Camillo Berneri
Il viaggio di un ignorante
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IL VIAGGIO DI UN IGNORANTE OSSIA RICETTA PER GLI IPOCONDRIACI

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Adesso sarete desiderosi di sapere che abbia veduto di bello a Parigi, e che abbia fatto di buono. Dunque, una cosa per volta. In quanto a ciò che ho veduto, vi dico che questa la mi sembra una curiosità inutile affatto. Non era curioso io di vedere, e volete esserlo voi di ciò che io abbia veduto? Figuratevi che perfino in Milano vi sono molte belle cose che io non vidi mai, per la semplicissima ragione che posso vederle quando voglio. A Parigi mo era un affare differente. Tutto ciò che non mi affrettava a vedere, correva gran rischio di non vederlo più. Ma l'affrontare i rischi è appunto il mio forte, e ragionava così: «Veder tutto è impossibile, in due o tre settimane; tanto più che sono qui per darmi un poco di ozio, e non per correre come un matto, o fare il can bracco che fiuta per ogni angolo. Perciò, le maraviglie assolutamente inevitabili le vedrò con comodo: le altre cose è superfluo il vederle, perderanno del loro merito per non averle vedute io.»

L'unico fatto del quale mi credo in debito di assicurarvi è che non ho visitato nessuna biblioteca: nessuna! e sì che a Parigi ve ne sono molte e famose e sterminate e ricchissime di manoscritti preziosi e di anticaglie impagabili. Ma, che volete? le biblioteche mi fanno melanconia e terrore: mi sembrano vaste necropoli dei più illustri matti del mondo: e più sono grandi, più mi si stringe il cuore d'affanno e di pietà per quegli infelici che pretendono di saper tutto: e forse non sanno nemmeno quali vizii abbiano i proprii figli, che diavolo faccia in casa la moglie, di quali mezzi vivranno l'anno venturo, quanto dicano male di loro i più cari amici. Oh che bestie senza coda! Via, da bravi: studiate, leggete, leggete: fate come la rana quando voleva diventare un bue: e se vi basterà la salute e la vista e la vita per leggere la ventesima parte di una di queste sale grandi come chiese, dopo vi accorgerete di essere appena diventati vecchi asinelli.

Ma, in nome del senso comune! io vorrei fare una dimanda. Non vi pare che in un migliajo di libri ci stiano dentro tutte le scienze, tutte le arti, tutte le storie, e le grammatiche e i dizionarii di tutte le lingue? E in un secondo migliajo di volumi non ci starebbero comodamente tutte le produzioni dei genii (e anche di molte mediocrità) in linea d'invenzioni di fantasia, poemi, tragedie, comedie, romanzi, epistolarii, novelle, viaggi, ec., per divertirsi, entusiasmarsi e annojarsi a morte? Or dunque: io capisco benissimo perchè in luogo di due mila libri se ne siano composti non so quanti milioni: ma non capirò mai come la società non proveda di quando in quando a fare sterminatissime depurazioni, cioè distruzioni di libri nocivi.

Sotto al mio punto di vista intendo per nocivi tutti i libri inutili. La produzione libraria diventa un'alta questione economica, e il di lei aumento mi fa terrore come a Malthus il crescere della popolazione. Quanta materia violentemente rubata ai diritti della Chimica, la vera padrona del mondo, il mestruo universale, e che un giorno scioglierà anche i nostri cari e poveri corpi! Nella strana ipotesi che si potessero raccogliere e accatastare in una grande pianura tutte le librerie pubbliche e private di questa vecchia e marcia Europa, non lo sapete che ci sarebbe da farne un vasto sistema di montagne come i Carpazii o le Alpi o i Pirenei? O infelici noi! che si fa di tanta robaccia? E come l'andrà a finire collo slancio spaventevole che piglia la stampa? Più carta scritta va a stivarsi nelle case, più la gente dovrà stringersi di posto, e più care diventeranno le pigioni.

