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Pressato vivamente da alcuni intimi amici a dire quali tra tante moli monumentali di Parigi mi abbiano singolarmente colpito, confidai loro che i miei più forti palpiti furono pel Louvre e per l'Arco dell'Étoile: rappresentazioni di due grandi epoche riassunte da due nomi grandi: Luigi XIV e Napoleone. Ma siccome a confidare secretamente una cosa a qualche fidatissimo amico è lo stesso che raccontarla sulle gazzette, così tanto fa che racconti le mie sensazioni anche ai nemici. Voglio incominciare dall'Arco.
Quell'Arco Trionfale, veduto anche alla distanza di quasi una lega, cioè dal Palazzo delle Tuileries, si capisce che deve essere qualche cosa di enorme e stragrande; come si addice alla porta massima della città fatale.... (fatale, in senso assoluto, poetico: la città dei fati, dei destini europei " Muta pensando all'ultima " Ora dell'Uom fatale.) Vedendolo da vicino e girandogli intorno, fui vinto da un vero tremito di maraviglia: mi sentii annichilito e incapace di formar pensieri, tanto la loro folla mi si urtava nell'animo e il mio cuore battè più violentemente per qualche minuto. Passato quel primo istante indefinibile, cominciai filosoficamente a ragionare: " Che consolazione a essere ignorantissimo anche in architettura come in tutto il resto! Ecco: se me ne intendessi, capirei anch'io le tante critiche che quei del mestiere fanno a questo immane colosso. Ma che cosa sono la critica e la scienza? brente d'acqua che spengono il sacro fuoco del vergine entusiasmo: oh, so ben io quello che fo a starne lontano: così posso godere sensazioni privilegiate. Vorrei che fossero qui l'architetto Tizio e l'ingegnere Sempronio: mi direbbero tosto: " Guarda, dottore, come questa parte sia pesante, come quest'altra sia sproporzionata e barocca, ec. " Ma io griderei loro: " Tacete, asini: e non tentate guastarmi la divozione con meschini rimarchi da accademia. Pretendereste che guerre di grandezza tutta nuova e incredibile fossero commemorate con un piccolo arco di stile greco o romano? e quegli stili portati a queste proporzioni, siete persuasi che farebbero l'effetto tremendo che qui vedete? Insomma, qual è il pensiero di questa mole? È la Francia che in cospetto all'Orbe innalza a sè stessa un inno di gloria pei trionfi prodigiosi della Repubblica e dell'Impero: è la Francia che, seminando in bronzo su questi lacerti marmorei i nomi di cento e cento Generali, paga con una montagna d'orgoglio fiumi di sangue, e così preleva un credito illimitato a versarne Dio sa quant'altro ancora. Dunque il monumento vuol soverchiarvi di tutta l'altezza dei fasti che ricorda, e richiamarvi Dall'Alpi alle Piramidi, ec., e pretende colpire i sensi e sbalordire l'imaginazione colla sapiente enormità della propria massa; e questa pesantezza, è sublimità che soggioga chiunque non sia guasto da teorie. Per me lo scopo è raggiunto al massimo grado: voi altri stilisti e puristi dalle frasche corintie andate laggiù ad ammirare l'Arco del Carousel; il quale, per la gran piazza fattagli intorno da recenti e vastissimi atterramenti, è diventato di effetto così meschino che si tratta sul serio di portarlo via.
L'Arco dell'Étoile è il fratello gigante del nostro Arco del Sempione, che poi fu convertito e istoriato in Arco della Pace. Entrambi furono contemporaneamente ordinati da Napoleone nell'epoca più luminosa della sua stella; e quasi contemporaneamente condotti a termine, Lui non solo caduto, ma da tanti anni morto. (Le grandezze di questo povero mondo!) Il monumento della Capitale Lombarda è magnifico nell'insieme, e squisito d'esecuzione anche nei più minuti lavori: ma, a dir tutto in breve, sta all'Étoile come un fazzoletto ricamato ad una gonfia vela da bastimento: o, senza pescar similitudini, come Milano a Parigi.
