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II | «» |
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Beppe. — Aspetta: giacchè ci siamo, tanto per non lasciarci a becco asciutto, andiamo a bere un gotto, ed intanto ti domanderò qualche altra cosa.
Tutto quello che hai detto, io l'ho capito... e poi ci penserò sopra e cercherò da me stesso di persuadermi meglio. Ma tu non mi hai detto quasi nessuna di quelle parole difficili, che sento dire sempre quando si parla di queste cose, e che m'imbrogliano il capo perchè non ci capisco nulla. Per esempio, ho inteso dire che voialtri siete comunisti, socialisti, internazionalisti, collettivisti, anarchici, e che so io. Si può sapere precisamente che significano queste parole e che cosa siete davvero?
Giorgio. — Ah! Giusto, avete fatto bene a domandarmi questo, perchè le parole sono necessarie per intendersi e distinguersi, ma quando non si capiscono bene generano grande confusione.
Dunque dovete sapere che i socialisti sono quelli i quali credono che la miseria è la causa prima di tutti quanti i mali sociali, e che fino a quando non si sarà distrutta la miseria non vi sarà modo di distruggere nè l'ignoranza, nè la schiavitù, nè l'ineguaglianza politica, nè la prostituzione, nè alcuno di tutti quei mali, che mantengono il popolo in così orribile stato, e che pure sono un nulla di fronte alle sofferenze che vengono direttamente dalla miseria stessa. I socialisti credono che la miseria dipende dal fatto che la terra e tutte le materie prime, le macchine e tutti gli strumenti di lavoro appartengono a pochi individui, i quali dispongono perciò della vita e della morte di tutta la classe lavoratrice, e si trovano in continuo stato di lotta e di concorrenza non solo contro i proletari, cioè quelli che non tengono niente, ma anche tra di loro stessi per strapparsi l'un l'altro la proprietà. I socialisti credono che abolendo la proprietà individuale, cioè la causa, si abolirà nello stesso tempo anche la miseria che ne è l'effetto. E questa proprietà si può e si deve abolire, perchè la produzione e la distribuzione della ricchezza debbono essere fatte secondo l'interesse attuale degli uomini, senza nessun rispetto per i cosidetti diritti acquisiti, cioè i privilegi che i signori d'adesso si arrogano, colla scusa che i loro antenati furono più forti, o più fortunati, o più birbanti, o, sia pure più laboriosi e più virtuosi degli altri.
Dunque, intendete bene, spetta il nome di socialisti a tutti coloro che vogliono che la ricchezza sociale serva a tutti gli uomini e vogliono che non vi siano più proprietari e proletari, ricchi e poveri, padroni e sottoposti.
Anni or sono, questo era una cosa intesa, e bastava dirsi socialista per essere perseguitato ed odiato dai signori, i quali avrebbero voluto piuttosto che ci fosse un milione di assassini che un sol socialista. Ma come già vi ho detto, quando i signori e quelli che lo vogliono diventare, videro che, malgrado tutte le loro persecuzioni e le loro calunnie, il socialismo camminava e il popolo cominciava ad aprire gli occhi, allora pensarono che bisognava cercare d'imbrogliare la questione per poter meglio ingannare; e molti tra di loro cominciarono a dire che essi pure erano socialisti, perchè essi pure volevano il bene del popolo, essi pure capivano che bisognava distruggere o diminuire la miseria. Prima dicevano che la questione sociale, cioè la questione della miseria e di tutti gli altri mali che ne derivano, non esisteva; oggi poi, che il socialismo fa loro paura, dicono che è socialista chiunque studia detta questione sociale, quasichè si potesse chiamare medico colui il quale studia una malattia, non coll'intenzione di guarirla, ma con quella di farla durare.
