermo, che nei casi dubbi è prudente astenerci dal giudizio, e nei crudeli la carità vuole che veruno offenda senza bisogno.

- Ed io, che da ventun'anno in poi licenziati i tutori, una volta faccio come mi piace, ed un'altra come mi pare, e a cui non garba mi rincari il fitto.

Altobello, nato e nudrito in Corsica, sapeva che l'anima del côrso agitata dalla passione devia dalla rettitudine nel modo stesso che urtata la bussola, l'ago si scosta dal polo, ma come questo a mano a mano che la vibrazione va cessando ritorna dove la natura lo tira, così l'anima côrsa nella quiete ritrova la via della giustizia. Per la quale cosa tu vincerai co' Côrsi, se avendo ragione, ti lascerai pel momento vincere; la contraddizione gli aizza, e quando il sangue bolle, la superbia partorisce sofismi sopra sofismi, e villanie, e non sopportabili ingiurie. Anche gli antichi loro legislatori ebbero a considerare la triste conseguenza dei mali generati, da questo perfidiare, epperò lo puniscono con gravi pene. Gli uomini educati per ordinario appaiono guariti da tale difetto; i meccanici un po' meno, le donne punto, e credo ormai che si giudichi infermità disperata.

Pertanto l'Alando, messe da parte ogni altro rimbecco, lasciò solo Ferrante con la sua coscienza, la quale non andò guari a bisbigliargli dentro: tu hai torto. Ed egli, a lode del vero, non lasciò dirselo due volte, ma subito dopo si levò in piedi, scese, si erpicò, e tanto mise in opera le mani e i piedi che, ricuperato il teschio, se lo recò sul braccio coll'atto amoroso di madre che porta il suo figliolo: depostolo poi sur un masso gli si genuflesse davanti, e favellò agitato:

- E tu prima di me, come me e forse più di me, conoscesti le ore nere del bandito, però perdona com'io ti avrei perdonato. - Quindi giunte le mani, declinato il capo e chiusi gli occhi, recitò molto devotamente un de profundis per l'anima del bandito.

Altobello, scosso l'amico suo per una spalla, gli disse:

- Ferrante, io non istarò a cercare adesso quale delle due misericordie meriti il primato, se quella dei morti ovvero quella dei vivi; certo è però che l'una senza l'altra non regge: andiamo pertanto a riscattare dallo abbattimento i nostri amici, affinchè se abbiamo a morire, moriamo come uomini non come lumache.

E come dissero fecero, traendo per forza all'aria aperta Ugo, Romano e Rutilio; sopra i quali come già su loro, operò il refrigerio del moto, del vivido aere e del freddo lavacro. Essendosi intanto fatto sentire il bisogno del cibo, Altobello si offerse andarlo a cercare nella grotta abbandonata, però che avessero di comune accordo statuito abbandonarla come stanza maluriosa: colà si accorse di cosa a cui non aveva posto mente egli i compagni suoi, avanzare tanto di cibo quanto appena bastava a un solo. Lo prese, e messolo davanti agli amici, non tacque che era l'ultimo, se Dio non provvedeva.

- E Dio provvederà, risposero, o col mandarcene, o col togliercene il bisogno.

Un'agitazione insolita adesso s'impadroniva di cotesti mal capitati, la quale doveva attribuirsi meno alla inquietudine della mancata vettovaglia, che al mutamento del tempo. Infatti la stagione acerba, e tirata dalla rigida tramontana, cedeva davanti allo scirocco, che si avanzava baldanzoso come insegna di esercito sicuro di vincere, e nuvole dietro nuvole affrettavansi appunto pari a legioni accorrenti sul campo di battaglia; ancora il rombo incessante del tuono in lontananza pareva lo strepito delle artiglierie: sul declinare del giorno il cielo si oscurò affatto; allora ogni oggetto prese secondo la sua natura a manifestare lo sgomento per la vicina tempesta; tutte le cose mandavano suono, e tutto suono era rammarichìo. Altobello uscì con Ferrante dalla nuova grotta benedicendo Dio nelle glorie della procella, però che anch'essa, anzi ella principalmente, valesse a sollevare la sua anima e a indurla alla dimenticanza delle miserie presenti; rannicchiati nel breve resedio, di faccia al luogo dove cascò il teschio, stavano ammirando lo scompiglio degli elementi: l'emisfero era buio come il folto della mischia, e al pari di quello terribile d'infiniti strepiti: però di tratto in tratto quasi lo spirito del male battesse le palpebre, scoppiava il baleno a illuminare il cielo e la terra; di colore sempre uguale; all'opposto era vermiglio quasi volesse mettere fuoco al creato o lo avesse spruzzato, di tal altro livido quanto la faccia della viltà abbattuta ed ora per ultimo glauco di quell'azzurro grigio che ritiene la congiuntiva dei trapassati prima che una mano pietosa ne abbia chiuso le palpebre al sonno che non ha risveglio. Bastava questo spettacolo per atterrire ogni più saldo cuore, e pure si sentiva che qualche cosa di più tremendo stava per sopraggiungere; e sopraggiunse, in tutta la sua maestà si mostrò il Signore del bene e del male, sotto il soffio del quale le quercie piegano quasi giunchi palustri, i monti traballano come menadi ebbre, gli oceani spariscono via al pari delle lacrime dagli occhi dell'erede, e i cieli si ripiegano a guisa di tenda del pellegrino del deserto, che passata l'ora del meriggio ripiglia il cammino; il firmamento non sostenne la sua presenza senza lacerarsi da un capo all'altro, e dal fesso si rovesciarono giù acqua, neve e grandine mescolate insieme; la faccia di Dio si rivelò paurosa nei fulmini, il suo potente braccio picchiò sopra la terra come il guerriero il suo scudo di battaglia. Orrendo a udirsi e a vedersi; ululavano i monti pari a larve dei primi abitatori del mondo fuggite fuori delle antiche sepolture; e i grappi della neve strappati dalla violenza del vento sembravano chiome canute, che le dolorose svellessersi nell'impeto della disperazione, intantochè i mille rivi ingrossati di acque erano immagine delle lacrime prorotte da occhi che da secoli e secoli non avevano pianto.

- !... !... gridò spaventato Altobello, abbracciando strettamente pel collo Ferrante... l'avete visto? l'avete visto?

- Chi mai, Altobello? La fantasia vi atterisce...

- No... vi dico di no... io l'ho visto...

- Ma chi?

Che mai aveva veduto Altobello? La cara immagine materna circondata dalle vampe del fulmine, tra le schegge della rupe percossa, che si spandevano all'aria come falde di neve infiammata; e l'aveva vista prima cadere in ginocchio poi rovesciarsi col capo in dietro e le braccia aperte ad implorare dal cielo un soccorso, che non poteva ormai più sperare dagli uomini. Il suo pensiero più veloce del baleno avvertì, che forse l'apparizione non era di persona viva, sibbene l'anima della madre, che, passata all'altra vita per subito infortunio, veniva a visitarlo; poteva anche supporre che fosse errore della sua fantasia, come poco prima aveva notato a Ferrante; ma quanto l'uomo è corrivo ad accogliere difetto in altrui, tanto è restio a confessarlo per : quindi o quella che gli compariva davanti fosse sua madre viva, o l'anima di lei defunta, si sentì rimescolato dalle ugna dei piedi fino alla punta dei capelli.

- Mamma! Mamma!... siete qui!

- Sono qui...

- Viva...?

- Sì, per la grazia di Dio; ma dammi aiuto... che non so se intera...

- Dove?

