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Ma io mi avvedo, un po' tardi, che ho divagato in un profluvio di ciarle inutili: sul fare di un filosofo, il quale, volendo provarvi che dovete morire, cominciasse dal provarvi che siete vivi. (Il bello poi è, per quanto ho sentito a dire, che in vera filosofia non si può provare nemmeno questo.) Dunque era superfluo il dimostrare l'inutilità, anzi il danno di sapere il francese per chi voglia andare a Parigi, dacchè (tesi terza, se pure ve ne ricordate) quella lingua la sapete anche troppo.
Qui mi vien da ridere pensando al probabile soliloquio che alcuno de' miei lettori farà a questo punto. «È un bell'originale costui nel voler darmi ad intendere che io so una cosa che precisamente ignoro del tutto». Va bene che diciate il vostro parere: e io arriverò fino alla compiacenza di lodarvi per tanta modestia: quantunque, vedete, la modestia nel sesso forte sia un fatale errore. Se volete che l'ignoranza vi porti fortuna, è necessario che sia accompagnata dalla presunzione e dall'impudenza: altrimenti, state freschi. Ciò premesso, vi replico che di francese ne sapete assai più del bisogno: e quantunque dovrebbe bastare l'asserzione di chi ha viaggiato e se n'intende, scenderò, per meglio convincervi, alla noja della dimostrazione.
Dunque, ragioniamo. Vi sarà capitato qualche volta in vita di vedere un libro, o una carta in caratteri turchi, ebraici, greci, ec. Avete mai, non dirò capito una parola, ma potuto leggere una sillaba? " No. " Bravi! precisamente come me, che per altro in lingua greca ho riportato a' miei tempi la classe eminenza. Ebbene, fate conto che chiunque parli quelle lingue così diverse dalle nostre perfino nell'alfabeto, se vuole imparare il francese o lo spagnolo, o l'italiano, deve prima affannarsi a lungo sulle gramatiche, sui dizionarii, sulle traduzioni, ec. e faticosamente addestrare la bocca a movimenti, e l'ingegno a formole di periodo e a costruzioni di pensiero affatto nuove. Altrettanto dicasi di noi Italiani, Spagnoli o Francesi se volessimo imparare quelle lingue così difficili e sopratutto inutili a sapersi.
Al differente; vi sarà occorso di vedere qualche libro spagnolo, e qualche gazzetta francese: provandovi a leggere, cosa avete pensato? " Ci siamo meravigliati di capir quasi tutto: lo spagnolo sembra italiano un po' corrotto: e il francese con quel suo u e quel suo eu sembra lombardo un po' bisbetico. " Bravissimi! quà un bacio di tenerezza, miei cari, e anche voi, mie care. Avete trovato le vere espressioni, e vi proclamo genii inventori al par di me. Dunque non vi bisogna altro che adattarvi all'umor bisbetico dell'uno, e partecipare alla corruzione dell'altro (cose tanto facili) per essere naturalizzati Spagnoli e Francesi. La grande rassomiglianza di alcune lingue fra loro dipende dall'essere certe nazioni di un solo ceppo. Questa parola, che sentii fino da ragazzo, la credeva intesa a indicare che siamo tutti popoli avvinti dagli stessi ceppi. Ma quando, cambiate le forme dei ceppi già da molti anni, mi parve per sopra più che i ceppi non avessero troppo a che fare colle lingue, mi nacque la voglia d'uno schiarimento. E una sera, incontrando in teatro un amico, membro di sette academie, gli dissi:
« " Tu che hai studiato tanto, sapresti spiegarmi cosa significhi essere nazioni di un istesso ceppo?
" Significa che provengono dall'istesso albero.
" E, per esempio, da quale albero? giacchè mi imagino che nessun popolo sia figlio d'una pianta.
" S'intende, dello stesso albero genealogico, che è poi anche il linguistico. Insomma: s'intende, popoli dell'istessa razza.
" Aspetta: e la maggiore o minore consanguineità di razza si rileva, anche senza rimontare alle origini storiche, dal grado di consanguineità o somiglianza fra diverse lingue.
" Ma voi altri birboni di dotti, ci vuol tanto a dire solamente la parola razza, così chiara per tutti, in cambio delle parole oscure ed equivoche di alberi e di ceppi?
" Devi sapere dunque che l'albero storico-genealogico-linguistico dei popoli risale ai tre rami primitivi, il semitico, il camitico e il japetico....
