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I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
Vi ho detto che l'occupazione mia principale era quella di andare a spasso ora a piedi, ora in omnibus. Oh, se sapeste che sublime scoperta è stata quella dell'omnibus! Bisogna credere che il suo perfezionamento sia opera di molto tempo e di molti uomini, come quello dell'orologio: altrimenti, l'inventore starebbe in linea di celebrità con Archimede, Gutemberg, Newton, Copernico, Galileo e Volta. (Notate bene che quest'ultima parola non significa già volta pagina ma ci fu proprio un conte Volta, famoso per aver inventato la machina da fare il butiro, come si capisce osservando il di lui monumento marmoreo in una piazza di Como, sua patria. Ebbe anche un figlio parimenti famoso per essere riescito a ritardare di quattordici o quindici anni la costruzione della strada ferrata da Milano a Como, che doveva chiamarsi Strada Volta, e che poi diventò volta strada.)
Gli abitanti di città non molto vaste nè molto popolate nè troppo affaccendate (per esempio, Milano) dove l'omnibus è oggetto di non generale nè urgente necessità, ma quasi un affare di lusso, se non hanno visitato una grande metropoli, è impossibile che colla propria fantasia si innalzino a tutta l'altezza del concetto omnibus. Da noi, sono pochissimi di numero: servono quasi esclusivamente per condurre o ricondurre dalle strade ferrate: ora sono quasi vuoti, ora vi si insacca dentro la gente fino al pericolo della soffocazione: hanno ronzinacci abilissimi nel fingere il trotto e lasciarsi passare avanti tutti i pedoni: ogni momento fermate e riposi (e fanno benissimo: chi ha fretta, e di che cosa si ha fretta, in Italia?). Sono capaci di consumare un'ora e un quarto dal dazio di Porta Ticinese a quello di Porta Comasina: cosicchè a nessuno conviene servirsene per corse in città, anche per l'incertezza delle ore del loro passaggio. E questo si dice non tanto per criticare gli impresarii degli omnibus che, poveri diavoli, fanno anche troppo per la miseria degli affari e dei lucri loro, quanto per farvi capire che il vero omnibus non lo potete capire.
Una mattina, sentite questa: io entrava in Milano pel dazio di Porta Comasina; quando fummo al Passetto, l'omnibus si ferma; nessuno vi abbada come a cosa solita; ma dopo qualche minuto, non essendoci persona che esca o che entri, nè ostacoli nella strada, si comincia a susurrare e a chieder conto della fermata: il conduttore era scomparso. Si aspetta, e poi ancora si aspetta, e tutti gridavano: infine si venne a scoprire che essendo mattina di giovedì, il conduttore era entrato in una bottega di lotto affollata a giocare un ternetto. Vi lascio imaginare se la mosca salisse al naso di tutti, e quanto strepitassero. Urlavano al vetturale che andasse avanti, ma costui faceva il sordo. Alcuni si rivolsero a me che tacevo, dimandandomi il mio parere. E io risposi: «È così grossa, che la trovo perfino bella: e in quanto a me, vorrei che dopo andasse anche dall'amorosa, che starei qui volontieri ad aspettarlo un'altra mezz'ora: sarebbe più magnifico l'aneddoto da raccontare.» Queste parole voltarono la furia in buon umore: e quando finalmente il conduttore ritornò al suo posto colla polizza in mano, nessuno gli dedicò un calcio nel muso, e si riprese allegramente la corsa.
In Parigi gli omnibus servono al bisogno che ha moltissima gente di accorciare le distanze di una immensa città, per i proprii affari. Dunque rappresentano la doppia necessità di risparmiare le gambe e di guadagnare il tempo. Perciò sono in numero grande, di molte centinaja: perciò intersecano come rete tutta Parigi, in tutte le direzioni, per tutto il giorno e gran parte della sera: perciò l'itinerario loro è sempre quello, e l'orario dei loro passaggi è sempre l'eguale dovunque, a rigore di minuti. Per ottenere tanta esattezza, il servizio è fatto non da stracchi e mal pasciuti ronzini, ma da robusti cavalli intieri, che hanno i loro cambii fissi, e che a stento si frenano nei limiti del buon trotto. Corsieri di Normandia per lo più bianco-grigi, dal forte zoccolo, dal collo arcato, dall'occhio ardente, che vi richiamano alla memoria la quadriga dell'Aurora di Guido.
Le fermate sono brevissime, perchè non si ricevono che persone alla portata di entrar subito; e appena salito il gradino, si trotta; perchè nel salire, il conduttore vi avverte di afferrar tosto la spranga cilindrica d'ottone che decorre in alto dal principio al fine del veicolo. Fra noi mo si attende comodamente un podagroso che faccia segno dal fondo della contrada di voler entrare: c poi quando è entrato bisogna aspettare ancora finchè adagio adagio sia andato in fondo a sedere: mettendosi in moto prima, lo si manderebbe lungo e disteso addosso agli altri.