- Qua... per di qua... vieni diritto alla voce...

- Oh! vi ho vista... allungate la mano...

- Non ci arrivo...

- Guardate di alzarvi un po' voi... io non posso di più staccarmi dalla roccia... l'agguanto con due dita...

- Mi proverò... ecco...

- Un altro247 po'... stringetemi forte con una mano... l'altra... agguantatemi coll'altra... vi sentite bene assicurata?

- Sì...

- Dunque su?

- Su pure...

E così, come per miracolo, la fortissima madre, in mezzo alla tempesta e ai fulmini, quasi precipitata tra i laceri di una rupe, fu messa in salvo dal figliuolo, il quale appena fermo sul ripiano della grotta, bagnato più di sudore, che di pioggia, cadde sfinito, non così la madre, che a tastoni gli cercò la bocca, e accostata alle sue labbra una fiaschetta di liquore:

- To', disse, figliuolo, ristorati, che devi averne bisogno.

Rientrati nella grotta per comune avviso deliberarono accendere il fuoco, nella fiducia che, mentre durava la bufera, nessuno ci avrebbe atteso; e se ci avessero atteso, se si sentivano cuore, salissero a spegnerlo. Costà di foglie e di rami secchi non si pativa penuria. Francesca Domenica sana e salva, eccetto qualche contusione, fe' voto recarsi in pellegrinaggio alla Madonna della Vasina per la grazia ricevuta, andò ad asciugarsi in una grotta, i proscritti rimasero nell'altra, dove tanto piacere presero a vedere il fuoco e a confortarsi le membra al benefico calore di quello, che quasi dimenticarono lo stato in cui si trovavano ridotti.

Intanto che quei meschini si ricreano, ragguagliamo il lettore del come la Francesca Domenica si trovasse lassù. Abbiamo detto il Governo avere ordinato, che le sentinelle vigilassero giorno e notte intorno alla casa Alando, non per impedire la gente a entrarci, od uscirne, bensì per tenere di occhio alla Francesca Domenica, e spiarla sempre in qualunque luogo ella s'incamminasse: non era per tanto difficile accorgersi com'ella fosse segno di continua attenzione, per dire il vero il Governo si curava troppo che ella ed altri se ne avvedessero, reputandosi assodato abbastanza per dispensarsi dal dissimulare; ella, come prudente, pretermise abbigliarsi con la consueta veste, e recarsi a visitare quotidianamente la tomba: anco trascurava ogni portarci le consuete provviste di biscotto, vino, acquavite, ed altre cose al vivere necessarie, ma ogni con terrore crescente si chiariva come tutto rimanesse intatto; segno certo, che o a Ferrante erano chiuse le vie per passare, o qualche malanno era capitato lassù. Simile dubbio diventò ansia, subito dopo, angoscia, indi a un'ora agonia, ed ella capì che sotto cotesta doglia smaniosa non avrebbe potuto manco durare due volte in ventiquattro ore.

Il giorno successivo, quando vespero declinava a sera, Francesca Domenica insieme col Pievano di santa Devota stavano accanto al letto di Serena. Misera lei! La sua vita, la quale aveva combattuto mirabili lotte contro la distruzione, adesso davasi per vinta, in guisa che il suo lento avviarsi si mutò ad un tratto in un correre verso il sepolcro. Conforme è indole di cotesta infermità, di grado in grado che le persone assistenti deponevano la fiducia di vederla sanata, la speranza recingeva lei coll'iride dei suoi lieti colori; però le parole di Serena non si versarono mai come ora gioconde circa la dolce stagione di primavera: mai come ora la punse vaghezza dei lieti raggi del sole, e dello incanto delle notti stellate: ora le tornava a mente la famiglia dei fiori, ed ella salutavali peculiarmente a nome quasi amici lontani; e ricordava il colle erboso, e il bosco degli ulivi, dietro al tronco dei quali, dopo aver tirato al padre un melo granato, si nascondeva; qui si restava, che crescendo la esultanza dei presagi le fioccavano nella mente i pensieri di Altobello, della messa nuziale, e il suono dell'organo, e la parola sacra davanti a Dio, che unisce i due enti come un ente solo, e giorni placidi, e figliuoli diletti, e l'addormentarsi pieni di anni nelle braccia del Signore. Le ultime forze della vita svaporano per così dire in cotesti delirii; infatti dopo aver vagellato un pezzo cadde rifinita in un torpore foriero della morte. - Sogliono taluni maledire siffatto fenomeno quasi perfida lusinga della natura, mentre altri più dirittamente crede, che ciò non avvenga senza consiglio pietoso della Provvidenza; ed invero nelle altre infermità, la creatura prima di morire cade per ordinario in uno stato di stupidezza, onde senza accorgersene penetra nel regno della morte; non così l'etico, se non fosse la tenace speranza che gli benda l'intelletto, egli sentirebbe entrare i suoi piedi uno dopo l'altro nella fossa, il diaccio di quella corrergli su pei reni mentr'ei vi si adagia supino; vedrebbe cascare fino l'ultimo atomo di arena della sua esistenza: a goccia beverebbe il calice della distruzione. Ora questo pare troppo crudele supplizio perchè possa patirlo Dio.

- Ella dorme, andiamo di nell'altra stanza, Pievano, che io vi ho da parlare, - disse Francesca Domenica, rizzatasi in piedi, dopo che curva con la persona ebbe mirato in faccia Serena.

Quando vi furono, ella proseguiva sommesso: - Di queste due cose una accadde di certo: o me gli hanno tutti ammazzati, o, se vivi, poco più devono penare per morire di fame, dacchè vedete da parecchi giorni i viveri248 non sono tocchi.

- Signore! Quanto mi angoscia.... Io darei una libbra di sangue per chiarirmene, non fosse altro per metterli a modo e a verso dentro sepoltura cristiana.

- Qui bisogna uscire d'incertezza, e voi mi dovete aiutare.

- Gesù! E come vi entro io povero prete?

- Oh! non avete detto poco anzi che avreste dato una libbra di sangue?

- L'ho detto, e lo mantengo.

- Ebbene io non vi chiedo tanto; per un giorno o due imprestatemi le vostre vesti.

- E a qual fine, signora Francesca Domenica?

- Per travestirmi, e tentare se possa giungere in questo arnese fin lassù; guardando tra i vetri mi sono accorta che a voi non tengono dietro; però, quante volte io riesca senza sospetto a uscire allo aperto, collo aiuto di Dio spero arrivare a salvamento.

- Ma che vi pare? Gli abiti di un sacerdote addosso ad una donna!

- Per avventura, signor Pievano, temereste voi, che vi venissero contaminati da me?

- Ohibò! Una donna pia e timorata di Dio come siete voi non può che edificare così gli uomini come le cose... e nondimanco vorrei mi capiste, gli abiti sacerdotali se non si hanno a considerare sacri, religiosi per lo meno sono.

- E fossero sacri, che monta? Era pur sacra la veste di Cristo, egli si scandalizzò quando i soldati se la divisero, e la giocarono a dadi; immaginate se volesse corrucciarsi con voi per averla prestata ad una povera madre, affinchè ella possa sovvenire il suo figliuolo prossimo a perire di fame; e, posto ancora che un po' di peccatuzzo ci cadesse, reputate voi, che non sia capace a farvelo rimettere Maria Santissima, madre anch'essa piena di dolori?

Il Pievano mosse due volte o tre le labbra come per replicare, ma poi non trovò argomento migliore di quello di levarsi la callotta, e grattarsi la testa, sicchè la Francesca Domenica ripigliò:

- Capisco, che pericolo voi lo correte...

