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OSSIA
RICETTA PER GLI IPOCONDRIACI
Cara e dolce ignoranza! A forza di possederti, o di essere posseduto da te (chè non so bene come sia la cosa), credo di aver trovato la tua definizione. Tu sei la verginità della mente: e perciò tanto superiore a quell'altra conosciuta dal volgo, quanto lo spirito immortale sovrasta alla materia caduca. Più: hai quasi sempre l'immenso vantaggio di durare tutta la vita de' tuoi cultori: quando che l'altra, fatte le debite eccezioni, è solita andarsene coll'aprile degli anni, e qualche volta anche col marzo.
Se il mondo possedesse quella rara facoltà che si chiama buon senso, e quell'altra più rara ancora che è l'arte di stare nel mondo, dovrebbe possibilmente attenersi alla più rigida e inviolabile ignoranza. Ve lo provo. Io divido la società in due grandi categorie, poveri e ricchi; o, in altri termini, gente che lavora per vivere, e gente che vive per far lavorare. I primi bisogna pur troppo che, bene o male, imparino un'arte: una sola; guai se ne imparano due! La sterminata maggioranza degli uomini avvezza ad esercitare un mestier solo e male, non può persuadersi che altri ne eserciti bene un pajo: ciò ripugna all'amor proprio, ciò genera invidia, ciò vi rovina e nell'uno e nell'altro. Vi dirò cosa sia avvenuto d'un mio povero amico che vent'anni fa per ischerzo osò stampare d'essere medico-poeta. In qualità di medico ebbe così poca fortuna da dovere espatriare per un umile impieguccio, che occupa da quindici anni senza aver mai potuto fare un passo innanzi. E in qualità di poeta si tirò sul capo tante inimicizie e tante brighe che i versi gli vennero in odio più dei debiti e dei rimorsi. Buon per lui che sono sempre là io a consolarlo delle sue sventure col ripetergli tre volte al giorno: «Impara, o imbecille, a voler fare due mestieri; e, ciò che è peggio ancora, a dar publici saggi di far bene l'uno e l'altro. Com'è possibile avere amici? Hai trovato il metodo infallibile per farti mal volere e tradire perfino dai protettori. Ringrazia dunque ben bene la providenza, se come medico non ti hanno ancora lasciato crepare di fame, e come poeta non ti hanno mai bastonato, e in certa occasione anche impiccato».
Ho detto che un'arte bisogna impararla, bene o male. Siete padroni di scegliere: quanto a me, per la vostra felicità vi consiglio a impararla male: appena quanto necessita per ottenere il diploma, ed esercitarla legalmente: e per questo, il male è già di troppo: basta il malissimo. Così eviterete la grande fatica e la sterminata noja dello studiare. Ciò sia detto fra noi, con prudenza: giacchè ai ragazzi, tanto per cacciarli un po' innanzi, bisogna sempre dare ad intendere che lo studio è dilettevolissimo, tanto da bastare di premio a sè stesso, e che un giorno se ne accorgeranno, e che saranno felici.... Sì, davvero! di quella felicità che tutti aspettano finchè si va a goderla nell'altro mondo. Come sono invidiabili i dotti che rubano le ore al sonno, alla mensa, al chilo, al passeggio, a tutti i bisogni e a tutti i piaceri per logorarsi la vista e la vita sui libri! Più studiano, e più si spaventano del tanto che resta a studiare: è la sete di Tantalo non mai saziata; è la ruota d'Issione che sempre gira; è la fatica di Sisifo che ricomincia ogni minuto; è il fegato di Prometeo sbranato a perpetuità. Se fanno qualche scoperta, si tirano addosso un nuvolo di nemici e d'invidiosi: e guerre scientifiche accanitissime e perfidissime: e passare per visionarii o per ciarlatani, almeno presso i contemporanei, cioè vita naturale durante. Per colmo di delizia si riducono a consumarsi di livore e d'indignazione vedendosi posposti ai più mediocri, ai più ignoranti.... Capite? siete voi che trionferete: persuasi di saper tutto, sarete contentissimi di voi stessi e del mondo che non si accorgerà del contrario. Per quella legge mirabile di affinità o attrazione che fa avvicinare i simili (chimica non so se morale o animale) sarete desiderati, adoperati: vivrete bene e lungamente: tramandando ai figli vostri un nome onorato se non illustre, e, ciò che più importa, un buon patrimonio. Facciano altrettanto, se lo possono, i martiri dello studio, o i così detti Genii, destinati a godere dopo la morte un nome famoso.
