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Quanto al Louvre, mi nasce lo scrupolo di aver detto una piccola inesattezza (possibile?) asserendo che rappresenta Luigi XIV: perchè fu incominciato dal tempo di Filippo Augusto, e terminato nel secolo decimonono. A ogni modo, il più e il meglio l'ha fatto il gran Re, e tutto colà spira l'aura dei Gigli d'oro, e quel palazzo richiama al pensiero l'epoca in cui la Francia produsse la più famosa e ricca plejade di artisti e di genii in ogni materia.
Dell'architettura non ve ne parlo... per brevità. Gli intelligenti vi trovano molti gravi difetti, e probabilmente vi saranno: perchè opera di varii stili, iniziata, sospesa, ripresa non so quante volte, e a lunghi intervalli, con pentimenti, con cambiamenti, ec. Ma presenta un insieme di tanta grandiosità, maestà, splendidezza e imponenza da far maraviglia. La sola facciata principale esterna, detta de la colonnade, vi tiene colà estatici per una mezz'ora a contemplarla: e credo rubi sempre alcuni minuti anche a chi passa di là molte volte al giorno. Cortile, facciate interne, scaloni, saloni, ec., tutto d'una vastità, d'una ricchezza, d'una regalità in grado superlativo. Chi potrebbe, nemmeno approssimativamente, calcolare i milioni versati per quel palazzo, e per tutto ciò che vi è dentro? Perchè dovete sapere che il Louvre, oltre a una insigne biblioteca, contiene un museo di pittura stimato il primo del mondo; e un gran museo di statue antiche, e uno simile di moderne; e il più copioso museo possibile d'incisioni, disegni e cartoni dei migliori maestri; e un museo siriaco, e uno egizio, e uno etrusco, e uno americano, e uno africano, e uno chinese, e uno di marina, ec., ec. Tutto insieme quel Louvre ha più tesori d'arti e di rarità che l'immenso Vaticano.
Vaticano, e Louvre! nessuno può imaginarsi il perfido intendimento pel quale io ho ravvicinato questi due nomi famosi. Voglio almeno una volta dettare di pittura e scultura: perciò instituirò un confronto tra quelle due grandi pinacoteche: e vi prego a non ispaventarvene, perchè siete in buone mani. Sentite la genesi di quest'idea sublime.
Sarà forse un terzo di secolo che io leggo gazzette e gazzettini: e nelle annuali esposizioni di belle arti in Milano, mi è capitato tante volte di scorrere articoli scritti da gente non solo ignorantissima del mestiere, non solo priva del senso estetico, ma anche del senso comune, anzi direi anche del senso esterno della vista.
Vi cito una sola prova di quest'ultima proposizione che vi sembrerà la più incredibile: e così crederete meglio le altre, anche senza prove. Un diciotto o vent'anni fa venne esposto in Brera un bel quadro di Narducci rappresentante il Tasso che legge i proprii versi alla duchessa Eleonora. Il poeta stava rispettosamente in piedi, e la duchessa seduta: ma seduta davvero, per non dir quasi sdrajata mollemente sopra una sedia a braccioli. Un critico venne fuori sulla Gazzetta Privilegiata a lagnarsi di non so quante pecche di quel dipinto, ma sopratutto a trovare insopportabile che la duchessa stesse là in piedi ritta e dura come un fuso. Tutta Milano ne rise.... ma non io, che me la legai a un dito e giurai vendetta: perchè nella mia qualità di ignorante eccezionale, non posso tollerare che altri lo siano più di me: o almeno che si mostrino tali in faccia al publico: e nel livore dell'invidia ho fatto voto che una volta o l'altra avrei scritto di belle arti anch'io: e che avrei condensato in poche pagine tanto sugo e tanta quintessenza di enormi spropositi, da far parer genii tutti questi animali. Vi può essere una vendetta più nobile? E ora che posso dire d'aver passeggiato per molte insigni pinacoteche, eccomi a mantener la parola.
Comincio a premettere che la pittura mi fa l'effetto dell'uva. Se in febbrajo alla fine del pranzo compare sulla tavola un piatto d'uva, ognuno le fa festa, la si gusta acino per acino, e la si ricorda con piacere anche dopo varii giorni. Così quando inaspettatamente mi trovo in faccia a un bel quadro in casa d'amici, mi dà nel genio, lo esamino con attenzione, rimarco il colorito, i giochi di luce, la prospettiva, il disegno, le varie movenze, l'espressione dei volti, entro nelle intenzioni dell'artista: insomma, arrivo perfino a illudermi che sarei capace di scriverne un articolo abbastanza ragionevole.