- Francesca Domenica, avvertite che io non vi ho parlato di pericolo...

- Ma forse ci avete pensato.

- No, sul carattere di sacerdote.

- Allora io ci ho pensato per voi; io mi taglierò i capelli come voi a zazzera, canuti gli abbiamo ambedue, per istatura siamo pari o la batte , credo vorranno badare tanto al minuto, e poi fo conto uscirmene a buio fitto, me ne andrò alla Canonica per avvisare il Cappellano, affinchè, se qualcuno andasse, o mandasse per voi, gli dica, che vi trovate impedito: io m'industrierò scivolare tra le ascolte; caso mai m'imbattessi in qualcheduno, e m'interrogasse, dirò, che vado per soccorrere infermi ridotti in extremis; voi vi rimarrete qui, finchè io non torni, a custodire la inferma.

Per tacito consenso Francesco Domenica non toccò, e il buon Pievano non la interrogò sul tasto ugualmente probabile di rimanere arrestata: però il Pievano vide un altro ostacolo sul quale non potè dispensarsi di parlare:

- E... signora Francesca Domenica, se vi pigliate le mie vesti, almeno le più necessarie... da quella donna previdente che siete, avete pensato come resto... questo discorso, capite, ve l'ho dovuto fare honestatis causa...

- Dite santamente; non ci aveva pensato, ma ci si rimedia presto... vi metterete gli abiti di Altobello.

- Ma signora... che vi pare alla mia età, e col mio carattere, vestirmi da soldato! Se (e Dio non lo voglia) se accadesse di dovere amministrare i sacramenti alla signora Serena... come potrei comparirle dinanzi vestito da capitano di fanteria con Gesù Cristo in mano?

- Dite santamente: venite meco, che vi darò la veste da camera del mio defunto marito, che di colore oscuro vi si adatta benissimo.

A questo modo usciva, non già inosservata, ma non curata la valorosa donna; ella compì per appuntino quanto aveva detto: lungo la strada sovente ebbe a rifare i passi o per iscansare scorrerie, o perchè non vollero lasciarla ire innanzi; cento volte stette ad un pelo di essere scoperta, e cento fu per iscoprirsi ella stessa. - Per ultimo, ella disse, arrivai sul fare della notte su l'orlo estremo del bosco, dove mi introdussi in casa di Orsone dopo essermi bene chiarita che l'era vuota; qui deposi le vesti del Pievano, e il carico; grama cosa in verità, pure tanta, che a voi parchissimi basterà finchè non verranno a levarvi di quassù: poi con quel poco di biscotto e con la fiasca dell'acquavite ho ripreso subito la via fra le roccie.

- Ma che? sul far della notte la tempesta non era anche scoppiata chinamonte249? domandò Altobello.

- E come!

- E perchè siete partita prima che smettesse; o almanco rallentasse?

- E perchè sarei rimasta? Ogni passo che mi accosto è un dolore abbreviato al mio figliuolo e ai suoi compagni, diceva io, ed anco mi parve, che non avrei mai potuto desiderare migliore occasione per giungere fin qua senza intoppo come la procella.

- E il ponte come passaste voi?

- Al chiarore dei lampi.

- Dio santo! a pensarci mi piglia il ribrezzo...

- Io non mi sono mai sentita tanto sicura, perchè mi affidavano la fiducia in Dio, e l'amore di madre...

- O mamma! esclamò Altobello gittandoselo nelle braccia, intantochè gli altri presi da uguale meraviglia dicevano:

- Qual donna!

Francesca Domenica, a cui non garbava lasciarsi troppo in balìa delle commozioni, di un tratto con certa sua festività soggiunse:

- E come vedete mi condussero a salvamento, tranne quel po' di fulmine, che veramente mi ha intronata tutta; ma salvo qualche ammaccatura non ci ha nulla di guasto.

- Ora, figliuoli miei, ascoltatemi bene, che mi sento stanca e intendo andarmi a riposare per essere in piedi prima del , onde potrebbe darsi, ch'io partissi senza rivedervi. Ferrante, voi andrete, quando vi parrà il destro, a prendere le vettovaglie al solito ripostiglio; voi altri aspettate un mio avviso; qui non vi ci potete più fermare, perchè tra giorni si squaglierà la neve, e si spingeranno a cercarvi fin quassù; io ho mandato per Orsone e con lui concerteremo la maniera della fuga o ad uno per volta, o tutti assieme. Il modo non mi è chiaro ancora; pensateci anco voi altri; se non potessi venire io, manderò persona fidata. Su, figliuoli, state di buon animo; rammentatevi, che il diavolo non è brutto come si dipinge, e sperate nello aiuto di Dio, ed anco un po' in quello degli uomini, perchè qualche cuore veramente côrso non ha cessato di palpitare, e già qualcheduno mi si è profferto, non curando il pericolo, di ospitarvi.

Altobello, accompagnando la madre nella grotta dov'ella aveva da passare la notte, la venìa interrogando sopra la salute di Serena, e la madre, per non isconfortarlo troppo come per non dargli troppa speranza, gli diceva: non esserci di peggio, di questo stesse sicuro, non avrebbe omesso cura, affinchè la povera figliuola si rimettesse in sesto; poi per tagliar corto ripetè sentirsi stracca morta, ed in vero era così, per la qual cosa Altobello la lasciò quieta.

Alla dimane, prima che spuntasse l'alba, Francesca Domenica sorse dal suo letto di foglie di castagno, e messo appena il piede fuori della grotta, incontrò Altobello e Ferrante: con esso loro senz'altre parole prese a calarsi giù di greppo in greppo. Mentre andavano, spuntò l'aurora vermiglia e lieta, comecchè stillante umidità; così forse, avrebbe immaginato un poeta. Diana sorpresa da Atteone, sorse dipinta in volto coi colori della vergogna dai lavacri di Gargazia. Al ponte periglioso si separarono così ordinando Francesca Domenica, la quale, ripreso il suo travestimento, dopo miracoli di sagacia, potè ridursi alle sue case del procoio di Santa Colomba.

Tre giorni erano passati dopo l'ultima partenza di Francesca Domenica, e già la ruggine del tedio ripigliava a esercitare la sua virtù su le anime dei nostri proscritti, i quali di rado si cambiavano parole, e comecchè l'uno potesse appartarsi dall'altro, pure si sfuggivano: al quarto verso mezzogiorno, Ferrante e Altobello, tenendo entrambi gli occhi rivolti al medesimo punto, videro moversi qualche cosa pel dirotto calle, che menava alle caverne, ed agguardando meglio conobbero essere un fanciullo, che con lena affannata si affaticava di pervenire in cima alla rupe, Ferrante si levò ritto inarcando il moschetto contro il mal capitato, e da lontano gridò: si fermasse, dicesse chi fosse, ed a che venisse. Il garzone come impedito dall'ansia mostrava, agitandola250, una carta, e a posta sua urlava: Altobello! Altobello!

Fu convenuto lasciarlo accostare, e il giovanetto venendo oltre domandò:

- Qual è di voi Altobello Alando?

- Io, rispose subito Ferrante, che volete da me?

- Ecco ho da consegnarvi questa lettera per parte della vostra signora madre: intantochè la leggete io mi riposerò.

Aperta la lettera, Altobello e Ferrante lessero:

«Caro figliuolo.