Il mio sistema filosofico nel viaggiare è piuttosto sintetico che analitico: e cerco assai più le sensazioni complessive che i dettagli. Perciò a Napoli, a Genova, a Lione, a Roma, ec. fu sempre mia cura di salire sulle eminenze (non sui Cardinali, vedete) per godere i più bei panorama. Dunque volli mettermi sotto ai piedi tutto intiero quell'Étoile, che per essere al punto estremo della città, ve la presenta quant'è lunga e larga a un sol colpo d'occhi. Oh che stupendo mare di tetti, di cupole, di torri! La Senna coi tanti suoi ponti pare un'anguilla azzurra distesa e trinciata a pezzi. Per quelle contrade o piazze lontane che trovansi in direzione del raggio visivo si scorgono moversi lentamente piccolissime cose: sono uomini e donne che sembrano formiche. E di che si occupano? vanno affannosamente in cerca d'alcuno o di varii dei loro sette peccati capitali. Sette peccati per bestioline così irragionevoli e minute? Specialmente la superbia mi pare un peccato troppo grosso e perfino assurdo, per le formiche: pazienza un poco di vanità frivola per essere o credersi l'una più vispa, più forte, più voluminosa delle altre; pascolo di bricciole: ma la vera superbia, come mai si può averla, quando ogni momento il piede dell'Altissimo ci schiaccia e spoltiglia a centinaja di mila? Il terremoto, la carestia, la guerra, il choléra, che cosa sono? scomparse un po' più repentine del solito di qualche milione d'insetti, moltissimi dei quali si credevano necessarii al buon andamento del mondo: e il mondo se ne dimentica tosto, e va come prima. Io, a cagion d'esempio, non dico per superbia, ma almeno la superbia mi pare di non averla: se pure non è già superbia il dire queste parole. Fors'anche ciò dipenderà dall'esercizio della medicina, che oltre a essere la professione delle più cocenti umiliazioni, pone il medico in contatto perpetuo delle più deplorabili miserie umane.
Osservate quel vecchietto che si strascina a stento col bastoncello: fu già un alto magistrato, potente in Corte, arbitro di favori e di impieghi. Aveva sempre in anticamera adulatori e aspiranti. Quando passeggiava per la città, molti ravvisandolo da lontano, si preparavano al più umile inchino, e al sorriso più ossequioso. Vi lascio pensare come ne andasse tronfio, tanto più che fu sempre un asino. Ora è giubilato, e caduto in dimenticanza di tutti perchè non può più fare nè bene nè male: si schiva di vederlo per non seccarsi a toccare il cappello. Non gli va per casa che chi spera di presto ereditare, e il più fido amico è il dottore che gli cura gli acciacchi. Ma restano a fargli compagnia continua le ricordanze amare del passato, la rabbia impotente contro gli ingrati, i rimorsi dei soprusi e delle ingiustizie. Povero diavolo!
Quindici giorni fa la signora N. N. brillò straordinariamente in una gran festa da ballo, ove soggiogò tutti i cuori colla bellezza, coll'eleganza, colla grazia, col decoro, collo spirito, ec. Andò a casa gloriosa e felice d'essere stata l'ammirazione degli uomini e la disperazione delle donne. Ebbene, volete saperne adesso notizie? È là in un letto, fisicamente e moralmente degradata da una febbre putrida, che l'ha acconciata in modo da volerci un atto di fede per credere che sia lei. A vederla, fa una pietà e un ribrezzo, che ne piangerebbero a calde lagrime perfino le più accanite rivali.
Vedete là quell'uomo pieno di vita, di brio, di fortuna: è un figlio prediletto della più elettrizzante tra le arti belle. Ha innondato il mondo di melodie ora liete, ora appassionate: sempre facili, originali, ingegnose. Dovunque ci sia un cembalo, o anche solo un organetto da strada, il suo nome è famoso e caro. Tutti aspirano a conoscerlo: le Capitali se lo contendono: questa stessa Parigi, giudice severa e difficile per ogni celebrità che non sia di Francia, gli spalancò il tempio della Gloria, e ve lo introdusse a furia: a furia di applausi, di articoli, di denari, di ritratti, di illustrazioni, di caricature. " Chi più invidiabile di te, mio buon Donizzetti? e che bell'avvenire hai ancora davanti! " Sì? dimani verrà colpito dalla malattia più compassionevole e ributtante, per l'uomo di genio; la demenza. Spenta affatto l'intelligenza, e ridotto alla vita vegetale, sarà inconscio d'ogni cosa, e di sè. Tutta Europa lo compiangerà, nè potrà spremergli una sola lagrima di tenerezza. Il suo nome, la sua fortuna, e la pietà de' suoi potranno appena schivargli di morire sulla carriola dei cronici in un manicomio. E sarà mai possibile che alligni la superbia negli uomini?
Ma quì sento a gridare da ogni parte: " Ohe, ohe, dottore! minchioni o fai davvero? è questa la bella ricetta che ci componi per la melanconia? " Avete ragione, e ve ne chiedo scusa: nel calore delle ciarle mi era dimenticato del secondo titolo del mio libro. Ma forse vi siete dimenticati anche voi altri del luogo ove io sto predicando: sono ancora qui in cima all'Arco dell'Étoile, il mausoleo più superbo eretto alle superbie più titaniche e fallite del secolo nostro. Qual sito più opportuno per dimostrare la vanità delle superbie anche piccole?