Sappiate, che in soli venti anni, dal 1835 al 1855, la carta ha raddoppiato di prezzo. Se le cose progrediscono in questa proporzione, vi profetizzo prossima una rivoluzione sociale: cioè che i poveri diventeranno ricchi perchè possedono i cenci coi quali si fa la carta: ma siccome sta scritto che i poveri ci saranno sempre, così saranno i ricchi che alla loro volta diventeranno pitocchi. A fine di prevenire questa crisi formidabile, io proporrei che tutti i Governi del mondo si unissero in una lega, e proibissero affatto la stampa per anni cento, riservandola a soli per gli editti sulle tasse nuove, sulle leve militari, e sulle persone da impiccarsi. In questo modo mi pare che respireremmo un poco: e anch'io, grazie al cielo, avrei finito di far libretti.

Ma quì sento un diluvio di objezioni: e che la stampa è più necessaria del pane, e che ci illumina più del sole, e che è un ramo importantissimo di commercio, e che le vivono addosso tante migliaia di famiglie, ec. Non so darvi torto: dunque distruggiamo almeno tutti i libri vecchi per far posto ai nuovi, tanto più che questi sono quasi sempre ripetizioni di quelli. Un autore di buon senso esclamava: " Chi ci libera una volta dai Greci e dai Romani? " E io vo innanzi, e vorrei che ci liberassimo.... indovinate da chi? da tutta quanta l'antichità. Oh, come si starebbe bene a non sapere più nulla delle cose antiche, giacchè non intendiamo nemmeno gli avvenimenti contemporanei! Un illustre conquistatore (non me ne ricordo più il nome, ma se mi verrà in mente lo farò mettere sui giornali ad edificazione degli ignoranti) fece molti secoli addietro un magnifico falò della famosa biblioteca di Alessandria, nella quale mi assicurano i pedanti colle lagrime agli occhi che si contenessero inestimabili tesori.... di ciarle scritte in prosa e in versi. Quell'uomo grande precorse luminosamente i miei pensieri, e tentò liberare la posterità se non dai Romani, almeno dai Greci: e in parte ci è riescito, poichè di molti sopravisse appena il nome. Ma sgraziatamente l'opera fu monca e parziale perchè vi erano altre biblioteche lontane cui non potè dare il fuoco: e di autori greci ne restarono ancor tanti che bastano per morirci sotto di fatica e di livore: e quella lingua non fu mai così in voga come adesso che tutti la studiano e nessuno l'impara. Ma! sono i bei frutti del peccato.... di Adamo.

Io però lascio che i maestri di rettorica deplorino arcadicamente per tutti i secoli il così detto vandalismo di quel preteso Barbaro, e gli facciano scrivere contro dai ragazzi filippiche ed elegie; ma raccomando di imitarlo a chiunque abbia l'intelletto sano.

Voi altri impiegati che vi lagnate di non poter più vivere coi generi così costosi, dovreste essere i primi a dare il buon esempio. Mettete la libreria (se pur l'avete) in cucina, e adoperatela per far cuocere i vostri desinari. Avete già tanto da scrivere: che bisogno c'è di leggere? E poi, quale relazione hanno i libri colla burocrazia e col salario? Pur troppo sarà difficile tirar dalla mia i medici e gli avvocati che, per dar la polvere negli occhi agli stolti, devono ricevere e discutere fra libri polverosi. Ma quando i publici funzionarii, che sono i modelli del buon popolo, diano l'iniziativa, saranno creduti inspirati dall'alto, e il loro esempio darà larghissimi frutti anche sui più renitenti.