«Se dubitassi del tuo coraggio ti farei torto, ma non t'ingiurio se ti raccomando raccogliere tutto il tuo coraggio intorno al cuore. Ora bisogna, che tu sappia come Serena la tua sposa della quale a fine di bene io ti dissimulava il vero stato, si trovi in procinto di morte. I medici appena le danno due giorni di vita. Quale sia la nostra desolazione non istò a dirti, massime, che la meschina non trova pace, e smania, e dice, che morirà disperata se prima non ti vede per darti l'ultimo addio, molto più che le si è fitto in mente una fisima da inferma per cui pensa, che i suoi sponsali teco senza prete benedizione della Chiesa, non sieno senza peccato; epperò vorrebbe sposarti co' riti della nostra santa religione, magari in articulo mortis Io le ho promesso scriverti, e mantengo la parola, però nel medesimo punto non ti conforto a venire, te lo dissuado; come madre io avrei caro tu ti restassi, pure mi rimetto in te. Lo zitello, che ti porta questa lettera è nipote del Pievano di Santa Divota, mi sembra svelto, ed anco lo zio me lo afferma maliziato più di una squadra di sbirri; però servizievole: se ti parrà giovartene, fallo senza rispetti, che ciò a lui piacerà, ed altresì allo zio. Addio; ti lascio con la mia benedizione

Finita la lettura, Ferrante aggrondato interrogò il garzone.

- Chi ti ha dato la lettera?

- La signora Francesca Domenica.

- Chi l'ha scritta?

- Lo zio.

- Quale zio?

- ! Lo zio Venanzio Pievano di santa Divota a requisizione della signora Francesca Domenica.

Allora entrò su a dire Altobello:

- E da quando in qua state col Pievano?

- Faranno due mesi come saremo a san Biagio.

- E vi ha preso pei servizii di casa? Soggiunse dandogli una sbirciata alle mani.

- Giusto! M'insegna il latino, servo le messe, e mi tira su a prete.

- Ma io non aveva mai sentito dire che il Pievano avesse fratelli.

- Difatti, lo zio non ne ha; io sono figliuolo della sua sorella maritata a Vivario.

Tutte queste domande erano consigliate ad Altobello ed a Ferrante dal sospetto in cui vivevano d'insidie perpetue: qui finirono, che molto si allargarono a domandargli quale e quanto avesse provato la vigilanza dei micheletti, e come fosse riuscito a evitarla, e se pensava di correre rischio al ritorno. Il garzone vispo rispondeva a tutto con arguzia maravigliosa: cotesta sua non pareva mente di fanciullo, bensì, piuttosto, che diventatogli adulto lo spirito, il suo corpo fosse rimasto nell'adolescenza. All'ultimo, come uggito, egli disse:

- Voi mi avete fradicio, lasciatemi un po' mangiare un boccone, e dormire un paio di ore e me ne torno pei fatti miei, chè non vorrei lo zio stesse lungamente in pensiero.

E con la beata trasandatura del fanciullo, mangiò e bevve, poi entrò nella prossima grotta, dove indi a breve fu preso da tal sonno, che il russare si sentiva fino dal posto in cui erano rimasti Altobello e Ferrante.

Poichè l'amico suo non rompeva il silenzio, a Ferrante parve bene domandargli:

- E quando fate conto di partire Altobello?

- Io? Giusto adesso stava ventilando meco le ragioni così dello stare come dell'andare, e mi è parso dovere concludere di rimanermi.

- Voi avete ad andare, ciò vi persuadono il bene vostro ed il nostro.

- Che vi dirò? L'animo mi porge che, andando, qualche infortunio mi aspetta; e poi la paura di avervi ad abbandonare per sempre, mi percote; finalmente la faccia di cotesto fanciullo, non so il perchè, mi riesce sinistra.

- Questo nostro sospettare di tutto e di tutti deriva dallo stato in cui noi siamo ridotti; ogni novità pel misero è argomento di miseria. Voi avete andare; se non per voi, almeno per noi. Arrivato sano e salvo al procoio, come non dubito, potrete attendere al modo di levarci di qui, e, quello che mi sembra ed è, per l'ora che corre, troppo più difficile, a rinvenire quattro cuori fidati e valorosi, che ci vogliono ricoverare; e ciò sia detto col debito ossequio della signora vostra madre.

- Tanto è, io non andrò.

- Amico, non ci mettiamo sul perfidiare, altrimenti presa una deliberazione non ci moveranno quattro pari di bovi: noi componiamo insieme una repubblica, chiamiamo Ugo Romano e Rutilio a parlamento, e quello che i più vorranno voi eseguirete.

Altobello avendo trovato giusto il partito, convennero insieme tutti i compagni e, ventilate lungamente tra loro le ragioni della partita e della permanenza, conchiusero, che Altobello avesse ad ogni modo a recarsi al procoio; ed egli si lasciò svolgere, e promise sarebbe andato: però a fine di non omettere precauzioni statuirono fra loro di accommiatare lo zitello con la notizia, che Altobello non partirebbe, perchè, s'egli fosse o spia o indiscreto, con lo svesciare, non solo non attraverserebbe, ma si agevolerebbe l'andata di Altobello, mentre se all'opposto (come non era a dubitarsi) e' fosse messaggero fidato, poco male saria uscito dalla falsa ambasciata, dacchè Altobello giungerebbe subito dietro a smentirla.

E come dissero fecero, onde il garzone si partì tenendo il broncio e brontolando, che se lo avesse potuto indovinare sarebbe rimasto con molta sua maggiore soddisfazione a giocare alle piastrelle su la piazzuola della chiesa.

Circa un'ora dopo la partenza del garzone, Altobello fece animo risoluto, strinse la mano agli amici, li baciò in volto, e si staccò col cuore chiuso da loro come presago di non averli a rivedere mai più. Scese lento, arrivato al ponte vi mise sopra il piede, lo ritrasse, si voltò addietro, credendo che una voce lo chiamasse, o sperando di vedere cosa, che a lo traesse.

Fantasticherie maluriose di cervello infermo! Altobello si fece il segno della croce e passò spedito dall'altra parte.

Appena il suo capo scomparve sotto le punte degli scogli, ecco uscire dalla crepa di una roccia lo zitello messaggero, e ratto ratto avviarsi al ponte. Troppo alto avevano parlato Altobello e i compagni, ond'ei, tuttochè dormisse, o fingesse dormire, aveva sentito il partito preso di andare senza dirglielo, anzi dandogli ad intendere il contrario; ed egli aveva avuto la pazienza di starsi nascosto dentro per esplorare se dicessero da vero, oppure lo dileggiassero: allorchè poi si fu schiarito, che Altobello mandava a compimento la deliberazione vinta, proruppe in segni manifesti di allegrezza, taluni strani però, come sarebbe quello di cacciarsi le mani dentro i capelli e scombuiarseli tutti: amara gioia in vero quella che usurpa i gesti della disperazione!