Un giorno, trovandomi sulla porta del mio hôtel a ciarlare col portiere, gli dimandai come meglio potessi recarmi fino alla Rue du Havre. Egli mi rispose «Ogni dieci minuti passa qui un omnibus che mena colà. " Ogni...? " Ogni dieci minuti: eccolo.» Non ho potuto approfittarne perchè c'era inalberato il complet; ma questo mi accomodò per la voglia di verificar subito l'asserzione dei dieci minuti. Difatti passarono altri omnibus per diverse destinazioni; ma al punto dei dieci minuti, fu lì quello per me, con una esattezza e una fedeltà non dirò da sposa fedele, ma da stelle, che nei loro giri in cielo sono ancora più fedeli di tutte le spose.
Indovinate adesso i corollarii di tanta abbondanza e puntualità di veicoli a così buon mercato? La persona affaccendata in casa, non perde tempo, ma al momento giusto scende nella strada e trova il fatto proprio. La sarta, la modista, il sensale, il maestro di piano-forte, ec., possono aver pratiche lontane e disparatissime. Il medico può vedere anche ripetutamente in un giorno ammalati a grandi distanze senza il bisogno della costosissima carrozza. L'impiegato si accomoda di casa ove gli è più vantaggioso, anche tre miglia discosto dall'ufficio, dove lo stesso numero di stanze costi 800 franchi meno di annua pigione, perchè è tranquillo nella certezza che ogni giorno a ogni ora con 30 centesimi si reca al telonio, e con altri 30 ne ritorna, senza contare il piacere delle allegre trottate, feconde spesso di comici aneddotini. Insomma, con questi mezzi la sterminata Parigi ha il talento di stringersi tutta quanta e impiccolirsi di due terzi per chiunque abbia bisogno di percorrerla molto e in fretta.
L'organizzazione del servizio degli omnibus riesce complicata al punto da costituire una scienza, della quale basta conoscere alcuni elementi per giugner tosto alle più vaste applicazioni pratiche. Gli abituati ne sanno il ramo spettante al loro quartiere: trovandosi poi in quartieri lontani, assumono tosto le indicazioni relative al sistema di corse colà in vigore. Per esempio, io sono pressato dal tempo, e trovo il complet sull'omnibus che mi abbisogna? Passo a una contrada vicina dove ne colgo tosto un altro: o anche entro in un omnibus che corra in direzione opposta perchè so che dopo 200 passi si arresta a un bureau de correspondence, dove i veicoli s'intersecano e si scambiano fra loro gli avventori, ec. Per non sapere io nulla di queste cose, mi accadde nei primi giorni il seguente fatto. Ma no: aspettate un momento. A sfogo, non fosse altro, della mia ammirazione, ho bisogno di parlare ancora un poco di questo tema. L'omnibus ha sempre lo stesso itinerario, andata e ritorno, e non altro mai: comincia da un bureau de correspondence, e a un altro finisce. Chiunque voglia, per soli 30 centesimi, può utilizzare non solamente tutta una andata d'omnibus che dura circa mezz'ora, ma anche di buona porzione d'una corsa precedente d'altro omnibus; semprecchè entrando nel primo, all'atto di pagare il conduttore, ne ritiri il riscontro di correspondence. Arrivato al bureau (che è una bottega al servizio dell'impresa), entra e scambia il riscontro col biglietto regolare di continuazione. Allora, o c'è immediatamente l'omnibus per la vostra destinazione e ve ne andate: o tutt'al più l'attendete per pochi minuti, e consegnate al nuovo conduttore il biglietto per pagamento. Tutti gli omnibus sono muniti d'un campanello al quale corrisponde una machina, che è come un orologio chiuso a chiave, o marcatore del numero degli avventori. Ogni volta che entrano persone il conduttore dà tanti colpi di campanello quante esse sono: il che rende impossibile qualsisia frode in faccia a tanti testimonii. Alla sera poi, finite le corse, nell'ultimo bureau si apre la machinetta, si riconosce il numero totale degli avventori: e il conduttore paga in ragione di 30 centesimi per testa, parte in denaro, parte in biglietti di corrispondenza.
Ma, replico, la storia degli omnibus è una complicata scienza che io appena intravidi a lampi, lontanissimo allora dal pensare che mi sarebbe venuto il ticchio di darvene adesso notizia. Dunque, se mi spiego in modo confuso e pieno di omissioni importanti, vi prego di correre a Parigi a completare le mie idee, a rettificarle, a prepararmi gli errata-corrige, e io ve ne sarò infinitamente obbligato.
