Camillo Berneri
Il viaggio di un ignorante
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IL VIAGGIO DI UN IGNORANTE OSSIA RICETTA PER GLI IPOCONDRIACI

II

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II

Il signor Filarete Chasles, professore di non so che cosa a Parigi, nel rendere conto d'un suo viaggio, scrisse, una dozzina d'anni fa, d'aver trovato l'Italia piena di orsi. Misericordia! A quella asserzione così disputabile tutta la stampa della penisola fu in armi e gli dichiarò la guerra. Anch'io brandii la penna e incominciai una filippica furibonda, della quale mi ricordo ancora le prime righe.

«E dove mai, signor Filarete garbatissimo, vi incontraste cogli orsi? Sui gioghi delle alpi, o sul dorso degli appennini, potrebbe darsi: ma nelle nostre città gentili, ma nelle popolose borgate, mai no! L'Italia, sappiatelo, per essere in zona temperata e di suolo feracissimo, abbonda di tutte le bestie che il suo clima può comportare: e anche varie specie che non le sono indigene, per simpatia le fa venire a gran prezzo e le tiene carissime: per esempio, le scimie e i pappagalli. Abbiamo buoi in numero grande, e porci senza numero, e pecore e becchi a discrezione. Dove trovare una maggiore abbondanza di cavalli? chi potrebbe contare i nostri asini? e dei muli che dirò? Per verità, la statistica dei muli è alquanto oscura e incerta, può emettere cifre della solita esattezza: ma in via di presunzione logica devono essere moltissimi. Quando Adriano Balbi assegnò ad una provincia dell'Impero austriaco muli num. 5, tutti risero del grosso errore tipografico, e capirono che erano stati ommessi molti zeri. E di uccelli ne abbiamo pochi? senza contare le razze più comuni, ribocchiamo perfino di cuculi, di allocchi, di barbagianni e di civette. Alle corte, noi abbiamo tante varietà di bestie da ricomporne quasi l'arca di Noè. Ma gli orsi sono così rari e difficili a ritrovarsi, che quando ne appare uno in catene e museruola sui mercati, tutti s'affollano e pagano per vedere tal meraviglia. Dunque, professor Filarete, io vi stringo al muro con questo dilemma: o diteci dove trovaste tanti orsi affinchè possiamo dar loro una caccia nazionale: o io, gettandovi ai piedi questo guanto logoro, del quale ho perduto il compagno, esclamerò: Voi mentiste per la gola, ec. ec.».

Queste e altre bellissime cose io stava scrivendo, allorchè apparve la famosa risposta a Filarete dell'illustre Carlo Cattaneo, della quale chiunque abbia amor di patria e stima pei grandi ingegni non può essersi dimenticato. Allora deposi la penna, e pensai: «L'inimico è già sconfitto e sepolto, mi è lecito risparmiarlo senza vigliaccheria

Ma quì devo fare una considerazione piena di filosofia; e mi accadrà spesso di farne durante il mio viaggio, essendo io non meno filosofo che ignorante. Quel professor Filarete, come uno dei più operosi campioni della stampa parigina, avrà scritto molte belle cose e molte utili verità: le quali tutte lascerebbero il suo nome presso di noi in una modestissima penombra, per non dire in oscurità completa. Egli non sarebbe che uno dei non so quanti mila professori di Parigi, dove sono tutti o professori o cavalieri, o l'uno e l'altro insieme. Ma quando scrisse una bestialità veramente da orso, fu sulle bocche di tutta la Lombardia, e cessando per incantesimo di essere un certo Filarete, diventò il famoso Filarete. Oh, le belle origini che ha spesso la celebrità! e come vale la pena di affannarsi per conseguirla!

Eppure, il mio debole sta proprio in ciò: la monomania di rendermi celebre a qualunque costo; e, a furia di logorarle intorno il cervello, non sapendo far di meglio o di peggio, ho deciso d'imitare il professor parigino. Perciò salto a piè pari nel bel mezzo del mio viaggio, e vi annunzio subito una verità inaspettata: che in Francia non trovai nemmeno un orso, ad eccezione di due nel Jardin des plantes; ma in cambio fui assalito e spolpato da una grande quantità di voracissimi lupi.

La prima di queste bestie mi si affacciò strada facendo sul Rodano per Lione a bordo del vapore L'Hyrondelle: un lupo d'acqua. Mi fo portare una piccola colazione, che fu un piattello di non so che cosa, e una tazzetta di caffè. Per pagare, do una moneta da due franchi, in aspettazione del mio resto. « " Manca un franco e mezzo, dice il lupo.

" Come, come? (vi rendo il dialogo in italiano perchè non mi ricordo se abbia detta Comment, comment? o Combien, combien?).

" Si paga tre franchi e mezzo.

" Ma è il prezzo d'un buon pranzo.

" A bordo si paga così.