Così oggi voi trovate persone che si dicono socialisti, in mezzo ai repubblicani, ai realisti, ai clericali, in mezzo agli usurai, ai magistrati, ai poliziotti, dappertutto insomma, ed il loro socialismo poi consiste nel tenere a bada il popolo, o nel farsi nominare deputati, promettendo cose che anche a volerlo, non potrebbero mantenere.
Vi sono certamente, in mezzo a questi falsi socialisti di quelli che sono in buona fede e credono davvero di far bene; — ma che v'importa? Se uno, credendo di farvi del bene, vi ammazza di bastonate, voi dovete innanzi tutto pensare a levargli il bastone di mano, e le sue buone intenzioni potranno servire, tutto al più a non fargli rompere il capo, quando il bastone gli sarà stato tolto.
Perciò, quando uno vi dice che è socialista, domandategli se vuole abolire la proprietà individuale, o a farla breve se vuole levare la roba a chi ce l'ha per metterla in comune a tutti. Se sì, e voi abbracciatelo come fratello, se no, e voi mettetevi in guardia, perchè avete di fronte un nemico.
Beppe. — Dunque tu sei socialista; questa l'ho capita. Ma che vuol dire poi comunista e collettivista?
Giorgio. — I comunisti ed i collettivisti sono socialisti gli uni e gli altri, ma hanno idee diverse su quello che si deve fare dopo che la proprietà sarà messa in comune, e io, ve ne ricordate, ve ne ho già detto qualche cosa. I collettivisti dicono che ogni lavorante o, anche meglio, ogni associazione di lavoranti deve avere la materia prima e gli strumenti per lavorare, e che ognuno deve essere padrone del prodotto del proprio lavoro. Fino a che uno è vivo, se lo spende, o lo conserva, ne fa insomma quello che vuole, meno che servirsene per far lavorare gli altri per suo conto; quando poi muore, se ha messo da parte qualche cosa, questa ritorna alla comunità. I suoi figli hanno naturalmente anche essi i mezzi di poter lavorare e godere del frutto del lavoro; e lasciarli ereditare sarebbe un primo passo per tornare alla disuguaglianza ed al privilegio. Per ciò che riguarda l'istruzione, il mantenimento dei fanciulli, dei vecchi e degli impotenti, per le strade, per l'acqua, per l'illuminazione e la nettezza pubblica, per tutte quelle cose insomma che si debbono fare per conto di tutti, ogni associazione di lavoranti darebbe un tanto per compensare coloro che disimpegnano questi uffici.
I comunisti poi vanno più per le spiccie. Essi dicono: poichè per andar innanzi bene, bisogna che gli uomini si considerino come membri di una sola famiglia; poichè la proprietà deve stare in comune; poichè il lavoro per essere molto produttivo e per potere giovarsi delle macchine deve essere fatto da grandi collettività operaie; poichè per profittare di tutte le varietà di suolo e di condizioni atmosferiche, e far sì che ogni luogo produca le cose per cui è meglio adatto, e per evitare d'altra parte la concorrenza e gli odii tra i diversi paesi e l'accorrere della gente nei luoghi più ricchi, è necessario stabilire una solidarietà perfetta tra tutti gli uomini del mondo, e poichè sarebbe un lavorìo del diavolo il distinguere in un prodotto la parte che spetta ai suoi diversi fattori — facciamo una cosa, invece di starci a confondere con quello che hai fatto tu e quello che ho fatto io, lavoriamo tutti e mettiamo ogni cosa in comune. Così ognuno darà alla società tutto quello che le sue forze gli permettono di dare fino a che non vi siano prodotti sufficienti per tutti; ed ognuno piglierà tutto quello che gli bisognerà, limitandosi s'intende, in quelle cose per le quali non si sarà ancora potuto raggiungere l'abbondanza.
Beppe. — Piano: prima mi devi spiegare che significa la parola solidarietà, perchè hai detto che vi deve essere solidarietà perfetta fra tutti gli uomini, ed io, bene bene, a dirti la verità, non l'ho capita.