Il passo del garzone è spedito e leggiero, come conviene alla sua età, ma perchè tiene egli la testa alta, e gli occhi tesi verso la parte donde disparve Altobello? Badi dove mette i piedi, o male gl'incoglierà.... e male veramente gl'incolse, imperciocchè mentre correva lesto su pei tronchi di arbore, il piede destro gli entrò sotto la legatura rilasciata della corda di spartea, e subito dette di uno stramazzone per terra: come gli persuadevano lo istinto di conservazione e il pericolo supremo nel quale ei si versava, si aiutò con le mani agguantandosi, ma non gli valse perchè la furia del tracollo non meno che il peso del corpo vinsero la forza della mano manca che sola scivolò intorno al tronco senza poterlo afferrare. Il piede rimase dentro la corda, che aggrovigliata a mo' di laccio lo tenne a contrasto coll'arbore, impedendo al fanciullo di ruinare giù in fondo al torrente. L'infelice si sentì sbalordito; indi a breve, contorcendosi tutto, si sforzò ripiegarsi sopra stesso per arrivare ai tronchi; moti faticosi e disperati erano quelli: quietò un momento per noi... una eternità per lui, perocchè in cotesto atomo di tempo egli vedesse lacci, forche e impiccati; e sentì i terrori della morte ed anche lo spaventarono i tormenti della vita futura; intanto la respirazione si attenuava penosa, il peso dei visceri gli gravitava sul cuore, e per le orecchie gli andava un ronzìo vie più sempre molesto, le tempie battevano tremendamente come se gli si volessero rompere; da prima gli oggetti reali, e le fantasme della sua immaginazione gli trescavano davanti sanguinosi di sangue di arteria, poco dopo tinte nell'altro sangue di vena, per ultimo diventarono azzurre; le goccie del sangue sentiva stillarsi nel cervello gravi e ardenti come se fossero di piombo strutto: daprima dalla bocca colava spuma, ora però la lingua gli si fece arida e gli si attaccava al palato: innanzi che questo organo gli rifiutasse il suo ufficio volle gridare e' cacciò fuori un suono roco, come di uccello di rapina; e per tale lo appresero gli uccelli di rapina nella prossima pendice che risposero alla chiamata, allora si avventò lo stormo dei falchi stridendo in molte guise come se volessero congratularsi seco del largo pasto che la Provvidenza gli metteva d'avanti. Il garzone ne sentì l'arrivo con lo schiaffo delle ale nelle guancie, e collo incarnarsi degli artigli nella cute del cranio, sicchè agitate le mani per l'aere come costuma il naufrago in procinto di annegare, egli giunse a scacciarli un istante: pochi secondi dopo tornarono, ma questi pochi secondi erano bastati perchè la mancanza dell'aria, e lo stravaso del sangue nel cervello cagionassero la morte del fanciullo per apoplessia e per asfissia.

Almeno i periti dell'arte medica affermano morte la completa inconsapevolezza dei nostri sensi, ma se tuttavia nell'intimo l'anima continui a rispondere in virtù di qualche altro segreto legame col corpo, davvero io non saprei, credo che altri possa sapere: fatto sta, che anche quando i falchi si furono adagiati, a mensa intorno a codesto cadavere, di tratto in tratto egli dette in iscossoni, che gli fece allontanare un momento stizziti; così osserviamo gli uccelli strangolati, dopo assai tempo che gli hai appesi per le gambe al chiodo, battere di repente l'ala, e scontorcersi da cima a fondo.

Pur troppo era vero; fino dalla mattina di codesto mal giorno il dottore con le lagrime agli occhi aveva chiarito Francesca Domenica, che la Serena, se fosse arrivata alla sera, non avrebbe scorsa la notte, onde, sebbene delle cose dell'anima la povera figliuola stesse sempre acconcia, pure desiderò rinnovare la confessione e la comunione: sul far della notte, osservando i noti segni della morte imminente, le amministrarono anco l'olio santo, allora le deposero la stola sui piedi, a lato sul guanciale le misero il Crocifisso, che con la mostra dei suoi ineffabili dolori consola gli altrui, e Francesca Domenica genuflessa da un canto del letto, il pievano di santa Divota dall'altro, stavano a recitare preghiera. Serena dondolava lievemente il capo nella sonnoveglia della morte; quasi foglia che, sul punto di spiccarsi dal ramo, trema.

Di repente, con lena maggiore di quella, che le si fosse potuto supporre, ella disse:

- Eccolo!

- Chi ecco? domandò Francesca Domenica, ed ella:

- Il mio sposo.

Il Pievano, immaginando che intendesse parlare nel linguaggio simbolico della Chiesa, pel quale Gesù Cristo è lo sposo di tutte quelle che si rendono monache, o che muoiono in stato di verginità, esclamava infervorito:

- Accettatelo, figliuola mia, col cuore contrito ed umiliato.

- Col cuore esultante volete dire... ei viene...

Di fatti in quel punto, tirato il paletto, si aperse l'uscio della camera e comparve Altobello.

Se ad Altobello si fosse mostrato un capo mozzo come quando il carnefice lo acciuffa per i capelli grondante sangue e lo fa vedere al popolo crudelmente imbecille; o se la faccia dello strangolato con la chioma irta, gli occhi sconvolti, la pelle nera, la bocca violetta, e la lingua morsa fra i denti; egli avrebbe potuto sostenerne la vista senza ribrezzo, come senza paura avrebbe contemplato il volto mansueto dell'ucciso dal piombo, e il feroce del trafitto dal ferro: la sembianza pallida del disfatto dalla pestilenza, e la pagonazza del colto dalla gocciola, perchè in tutti questi, ed in altri ancora si palesa la morte nella sua potenza solenne; onde a ragione gli antichi l'adorarono Dea, l'eressero altari, e le sacrificarono vittime. Se nell'universo ella si fece sentire eterna come Dio, non può dirsi; certo è, che appena nata, a lei egli ebbe a concedere facoltà pari alle sue, quantunque egli se la serbasse per creare, ed ella la prendesse per distruggere; anzi queste facoltà diventarono subito così intricate tra loro, che l'occhio dell'intelletto non le sa più distinguere, ravvisando il principio di nuove vite nell'atto che il comune dei uomini appella morte, e mille morti nel principio, che suole chiamare vita. Sotto la forza di cotesto ente, che non ha forma, e trasforma tutti gli enti, lo spirito più251 saldo può confessare senza viltà, che prova spavento252, perchè si mescola col senso della religione che arcano e profondo vive eternamente. Ma la morte cessa comparire Dea quando adopra l'etisia a disfare la forma umana; allora ella si deturpa, diventa condennenda e schifa, perocchè anco il male non va assoluto dalla onestà; sozza come un immane ragnatelo, ella avviluppa dentro le sue branche sterminate la creatura e ne risucchia gli umori, ne macera le carni, nervi e muscoli cincischia253, contamina le ossa... - Chi può descrivere quale Serena apparisse allo atterrito Altobello? Non io. Troppo spesso ho veduto la faccia del tisico, troppo ella mi sta fitta nella mente perchè io la descriva senza dolore: però me ne passo.

Altobello atterrito vide davanti a il volto della sua diletta Serena ridotto all'estremo della etisia; e con isforzo più che umano comprimendo l'orrore e il dolore disse:

- Mi avete chiamato... sono... venuto...

- O santa Vergine, chi ti ha chiamato?

Esclamò Francesca Domenica, levando al cielo in atto di desolazione le mani.

- Non voi? Non voi? Con la lettera che mi portò il nepote del Pievano?

- Io non ho nepoti, disse il Pievano.

In questa furono udite nella prossima stanza le pedate di parecchi uomini, che camminino con precauzione, e al tempo stesso lo scricchiolare dello scatto di acciarini quando si armano i moschetti. Tanto bastò per fare ad Altobello palese il tranello in cui era incappato. Non si commosse per questo, o se si commosse, non lo diede a divedere, ma con un gesto, accennò alla madre tacesse, e subito si fece verso la porta.

- O mamma, sospirò dolorosamente Serena; dove va egli? Appena venuto mi fugge? Ditegli che si trattenga tanto, ch'io muoia: io farò presto a morire.

- Sta quieta, figliuola, egli è andato a dare alcuni ordini alla sua scorta, adesso adesso ritorna.