Ma chi può essersi dimenticato della noja orrenda originata dall'assistere per un giorno alla gioja d'una grossa vendemmia? Come viene in odio tutta quell'uva, parte nelle tinozze, parte accatastata in mucchi, parte ancora pendente dalle viti! Se ne assaggia un grappolo, e poi lo si getta via per un altro, e poi si prova la bianca, e poi la nera, e poi la moscatella, e poi si vuol andare a coglierne colle proprie mani; e poi un amico vuol che sentiate quanto sia buona quella che mangia lui, e un'amica, quella che mangia lei. Il fatto è che tutta quella uvaccia finisce a infastidire la vista, a inacidirsi nello stomaco, a rivoluzionare le budella, e a rendervi inetti all'unica vera consolazione di un buon desinare. Si arriva, per distruggere il tempo, a star là delle ore a contemplare i villani che a gambe nude ballano in un pattume schifoso a vedersi. E a pensare che quelle bestie di poeti arcadi descrivono come delizioso il giorno della vendemmia, è cosa da metterli anche loro sotto il torchio dell'uva, o almeno mandarli a nuotar sotto ai piedi dei villani. Ritenete pure che, eccettuati il padrone del fondo e i fanciulli impuberi, nessun galantuomo può divertirsi alla vendemmia. Fortunatamente adesso quel passatempo è finito per tutti, avendoci proveduto l'oidium che da tanti anni ha abolito la vendemmia. Ebbene, fate conto che per me una grande esposizione di quadri equivalga a una vendemmia tremenda. Non si sa da qual parte incominciare: bisogna fermarsi ogni momento a fingere l'entusiasmo davanti a qualche gran nome: se si va troppo in fretta, s'arrischia di parere ignoranti; se si va adagio, è una seccatura interminabile. Vi dà piacere una tela? vi rispondono che è una delle più fiacche. Azzardate su qualche altra una critica naturalissima? un amico vi pesta le costole col gomito, soggiungendo sotto voce " Taci, porco, che questo è un capo-lavoro di Rubens. " Si finisce a guardare le belle signore che passano, a preferenza dei brutti musi appesi ai muri. E si vien via così annoiati, e con tanta confusione di idee nello spirito, e con tanta indigestione di belle arti, che per molto tempo aborrite persino i discorsi di pittura: proprio come si odia il vino dopo una grave imbriacatura che vi abbia fatto star male.
Tutto ben considerato, una gran pinacoteca è cosa ancor peggiore d'una gran biblioteca: perchè almeno in quest'ultima si può entrare per vedere i locali e poi andarsene: ma coi quadri non si scherza: per un certo qual rispetto umano bisogna proprio star là molto tempo a onorarli di atti ammirativi e di sbadigli. Se poi vi capita la disgrazia di essere in compagnia di un pittore, siete un uomo perduto: egli pretende a forza di spiegazioni di farvi entrare per tutti i pori i meriti speciali di ogni tela: più, tutte le sue teorie e predilezioni e antipatie. In caso così disperato, non ho che un consiglio a darvi: tentate di levarvelo d'intorno colle buone: e non riescendovi, insultatelo, venite a una rissa di pugni e calci: che, vincitore o vinto, se ne anderà lasciandovi padrone del campo: e quando non volesse andare, meglio! avrete un buon titolo per andar via voi, e non lasciarvi più vedere in siti così pericolosi.
Ora che ci siamo intesi nelle massime, o piuttosto che vi ho fatto intender le mie colla similitudine dell'uva, indovinerete che il confronto tra le due principali pinacoteche del mondo non sarà un opprimente trattato d'estetica. Anzi, con un vero colpo di sintesi a machina ve lo condenso e ve lo stringo in due parole. Il Vaticano mi ha fatto bestemmiare: il Louvre mi ha fatto dormire.