Giorgio. — Ecco; nella vostra famiglia, per esempio, tutto quello che guadagnate voi, i vostri fratelli, i vostri figli, lo mettete in comune: poi fate la minestra e mangiate tutto, se non ce n'è abbastanza, vuol dire che vi stringerete la pancia un poco tutti.
Ora, se uno di voi ha una fortuna, o trova a guadagnare di più, è bene per tutti, se invece uno resta senza lavoro o cade malato, è male per tutti, perchè certamente fra di voi quegli che non lavora mangia lo stesso alla tavola comune, e quegli che sta malato è causa anche di spese maggiori. Così avviene che nella vostra famiglia, invece di cercare di levarvi il lavoro ed il pane l'un l'altro, voi cercate di aiutarvi, perchè il bene di uno è il bene di tutti, come il male di uno è il male di tutti. Così si allontanano l'odio e l'invidia e si sviluppa quell'affetto reciproco, che invece non esiste mai in una famiglia in cui gl'interessi siano divisi.
Questa si chiama solidarietà. Si tratta dunque di stabilire, fra gli uomini tutti, gli stessi rapporti che esistono in una famiglia in cui i membri si vogliono bene davvero.
Beppe. Ho capito. Ora tornando alla questione di prima, dimmi tu sei comunista o collettivista?
Giorgio. Io, per me, sono comunista, perchè mi pare che quando s'ha da essere amici, torni poco conto di esserlo a mezzo. Il collettivismo lascia ancora i germi della rivalità e dell'odio. Ma v'è di più. Se ognuno potesse vivere con quello che produce egli stesso, il collettivismo sarebbe sempre inferiore al comunismo, perchè tenderebbe a tener gli uomini isolati e quindi diminuirebbe le loro forze ed il loro affetto, ma, tanto quanto, potrebbe andare. Però siccome, per esempio, il calzolaio non può mangiare le scarpe, nè il fabbro può nutrirsi di ferro e l'agricoltore non può far da sè tutto quello che gli occorre e non può nemmeno coltivare la terra senza gli operai che scavano il ferro e quelli che fabbricano gli strumenti e via discorrendo, così sarebbe necessario organizzare lo scambio fra i diversi produttori, tenendo conto a ciascuno di quello che ha fatto. Allora avverrebbe necessariamente che il calzolaio, per esempio, cercherebbe di dare gran valore alle sue scarpe, cioè pretenderebbe per un paio di scarpe aver quanta più roba potrebbe, ed il contadino, da parte sua, vorrebbe dargliene il meno possibile. Chi diavolo potrebbe raccapezzarcisi? Il collettivismo, mi pare, darebbe luogo ad una quantità di questioni, e si presterebbe sempre a molti imbrogli che a lungo andare potrebbero farci tornare al punto di prima.
Il comunismo invece non dà luogo a nessuna difficoltà; tutti lavorano e tutti usufruiscono del lavoro di tutti. Bisogna soltanto vedere quali sono le cose che bisognano perchè tutti siano soddisfatti, e fare in modo che tutte queste cose siano abbondantemente prodotte.
Beppe. — Sicchè in comunismo non ci sarebbe bisogno di moneta?
Giorgio. — Nè di moneta nè di altro che costituisca la moneta. Niente altro che un registro delle cose richieste e delle cose prodotte, per cercare di tenere sempre la produzione all'altezza dei bisogni.
La sola difficoltà seria sarebbe se vi fossero di molti che non volessero lavorare, ma io v'ho già detto le ragioni per cui il lavoro, che oggi è un pena tanto grave, diventerà un piacere e nello stesso tempo un obbligo morale, che solamente un pazzo potrebbe rifiutarsi di adempiere. E vi ho detto pure che, a peggio andare, se per effetto della cattiva educazione che abbiamo avuta, e per qualche privazione a cui si dovrebbe sottostare prima che la nuova società fosse organizzata per bene e la produzione accresciuta in proporzione dei nuovi bisogni, se, dico, vi fossero di quelli che non vogliono lavorare e ve ne fossero tanti da creare imbarazzi, tutto si ridurrebbe a scansarli fuori dalla comunanza, dando loro materia e strumenti per lavorare per conto loro. Così, se vorranno mangiare, si metteranno a lavorare. Ma voi vedrete che questi casi non si daranno.