Ogni omnibus ha un numero fisso di piazze o di stalli, divisi da spranghe di ferro che ne formano altrettante poltroncine: perciò non v'è mai occasione a diverbii sopra il largo o lo stretto, o sullo starcene di più o di meno. Quando il numero è compiuto, il conduttore innalza il complet: e allora, a nessuno e per nessun bisogno non viene mai nella mente di voler salire, perchè non si riceverebbe nemmeno il papa. Per carità, raccontatelo a quei nostri birboni che dalle stazioni delle strade ferrate sono capaci di stivare a forza 24 persone negli omnibus per 16, addossando le une alle altre, e lasciandone alcune in piedi curve e rattrappite a minacciar di cascare addosso a tutti, ogni qualvolta il moto s'arresta o ricomincia.
Unica eccezione a questa regola indeclinabile è l'omnibus monstre, di divertimento, capace perfino di 100 persone, perchè là ve n'entrano finchè ne può capire, anche in piedi su tutti i gradini. Ne ho veduti almeno quattro, e sono specie di casette a tre piani, portate da ruote poggianti su raili: strade ferrate parallele che incominciano alla piazza della Concordia e vi menano fino a Saint-Cloud. Due cavalli bastano, e pare che basterebbe uno solo, tanto camminano speditamente. Finita l'andata, l'enorme cocchio (che sta agli altri come l'elefante al somarello) non si volta; ma se ne leva il timone e lo si attacca al di dietro che pel ritorno diventa il davanti. Nell'estate del 1855 credo fosse questa una novità, tanta era la furia del popolo nel salire quelle baracche, e tanto lo schiamazzare durante le corse.
Per finire in qualche modo questo schizzo incompletissimo, aggiungerò che nei giorni festivi, quando tutto il mondo è in giro, gli omnibus se non si raddoppiano di numero, si raddoppiano di capacità, adoperandosi quelli a due piani, con altrettante piazze al di sopra e allo scoperto, quante sono quelle coperte al di sotto. Ad onta di ciò riescono ancora scarsi, ed è appunto in quei giorni che a certe ore accadono remore, difficoltà e piccoli affollamenti ai bureaux de correspondence per attendere il proprio turno. Difatti, una sera di domenica io mi trovava all'estremità dei Boulevards, vicino alla Maddalena.... che non è, vedete, nè una servotta, nè una servetta, nè tampoco una padrona; ma una gran chiesa. La folla era immensa: e qui colgo l'occasione per dire che è difficile il farsi una idea adequata dei colpi d'occhio che dà la gran capitale quando tutti sono a passeggio, anche senza un motivo che li chiami piuttosto qua che colà: perchè allora poi c'è grave pericolo di schiacciamenti e massacri orribili, come avvenne alcune volte. Si impiegano un pajo d'ore a far due miglia, tanto si procede adagio, per essere stivati come quando la moltitudine esce da un teatro. Siete nei Campi Elisi? vi pare che tutta Parigi sia là. Girate per la Rue Rivoli, o pei portici del Palais Royal? credete che il meglio della città convenga tutto fra quelle parti. Dei Boulevards non vi parlo: là, oltre alla folla sterminata sui marciapiedi, larghi come buone contrade, c'è nella larghissima strada la folla incredibile dei veicoli grandi e piccoli, publici e privati che sommano a non so quante dozzine di migliaja, e che corrono e s'intersecano con mirabile destrezza in tutti i sensi. Allora, il passare da un marciapiedi all'altro diventa una operazione seria, difficile, da cogliersi a istanti sfuggevolissimi: perchè bisogna essere tutto occhi e tutto gambe per non farsi disfare.
In una delle migliori Guide, stampata nel 1855, è scritto che a poter mettere avvicinati l'uno dopo l'altro tutti i veicoli che possiede Parigi coi loro rispettivi cavalli, terrebbero la lunghezza di leghe 75. Calcolo un pochettino alla Balbi, ma che dà l'idea d'una grande idea. Lo stesso libro dice che la popolazione stabile di Parigi è di 1,200,000. Aggiugnete la popolazione avventizia dei forestieri, che suole oscillare abitualmente tra i 100 e i 200,000: e fate conto che Roma, Bologna, Firenze, Livorno, Genova, Torino, Milano e Venezia non arrivano a dare tutte insieme la sola popolazione stabile di Parigi. Ora pensate che diavolío indescrivibile debbano essere quelle folle. Ma io ho detto poco. È difficile indovinare cosa diventerà quella capitale colle strade ferrate, e sopratutto a quali incredibili aumenti possa arrivare la sua popolazione avventizia. Bisogna immaginarsi che Parigi sia come un gran ragno che colle sue lunghe e molteplici zampe (le strade ferrate) va a toccare i confini della Francia tutt'all'ingiro. Figuratevi quale inferno di gente le si può versare addosso rapidamente in certe straordinarie occasioni, come nel settembre 1855, quando vi andò la regina Vittoria. Allora si videro tante mila persone passar la notte negli omnibus e nelle carrozze, perchè Parigi voltata tutta in hôtels non aveva più letti a dar loro: e scappavano via a miriadi, perchè Parigi tutta voltata in osterie non aveva nè spazio nè tempo per dar loro a desinare. Insomma, Parigi è sempre un grandioso spettacolo a sè stessa e molte volte è uno spettacolo pauroso e tremendo.