Un giorno, in autunno del 1845, dopo essermi preparato molto stracco girando varie ore per Roma in visita di non so quante anticaglie, mi lasciai spensieratamente condurre dagli amici a vedere il Vaticano. Oh! se avessi potuto indovinare che quel Palazzo o aggregato di palazzi, con tante sale a perdita di vista, è per sè solo un viaggio d'una ostinazione che uccide, e non ristorato mai da una seggiola, da uno sgabello, da una panchetta di legno, da una cassa, da un gradino, insomma da qualche cosa su cui sia possibile riposare un minuto: vi giuro che, come sono stato a Roma dieci giorni senza vedere il Papa, vi sarei stato dieci secoli senza vedere il Vaticano. Una immensa esposizione di oggetti d'arte da esaminare sempre in piedi è, per un povero diavolo ignorante e stracco, qualche cosa di così orribile e indimenticabile, come sarebbe il partecipare a un lauto pranzo colla febbre gastrica o lo stridore dei denti. Vi lascio dunque imaginare quanto io mi sia divertito in quella compassionevole spedizione. Non ho fatto altro che bestemmiare, compendiando tutto ciò che di poeticamente energico mettono fuori in questo genere i vetturali e i lazzaroni, quando ne capita loro alcuna ben grossa. Che strane litanie di maledizioni e augurii di contagi e cancheri e fulmini su quei malandrini che, avidi solo di pigliar le mancie, usano la fredda sevizie di non mettere qua e là qualche scranna, almeno per compassione delle signore! O Tiberio, o Nerone, o Caligola, siete voi che inspiraste ai vostri posteri tanta barbarie? Occupatissimo in questa faccenda, nessun capolavoro ottenne la mia approvazione: e sì che davanti ai più famosi io metteva a tortura il cervello per intenderne le bellezze: ma invano. Per esempio, il gruppo del Laocoonte non l'ho capito affatto: e anche ciò mi faceva dar dentro e scatenare (tanto è vero che le arti ingentiliscono): e gridava come un furente: " «Ma, corpo di tutti i diavoli! chi sono quegli imbecilli che trovano il non plus ultra del genio umano in questo sasso? " Sono, mi rispondeva un amico flemmatico, i più grandi artisti, e i più sottili scrittori di estetica, e i primi filosofi del mondo. " In quanto ai filosofi, è una ragione per credere che abbiano torto tutti e sempre: perchè cominciando da Platone, che almeno aveva lo splendore della forma, fino a Melchiorre Gioja che scriveva come un rigattiere, la filosofia è un compassionevole ibis redibis o labirinto di ciarle inestricabili, di contraddizioni, di spiegazioni di enigmi che dopo restano più oscuri di prima: e non ci si impara nulla, ma proprio l'assoluto nulla, nemanco la maniera di guadagnare un quattrino. " E la concorde ammirazione di tanti secoli per questo Gruppo non la conti per niente? Non sai che ha inspirato pagine immortali a un Lessing, a un Winckelmann, a un... " Basta, basta! spero di non leggerne mai una riga. Il supremo trionfo dell'Arte è di colpire anche i profani all'arte e le intelligenze volgari senza che sappiano ragionarvi sopra: e guai all'Opera che è privativa di pochi, e che deve emergere da un mare di commenti per essere ammirata dai più! I secoli poi rassomigliano in molte cose, e massime negli entusiasmi di convenzione, alle pecorelle di Dante che tutte fanno ciò che fa la prima senza saperne il perchè. Può avere incominciato un autorevole pedante a gridare al miracolo; e tutti: «Oh che miracolo!» Negli affari indifferenti nulla di più facile e comodo che il ripetere i pensieri altrui per non pensarvi da sè. Ne abbiamo esempii anche nei libri vecchi, molti dei quali arrivarono fino a noi per una celebrità tutta tradizionale, essendone affatto immeritevoli. " Ma insomma, che cosa hai a ridire su questo Laocoonte? " Dico che non può essere un miracolo dell'arte, perchè rappresentando una scena pietosissima e terribile, non mi commove nè tanto nè poco. " Ma ciò dipenderà dall'essere un gran asino tu. " Sì: questa è una buona ragione, ma non basta: la ragione migliore sta nel diritto che hanno anche gli asini (purchè sieno bipedi) d'essere tocchi da compassione e raccapriccio nel vedere l'agonia d'un padre coi figli che si dibattono fra gli spaventevoli amplessi di due immani serpenti. Una lotta così disperata voleva essere resa con tutt'altra violenza di contorsioni e di