Questo tema è così bello e vario e fecondo, che mi fermentano qui nella zucca tante idee da scriverne un grosso libro. Ma per ora basti; e concludiamo con una sincera esclamazione: Viva l'ignoranza di chi sarebbe obbligato a studiare!
Quanto ai ricchi, reputo superfluo il dimostrare come loro convenga tenersi l'ignoranza a compagna indivisibile e perpetua: tanto più che molti di loro sono già del mio parere, e agiscono di conformità. Io m'imagino d'essere un animale (nel significato scientifico e nobile della parola), un bell'animalone da duecento, da trecento, da quattrocento mila lire di annua rendita: anche del doppio, se permettete. Via! almeno nelle ipotesi che non costano un soldo siamo generosi. E penso: «Perchè dovrò io seccarmi a studiare? e che cosa mi occorre di imparare? A vestirmi tocca al sarto: a mantenermi grasso ci provede il cuoco. I miei interessi sono in mano dei procuratori, dei ragionieri, dei fattori: bisogna vivere e lasciar vivere. Se un insolente mi azzecca qualche garbuglio in possessorio, se un indiscreto creditore vuol frugare nella mia cassa, lo consegno agli avvocati che nulla desiderano di meglio. E quando arriverà la mia ora, i più bravi medici mi ammazzeranno colle più infallibili regole dell'arte: tutte cose che non mi riguardano. Le scienze naturali a che mi servirebbero? il sole viaggia di giorno e le stelle vanno a spasso di notte a loro beneplacito (almeno quando non ci sono le nubi) senza la mia permissione. Il tempo fa pioggia, fa secco, fa vento, fa gelo, fa caldo a mio dispetto: che m'importa delle cause? è anche troppo sentirne le conseguenze.
«Mi dicono di studiare le lingue per i viaggi. Oibò! non si sa mai abbastanza la lingua propria, e si dovrà impacciarsi di quella dei forestieri? e poi dappertutto vi sono interpreti e servitori di piazza che parlano per noi: e per moltissime faccende bastano anche i gesti: i sordo-muti non esprimono qualunque idea senza la voce?
«Mi consigliano di divertirmi colla chimica; bel divertimento! un'arte semidiabolica, originata dalla superstizione e dalla magia: con fornelli, con ampolle venefiche, con fetide emanazioni, con pericolo di abbruciarsi, d'asfissiarsi, di diventar matti. Una volta si voleva comporre l'oro coi metalli ignobili: come se un uomo nato nel trivio potesse mai diventar vero conte, o marchese effettivo. Adesso si vuole fare il diamante, che è così duro e bianco, col carbone, che sarà sempre tenero e nero. C'è stato perfino un tale che pretendeva riprodurre il miracolo della Creazione fabricando le montagne in una padella, col mezzo del plutone o del plutonio, che in lingua da cristiani significa demonio. È qualche anno che non ne sento più a parlare: lo avranno mandato al manicomio per salvarlo dalla scomunica. No, no; lasciamo la chimica agli industriali, agli speziali, agli spacciatori di secreti, e a quei disperati che vanno nei palloni aerostatici.
«E coloro che mi suggeriscono di applicarmi alla statistica? Sappiano gli ignoranti che il primo pensiero di statistica germogliò nella mente di un antichissimo Re, il quale, forse per calcolare il frutto sperabile di una imposta personale, o testatico, avendo voluto sapere il numero de' suoi cari sudditi, tirò loro addosso una piccola pestilenza di tre giorni che li ridusse alla metà: e così imparò a non essere più curioso. Un Reverendo pieno di savia dottrina, che mi favorisce a pranzo due volte la settimana, mi assicura che la statistica è l'assurdo matrimonio del capriccio coll'aritmetica, d'onde nasce la prole dei più mostruosi errori. Almeno gli errori dispensatemi dall'impararli».