" Va bene. " » E pagai: e cominciai a capire i grandi pericoli del navigare: e inorridii pensando che sarebbe stato di me se in cambio di avventurare una modesta colazioncella, mi fossi lasciato andare a un buon desinaretto.

Il secondo che mi capitò fu un lupo di strada ferrata, peggiore ancora di quello d'acqua. Che belle varietà, non conosciute da Buffon da Linneo! A mezza strada tra Lione e Parigi si fa una fermata d'un quarto d'ora, e molti scendono al caffè della stazione: dove su varie tavole stanno già disposte porzioni di vivande fredde, chicchere con caffè al latte, o con the, scodellette con minestre, ec. Mentre io guardava intorno, il lupo s'indirizza proprio a me, come ad uno dei più balordi, e mi dimanda se voglio un potage. " Sì! un potage. " E sapete cosa fosse il potage? era una mezza dozzina di cucchiajate di cattivo brodo, con dentro forse mezza dramma di vermicelli, senza una presina di formaggio; tutt'insieme, il valore intrinseco di mezzo soldo, e dico troppo. Pago, e metto un franco, persuaso questa volta che me ne rendessero almeno tre quarti. Ma il lupo, che dal vedermi immobile al banco indovinò il mio strambo pensiero, mi tradusse in francese le parole di Dulcamara nel l'Elixire

È la somma che ci va.

E io, come il conte Ugolino,

Io non parlava, sì dentro impetrai.

Ma, indovinato anche il mio eloquente silenzio, mi fu soggiunto, in via di spiegazione: «Quì, colla folla e colla fretta, per evitare ogni confusione, qualunque cosa si pigli, costa un franco: poteva servirsi d'un quarto di pollo, d'un piatto di salume, o d'altro: ha scelto il potage!» e finì con un risolino così specifico e minchionatorio che mi penetrò fino al cuore. Tacqui, e me n'andai.

Ritornato nel vagone, aveva una faccia così lunga e meditabonda, che il mio compagno di viaggio disse:

« " A che diavolo pensi?

" Penso sul serio a scoprir l'arte di non più mangiare bevere: perchè se la va di questo passo, giunto a Parigi, sarò appena in tempo di correre a far segnare il passaporto per ritornare a casa.

" Ma cosa t'è capitato?

" M'è capitato che per aver bevuto un potage mi hanno mangiato un franco. Secondo le proporzioni, quanto si spenderà per vivere un giorno a Parigi? " »

Ebbene, i miei tristi presentimenti svanirono dinanzi ai fatti, e nella gran capitale si vive assai bene e, relativamente, a buonissimo mercato, sapendo fare; di che parleremo più innanzi, se me ne ricorderò; ma quel potage! ha prodotto in me un fenomeno tanto meraviglioso, che ne lascio la spiegazione ai dotti in fisiologia. Fu un alimento così lieve e così scarso, che forse non arrivò fino allo stomaco: eppure me lo sento ancora sullo stomaco un anno dopo; e so di certo che vi resterà finchè avrò vita, o almeno finchè avrò il dono della memoria.

Qui mi viene opportuno un consiglio per chi intenda viaggiare. Se andate verso il sud, per esempio a Napoli, coi lupi lazzaronici è permesso gridare, minacciare, anche alzare il bastone, accontentandovi per prudenza di tenerlo sollevato. Con questi mezzi si ottiene qualche ragionevole riduzione sulle proprie spese. Ma viaggiando verso il nord, chi ha buon senso capisce subito, o meglio prevede che vuol tirare un'aria diversa. Un forestiere farà bene a intendersi prima cogli albergatori, a dimandare i prezzi delle cose, ad andare ai prezzi fissi, ec. Ma quando soddisfi le proprie voglie alla ventura, dopo si paga e si tace; perchè le grida e i reclami non farebbero che renderlo ridicolo o procurargli delle brighe. Chi non sente per istinto questa verità, farà meglio a starsene sempre a casa propria. Prendete norma da me che sono pieno di saggezza pratica: le quattro parole tranquille che scambiai col lupo d'acqua furono anche le ultime in simili argomenti: e sì che di tali piccole balordaggini ne ho commesse la mia parte, e ho tutta la vocazione di commetterne altre all'occorrenza. Per amore di brevità, di varietà, e anche di giustizia distributiva, non vi parlerò più che di un terzo lupo (italiano questa volta), che incontrai nel mio ritorno, a Bellinzona. La diligenza si ferma alle undici di notte davanti a un botteghino chiamato, non so con quale pretesto, caffè; tutto sevo, tutto fumo, tutto puzza di liquori, tutto sudiciume. Ordino un caffè al latte, e mi servono una bevanda così indegna, che l'avrebbe rifiutata il mio cane. E ho dovuto pagarla ottanta centesimi di franco, canterellando fra i denti l'arietta

Se ritorno al mio paese
Anche questa è da contar.