sforzi. In questa floscezza o accidia di pose sta la erroneità del concetto, che non essendo vero mi lascia freddo. Escludi colla fantasia i serpenti, e Laocoonte ti sembrerà uno che stiri le membra nel risvegliarsi: non gli manca che lo sbadiglio. " Ti prego almeno a dirle sotto voce queste sacrileghe brutalità. Non capisci che l'autore volle rappresentare nel sacerdote di Nettuno il pensiero sublime della dignitosa rassegnazione al fato? " Dove l'hai pescato questo sofisma? nel Winckelmann o nel Lessing? ma non regge a un minuto di esame. I due giovinetti, che non sono sacerdoti, devono essere rassegnati anche loro? Vedi questo qui a diritta, che in cambio di gridare: Padre mio, chè non m'aiuti? sta nell'atteggiamento d'indirizzargli un placido sermoncino. Insomma, bisogna che tu ti ficchi nella zucca una verità eterna e di senso comune: che un fatto terribile vuol essere terribilmente espresso, e altrimenti facendo si va fuori del vero: che perciò l'artefice deve aver avuto lo scopo principalissimo di eccitar terrore. Ma siccome la temperanza o castigatezza dell'Arte greca (più atta a plasmare Veneri e Grazie e Apolli) le faceva rifuggire i forti mezzi, così nel fortissimo tema lo scopo andò fallito, e l'opera riescì gelata. È poi toccato ai posteri, per mantenere i devoti all'idolo, di imaginargli non so quali altre intenzioni che non hanno senso. Ritieni pure che da questo Laocoonte a quell'altro dell'Eneide passa una distanza incommensurabile. Però, vedi, essendo io lontano dall'impugnare che questo gruppo piramideggi e molleggi bene, e sia perfetto per disegno, e squisito di esecuzione, con altri titoli che ne facciano un classico modello per gli scolari; così me ne distacco coi dovuti sentimenti della più alta stima e del più profondo rispetto, e umilissimo suo servo, come alla chiusa delle lettere di convenienza: ma freddo e indifferente all'istessa maniera.»
Quando arrivammo agli affreschi di Rafaello, il cicerone recitò che alcuni forestieri si mettono perfino in ginocchi dinanzi a quelle maraviglie. Allora io, colpito da una felice inspirazione, esclamai: " Ah sì? ebbene, io voglio mettermi due spanne più in basso di loro " e fra le risate degli amici sedetti sul pavimento. Lo credereste? sedermi e trovar l'Urbinate grande, sublime, immenso, immortale e divino, fu una cosa sola. E devo proprio a lui, ma a lui solo, un compenso di tanta noja passata cogli altri tutti. Ma per quanto fossi sazio di belle arti, pensavo: " Pagherei dieci franchi se potessi far comparire qui una portantina: perchè avrei il coraggio di farmi condurre là indietro mezzo miglio, davanti ancora al Laocoonte; a fine di verificare, stando seduto, se le ciarle dette in piedi siano state tutte spropositi e bestialità da galera.
Liberato dalla pittura e dalle statue, io sperava di averla finita con quel Vaticano: oibò! i compagni, veri demonii di curiosità insaziabile, mi rimorchiarono ancora per non so quanti musei, egiziani, etruschi, di medaglie.... che so io? è impossibile ricordarmi di tutto quanto ho dovuto vedere in quella maladettissima giornata. Si andò perfino nell'anticamera delle anticamere del Papa, oltre alla quale fortunatamente non ci fu permesso di penetrare: e in ultimo fui strascinato nella Cappella Sistina: dalla rabbia avrei pianto come un ragazzo. Ebbene: oh delizia! in quel santo luogo mi attendeva la consolazione di una cara e saporita vendetta. I raggi di un sole di ponente mandavano certa luce così falsa e rossastra, che impediva affatto di nulla distinguere sopra una grande e oscurissima parete, dove fummo assicurati che c'era il Giudizio di Michelangiolo. " Benissimo! (io diceva a quei birboni indiscreti) oh quanto sono felice! Almeno questo famoso affresco, che deve essere proprio qualche cosa di stupendo e divino, non lo vedrete. E crepate pure della sete di Tantalo, coll'acqua che vi bagna il mento. Ma sopratutto levatevi dalla testa la stramba idea di volerne chiacchierare a casa vostra, come di cosa esaminata e gustata. Ci sono qui anch'io, grazie al cielo: io vi smentirò, e proclamerò per la stampa che nessuno al mondo può aver veduto questo Michelangiolo meno di noi che lo abbiamo davanti agli occhi: se però è vero che su quel muro lì ci sia mai stato un dipinto.