Dunque, in quella domenica a sera.... A proposito lasciatemi dire quattro parole su Parigi di sera: mi spiccio in un minuto, e poi vi racconto subito quel bell'esempio che vi ho promesso. Parigi, vedete, meriterebbe cento pagine per ognuna delle sue fasi o trasformazioni. C'è Parigi dell'estate, Parigi dell'inverno, Parigi della neve, Parigi della pioggia, ec. (Quest'ultima è la più incomoda di tutte perchè basta un quarto d'ora d'acqua a ritornarla in Lutezia, o città del fango: una poltiglia che minaccia di farvi cadere ogni momento, che vi rovina gli abiti, che vi si incolla fino sulle ossa. Ora sperano di rimediare a questo inconveniente macadamizzando tutte le strade: cioè pavimentandole con un durissimo intonaco inventato dall'ingegnere scozzese Mac-Adams. Però, dalle prove che ho vedute sui boulevards, mi pare che il fango si generi ancora: ma credo che la grande operazione continuerà, perchè, dicono i maligni, lo scopo principale ne è di sostituire il macadams ai pezzi quadrati di pietra onde è tutta selciata Parigi: e questi si porteranno via, affinchè il buon popolo in certi accessi di esuberante vivacità non possa più svellerli e servirsene per barricate.)
Parigi di giorno, è bella e allegra quando splende il sole: ma il sole è oramai cosa tanto comune e volgare, che ne possediamo uno perfino noi poveri Lombardi: anzi, oso dire che il nostro sia più lucido e infuocato di quello là: solamente ha il difetto di essere alquanto più dormiglioso e poltrone; tanto è ciò vero, che si alza più tardi alla mattina, e si corica più presto al dopo pranzo, che quello di Parigi: dove ho verificato io la cosa cogli occhi miei, nel mese di luglio. Se poi nell'inverno si diporti egualmente o con metodo inverso, non lo so: perchè in quella stagione sto sempre a Monza. Ma un tale che se n'intende assai di queste cose, perchè fa i conti al cielo coll'abbaco, mi assicurò che in paesi lontani lontani girano soli stravagantissimi. Taluno scotta tutta la gente, e le fa diventar negra la pelle: tal altro la lascia crepare dal freddo: e ve n'ha di quelli capaci perfino di far sempre giorno anche nelle ore di notte per molti mesi: e poi per altrettanti mesi fanno sempre notte anche di giorno: oh che stramberie! Dunque non lamentiamoci del nostro, che tra i soli è dei più galantuomini e regolati. Ma Parigi di sera, oh! è veramente la città più illuminata del mondo. Che importa a lei della visibilità delle stelle, o delle fasi della luna? Parigi splende, brilla, sfavilla per virtù propria: e più il cielo è nero, meglio cresce la prepotenza della luce artificiale. Noi Milanesi crediamo conoscere la luce a gas, perchè l'azienda publica e la speculazione privata ne danno quanto basta per vederci male. Eh, via! andate a Parigi se volete ammirarla a effetti centuplicati. Quelle piazze, quei passages, quegli stradoni diritti e lunghi come tiri da cannone sono spettacoli indescrivibili. Oltre alla illuminazione publica, ogni bottega fa a gara per abbarbagliarvi la vista con cento fiaccole raddoppiate da specchi o da lastre metalliche. Negozii d'orefici, d'argentieri, di chincaglieri, di orologiai, di cristallerie, ec.; caffè, birrerie, ec.; magazzini di stoffe, di tappeti, di mobilie, di ninnoli, e d'ogni oggetto di lusso, vanno tutti a fiamme. I passages (sono contrade coperte di vetro, come la Galleria De-Cristoforis, e ve ne hanno tante! e molte dopo un tratto si biforcano, e poi si suddividono ancora e si anastomizzano, quasi labirinti: fate conto che sieno come alberi da spalliera sdrajati per terra) i passages, che in buona parte sono un po' tetri di giorno perchè loro manca il sole, se ne vendicano la sera che è il loro trionfo, quando attirano la folla a quella serie di elegantissime botteghe coi più stupendi giochi di luce rutilante.
Bisogna mettersi di sera (parlo in estate) nel mezzo della piazza della Concordia, e guardare il gran viale che mena all'Arco dell'Étoile, lungo due miglia. L'infinito numero di lampade a gas; le migliaja di carrozze che ritornano dalla trottata al bois de Boulogne, tutte coi fanali accesi, e che corrono parallelamente a sei, a otto, a dieci; le mille baracche illuminate fra le piante de' Campi Elisi, circhi, caffè-teatri, ingressi a balli publici, ec.; tutto ciò dà un complesso di sensazioni indefinibili. Al confronto, diventano puerilità anche le famose illuminazioni per S. Gennaro a Napoli, da me vedute quando andai là nel 1845 a fare il dotto da Congressi scientifici (misericordia!). Si resta per un'ora estatici, e quasi imbecilliti, concludendo che è uno spettacolo féerique: parola che non si può adequatamente tradurre, perchè fu inventata dai Parigini per la sola Parigi. In quanto a questo però, anche Milano ha le sue parole intraducibili, perchè significano cose di suo monopolio quasi esclusivo; per esempio: el risott col cervellaa.