È tanto comodo e piacevole il chiacchierare nei panni d'un gran milionario, che vorrei seguitare un pajo d'ore. Ma la trista realtà mi sveglia da questo sonniloquio e mi avverte che io appartengo alla classe di chi lavora per vivere. Ebbene; in via d'indennizzo a questa sventura, voglio almeno permettermi la grande consolazione di gridare a stampa e in faccia all'universo, che io, salvo l'essere un esimio alunno di Esculapio (che in ciò pur troppo mi sento grande, e quindi incompreso), in tutto il resto sono di una ignoranza incredibile, portentosa, enciclopedica. Nè crediate che io parli per modestia: non fatemi questo torto, chè andreste agli antipodi del vero. Anzi, è la superbia che mi fa parlare: poichè quando vi avrò convinti che il mio cervello è una tavola rasa, direte: «Ecco finalmente un uomo senza idee false, che non coltiva nessun errore.»
Ma v'è di meglio: più persuaderò me stesso della mia ignoranza infinita, più mi sentirò vicino al gran Platone, il quale in un lucido intervallo di buon senso (cosa possibile perfino nei filosofi) disse quelle famose parole: Hoc unum scio me nihil scire1). E fu allora che il mondo maravigliato lo proclamò divino. Peccato che Platone, invanito di quella lode soverchia, si sia contradetto e mostrato meno che umano, tentando la disperata carriera delle scoperte: così ignorante! E che cosa scoprì? due sciocchezze enormi, che passarono ai posteri sotto al di lui nome, perchè nessun altro ne avrebbe accettata la responsabilità: l'amore platonico, e la republica di Platone: il primo, improbabile; la seconda, impossibile: il primo, quando mai esistesse, un'illusione della fantasia che dura un momento e cambia tosto natura; l'altra poi, un'utopia così assurda che non potè mai nemmeno incominciare. Oh, se Platone fosse nostro contemporaneo, e avesse scoperto e predicato la sua republica in Francia, che è poi il paese di tutte le scoperte, credo che a quest'ora me ne darebbe notizie per lettere da Cajenna!
Ma io lo compatisco perchè sento di rassomigliargli molto anche nelle debolezze. Quantunque persuaso di non saper nulla, ho fatto molte scoperte, delle quali, per non soverchiare il mio maestro, ne accennerò appena un pajo: l'etimologia della parola accademia con due c2, che fu rifiutata perfino dagli accademici: e l'arte di ereditare, che poi ho scoperto essere antica come l'avidità di appropriarsi la roba altrui: un piccolo anacronismo! Ora propongo un quesito: Se Platone avesse inventato i solfanelli fulminanti; e se fosse di mia composizione la pasta badese per distruggere i sorci; non saremmo tutti e due molto più benemeriti dell'umanità?
Ma qui dirà taluno: " Dove diavolo ci meni con questo preambolaccio? e che importa a noi della tua pecoraggine? " Perdonate, lettori, ma ciò importa moltissimo a me che, se non altro, devo essere l'autore del mio libro. Figuratevi che per essere andato fino a Parigi allo scopo di rassodarmi e perfezionarmi nell'ignoranza, sono tormentato da quanti conosco perchè scriva e publichi il mio viaggio.