" Ah basta, crudele! Vorresti che per l'intelligenza delle razze io m'ingojassi la storia di Sem, Cam e Jafet, quando so benissimo anche quella del loro padre Noè, e del loro capostipite Adamo? " »
Alle corte: noi Italiani, e meglio ancora noi Lombardi, il francese non possiamo nemmeno impararlo: lo sappiamo di già. Si impara a danzare, a suonare, a tirare di scherma: ma non s'impara a tossire, a grattarsi, a dar via schiaffi; sono cose che si fanno quando occorre. Se poi, secondo il caso o le inclinazioni, avete scorso qualche volta o un libretto francese di pietà, o una gazzetta, o anche solo l'accompagnatoria di pillole o di pastiglie miracolose, ove si ragiona di tutti i mali che fanno guarire: allora andate subito a Parigi, che ne sapete abbastanza per aprire una scuola. Vouloir c'est pouvoir, dicono i Francesi: e voi, la prima volta che vorrete parlare con loro, lo potrete e v'intenderanno a meraviglia; e vi troverete così soddisfatti di voi stessi, che vi sembrerà di aver sempre parlato così per tutta la vostra vita. Però, se mai voleste una piccola lezione di perfezionamento, così per vincere le paure o l'imbarazzo d'un primo incontro, eccomi a servirvi in quattro righe: le vere scienze si compendiano in poche massime fondamentali: tutto il resto è frangia di ciarle. La voce si emette tra il nasale e il gutturale. La lettera r si pronuncia col suono rauco del gargarizzare (come usano anche fra noi molti nobili di puro sangue, forse perchè derivano da schiatte anteriori alla scoperta della lettera r). Le parole si finiscono, come ben sapete, ora in an, ora in on, ora in oir, ora in air, ec. Nella scelta delle terminazioni regolatevi un po' col bisogno della varietà, e un po' col buon senso applicato alla somiglianza fra le due lingue. Vi consiglio a non dare del tu a nessuno, ma del voi a tutto il mondo. Parlando con persona civile, al modo imperativo del verbo fate sempre succedere un s'il vous plaît, che è come mettere lo zucchero nel caffè; e ad ogni periodo datele del monsieur: se è individuo del popolaccio, basterà dirgli mon cher. Del resto.... non vi resta più nulla da imparare. Anzi, perdonate se la mia lezione riescì alquanto prolissa: ho voluto con nuovo e acutissimo intendimento unire al fiore dei precetti filologici tutta la porzione linguistica del galateo. Per altro, mi fo coscienza di avvertirvi che, così belli e perfezionati, vi potrà accadere, nel calor del discorso, di metter fuori parole le quali non si troverebbero in nessun dizionario. Niente di male, anzi benissimo, e avanti! Non è forse gloria dei grandi scrittori il coniar vocaboli nuovi, che poi passano nel patrimonio della lingua? Ebbene, voi farete con abbondanza, franchezza e spontaneità ciò che i classici fanno con parsimonia, stento e paura compassionevoli, dopo gravi meditazioni sul buon gusto, sui bisogni della lingua, su mille convenienze da rispettare. E poi, quando hanno arrischiato là una parola nuova, aspettano trepidando gli applausi del publico, quasi che avessero fabbricato il duomo. Che povera gente! o, dirò meglio, trattandosi di letterati: che gente povera!
Vi può anche accadere, s'intende sempre in principio, di scambiare il verbo per il nome, l'avverbio per l'aggettivo, il tempo futuro per il passato, il modo indicativo per l'indefinito, il numero singolare per il plurale, il genere maschile pel femminile, ec. Ma, non abbiate paura, e avanti! Sono piccole inezie gramaticali, e la gramatica è una fanciullaggine che si dà appunto da studiare ai fanciulli. Parlo da senno. Le più saporite eleganze del toscano moderno non sono forse sgramaticature continue e incredibili a chi non ci sia avvezzo? Il Petrarca ha lasciato molte migliaia di versi, che io, sull'altrui fede, suppongo bellissimi tutti: ma sapreste dirmi quale sia il migliore? forse mi risponderete:
Sopra carro di fuoco un garzon crudo.
No: quel verso là è solamente assurdo; il che non basta per un poeta così grande. Rinegò una legge di natura per far colpo: se avesse detto un garzon cotto, il verso sarebbe passato quasi incognito come tanti altri. Il più stupendo verso di messer Francesco, non dirò in linea di controsenso ma di estetica trascendentale, è quell'unico dove si degnò dare un calcio alla gramatica: tanto era fuori di sè! E per arrivare alla incalcolabile altezza di quelle undici sillabe immortali, dovette attingerne tutta l'inspirazione alla pietà celeste, alla divina castità di Laura quando era morta:
Al suon di detti si pietosi e casti....
Poco mancò che non rimasi in cielo.
I commentatori più sottili, i critici più acuti, i più decantati poeti dissero e scrissero tanto su quello sgramaticato rimasi, e ne furono così rapiti, e vi trovarono dentro bellezze tali, che nè a me nè a voi è dato comprenderle, perchè siamo troppo ignoranti.
