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Ma ritorniamo al caro Louvre. Solamente a pensarvi mi sento innondare tutto il corpo dalla dolcezza delle comodità e del riposo. Viva la faccia dei Parigini che sono in ogni cosa il primo popolo del mondo, cortesi, previdenti, providi, capaci di render deliziosa perfino una gran pinacoteca al più sazievole e massiccio degli ignoranti. Contiene un indiscretissimo numero di quadri, sì: ma abbonda anche di poltrone, canapè e divani. Ebbi la fortuna di andarvi a caso nel secondo giorno di mia dimora in Parigi: e a quello spettacolo inatteso, esclamai: «Ecco il mio rendez-vous, il mio hôtel diurno, anzi la mia vera casa dalla una alle cinque ore: nelle quali io, abituato a coricarmi tardi la sera e levarmi presto al mattino, sono solito a fare un piccol sonno quotidiano (on visorin).» Mi parve anche che il numero e la morbidezza di quelle seggiole crescesse progressivamente coll'importanza delle sale, cioè delle tele esposte: cosicchè, arrivando al celebre salon carré, ove si trovano concentrati molti milioni di franchi tradotti in Rafaelli, Leonardi, Correggi, Murilli, ec., si trova anche un immenso divano elittico, col suo soffice schienale, dove possono contemporaneamente dormire quaranta persone grosse al pari di me. E tutto invita a frequentare quell'eden delle belle arti: perchè senza mancie che vi asciughino, e senza ciceroni che vi secchino: tutto è aperto, libero, potete stare, andare, ritornare, nessuno vi guarda: e per rendere più perfetta l'illusione d'essere in casa vostra, di quando in quando v'hanno poggioli con veroni d'onde godete la vista dilettevole dei quais e della Senna. Non vi manca che la veste da camera e le pantofole.
Io dunque, in tutti i giorni non occupati da spedizioni, mi lasciava menare dalle gambe al Louvre, senza avvedermene, e colla regolarità d'un impiegato che vada all'uffizio. Calcolo di esservi andato un dieci volte: e di esservi stato circa tre ore per volta, l'una coll'altra: e di quelle trenta ore di averne dormite.... appena quindici: via! per amore del giusto mezzo se non del giusto vero, accontentiamoci di questa cifra. Ne resterebbero quindici altre, tutte dedicate allo studio dell'arte: tempo sufficientissimo non solo per diventare il più petulante giudice e il più insopportabile ragionatore di pittura, ma per diventar pittore io stesso, se lo avessi voluto. Poichè saprete che in questo secolo della celerità in ogni cosa s'impara qualunque scienza in otto lezioni, qualunque lingua in dieci, qualunque arte in dodici: è tanto raro che un gambero di pedante porti le lezioni fino a quindici, quanto è frequente che un asino enciclopedico sappia già tutto prima di aver mai imparato nulla.
E così tra un piccol sonno e uno sbadiglio, e poi tra uno sbadiglio e un piccol sonno, ho fatto le più cospicue conoscenze del mondo: Correggio, Rubens, Leonardo, Rembrand, Perugino, Murillo! e il beato Angelico da Fiesole secco secco, duro duro, soave soave, che il moderno sentimentalismo religioso vorrebbe mettere al di sopra di Rafaello: e perfino Giotto, famoso e passato in proverbio per aver disegnato un O così rotondo, che è rotondo come l'O di Giotto: e perfino l'antichissimo Cimabue, il quale ha là una gran tavola di legno in forma di porta ad arco, con sopra una Madonna e molti angioli, che per essere così vecchi sembrano ancora giovinetti.
Ma veniamo a ciò che importa, cioè ai corollarii scientifici de' miei studii. Qui prego tutti gli ignoranti pari miei a star bene attenti per loro consolazione, quando mai si vergognassero un poco di avere idee confuse e oscure sull'arte in discorso. Io alla fine dei conti tra Parigi, Napoli, Roma, Venezia, ec. ho propriamente veduto quanto di meglio c'è al mondo in fatto di pittura: e così mi sapranno dire se, anche avendo veduto assai meno, sia possibile averne imparato meno di me: perchè io non uso mai a lasciarmi soverchiare da nessuno. Ecco dunque lo stato genuino e attuale del mio gusto o dilettantismo pittorico. Primo: perchè un quadro fermi la mia attenzione, bisogna proprio che ci sia scritto sotto un gran nome, altrimenti non me ne accorgo, se fosse anche dipinto dal Padre Eterno: ma ci vuole un nome tanto famoso che mi sia restato in mente fin da ragazzo a forza di sentirlo a decantare. Perciò questi nomi sono pochissimi, e non arrivano forse alla diecina: oh, io sono severo e difficile nel concedere il diritto di celebrità!