Del resto, quello che noi vogliamo fare per forza è la messa in comune del suolo, della materia prima, degli strumenti da lavoro, delle case e di tutte le ricchezze che esistono ora. In quanto poi al modo di organizzarsi e di distribuire la produzione, il popolo farà quello che vorrà, tanto più che altro è dire, altro è fare, e che solamente all'atto pratico si può vedere qual'è il sistema migliore. Anzi si può prevedere quasi con certezza che in alcuni posti si stabilirà il comunismo in altri il collettivismo, in altri qualche altra cosa: e poi, quando si sarà visto chi si trova meglio, a poco a poco tutti accetteranno lo stesso sistema.
L'essenziale, ricordatelo bene, è che nessuno incominci a voler comandare sugli altri e ad impadronirsi della terra e degli strumenti da lavoro. A questo bisogna stare attenti, per impedirlo, se avvenisse, magari a colpi di fucile: il resto camminerà da sè.
Beppe. — E anche questa l'ho capita. Dimmi adesso, che casa è l'Anarchia?
Giorgio. — Anarchia significa non governo. Non vi ho detto io che il governo non serve altro che a difendere i signori e che quando si tratta degli interessi nostri il meglio è di badarci da noi senza che alcuno ci comandi? Invece di nominare dei deputati e dei consiglieri comunali, che poi vanno a fare e disfare le leggi, alle quali ci tocca ubbidire, noi tratteremo da noi stessi le cose nostre, e decideremo il da farsi; e, quando per mettere in esecuzione le nostre deliberazioni, ci fosse bisogno d'incaricare qualcuno, noi lo incaricheremo di fare e così e così e non altrimenti. Se si trattasse di cose che non si possono stabilire prima, allora incaricheremo quelli che ne sono capaci, di vedere, studiare, proporre; in ogni modo niente sarebbe fatto senza la nostra volontà. Così i nostri delegati, invece di essere degli individui a cui abbiamo dato il diritto di comandarci su tutte le cose, su cui piace loro far delle leggi, sarebbero persone scelte apposta e fra le più capaci di ogni singola faccenda, che non avrebbero nessuna autorità e solamente il dovere di eseguire quello che gl'interessati vorrebbero: insomma si incaricherebbe uno di organizzare le scuole per esempio, o di tracciare una strada, o di provvedere allo scambio dei prodotti, come s'incarica un calzolaio di fare un paio di scarpe.
Questa è l'anarchia. Del resto, se volessi spiegarvi tutto, dovrei parlare su questo solo argomento tanto quanto ho parlato su tutto il resto. Un'altra volta ne parleremo a lungo.
Beppe. — Sta bene, ma dammi intanto qualche altra spiegazione. Che vuoi? Ormai mi hai messo la voglia addosso!
Mi devi spiegare come mai potrei intendermi io, che sono un povero ignorante, di tutte quelle cose che chiamano la politica, e fare da me quello che fanno i ministri ed i deputati.
Giorgio. — O che cosa fanno di buono i ministri ed i deputati, perchè voi abbiate a lamentarvi di non saperlo fare? Fanno le leggi ed organizzano la forza per tenere sottoposto il popolo e garantire lo sfruttamento esercitato dai proprietarii: ecco tutto. Di questa scienza noi non abbiamo bisogno.