Dunque sbandite ogni scrupolo vano sui solecismi o sul modo d'esprimervi: e sopratutto non mi state a temere che il vostro francese così libero, originale e di prima inspirazione induca a ridere i Parigini. Oibò! quel popolo gentile vi ascolta con attenzione e deferenza, nè ride mai delle cose spontanee e naturali. Per conto mio, posso assicurarvi che nessuno osò ridermi in faccia. Guai se ciò fosse avvenuto, guai! Fuori della città v'è un Bois de Boulogne, delizioso passeggio campestre con laghetti ameni, con ombre ospitali e discrete, con misteriosi recessi, ove sogliono trattarsi affari d'amore e d'onore, ossia di vita e di morte. Là si va a render ragione col ferro e col sangue d'una parola incauta, d'un'occhiata impertinente, d'un ironico sorriso. Ora, a maneggiar ferri terribili, e a sparger sangue del prossimo è il mio mestiere da un quarto di secolo e più. Quante sieno state finora le mie vittime, senza vantarmene, non lo so nemmen io. Ma so di certo che finora io non fui vittima di nessuno. Fortunatamente Parigi non ebbe a deplorare nemmeno un morto in causa mia; e ciò per due ragioni. Primo, perchè quei cittadini si mostrarono con me tanto bene educati, che per qualunque cosa io abbia detto, nessuno m'ha riso in faccia: poi, perchè essendo ignoto il mio carattere di dottore, non fui richiesto a toccare nemmeno un polso.
Che belli aneddoti tragicomici avrei a raccontarvi se mi fosse toccato di fare il medico in francese! dopo aver fatto morire di farmaci i miei clienti, penserei a far morire dal ridere anche i miei lettori: il non plus ultra dell'arte salutare. Ma in Parigi non ebbi a curare che un amico milanese, da me guarito prodigiosamente in un solo giorno, perchè non avevamo tempo nè egli di stare ammalato, nè io di tenerlo in letto. Udita l'anamnesi, indagata l'eziologia, meditato il complesso sintomatologico, afferrata la diagnosi, profetizzata la prognosi, fissato il metodo dietetico, e predisposto il profilatico, passai alle indicazioni terapeutiche, e gli prescrissi un'ampolla di tamarindo. Mi sono seduto a scrivere, e incominciai con aria grave e inspirata: Recipe fructuum et pulpæ tamarindorum selectissimorum ana.... Ma quì nacquero le difficoltà. Le ricette si usa a scriverle in latino o in francese? i pesi farmaceutici d'Italia sono ben diversi da quei di Francia e di nome e di valore: trattandosi di un rimedio di tanta efficacia non vorrei dar luogo ad errori funesti: nè sarebbe il caso di azzardare su di un pezzetto di carta il mio nome sconosciuto negli elenchi della facoltà medica. Il meglio è che vada io stesso a intendermi verbalmente da uno speziale: e dato mano a una bottiglia di vino vuota, fui tosto nella strada.
Entrato nella prima farmacia che mi capitò di vedere, dimando se abbiano del tamarindo in frutti. « " No " E in polpa? " Nemmeno " E in estratto? " Neppure. Il tamarindo non s'usa più in nessuna maniera a Parigi» " dice lo speziale. Allora io, scorrendo rapidissimamente colle ali della mia scienza l'immenso campo della materia medica, cambiai di piano strategico a salvezza del mio paziente, e pensai «Almeno la cassia l'avrà questo asino,» e la richiesi. « " Ma no, no! (rispose con aria d'impazienza) è passato il tempo delle medicine nere: ora non si adoperano che le bianche " ».
A siffatta rivelazione che mi aprì gli occhi per incantesimo a un orizzonte tutto nuovo, io, dissimulando la mia ignoranza, ripresi: «Capisco, illustre chimico, che il bianco è preferibile in tutte le cose al nero, come la gioja al dolore, la virtù al vizio, l'innocenza alla perfidia, il ballo al funerale. Ma laggiù da noi, in Italia, c'è del nero assai, e tien fermo ancora: e non vuol saperne di escire di moda. Io qui però mi accomodo al genio del clima, e al colore locale; facciamo subito qualche cosa di bianco».