Altobello aperto l'uscio, vide la stanza piena e stivata di soldati che non avrebbe dato, per così dire, luogo a un chicco di panico e comandante di quelli gli comparve dinanzi il capitano Rinaldo.

- Oh! capitano Rinaldo, siete voi?

Rinaldo stentava a ravvisare, nell'uomo che gli appariva dinanzi, quell'Altobello Alando tanto fiorente un , pure sovvenuto dal luogo e dalla voce: rispose un cotal po' tremante:

- Oh! signor Alando, siete voi?

- Sono io soggiunse Altobello, e so perchè venite. - Vedete laggiù si muore - e aperto un po' l'uscio gli mostrò la giacente circondata dai segni dell'agonia - ella è Serena che muore, la sposa mia; pochi momenti le avanzano di vita, deh! non funestiamo questi ultimi suoi sospiri con la maggiore angoscia ch'ella abbia provata fin qui; non vedano gli occhi suoi, vicini a spegnersi, il suo sposo prigione.... e tratto a morte....

- Signore, voi che militaste, sapete il dovere del soldato.

- Ho saputo sempre che la veste del soldato non trasforma l'uomo in lupo. Signor capitano, io ho armi addosso, e non mi menerete come agnello al beccaio: certo mi ammazzerete, ma prima ammazzerò quanti più possa di voi: veniamo a patti: questo costumano eziandio i soldati valorosi, io vi consegnerò tutte le armi, e voi in compenso, mi concederete mezz'ora.

- Signore Alando, un'altra volta mi scappaste di mano, e per voi mancai di essere promosso maggiore; adesso mi fucilerebbero addirittura.... e ancora io.... voi lo sapete.... ho una madre....

- Ebbene vi giuro in onore, che non vi fuggirò, e poi...

- E poi? interrogò il capitano Rinaldo osservando che l'altro esitava.

- E poi, continuò l'Altobello placidamente, pure facendosi rosso in viso, potete circondare di un cordone di sentinelle la casa... se non vi fidate.

- Non fa caso, aspetterò mezz'ora.

Però le sentinelle erano già state messe.

Altobello rientrò nella stanza col sorriso sui labbri, e disse:

- Eccomi tutto a te, sposa mia; prima di lasciarci, sono venuto, perchè il nodo che ci congiunse in vita riceva la benedizione della chiesa: abbiamo mantenuto il giuramento di non procreare figliuoli in servitù, ma non per questo devono essere meno le nostre nozze sante al cospetto di Dio.

- Se vuoi darmi questa infinita consolazione, sposo mio, fa presto, che io mi sento morire.

- Ecco, signor Pievano, mi raccomando a voi.

Il Pievano singhiozzando pronunciò le parole sacramentali, congiunse le destre mentre sentiva mancargli sotto le dita, il polso di Serena, impose loro sul capo le mani, e supplicò il Signore, non già che ci versasse grazie, bensì misericordie; non compartisse gioie, che ormai non era tempo da questo, ma termine a tanti patimenti.

Altobello prese la mano di Serena quasi fredda, e la inanellò con l'anello che le porse la madre; poi, superato il ribrezzo, baciatala in fronte, disse:

- Vita mia!

E la morente con un filo di voce:

- Non dirmi vita, perchè allora temerò che il tuo amore sia caduco e affannoso, come la vita che mi manca; chiamami anima, e allora lo crederò immortale come lei - e lo continueremo lassù...

- Oh! sì, anima pura, anima degna di miglior sorte quaggiù - e si coperse con le mani il volto, perchè sentiva scoppiarsi il pianto; ma l'agonizzante, con suono appena distinto, lo supplicò:

- Deh! non celarmi la tua bella faccia, Altobello mio, stringimi la mano, sorridimi; il sorriso è fiore dell'anima, ed io me ne vo andare in paradiso in mezzo ai profumi dell'amore.

E, piegato il capo, diè in un gemito, che non fu di angoscia; versò una lacrima, che non espresse il suo dolore; bensì fu gocciola di rugiada celeste, che l'Angiolo custode scosse dall'ale in refrigerio di cotesta desolata creatura.

- Mamma, è spirata?

- È spirata... figliuolo...

In questa si vide pienamente schiuso l'uscio della stanza, e da quello sporgere con tutta gentilezza il capo del capitano Rinaldo, che chiamò:

- Signor Alando?

E Altobello gli mosse subito incontro, e gli domandava: - che ci è?

- Come si sente madama Serena?

- È morta...

- Tanto me... allora ho l'onore di rammentarvi che io e la mia gente da tre notti non pigliamo sonno, e il Governatore ci aspetta levato.

- È giusto; anco cinque minuti, capitano Rinaldo, e sono da voi.

Il capitano ritirò il capo curvando le spalle come persona che portare altro sopraccarico vuole, può.

Altobello rientrato nella stanza, disse al Pievano: prendete il lume, e andate in fondo alla stanza a pregare davanti la immagine di cotesto Crocifisso, perchè io ho da trattenermi in segreto con mia madre sopra alcune faccende di casa prima di andare.

Il prete, docile, prese il lume, e fece quanto gli veniva comandato.

Altobello tornò ad assettarsi al lato destro del letto, mentre la madre sua erasi rimasta con la faccia appoggiata sul materasso dal lato sinistro; e, dopo alcuni istanti, favellò sommesso.

- Mamma?

- Figliuolo.

- Avete inteso?

- Ho inteso.

- Sapete voi, che cosa mi aspetta?

- La forca.

- Forse anco la ruota.

- Forse.

E tacquero; quindi appresso Altobello chiamò:

- Mamma?

- Altobello.

- Di casa Alando morì mai alcuno giustiziato, che sappiate voi?

- Nessuno: tu saresti il primo.

Da capo silenzio, e Altobello con voce più tenue disse:

- Mamma?

- Figliuolo... figliuolo...

- Ho da chiedervi prova suprema di affetto.

- Chiedila.

- Avete il coltello, che vi lasciò babbo nel suo testamento?

- L'ho.

- Lo manteneste tagliente?

- Come un rasoio.

- Vorrei... mamma...

- Che vuoi?

- Che me lo imprestaste.

- Porgimi la mano qui, di sopra il capo della povera defunta.

- Ecco la mano.

- Ecco il coltello.

E ci fu nuova pausa: al fine della quale, non più con tremula, bensì con ferma, comecchè sempre bassa voce, Altobello invocò per la quarta volta il nome di sua madre.

- Mamma?

- Figlio mio.

- Datemi la vostra mano, qui, per di sotto al capo di Serena.

- Ecco la mano.

- Stringetemi la mia... stringetemela forte.

Ciò fatto, prese quanto potè del lenzuolo co' denti, perchè non sentissero manco un sospiro.

Dalla tremenda stretta della mano, dal gelido sudore, che stillarono le dita, da un gemito profondo sebbene soffocato, Francesca Domenica si accorse, misera! che il suo figliuolo si era ucciso: di fatto egli si aveva ficcato sino al manico lo stiletto nel cuore.

Successe un molto terribile silenzio, durante il quale si udiva il lievissimo rumore, che movevano le labbra del Pievano incontrandosi nel recitare le preghiere.

Stanco del lungo aspettare il capitano Rinaldo, dacchè non cinque minuti, bensì un quarto di ora avvantaggiato fosse già corso, aperse la porta, e con qualche risentimento disse:

- Signore Alando... voi vi fate aspettare...