Secondo: io non distinguerei un Originale del valore di 10,000 Luigi da una Copia del valore di 100 Paoli, a meno che fossero lì presenti ambidue da confrontare: in questo caso, dalla maggiore freschezza e vivacità del colorito forse indovinerei la Copia. Tutto il resto mi pare eguale in entrambi: col sistema sintetico come si può discendere al minuto esame di quelle piccole varianti che determinano la distanza tra i due valori indicati?
Terzo: se un gran nome mi fa osservare attentamente un dipinto, non è detto che me lo faccia sempre piacere: molte volte per quanto esamini dove sia il bello, non arrivo a trovarlo. Per esempio: sotto a un quadro in cornice dorata e posto in sito distinto, rappresentante una Ninfa che dorme e un Satiro che avidamente la adocchia, c'è scritto ANTONIO ALLEGRI, che è poi il Correggio, niente meno: abbasso il cappello! Ebbene: se quel quadro in cambio di essere là, lo avessi veduto in Milano senza cornice e senza nome, nella bottega di un cenciajuolo di Porta Comasina che me lo avesse offerto per quaranta lire: io che sono furbo, e dei quadri ne ho veduti assai, gli avrei detto: «Ah ladro! mi hai preso per un asino o per un Lord? Se vuoi far denari, per due scudi questo paravento è mio, nemmeno un soldo di più: e intendo di pagar carissimo un capriccio da matto.» E Dio sa quante migliaja di scudi possa valer quel dipinto.
Quarto: c'è ancora di peggio: ma è l'ultima che vi racconto, per non farvi gettare il libro sul fuoco. Se mai ciò fosse avvenuto, il resto che dirò sia per quelli che hanno la pazienza di andare avanti. Non solo in alcuni quadri famosi non so scoprire il bello, ma scopro esclusivamente il brutto. Leonardo da Vinci è un nome dei più splendidi anche nella piccola plejade dei sommi. Ha là un quadro celebratissimo rappresentante la Madonna già madre che sta seduta e affatto abbandonata sulle ginocchia e sulle coscie della propria madre Sant'Anna: composizione abbastanza conosciuta per l'incisione che ne gira, e indimenticabile per la natura del gruppo.
Io non so esprimere il rincrescimento che mi ha eccitato quella vista. L'atto può essere pieno di affetto e di vezzo anche in persona adulta, purchè sia sfuggevolissimo. Ma fissato là sulla tela, e perciò reso perpetuo, dà vero fastidio. L'osservatore non può occuparsi nè del colorito, nè del disegno, nè della disposizione degli atteggiamenti, nè della soavità dei volti, perchè subito e istintivamente è invaso dal pensiero molesto della soverchia fatica che subisce la buona vecchiarella portando una figlia così grande e grossa. Insomma, per farmi capire chiaramente, io non ho mai veduto una Madonna tanto indiscreta: e ciò mi recava pena così per lei come per Sant'Anna; perchè voglio assai bene ad entrambe: è lo stesso Leonardo che me le fa amare con quelle fisonomie ineffabilmente simpatiche e dolci. Ecco dunque come il grande artefice con mezzi sublimi riesca infelix operis summa... non quia ponere totum nesciat, ma anzi perchè ha posto il tutto tanto bene, che io non vedo più la tela, ma il solo fatto. Ora: in qual modo spiegare questa cosa? Il Laocoonte mancò dell'effetto voluto, per mancanza di verità: e questa scena di Leonardo cambia l'effetto voluto in sazietà, per la stessa evidenza del vero. Dunque l'errore sta nella scelta infelice dell'argomento. Forse, come dicevo, alcuni atti o di contestabile bellezza o essenzialmente brevi sono più confacenti all'arte descrittiva che all'arte intuitiva, la quale li rende perpetui. Ne abbiamo l'esempio nel riso e nel sorriso. Il semplice sorriso, che può prolungarsi indeterminatamente, sta bene anche in pittura: ma il vero ridere, il cachinno, essendo atto sfuggevolissimo, tradotto sul dipinto sta male: può piacere per due minuti secondi, e poi assume l'aspetto d'una smorfia disgustosa. Il fatto è che quel quadro riesce penoso a contemplarsi: e ciò forma al tempo stesso la condanna del pensiero, e l'elogio della esecuzione. È come una bastonata che più fa dolore quanto meglio si applica. Qui Leonardo bastonò il senso estetico: ma in un modo così magistrale, che tra mille dipinti arcidimenticati, questo che cordialmente mi dispiacque non mi scapperà più dalla memoria.