Ma qui dirà tal altro: " Come? tu sei ignorante, e scrivi? e stampi? " Ohe, spieghiamoci chiaro per intenderci bene. Io vi desidero tutti ignoranti, e spero lo siate pel vostro meglio: ma sciocchi, no: nè tanto inesperti del mondo da non capire che se tutti gli ignoranti non possono essere autori, almeno gli autori sono quasi tutti ignoranti. Chi tiene in sì alto prezzo i cenci per la carta? Tanti stampatori, e libraj, e compositori di caratteri, e proti, e fattorini, e legatori, ec. chi li fa vivere? Noi, se lo permettete. Facciamo un conto largo che sopra ogni migliajo di libri (e quanti mila se ne stampano in un anno!) 5 sieno ben fatti, utili, e perfino un poco duraturi: ma gli altri 995 a chi sono da accreditarsi? all'ignoranza, che tiene ditta o colla presunzione, o colla vanità, o colla frivolezza; più spesso colla miseria, più spesso ancora con tutte insieme queste sue legittime sorelle. Perciò, in onta a poche eccezioni, si può stabilire la seguente massima: i dotti leggono, gli ignoranti scrivono, e la maggioranza sterminata del genere umano o non sa o non vuol fare nè una cosa nè l'altra. E quest'ultima legge providenziale è pur benefica: altrimenti, la publica ragione subirebbe un vero cataclisma.
Io, non per vantarmene, ho contribuito la mia buona parte a quest'opera babelica della stampa. Ho scritto in versi, ho scritto in prosa: in umile dialetto, e in lingua illustre: ho trattato di scienze, ho trattato di frivolezze: nè occorre il dire che mi trovarono assai più grande nelle seconde che nelle prime. Insomma, ci ho messo buon cuore e perfino buona intenzione. È bensì vero che altri lavorano assai più di me, e v'ha chi scrive in tre mesi più di quanto io abbia scritto in vent'anni. Ma credereste che io patisca l'invidia? patisco appena la compassione. Poveri diavoli! lasciateli sudare e correre affannosamente lo stadio per tutto il giorno: quando mancano venti passi alla meta, io spicco due salterelli e arrivo pel primo. Con un libercolino smilzo, pettegolo, petulante, pungente, si leva più rumore e scandalo che coi libracci elaborati al lume della tisica lucerna. Le opere del genio non si stimano a quantità ma a qualità: e io sono sempre il capo, perchè almeno nell'ignoranza, che è il requisito ottimo massimo, li vinco tutti. Dunque, come vi dicea, si vuole che io scriva il mio viaggio e dai buoni amici, e dagli amici falsi: i quali ultimi sperano forse di tirarmi a fare un libro peggiore dei soliti: quasichè non ne sia capace da me, per virtù propria, senza ajuto di perfide sollecitazioni. Io mi schermisco con argomenti di mala fede e sempre più debolmente; come una Bella che rifiuti una dichiarazione amorosa, quantunque persuasissima di lasciarsi persuadere.
« " Dottore; quando vedremo qualche nuovo parto della tua musa?
" Fammi la grazia di non dir più questa parola così rancida e antipatica che, per essere la prima declinazione della grammatica latina, è anche il primo passo nella carriera di tanti infelici! E poi, che ha di comune la musa col mestiere di fabricare libercoli?
" In somma, intendo dire che si aspetta da te qualche produzione nuova per divertirci.
" Impossibile! che cosa s'ha da scrivere in questi tempi?
" Oh diamine! per esempio, le impressioni del tuo viaggio a Parigi.
" C'è una difficoltà, che non mi è restato impresso nulla. E poi, che cosa può dirsi di Parigi che non sia stato detto e scritto da mille autori? Vuoi sapere i costumi della plebe, del ceto medio, dell'alta società? Tutti i romanzieri contemporanei ne parlano a sazietà, e ti conducono dai più luridi tugurj fino alle aule dorate. Parigi materiale, monumentale, prospettica, è riprodotta in tutte le guide, in tutti gli albums, in tutte le raccolte periodiche: e ora col sussidio della fotografia puoi leggere perfino i cartelli dei pizzicagnoli e dei parrucchieri, sedendo nel tuo gabinetto in Milano. Oh, che tema esausto e disperato, una gita a Parigi! Ho da dire a qual grado di longitudine sia situata? non me lo ricordo più, cioè non ho mai cercato di saperlo. Ho da raccontare quanti giorni vi abbia passato sotto la pioggia, e quanti a vista di sole? imiterei senza frutto quel buon vecchio di lord Raglan che in Crimea ha perduto un esercito, ma lasciò tante indicazioni barometriche e termometriche su quella penisola deliziosa.