Ma finiamola una volta con queste digressioni che potrebbero andare all'infinito, e veniamo all'aneddotino. Dunque, quella tal sera di domenica, come vi diceva, io mi trovava alla Maddalena. Ero stracco come un asino o, per dir meglio, ero un asino molto stracco. Ma in cambio d'aver voglia d'andare a casa a dormire, aveva quella di fare una buona trottata a buon mercato. C'era lì a fianco un bureau de correspondence che mi rinvigoriva tal desiderio. Ogni minuto o due arrivavano omnibus pieni di dentro e di sopra; e si vuotavano, e si ricaricavano, e via! Io che non aveva scopo in quanto alla direzione, aspettava solo che una qualunque baracca avesse una piazza disponibile, per occuparla: cosa difficile perchè c'era tanta gente che attendeva e faceva coda per tutte le direzioni che si proclamavano. (Del fare la coda parlerò altrove; sempre inteso, se me ne ricorderò.) Quando a un tratto, forse per distrazione di chi doveva occuparlo, vedo un posto vuoto; e già era dato il fischio della partenza: e io, salto dentro, e si va.
Reso certo di mantenermi sul cuscino, esclamai con tanto di polmoni larghi: Ah, très bien: j'y suis! e per la contentezza mi venne in bocca una tale parlantina francese, che attaccai ciarle con tutti i vicini: cosa insolita, perchè io sono molto laconico, in francese: e, senza necessità, non fo mai torto alla lingua nativa. Più si andava, e più me ne consolava: e guarda di qua, e guarda di là, per esaminar parti tutte per me nuove di Parigi, che nella sua vastità ha sempre parti sconosciute anche dai vecchi suoi cittadini. E pensava, fregandomi le mani: Arrivati al fine della corsa, io non discendo nemmeno: ma pago altri 30 centesimi, e ritorno alla Maddalena. (Sì, eh? me lo saprai dire a momenti, bestia infelice.)
Tutt'insieme la trottata fu di una buona mezz'ora, passando verso la fine per contrade mano mano più deserte e taciturne. All'ultimo, si giunse ad un gran cancello di ferro che ho capito essere una Barriera. E là c'era un bureau de correspondence con circa duecento persone che attendevano coi loro biglietti. La corsa era al termine, e si doveva discendere: e io che era entrato per l'ultimo, mi trovava al posto da discendere pel primo. Ma fedele al mio programma, stetti fermo, e solo mi rattrappii un poco nei ginocchi per lasciar passare gli altri meno incomodamente: i quali passando mi guardavano tutti con una ciera, come se volessero dire: «Perchè mai questo imbecille in cambio d'escire sta qui a fare ingombro?»
Quando fui solo, e già accalcata la gente intorno ai gradini per entrare (nessuno entra se non sono discesi tutti), il conduttore mi invitò a escir tosto. " Non: je reste ici pour rebrousser chemin. " E la gente a gridare: A bas, vite, à bas! Allora io mi levai in piedi per arringare quel popolo irragionevole: ma non ottenni la parola. A bas, à bas, à bas! Lo credereste? urlavano à bas perfino coloro che non ci avevano alcun interesse, perchè erano discesi per non più rientrare. Già, la vile multitude è sempre fatta così: grida per contagio, per ajutare a far baccano, anche senza sapere il motivo, nella speranza di godere una scena. Ma io per castigarli non ho voluto farcela godere: e siccome indovinai che, se avessi tardato due minuti secondi, mi avrebbero tirato giù per i piedi; io, spontaneamente, e per pura compiacenza a quel desiderio generale, discesi, tutto ilare in volto, ma bestemmiando come un turco, e maledicendo quella canaglia con ogni sorta di jurons.... però in dialetto milanese.
Nè state a pensare che io lo facessi per paura: oibò! era solo per non lasciarmi capire. Difatti, sarebbe stato conveniente che un par mio si mostrasse così male educato in faccia a quella plebaglia? Ma scopro in questo momento la più bella ragione di quel mio modo di operare. Gran filosofo che sono io, senza saperlo! Per legge di natura, quando si bestemmia, lo si fa non solo nella lingua della propria nazione, ma nel vernacolo speciale del proprio paese. Le parolaccie e gli improperii essendo proprietà dell'energica plebe, stanno di preferenza nei dialetti che possedono una tavolozza più ricca e calda che non le lingue illustri. Studiando una lingua straniera, non se ne impara mai il saporito sugo delle frasi vituperose, che anche là sta in fondo ai parlari specifici del poetico volgo. Un Milanese che sia a Londra da quarant'anni finirà a dimenticare quasi affatto la sua lingua del verzaro; ma se gli capiterà il bisogno di sacramentare un pochettino, allora per necessità e per impeto di cuore scoppierà inconscio nei vecchi modi del caro dialetto nativo.