Un giorno io mi trovava seduto nel mezzo del gran divano (non quello di Costantinopoli, ma del salon carrè) in contemplazione d'una Madonna di Murillo famosa per sè stessa, ma diventata famosissima dacchè il Governo la comperò dagli eredi del maresciallo Soult per la bagatella di 700,000 fr. (diconsi franchi settecentomila). E, a confessarvi il cuor mio, parevami che il maggior merito di quel dipinto consistesse nell'aver costato una somma così enorme. Non c'era il bisogno di acquistarlo nemmeno come esemplare o saggio d'una data scuola, perchè stava là vicina un'altra Madonna dell'istesso autore, dell'istesso stile, dell'istesso colorito, perfino dell'istesso argomento, la Concezione. Insomma, quei due quadri si rassomigliano tra loro come la zuppa e il pane nel brodo; o come un pajo di sonetti del Petrarca, che a volerli tradurre in denaro non valgono il prezzo d'un grano di morfina:
Pioggia di lagrimar,
nebbia di sdegni....
Versi da matto, o di galera degni.
A ogni modo i Governi fan sempre benissimo a esser prodighi colle belle arti: così lo fossero anche colla poesia! chè messer Francesco avrebbe guadagnato quattordici soldi per il solo sonetto della pioggia e della nebbia, vero antesignano di tutti i bisticci del seicento.
E poi pensava: «Nelle proporzioni, quanto dovrebbe valere una Madonna qualunque di Rafaello, che mi obbliga quasi a inginocchiarmele davanti per venerazione e tenerezza? Queste due qui non mi danno nè caldo nè freddo.» E poi, alzando gli occhi sopra un immenso quadro di Paolo Veronese, rappresentante un gran pranzo, pensava: «Quello sì, che è un pittore! senza tanto culto al bello ideale, ci dà il più sublime del bello effettivo e veramente vero. Vi mette a tavola il Veronese: capite? e in numerosa compagnia di leggiadre donne e di uomini giocondi, all'aria fresca, con servidorame, suonatori e cani. E non è la prima volta: qui sulla parete opposta si mangia e si beve allegramente a un altro suo convito: insomma, ne ha imbanditi molti; e i lauti pranzi e le sontuose cene sono il suo forte. Eppure, non ho mai sentito che per questo gli abbiano dato del triviale, come si è fatto con me quando pubblicai l'opera classica in due tomi, l'Arte di convitare. Sciocchi infiniti! non hanno nemmeno capito che quel capo-lavoro è una continua satira alla plebe denarosa e rozza, capace di voltare in supplizio le due ore più interessanti della giornata. Più si diventa umanitarii, e meno si è intesi.»
E poi pensava.... non mi ricordo più bene a cosa pensassi. Esiste un certo stato di quiete d'anima e di corpo durante il quale le idee si confondono e si mischiano insieme come le carte da gioco.... desinari, madonne, pioggia di lagrime, 700,000 franchi, cani e suonatori, nebbia di sdegni.... e nebbia fitta dell'intelligenza: felice notte!
Dopo non so quanto tempo, mi parve che alcuno tossisse forte vicino a me: e poi, che alcun altro facesse il fracasso di pestare i piedi e battere le mani: ma io non me ne occupava. Infine mi sentii a stringere la spalla destra, e poi a scuoterla con qualche energia: allora dovetti occuparmene, e mi rivolsi a guardare. Era un sergent de ville, che sorridendo mi disse: Pardon, monsieur! e col gesto mi fece osservare che la sala era affatto deserta. Allora io: " Pardon, monsieur! j'étais en extase devant ces chefs-d'œuvre, et aussi devant ces hors-d'œuvres (additandogli il pranzo del Veronese): merci bien! " e me ne andai.