" Eppure, anche gli aneddoti più comuni d'un viaggio, narrati alla tua maniera ci faranno ridere assai.
" Oh, adesso cominci a parlar chiaro: vuoi che faccia il buffone del publico rispettabile: sì, sì: l'idea è questa: nè credere che io me ne adombri; tutt'altro: l'ho fatto tante volte il buffone, e perchè non potrò farlo ancora? Non sono in età da giubilarmi, grazie al cielo. Già, senti: questo mondo si divide in gente che minchiona, e gente che si fa minchionare: e tutti insieme, per turno, partecipano ad una classe ed all'altra. Perciò, il buffone è meglio farlo di proposito, che almeno si arrischia di passare per uomini di spirito: quelli che in buona fede si credono persone serie e inattaccabili, mi pare che si chiamino sciocchi. Dunque ti prometto che scriverò il mio viaggio.
" Oh, bravo! posso, senza indiscrezione, confidarlo agli amici?
" Va anche a gridarlo in piazza colla trombetta, che non me n'importa un'acca."»
Appena rientrato in me stesso, penso dolorosamente: Come si chiama il demonio che mi strascina a scrivere un altro librattolo, dopo tanti pentimenti e proponimenti di non ritornarci più? è Asmodeo? è Belzebù? è Astarotte? Capisco proprio che quando uno comincia a ingolfarsi nel peccato di stampa, diventa una specie di uomo publico.... e ha ciò di comune colle donne della stessa qualità, che, una volta avviato nel mal costume, è un gran miracolo se si ravvede efficacemente. Che meriti ho io per pretendere un miracolo in mio favore? Chi sa quante asinerie mi toccherà di scrivere ancora finchè non verrò in nausea a tutto il mondo come una vecchia ribalda! Almeno allora starò ozioso per forza.
Ma quest'esordio è troppo lungo, non è vero? in linea di proporzione, dovrei ridurlo alla metà della metà: ma non ho cuore di mutilarlo perchè è tanto istruttivo. Occorre così di raro che un libro contenga qualche cosa di vero, di buono e di nuovo, che quando io ne compongo uno, calpesto ogni regola dell'arte per i bisogni dell'umanità. D'altronde, sarà mia cura d'essere più breve in seguito, tanto più che il mio viaggio fu corto, e senza scopi nè industriali, nè umanitarii, nè politici: sono andato un poco verso l'Occidente, senza la menoma commissione per l'Oriente. Oh, se fossi stato nei panni del famoso generale Wedell che per molti mesi del 1855 tenne in orgasmo tutte le gazzette d'Europa correndo innanzi indietro almeno dodici volte per Berlino, Parigi e Londra in missione diplomatica! Con che voluttà mi sarei pappato quelle laute diete! come avrei vissuto da gran signore! Quante cose belle e furbe avrei da raccontare! che scalpore menerebbe il mio libro, tradotto in tutte le lingue! Sarebbe stato ottimo consiglio l'affidare a me quelle incumbenze: poichè alla fine dei conti ne sarei escito coll'istessissimo risultato dell'illustre Wedell.
Eccoci in Milano all'albergo del Pozzo: tutto è pronto; i cavalli, attaccati; la valigia, è sull'imperiale; un'altra occhiatina al portafogli per verificare se c'è il passaporto: c'è; e un'altra palpeggiata alla saccoccia più intima e nascosta: la sento tumida: è il morto che ha da servirmi per vivere. Un addio alla famigliola, al vecchio cane, agli amici tutti. Salgo: su, su, su, sono dentro! La diligenza si move; con ambedue le braccia trincio saluti a destra, a sinistra, a tutto il mondo: e allons! vite! che vado in Francia a parlare francese.
Vi piace questo modo di ragionare? Eppure è proprio il più comune non solo a voce, ma anche a stampa: forse con minore chiarezza, ma certo con egual logica e buona fede.