Insomma, se tutta Europa si accordasse in questo grande e benefico pensiero di destinare ai camini, alle stufe, ai fornelli delle manifatture tutti i libri anteriori al nostro secolo: più, tutti i loro scaffali: più, tutta quanta la carta manoscritta accumulata da tanti secoli negli archivii privati, comunali, curiali, dicasterici, diplomatici, ec., che soli basterebbero a rifare non so quante volte il monte Testaccio, e dove gli schienuti eruditi scavano frantumi di vetro sotto il nome di gemme e di diamanti; i boschi riposerebbero alcuni anni, la legna scenderebbe a prezzi onesti, e la disponibilità di innumerevoli e vasti locali renderebbe più miti le pigioni delle case.

alcuno s'imaginasse di cogliermi in contraddizione, perchè mi veda qualche volta a entrare nella biblioteca di Brera. Credereste che ci vada per libri? oibò! è una visita a un amico impiegato fra quelle ragnatele, dove guadagna molta noja e scarso onorario: e io vo di quando in quando a interrompergli gli sbadigli d'ufficio, e a ridere insieme una mezz'ora con un poco di maldicenza sublime. Fo un'opera di vera carità che vale cento opere di scienza vana.

Ma ritorniamo al mio viaggio. Dunque, volevate sapere che cosa ho veduto di bello a Parigi. E io, per rispondervi senza troppe prolissità, mi imagino che tutti dobbiate andare a Parigi, e starvi minor tempo di un mese; e vi dico: " Molte cose che io ho veduto le vedrete anche voi; molte ne vedrete voi che non vidi io; e molte ne vidi io che non vedrete voi " tante sono le cose interessanti, e tanto il vederle o no dipende dal caso, dal quartiere dove si abita, dalle inclinazioni individuali, dalla professione che si esercita, ec. Per esempio, io ho visitato un pajo d'ospitali, l'Hôtel-Dieu e la Charité; il museo patologico di Dupuytren, l'anatomico di Orfila, quello d'anatomia comparata nel Jardin des plantes. Ho perfino assistito a una seduta della Facoltà di medicina, perchè voleva vedere che faccia abbiano alcune celebrità capaci di guadagnare in un solo anno più denari di quanti io ne guadagnerò in tutta la vita. E trovai faccie non più significanti della mia che non significa nulla. Però, quella sessione mi ha divertito assai perchè fu un ridere perpetuo. Si trattava d'un diluvio di petizioni pervenute da tutti gli angoli della Francia per ottenere l'approvazione o il brevetto della Facoltà in favore del medico A, del chirurgo B, dello speziale C, ec., tutti inventori di un qualche efficace specifico per non so quanti mali. Il secretario leggeva con aria d'ironica bonomia quelle dimande: al primo minuto, si stava attenti: al secondo, si scoppiava dalle risa: al terzo, era un ça, suffit, un allons donc!, e le carte andavano agli atti. E così accadde di tutte quante. Ciò per altro non impedirà che quei rimedii nuovi corrano per tutta Europa almeno sulla quarta pagina dei giornali, colle solite parole breveté par la Faculté médicale de Paris, ec., e fors'anche col On donne 10,000 francs a chiunque trovi uno specifico eguale a quello, ec.

Se fossi stato un pittore, avrei esaminato tutte le gallerie dei quadri, e visitato gli studii di Vernet, di Delaroche, d'Ingres, ec. Gli ingegneri preferiscono i gabinetti delle machine e i capolavori d'architettura. Gli antiquarii spasimano di gioja nell'Hôtel Cluny: e, per finirla, i bibliomani sono capaci di correre per tutte le biblioteche a disturbarvi gli impiegati e i sorci. Per altro, io spero che non pretendiate da me la descrizione di quanto ho veduto. Questo è ufficio delle Guide, e di siffatti libri che descrivono e commentano tutta Parigi, ve n'ha finchè ne volete. Eppure, se la cosa non menasse troppo al lungo, questo sarebbe proprio il momento di pigliarne una mezza dozzina, ricopiarne, rimpastarne, e guastarne molti brani, spruzzandoli di spropositi tutti miei, e poi servirli caldi al publico rispettabile come frutti delle mie meditazioni. Molti si annojerebbero, ma molti altri direbbero: «Che demonio è quel dottore! si capisce che fa lo stolido e l'ignorante per poterne scrivere di tutti i colori: ma in fatto è dottissimo, e tira giù per chiaroscuro squarci d'erudizione da sbalordire. Se n'intende di tutto, ragiona squisitamente su tutto: è un vero enciclopedico: ed è facile l'indovinare che studia come un martire perfino quando va a spasso. Pare impossibile come si mantenga così grasso e di buona ciera.» E io, a ridere: perchè almeno sul mio sapere ne so più di tutti gli altri.