Ma eravamo in Republica, dove ognuno può fare quello che vuole: e allora, perchè non posso anch'io dare ottanta bastonate a una bestia così ladra? Che a Parigi si paghi un sorbetto trenta due soldi e mezzo di Milano, è cosa che nel suo gelo scotta: ma le ragioni non mancano: caffè di gran lusso, pigioni favolose, servizio elegantissimo, giornali a cataste, e una illuminazione a gas da abbarbagliare la vista agli orbi. Ma che in un botteghino d'acquavite, a Bellinzona, un pessimo caffè si paghi quasi il triplo di quanto costa nelle migliori botteghe di Milano un caffè squisito, è cosa che passa tutte le misure del tollerabile. Il titolo di forestiero e di viaggiatore conferisce il diritto a chichessia di derubarlo così impudentemente? E, qualunque siasi la forma d'un governo, non sarebbe santa e urgentissima cosa il sorvegliare e frenare cotesta varietà d'aggressori da strada?

Però, in quel botteghino ho anche riso, leggendo in fretta alcune spiritosaggini sottoscritte Brrrr in un giornaletto umoristico torinese. E, per una stramba associazione di idee quel brrrr mi richiamò in mente l'aneddoto del frrrr, che è abbastanza sciocco per meritare di essere raccontato. Tanti anni fa, un mio conoscente alza un tratto la faccia dalla gazzetta per dimandarmi:

« " Che cosa vuol dire la parola frrrr?

" Frrrr? con quante r è scritta?

" Con una sola.

" Allora potrebbe essere un'abbreviatura; per esempio, di frate, di francese, di frittata..., che so io? Prova un poco a leggermi un periodo intero.

" La camera dei Deputati votò a grande maggioranza i 100,000 fr. richiesti dal ministro di giustizia....

" Basta, basta: frrrr significa franchi.

" Oh, per bacco! è vero....; deve essere proprio così: e io mi arrabbiava sempre nel leggere cento mila frrrr, un milione di frrrr: e non aveva mai indovinato. Ma tu come diavolo fai a capire così subito?

" Ecco, te lo dirò io, quantunque non toccherebbe a me: ma insomma, se io passo presso alcuni per un uomo di gran talento, è appunto per queste abilità.

" Io già lo dico sempre che sei una gran testa.

" Lo so, e per gratitudine oggi ti ho fatto fare una bella scoperta che non ti costa nemmeno un mezzo frrrr " ».

Vi dissi che a Parigi un sorbetto costa trentadue soldi e mezzo: ecco in qual modo. Al banco si paga un frrrr, che nell'estate del 1855 corrispondeva precisamente a milanesi soldi ventinove e mezzo: più, in forza d'uso impreteribile, si aggiungono pel giovane di bottega due soldi che fanno tre dei nostri: totale, trentadue e mezzo. Ora, vi replico che questa cosa lungi dallo scandalizzarmi, per le ragioni che vi addussi sopra, mi andò a sangue; perchè quei dieci o dodici sorbetti parigini giovarono molto alla mia morale, e moltissimo al mio patrimonio. Primieramente ho perduto il brutto vizio che ebbi sempre a Monza, di prendere il piccolo sorbetto da cinque soldi in cambio del grande da soldi otto. Come si può durare in siffatta spilorceria dopo aver frequentato i caffè di Parigi? Ma il più buono sta in ciò che ho scoperto il modo di procurarmi una rendita vitalizia, aumentabile a mio piacere. Ecco come fo: e mi affretto a insegnarvelo, perchè nella mia qualità di Umanitario, sono vogliosissimo della prosperità di tutto il mondo. Attenti bene!

Verso sera vo a sedermi a un tavolino del Caffè Galizia, e mi imagino di essere al Café du Cardinal, Boulevard des Italiens, sull'angolo della Rue Richelieu. Già, il sorbetto di qui vale quanto il sorbetto di : e la maggior differenza sta in ciò che, in cambio di gridare garçon, grido bottega. Ordino il sorbetto: lo prendo: e poi levo dal borsellino trentadue soldi e mezzo; otto, li lascio sul bacile; e il di più, lo involgo in una carta, e lo metto via, dicendo: questi sono denari guadagnati, che mi entrano proprio in saccoccia come il prezzo d'una buona visita: ventiquattro e mezzo! fanno giustamente 98 centesimi austriaci, il preciso importo d'una corsa da Monza a Milano, o viceversa, sulla strada ferrata, ai secondi posti. Però, in questa specie di lucri così nuovi e straordinarii vi consiglio di imitarmi anche nella moderazione. Io, vedete, possedo un ventricolo che sarebbe capace in questo modo di procurarmi un pajo di talleri al giorno: la paga d'un consigliere. Ebbene, lo credereste? mi accontento per solito d'una lira scarsa. Ma quando mi occorre di fare una gita a Milano fate conto che la sera precedente prendo sempre due sorbetti per guadagnare l'andata e il ritorno.


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