È vero che i ministri ed i deputati si occupano pure di tante cose, che sono buone e necessarie; ma mischiarsi di una cosa, per volgerla a profitto di una data classe di persone o per incepparne lo sviluppo con regolamenti inutili e vessatori, non vuol dire farla. Per esempio, quei signori si ingeriscono nelle cose ferroviarie; ma per costruire ed esercitare una ferrovia non v'è niente affatto bisogno di loro, come non v'è bisogno degli azionisti: bastano gli ingegneri, i meccanici e gli operai ed impiegati di tutte le categorie, e questi ci resteranno sempre, anche quando i ministri, deputati ed altri parassiti saranno completamente spariti.
Così per la posta, per il telegrafo, per la navigazione, per l'istruzione pubblica, per gli ospedali: tutte cose che sono fatte da lavoratori di ogni sorta, come impiegati postali e telegrafici, marinai, maestri, medici, e nelle quali il governo c'entra soltanto per inceppare, guastare e sfruttare.
La politica, come s'intende e si fa dalla gente di governo, è per noi un'arte difficile, perchè si occupa di quelle cose che, per noi lavoratori, non sanno nè di sale nè di pepe, e perchè non ha nulla che vedere cogli interessi reali delle popolazioni, ch'essa si occupa soltanto d'ingannare e dominare. Se invece si trattasse di soddisfare, nel miglior modo possibile, ai bisogni del popolo, allora la cosa sarebbe ben più difficile per un deputato che per noi.
Infatti, che cosa volete che sappiano i deputati, che stanno a Roma, dei bisogni di tutte le città e borgate d'Italia? Come volete mai che della gente, che in generale ha perduto il suo tempo col latino e col greco, e lo perde ora con peggiori inutilità, si possa intendere degli interessi dei varii mestieri? Le cose andrebbero altrimenti se ognuno si occupasse delle cose che sa, e dei bisogni che sente e che vede.
Fatta la rivoluzione, bisogna incominciare dal basso e andare all'alto. Il popolo si trova diviso in comuni, ed in ciascun comune vi sono i diversi mestieri, che subito, per l'effetto dell'entusiasmo e sotto l'impulso della propaganda, si costituiranno in associazioni. Ora, degl'interessi del vostro comune e del vostro mestiere chi se ne intende meglio di voi?
Quando poi si tratterà di mettere d'accordo più comuni, o più mestieri, i delegati rispettivi porteranno in apposite assemblee i voti dei loro mandanti e cercheranno di armonizzare i varii bisogni ed i varii desiderii. Le deliberazioni saranno sempre soggette al controllo ed all'approvazione dei mandanti, in modo che non c'è pericolo che gli interessi del popolo siano posti in oblio.
E così, di mano in mano, si procederà fino all'accordo di tutto il genere umano.
Beppe. — Ma se in un paese o in un'associazione v'è chi l'intende in un modo e chi in un altro, allora come si fa? Vincono quelli che sono di più, non è vero?
Giorgio. — Per diritto no, perchè in faccia alla verità ed alla giustizia il numero non conta niente, e spesso uno solo può avere ragione contro cento e contro centomila. In pratica si fa come si può; si fa di tutto per conseguire l'unanimità, e quando questo fosse impossibile, si voterebbe e si farebbe come vuole la maggioranza, oppure si rimetterebbe la decisione a terze persone che farebbero da arbitri, salvo sempre però l'inviolabilità dei principii di uguaglianza e di giustizia su cui si regge la società.
Notate però che le questioni sulle quali non si potrà mettersi d'accordo senza ricorrere al voto o all'arbitrato saranno poche e di poca importanza, perchè non vi saranno più le divisioni di interessi che vi sono oggi, perchè ognuno potrà scegliersi il paese e l'associazione, vale a dire i compagni con cui meglio se la dice, e soprattutto perchè si tratterà sempre di decidere sopra cose chiare, che ognuno può comprendere, e che appartengono piuttosto al campo positivo della scienza che a quello mobile delle opinioni. E più si andrà innanzi e più il voto diventerà cosa inutile ed antiquata, anzi ridicola affatto, poichè quando si sarà trovato, mediante l'esperienza, qual'è in un dato problema la soluzione che meglio soddisfa ai bisogni di tutti, allora bisognerà dimostrare e persuadere, non già schiacciare con una maggioranza numerica l'opinione avversaria. Per esempio, non vi farebbe ridere oggi il chiamare i contadini a votare sull'epoca in cui si deve seminare il grano, quando questa è una cosa già accertata dall'esperienza?