E più non disse: che pallida come panno lavato, con sembianze per dolore impietrite, gli si fece incontro Francesca Domenica, tenendo con la destra la lucerna, e con la manca tirandosi dietro il capitano Rinaldo, che sgomento nel presagio, si lasciò condurre: giunta presso al figliuolo, gli mise il lume su la faccia, e, accennando col dito, disse:

- Mira, straniero; - quando torni al tuo paese racconta come muoiono i Côrsi, innanzi che patire servitù.

Il capitano non sostenne la vista della truce guardatura del morto Altobello; e, abbassando il volto, rimase sbigottito.

Il Pievano anch'egli si accostava; e, quasi macchinalmente, alzò la destra; poi, come pentito, stette a mezzo l'atto; lo notò la madre, lo guardò... ond'egli, vinta ogni esitazione, sollevata la faccia e le mani al cielo, in suono solenne pronunciò queste parole:

- Dio ti giudicherà nell'altro mondo, frattanto in questo io ti benedico nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo.

Il giorno successivo al fiero caso un dispaccio fu spedito dal Governatore al capitano Orso Campana, nel quale, dopo avergli rimproverata con parole agre la sua oscitanza, gli si ordinava scorrazzasse a qualunque costo le roccie, purgasse il paese dai pochi banditi, che lo tenevano in subbuglio: spento il capo, più poco erano a temersi gli altri senza reputazione, e con manco seguito: dove a lui non bastasse la vista, commetterebbe ad altri il carico di levargli cotesto pruno dagli occhi. Se la commissione e più il modo col quale veniva trasmessa, garbassero al Campana non importa dire; tuttavolta, celando il malcontento o solo manifestandolo col raddoppiare di durezza contro i suoi sottoposti, ordinò apparecchiassersi quanti erano, pigliassero viveri per due giorni, fra un'ora si partirebbe pei monti.

Cotesta era sentenza di morte per parecchi di loro; e lo credevano, però non ci avrebbero pensato, se, come una volta, si fossero mossi contro il nemico; ma adesso per comandamento altrui, incamminarsi ad ammazzare o essere ammazzati, e con gente di un medesimo sangue che non ti aveva mai offeso, pareva cosa acerba, e pure ella non è il meno tristo frutto, che si raccoglie dall'arbore della servitù.

Camminavano in silenzio, un dopo l'altro, pensosi qual sarebbe il primo cui, colpito dalla palla funesta, toccherebbe rotolare giù pei dirupi a servire di pasto agli uccelli di rapina; andarono un pezzo, e niente incontrarono di molesto; forse, essi dissero, ci aspettano in cima per farci una scarica a brucia pelo. Per certo era meglio se cominciava il fuoco: allora la vista del sangue infiamma il sangue, e le ferite eccitano alla vendetta; ma così sempre sotto la impressione della paura che fioccava loro addosso come neve senza vento, non poterono tutti di un fiato proseguire; cinque volte si riposarono rifiniti; e strano accidente! uomini che facevano professione di sgozzare, per parecchi baiocchi al , uomini che nulla nulla inveleniti si sarieno fatti mettere in brani prima di cedere, adesso avrebbero renunziato ad un mese di soldo, pure di potersene tornare addietro: ma e' si erano venduti, e bisognava andare avanti, e andarono come gente, che una volta stipulato il contratto lo sa osservare: - e nondimanco, se togli le asperità del cammino e la trepidazione, non ebbero ad incontrare altra molestia, onde sani e salvi attinsero il vertice delle costiere.

Colà maravigliando, rinvennero, vestigia di recente dimora, ma i banditi erano scomparsi: per ordinaria contradizione dello spirito nostro, mentre poco prima non sembrava lor vero di non averli incontrati e ne ringraziavano Dio, ora si arrovellano perchè fossero così fuggiti loro di mano; sopra tutti se ne doleva Orso Campana, al quale si cacciava addosso la paura, che i Francesi, reputandolo complice della fuga dei banditi, od anco fingendolo, (imperciocchè per natura propria voltabili gli sperimentava molto, e quanto facili ad accettare soccorsi qualunque e' si fossero nell'ora del pericolo; e larghi a promettere, altrettanto portavano molestamente il carico della riconoscenza, e comparivano scarsi nell'osservare), non gli togliessero il grado della milizia, e col grado la pensione. Gli andavano per la mente torbidi pensieri, che dopo avere mandata fuori la coscienza, tradito la Patria, perseguitato i suoi, e vendutone il sangue a oncia a oncia un po' per vendetta, e molto per quattrini, ora la viltà col rimorso gli tornassero a casa ignudi; mentre con le mani congiunte dietro il dorso, e la testa bassa passeggia agitato, gli occorrono davanti gli occhi più frequenti le orme verso una parte dell'orlo della rupe, osservando meglio i sassi colà più che altrove screpolati gli parve che accennassero potersi scendere da quel lato il monte vi calarono uno di loro più svelto della persona, al quale andando giù giù venne fatto di leggieri incontrare il sentiero che menava alle grotte: appena ei l'ebbe scoperte, tornò a darne avviso ai compagni, i quali l'un l'altro aiutando, a posta loro scesero, e con essi Orso Campana. Rinnovaronsi le apprensioni, ma questa volta erano superate dalla smania di combattere e di vincere. Irruppero dentro una grotta furiando, la rinvennero vuota; la seconda del pari; per ultimo... miserando spettacolo! entrando nella più spaziosa delle grotte si pararono dinanzi ai loro occhi quattro cadaveri dentro un lago di sangue.

Tutti tenevano la faccia rivolta al cielo in sembiante piuttosto di cui minaccia, che di cui prega; ognuno stringeva con mano rigida il manico del coltello, e questo coltello non appariva già fitto nel proprio seno, bensì in quello del compagno: breve; si erano uccisi l'un l'altro.

Sopra la pietra, che serviva loro di mensa, stavano come esposti in mostra di più maniera viveri, e zucche piene di vino e acquavite, mentre una tazza ricavata dalla corteccia di una zucca conteneva in fondo alcun poco di acqua pura.

Nella faccia anteriore della pietra; di color vermiglio scritta a stento, si leggeva questa iscrizione:

 

Dio.

 

Ferrante Canale, Ugo della Croce, Romano Colle, e Rutilio Serpentini, non potendo sopravvivere alla libertà della Patria si sono dati la morte.

 

Ora pro nobis.

 

25 Gennaio 1770.

 

Perchè poi mettessero in mostra il cibo e la bevanda non parmi arduo indovinare; senza fallo il fecero per chiarire, che studio di libertà e fastidio della tirannide gli aveva condotti a morte, non già la disperazione: più difficile è rinvenire la causa onde invece di ammazzarsi da per loro si trucidassero; forse li dissuase da portare le mani violente contro stessi il pensiero, che così facendo commettevano un peccato gravissimo, mentre ammazzandosi tra loro continuavano la sequela degli atti, che compiti per necessità della Patria difesa, secondo la loro opinione, non potevano imputarsegli a colpa; ad ogni modo spengersi da reputarono peccato nuovo, e furono dubbi di sperimentare anco per questo del pari indulgente la misericordia di Dio. Se non fosse così, io mi confesso povero di consiglio per ispiegarlo.

Orso, col capo basso, e le mani sempre conserte dopo le spalle guardò fisso quei miseri, e si accorse dal dito rimastogli insanguinato, come lo scrittore della leggenda fosse stato Ferrante: rimasti tutti lungamente in silenzio, per ultimo Orso favellò dicendo:

- Erano quattro bravi cuori in verità... poi subito pauroso, che cotesta lode riferita gli partorisse pregiudizio si affrettò di soggiungere - comecchè cotesta sorte se la siano meritata, ed anco peggio, perseverando da ribelli al leggittimo dominio di S. M. cristianissima nostro signore.