Volete un'altra prova di quanto dico? io sfido il primo latinista di Europa a improvisarmi una buona filza di bestemmie in latino. È cosa non che impossibile, assurda. Dirà parole legittime di lessico e con giusta gramatica: ma fiacche, ma stolide, ma nemmeno di apparenza rabida, perchè ridicole di effetto e senza attualità. Può aver vita e calore una lingua morta da tanti secoli? Ebbene, i nostri poveri ragazzi sono condannati per otto anni a grattarsi la zucca su quella lingua che non è più buona nemmeno per bestemmiare, quantunque abilissima a provocare bestemmie. In giornata la migliore virtù della lingua latina è quella di coprire colle ampolle la vacuità e la miseria dei concetti. Se avete da fare una dissertazione di lana caprina, ove non sappiate cosa dire, fatela in latino, e tutti gli asini vi applaudiranno. Forse è questa l'unica ragione delle iscrizioni lapidarie in latino. E perchè non si fa così anche pei cenni necrologici delle gazzette? nessuno li leggerebbe, piacerebbero a tutti, e le più impudenti menzogne non sarebbero più immoralità scandalose. Io possedo un brutto scimiotto che mi è assai caro pe' suoi lazzi buffoneschi e per la malvagità del suo carattere. Quando creperà voglio tentarne l'orazione funebre in latino: tanto per non averlo studiato affatto inutilmente. Ma perchè riesca efficace, la scriverò prima in prosa milanese, e poi ne farò la traduzione. Ho già pensato alle prime parole dell'esordio che sarà ex abrupto, per l'immensità del dolore. " Ah, me l'ha fada propri grossa quel fiol d'ona settimana! " Heu, mihi fecit eam certe crassam ille filius hebdomadæ!
Ma dove diavolo mi lascio trascinare dalle digressioni filosofiche? Attenti dunque, che vengo al fine della mia storiella. Quand'io discesi dall'omnibus, l'inquietudine iraconda del popolo si mutò in un gran ridere; e risi molto anch'io; anzi, mischiandomi con disinvoltura fra quella buona gente, dimandai quando avrei potuto ritornare. «Ma cosa siete venuto a fare fin qui? " Nulla, fuorchè andare a spasso. " E volete ritornare in omnibus? " Appunto. " E presto? " Più che sia possibile. " Allora entrate subito nel bureau a levare il vostro numero, e fra un'ora o poco più ritornerete.» (Gli omnibus vanno più raramente in quelle parti eccentriche, nello stesso modo e per le stesse ragioni che il sangue scorre più lento e sottile nelle estremità del corpo.) Cominciai a riflettere. È già tardi: un'ora e più da star qui sui due piedi: un'altra mezz'ora per ritornare alla Maddalena: e poi un'altra mezz'ora per giugnere all'hôtel. " Demitto auriculas ut iniquæ mentis asellus, e mi risolvo alla grande sgambata. Dopo un dieci minuti di cammino mi venne in mente che l'andare fino a casa mia così a bussola di naso era affare troppo difficile, col rischio di raddoppiare la strada: e troppa noja l'interrogare ogni momento chi passa, col rischio di essere avviato in direzione opposta da qualche burlone. Pensai di farmi accompagnare, e la prima figura di povero diavolo che vidi, gli dimandai quanto volesse per menarmi alla piazza della Borsa. Inarcate le ciglia a significazione di grande distanza, rispose: " Deux f rancs. " Pour deux francs je veux bien que tu me porte, car je suis très fatigué. " Mi squadrò con aria di spavento, e soggiunse: " Trente sous. " Mais tu es fou, mon ami: dis donc ton dernier mot. " Un franc. " Allons. " e ci avviammo. Appena svoltata una contrada, vedo passare un brougham, e sclamai: " Se è vuoto, sono salvo. " Era vuoto: lo fermai. Pago il povero diavolo, che fu beato di prendere il suo franco per così poco incomodo: e io beatissimo di mettere il sedere sul cuscino.
Che bella cosa è il brougham, così facile a salire, così basso, così a livello dei pedoni, e per le sue tendine così isolato dal mondo nel bel mezzo della folla! Conviene molto all'uomo, moltissimo alla donna, infinitamente ad entrambi quando sono vicini. Se l'inventore di questo veicolo è stato lord Brougham, come appare dal nome, egli sarà immortale insieme alla sua scoperta. Che meschina cosa diventa al paragone di sì grand'uomo quel principe Polignac che inventò due molle barocche da carrozza! Ma bisogna che il Parnaso se ne occupi una volta, e trovi al brougham una degna definizione: io ne propongo due alla scelta dei dilettanti. Un poeta giovane e sentimentale potrebbe chiamarlo la conchiglia di Venere; un poeta vecchio e bernesco lo chiamerà la seggetta degli Dei.