Guardo l'orologio: eran quasi le cinque e mezza, e raccappezzando alla meglio le idee confuse, indovinai tutto. Io aveva dormito per più di un'ora: alle cinque si annunzia la chiusura delle sale: in otto o dieci minuti, sono tutte sgombre: quel buon diavolo là ebbe per altri dieci minuti la flemma di gironzarmi intorno a tossire, sternutare, pestar i piedi e fare ogni sorta di rumori, nella speranza che mi risvegliassi senza il bisogno di mettermi le mani addosso: ma poi avrà pensato: " Se quest'animalaccio non lo piglio per il collo, mi terrà qui fino a dimani mattina a fargli compagnia. " E allora mi risvegliò con una buona scrollata di spalle.
I sergents de ville corrispondono ai policemen di Londra: sono vestiti da bassi ufficiali, e portano spada, frac bleu, e cappello a due punte nella direzione delle spalle. Hanno la sorveglianza dell'ordine pubblico per le strade, pei mercati, pei teatri, a tutti gli spettacoli, a tutti gli stabilimenti, a tutte le radunanze. D'ordinario se ne vede uno a ogni angolo di contrada, e anche varii nelle più battute. Sono di bell'aspetto, di modi cortesi, e si prestano con premura a fornire le indicazioni e gli indirizzi che il forestiere dimanda loro. Bene inteso, che saranno anche là esecrati dai ladri e da tutte quelle persone che hanno speciale bisogno di non essere osservate. È mirabile la rapidità colla quale si moltiplicano quando occorre. Ne ebbi molti esempi sui boulevards dove se un ubbriaco fa qualche lazzi, se un borsajolo fallisce un colpetto, se un pajo di gamins si azzuffano, un nuvolo d'oziosi si stringe loro intorno: allora siete certi che fra due minuti saranno là quindici, venti, trenta sergents de ville. Non saprei per quali segni si corrispondano e si chiamino: il fatto è che quei Cappelloni sembrano sbucare dalla terra per virtù di negromanzia.
Ora, a premio di chi ebbe l'eroica pazienza di seguirmi fin qui, darò il mio ultimo e riassuntivo giudizio sui pittori. Che Rafaello sia il primo di tutti, credo ne convenga da secoli tutto il mondo: manco male. Ma non basta: io provo un senso di pena e quasi d'indignazione, perchè a quell'idea di primato assoluto non si sottintenda universalmente quest'altra: " Tra lui e il secondo (qualunque siasi degli otto o dieci nomi che aspirano a quel gran posto) la distanza è incommensurabile, come dal finito all'infinito, dal tempo all'eternità. " Per essere semplicemente il primo, gli bastano le sue Madonne col Bambino. Egli ha creato tipi così ideali e sublimi di bellezza muliebre, e ha sparso su quelle sembianze e su quelle divine movenze tale profumo di adorabili virtù, che sembrano opere composte in paradiso. Solamente la maniera di tenersi fra le braccia e vezzeggiare il Bambino, è qualche cosa di così soave, di così tenero, di così elegante e di così vero.... che per altro in pratica non vedo raggiunto mai, perchè bisognerebbe che le donne diventassero Madonne.
Ebbene; le Madonne che cosa erano per Rafaello? nobili esercizii nelle ore d'ozio. Arrivò a dipingerne una, che è tra le più celebrate, sul di dietro d'una botte vinaria. Ma chi voglia farsi una idea adequata (per quanto è possibile) dell'onnipotenza di quel Genio, veda i suoi affreschi in Vaticano. È là che bisogna esclamare col gran poeta:
Chiniam la fronte al
massimo
Fattor, che volle in Lui
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar.