E là, tra me e lo speziale, combinammo un boccale di candidissima emulsione con ingredienti irresistibili. In vece dei soliti trenta soldi, ho dovuto pagarla cinque franchi: ma che emulsione! fu d'una tale efficacia, distrusse così radicalmente tutti i germi morbifici nell'amico, che nel dì susseguente non mi fu possibile trovarlo che in un'osteria, dove mangiava da due ore in riparazione di due giornate di digiuno. Da quell'epoca il mio sistema medico si capovolse, e ora va colle gambe in aria, come l'uomo-scimia ai funamboli. Non più rimedii neri o oscuri: tutti bianchi. Emulsioni, sali color di zucchero raffinato, panna, latte, acqua e latte, nobilitato col nome misterioso d'idrogalla, e mascherponi per cataplasmi. " Se ricorro ai farmaci di Saturno, scelgo l'acqua bianca3); se m'appiglio a quelli di Mercurio, amministro il precipitato bianco: insomma, mi fo servire in bianco perfino dagli Dei. E ottengo guarigioni miracolose: e sono alla vigilia di conseguire una celebrità europea. Allora farò le visite a 20 franchi l'una, come il gran professore e cavaliere e barone Germier (sopratutto barone) che per cinque mesi del 1856 fu direttore delle cliniche oculistiche di Napoli in Milano, e operò portenti
Di poema degnissimi e di storia.
Quando avrò raggiunta la cifra rispettabile di trecento prodigii, li publicherò a gloria mia, a istruzione della Facoltà medica, a salvezza del genere umano. Ora che vi ho liberati dal pregiudizio di credervi fiacchi nella lingua francese, per mandarvi tutti a vedere Parigi, non mi resta che ad avvertirvi d'una cosa sola per esaurire questo tema. Il difficile per noi non è già di parlar francese, ma di capire i Francesi quando parlano.... Che sapessero la loro lingua assai meno di noi? No: quest'ipotesi non voglio ammetterla; tanto più dopo che ho verificato io stesso nel mio viaggio la strana asserzione di un Tizio, il quale per provarmi la grande precocità d'ingegno e la somma attitudine ad apprender le lingue nei Parigini, giurava che là perfino i bimbi, quando cominciano a parlare, parlano già tutti in francese: mentre i nostri appena si esprimono nel rozzo dialetto della balia.
La ragione di quel piccolo inconveniente sta in ciò, che i Francesi pronunciano la loro lingua malissimo e almeno in questo noi abbiamo una superiorità incontestabile. Ne volete una prova? Io da molti anni quel poco che leggo è il più delle volte in francese perchè quei prepotenti là ci usano la soverchieria di fare i libri più interessanti dei nostri. (Vi prego a non fare uso di questa mia confidenza: ma la cosa, salvo le debite eccezioni, è proprio vera.) Ebbene, io capisco abbastanza da scorrere molte pagine di seguito senza che il dizionario mi debba render ragione d'una parola. Ma dunque, perchè mai, quando andava alla comedia, capiva poco più di un sordo? Il singolare poi sta in ciò che questo mi accadeva anche a Napoli nel teatro di S. Carlino, dove poi si parla un dialetto italiano. Io credeva, o m'imaginava d'intender tutto: ma dalle frequenti risate della platea, tanto a Napoli come a Parigi, alle quali non poteva partecipare, finiva a sospettare di non capir troppo bene. E siccome in fondo il mio carattere è seriissimo, concludeva sempre fra me: «Che diavolo hanno addosso questi sciocchi, da sghignazzare ogni momento?»
La vera ragione che non ci lascia intender bene i Francesi è proprio questa: hanno una pessima pronuncia; parlano troppo in fretta, con un'accentuazione capricciosa, smozzicano le parole, e non le proferiscono quasi mai come stanno scritte.
A ogni modo, questo è un inconveniente da nulla, e potrete subito rimediarvi obligando i vostri interlocutori a parlar meglio. Un giorno, mi trovai impegnato con un medico parigino in certa questione di epidemia e di contagio: è superfluo l'aggiugnere che il contagioso era io; l'altro era epidemico, atmosferico, e costituzionale.... (sotto a Napoleone terzo!) Io che, oltre alla flemma d'ascoltarlo, aveva anche la voglia d'intenderlo, lo pregai, per mio comodo, a parlare più adagio e sillabaticamente. Fu come quando un miope si risolve a mettersi sopra al naso un buon paio d'occhiali. Tutto mi si rischiarò: e a forza di spropositare ambedue, io in lingua, l'altro in senso comune, abbiamo finito non dirò a metterci d'accordo, no! sarebbe un miracolo troppo grosso fra due medici, o due filosofi, o due teologi di principii opposti: ma a capirci chiaramente.
Io poco fa non volli ammettere l'ipotesi che i Parigini sappiano il francese meno di noi. Eppure, ci sarebbe molto a ridire: ne dirò una sola per non andare all'infinito. Almeno noi, a Parigi, qualunque sia il nostro modo di esprimerci, sappiamo benissimo ciò che vogliamo dire. Ma i Francesi del nostro secolo, come possono sapere quel che si dicono, se non sanno mai nè quel che si vogliono, nè quel che si credono, nè quel che si fanno, nè quel che si pescano? E poichè le cose sono veramente in questi termini, non è forse un buon affare l'ascoltarli poco e l'intenderli meno?