- E padrone, disse il sergente con tale un suono, che non lasciava distinguere se parlava da senno, o per istrazio; non ci attese Orso o non ci volle attendere, bensì continuò:

- Ora noi altri non ci abbiamo a vedere più nulla, e avvertiremo i preti che vengano a pigliarli per metterli in sepoltura cristiana; - e qui sempre pauroso di essersi sbilanciato, accorse a palliare con le parole: poichè dobbiamo credere, che ciò torni a grato di S. M. cristianissima il re nostro signore.

- Ma sicuro! continuò il dicace sergente - non si ha da chiamare cristianissima mica per nulla.

Allora vedendo come scavata nel masso una strada, della quale non avevano avuto conoscenza fino a quel punto, deliberarono fra loro di seguitarla per debito di ufficio, e per facilitare le future esplorazioni; così andarono finchè giunsero al ripiano dove metteva capo il fiero ponte. Quei che prima arrivarono stettero atterriti dal pericolo, non meno che dalla vista di quel corpo penzoloni.

- ! mira... chi sarà cotesto che ci pende attaccato per un piede come il rospo che i villani appiccano ai fichi.

- Tu, che sei avanti, va a vedere di levamelo.

- Passi, eccellenza, come disse la volpe al lupo: per me non ci anderei manco per un luigi.

- Va tu dunque, Pierantò...

- Io? mica: non vedi i falchi che gli hanno fatto grappolo intorno come le api...

In questa arriva Orso Campana, il quale visto il caso disse:

- Qui non ci è verso, bisogna che qualcheduno vada a staccare cotesto cadavere penzoloni: di certo sarà qualche bandito tracollato di sotto mentre passava, e rimasto preso col piede dentro la serratura.

Vedendo che la sua gente nicchiava, Orso riprese:

- Vieni qua Pierantò; tu se' svelto, e non hai paura: va tu e fa quanto ti dico, che non correrai un pericolo al mondo; mettiti giù a cavalcione su i tronchi degli alberi, poi, aiutandoti con le mani, tirati oltre bocconi; quando sarai proprio sopra al morto, con una mano agguantati sempre all'arbore, coll'altra passagli il nodo scorsoio di questa corda, che noi terremo dall'altra cima, al piè rimasto attaccato, poi taglia la spartea; e quegli verrà così a svincolarsi; certo prevedo, che darà una sconcia battitura nelle roccie della rupe, ma ormai il compare mi sembra ridotto a tale che per un picchio più o un picchio meno non vorrà dire: ohi!

E si tacque, parendogli avere discorso come Cicerone, e conchiuso la parlata con un'arguzia da rimettere un po' di allegria in corpo alla sua gente: e di vero i soldati risero, e ne rise anco il sergente, il quale per quello che appariva o si era preso o gli avevano dato in cotesta compagnia l'ufficio, che nelle tragedie greche vediamo esercitare al coro; se nonchè aggiunse:

- Con buona licenza, signor Capitano, io credo che Pierantò adopererebbe da savio non farne niente, ma se ad ogni mo' egli vuole andare, ditegli che porti seco un altra corda, e con essa stringa di una nuova legatura i tronchi prima di tagliare la sparteria, altrimenti e' corre rischio che gli arbori slegati si sfascino e rovinino portando giù un vivo per compenso di un morto, e questo non sarebbe buon baratto, almeno se consideriamo la faccenda con gli occhi di Pierantò.

Il consiglio fu trovato ottimo, e Pierantò, senza danno alcuno mandò a compimento quanto gli veniva commesso: il cadavere liberato dal laccio piombò giù; ma, trattenuto dal cadere in fondo dall'altra fune, dette uno strettone andando a percotere duramente nelle roccie come aveva avvertito Orso.

Non si sarieno potuto annoverare i falchi, che ci stavano aggroppati sopra, i quali, stridendo di rabbia, piegavano altrove le ale per tornare; ve ne fu uno, che, non volendosi a patto alcuno staccare, rimase schiacciato tra lo scoglio e il capo del cadavere.

Orso, che con ambedue le mani tenne fermo il capo della fune mentre il corpo cadde, ora chiamò per aiuto a tirarlo su, la qual cosa in breve fu fatta, ma chi poteva mai ravvisarlo? le carni, non che del viso, delle mani, erano tutte stracciate, pochi brindelli di vene e di muscoli pendevano dalle tempie, e poi la fiera battitura gli aveva spaccato il cranio; dagli occhi diventati due buchi scaturivano lembi della sostanza cerebrale; insomma e' metteva raccapriccio e spavento.

Nel frugargli addosso si accorsero come non fosse già uomo come mostravano le vesti, bensì femmina e giovane, a giudicarne dalla freschezza del petto; allora, pensando che ella fosse forse sorella, o moglie, o innamorata di qualche bandito, colta da cotesta mala morte, mentre la poverina si era messa al cimento per sovvenirli di vivere, anche quei petti venduti sentirono qualche cosa dentro, che si sarebbe potuto chiamare pietà. Intanto un soldato, avendo rinvenuto alcuni fogli nelle tasche del corpetto, esclamò:

- Fogli! fogli!

- A me quei fogli, ordinò Orso, e gli furono dati; il quale, gittativi sopra gli occhi, rimase colpito da un piego che sembrava recente, sigillato con le armi di Francia. Sopra rinvolto si leggeva scritto:

 

«Al signore Luciano Micheli - Corte

 

Lo aperse, e dentro diceva così:

 

«Madamigella. State tranquilla, che se ci capita il capo brigante, secondo lo avviso che mi porgete, i posti saranno rinforzati, la casa circuita da sentinelle, sicchè se non ha ale, tenetelo preso. Mentre io vi prometto di porre ai piedi di S. M. cristianissima nostro Signore e padrone questo nuovo tratto della vostra devozione alla legittima causa, concedetemi, che io vi significhi il mio gradimento254 per le continue premure vostre in servizio del Re, e pregando Dio che vi tenga nella santa guardia, mi confermo.

 

«Di voi madamigella

 

«Corte, 22 Gennaio 1770.

 

«Devotissimo Obbligatissimo servitore

Il Marchese Tuillier de Lordure

Commendatore dell'ordine di S. Luigi,

e Governatore di Corte.

 

«A Madamigella

Caterina Campana

 

Tutto questo Orso lesse in un battere di palpebre, gli cadde il foglio di mano; traballò, e se men pronti erano a sostenerlo sarebbe tracollato giù nel precipizio.

Il sergente non lo sostenne, ma tanto non potè dissimulare lo interno affetto, che non gli scappassero di bocca queste parole:

- Dio non paga il sabato, ma paga.

 

FINE.


 

 





244 Nell'originale "delle". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



245 Nell'originale "ne". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



246 Nell'originale "spandendonsi". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



247 Nell'originale "Un'altro". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



248 Nell'originale "vivere". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



249 Chine, line, quine sono rimaste parole vive nel dialetto Côrso per l'odio, che ha la nostra lingua contro le stroncature; e chinamonte si usa in Toscana dai contadini: i cittadini parlano, e gli scrittori dei diari per ordinario parlano e scrivono una lingua senz'altro tersa, ma non però italiana.



250 Nell'originale "agigitandola". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



251 Nell'originale "pio". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



252 Nell'originale "spacento". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



253 Nell'originale "cincischa". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



254 Nell'originale "grandimento". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



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