Ma siccome, da ignorante genuino e sincero, i miei libri li fo sempre senza libri, e li cavo tutti dal mio cervello (come Giove si cavò dalla testa Minerva, forse per poter dire: «Almeno questa donna è sicuramente mia figlia»), così tutti coloro che per conservarsi leggieri non tengono cervello, trovano i miei libri sempre frivoli e matti. E io credo che abbiano torto anche questi. Ma che colpa ce n'ho io? Il peggio è che, per quanto bravo medico, non ci trovo nemmeno il rimedio: perchè questo dovrebbe consistere nel dare un poco di cervello a chi non ne ha: cosa umanamente impossibile.

In secondo luogo, volevate sapere che cosa io abbia fatto a Parigi. Su questo punto godo di poter essere più esplicito e breve: ve lo dico subito: ecco come andarono le cose. Pensando io saviamente che in quindici o venti giorni non c'era tempo per far nulla di bene, ho voluto attenermi al just milieu, e da bravo figliuolo non ho fatto nulla di male. In due parole, non ho fatto niente del tutto.

" Ma come consumavi le ventiquattro ore della giornata?

" Come la maggior parte degli uomini disoccupati: mangiare, bere, dormire, fumare, stare sui caffè a ciarlare e vedere il mondo che passa, girare intorno un po' a piedi, un po' in omnibus, un po' in brougham, e passeggiare per le strade più frequentate ora guardando nelle vetrine, ora leggendo.

" Leggendo? ma, si gira per la città con un libro in mano?

" Chi parla qui di legger libri?

" Ah, ora ci siamo: leggendo, cioè studiando fisonomie, caratteri, aneddoti, costumi.

" No, no, no! io non uso mai traslati: leggere è guardar parole e capirle: e a Parigi si legge sempre e dappertutto, anche senza volerlo, anche senza avvedersene: si legge come si respira, perchè quella città è tutta scritta, di dentro e di fuori, di sopra e di sotto, abbasso e in alto; sulle carte, sui legni, sui marmi, sui muri; a caratteri neri, bianchi, gialli, rossi, azzurri; tondi, corsivi, romani, gotici, minuscoli, majuscoli; piani, depressi, sporgenti; d'inchiostro, di calce, di vetro, di ferro, di latta, di rame, di bronzo, di argento, di oro. Se entrate in qualche cortile, lo vedete pieno di avvisi da tutte le parti e a tutti i piani. Al primo, il negoziante; al secondo, il sarto che è quasi sempre il sarto di un qualche re, o almeno duca regnante, con fuori l'arma rispettiva; al terzo, il dentista; al quarto, la sage-femme.... Come è poco galante la lingua francese quando vuol esser logica! fra tante autrici di romanzi, e poetesse, e filosofesse, e perfino teologhesse.... (O principessa Cristina Belgiojoso4, valeva la pena?) il titolo di saggia donna lo concede solamente alle levatrici.