Religioni affatto opposte d'indole e di forme, fasi diversissime dell'umana civiltà, indovinate e rese in tutta la splendida idealità del loro bello: d'un bello che, una volta trovato, è istintivamente sentito anche dagli ignoranti, che esclamano: " Oh maraviglia! doveva proprio essere così! " In ciò sta la grande, l'efficacissima creazione dell'arte. Quel Parnaso, quella Scuola d'Atene, quella Disputa sul SS. Sacramento, quell'Attila! Che stupendi poemi composti col pennello! Quant'aura di molle voluttà attinta alla greca mitologia! Che portamenti e fisonomie di semplice, maschia, antica sapienza nei ragionatori del Portico! Quale veneranda santità d'un Concilio nel maestoso semicerchio di vescovi e prelati seduti intorno all'augusto mistero! Che miracolo, quel Pontificato Romano che coll'ajuto d'una celeste apparizione spaventa e arresta le conquistatrici orde dei Barbari! Di qua il Papa e i Cardinali con facce molli, senza barba e a doppio mento, in abiti solenni, assisi sulle placide mule, fiduciosi e tranquilli. Di là gli Unni in iscompiglio, a bisdosso di cavalli impennati: guerrieri dai volti abbronziti, dalle membra di ferro fortemente disegnate sotto alle maglie d'acciajo: e Attila flagellum Dei, nel mezzo, colpito ma non domo dalla sopranaturale visione: e anima e fuoco e nucleo di tutta la sublime epopea, gli apostoli Pietro e Paolo che scendono dal cielo colle spade impugnate. Quelle due strane figure dominanti sull'immensa scena, a prima vista sembrano impacciate nella posa, perchè poggiano sul niente, e si distendono quasi a volo per l'aria: ma più si guardano, più diventano maravigliose, affascinanti, formidabili, e vi rendono greve il respiro come incubi opprimenti. Perfino nel modo bislacco onde sporgono le spade, piuttosto a sgomento che ad offesa, c'è dentro tutto l'ineffabile concetto Apparizione. Nell'arte, le bellezze trascendentali e divine sfuggono all'analisi dell'estetica: si sentono! Chi ha veduto una volta gli affreschi del Vaticano, dopo potrà benissimo dimenticare i debiti, sì: ma quei portenti, non mai!
Se io abbia esagerato in questo povero schizzo che tentai abbozzare, chichessia può verificarlo. Fortunatamente tutto il mondo è invitato anche ai terzi posti, anche gratis a ritemprarsi e sublimarsi l'anima in sì magnifiche scene, per le belle incisioni di Volpato e di Anderloni. Ma fate conto che quelle figurine debbano ingrandirsi fino al vero: ma fate conto quale soffio di vita debba inspirare loro una tavolozza incomparabile, d'una stupenda conservazione e freschezza. E poi vi replico che bisogna correre a Roma a vedere; costi quel che costi, anche un debito grosso. Se avete mente e cuore per le belle arti, dopo ve lo dimenticherete, o ridurrete a dimenticarsene il creditore.
Volete sapere quale sia l'unica possibile definizione di Rafaello? l'ho scoperta io, e ve la regalo subito, perchè già quelli del mestiere ne sarebbero incapaci. Egli è l'assassino morale di tutti i pittori. Essere morto così giovane, e avere avuto il tempo di ammazzarli tutti! Che cosa sono gli altri, dal primo all'ultimo, dinanzi a lui? fiammelle di candele dinanzi ai raggi del sole.
A proposito di assassinii: ho sentito a dire confusamente, nè mi ricordo da chi, come lo stesso Rafaello sia in pericolo di subirne uno terribile nel solo quadro che di lui vanti la nostra Pinacoteca, lo Sposalizio della Madonna. Si tratterebbe di mettergli le mani addosso per ristaurarlo: niente meno. Oimè! non sarebbe un male minore il ristaurare i ristauratori? Io protesto fermamente di crederla una favola: primo, perchè quella tavola mi pare conservatissima, anzi spirante ancora freschezza: e poi perchè, quando ne avesse il bisogno, un fatto sì importante dovrebbe essere a notizia di tutto il mondo, e discutersi dagli intelligenti con assai più calore di quello già messo nella questione di conservare o atterrare i Portoni di Porta Nuova. Replico, che me l'hanno data a intendere così grossa per farmi arrabbiare, forse sapendo che io sono un ignorante innamorato di Rafaello. Però, se mai.... se mai si covasse il progetto indicato, tutta Milano gridi con una sola voce: Ne touchez pas à la reine! Ma non basta parlare in francese per cosa simile: parliamo in latino: Videant consules ne respub... (pardon!) ne regnum detrimentum capiat.