Avrete fatto l'osservazione che quando si è in altura, e si domina il mondo sottoposto, per solito si inclina alla filosofia tetra: vi lascio pensare come possa evitarla io che sono sempre un filosofo teterrimo anche in pianura, e più ancora quando discendo in cantina. Ma giacchè mi trovo in un luogo sul quale, una volta disceso, probabilmente non ritornerò più, lasciatemi meditare un altro istante: però vi prometto di far violenza al mio carattere, e non mettervi più in mal umore.
Dunque eh, come si diceva, sono proprio sette, nè più nè meno, i peccati mortali: tralasciando di contare la Medicina, che quantunque spesse volte mortale anche lei, è sempre salutarissima nell'intenzione. Ma sapete che il numero sette è pur singolare... quantunque sia anche sufficientemente plurale! I giorni della creazione furono sette, e sette i dolori, e sette le allegrezze, e sette le opere di misericordia corporali, e sette le spirituali, e sette i sacramenti, e sette i giorni della settimana, e sette volte al giorno peccano i giusti: e sette erano i savii della Grecia, da non confondersi coi giusti: e sette le maraviglie del mondo, da non confondersi coi savii. (Col tempo, se non le maraviglie, almeno i savii si moltiplicarono all'infinito come i conigli, e lo si capisce dai congressi scientifici e dalle accademie.) E sette fiaccole ardevano sul candelabro dell'Arca: e il casto Giuseppe sognava sette vacche grasse e poi sette vacche magre: e la maggior parte delle indulgenze è di sette anni e sette quarantene: ec., ec., ec. Perfino in mitologia le Ore erano sette, perchè non avevano ancora scoperto l'orologio: e le damigelle d'onore di Giunone che erano quattordici, si chiamavano due volte sette: lo dice la stessa regina degli Dei in quella sua lingua veramente divina:
Sunt mihi bis septem præstanti corpore Nimphæ, ec.
E che i peccati sieno proprio sette, me lo provano queste tante centinaja di mila Parigini che stanno là abbasso: e sono pieni di peccatori e peccatrici: e sono famosi nel fare le più strane scoperte: ma dite un poco se a forza di tentativi incessanti abbiano mai potuto scoprire un ottavo peccato: oibò! Il progresso e le raffinatezze dell'incivilimento potranno forse dar luogo a qualche piccola variante con apparenza di novità: per esempio, gli sporchi giochi di Borsa: ma si capisce subito che sono da registrarsi nell'immenso archivio dell'Avarizia. Insomma, al di là del sette non si può andare, nemmeno a Parigi: figuratevi poi nelle città secondarie, nelle borgate, nei villaggi: peccatorelli meschini!
Ma andiamo avanti. Giacchè i peccatori sono inchiodati là al numero sette senza mai poter giugnere all'otto, non si potrebbe fare una scoperta in senso inverso, e trovar modo di diminuire i peccati di uno, o anche di due? Intanto io ho cominciato a dimostrarvi che la superbia è da gente così irriflessiva e stolta, da potersi mettere in dubbio la responsabilità degli atti loro. Capite con quanta tattica io smascheri a un tratto il mio parco d'artiglieria? Capperi! sento tutta l'importanza del mettermi in lotta col padre Adamo, che con un peccato solo li inventò tutti. Ma poichè vi ho dato per ora un breve cenno sul primo, voglio darvene un altro sull'ultimo, l'Accidia: riservandomi di pubblicare con comodo i risultati di studii più profondi. Però, intendiamoci bene: io parlo qui nella mia pura qualità di filosofo razionale, perchè ragiono molto, ma non so nulla (e in ciò sta il vero merito della vera filosofia), nè m'impaccio di teologia: che il cielo me ne guardi! Tanto più che essendo l'accidia il mio peccato di predilezione, mi farebbe orrore la fatica di erigermi in eresiarca, e perfino lo sciocco incomodo di essere un eretico volgare. L'accidia consiste nella mala voglia di lavorare, ossia nella buona voglia di non lavorare. Vi richiamo alla divisione che ho dato della società " gente che lavora per vivere, e gente che vive per far lavorare. " La prima specie esercita le arti o i mestieri per necessità, per forza, sì: ma lavora: e tutto quanto abbisogna nel mondo, lo si fa: e si fa anche quello che non abbisogna: e anzichè mancare le braccia o l'intelligenze al lavoro, manca il lavoro alle intelligenze o alle braccia. Pretendereste ancora che si logorassero nella fatica con piacere? non è più meritorio il lavorare a controgenio, quando l'istinto inviterebbe a oziare e lasciar fare agli altri? E quei pochi ai quali assolutamente ripugna la fatica, e che finiscono nella più squallida mendicità o nelle prigioni, perchè li chiamate pietre di scandalo o di mal esempio? Sono anzi di ottimo esempio, e colle loro miserie insegnano alle moltitudini la necessità del lavoro: e in cambio di essere ricompensati, pagano della propria infelicità lezioni tanto salutari. E il mondo può essere più ingiusto quando tratta questi eroici martiri da fanulloni o malviventi?