E le lettere di tanti avvisi ingrandiscono mano mano che salgono: cosicchè dalle strade più larghe si legge fino al di sopra dei tetti che coprono sette piani, sulle ale di muro che dividono una casa dall'altra, a caratteri alti più di un metro: Premier magasin de l'Europe, oppure: Entrepôt le plus vaste de l'univers, ec. Oltre all'infinito numero delle parole stabili c'è l'infinito delle parole mobili che durano un giorno: manifesti, annunzii, programmi per teatri, per libri, per imprese, per istituzioni nuove, ec. E poi vi sono le parole che vengono a perseguitarvi anche in teatro, dove tra un atto e l'altro, in cambio degli aranci e delle acque dolci, entrano a offrirvi la Presse, le Siècle, le Constitutionnel, l'Étoile, la Patrie, le Pays, le Charivari, l'Univers, le Turlupin, il diavolo che li porti! E poi vi sono le parole che trottano o galoppano per le contrade: velociferi, diligenze, carrettoni, ec. hanno scritto il loro numero, la società cui appartengono, la destinazione, le ore che impiegano, i prezzi che si pagano, la località dell'ufficio centrale, ec. Se mai trovate un brougham, un ghepp, una vettura che non abbia almeno il numero di fuori e la tariffa di dentro (che pur troppo ve ne sono), cattivo segno! cavete, vel cavetote vos! sono veicoli exlegi, liberi, e perciò capaci di farvi pagar cinque franchi per una corsa di un quarto d'ora. In via di massima generale, guardatevi bene da tutte quelle cose e quelle case che non portino patti chiari e avvisi stampati.

Ma fortunatamente ciò accade di raro. " Perfino quelle grosse colonne dove si va, o meglio dove si entra per metà a.... a mingere (notate bene che questo vocabolo è di accento sdrucciolo; cioè, si pronuncia in modo che faccia rima non con avere ma con dipingere) quelle colonne di fuori sono piene di avvisi d'ogni genere: ma di dentro hanno l'avviso specifico, che il dottore N.N., contrada ec., numero ec., piano ec., guarisce facilmente e rapidamente e senza mercurio tutte le malattie d'indole ec. e riceve alle ore ec. E dette colonne, che sono molte centinaja, portano tutte quell'avviso, non una eccettuata: e perchè non sia lacerato, è scritto col pennello sulla parete: cosicchè non è concesso andare da nessun altro dottore. ho capito davvero l'oraziano non concêssere columnæ che non ho mai potuto intendere alle scuole del latino e delle staffilate.

Oh, la maraviglia delle maraviglie che è quel Parigi tutto scritto e messo alla stampa! non c'è bottega vetrina carretta ferriata finestra parete buco dove non ci sia da leggere. Osterie, caffè, portici di hôtels garnis, lieux d'aisance, angoli di contrade non sono che tappezzerie di caratteri stampati: e non manca altro a compire lo spettacolo se non che le persone vadano intorno vestite di avvisi. E una delle parole più ostinatamente ripetute, è spécialité. Altrove si nasce gente più o meno generica: ma sono tutti uomini speciali, cioè venuti al mondo con una particolarissima vocazione per un dato ramo di scienza, d'arte o d'industria, nel quale a forza di studii e sacrifizii sono riesciti eccezionalmente superiori a chiunque altro; per esempio, nel tagliare i calli, nel fabbricare i zolfanelli, nel comporre il lucido da stivali.

Per finirla su questo tema, vi dico senza esagerazione, che a mettere insieme tutta la grande opera dell'Enciclopedia francese, e per giunta anche le opere di Voltaire, che stampò da 60 a 70 grossi volumi, non darebbero tanta carta scritta da equivalere a quella che occuperebbe l'intera raccolta degli annunzii parigini. E si dubiterà ancora che Parigi sia la vera capitale del mondo intelligente? Che se quel leggere così svariato e interrotto vi stanca; se la vista infastidita da tanti screzii volete riposarla sopra scritture non dirò più utili, ma almeno più eguali e continuate; allora si entra in qualche gabinetto di lettura, dove per soldi quattro si può star tutto il giorno a guardar giornali, riviste periodiche, romanzi, albums, caricature, pasquinate; o meglio a dormire, come faceva io per non far nulla di male.





4 Autrice dell'opera intitolata Essai sur la formation du dogme catholique.



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