Così avverrà di tutte le cose che riguardano la utilità pubblica e privata.
Beppe. — Ma se nullameno vi fossero di quelli che per un capriccio qualunque volessero opporsi ad una deliberazione presa nell'interesse di tutti?
Giorgio. — Allora naturalmente bisognerebbe ricorrere alla forza, poichè, se non è giusto che le maggioranze opprimano le minoranze, non è nemmeno giusto il contrario; e come le minoranze hanno il diritto d'insurrezione, le maggioranze hanno quello di difesa, o se la parola non v'offende di repressione.
Non dimenticate però che sempre e dappertutto gli uomini hanno il diritto imprescrittibile alle materie prime ed agli strumenti di lavoro, sicchè possono sempre separarsi dagli altri e restare liberi e indipendenti. È vero che questa non è una soluzione soddisfacente, perchè così i dissidenti resterebbero privati di molti vantaggi che l'individuo isolato o il gruppo non basta a produrre, e che domandano il concorso di tutta una grande collettività... ma che volete? gli stessi dissidenti non potrebbero pretendere che la volontà di molti fosse sacrificata a quella di pochi.
Persuadetevi: al di fuori della solidarietà, della fratellanza, dell'amore, al di fuori della mutua assistenza e quando occorre del mutuo compatirsi, e sopportarsi, non v'è che la tirannia o la guerra civile; ma siate sicuro però che, siccome tirannia e guerra civile sono cose che fanno male a tutti, gli uomini, non appena saranno arbitri dei loro destini, si avvieranno verso la solidarietà, in cui soltanto possono realizzarsi i nostri ideali, e per essi la pace, il benessere e la libertà universale.
Notate pure che il progresso, mentre tende a solidarizzare sempre più gli uomini tra di loro, tende anche a renderli sempre più indipendenti e capaci di bastare a loro stessi. Per esempio: oggi per viaggiare rapidamente, sopra terra bisogna ricorrere alle ferrovie, le quali richiedono, per essere costruite ed esercitate, il concorso di gran numero di persone, sicchè ciascuno è obbligato, anche in anarchia, ad adattarsi al tracciato, all'orario ed alle altre regole che la maggioranza crede migliori. Se però domani s'inventa una locomotiva che un uomo solo può condurre senza pericolo nè per lui nè per gli altri, sopra una strada qualunque, ecco che non c'è più bisogno di tener conto, in questa questione, del parere altrui, e ciascuno può viaggiare per dove gli pare ed all'ora che gli piace.
E così per mille altre cose che si potrebbero fare fin da ora, o che in avvenire si troverà il mezzo di fare; sicchè si può dire che la tendenza del progresso è verso un genere di relazione fra gli uomini che si può definire colla formula: solidarietà morale ed indipendenza materiale2.
Beppe. — Va bene. Dunque tu sei socialista e tra i socialisti sei comunista e anarchico. Perchè mo' ti chiamano anche internazionalista?
Giorgio. — I socialisti sono stati chiamati internazionalisti perchè la prima grande manifestazione del socialismo moderno è stata l'Associazione internazionale del Lavoratori, che per abbreviazione si chiamava L'Internazionale. Quest'associazione, sorta nel 1864, collo scopo di unire gli operai di tutte le nazioni nella lotta per l'emancipazione economica, aveva al principio un programma molto indeterminato. Poscia nel determinarsi si divise in varie frazioni e la sua parte più avanzata giunse fino a formulare e propugnare i principii del socialismo anarchico, che io ho cercato di spiegarvi.