In quanto alla gente che vive per far lavorare... ecco, ecco: nella loro definizione e già detto tutto. Volete che lavorino per togliere il lavoro ai bisognosi? Non mancherebbe se non questa poca disgrazia che i signori s'impacciassero di scrutiniare l'operato dei fattori, dei ragionieri, dei maggiordomi, degli amministratori, ec., o che esercitassero le professioni a nostra rovina. E poi i ricchi lavorano anche troppo: mantengono cavalli, cani, servidorame, pappagalli, amiche: proteggono le arti belle, e talvolta anche le brutte: viaggiano, frequentano teatri, danno pranzi, danno balli, aprono villeggiatura a chi non ne ha, si lasciano adulare, minchionare, derubare; fanno e ricevono visite: hanno mille curiosità da soddisfare: si tengono in esercizio di maldicenza e invidia vicendevole: comandano e vogliono tante cose, che riescono a non saper più cosa si vogliano: e mentre noi del popolo siamo oppressi dai fastidii grossi, le loro signorie e perfino le loro eccellenze si lasciano opprimere dai fastidii grassi: cosicchè alla fine dei conti sono irrequieti, malcontenti e arrabbiati come noi: e questo per noi canaglia maligna e invidiosa è di grande consolazione, e di tenerissima compiacenza. Dunque il mondo che cosa può pretendere di più da un ceto che ha diritto di tutto pretendere dal mondo? Ritenete pure che tanto i poveri quanto i ricchi sono tutti operosissimi, almeno nell'arte di rendersi infelici. Ma siccome siamo nati appunto per soffrire, così e poveri e ricchi fanno a gara per raggiugnere lo scopo della esistenza. Oh che brava gente! andate là che almeno dall'accidia vi assolvo io perchè è una vana chimera. In alcuna delle mie opere filosofiche (mi pare nel Gatto) vi dimostrai che l'ozio assoluto non esiste: e che i così detti oziosi compiono operazioni mirabili e continue. Ma venendo a quello relativo, bisogna distinguer bene l'ozio degli imbecilli dall'ozio filosofico o contemplativo. Il primo è providenziale, e guardatevi dallo sproposito di volerlo disturbare o interrompere. Siccome gli imbecilli non commettono che bestialità, il meglio che possono fare è il far niente oh, sì! il cielo ci preservi dalla loro operosità funesta, perchè dove gl'imbecilli agiscono, e peggio dove comandano, tutto va a rovescio e in rovina.
Quanto all'ozio contemplativo, è quello dei filosofi: è la meditazione o il pensiero per eccellenza, dal quale procede tutta la Creazione morale e intellettuale. Perciò i pensatori sapientemente scopersero che è dono di Dio: Deus nobis hæc ozia fecit: e potrebbe essere un dono colpevole? Che sublime e ineffabile esercizio ci sia in queste altissime operazioni della mente, non può capirsi che da noi. Ci troviamo quaggiù col corpo, ma collo spirito così al disopra degli oggetti materiali, che guardiamo senza vedere, che qualche giorno siamo capaci di desinare una seconda volta non ricordandoci più della prima, che auguriamo la felice notte di mattino, o a uno che ci capita dopo tre anni di assenza diciamo: nuovamente, mio caro. Ma siffatte cose sorpassano di tanto l'intendimento comune, che il volgo ci chiama distratti o balordi. Dunque, lungi o profani! sono misteri che capirete nell'altra vita. Per adesso, accontentatevi di andare a Parigi: e quando avrete ben bene ammirato l'arco dell'Étoile, vi raccomando di esclamare, col braccio teso in alto: «Là in cima un nostro famoso ignorante, ossia filosofo trascendentale, ha scoperto che sono cinque i sette peccati capitali: perchè la superbia è un delirio, e l'accidia una spiritosa invenzione.»