O Italia, splendida madre della poesia, e matrigna avarissima dei poeti! per conto mio non ti dimando nè un regno, nè un latifondo, nè una croce cavalleresca, nè un diploma di nobiltà, nè quello di un'accademia che è ancora più ridicolo: vorrei solo poter correre il resto di mia vita in un umile brougham come questo, perchè l'andare a piedi mi stracca tanto. Ma, posto che il publico rispettabile vieppiù si inferocisce nel maladetto vizio di farsi imprestare i miei libri e non comperarli mai, prevedo che non ne faremo nulla.
L'arrestarsi della corsa ruppe il corso a' miei nobilissimi pensieri: era giunto all'hôtel. Credetti di spendere la solita lira e venti centesimi, prezzo di una gita, più altri venti centesimi della mancia: ma essendo notte, dovetti pagare il doppio di tutto: due franchi e ottanta. Andai tosto a dormire: e nel tirar giù i calzoni tirava su l'importo della mia trottata a buon mercato. All'omnibus che mi menò a perdermi fino a casa del diavolo, centesimi trenta. Al povero diavolo che mi accompagnò per cento passi, una lira: un centesimo al passo! fanno una e trenta. E poi due e ottanta al brougham: in tutto, mi pare, quattro franchi e dieci centesimi: oh che porco! ho fatto un bell'affare. Eppure, la cosa non è finita troppo male: se non incontrava quel brougham benefico, sa il cielo dove sarei ancora in questo momento. E mi addormentai nella meditazione del seguente pensiero. Tutta la mia vita, dal comico al serio e dal piccolo al grande, non fu che una sequela di cattive vicende e di affari balordi: ma quasi sempre temperati dalla consolazione che avrebbero potuto essere assai peggiori.
Difatti, anche quest'ultimo diminuì di carezza a furia di seguitare tutta notte a divertirmi coi sogni. Ora scappava in un velocifero, inseguito da popolo furibondo che mi voleva morto: ora mi trovava affaticato in mezzo a lande deserte che aveva percorso in parte, e doveva ancora percorrere a piedi per tante miglia. Ma l'idea che più s'intrometteva e dominava, era quella di starmene su di un carro, nella impossibilità di discendere: e la gente, sghignazzando, mi strascinava giù per le gambe, come si vede a fare coi majali in dicembre.
Giacchè questo capitolo sugli omnibus mi è riescito tanto lungo, allunghiamolo un poco ancora con qualche osservazione di publica utilità. Sono passati quei tempi quando si scriveva a pompa d'ingegno, a sfoggio di stile, per far ridere, per far gemere, per far fremere, o per qualsisia altro scopo di vanità: miserabili tempi, orbi della luce filantropico-umanitaria scoperta nel secolo decimonono! Adesso uno scrittore che si rispetti deve fare in modo che ogni pagina d'un suo libro equivalga a un carro di letame per ingrassare e fecondare i campi dell'incivilimento. Dunque ingrassiamo e fecondiamo a benefizio almeno della patria. Così ciò bastasse alle esigenze del severissimo Giornale del rimpianto e delle idee incarnate!
Perciò dimando: " Di tante cose che vi raccontai sugli omnibus di Parigi c'è da fare qualche buona applicazione per gli omnibus di Milano? " Oimè! più ci penso, e più temo di no: perchè sarebbe lo stesso come voler addossare a un fanciullino la soma di un somaro. Anzi, ammirate come la filantropia mi metta in vena d'indulgenza. Perfino l'abuso delle troppe persone in un solo veicolo, tanto facilmente riparabile colle piazze numerizzate e divise, inclino a tollerarlo. Via, il troppo pieno nell'andata vada in compenso del troppo vuoto nel ritorno: bisogna vivere e lasciar vivere: e poi è necessario che ci avvezziamo a stringerci nel posto, e anche a lasciarci sedere sul ventre chi vuol godere la nostra compagnia per forza. Ma l'ho trovata la miglioria da introdurre nei nostri omnibus: oh, se l'ho trovata! E sapete quale sia? quella spranga metallica che dovrebbe decorrere in alto e nel mezzo per tutta la lunghezza, come dissi poco fa; afferrando la quale, se ve ne ricordate, si risparmia di dondolare o cascar sui vicini, e di obligar l'omnibus a star fermo finchè si sia seduti al posto. Per carità, si faccia al più presto adottare questo perfezionamento. Volete, per economia, non farla d'ottone? fatela di ferro: fatela con una corda tesa: costa tanto poco una corda, e può servire a usi così importanti! Io sono pronto a farvi un bono sul mio salario dell'Ospitale di Monza, se proprio non volete metter fuori un soldo. I miei viaggi fruttino almeno la scoperta o la introduzione di una corda, giacchè non posso offrir nulla di meglio.