Ora quest'associazione è morta, in parte perchè perseguitata e proscritta, in parte per le divisioni intestine e per le varie opinioni che se ne contrastavano il campo. Da essa però sono nati e il grande movimento operaio che ora agita il mondo, e i varii partiti socialisti dei diversi paesi, e il partito Internazionale socialista anarchico rivoluzionario che ora si va organizzando per dare il colpo mortale al mondo borghese.
Questo partito ha per iscopo di propagare con tutti i mezzi possibili i principii del socialismo anarchico; di combattere ogni speranza nelle concessioni volontarie dei padroni o del governo e nelle riforme graduali e pacifiche; di risvegliare nel popolo la coscienza dei suoi diritti e lo spirito di rivolta, e spingerlo ed aiutarlo a fare la rivoluzione sociale, vale a dire a distruggere il potere politico, cioè il governo, e a mettere in comune tutte le ricchezze esistenti.
Fa parte di questo partito chi ne accetta il programma e vuol combattere insieme agli altri, per la sua attuazione. Il partito non avendo capi nè autorità di nessuna specie ed essendo tutto fondato sull'accordo spontaneo e volontario tra combattenti per la stessa causa, ciascuno conserva piena libertà di unirsi più intimamente con chi meglio crede, di praticare quei mezzi che crede preferibili, e di propagare le sue idee particolari, purchè non si metta per nulla in contraddizione col programma e con la tattica generale del partito; nel qual caso non potrebbe più essere considerato quale membro del partito stesso.
Beppe. — Perciò tutti quelli che accettano i principii socialisti-anarchici-rivoluzionari sono membri di questo partito?
Giorgio. — No, perchè uno può essere perfettamente d'accordo col nostro programma, ma può, per una ragione o per l'altra, preferire di lottare da solo o d'accordo con pochi, senza contrarre vincoli di solidarietà e di cooperazione effettiva con la massa di quelli che accettano il programma. Questo può anche essere un metodo buono per certi individui e per certi fini immediati che uno può proporsi; ma non può accettarsi come metodo generale, perchè l'isolamento è causa di debolezza e crea antipatie e rivalità là dove si ha bisogno di affratellamento e di concordia. In ogni modo noi consideriamo sempre come amici e compagni tutti quelli che in qualunque modo combattono per le idee per le quali combattiamo noi.
Vi possono essere quelli che sono convinti della verità dell'idea e nondimeno se ne stanno a casa loro, senza occuparsi di propagare quello che credono giusto. A costoro non si può dire che non siano socialisti e anarchici d'idea, poichè pensano come noi; ma è certo che debbono avere una convinzione molto debole o un animo molto fiacco; perchè quando uno vede i mali terribili che affliggono se stesso ed i suoi simili e crede di conoscere il rimedio per metter fine a questi mali, come può fare, se ha un po' di cuore, a starsene tranquillo?
Colui che non conosce la verità non è colpevole; ma lo è grandemente chi la conosce e fa come se l'ignorasse.
Beppe. — Hai ragione, ed io appena avrò un po' riflettuto su quello che mi hai detto e mi sarò persuaso per bene, voglio entrare anch'io nel partito e mettermi a propagare queste sante verità, e se poi i signori chiameranno anche me birbante e malfattore, dirò loro che vengano a lavorare e a soffrire come faccio io, e poi avranno diritto di parlare.
Così l'invenzione del motore elettrico, colla possibilità di portare la forza motrice dappertutto ed in ogni quantità, ha fatto sì che si può utilizzare le macchine anche a domicilio, ed ha soppresso in molta parte la necessità delle grandi officine, che richiedeva la macchina a vapore per poter essere usata economicamente.
Così la telegrafia senza fili tende a sopprimere la necessità di un complicato servizio telegrafico. I progressi della chimica, dell'agraria tendono a rendere ogni punto della terra atto ad ogni genere di coltura, ecc. ecc.
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