E allora, da cosa nascerà cosa. La patria che mi sarà ingrata finchè avrò vita, si scioglierà in tenerezze quando sarò morto: qualche associazione di illustri concittadini, con un presidente in cima e un segretario in fondo, mi voterà un monumento; e mi farà erigere se non una statua colossale nel cortile di Brera, almeno una statua grande al vero sul porticato superiore, o un busto, o una lapide magniloquente: perchè quel palazzo di Brera, vedete (vi prego a non fare uso di queste mie parole che scandalizzerebbero gli sciocchi), quel Brera è sulla strada di diventare il Pantheon di tutti i minchioni di Lombardia. Nè crediate che io burli. Dove la rivista degli uomini grandi o altamente benemeriti incomincia dall'orefice Girotti5 per finire col poetino arcade Gironi, eccetera, eccetera, eccetera.... io vorrei un poco sapere a chi non sia lecito sperare di entrarci dentro.... quantunque più tardi che si possa.
Ma chi voglia fare un giro sul porticato superiore, vedrà come in quella serie d'uomini celebrati la sproporzione tra il merito e la ricompensa s'incontri enorme a ogni passo. Per riguardo ai morti, e sopra tutto ai vivi, mi limiterò al solo esempio citato. C'è senso comune che il buon abate Gironi non conosciuto fuori di Milano (e conosciuto poco anche dentro) faccia perfetto riscontro a Barnaba Oriani? Nascerebbe quasi il sospetto che s'abbia voluto fare un crudele epigramma.
Insomma, è necessario determinare se l'importanza dei monumenti in Brera debba regolarsi sulla misura del peculio che si raccoglie per erigerli, o sulla misura del merito individuale. Nel primo caso, tutto sarà errore e confusione, e danno alla fama dei morti, e vergogna al nessun criterio dei vivi. L'entusiasmo degli amici e la splendidezza degli eredi largheggino nei cimiteri. Là profondete tesori, e ne avrete applausi dal publico e gratitudine dagli artisti. Ma in Brera, no, no, no! perchè è il più augusto tempio delle scienze e delle arti, in Lombardia: e perchè di fatto si è costituito in Pantheon degli uomini illustri. Dunque abbisognano menti illuminate e volontà autorevoli e ferme nel fissare il gradino dovuto a Cajo e a Tizio su quella scala che va dalla statua colossale per la Celebrità europea fino alla modesta iscrizione per la Celebrità municipale. E tocca alla publica maldicenza a levarsi terribile per il decoro del paese contro chi viola le leggi di giustizia, e a volere che giustizia sia resa almeno dopo la tomba! Non capite che anche l'onorare soverchiamente è una lesione d'onore? Il mondo richiama a severissimo sindacato le opere del morto per concludere: " Non meritava tanto." A vedere come una Istituzione patria così bella e nobile e liberale, e sopratutto libera, e presuntivamente diretta dal fiore delle intelligenze, sia già rovinata nel suo scopo morale e travolta in un guazzabuglio d'errori; è cosa che fa male ai nervi: perchè dà una nuova spinta a disperare dell'umano criterio, quando non è individuale ma collettivo.
In questi ultimi venti anni, quanta furia di monumenti! e quanti spropositi veramente monumentali! e irreparabili: perchè non ci sarebbe altro rimedio che strapparli via tutti, e rifarli in tutt'altra maniera e misura. Essendo ciò impossibile, le cose hanno da proseguire colla solita cecità? Almeno si vada più circospetti e lenti con quelle tante tonnellate di marmo che si spargono pel cortile. Non intendo parlare di quelle che già ci sono, perchè ciò che è fatto è fatto, e cosa fatta capo ha: ma temo che debba avere anche una terribile coda, e sento dire che si apprestino in fretta non so quanti altri colossi, e non dimando nemmeno per chi. Gli uomini grandi scarsissimi dappertutto, sono così abbondanti fra noi? Allora concludiamo che la patria dei Meneghini è il più fortunato e illuminato paese del mondo: e si esauriscano pure le cave carraresi; e si moltiplichino allegramente gli Omenoni: salvo che, dopo pochi anni, non si saprà più dove collocarli.
Milano, che ha tanto diritto di rispettarsi e di farsi rispettare, è così sicura di sè stessa, o così dormigliosa sui proprii faccendoni, o così colpita d'apatia da non aver più timore nemmeno del ridicolo? Se le cose camminano di questo passo, i forestieri visitando Brera si meraviglieranno di noi, come di Lilliputti in perpetua fabbricazione di Giganti. Ma se tanto mi dà tanto, io vorrei sapere che cosa farà un giorno Milano (e Dio voglia che quel giorno sia lontanissimo ancora!) pel suo vero e massimo gigante Alessandro Manzoni. Bisognerà pensare a erigergli in mezzo al cortile di Brera una statua che rivaleggi in altezza col San Carlone di Arona.